Calcata, 28 febbraio 2002 - "Rapina in via della Lira..."


Calcata vista da Via della Lira (ex Via Cadorna)

Calcata. Quella mattina, del 27 febbraio 2009,  arrivato come al solito al bivio della chiesetta, dove lateralmente inizia la stradina di Capomandro oppure continua  la salita per via della Lira, mi sono soffermato a riprender fiato proprio davanti alla lapide che ricorda la nostra gloriosa moneta: “17 marzo 1861 – 28 febbraio 2002″, nascita e morte. Da una parte l’inizio dell’unità d’Italia e dall’altra l’entrata monetaria nella comunità europea… ben 141 anni di storia patria! Una veneranda età per davvero…
Mentre osservavo pensoso la lapide già scalfita -non dal tempo, poiché risale a pochi anni fa, ma dallo sfregio incivile del solito capo sderenato di Calcata- mi sono ricordato di quel fatidico 28 febbraio 2002. Quello era il giorno in cui bisognava cambiare la valuta ed avevo raccolto tutte le lire lasciate in giro nei vari cassetti e nascondigli (per la mia inveterata abitudine di conservare qualcosa per i tempi peggiori) aveva perciò raggranellato una bella cifretta di un centinaio di mila lire: carte da 20, da 10, da 5, da due, da mille, da cinquecento, monete da 200, da 100, da 50 ed altri spiccetti… carico così del mio tesoretto ero andato all’ufficio postale, armato della macchinetta convertitrice che il Berlusconi aveva regalato a tutti gli italiani, per fare i conti giusti sul cambio.
Ricordo l’impiegata postale tutta presa dalla sua funzione di cambiavalute che contava le lire, faceva i conti mi chiedeva di controllare e poi mi metteva davanti agli occhi alcune cartine piccole piccole, sembravano i soldi del monopoli, ed una manciatina di monetine quasi invisibili… Rimasi di sasso… e capii subito che ero stato fregato! Io avevo dato un mucchio abnorme di lire, sufficienti per vari giorni di sopravvivenza e lei mi restituiva i soldini per il caffè…
Infatti di lì a poco scoprii che il cambio ufficiale non significava un fico secco, la macchinetta di Berlusconi era una specie di “giochetto” per ragazzini scemi, in realtà i cinque euro erano diventati come le cinquecento lire di qualche anno prima…
Poi nel corso degli anni continuai a scovare in varie saccocce di vestiti vecchi od in libri o in mezzo alle carte delle fatture pagate o da pagare diversi biglietti da mille dimenticati, ma che potevo farci ormai? Sarei dovuto andare alla sede della Banca d’Italia e costava più l’impresa che la resa…
Con questi pensieri che mi frullavano in testa sono salito al solito baretto del paese nuovo e mi sono fatto il conto di quanto andavo spendendo…(facendo il conto in vecchie lire)  duemila qua, tremila là, e poi al supermercatino: duemila e ottocento per 120 grammi di orzo in polvere, duemilaquattrocento per 2 paninetti all’olio, etc. etc. debbo dire che sono rimasto un po’ scocciato e mi son detto “ma chi ce l’ha fatto fare di diventare "ricchi" con l'Euro (come aveva annunciato Prodi)  se la ricchezza  serve ad essere più poveri?”
Paolo D’Arpini

Paolo pensoso


Articolo in sintonia: 

Guerre di "spopolamento" - Il problema della sovrappopolazione era già presente nella remota antichità


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1. Il motivo della “guerra di spopolamento” rappresenta un caso di concordanza greco-indiana da tempo noto agli studiosi (1): tanto le saghe di Troia e di Tebe quanto il grande scontro fra Pāṇḍava e Kaurava erano infatti motivati, sub specie divina, come interventi volti a riequilibrare il rapporto fra popolazione e ambiente. Sebbene in India tale motivo appaia ben sviluppato solo a partire dal Mahābhārata, passando poi, con vari adattamenti, ai Puraṇa, è stato opportunamente rilevato come la concezione di una terra (sop)portatrice del peso di uomini e cose sia già ben presente nel R̥gveda(RV) e nell’Atharvaveda (AV) . Qui gli elementi che gravano sulla terra sono “montagne” (RV V 84.1; AV-VI 17.3), “alberi” (RVX 60.9; AVIV 26.5; VI 17.2), “uomini” (AV IV26.5; XII 1.15), “colonne sacrificali”(RV X 18.12); la terra è inoltre “portatrice di tutto”, viśvaṃbharā́ (AV XII 1.6). Prevale, in questi passi, l’uso della radice bhar-, da intendersi nella triplice, pregnante accezione di “portare, generare, sopportare”. La differenziazione talora individuabile in vedico fra “terra divina, animata”(pr̥thivī́ ) e “suolo”(bhū́mi-) (2) rende possibile che la terra sopporti il peso di se stessa,come in RV VII 34.7:

úd asya śúṣmād bhānúr nā́rta bíbharti bhārám pr̥thivī́ nà bhùma//
“Come un raggio di sole [si irradia], così [il sacrificio] si è irradiato dalla sua energia; porta il peso come la terra il suolo”.

In questa stanza la sopportazione della terra è assunta come elemento topico di similitudine, non diversamente che in AV VI 17, un incantesimo per scongiurare l’aborto il cui refrain suona:

yátheyám pr̥thivī́ mahī́ dadhara ….
evā́ te dhriyatāṃ gárbho ánu sū́tuṃ sávitave
“Come questa grande terra porta saldamente [l’embrione, gli alberi, le montagne, gli esseri viventi], così il tuo embrione rimanga saldo [nel grembo] dopo il concepimento perché possa nascere!”.

Il passo più interessante è però offerto da AV XII.I,il celebre inno in cui la terra, dedicataria del componimento, viene definita “paziente” (str. 29):

vimŕ̥gvarīṃ pr̥thivī́m ā́ vadāmi/ kṣamā́ṃ bhū́miṃ bráhmaṇā vāvr̥dhānā́m//
“La terra pura invoco, il suolo paziente, accresciuto dalla formula sacra”.

Si tratta della prima attestazione in antico indiano dell’aggettivo kṣamá– “paziente, sofferente”, corradicale di kṣam- “soffrire”(RV+). La menzione di kṣamá- accanto a pr̥thivī́ e a bhū́mi- rivela la volontà di trovare un’etimologia per kṣám- (nom. kṣā́ḥ), il nome indoeuropeo della “terra”, qui assente ma in realtà suggerito dall’unione del significantekṣamā́m con i significati di pr̥thivī́ e bhū́mi-. La “terra” porta quindi scritto nel suo stesso nome (kṣám-) quell’atteggiamento “paziente” (kṣamá-) che la caratterizza nella fatica, quotidiana ed eterna, di (sop)portare il peso di tutte le creature. Nella lingua classica, peraltro, molti epiteti sostitutivi del nome, quali dharaṇī, dharitrī, bhāratī, “la portatrice”, e lo stesso kṣamā si riferiscono al compito cui la terra è stata destinata.

2. Nel Mahābhārata il tema del delicato equilibrio fra popolazione e ambiente è centrale: la terra in persona si reca presso gli dèi per chiedere di essere alleggerita dal peso eccessivo degli uomini, cresciuti a dismisura; gli dèi le promettono allora di scatenare un sanguinoso conflitto che spopolerà il mondo. Il noto motivo, che è ritenuto già indoeuropeo se non addirittura indomediterraneo (vd. par. 6), assume molte implicazioni nella letteratura epica e puranica e si intreccia con il mito del diluvio.
Le testimonianze del Mahābhārata sono molteplici; si offre di seguito uno specimen dei luoghi significativi (3):

a. I.58: La terra, grazie all’opera di Rāma, prospera sotto il dharma. Gli uomini si moltiplicano, ma anche gli Asura, incarnatisi nelle più diverse creature, crescono di numero. La terra non può più sopportare il suo stesso peso e si reca da Brahmā chiedendo di essere alleviata. Brahmā esorta gli dèi a scendere sulla terra e a sterminare gli Asura;

b. III.42: Arjuna riceve la verga da Yama (il dio della morte) con il compito di alleggerire la terra;

c. III.141 (ed. Bombay) (4): Lomaśa racconta a Yudhiṣṭhira che Viṣṇu, in forma di cinghiale, riportò in superficie la terra, sprofondata nell’oceano a causa del peso delle troppe creature che avevano cessato di morire perché Yama, dio della morte, non esercitava il suo ufficio;

d. III.186: Mārkaṇḍeya narra che alla fine di ogni kalpa i costumi morali e religiosi decadono; troppi uomini nascono, un grande diluvio è necessario per purificare la terra (non si fa però esplicito accenno alla “sofferenza”);

e. VII.52-54(ed.Bombay)(5), XII.248-250: Bhīṣma spiegaa Yudhiṣṭhira l’origine della morte. In principio Brahmā dovette bruciare le creature moltiplicatesi in eccesso perché la terra in persona, oppressa dal loro peso, gli disse che aveva paura di affondare; in seguito il dio risolse ogni problema creando la morte, donna bellissima le cui lacrime di compassione verso gli esseri viventi generano disgrazie e malattie;

f. XI.8: Vyāsa consola Dhr̥tarāṣṭra, prostrato dalla guerra e dallo sterminio dei figli, spiegandogli che ciò avviene per una necessità superiore: la terra ha chiesto di essere alleviata dal peso degli uomini;

g. XII.202: Viṣṇu, incarnandosi in cinghiale, salva la terra oppressa dagli Asura e dai Dānava.

Dai numerosi accenni contenuti nel poema risulta che l’alleggerimento della terra non è solo motivazione contingente della guerra in atto sulla piana di Kuru: esso si è ripetuto all’inizio dei tempi, nella mitica età chiamata Kr̥ta(brano c) o quando ancora la morte non esisteva e Brahmā dovette crearla non per odio verso le creature ma per necessità di liberare il mondo (e). L’ineluttabilità della morte è argomento di consolazione per il re Anukampaka, incapace di accettare la scomparsa del figlio(e), e per Dhr̥tarāṣṭra(f), che, solo dopo aver ascoltato le sagge parole di Vyāsa, è in grado di inscrivere la propria disgrazia in un più vasto piano cosmico che il dolore gli impediva di riconoscere:

mahatā śokajālena praṇunno’ smidvijottama/ nātmānam avabudhyāmi muhyamāno muhurmuhuḥ

“Sono spinto [a parlare così] dalla grande trappola del dolore (6), o supremo fra gli esseri nati due volte! Essendo sempre confuso non percepisco me stesso!” (XI.8.46).

In alcune versioni del mito la terra manifesta la paura di “sprofondare” nelle acque oceaniche:

iyaṃ hi māṃ sadā devī bhārārtā samacodayat/ saṃhārārthaṃ mahādeva bhāreṇāpsu nimajjati//

“La dea terra, continuamente afflitta dal peso [delle creature], mi spinse, o Mahādeva, a distruggerle, poiché a causa del peso le sembrava di sprofondare nelle acque” (XII.249.4) (7);

oppure essa sprofonda e, dall’abisso oceanico, è costretta a chiedere l’aiuto di Viṣṇu, il quale, assunto l’avatāra del cinghiale (varāhā­vatāra) (8), scende sul fondo dell’oceano per salvarla riportandola in superficie (9):

idaṃ dvitīyam aparaṃ viṣṇoḥ karma prakāśate/ naṣṭā vasumatī kr̥tsnā pātāle caiva majjitā/ punar uddhāritā tena vārāhenaikaśr̥ṅgiṇā/

“Anche qui si vede un altro fatto di Viṣṇu. Una volta la terra, essendo andata perduta ed essendo sprofondata nelle regioni inferiori, fu riportata a galla da lui, che aveva la forma di un cinghiale con un solo corno” (III.141. rr. 56-57) (10).

Il lettore appena esperto di cose sanscrite non potrà non individuare alcuni punti di contatto fra il nostro mito e quello, assai celebre, del diluvio (11), che proprio nel Vana Parvanconosce una delle sue versioni più antiche ed estese (quella riportata in d): come il sovrappopolamento della terra, così il diluvio è una catastrofe che sancisce ciclicamente la fine di ogni grande epoca cosmica, una sorta di gigantesca opera di pulizia necessaria alla rigenerazione dell’universo; al pari del sovrappopolamento, anche il diluvio è un evento inevitabile, privo di motivazioni etiche, pur se preceduto da segnali di decadenza e corruzione. Al termine di ogni kalpa, narra infatti il Vana Parvan, il mondo appare capovolto: i bramani trascurano gli studi, i servi studiano i Veda, i malvagi governano la terra. La popolazione cresce in misura eccessiva: le donne hanno troppi bambini e troppo precocemente. Una grande siccità inizia a pervadere la terra e, subito dopo, un diluvio della durata di dodici anni la sommerge. Un solo uomo sopravvive, Manu (il Noè indiano), che, grazie alla guida di un pesce (poi rivelatosi essere Brahmā), porta l’arca (12) sulla sommità del Himālaya.

3. Un secondo punto di contatto fra i due miti si trova attestato nelle versioni puraniche del diluvio, laddove risulta che la motivazione per cui la terra è sprofondata nelle acque non è quella del moltiplicarsi delle creature (come nel passo testé citato di Mbh III.141), bensì il diluvio stesso. Pensiamo al lungo “discorso” del Bhāgavata Purāṇa (III.13), nel quale Manu chiede a Brahma di far riemergere la terra e il sommo creatore invia il cinghiale (Viṣṇu) affinché la riporti in superficie sulla punta del suo corno. Nel Matsya Purāṇa, poi, il pesce-Viṣṇu mostra a Manu una nave destinata a ospitare e a preservare dall’inondazione le quattro specie degli esseri viventi, nati dal sudore, dall’uovo, dal germoglio e dalla placenta. Secondo la convincente interpretazione di Paolo Magnone questa nave è la terra stessa. Si dice infatti nel Bhāgavata Purāṇa che Viṣṇu, durante il diluvio, assunse la forma di pesce e salvò Manu facendolo salire su una “nave tellurica” (naur mahīmayī, I.3.15). IlViṣṇudharmottara Purāṇa, poi, narra che la terra, personificata nella dea Satī, divenne una nave e portò con sé i semi di tutte le cose, sfuggendo all’inondazione scatenata da Śiva (1.75.9-10). Giustamente, dunque, il Magnone conclude che “la nave non è un semplice manufatto umano, la nave è la terra stessa nella sua forma ‘diluviale”.
Ci chiediamo se le tradizioni epica e puranica non dipanino un intreccio già antico, che conteneva in nuce i fili dei due miti: quello della sovrappopolazione e quello del diluvio. Si pensi alla bella similitudine rigvedica che apparenta la terra a una nave carica e vacillante al soffio impetuoso dei venti, cfr.V 59.2ab:

ámād eṣām bhiyás ābhū́mir ejati naúr ná pūrṇā́ kṣarati vyáthir yatī́/
“Per l’impeto di quelli [i Marut], per la paura la terra si scuote, scivola come una nave carica che va vacillante”.

“Come una nave” è espressione destinata a ripetersi nella letteratura posteriore; cfr.Viṣṇu Purāṇa (I.4.45-46): evaṃ saṃstūyamāno ’tha paramātmā mahīdharaḥ/ ujjahāra kṣitiṃ kṣipraṃ nyastavāṃś ca mahārṇave// tasyopari samudrasya mahatī naur iva sthitā/ vitatatvāc ca dehasya na mahī yāti samplavam//

“L’essere supremo, sostenitore della terra, così lodato, la sollevò velocemente e la pose sul grande oceano; sulla cima del mare quella galleggia come una possente nave e grazie alla sua vasta superficie non sprofonda al di sotto delle acque”,

e ancora lo Skanda (II.2.3.9):

ekārṇave mahāghore naur iva kṣetram īkṣyate

“Sull’unica, formidabile onda(13) la terra appare come una nave” (14).

3.1. Nella variante del Viṣṇudharmottara Purāṇa prima citata, la dea Satī, moglie di Śiva e personificazione della terra, racchiude in sé i semi di tutte le cose. La valenza generativa implicita in questa narrazione (la terra si prepara a ridare vita, dopo il diluvio, alle creature) è certo presente anche nell’episodio del varāhāvatāra: al contatto con la zanna del cinghiale il suolo pregno d’acqua viene fecondato (15). Di nuovo, non mancano punti in comune con il mito dell’alleviamento: secondo la versione del Kālikā Purāṇa, infatti, la terra, preso l’aspetto di una leggiadra cinghialessa, amoreggiò a lungo con Viṣṇu (capp. XXX e XXXl) (16). Dall’amore nacquero tre cinghialetti, ma la terra e l’intero universo non potevano sopportare più il peso di Viṣṇu: la terra cominciò a incrinarsi nel mezzo, squassata dai colpi degli zoccoli del cinghiale. Gli dèi corsero allora a supplicare Viṣṇu di non opprimere più la sua consorte. Non il peso degli uomini, ma il peso del dio (cioè la sua energia sessuale) concorre questa volta a turbare l’equilibrio cosmico.

4. La sorprendente somiglianza fra gli scolî ad Iliadem I 5 e i passi del Mahābhārata ha sollecitato da tempo l’attenzione degli studiosi in prospettiva della ricostruzione di una cultura indoeuropea e indomediterranea. I testi greci mettono in luce somiglianze e differenze fra la tradizione greca e quella indiana. La testimonianza più antica (VII sec. a. C.) è notoriamente l’incipit dei Cipria, conservato dallo scoliasta omerico a commento di Il. I 5. Spiegan­do il significato dell’espressione Διὸς δ᾽ἐτελείετο βουλή “volere di Zeus si compiva” (che è preceduta dall’accenno alla fine impietosa di molti eroi sul campo di battaglia), lo scolio del Venetus A racconta che il volere di Zeus consistette nella decisione di alleviare la terra:

ἄλλοι δὲ απὸ ἱστορίας τινὸς εἶπον εἰρηκέναι τὸν Ὅμηρον· φασὶγὰρ τὴνΓῆν βαρουμένην υπὸἀνθρώπων πολυπληθείας, μηδεμιᾶς ἀνθρώπων οὔσης εὐσεβείας, αἰτῆσαι τὸν Δία κουφισθῆναι τοῦ ἄχθους· τὸνδὲΔία, πρῶτον μὲν εὐθὺς ποιῆσαι τὸνΘηβαϊκὸν πόλεμον, δι᾽οὗ πολλοὺς πάνυ ἀπώλεσεν. ὕστερον δὲ πάλιν – συμβούλωι τῶι Μώμωι χρησάμενος. ἣν Διὸς βουλὴν Ὅμηρός φησιν – ἐπειδὴ οἷός τε ἦν κεραυνοῖς ἢ κατακλυσμοῖς πάντας διαφθείραι, ὅπερ τοῦ Μώμου κωλύσαντος, ὑποθεμένου δὲ αὐτῶι γνώμας δύο, τὴνΘέτιδος θνητόγαμίαν, καὶθυγατρὸς καλὴνγένναν, ἐξ ὧν ἀμφοτέρων πόλεμος Ἕλλησί τε καὶ Βαρβάροις ἐγένετο, ἀφ᾽οὗ συνέβη κουφισθῆναι τὴνΓήν, πολλῶν ἀναιρεθέντων. ἡ δὲ ἱστορία παρὰΣτασίνωι·

ἦν ὅτε μύρια φῦλα κατὰ χθόνα πλαζόμενα᾽ αἰεὶ
<ἀνθρώπων ἐπίεζε> βαρυστέρνου πλάτος αἴης,
Ζεὺς δὲ ἰδὼν ἐλέησε καὶ ἐν πυκιναῖς πραπίδεσσι
κουφίσαι ἀνθρώπων παμβώτορα σύνθετο γαῖαν,
ῥιπίσσας πολέμου μεγάλην ἔριν Ἰλιακοῖο,
ὄφρα κενώσειεν θανάτωι βάρος. οἱ δ᾽ἐνὶ Τροίηι
ἡρωες κτείνοντο, Διὸς δ᾽ἐτελείετο βουλή

“Altri sostengono che Omero abbia detto (ciò) seguendo un qualche racconto: dicono infatti che la terra, essendo appesantita dalla moltitudine degli uomini e non albergando fra gli uomini alcun sentimento religioso, chiese a Zeus di essere alleggerita dal peso: Zeus subito scatenò la guerra di Tebe, per mezzo della quale fece morire molti. Poi ancora, usando Momo come consigliere (cosa che Omero chiama “volere di Zeus”), poteva distruggere tutti con fulmini o con inondazioni. Ma Momo glielo impedì e gli suggerì due soluzioni: le nozze di Teti con un mortale e la bella progenie della figlia [Elena]; e da entrambe le cose scaturì guerra per i Greci e per i barbari e da ciò accadde che la terra fosse alleggerita a causa dell’uccisione di molti uomini. La storia si trova presso Stasino:

“Quando le moltitudini degli uomini che a migliaia erravano sempre sulla terra opprimevano la superficie della terra dal vasto petto, Zeus, vedendola, ne ebbe pietà e nella sua accorta mente stabilì di alleggerire la terra nutrice di tutti gli uomini fomentando la grande contesa della guerra di Ilio per alleggerire il peso con la morte. E gli eroi che erano a Troia venivano uccisi: volere di Zeus si compiva”.

Tra le somiglianze, veramente notevoli, del mito indiano con quello greco va rimarcato il fatto che in entrambe le tradizioni la terra, divinità raramente protagonista di iniziative personali, si reca al cospetto del dio (così nello scoliasta ma non nel brano di Stasino, in cui è Zeus a “vedere” la sofferenza della terra e a intervenire), che è preso da compassione per lei. Tuttavia il racconto greco sembra dare anche un valore etico alle motivazioni del conflitto: fra gli uomini è venuta a mancare la pietas religiosa, e per questo motivo essi meritano di essere puniti. L’intervento di Zeus non è diretto, bensì mediato da due avvenimenti: le nozze di Teti e la nascita di Elena. Le nozze di Teti con un mortale generano Achille, l’eroe che, con perfetta coerenza, chiama se stesso ἐτώσιον ἄχθος ἀρούρης (XVIII 104): nato per alleviare il peso della terra, ne è egli stesso un vano peso. Nella personale amarezza di Achille si riflette la condizione generale dell’uomo, destinato a gravare su colei che lo ospita e gli permette di vivere. Ciò è particolarmente evidente nell’Oreste euripideo, la più ricca di suggestioni tra le rievocazioni successive del mito, cfr. i vv. 1641-1642 (Apollo motiva la guerra di Troia):

θανάτους τ᾽ἔθηκαν, ὡς ἀπαντλοῖεν χθονὸς
ὕβρισμα θνητῶν ἀφθόνου πληρώματος.
“[Gli dèi] vollero le morti per eliminare dalla terra l’oltraggio della quantità smisurata dei mortali”.

La scelta del vocabolo ὕβρισμα “oltraggio” si mostra in tutta la sua pregnanza se ricordiamo che ὕβρισμα e βρίθω “opprimere” sono probabilmente corradicali, e che dunque è sottesa al passo una volontà etimologica: il “pesare” degli uomini si è trasformato in oltraggio, il loro sovraffollamento offende la terra. Ma ancora più sorprendente e certo allettante per un confronto è il vocabolo con il quale il poeta esprime l’azione dell’ “alleggerimento”: non il più usuale κουφίζω (17), bensì ἀπαντλέω. Si tratta di un verbo che contiene il nome della “sentina”, ἄντλος. Ci viene dunque implicitamente suggerito che l’azione di alleviare la terra è pari a quella di svuotare una nave dall’acqua di sentina: la nave (troppo) carica del R̥gveda, la nave tellurica dei Purāṇa. L’uomo, oltraggio e lordura della terra, deve essere eliminato da colei che minaccia di far affondare.

5. Se appena allarghiamo le strette maglie dei tratti su cui si basa la concordanza greco-indiana, possiamo più latamente parlare di concordanza greco-aria, in quanto neppure all’Avesta risulta estraneo il tema della sovrappopolazione. Il secondo Fargard delVīdēvdād, interamente dedicato alla mitologia di Yima (l’uomo primordiale per molti aspetti sovrapponibile a Manu), mostra il profondo interesse che le popolazioni iraniche riservavano alla carenza di spazi per gli uomini e il bestiame, cfr. II,8-11 (18):

“Sotto il regno di Yima passarono trecento inverni, e la terra fu piena di greggi, mandrie, uomini, cani, uccelli e fuochi fiammeggianti e non c’era più spazio per le greggi, le mandrie e gli uomini. Allora io [Zarathustra] avvertii il gentile Yima dicendo: ‘O gentile Yima, la terra si è riempita di greggi, mandrie, uomini, cani, uccelli e fuochi fiammeggianti e non c’è più spazio per greggi, mandrie e uomini’. Allora Yima avanzò nella luce lungo il sentiero che porta a mezzogiorno e colpì la terra con il sigillo d’oro e la trapassò con il pugnale (19) dicendo: ‘Osanta Armaiti, apriti gentilmente e distenditi per portare greggi, mandrie e uomini!’. E Yima rese la terra più larga di un terzo ed ecco vennero greggi e mandrie di uomini a suo desiderio e piacere a causa della prolificità degli esseri”.

Ancora due volte la terra si popola in eccesso e ancora due volte Yima ripete la formula e il rito che gli permettono di estenderla (strr. 12-19).

L’aumento della popolazione, che nei testi indiani appare come ciclica e perniciosa necessità, è qui invece realizzato per volere divino. È Ahura Mazda in persona, infatti, a desiderare una terra brulicante di esseri. Sempre più numerosi, uomini, bestiame, uccelli e fuochi trovano posto grazie a un rimedio magico e non cruento alla penuria di spazio. La terra non si reca, oppressa, davanti agli dei; è Yima, anzi, a pregarla gentilmente di aprirsi e distendersi. Ora, sebbene nella lingua sanscrita la terra sia etimologicamente l’“estesa”(pr̥thivī), l’atto della sua estensione è soprattutto un atto creativo che non appare specificamente finalizzato allo scopo di procurare nuovo spazio agli esseri. In principio la terra venne srotolata a mo’ di tappeto e dunque, ipso facto, creata (20), ma non ulteriormente estesa con il crescere dei suoi abitanti. Neppure il mito di Emu, il cinghiale che espanse la terra portandola dalla dimensione di una spanna a quella di superficie abitabile (21), appare finalizzato a un’eventuale riduzione non cruenta della sovrappopolazione. Ciò va senza dubbio ricollegato al diverso atteggiamento della divinità rispetto al problema: mentre gli dèi indiani (e greci) percepiscono il moltiplicarsi delle creature come una minaccia all’equilibrio ecologico del pianeta, nel Vīdēvdād è Ahura Mazda in persona a esortare Yima al popolamento della terra e a fornirgli di conseguenza i mezzi per espanderla in modo pacifico. È possibile che anche la cultura indiana abbia conosciuto una simile strategia di risoluzione del problema? Ci sembra di poter dare una risposta positiva, cogliendo una pallida e isolata eco del mito avestico in RV I 52.11:

yád ín nv ìndra pr̥thivī́ dáśabhujir áhāni víśvā tatánanta kr̥ṣṭáyaḥ/ átrā́ha te maghavan víśrutaṃ sáho dyā́m ánu śávasā barháṇā bhuvat//

“Quando, o lndra, la terra fu dieci volte più grande e ogni giorno i popoli si estesero, allora davvero fu nota la tua forza, o generoso, pari al cielo per energia e potere”.

Già Karl F. Geldner, nel suo commento al R̥gveda, intendeva che Indra aveva associato l’espandersi delle stirpi arie a un’espansione della superficie terrestre e suggeriva in nota al passo un possibile raffronto con il capitolo secondo del Vīdēvdād avestico. In questo stesso capitolo è peraltro contenuta, immediatamente di seguito all’episodio del sovrappopolamento, anche la versione iranica del diluvio, che non viene però collegata da alcuna relazione di causa-effetto al mito precedente. Neppure si fa cenno a motivazioni etiche o a punizioni divine che scatenino la furia distruttrice delle acque: come nella cultura indiana, il diluvio è evento che non si assoggetta ad alcuna volontà. Ad Ahura Mazda spetta solo il compito di avvertire Yima affinché si costruisca un vara (“recinto”) per mettervi al sicuro i semi dei mortali (22). Più simile a quella biblica è invece l’attitudine di Ahura Mazda verso il popolamento del globo. Il dio degli Ebrei ordina infatti alle creature di “essere feconde, moltiplicarsi e popolare la terra” (Gen. I,22 e 28), ma il commento delMidrash al passo non manca di registrare la reazione offesa della terra: essa si reca dal creatore lamentandosi per il troppo peso di cui, inevitabilmente, si troverà caricata. La Bibbia contiene anche un riferimento alla necessità della morte come rinnovamento periodico del mondo: in Gen. VI,3 Yahweh fissa una durata massima alla vita dell’uomo, che sta velocemente popolando la terra. Subito dopo egli constata però che la malvagità dell’uomo è grande e i suoi pensieri sono volti al male. Segue dunque il diluvio, causato da quella mancanza di eusebeia (si può qui usare a mo’ di glossa lo scolio greco) che forse è dovuta all’eccessivo moltiplicarsi delle creature.

6. Che interpretazione dare alle concordanze greco-indiane che, pur non essendo sostenute da una doppia correlazione sul piano del contenuto e dell’espressione, mostrano contenuti non solo sorprendentemente simili, ma anche strutturati in modo tale da far ritenere insoddisfacente una spiegazione in termini di “universale tipologico”? Il concetto del “pesare” è ben radicato nella cultura greca e indiana, ma non è affatto esclusivo di queste o dei soli popoli indoeuropei. Uno sguardo che spazia dalle credenze eschimesi a quelle amerindie, dai Semiti ai Cinesi, rende evidente come certi temi appartengano, senza confini, allo spirito umano (23). La soluzione “genealogica” è quella preferita dagli indoeuropeisti, ma non si può escludere, per esempio, che il mito sia un’emergenza, in aree distanti, di un comune sostrato detto “indomediterraneo” (giusta l’ipotesi di Vittore Pisani) (24) frutto di una vivace rete di scambi commerciali (e dunque anche linguistici e culturali) tra popolazioni anteriori all’avvento nelle sedi storiche di Semiti e Indoeuropei (25), oppure che entrambi i popoli abbiano attinto a una fonte comune. Un approfondimento dei miti sumerici e babilonesi da parte di specialisti in materia porterebbe probabilmente a interessanti risultati. Per esempio il mito accadico di Atramḫasīs (l’uomo primordiale salvato dal diluvio), di epoca paleo-babilonese (1950-1530 ca. a. C.), è per buona parte incentrato sul problema della sovrappopolazione e contiene un esplicito riferimento alle lamentele della terra (26). È anche possibile (ma meno probabile) teorizzare un prestito diretto, la cui direzione non è dato precisare, tra India e Grecia: tale prestito sarà stato assunto quando ancora poteva essere inglobato nella tradizione epica del popolo che lo riceveva, non necessariamente, dunque, in epoca molto antica. Sull’antichità del motivo in se stesso non sembra però sussistere dubbio alcuno.


Rosa Ronzitti 

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Fonte: http://www.ereticamente.net/2017/11/la-sofferenza-della-terra-il-problema-della-sovrappopolazione-nei-miti-indiani-in-iran-e-nella-grecia-antica-rosa-ronzitti.html

Note:

1 – Cfr. R. Köhler, Rheinisches Museum NF 13 (1858), pp. 316-317; J. Hertel, Die Himmelstore im Veda und im Awesta, Leipzig 1924; V. Pisani, “L’unità culturale indo-mediterranea anteriore all’avvento di semiti e indeuropei”, in Scritti in onore di A. Trombetti, Milano 1936, pp. 199-213, rist. in Lingue e culture, Brescia 1969, pp. 53-70, in part. pp. 64-65; Id., “lndisch-griechische Beziehungen aus dem Mahābhārata”, Zeitschrift für die deutsche morgenländische Gesellschaft 103 (1953), pp. 126-139; W. Kullmann, “Ein vorhomerisches Motiv im Iliasproömium”, Philologus 99 (1955), pp. 167-192; H. Schwarzbaum, “Tue Overcrowded Earth”, Numen 4 (1957), pp. 59-71; P. Horsch, Die vedische Gāthā- und die ŚlokaLiteratur, Bem 1966, p. 264; G. Dumézil, Mito e epopea. La terra alleviata, Torino 1992 (Paris 1968), pp. 94-95 e 154; M. Durante, Sulla preistoria della tradizione poetica greca, Roma 1976, vol. Il, p. 61, p. 29.

2 Cfr. R. Ronzitti, “Osservazioni sui nomi della ‘terra’ nel R̥gveda e nel- l’Atharvaveda”, Studi e Saggi Linguistici 35 (1995), pp. 45-115 e Ch. Orlandi, “La terra (RV. V,84 e AV. XII,1)”, in Scríbthair a ainm n-ogaim. Scritti in memoria di Enrico Campanile, a cura di R. Ambrosini et al., Pisa 1997, pp. 717-744

3 – I passi, salvo dove diversamente specificato, sono citati secondo l’edizione critica di Poona;

4 – Il brano, di notevole interesse, è espunto dall’edizione di Poona e riportato in appendice;

5 – Il brano, identico a XII.248-250, è espunto dall’edizione critica di Poona;

6 – Letteralmente “rete del dolore”: la polivalenza jālā- “rete” e “illusione” è qui certo utilizzata per suggerire al lettore che il dolore provato dal re non ha fondamento ma è solo una deformazione dovuta alla visione antropocentrica della morte;

7 – A parlare è Prajāpati, il sommo creatore;

8 – Su cui cfr. J. Gonda, Aspects of Early Visnuism, Utrecht 1969, pp. 129-145;

9 – Cfr. P. Magnone, “Avatāra. La discesa del signore”, Ab-stracta32 (dic. 1988), pp. 22-29. L’avatāra libera la terra dalla sua zavorra e ipso facto dall’adharma,, simboleggiato dal peso eccessivo degli esseri ;

10 – Un episodio analogo è narrato in XII,209: Viṣṇu si incarna nel cinghiale e salva laterra scendendo, parrebbe, nel sot-tosuolo infestato dalle creature maligne. Il diosconfigge i nemici con la forza dei suoi grugniti paralizzanti (cfr. il passo g);

11 – Si veda almeno P. Magnone, “Matsyāvatāra. Scenari indiani del diluvio”, Atti del Nono Convegno Nazionale di Studi Sanscriti (Genova, 23-24 ottobre 1997). Editi da Oscar Botto, a cura di Saverio Sani, Pisa, 1999, pp. 125-136;

12 – La nave che conduce Manu alla salvezza è già menzionata nella più antica versione a noi nota del diluvio indiano, Śatapatha BrāhmaṇaI.8.I.1-10;

13 – È l’onda del mare primordiale, che simboleggia l’uno indistinto nel cui seno tutte le forme create si sono nuovamente disciolte (cfr. Magnone, Matsyāvatāra, cit.). Cfr. anche la nota seguente;

14 – A questi passi bisogna aggiungere AV I.XII.59: yā́m anvaícchad dhavíṣā viśvākarmanāntár arṇavé rájasi práviṣṭām/ bhujiṣyàm pā́traṃ níhitaṃ gúhā yád āvír bhóge abhavan mātr̥mádbhyaḥ// “Visvakarman ricercò con l’oblazione colei che era entrata nello spazio fluttuante quale coppa destinata a nutrirci; nascosta in un luogo segreto divenne visibile per diletto a coloro che sono provvisti di madri”. Alla terra che è entrata nello spazio “fluttuante” (ancora l’arṇava- di Viṣṇu e Skanda Purāṇa) come “coppa (lignea) usata per bere” (tale è il significato di pā́tra-) soggiace forse l’immagine della nave, contenitore concavo che galleggia sull’acqua;

15 – Così esplicitamente nelle versioni del Viṣṇu (V.29.23-24) e del Kālikā Purāṇa (XXIX);

16 – Cfr. W. O’Flaherty (a cura di), Miti dell’induismo, Milano 1997 [1975], pp. 200-209 e 347;

17 – Così in Hel. 36-41 (analoga rievocazione del mito);

18 – Il testo originale si legge in H. Reichelt, Avesta Reader; Berlin 1968 [Strassburg 1911], pp. 38-39;

19 – I due oggetti che erano stati consegnati a Yima da Ahu-ra Mazda quali simboli di regalità;

20 – Cfr. RV I 65.1; 103.2; II 15.2; V 87.7; VI 72.2; VIII 89.5; X 82.1; AV IV 26.1; XII 1.2;

21 – Cfr. Taittirīya Saṃhitā VII,l,5,1. Il cinghiale venne in seguito assimilato al varāhāvatāra di Viṣṇu, ma nei testi precedenti ai Purāṇa ha una sua autonomia (cfr. Gonda, op. cit., pp. 134-139);

22 – Si tratta in ogni caso di un recinto “terroso”, minuziosamente misurato e delimitato, che rappresenta una porzione del suolo destinata a scampare al diluvio;

23 – Cfr. Schwarzbaum, art. cit., passim.;

24 – Pisani, L’unità, cit., ritiene questo mito una delle tante isoglosse culturali indomediterranee;

25 – Sul concetto di “indomediterraneo” e la sua evoluzione a partire dallo scritto pisaniano del 1936 cfr. D. Silvestri, La nozione di indomediterraneo in linguistica storica, Napoli 1974;

26 – 6 Cfr. i vv. 354-359 del testo nella traduzione-interpretazione di W. von Soden in AA. VV., Texte aus der Umwelt des Alten Testaments, Band III, Lieferung 4, Mythen und Epen II, Gütersloh 1994, p. 627.


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La pianta più sacra... Tracce di canapa dall'Oriente all'Occidente





Si suppone che l’uso della canapa cominci in età neolitica nei territori situati a sud ovest del Mar Caspio e corrispondenti all’attuale Afghanistan. La conoscenza della canapa si sarebbe da qui diffusa verso la Cina, dove la sua utilizzazione è documentata nel Rhyya, un testo cinese di botanica del XV secolo a.C. Nel trattato farmacologico risalente al leggendario imperatore Shen Nung, la canapa veniva descritta come sedativo e panacea. Il testo indiano Atharveda indicava la canapa come elemento magico e medicinale.

In India la canapa era ritenuta di origine divina, in quanto derivava dalla metamorfosi dei peli della schiena di Visnu. Come tutti gli oggetti sacri essa possedeva vari epiteti tra i quali quello di Vijahia (fonte di felicità e successo) e di Ananda (che produce la vita).

La canapa era coltivata dai bramini negli orti dei templi e serviva alla preparazione di un infuso chiamato bhang, che, assunto in determinate occasioni rituali favoriva l’unione con la divinità.


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Il bhang, bevanda favorita di Indra, la maggiore divinità della più antica mitologia indiana, era un preparato sacro, dotato di poteri taumaturgici e capace di portare fortuna e lavare dal peccato. La divinità Induista Shiva comandava, invece, di ripetere la parola bhang durante la semina, la raccolta e la lavorazione della canapa. Una tradizione del Buddismo Mahayana racconta che nei sei stadi ascetici verso l’illuminazione, Buddha sarebbe sopravvissuto mangiando un seme di canapa al giorno.


Gli Assiri bruciavano una sostanza chiamata qunnabu nei loro templi, mentre Caldei e Persiani la conoscevano rispettivamente col nome di kanbun e di kenab. Nell’Avesta persiano la canapa occupava il primo posto in una lista di migliaia sostanze terapeutiche.

La canapa non era una pianta psicotropa  usata dai greci, nonostante Erodoto ne avesse svelato le proprietà narrando il suo uso in occasione dei riti funebri presso il popolo degli Sciti nel IV libro delle Storie. «Nel paese degli Sciti cresce una pianta chiamata cannabis, che assomiglia molto al lino, se non che è più grossa e più alta. Gli Sciti se ne servono per abbandonarsi a certe pratiche loro particolari. Ecco in quale maniera essi procedono. All’interno di una capanna, accuratamente chiusa, essi spargono dei semi di canapa su alcune pietre incandescenti, posate sul fondo di una buca. Il fumo odoroso che sprigiona dai semi bruciati li inebria e li eccita al punto che si mettono a urlare.» Dioscoride, più tardi parlava della canapa nella sua Materia medica, ricordando la sua utilità tessile, i negativi effetti dei suoi semi sulle prestazioni sessuali ed il potere sedativo che essi hanno nei confronti del mal d’orecchi e delle affezioni infiammatorie, ma ignorandone completamente l’attività psicotropa. 

Più tardi Diodoro rivelava che le donne di Tebe preparavano una bevanda con la canapa che agiva come il nepente di cui parla Omero nell’Odissea e a cui fa riferimento Galeno, con Ippocrate il medico che ha avuto più influenza sulla storia della medicina occidentale.

Stefano Canali 


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(Fonte: http://www.psicoattivo.com/la-cannabis-nellantichita/)

Corgata - Calcata - Calcutta - Kolkata ... Se un un nome dice qualcosa





Molte volte ho evidenziato la somiglianza glottologica fra la Calcata della Tuscia e la Calcutta del Bengala. Infatti cercando su Google alla voce Calcata appare anche Calcutta, dato che entrambe si pronunciano allo stesso modo. Ma la differenza è chiaramente etimologica, infatti nell’800 allorché gli inglesi si insediarono nel golfo del Bengala costruirono una città che potesse rappresentare l’impero in quelle lande. La città fu edificata sulle rive del fiume Gange nei pressi di un villaggio consacrato alla Dea Kali, “Kali Kat” (il luogo di Kali), perciò la nuova città prese il nome da quel luogo preesistente ma siccome gli inglesi non sapevano (o non volevano) pronunciare accuratamente quella parola  per loro ostica traslitterarono il nome in Calcutta (pronunciato Calcata). 

Passarono gli anni e siccome una lingua è in perenne mutazione gli indiani che mal pronunciavano l’inglese ulteriormente storpiarono la dizione facendo diventare la città Kolkata (che presentemente è stata ufficializzata anche nelle carte geografiche). 

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Diversa è la storia della denominazione della nostra Calcata…. che significa “schiacciata” essendo un acrocoro più basso di tutto il pianoro circostante ed invisibile alla vista, infatti chi visita Calcata vedrà che da qui non si osserva alcun orizzonte se non il cerchio delle piane che circondano il paese. In dialetto locale il posto veniva chiamato “corgata” ma evidentemente la pronuncia fu italianizzata nella oggi familiare Calcata. 

Ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi corgotesi o cargatesi. L’orografia di un territorio contribuisce a creare anche la sua storia, perciò il fatto che Calcata (in questo caso la nostra Calcata) fosse nascosta ed isolata per secoli e secoli contribuì alla formazione di una mentalità e di un sistema di vita. Sino agli anni’60 del secolo scorso il paese era chiuso in se stesso, non avendo vie di comunicazione che lo congiungessero al resto della Tuscia, ed i suoi abitanti erano un clan circoscritto (una “tribù perduta” direbbero gli ebrei..) con propri costumi e regole, insomma la piccola comunità era doppiamente “cargata” (calcata) sia in senso metaforico che geografico…. 

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Ed ecco che, a partire dai primi anni ’80 del secolo scorso, per mia “colpa” e di alcuni altri, improvvisamente il paesino si vide proiettato nei media e divenne pian piano un “villaggio di culto”, un culto alternativo e stranamente a metà strada fra il vecchio ed il nuovo, anzi il nuovissimo…. Giacché Calcata è divenuta il simbolo di un modello alternativo di vita in continua fase sperimentale… 

Il motto che avevo lanciato per significare il valore di tale sperimentazione era: “Una, cento, mille Calcata!” Mi sovviene ora di un detto di T.A. Edison, l’inventore della lampadina elettrica, il quale dopo aver compiuto innumerevoli esperimenti, tutti falliti,giunse al millesimo tentativo e disse al suo gruppo di lavoro, a mo’ d’incoraggiamento: “stavolta è la volta buona, questo esperimento riuscirà, ne sono sicuro…”.  

Ricordo un altro evento che accadde prima di una difficile battaglia in Giappone in cui il principe condottiero, sfavorito dal numero, lanciò in alto una moneta dicendo ai suoi soldati “se viene testa vinceremo se viene croce saremo sconfitti” uscì testa ed i guerrieri entusiasti vinsero facilmente la battaglia, subito dopo l’ufficiale di campo si recò dal condottiero e gli annunciò “non ci si può opporre al destino, abbiamo vinto!” al che il duce esclamò “davvero…?” e gli mostrò la moneta con due teste…! 

Scusate la divagazione, stavo parlando della lampadina… ah, sì, quel millesimo esperimento riuscì e nacque la prima lampadina elettrica… Ma per la creazione della società ideale di Calcata non siamo arrivati a quel punto “critico” in cui la va o la spacca, siamo anzi ben lungi, e la sperimentazione è ancora molto imperfetta, addirittura talvolta sembra che Calcata sia uscita dai binari della idealità, sembra che Calcata sia entrata nell’ambito della finzione scenica, dell’esperimentare per scena… (o per denaro, come all’isola dei famosi…). 

Ma di tanto in tanto scopro che qualche piccola verità si manifesta,che qualche pizzico di sincera ricerca ancora permane nell’alchimista un po’ disilluso che è il “cargatese” di oggi... Mi riferisco alla ricerca culturale del Teatro Cinabro, alla quale ho anch'io partecipato e che porto nel cuore anche ora che ho lasciato "fisicamente" Calcata. Penso inoltre all'esperimento di alcuni amici lì rimasti che strenuamente cercano di riportare la normalità nella comunità calcatese, restituendola al suo habitat naturale, e ricostituendola  attraverso l'esempio concreto, senza specchietti né riverberi, semplicemente rimboccandosi le maniche e lavorando (più o meno) in silenzio....

Paolo D'Arpini

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Ramanashramam - Cinque Versi sul Sé - Five slokas on the self


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Questi sono gli ultimi versi composti da Sri Ramana Maharshi. Furono scritti su richiesta di una devota, Suri Nagamma, autore del libro “Lettere dal Ramanasram”.

Bhagavan li scrisse in Telegu, usando però una forma metrica Tamil, chiamata venba, e quindi li tradusse in Tamil. Poiché già esisteva una composizione di Shankara chiamata 'Atma Paanchakam', Bhagavan decise di chiamare la sua composizione 'Ekatma Panchakam'.
Commento a cura di Bodhanda
1. When, forgetting the Self, one thinks that the body is oneself and goes through innumerable births and in the end remembers and becomes the Self, know this is only like awaking from a dream wherein one has wandered over all the world.
1. «Quando, dimenticando il Sé, si pensa di essere il corpo… Quando si è errato fra innumerevoli nascite... Quando, alla fine ricordando si diviene il Sé… Sappi che è solo come svegliarsi da un sogno, in cui si è vagato in tutto il mondo.»
L’avidya, l’ignoranza metafisica dell’essente sulla sua stessa natura di puro essere, rende l’individuazione (o alterità o percezione) meta preminente all'attenzione dell’essente. La percezione definisce l’alterità e quindi l’individuo, il quale opera nel tempo quivi definito, in luogo dell’essente. Così il fenomenico diviene la sfera vitale, dove l’ente, identificato col corpo, con la percezione dei sensi, persa la consapevolezza di essere, si ritiene esistente grazie alla percezione dell’individuazione; è questa a credere, a credersi esistente: individuo. Credenza in luogo di consapevolezza, individuo in luogo di essenza. È questa individuazione- credenza a rimanere quale seme causale e a manifestarsi nel ripristino della percezione, dopo l’esaurimento degli involucri precedenti.
L’essente in sé non è soggetto al tempo, perché la sua Realtà è al di là di ogni tempo. È a questa Realtà che l’essente reintegra sé medesimo; tutte le individuazioni man mano interpretate, con i relativi involucri indossati, assumono la consistenza di un sogno già finito. L’alterità e la conseguente individuazione marcano il tempo definendolo. Alla loro risoluzione nella conoscenza, anche il tempo perde consistenza, sottraendo l’oggettività al fenomenico: le vite sono state un errare nel sogno.
2. One ever is the Self. To ask oneself ‘Who and whereabouts am I?’ is like the drunken man’s enquiring ‘Who am I?’ and ‘Where am I?’
2. «Si è sempre il Sé. Chiedersi “Chi e dove sono ?” È come l’ubriaco che si chiede “Chi sono?” e “Dove sono?”»
L’essente, il Sé e l’Essere sono un’unica e identica Realtà. Non c’è un solo momento, un solo istante in cui non si sia ciò che si è: l’essente. Esso è il medesimo Sé o atman di cui parla la tradizione, identico a Quello: il Reale. Chiedersi “Chi sono io?” è l’azione di chi, ubriaco del fenomenico, completamente accecato dall'ignoranza metafisica o avidya, crede che basti una domanda o una azione fenomenica a disciogliere l’individuazione che crede di essere. L’indagine sull'io necessita del distacco per prendere le dovute distanze dall'io stesso, per poterlo vedere e identificare in tutti i suoi aspetti, e della discriminazione per distinguere fra i vari livelli di oggettività nella percezione. La pura Realtà, l’Essere, il Sé, tutto questo è lo stato naturale dell’essente. Nessuna distanza spazio-temporale separa l’essente da ciò che è, solo l’ignoranza metafisica, che insieme è e non è.
3. The body is within the Self. And yet one thinks one is inside the inert body, like some spectator who supposes that the screen on which the picture is thrown is within the picture.
3. «Il corpo è nel Sé. Nonostante questo, si pensa invece di essere dentro il corpo inerte, come quegli spettatori credono che lo schermo sia entro il film che ivi si proietta.»
Ritenere la coscienza di altro più reale della consapevolezza in sé è l’ignoranza metafisica. La sovrapposizione della percezione sull'essenza che ne è sostrato è l’ignoranza metafisica della propria autoesistenza, indipendentemente da ogni sensorialità. In questa ignoranza vengono accumulati tutti quei dati sensoriali che invece di essere immediatamente risolti sono oggetto di adesione-apprensione.
In questa ignoranza si formano le erudizioni: accumuli, contenuti, affettività in luogo di riconoscimento del libero fluire del continuo divenire.
4. Does an ornament of gold exist apart from the gold? Can the body exist apart from the Self? The ignorant one thinks ‘I am the body’; The enlightened knows ‘I am the Self’.
4. «Potrebbe mai esistere un gioiello d’oro senza l’oro? Può esistere il corpo separato dal Sé? L’ignorante pensa “Io sono il corpo”. L’illuminato conosce “Io sono il Sé”.»
È l’ignoranza a far credere all'acqua del mare di essere un’onda, a far credere alla neve di essere un pupazzo, a far credere all'essente di essere un corpo fisico, un corpo emotivo, un corpo mentale. Il corpo mentale aderisce ad ogni percezione che lo impressiona, il corpo emotivo aderisce ad ogni vibrazione che lo attraversa, il corpo fisico aderisce al tempo-spazio in cui si manifesta. Come “attratto” nel mondo dei nomi e delle forme, è di questi che l’essente si riveste, dimentico di essere il
puro sempiterno Sé, non nato, non morto, non creato. Nell’ignoranza metafisica crede di iniziare, di spostarsi e di terminare. Nella conoscenza metafisica, l’illuminato sa di essere ciò che è e non diviene.
5. The Self alone, the Sole Reality, exists for ever. If of yore the First of Teachers revealed it through unbroken silence say who can reveal it in spoken words?
5. «Solo il Sé, unica Realtà esiste per sempre. Se dai tempi dei tempi il Primo dei Maestri, lo [ha] rivelato attraverso il silenzio ininterrotto, dimmi chi può rivelarlo con la semplice parola?»
È l’accesso a questa Realtà suprema, né immobile né non immobile, ad essere evocata nelle parole di ogni tradizione trascendente il fenomenico. La Realtà non può essere descritta né dalle parole, né dalle non parole, ma non esiste dito più grande del silenzio per indicarla. Un silenzio che risuoni possente in quelle menti svuotate da ogni contenuto e placate da una sadhana adeguata. Sri Ramana pur indirizzando ad indagare su colui che si interroga, pur supportando diversi percorsi, ha istruito attraverso il silenzio; un silenzio coltivato con attenzione da chi arrivava e arriva da tutto il mondo pur di meditare in sua presenza. In silenzio.

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Translated in English by Prof. K Swaminathan
Translated in Italian by Vidya Bharata - 27 Jul y 2006
Commentary in Italian by Bodhananda
From “The collected works of Sri Rama na Maharshi”, pag. 130 - Digital Edition by Ramanasram
www.ramana-maharshi.it

In memoria di Enrico Mattei martire dell'imprenditorialità italiana


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Nell'ottobre del 2015 andai a Matelica, il paese in cui visse Enrico Mattei, assieme a Lorenzo Luccioni e ad Alberto Meriggi, per assistere ad una commemorazione dello sciopero femminile che ci fu parecchi anni fa per i diritti delle lavoratrici del comparto tessile. 

(Vedi: https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2015/10/23/matelica-memoria-e-storia-del-lavoro-nel-tempo-resoconto-del-convegno-organizzato-dallo-spi-cgil-il-23-ottobre-2015/)

La presenza di Enrico Mattei a Matelica è sempre molto sentita... Enrico Mattei fu  l’unica persona al mondo che ha osato sfidare le potentissime “Sette Sorelle” del petrolio. 
Ed il 27 ottobre 1962 è stato assassinato.


Ecco le Corporation anglo-americane sicuramente co-interessate: Standard Oil of New Jersey (statunitense, oggi Exxon-Mobil), Royal Dutch Shell(anglo-olandese, rimasta Shell), Anglo Persian Oil (britannica, oggi BP), Standard Oil of New York (statunitense, oggi Chevron-Texaco),Socony (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Standard Oil of California (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Gulf Oil (statunitense, oggi Chevron-Texaco)


(P. D'A.)




Chi ha ucciso Enrico Mattei?
Enrico Mattei fu assassinato, il suo caso insabbiato, i testimoni messi a tacere. Ma una cosa è certa: l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’ENI e che cadde la sera del 27 ottobre 1962 a Bascapé, alle porte di Milano, fu sabotato.
Era un uomo che dava molto fastidio. La strategia di Mattei era volta a spezzare il monopolio delle “sette sorelle”, non soltanto per il tornaconto del nostro ente petrolifero, ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartiscono le ricchezze del mondo.
Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ‘90, risulta inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi. Per il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato. Vincenzo Calia giunge vicino alla soluzione del caso e formula l’ipotesi dell’attentato, ma non può provarla. Scrive Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté il bimotore Morane-Saulnier su cui viaggiavano il presidente dell’ENI, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo. Le prove contenute nelle 208 pagine del fascicolo dimostrano anche che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, conclusasi dichiarando l’impossibilità di “accertare la causa” del disastro, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.
Finora davanti alla sbarra è finito soltanto un contadino di Bascapé, Mario Ronchi, accusato di “favoreggiamento personale aggravato”. Secondo l’accusa vide l’aereo di Mattei esplodere in volo, rilasciò alcune interviste in questo senso a diversi organi di stampa e alla Rai e poi… si rimangiò tutto. Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti? Il pubblico ministero Calia non riesce ad accertarlo, ma è probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’Eni e negli organi di sicurezza dello Stato. E ancora depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che impediscono l’accertamento della verità.
Il 27 luglio 1993 dal “pentito” di mafia Gaetano Iannì giungono dichiarazioni importanti.
Secondo Iannì per l’eliminazione di Mattei ci fu un accordo tra non meglio identificati “americani” e Cosa nostra siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei fuono alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Anche Tommaso Buscetta rivela che la mafia americana chiese a Cosa nostra il favore di eliminare Enrico Mattei “nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. In Italia, poi, Mattei era un finanziatore della politica, nemico dei circoli economici e politici legati ai grandi interessi.
La certezza è che il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il più potente manager di stato italiano viene uccisola sera del 27 ottobre 1962 insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William Mc Hale. Parallelamente all’inchiesta amministrativa condotta dall’Aeronautica Militare, la Procura di Pavia apre un’inchiesta per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. L’inchiesta militare si chiude rapidamente, nel marzo 1963, senza avere sostanzialmente accertato la causa dell’incidente; Pavia chiude le indagini penali il 7 febbraio 1966, accogliendo le richieste della procura e pronunciando sentenza “di non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. A ridare fiato alla vicenda sul finire degli anni Settanta sono un libro e un film. Il libro, scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, è intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”. Il film è “Il caso Mattei” di Francesco Rosi.
Contemporaneamente Italo Mattei, fratello di Enrico, chiede che venga istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Sono troppi i dubbi sull’incidente e inoltre la scomparsa di Mattei ha fatto comodo a troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che i suoi rapporti con i paesi del terzo mondo produttori di petrolio avevano urtato il cartello petrolifero delle sette sorelle. La riapertura delle indagini viene chiesta anche da una campagna stampa del settimanale “Le ore della settimana” e da una serie di interrogazioni parlamentari. L’interesse attorno alla misteriosa fine del “re del petrolio italiano” riceve nuovo impulso dalle indagini sulla scomparsa del giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970. Una delle piste seguita dall’inchiesta sulla fine di De Mauro ipotizza infatti che il giornalista palermitano sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di molto importante circa la morte del presidente dell’E.N.I.: De Mauro aveva infatti ricevuto dal regista Rosi l’incarico di collaborare alla preparazione della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell’E.N.I. in Sicilia.
L’indagine sulla scomparsa di De Mauro si conclude in un nulla di fatto, nonostante la richiesta di ulteriori investigazioni formulata dal GIP di Palermo ancora nel 1991. Il procedimento viene archiviato il 18 agosto 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia aveva ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Il 20 settembre 1994 il gip di Pavia autorizza la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La riapertura era stata chiesta dalla procura pavese che, per competenza, aveva ricevuto dalla procura di Caltanisetta l’estratto delle dichiarazioni rese da un pentito di mafia. Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Di più non si riesce a scoprire e le domande rimangono. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere. Mattei allora dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario, il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie, e la qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture. Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito ad aggirare il blocco.
Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo. Si pensava allora che l’Algeria possedesse, al confine con la Libia , le più vaste riserve di petrolio inesplorate del mondo. Parallelamente a Mattei si mosse De Gaulle, che decise di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. L’ingresso trionfale dell’ENI sul mercato petrolifero era quindi quasi assicurato.
Non solo, l’Executive Intelligence Review, attraverso una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, afferma che il presidente dell’Eni, alla fine, era riuscito ad aprire un dialogo con la Casa Bianca , nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano. Mattei, per l’Eir, era riuscito a far capire alla nuova amministrazione Kennedy che tutto ciò che desiderava era essere trattato alla pari, che egli non ce l’aveva con l’America ma con i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon , per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato Kennedy, e dal conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.
Alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato. Un anno dopo, fu ucciso Kennedy. In un rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962, si leggeva che “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (…). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. E quindi Mattei andava eliminato, in un modo o nell’altro.
Eufemia Giannetti
(Fonte Rinascita)

Brahma, Vishnu, Shiva e le tre Guna (o "qualità energetiche") che muovono il mondo

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Alcune delucidazioni sul significato delle tre “guna” (qualità) o “forze” che agiscono nel mondo. 

In verità queste tre spinte energetiche non appartengono soltanto alla tradizione indiana, sono presenti anche in tutte le altre filosofie e cosmogonie elaborate in varie culture. Ma in India da tempo immemorabile i cercatori della verità hanno cercato di comprendere il “funzionamento” della vita e perciò lo studio sulle varianti energetiche che creano e sostengono e distruggono il mondo sono state profondamente analizzate. 

Le tre guna rappresentano i tre aspetti del divino, dove “rajas” (moto) rappresenta la spinta creatrice, Brahma, che irradia la vita, una sorta di Big Bang in espansione; “tamas” (stasi) simboleggia Shiva che ferma la ruota del divenire per infine riscoprire la verità dietro le forme, insomma le “distrugge” (come si dice in gergo); mentre “satva” (armonia), che è l’emblema di Vishnu, sta a significare l’equilibrio instabile tra le spinte energetiche di azione ed inerzia che consente alla vita di esprimersi nella mutevolezza. 

Questi tre aspetti, in varie gradazioni trasformative, creano i cosiddetti cinque elementi che avviano il processo esistenziale. Ovvero: satva puro rappresenta l’Etere (lo spazio vuoto, la coscienza); mescolato con rajas diventa Aria (la mente sottile nel suo potenziale concettuale); rajas da solo significa il Fuoco (la mente che crea le forme mentali); il mescolamento di rajas e tamas produce l’Acqua (in cui le immagini e le forme mentali assumono una sembianza definita ma fluida); ed infine tamas in solitario rapprende le forme pensiero che si trasformano in energia materica, ciò che è fisico. 

Da queste trasformazioni e dall’interconnessione costante delle tre guna si svolge lo spettacolo dell’esistente, le tre guna sono la causa prima della vita e del divenire, allo stesso tempo esse sono inseparabili e quindi nella disciplina spirituale del “ritorno a casa”, ovvero della conoscenza reale della propria natura, queste guna sono considerate spinte funzionali a proiettare l’illusione (maya) e che agiscono per “trattenere” lo spirito nel sogno cosmico. 


Paolo D'Arpini
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Seconda Guerra Mondiale - La storia scritta dai vincitori



Uno storico (noto per le sue collaborazioni con Piero Angela) nonostante qualche passaggio interessante ed onesto in questo video https://www.youtube.com/watch?v=xWUNQd3mYSw  fa sfoggio di una spiccata capacità manipolatoria anche grazie a fonti di parte (tra cui anche Halifax e Ciano).  Fa passare Hitler come un mostro astuto e Francia, UK e Polonia come verginelle ingenue trascinate in guerra dai truculenti nazisti.

Ovviamente nessun accenno alle macchinazioni ordite da tali democrazie dove  i principali (ovvero gli Usa con loro infame Bullit) non vengono neanche mai nominati. Né accenni al fatto che anche l'Urss (spacciata ancora per potenza isolata nonostante sappiamo tutti chi la creò..) invase la Polonia, ma nessuno le dichiarò guerra come fecero con la Germania (che aveva avuto quasi un terzo del territorio rubato col  trattato di Versailles e i suoi cittadini squartati a migliaia dai 'prodi' polacchi di Ridzmigly). 

Sentire ancora queste cose come quelle esposte dal tale storico  è per me un pugno nello stomaco. Ai tempi belli avrei seppellito quel video coi miei commenti e sbranato tutti i trolls. Che peccato non avere più a disposizione tutto questo tempo...

Britesco - britesco@gmail.com

La lebbrosa di Bapatla - Una lezione di vita appresa attraverso Anasuya Devi

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Ognuno ha i propri segreti, esperienze che si tengono celate per non offuscare l’immagine di sé, oppure per evitare che ci siano dei fraintendimenti inopportuni. Ad esempio oggi mentre mi trovavo nella grotticella, dedicata ad Amma, la mia madre spirituale, ed al Dio Ganesh, mi è capitato di rileggere la storia di Mansur Mastana un santo sufi che avendo ottenuto l’esperienza del Sé, lo dichiarò pubblicamente affermando “Ana’l-ahqq” che significa “Io sono Dio”. 
Ovvio che in una religione dualistica come quella musulmana tale affermazione fu presa per eresia e Mansur fu condannato a morte. Ma anche sul patibolo egli rideva e continuava ad affermare “la verità” della sua esperienza ma gli altri non potevano capire e semplicemente pensarono che fosse impazzito e comunque meritevole di morte. In seguito i sufi s’intesero fra di loro che in futuro sarebbe stato meglio non affermare pubblicamente tale verità, che anche quando fosse stata raggiunta era meglio uniformarsi alle convenienze essoteriche, lasciando le verità esoteriche nel cerchio ristretto degli iniziati.
Questa premessa per dirvi che a volte ci possono essere esperienze spirituali che non è bene divulgare, poiché potrebbero essere fraintese o creare confusione nella mente degli ascoltatori. Per questa ragione in tutte le scuole iniziatiche si proibisce esplicitamente di farsi belli con i miracoli, le visioni, gli insegnamenti ricevuti e quant’altro. Però, però… stavolta vorrei trasgredire la regola. Ormai la lezione ricevuta è stata da me metabolizzata e credo che –sia pur nel rischio di una malinterpretazione- sia per me giunto il momento di raccontarla. In effetti non è un’esperienza di cui andare orgogliosi, dimostra solo la “piccolezza” dell’io, ma questo aspetto è importate per significare che non occorre uniformarsi ad un “modello” di santità idealistica, che ci fa apparire santi a tutti i costi, ma che è sufficiente poter sorridere e passar sopra alle proprie deblacles considerandole normali avvenimenti sul cammino, in cui talvolta si inciampa per rialzarsi e proseguire.
Dovete sapere, forse già lo sapete, che questo personaggio Paolo D’Arpini è nato l’anno della Scimmia ed è perciò profondamente convinto di essere il meglio in ogni campo o per lo meno si atteggia ad esserlo. Ma siccome ha il Legno (amore, empatia) come elemento principale, manifesta questa sicumera attraverso i sentimenti. Poi c’è il Metallo che rende codesto scimmiotto alquanto giusto ed il Fuoco che gli fa vedere le cose per quel che sono, anche se lo rende un po’ troppo “intelligente” (diciamo pure astuto). Il risultato? Quando da giovane scrivevo poesie lo facevo con impegno amoroso, magari cercando di conquistare con quelle dolci parole le ragazze che altrimenti non mi avrebbero filato (visto che non sono un granché). Siccome poi non mi piace la competizione violenta mi ero specializzato nel poker in modo da dimostrare la mia superiorità con il gioco d’azzardo (questo mi ricorda un po’ il tragitto di Siddharta). Inoltre, per quanto riguarda la giustizia, chi mi conosce sa quanto sia un Don Chisciotte contro i mulini a vento, e per l’intelligenza la riprova sta in questa capacità (messa in pratica ora) di raccontare storie ed aneddoti che sanno pure affascinare….
Insomma in tutti gli aspetti della vita, le caratteristiche psichiche e gli aspetti elementali si manifestano secondo la loro natura e non c’è nulla da fare in ciò, succede e basta! Ovviamente questo vale anche nella dimostrazione della mia “santità”, quando si tratta cioè di fare quella parte, debbo in qualche modo dimostrare un’eccellenza od unicità.
Ad esempio il mio voler dare uno specifico ed esclusivo nome all’esperienza interiore, da me definita “spiritualità laica” è uno dei miei vezzi ormai riconosciuti.
La comprensione del significato “spiritualità” appartiene in verità all’intelletto mentre il “cuore” non darebbe alcun nome, al massimo sarebbe una “meraviglia di sé” (gli inglesi dicono bene con la parola “awe”). Dare una definizione ed un significato all’esperienza è già separatezza, dualismo, ma il “cuore” accetta solo l’unione, semplice fioritura, e non comprende la “descrizione” di tale fioritura. Eppure è sotto gli occhi di chiunque che io continuo a parlare di “spiritualità laica” come un giusto modo di esprimere l’integrazione e la realizzazione, avendolo reso persino un “filone”…. Scusatemi per questo imbroglio scimmiesco!
Oggi sono in vena di confessioni e mi pare giunto il momento di raccontare un fatto vissuto tanti anni fa, quando stavo a Jillellamudi con Amma, la mia madre spirituale Anasuya. Dovete sapere che Anasuya è l’incarnazione della verità (come quel Mansur Mastana di cui sopra), ma lei era molto modesta diceva “non c’è differenza fra voi e me” “io sono voi e voi siete me” “i miei attaccamenti mondani sono molto superiori ai vostri voi siete attaccati agli amici, ad una famiglia, io sono attaccata a tutti voi”… Il significato di Anasuya è “una che è aldilà dell’invidia e della gelosia” ed infatti come poteva essere invidiosa o gelosa quando riconosceva se stessa in tutti ed in tutto ciò che esiste? Cosa significa per Anasuya essere più belli, più brutti, più bravi o più furbi? 
E perciò Anasuya non manifestava alcuna qualità diversa da quelle che le erano proprie, che facevano parte delle caratteristiche innate con le quali era nata. In ogni caso erano le qualità di una “incarnazione” della verità, come d’altronde ognuno di noi…. E le sue lezioni erano dolci e sublimi, crudeli, a volte, ma piene di nettare.
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Vi racconto una di tali lezioni “materne” da me allora vissuta.
Avevo preso l’abitudine da alcuni giorni di recarmi sulla costa, da cui Jillellamudi dista una ventina di miglia, per restarmene in meditazione solitaria di fronte all’oceano. Un giorno mi trovavo in bicicletta pedalando per andare alla spiaggia. Chi di voi conosce le vecchie bici indiane sa che sono macchinari impossibili, altissime e con grandi ruote, una volta salito in sella e partito non è facile fermarsi o compiere acrobazie. Per cui procedevo spedito sgattaiolando senza mai fermarsi fra altri velocipedi, risciò e pedoni.
“Chi si ferma è perduto” dice un vecchio adagio ed infatti cercavo di non fermarmi mai lungo il periglioso percorso. Già un paio di volte alla periferia di Bapatla, la cittadina che dovevo attraversare prima per raggiungere il mare, avevo notato una capannuccia minuscola dalla quale usciva un filino di fumo, davanti alla quale stazionava una vecchietta male in arnese, forse aspettava qualcuno o chiedeva l’elemosina, non so. Nel frattempo dopo alcuni passaggi di andata e ritorno avevo appurato che la vecchietta era in realtà una lebbrosa, con le mani mangiate dalla malattia ed anche alcune parti del volto. Non mi ero mai fermato sia per la mia difficoltà nel pilotare il velocipede ed –ovviamente- anche per la reticenza ad affrontare una situazione alquanto “anomala” per me. Non avevo però potuto ignorare quella presenza, e ricordarmi delle storie di Gesù, di San Francesco, di Madre Teresa di Calcutta e di tutti gli altri santi che curavano e benedicevano i lebbrosi e gli appestati. Insomma la mia “santità” veniva solleticata ed anche la tentazione di dimostrare a me stesso (e di conseguenza al mondo) che non ero inferiore agli altri santi, mi spinse una bella mattina ad arrestare il biciclone (quasi perdendo l’equilibrio) davanti a quella vecchia signora.
Avevo in tasca alcune rupie e ne diedi una alla donna, poi mi ricordai di un’altra banconota da due rupie decrepita e forse anche falsa che mi era stata appioppata da qualcuno e mi dissi “tanto io non potrei mai spendere queste rupie, perché nessuno dei negozianti le prenderebbe, tanto vale darle a questa donna, magari lei riesce a spenderle…” e così feci. La vecchietta mi ringraziò con le mani giunte, anch’io la salutai compito (a distanza di sicurezza) e rimontai in sella partendo a sbalzelloni.
L’immagine di me, che mi ero costruito, era comunque “bellissima” già mi vedevo raccontare l’avventura agli amici di Calcata, con tanto di descrizioni del marciume della carne della povera vecchia, del mio sprezzo del pericolo, etc. Trascorsero alcuni giorni in cui non passai più di là, finché una bella mattina eccomi di nuovo su quella strada e davanti alla capanna c’era la lebbrosa a sbracciarsi, mi si piazzò quasi di fronte alla bici, facendomi perdere l’equilibrio e costringendomi ad una brusca frenata.
Pensai un po’ scocciato “ma che vuole ancora questa? Non le è bastata l’elemosina dell’altra volta?”. La donna mi costrinse ad entrare nella sua capannuccia dove non si stava quasi in piedi e dove lo spazio era appena sufficiente per due persone affiancate e per un giaciglio che stava lì dappresso. Io mi sentivo molto a disagio e debbo dire che provai anche timore non sapendo come muovermi o comportarmi. La donna estrasse da una sua sacchetta, con lentezza che trovai estrema, un qualcosa di arrotolato, e me lo porse… era la banconota da due rupie… Compresi allora che neanche lei era riuscita a “spenderle” e quindi me le restituiva…. Non ebbi il coraggio di riprendermi quel pezzetto di carta che oltre che falso ora mi sembrava anche “infetto”… Altro che sublimazione ed imitazione di Gesù, San Francesco, etc. etc. mi ritrovavo lì, scimmiotto furbetto, ad essere ripagato con la mia stessa moneta…
Offrii alla lebbrosa un’altra banconota da due rupie, in buone condizioni, mi scusai a gesti con lei e scappai il più velocemente possibile dalla scena e per un bel po’ smisi di andarmene a “meditare” sulla spiaggia, in bicicletta.
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Paolo D’Arpini
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Jillellamudi - Paolo con Anasuya Devi