Cadere nel Tao... come un gatto!

 


"Quando un gatto cade da un albero, si libera. Il gatto si rilassa completamente, e atterra leggermente a terra. Ma se un gatto stesse per cadere da un albero e improvvisamente decidesse che non vuole cadere, diventerebbe teso e rigido, e sarebbe solo un sacco di ossa rotte all'atterraggio.

Allo stesso modo, la filosofia del Tao è che stiamo tutti cadendo da un albero, in ogni momento della nostra vita. Infatti, nel momento in cui siamo nati, siamo stati buttati giù da una scogliera, stiamo cadendo, e non c'è niente che possa fermarlo.

Quindi invece di vivere in uno stato di stress cronico, e aggrapparsi a ogni genere di cose che ci stanno cadendo, perché tutto il mondo è impermanente, lo so come un gatto."

Sono Alan Watts...  



Mio commentino: "Alan Watts è un grande estimatore del Tao ed è riuscito molto bene ad individuarne i punti salienti...  egli affermò: “ogni forma di controllo ricade infine sul controllore.” – Infatti nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità». La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico..." (P.D'A.)




"Psicopatologia del radical chic" di Roberto Giacomelli

 


Nel 1970, per la prima volta, il giornalista Tom Wolfe definì i “radical-chic”: erano la casta dei ricchi borghesi che - per moda o per noia - sostenevano apertamente le posizioni della pseudo sinistra. Questi “rivoluzionari da salotto”, animatori della “sinistra progressista” che va a braccetto con il capitalismo, sono oggi la più influente lobby ideologica dell’Occidente: dominano i grandi media internazionali, presidiano le Università, la Magistratura e i gangli vitali dello Stato, orientano il linguaggio, emettono sentenze e stilano i pressanti speech codes del “politicamente corretto”. Chi non si allinea ai loro dogmi, come dimostra il grottesco teatrino mediatico che invade i nostri schermi, è tacciato di razzismo, fascismo, sessismo e xenofobia.


Il loro credo, divenuto il verbo laico del globalismo, è fondato sulla narrazione sradicante e liberal della “società aperta”, tesa a distruggere ogni residua forma di identità in nome di una fantomatica uguaglianza che trova riscontro nelle esigenze predatorie del mercato: dal cosmopolitismo “no border” all’immigrazionismo multiculturale, dal progressismo individualista alle rivendicazioni omosessualiste, dalle teorie “gender fluid” alla destrutturazione della famiglia, passando per il superamento dei popoli, delle tradizioni, delle spiritualità e delle Civiltà. Una marcia inarrestabile, oggi identificabile nella furia iconoclasta della “cancel culture” e nella riconfigurazione green e digitale del “grande reset”: un processo di sovversione che coinvolge - con curiose convergenze - le frange militanti della sinistra radicale e le grandi holding multinazionali, le presunte “minoranze” e i colossi della Silicon Valley.

Ma chi sono, realmente, i radical chic? Quali sono i loro valori, i loro fini e le loro strategie? Cosa si cela dietro le scomuniche del loro “pensiero unico”? Roberto Giacomelli - psichiatra e scrittore - ne traccia un profilo inedito, dai primi “figli dei fiori” alle attuali élite mondialiste. Attingendo alla storia, all’analisi politica e alla psicologia, l’autore giunge ad una conclusione impietosa: arroganza, isteria, dissimulazione, inganno e manipolazione - senza dubbio - sono i loro tratti distintivi.Si tratta di masochisti che amanosottomettersi a carnefici immaginari, nevrotici in preda ai sensi di colpa per i loro immeritati privilegi, odiatori seriali che invidiano e denigrano le vite altrui, menti deboli che proiettano sul prossimo le proprie paranoie, i propri disagi e le proprie paure. 

Questo testo - libero e controcorrente - rappresenta allo stesso un’invettiva sincera, uno studio attualissimo ed una voce fuori dal coro.


Tratto da:  Psicopatologia del radical chicNarcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista -  di Roberto Giacomelli


La fine dell'era europea...



Ante scriptum - Interessante storia mondiale in compendio degli ultimi 500 anni – per una lettura domenicale. L’autore, John Michael Greer, è un eclettico, discendente, almeno idealmente, dagli antichi druidi. Il suo sguardo sul passato è impregnato di cultura mitologica, oltre che letteraria; forse per questo, o forse nonostante questo, la sua visione è chiarissima: in Ucraina non è in gioco l’indipendenza del paese – chi vuole vedere sa che il paese non è più indipendente dal 2014, quando si è venduto a Stati Uniti e UE – ma il destino dell’impero americano e del dollaro. La pacchia del dollaro, che l’autore stima – si tratta molto probabilmente di una stima per difetto – in un cadeau di mille miliardi l'anno, più o meno il bilancio del Pentagono, è prossima alla fine. Le modalità dell’affondamento del dollaro non sono chiare, ma l’autore vede un futuro, dunque la guerra nucleare non ci sarà. In questo futuro i destini di Europa e Stati Uniti si separeranno: la prima continuerà nel suo declino – le migrazioni sono l’equivalente delle invasioni barbariche, sebbene non abbiano potenza distruttiva – e i secondi diventeranno un terzo mondo – il mondo è infatti l’Eurasia. Da notare che anche per l’autore l’Europa ha perso l’ultima, grande occasione quando, con la fine della Guerra Fredda, ha respinto la proposta russa di un patto per la sicurezza comune. La stupidità europea deve molto alla stupidità tedesca, della quale anche Scholz è espressione; purtroppo in 150 anni di unità la Germania non ha mai goduto di una capacità politica adeguata al potenziale economico e culturale, e grave errore è stato acconsentirne la riunificazione     

 Franco Continolo 


The End of the European Age

All things considered, this is a good time to start talking about the geopolitical big picture. As I type these words, the Russo-Ukrainian war is still under way.  The assault on Kyiv seems to have been put on hold so that the Russians could focus on clearing Ukrainian defenders from the Donbass region, while pitched battles rage in the south of the country, where Russian forces are pushing north along both banks of the Dnieper River.  After a month of hard fighting, Russia has seized close to thirty per cent of Ukraine’s territory and shows no signs of backing down, and sanctions from the US and its client states in Europe and the western Pacific have done nothing to dissuade the Russian government from its course.

Meanwhile blowback from those sanctions is becoming a massive economic fact worldwide, and it’s by no means certain that Russia has lost anything as a result. India, the fifth largest economy in the world, has just finished making arrangements to trade with Russia outside the SWIFT interbank system, settling deals in rupees and rubles rather than US dollars. China, the world’s second largest economy, already has such a system in place. Shortages of diesel fuel and half a dozen other Russian-sourced commodities are setting off economic crises in various corners of the world, while the specter of a global food shortage is becoming increasingly grave—Ukraine is the world’s #3 exporter of wheat, while Russia holds the top spot in that category and also supplies the world with much of its fertilizer. The US and Britain have both tapped their strategic petroleum reserves in an attempt to keep oil prices down, but it remains to be seen whether that will be more than a stopgap measure.

It’s common just now to see these events as a temporary roadbump on the route to a future of business as usual, or to blame them on the supposed personal villainy of Russia’ds President Vladimir Putin. Such evasions are as easy as they are hopelessly mistaken. They betray, among other things, a stunning ignorance of history, since this is hardly the first time that an era of economic globalization has shattered under the pressure of geopolitics. Several thoughtful writers have already noted the parallels between the present crisis and the collapse of Victorian economic globalization a century ago.

The comparison’s exact.  In 1913, as John Maynard Keynes pointed out in his deservedly famous work The Economic Consequences of the Peace, a wealthy Englishman eating breakfast with the Times open before him could buy and sell assets around the globe as freely as his equivalent in the United States in 2013. The pound sterling was the indispensible global currency in those days; the Victorian era’s worldwide telegraph network filled the role of the internet, sending orders to buy and sell across seas and continents at the speed of light.  Free-trade agreements far more inflexible than the current examples erased barriers to investment and exploitation.  The British army and navy, backed by state-of-the-art military technology, provided the backstop for it all. The only cloud on the horizon was the rising power of Germany, which wasn’t willing to settle for second-class status in a world run primarily for Britain’s convenience and profit.

Then 1914 came, a terrorist shot the heir to the Austrian throne, and one after another, most of the nations of Europe went to war.  Free trade couldn’t survive once geopolitics took center stage: every combatant nation had to slap on currency controls to keep desperately needed funds from fleeing to neutral countries, and neutral countries responded accordingly, while sanctions and countersanctions among the contending alliances shredded the trust that made global trade work.  By the time the war finally wound down in 1918, the global economy of the Victorian era was shattered beyond repair.  Attempts to restore some semblance of it in the 1920s helped set the stage for the global economic disaster of 1929.  Once the Great Depression hit, free trade was utterly discredited in the minds of most people, and fifty years passed before the United States set out to copy Britain’s imperial strategy for its own benefit, leading to our present situation.


Every nation, like every generation, passes from a youth full of ideals and high hopes to an old age defined by the exact mathematical consequences of its actions.  The old belt of high civilizations had its own burdens and its own decadence to pay for, and paid for them. Now, its strength renewed, it’s rising, while the bill for Europe’s age of dominion is being totted up patiently by old Father Time, for payment in full. It shouldn’t be surprising, after all, that the nations that dominated the world during the preindustrial era should be in line to dominate it again as the industrial age winds down.

This, finally, is the wider context in which the Russo-Ukrainian war and its attendant economic convulsions need to be understood. The great question of early twenty-first century geopolitics was whether Russia, with its immense fossil fuel, mineral, and agricultural resources, would align with Europe or with rising Asia. It would have been quite easy for Europe and the United States to have brought Russia into a pan-European structure of alliances and economic relationships.  All that would have been required is a reasonable attention to Russian concerns about national security and a willingness to put long-term goals over short-term profiteering. European and American leaders turned out to be too inept to manage those simple steps, and as a result, the question has been settled:  Russia is turning east, throwing its resource base and its political support to China, India, and Iran.  That didn’t have to happen, but it’s too late to change it now.

And the United States?  We did what peripheral powers often do in ages of decline, when the imperial center begins to fold.  We grabbed the reins of empire in 1945, when Britain was too weak to hold them any longer, and tried to make the same gimmick work for us.  It didn’t work very well, all things considered.  Now we’ve backed ourselves into the same trap that caught Britain in 1914: lethally overcommitted to an unaffordable global empire, hopelessly dependent on a global economy that’s cracking at the seams, and unable to realize that the world has changed. The next few decades will be a rough road for us.

That said, it’s the European age that’s ending, not the American age. The American age hasn’t begun yet. The United States these days is a Third World country catapulted by a chapter of historical accidents into a temporary position as global hegemon. Its Europeanized elites, in the usual Third World fashion, are a small minority maintaining a tenuous temporary mastery over restless masses that don’t share its ideals and its interests, and are beginning to sense their potential power. America is still young, and pregnant with the future; centuries from now, long after the European veneer has been thrown off, she will give birth to something else wholly new, and it will inevitably be even more unacceptable—and indeed wholly incomprehensible—to the conventional wisdom of Europe-as-it-is.

But of course that conventional wisdom will no longer exist by then. If history follows its usual track, by the time the future high culture of eastern North America begins to emerge, the age of European global dominion will be a distant memory, and Europe itself will have spent many centuries in its pre-imperial condition: a fragmented, impoverished, bellicose region on the faraway fringe of the civilized world. Its peoples and cultures, for that matter, may not have much in common with those residing there now.  Nearly all the nations of Roman Europe went out of existence in the post-Roman era, swamped by mass migrations from elsewhere. At the beginning of the Common Era, the ancestors of today’s Spaniards lived in Ukraine and the ancestors of today’s Hungarians lived closer to China than to Hungary. In the same way, a millennium from now, many of the people who live in Europe may trace their ancestry to today’s Middle East or sub-Saharan Africa, and the historic nations of Europe will be forgotten, erased by tides of migration and conquest that establish new boundaries and new polities.

History is no respecter of persons, and it has a particularly harsh way of treating those who think their sense of entitlement matters in the great scheme of things. That’s worth keeping in mind, as we move deeper into an era of convulsive change whose consequences most people haven’t yet begun to gauge. Over the months to come, we’ll talk more about that, and about the consequences that are likely to follow from it.



John Michael Greer

Anandamayi Ma. Le Rivelazioni dell'Amore Divino - Recensione



Questo libro offre un intimo resoconto della ricerca spirituale di una coraggiosa donna occidentale [conosciuta col nome di Atmananda], che visse con alcuni dei più grandi Santi dell’India moderna.

I fatti narrati si svolgono per lo più nella mistica città di Benares. In questo magico contesto ci viene dato un quadro approfondito della sua intensa relazione con quella donna straordinaria che divenne la sua Guru: Sri Anandamayi Ma. Atmananda fu anche strettamente in relazione, per svariati anni, con J. Krishnamurti, con il quale ebbe un rapporto coinvolgente, anche se conflittuale.

Nel desiderio, quasi ossessivo, di capire il messaggio di Krishnamurti, Atmananda si spinse in profondità nel cuore della spiritualità indiana, incontrando Sri Ramana Maharshi e altri eccezionali saggi indiani, fino a diventare discepola di Anandamayi Ma.

Questo libro offre al lettore un vero e proprio darshan [esperienza della presenza] di Anandamayi Ma e del modo unico con il quale guidava tutti i suoi devoti verso l’auto-illuminazione.

Attraverso il vissuto di Atmananda sarà possibile fare esperienza di cosa significhi compiere un percorso di crescita e sviluppo spirituale sotto la guida di Anandamayi Ma, il cui nome significa Madre permeata di Gioia.

Fiorigialli.it  - info@fiorigialli.it








La scienza dei Mudra....



Siediti in silenzio e lascia che le tue dita si muovano. Senti il movimento dall’interno, non cercare di vederlo dall’esterno. Quindi tieni gli occhi chiusi e senti i movimenti dall’interno. Lascia che l’energia scorra sempre di più nelle mani.


Le mani sono profondamente connesse al cervello: la mano destra all’emisfero sinistro, la mano sinistra all’emisfero destro. E se alle dita è concessa una totale libertà di espressione, possono essere rilasciate molte, molte tensioni accumulate nel cervello. Questo è il modo più semplice per liberare il meccanismo cerebrale, le sue repressioni, la sua energia inutilizzata. Le mani sono perfettamente in grado di farlo.

Da tali esperienze si è evoluta in Oriente una scienza separata: la scienza dei mudra. Le persone si sono rese conto che quando accade una certa cosa nella mente, la mano fa un certo gesto, assume una certa postura. Quando sei arrabbiato, può diventare un pugno. Deve diventare un pugno, perché rabbia significa che non vuoi allentare la tensione. Vuoi accumularla nella testa e poi diventa violenza.

Quindi nella rabbia la mano si chiude e diventa un pugno. L’energia non è rilasciata dalla mano, ma si accumula. Nella rabbia vuoi picchiare, colpire, perché la mano raccoglie troppa energia e ha bisogno di un rilascio immediato. Questo è ciò che sta dietro all’atto di colpire.

Ed è per questo che, quando sei arrabbiato, è molto utile colpire un cuscino, picchiare un cuscino: fa lo stesso effetto. Non importa chi stai picchiando. Non ha senso picchiare tua moglie, tuo figlio o il tuo amico: puoi picchiare un cuscino. Perché la cosa importante non è colpire, ma che l’energia accumulata è troppo pesante. Deve essere rilasciata, deve essere alleggerita.

Quando la mente diventa silenziosa, la mano fa dei gesti diversi. Quando la mente diventa assolutamente silenziosa, lo si vede dai gesti della mano. Hanno una grazia e un’eleganza che non sono di questo mondo: i gesti di un Buddha sono gesti di illuminazione.

I meditatori si sono seduti per secoli nel modo in cui vi sedete adesso per un motivo particolare. Una mano sull’altra crea un cerchio di energia: nulla è rilasciato. Dalla mano sinistra si sposta a destra e continua a girarti dentro: è un corto circuito! È immensamente potente. Raccoglie energia e la raccoglie in un modo diverso, non come pugno, perché quella è una linea spezzata in cui l’energia diventa troppa e deve essere rilasciata. Ma quando l’energia si muove in circolo non c’è bisogno di liberarla. Ecco perché in meditazione ci si siede in questo modo.

Ricorda e osserva che a volte troverai la mano sinistra in alto, a volte la mano destra. Non imporre alcun modello: qualunque sia il bisogno, l’energia prenderà quella forma. Quando la parte sinistra del cervello vuole rilasciare energia, assumerà una certa forma e quando è la parte destra del cervello a essere troppo carica, allora ci sarà un gesto diverso.

Puoi diventare un grande meditatore attraverso i gesti delle mani... Quindi, seduto in silenzio, gioca, lascia libera la tua mano... e rimarrai sorpreso.
È magico.


Testo di Osho da: The Madman’s Guide to Enlightenment 




Da Calcata a Treia - Memoria sulla Festa dei Precursori del Circolo Vegetariano VV.TT.

 

La sede  del  Circolo Vegetariano VV.TT. di Calcata fu inaugurata il 26 aprile 1984, da allora -in memoria e riproposizione dell'evento- ogni anno in prossimità di quella data  fu indetta quella che oggi chiamiamo "La Festa dei Precursori". L'ultima edizione calcatese si tenne nel 2010  all'insegna del detto "Un raggio di sole è sufficiente per spazzare via molte ombre" (S. Francesco d’Assisi),  ed infatti ormai stanco di sottostare alle ombre che stavano oscurando  la Valle del Treja, dopo 33 anni di resistenza,  dal 3 agosto 2010 presi domicilio a Treia, nella casa avita della mia nuova compagna Caterina Regazzi.
Allora scrissi anche un articolo "Dal Treja a Treia" in cui annunciavo la partenza e lo spostamento dalle rive del Treja, il fiume che circonda Calcata, al monticello di Treia, in provincia di Macerata (vedi: http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2012/03/dal-treja-treia-e-mo-che-paolo-non-sta.html).
Con Macerata avevo già avuto a che fare in passato, nel dicembre del 1973 tornato dall'epico viaggio che mi aveva portato prima in Africa e poi in India, ove conobbi il mio Guru, Swami Muktananda e, convalescente, per via di un'epatite che mi ero beccato mangiando troppi dolcetti a Bombay, non trovai di meglio che andare nell'albergo che mio padre gestiva in quella città e vi rimasi per una quindicina di giorni a riposo. Inutile qui raccontare i vari spostamenti successivi... fanno parte di un percorso lontano e misterioso, sta di fatto che il destino mi ha fatto tornare nella provincia di Macerata, forse per finirci i miei giorni come avvenne a mio padre, le cui spoglie riposano nel cimitero maceratese...

Ma non voglio "prevedere"  oltre alcunché di quel che mi aspetta, il passato è conosciuto solo a chi l'ha vissuto ed il futuro è ignoto a tutti, per cui mi limito oggi a rivedere alcuni aspetti del mio trasferimento, e lo farò tirando fuori da un vecchio cassetto alcune memorie che testimoniano il mio vivere vegetariano e naturista a Calcata ed  i primi momenti del mio vivere a Treia.  
Calcata - La vecchia sede del Circolo Vegetariano VV.TT. 
Ero giunto a Calcata verso il 1975/76, primo di un gruppetto di amici precursori, ed ero già vegetariano ed oltre ad occuparmi di teatro, canti sacri, yoga e mostre d’arte (la prima galleria di Calcata fu da me fondata nel 1978 e si chiamava Depend’Arp) organizzavo anche pranzi all’aperto, ovviamente vegetariani, e con ciò iniziai -di fatto-quello che poi divenne il Circolo Vegetariano VV.TT.

Anche all'inizio usavo il sistema di “ognuno porta qualcosa” e talvolta, se non c’era spazio nella piazzetta di Porta Segreta, dove abitavo, andavamo nella piazzetta di San Giovanni, sui gradini altissimi della chiesa dove oggi c’è un piccolo museo d’arte contadina, oppure fuori porta dove c’era un ristorantino che ci accoglieva come ospiti a “mezzo-servizio”. Fausto Aphel, il proprietario, come noi un nuovo venuto in spirito pionieristico, ci preparava panini con insalata e formaggio prodotti da lui stesso. Il pomeriggio si andava a bere la cioccolata calda in un altro localetto, aperto da Giovanna Colacevich, la Latteria del Gatto Nero (ci lavorò pure il giovane Vittorio Marinelli), che a volte ospitava i nostri incontri estemporanei…. E così capitò che un bel giorno venne a trovarci Anna Maria Pinnizzotto, giornalista del Paese Sera, la quale aveva ricevuto l’invito, da un comune amico e suo collega, Roberto Sigismondi, per “venire a  conoscere la realtà alternativa di Calcata ed il nostro programma de "La Due Giorni Vegetariana”. Emozionato per l’importanza ricevuta le fui al fianco per un’intera giornata  e fra una chiacchiera e l’altra ne sortì fuori un  magico articolo (che  potete leggere qui:    http://www.circolovegetarianocalcata.it/2008/10/01/anna-maria-pinizzotto-racconta-il-nostro-vivere-vegetariano-e-naturista-a-calcata-una-testimonianza-preziosa-dei-primi-anni-quando-il-circolo-era-in-gestazione/…)
Ma ora  passo  al momento del mio trasferimento a Treia,  in cui  Manuel Olivares, fondatore di Vivere Altrimenti, pubblicò un  libro di memorie e corrispondenza  intercorsa tra me e la mia  compagna Caterina Regazzi. Relativo anche  alla transizione in corso e  sugli ultimi miei mesi di permanenza  nella Valle del Treja (in previsione del trasferimento a Treia). Il titolo del libro è "Vita senza tempo", di cui sono rimaste in circolazione solo pochissime copie.
Comunque,  malgrado lo spostamento  dal Treja a Treia, ogni anno per festeggiare la nascita del Circolo vegetariano VV.TT. facciamo festa: “La Festa dei Precursori". La  prima volta  a Treia,  fu dal 7 al 15 maggio 2011. In quell'occasione  parteciparono "precursori"  provenienti dalla Tuscia e da altri luoghi d'Italia, una  grande kermesse  alla quale  Caterina  ed io   invitammo amici vecchi e nuovi per lanciare questa  nuova avventura  da condividere e da raccontare…
Treia 2011 - Tavola rotonda nella Sala Comunale 

"Maggio a Treia: 27° anniversario del Circolo vegetariano VV.TT. – Fioriscono le rose, Wesak, Calendimaggio, Beltane…. dal 7 al 15 maggio 2011, nell’antica città dedicata a Trea / Iside"

L'occasione della Festa non era solo la celebrazione  del 27° anniversario della fondazione del Circolo Vegetariano   ma anche  per inaugurarne la nuova sede di  Treia (Macerata).

Tra la fine di Aprile ed i primi di maggio  tradizionalmente si tengono le cerimonie dedicate  alla Madonna, la Grande Madre, ai matrimoni, alla fioritura ed alla bellezza della natura, il segno zodiacale relativo è quello del Toro, in occidente, e del Serpente in Cina, simboli di saggezza e conoscenza. Inoltre ci troviamo in prossimità del Wesak, ovvero la ricorrenza della nascita del Buddha, e del Calendimaggio, chiamato anticamente Beltane, ovvero il periodo situato a metà fra l’equinozio di primavera ed il solstizio estivo (astronomicamente il giorno corretto è il 5 maggio).

I festeggiamenti di questa prima "riedizione" della Festa dei Precursori a Treia  iniziarono il 7 maggio,   comprendendo vari aspetti della conoscenza della natura e della vita, in particolare la trasmissione  della conoscenza di cure naturali, agricoltura biologica, alimentazione bioregionale, spiritualità della natura, canti armonici e passeggiate erboristiche.
L’antica città di Treia conserva ancora la tradizione matristica, sotto forma di culto alla Dea Iside, che poi si trasformò in venerazione della Madonna Nera. La prerogativa di questa fede è quella di mantenere la vicinanza fra l’uomo e la Madre Terra, nel riconoscimento che la natura stessa è la nostra casa e la matrice di ogni vita.

Il primo giorno della Festa, il 7 maggio 2011, tenemmo presso il Comune di Treia una tavola rotonda sul tema: “Cure naturali, agricoltura biologica, alimentazione bioregionale e spiritualità ed arte della natura”, compresa la presentazione di libri in tema, e per l’occasione  furono invitati esperti naturopati ed erboristici, chimici, psicologi, dietisti, rappresentanti dei consumatori e specialisti in agricoltura ecologica per un necessario dibattito e confronto sulle varie discipline e su come poter mantenere l’organismo e l’ambiente in buona salute. L’incontro fu allietato anche da esibizioni poetiche e canore e da letture sulla tradizione contadina e dalla proiezione di diapositive.
Treia 2011. Composizione vegetale nella Sala Comunale 

La scaletta era:
Proiezioni in continuo di immagini sull’agricoltura contadina  di Nazareno Crispiani
Benvenuto del Sindaco Luigi Santalucia e degli Amministratori Comunali
Saluto del Presidente Accademia Georgica, prof. Carlo Pongetti
Con interventi di:
Avv. Vittorio Marinelli, pres. European Consumers
Prof. Benito Castorina, docente Economia Agraria
Dr.ssa Milena Auretta Rosso, iridologa e naturopata
Signora Sonia Baldoni, erborista
Signora Lucilla Pavoni, scrittrice
Geologo Stefano Panzarasa, scrittore e musicista
Dr. Giorgio Vitali, chimico farmaceutico
Dr.ssa Caterina Regazzi, medico veterinario
Moderatore: Paolo D’Arpini.

Il secondo giorno, domenica 8 maggio 2011, fummo invece sul campo per apprendere i rudimenti dell’erboristeria e del riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, a cura di Sonia Baldoni, al termine si poteva partecipare ad un semplice laboratorio per la preparazione di prodotti erboristici, soprattutto derivati dai petali di rosa che in questo momento dell’anno abbondano. Nello stesso giorno potemmo condividere il cibo bioregionale vegetariano da ognuno portato, in un simposio conviviale. Si tenne anche   un momento di sharing matristico, con Antonio D'Andrea, di Vivere con Cura,  sulle esperienze “casalinghe” da ognuno vissute, l’esecuzione di canti armonici ed una meditazione collettiva.

Inoltre l’8 maggio si inaugurava una mostra d’arte, sul tema trattato, nella nuova sede del Circolo vegetariano VV.TT. di Treia in Via Sacchette, 15/a (Vicino Porta Mentana o Montana). La mostra restò aperta sino al 15 maggio 2011.
Fra gli artisti che esponevano si notavano, tra gli altri: Domenico Fratini, Renata Bevilacqua, Orietta Duca, Nazareno Vicarelli,  Daniela Spurio e diversi altri. L'intera manifestazione  si svolgeva con la partecipazione ed il patrocinio morale del Comune e dell’Accademia Georgica di Treia.

Ed ora, per contraltare con la storia su Calcata, voglio segnalare (scusate la lunghezza dell'intera memoria...) l'articolo che  la professoressa Antonella Pedicelli, affascinante e culturalmente preparata, ha scritto su Treia (Vedi: http://treiacomunitaideale.blogspot.com/2016/05/qualche-parola-sulla-citta-di-treia-dal.html). Questo articolo è inserito nel libro "Treia. Storie di vita bioregionale", una sorta di diario "day by day"  in cui narro diverse avventure da me vissute durante  i primi anni di permanenza a Treia.

Paolo D’Arpini, presidente Circolo vegetariano VV.TT.
Via delle Sacchette, 15/a – 62010 Treia (Macerata)
Tel. 0733/216293 – circolovegetariano@gmail.com
Treia - Paolo D'Arpini e Caterina Regazzi


Osho: "Il vuoto ed il pieno si equivalgono"

 


Comprendere di essere parte del Tutto, che il Tutto ti appartiene, che tu appartieni al Tutto, è un'incredibile realizzazione.
È una delle comprensioni più squisite: noi non siamo separati dalle montagne, non siamo separati dagli alberi, non siamo separati dagli oceanico, non siamo separati da nessuno e da nulla.

Siamo tutti interconnessi, intessuti in un'unità.
Ciò che si guadagna da questa comprensione è immenso, ma non esiste alcun senso dell'io, di me, del mio.
Per ciò che concerne queste cose, si ha solo un assoluto silenzio e un vuoto. Ma questo vuoto non è semplice assenza o mancanza.
"Potremmo svuotare questa stanza - possiamo togliere tutti i mobili, svuotare tutto ciò che la riempie - e chiunque verrà dirà: "La stanza è vuota" Questo è il modo di vedere le cose, ma non è quello giusto. Il modo giusto è questo: adesso la stanza è piena di vuoto. Prima il vuoto era ostacolato, spezzato in frammenti a causa dei tanti mobili, e quell'infinità di oggetti gli impediva di essere un'unica cosa: adesso è un'unità."
Anche il vuoto esiste. È essenziale; in sé non implica che non esista.

Una persona vuota di gelosia diventerà colma d'amore, qualcuno vuoto di stupidità diventerà pieno di intelligenza.
Ogni vuoto ha la propria pienezza.

E se non riesci a cogliere la pienezza che affiora con ogni vuoto, in maniera del tutto oggettiva ed evidente, sei cieco.....
Osho



"Atomismo Logico" - Bertrand Russell, Wittgenstein ed il Circolo di Vienna



Il grande sviluppo delle attività scientifiche indusse una serie di importanti filosofi ad affrontare i problemi connessi con la correttezza dei metodi di ricerca e la verifica della correttezza delle teorie scientifiche. Bertrand Russell (1872-1970), impegnato insieme a Whitehead in un tentativo di costruire un sistema logico-matematico assiomatico, si interessò anche ai problemi della conoscenza dando luogo ad una corrente filosofica che prese il nome di “Atomismo logico (1)(6).

Russell infatti – ponendosi sotto certi aspetti nel grande filone dell’empirismo britannico – ritiene che la realtà sia fatta di singoli fatti “atomici” (cioè elementari) – tutti in relazione tra loro - che vengono percepiti direttamente dai nostri sensi, ricorrendo anche al coordinamento tra vari sensi (inferenza multi-sensoriale ben nota anche ai filosofi antichi). I fenomeni della realtà vengono poi ricostruiti dalla nostra attività logica. Russell dice esplicitamente che l’oggetto che cade sotto la nostra sensibilità e la sensibilità stessa sono cose diverse, assumendo quindi una posizione “realista” che dimostra l’influenza che avuto sul suo pensiero il “realismo” di Moore, di cui ci interesseremo più avanti (1)(6).

Anche se il mondo esterno esiste, tuttavia potremmo anche ingannarci sulla reale presenza degli oggetti, per cui la conoscenza rimane affetta da un certo grado di incertezza. Ai singoli fatti corrispondono singole proposizioni “atomiche” che non sono formate solo da soggetto e predicato (ad esempio: questa cosa è bella), ma esprimono anche relazioni tra cose (questi aspetti linguistici del pensiero di Russell mostrano l’influenza della filosofia dell’amico Wittgenstein, di cui ci interesseremo più avanti). Le proposizioni complesse sono somma di proposizioni atomiche, e la verità di una proposizione è espressa solo dalla sua corrispondenza a fatti veri. Bisogna sempre riferirsi per una verifica ai fatti atomici elementari di partenza. Distaccandosi – in questo - dal pensiero di Wittgenstein, Russell afferma che non basta usare un linguaggio, che non porti a contraddizioni logiche, per giungere alla verità(1).

Il pensiero di Russell dette un significativo contributo alla corrente che prese il nome di “Empirismo logico” o “Neo-positivismo”, che ebbe poi nel Circolo di Vienna fondato nel 1922 da Moritz Schlick il suo principale caposaldo(1)(2)(6). Di questo circolo fecero parte Rudolf CarnapOtto Neurath, il matematico Hans HahnFriedrich Weismann, ecc. Il Circolo di Vienna fu in corrispondenza con l’analogo circolo berlinese diretto da Hans Reichenbach, e fu frequentato per qualche tempo anche dal logico ceco Gödel, dal filosofo statunitense Quine, da Wittgenstein, da Karl Popper e dal britannico Alfred Julius Ayer (1910-1989). Di molti di loro ci interesseremo in seguito. Dopo l’assassinio di Schlick nel 1936 ad opera di un fanatico nazista, e dopo l’annessione dell’Austria al Reich nazista nel 1938, il circolo – che aveva mantenuto sempre un carattere progressista e laico – fu poi chiuso definitivamente. Molti dei suoi membri si rifugiarono in Inghilterra, come Neurath, o negli Stati Uniti, come Carnap ed il berlinese Reichenbach.

I membri del circolo - in particolare Rudolf Carnap (1891-1970), forse la figura più significativa - ma anche Ayer, ecc, sostenevano che la conoscenza coincide con le forme linguistiche che la esprimono, che non devono contenere contraddizioni. Gli enunciati possono essere “analitici” se sono frutto solo della logica deduttiva (e quindi sarebbero “veri a priori”, come gli enunciati matematici, che sono però “tautologici”, cioè non ci dicono nulla di nuovo sulla realtà), oppure “sintetici” (o “empirici”) se derivano dai “fatti” osservati cui bisogna sempre tornare per verificare la verità dell’enunciato (“verificazione”). Il criterio di ridursi sempre alle sensazioni iniziali (derivata da Mach), o agli oggetti fisici corrispondenti alle sensazioni (posizione più “realista” assunta in un secondo tempo da Carnap) viene chiamata “riduzionismo”. Gli enunciati sono “veri” se le sensazioni e gli oggetti sono “veri”. Se gli enunciati non sono verificabili, sono metafisici e privi di significato. Gli enunciati teorici sono abbreviazioni di una serie di enunciati direttamente verificabili. Le leggi sono enunciati universali, tanto più “probabili” se verificati in molti casi.

Si può dire che il pensiero antimetafisico di questo gruppo di filosofi ribadisce la validità del pensiero scientifico, basato sull’esperienza e l’induzione, accentuandone, però, gli aspetti logico-linguistici e convenzionali (sotto l’influenza di Wittgenstein Mach: vedi N. 95). Varie critiche furono avanzate da altre correnti filosofiche al criterio di “verificazione” sperimentale che non ci porterebbe a risultati certi (per la possibilità di presenza di casi non previsti dalla verifica). Giustamente Ayer rispose che la verifica fatta in molti casi ci porta a stabilire un alto grado di probabilità per una certa teoria, che è un risultato scientificamente accettabile. Anche Reichenbach, che fu anche uno studioso di Fisica Quantistica, era un sostenitore del probabilismo delle teorie scientifiche sostenuto dall’esperienza.

Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein studiò in Inghilterra a Cambridge dove strinse una fruttuosa amicizia con Russell. Tornato in patria per arruolarsi come soldato nella guerra 1915-18, traversò nel dopo-guerra un periodo di crisi psicologica in cui fece anche il giardiniere. Nel 1921 pubblicò in tedesco la sua opera maggiore, il “Tractatus logico-philosophicus”, tradotto in inglese l’anno seguente, che gli dette un’enorme fama. Egli sostiene che il mondo è una totalità di “fatti” e che il linguaggio è la loro raffigurazione. Il linguaggio – che può essere semplice o complesso - ha senso solo se rappresenta la struttura logica di un possibile fatto. Ne consegue che l’unico linguaggio valido è quello scientifico, che esprime relazioni verificabili tra fatti. Le proposizioni meramente filosofiche sono senza senso perché si interessano di metafisica. I filosofi dovrebbero solo distinguere ciò che si può dire (cioè che ha un senso) dall’indicibile privo di senso.

Tuttavia, dopo aver trascorso 10 anni come insegnante a Cambridge tra il 1936 ed il 1946, e dopo aver traversato un nuovo periodo di crisi in cui visse come eremita in Irlanda, il filosofo fece autocritica nell’opera “Ricerche Filosofiche”, dove rivalutò tutte le forme di linguaggio comune. Il significato del linguaggio dipenderebbe dall’uso che se ne fa in un certo contesto, e non dalla verificabilità. Basta che rispetti le “regole del gioco” che si è scelto (ad esempio, anche in ambito religioso, sociale, morale, ecc.). Compito del filosofo è chiarificare il pensiero ed eliminare i non-sensi. Il pensiero di Wittgenstein, considerato nel mondo anglosassone come il massimo filosofo del secolo, appare – a chi scrive – apprezzabile (almeno per quanto riguarda il “Tractatus”), ma forse troppo appiattito sul tema del linguaggio, ed inoltre in parte contraddittorio per quanto riguarda le “Ricerche”; quindi limitato sotto vari aspetti.

Più incisivo sotto vari aspetti appare il pensiero dell’inglese George Edward Moore (1873-1956), professore a Cambridge, che, seguace in un primo tempo del pensiero di Francis Herbert Bradley (1846-1924), che aveva introdotto in Inghilterra la filosofia idealista, poi se ne distaccò decisamente diventandone avversario e sostenitore del neo-realismo filosofico. Nell’opera “Confutazione dell’Idealismo” del 1903 Moore critica Berkeley (N. 55) affermando decisamente che “essere” ed “essere percepiti” sono due cose diverse. Il filosofo difende il “senso comune” per cui sappiamo intuitivamente che il mondo esterno esiste indipendentemente dalle nostre percezioni, e non solo nella nostra mente. Le differenze e l’articolazione delle nostre sensazioni corrispondono a differenze e all’articolazione degli oggetti esterni a noi. Egli, inoltre, rivaluta ed apprezza anche il linguaggio “comune”. Anche il collaboratore di Russell Whitehead aderì al “neo-realismo”, salvo poi a perdersi in successive elucubrazioni metafisiche. Negli Stati Uniti il neo-realismo, introdotto dal Prof. W.P. Montague (1878-1953) dell’Università Columbia, fu rappresentato dal noto filosofo di origine spagnola George Santayana (1863-1952); ma anche quest’ultimo poi aderì ad una visione metafisica dualistica, distinguendo tra una realtà naturale ed una presunta “essenza” spirituale.

Un altro frequentatore del Circolo di Vienna, Kurt Gödel(3)(4)(5), trasferitosi poi negli Stati Uniti a Princeton dove divenne per 15 anni intimo amico di Einstein, si distinse giovanissimo nel 1930 per aver pubblicamente messo in crisi il sistema logico di Hilbert durante il Congresso matematico di Königsberg (vedi N. 93). L’anno seguente Gödel illustrò il suo “primo teorema dell’incompletezza”, in cui dimostrava che nel sistema di Hilbert sarebbero sempre rimasti degli enunciati matematici indimostrati. Nel 1934 fu pubblicato un “secondo teorema dell’incompletezza”, in cui si dimostrava che la coerenza di un sistema del tipo rigoroso sviluppato da Hilbert era indimostrabile (e che era impossibile dimostrare la verità di un insieme di assiomi con un algoritmo, cioè una formula matematica computabile, come ipotizzato da Hilbert).

Questi risultati, che hanno indotto l’allievo di Hilbert, Von Neumann, a considerare Gödel - forse con qualche esagerazione – il più grande logico dopo Aristotele, hanno comunque indotto una discussione sui fondamenti della matematica. Il matematico spagnolo M. Madrid Casado afferma che la matematica non è un singolo edificio compiuto e perfetto, ma come una città in costruzione dove molti edifici sono in ristrutturazione, o in disarmo. Ironizza anche sul fatto che molti matematici costruiscono teorie utili (come quelle atte a risolvere le equazioni differenziali o ad attuare analisi funzionali utili in fisica) e poi nel weekend si dedicano alla logica matematica, attività tanto amata dai filosofi.

In effetti tutta la teoria logica degli insiemi di Cantor, Hilbert, ecc. – già contestata all’inizio del ‘900 sia dai matematici “intuizionisti” guidati dall’olandese Luitzen Brouwer (1881-1966), che ritenevano la matematica frutto di intuizione razionale (non metafisica) della nostra mente, sia dai matematici “platonici” che ritenevano gli oggetti matematici come entità esistenti, da scoprire – fu continuata dall’allievo Von Neumann e dal gruppo francese noto col nome collettivo di  “Bourbaki”, e fu molto in auge fino agli anni ’60 e ’70 del ‘900; ma oggi è alquanto passata di moda.

Vincenzo Brandi 




(1) L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

(2) P. Di Porto, “La Scienza austriaca”, presentazione di seminario, comunicazione on-line

(3) RBA, “Le grandi Idee della Sc. – Hilbert”

(4) RBA, “Le grandi Idee della Sc. – Gödel”

(5) RBA, “Le grandi Idee della Sc. – Von Neumann”

(6) W.Adorno ed altri, “Storia della Filosofia”, Laterza 1987

il No alla NATO di Sandro Pertini: "Noi siamo contro il Patto Atlantico, prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra...."

 


Sandro Pertini, nel discorso al Senato del 7 marzo 1949 in cui votò contro l'adesione dell'Italia alla Nato.

"Noi siamo contro il Patto Atlantico, prima di tutto perché questo Patto è uno strumento di guerra. [...] Ma il nostro voto è ispirato anche ad un'altra ragione. Questo Patto Atlantico in funzione antisovietica varrà a dividere maggiormente l'Europa, scaverà sempre più profondo il solco che già separa questo nostro tormentato continente. [...] Una Santa Alleanza in funzione antisovietica, un'associazione di nazioni, quindi, che porterà in sé le premesse di una nuova guerra e non le premesse di una pace sicura e duratura. Noi siamo contro questo Patto Atlantico dato che esso è in funzione antisovietica. Perché non dimentichiamo, infatti, come invece dimenticano i vostri padroni di oltre Oceano, quello che l'UnioneSovietica ha fatto durante l'ultima guerra. Essa è la Nazione che ha pagato il più alto prezzo di sangue. Senza il suo sforzo eroico le Potenze occidentali non sarebbero riuscite da sole a liberare l'Europa dalla dittatura nazifascista. [...]

E noi socialisti sentiamo che se domani per dannata ipotesi dovesse crollare l'Unione Sovietica sotto la prepotenza della nuova Santa Alleanza, con l'Unione Sovietica crollerebbe il movimento operaio e crolleremmo noi socialisti.[...]
Parecchi di voi si rallegrarono quando videro piegata sotto la dittatura fascista la classe operaia italiana e costoro non compresero che, quando in una Nazione crolla la classe operaia, o tosto o tardi con la classe operaia, finisce per crollare la Nazione intera. [...]

Oggi noi abbiamo sentito gridare "Viva l'Italia" quando voi avete posto il problema dell'indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l'indipendenza della Patria! Onorevole Presidente del Consiglio, domenica scorsa a Venezia, in piazza San Marco, sono convenuti migliaia di partigiani da tutta l'Italia ed hanno manifestata precisa la loro volontà contro la guerra, contro il Patto Atlantico e per la pace. Questi partigiani hanno manifestato la loro decisione di mettersi all'avanguardia della lotta per la pace, che è già iniziata in Italia, essi sono decisi a costituire con le donne, con tutti i lavoratori una barriera umana onde la guerra non passi. Questi partigiani anche un'altra volontà hanno manifestato, ed è questa: saranno pronti con la stessa tenacia, con la stessa passione con cui si sono battuti contro i nazisti, a battersi contro le forze imperialistiche straniere qualora domani queste tentassero di trasformare l'Italia in una base per le loro azioni criminali di guerra. Per tutte queste ragioni noi voteremo contro il Patto Atlantico".