Chi sceglie cosa? - Tutto avviene sincronicamente per sua propria natura...

Tutti  agiamo in modo spontaneo, sempre, ognuno mette in pratica quel che sente. C'è un'aura che lo dimostra, c'è un odore che lo annuncia. Tu non puoi comportarti diversamente da come i tuoi pensieri indicano.

In natura come nell'individuo l'agire si svolge da sé in sincronicità con il Tutto

In natura come nell'individuo l'agire si svolge da sé in sincronicità con il Tutto

Come e da dove sorgono i tuoi pensieri?
Chi li sceglie?
Chi decide una via di azione piuttosto che un'altra?
Forse il desiderio?
Forse la volontà di raggiungere un fine?
E dove si raggiunge qualcosa se non nel mondo delle apparenze, nel sogno dell'esistenza?

Da qui la teoria del karma che pone l'uomo all'interno di una ruota. La stessa ruota che vediamo nelle gabbiette dei criceti. Si muove perché il criceto che ci sta dentro la fa muovere. In se stessa la ruota è inerte. Perciò sia nel taoismo che nell'advaita si proclama "il non agire", nel senso di non compiere azioni con la finalità di un raggiungimento.
Però, in tutta sincerità con te stesso, agisci, non rifuggire dall'azione per paura. Lo stesso Krishna ad Arjuna disse: "Se rifuggi dall'agire la tua stessa natura ti spingerà a compiere le azioni che sono a te dovute". Perciò agisci conformemente al tuo "Dharma/Karma" e lascia i risultati al "Cielo"...
Ed ora un approfondimento: Il “vuoto” taoista - ... se il vero Tao al nostro percepire determinista appare come un nulla, che per noi corrisponde al vuoto del sé (della coscienza individuale), esso segna il ritorno beato nella matrice silenziosa, che attira e proietta l’esperienza del pensiero empirico e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene. Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non valutazione taoista per un Dio personale.
Il manifesto è solo una apparenza, appare nella mente una propensione perché così è nella natura della mente. Accettala e passa oltre. Vivi momento per momento osservando tutto ciò che avviene. Pian piano ti accorgerai che non compirai le azioni sforzandoti o in reazione a quelle degli altri, ma saranno spontanee risposte, senza ricerca di un "esito" definito.
Secondo lo psicologo taoista Alessandro Mahony per i taoisti non esisterebbe quindi tanto una causa effetto ma piuttosto una sincronicità: "Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora".
«Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. I cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? La parola Tao è la risposta a questa domanda». (Alan Watts, Il significato della felicità [109])
Quindi un Taoista non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità.
Ed ancora: «quando un occidentale sente di pensare, crede che un tal fatto sia dovuto ad una specie di fatalismo o determinismo. [...] La prima illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo accada a lui e che quindi sia vittima delle circostanze. Ma se siamo immersi nell'ignoranza originaria non esiste un tu diverso dalla cosa che sta accadendo. Quindi la cosa non sta succedendo a noi, succede e basta. [...] La seconda illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo ora è la conseguenza di un evento del passato. [...] Dobbiamo essere davvero ingenui per credere che il passato provochi quanto avviene oggi. Il passato è simile alla scia lasciata da una nave. Alla fine ogni traccia scompare. [...] È moto semplice: tutto comincia adesso, perciò è spontaneo: non è determinato [...], non è nemmeno casuale [...]. Il Tao è un certo tipo di ordine [...] che però non è precisamente ciò che noi definiamo ordine quando disponiamo un oggetto in un ordine geometrico, in scatole od in file. Se osserviamo un pianta di bambù ci è perfettamente chiaro che la pianta possiede un suo ordine. [...] I cinesi lo chiamano Li [...]. Tutti cercano di esprimere l'essenza del Li. Ma la cosa interessante è che nonostante si sappia cosa sia, non c'è modo di definirla». (Alan Watts, Il significato della felicità [111] pag. 17-18).
E' difficile conciliare i due concetti o no?
In verità Alan Watts è un grande estimatore del Tao ed è riuscito molto bene ad individuarne i punti salienti, egli affermò: "ogni forma di controllo ricade infine sul controllore". Infatti nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità».
La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico.
Ed allora che significato ha compiere azioni "virtuose" con l'intento di un raggiungimento?
Come ad esempio ripetere costantemente il mantra Nam Myoho Renge Kyo (dedicato alla legge di causa effetto) per realizzare i desideri?
Evidentemente non ha un senso per un taoista. Però ha un senso per "accreditare" un'ipotetica "volontà" personale ("Ichinen" si chiama in giapponese). Comunque il pensiero assume una forma, ogni qualvolta lo si desidera, con più o meno forza secondo l'intensità. Ma questo processo nel taoismo - come nell'advaita - è ritenuto una forma di "schiavitù", di immersione nell'illusione del "sogno" (Samsara).
Ciò non toglie che il sogno esiste, finché si dorme, e pur non essendo "vero" è comunque "reale" per il tempo che dura... finché non giunge il momento del Risveglio.

Paolo D'Arpini

Perdita della matrice culturale indoeuropea e separazione tra spirito e materia, in conseguenza all'introduzione delle religioni di matrice giudaica (ebraismo, cristianesimo ed islam)


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Tra le differenze d'impostazione e di espressione  che contraddistinguono le religioni orientali e quelle di matrice giudaico-cristiana,  va considerata l'aderenza alla vita e la non differenziazione tra spirito e materia, che prevale presso gli asiatici,  mentre  in Europa ed in medio Oriente prevale la condanna dei piaceri mondani e la separazione tra spirito e materia.

La causa di questo scollamento dal quotidiano nella cultura occidentale  è una conseguenza della conversione ai dettami biblici (e sue elaborazioni in termini cristiani e maomettani) che ha  provocato la progressiva corruzione  e cancellazione della originaria visione naturalistica indoeuropea.  Questa sostituzione di valori  si riflette anche in tutte le forme artistiche e culturali, in particolare nell'assoluta iconoclastia musulmana   ma anche nelle fissazioni moralistiche cristiane, sia protestanti che cattoliche od ortodosse, che tendono a descrivere il male della vita  e della sessualità, imputando alla mondanità la ragione della sofferenza  - a partire ovviamente  dal cosiddetto peccato originale-  e proponendo come soluzione la mortificazione della carne, l'ascetismo e la rinuncia  (al fine di potersi guadagnare  la gioia in un aldilà).

Nelle manifestazioni rappresentative di tale "mortificazione" vi sono anche le auto-fustigazioni in pubblico, la scalata di santuari a ginocchioni, l'automutilazione, le sceneggiate infernali,  le vie crucis, le torture e gli olocausti inflitti nelle piazze agli eretici, alle donne, etc.

Insomma lo spettacolo  religioso in occidente può essere definito un "teatro dell'orrore", a sfondo sadomaso.  Ma non è mia intenzione continuare a descrivere  l'alienazione che pervade l'Europa dopo l'adozione di  certe "religioni" aliene. Posso solo rimpiangere l'antico spirito bacchico e dionisiaco scacciato (per sempre?) dal nostro DNA.

Per fortuna  la  rappresentazione religiosa  in Oriente ha mantenuto -malgrado le perfide influenze esportate in India ed in Cina da missionari vittoriani e cattocristiani-   la sua caratteristica originaria di glorificazione e celebrazione dell'esistenza.  Il teatro, la danza, le processioni, l'arte in generale, tutto trabocca di sensualità e di gioia di vivere.

Sulle scene indiane vengono rappresentati gli amori di Krishna, le adivasi danzano lasciviamente nei templi, i cortei sono un'orgia di colori, suoni e godimento. Persino i funerali vengono celebrati con grande ricchezza e dispendio di musiche e di lauti pranzi.

Tra l'altro parlare di teatro  "religioso" indiano in un certo senso è improprio. Poiché in esso  non si espongono norme, precetti od episodi metafisici astratti. Si mettono in scena episodi delle epiche classiche, il Ramayana ed il Mahabarata ad esempio, che potrebbero corrispondere alle storie mitologiche dell'Iliade e dell'Odissea. Storie di re, di amori, di guerre, insomma di vita vissuta. Certo queste rappresentazioni offrono anche una "morale" ma è sempre una morale mondana, non religiosa come noi intendiamo la religione. Tant'è che in India non esiste una traduzione esatta  per "religione", esiste solo il "sanatana dharma", la legge eterna del corretto agire nel mondo. Poiché la parola religione sta a significare "riunire ciò che è diviso" mentre per la filosofia indiana non c'è mai stata  alcuna divisione. Il tutto è sempre presente nel tutto. 

Questa è anche una vera espressione di laicità, una laicità pura, naturale, non macchiata da una rivalsa nei confronti del pensiero religioso o spirituale.  Per questa ragione durante gli spettacoli teatrali ai quali ho assistito in India, a volte della durata di parecchie ore, se non giorni, sembrava di rivivere nel presente quel  "pathos" delle vicende vissute dai grandi eroi ed eroine, incarnazioni divine, che veniva riportato sulle scene. Scene che spesso erano la strada, il tempio, un antico monumento, un bosco,  raramente un teatro (quest'ultimo una invenzione della cultura occidentale che tende a racchiudere ed ad astrarre il vissuto dal suo contesto naturale).  

In un certo senso lo stesso modello è espresso anche nelle funzioni "teatrali" dell'antica Cina, basate sulla musica e sulla cerimoniosità ma non indirizzate ad una ipotetica divinità, bensì agli antenati od alle forze della natura. Per contraltare assistiamo poi all'assoluta mancanza di etichetta o formalità in quelle "rappresentazioni", se così possiamo chiamarle, che avvenivano nei monasteri Chan, in cui tutto era recita assurda, con il fine di risvegliare i ricercatori alla presenza cosciente del qui ed ora. Quando leggiamo le storie di vita nei monasteri cinesi non possiamo fare a meno di riconoscere la "pazzia" spirituale  che diventa "spettacolo".

Ricordo, ad esempio, la storia di una bellissima  monaca, chiamata Ryonen, vissuta in un monastero zen. Un monaco che stavo nello stesso monastero si innamorò perdutamente di lei ed una notte si introdusse furtivamente nella sua stanza. Ryonen non si turbò affatto ed accettò volentieri di giacere con lui. Ma l’indomani quando l’innamorato si ripresentò ella disse che in quel momento non era possibile… Il giorno seguente si svolgeva nel tempio una grande cerimonia per commemorare l’illuminazione del Buddha alla presenza di una gran folla e di parecchi monaci venuti da lontano. Ryonen entrò senza indugi nella sala colma e con totale naturalezza si pose di fronte al monaco che diceva di amarla, si denudò completamente e gli disse: “Eccomi, sono pronta, se vuoi amarmi puoi farlo qui, ora…”.

Il monaco se ne fuggì per non far più ritorno mentre Ryonen con quel gesto aveva reciso le radici di ogni illusione. La storia di Ryonen e la sua totale adamantina aderenza alla verità può essere presa ad esempio lampante di cosa sia il "teatro religioso" nella tradizione zen. 
Con il  metodo teatrale zen, infatti, in considerazione che tutto è una “commedia”, non vale celare le pecche e i difetti, le antipatie e le simpatie (spesso immotivate). Il render complici gli altri anche “forzosamente” serve a rompere quel muro di ghiaccio che solitamente si instaura fra persone che non si conoscono, o che stentano a manifestarsi liberamente. 

Insomma il teatro religioso in Oriente attinge ancora direttamente alla vita di ogni giorno, in un certo senso potremmo definirlo un "teatro di strada". In particolare penso a quella rappresentazione teatrale giapponese chiamata Kabuki, che ritengo collegato all'esperienza dello zen,  e il significato di questo termine è quello di “provocazione” cioè si intende provocare  mettendo in “scena” anche esplicite allusioni sessuali.  Ka che sta per canto, bu è ballo e ki conoscenza tecnica. Quindi si riassume in un  insieme inscenando una recita che oltre a rispettare le origini (cioè provocare o essere una rappresentazione realistica) prevede cambi d’abito repentini (che vengono agevolati dai “servi di scena” ed è una pratica chiamata bukkaeri) perché sotto quelli indossati, che si lasciano cadere, ce ne sono altri, a significare il “cambio” (non solo nell’azione ma nel ruolo dell’attore) e quindi delle diverse funzioni vitali.

Tempo fa lessi l’autobiografia di un attore giapponese (di cui purtroppo ho dimenticato il nome) in cui egli narrava le peripezie vissute per compiere  lo straziante destino dell’attore, le parti strane, le umiliazioni, la fame, la fatica, le scomodità, gli applausi, i fischi e tutte il resto.. mi sembrava di leggere la vita di un santo… Io stesso -che sono un attore e regista dilettante- misi in scena, per strada o in luoghi all'aperto od in grotte, diverse storie zen che avevano lo scopo di trasmettere la consapevolezza che la verità è presente in tutto quel che ci circonda. Certo, come fanno i maestri zen, anche attraverso bastonate psicologiche od anche reali.

Questo perché ho notato che parecchia  gente in Europa solitamente vive con una etichetta di rispettabilità e di santità artificiosa. Le persone sovente assumono dei comportamenti falsi, mettendo in risalto gli aspetti convenienti della propria personalità od oscurandone altri.

Mi auguro che la freschezza del teatro d'Oriente possa ancora una volta contagiare le menti libere d'Europa, mostrando loro lo squallore dello  spettacolo finto trasgressivo del cinema hollywoodiano  o peggio ancora delle sacre rappresentazioni bacchettone della pseudo cultura occidentale. Una cultura corrotta prima dalle perversioni religiose e poi da un laicismo materialista che tende a trasformare l'essere umano in un robot, cancellandone lo "spirito".

Paolo D'Arpini

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Psicologia archetipica. Empatia e transfert


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Ho sempre avuto un debole per lo studio della psicologia. In passato
ho scritto anche degli articoli sulla correlazione fra la psicanalisi
ed il Libro dei Mutamenti (I Ching), nonché sulla psicologia
transpersonale e le teorie del Sé profondo vicine alla filosofia
Advaita dell’India.

Inoltre ho intavolato spesso e volentieri discussioni e scambi di
vedute con amici psichiatri, psicologi e psicoterapeuti… a volte
opponendo alla visione tecnicistica della scienza attuale una visione
olistica e psicosomatica.

Nell’analisi psicologica dei soggetti trattati, secondo me, occorre
tener presente che la comprensione degli stati psichici esaminati
nell’individuo “osservato” necessitano di una buona dose di
commistione ed empatia, ovvero lo psicologo deve essere anche un po’
“intrigante e speculativo”.

Intrigante deriva da intrigo (macchinazione, trama, intesa, etc.)
questa parola esprime un sacco di doppi sensi, a volte viene usata
nell’accezione positiva, in quanto una cosa intrigante é interessante,
varia, divertente, attraente… oppure nel senso negativo il che
significa confusa, cunning, con risvolti celati, etc. Il termine
Speculazione esprime un altro aspetto tipico dell’analisi, oltre
quello dello specchiarsi… anche indagine, ricerca, riflessione,
pretesto…

L’empatia ed il transfert sono necessari per la comprensione dei
giochi della mente, la compartecipazione ed il riconoscimento di
condividere tutti gli aspetti esaminati, questo è il solo modo
-secondo me- per poter trovare soluzioni agli squilibri ed alle
disfunzioni della psiche. Perciò lo psicoterapeuta svolge anche una
funzione sacerdotale, sciamanica… e questo non è un atteggiamento
eretico… anzi proprio questo atteggiamento consente di apportare
elementi di guarigione… All’inverso dove c’è assunzione di sanità
nell’osservatore e riconoscimento di insanità nell’osservato, subentra
una sorta di strumentalizzazione della “malattia” e di uso
medico-terapeutico falsato…

Infatti tutti gli esseri umani sono "uguali", nessuno ha il diritto di
considerarsi un essere umano superiore ad un altro. Chi riveste un
ruolo riconosciuto nella società è sempre una persona, alla pari di
ogni altra. Anche chi giudica può essere giudicato e chi riveste ruoli
in una categoria che si presume voglia approfondire la conoscenza
della mente dovrebbe rispettare per primo i principi di cui si fa
garante.

Siccome io personalmente non sono uno psicologo e nemmeno un medico
tutte le mie conclusioni sulla psiche non attingono ad una matrice
scientista.. mi limito allo studio degli archetipi secondo i modelli
zodiacali ed astrologici (nelle varie salse e filoni). E come
anticipato uno dei miei testi preferiti, per l'analisi delle qualità
spazio/temporali (necessarie alla comprensione delle caratteristiche
degli esseri), è il Libro dei Mutamenti.


Paolo D'Arpini


Sionismo e la nuova religione olocaustica



«Ed il punto essenziale  sta in ciò, che la religione olocaustica sancisce l’asservimento dell’Europa agli USA. Non è neppure così difficile capirlo. Hitler è morto nel 1945, il nazismo non ha alcuna possibilità di ritornare, ma la Germania (chiave geopolitica dell’Europa) deve restare inchiodata per i secoli dei secoli alla colpa originaria.

Persino l’allievo sciocco e politicamente corretto dei suoi ben migliori maestri francofortesi Jürgen Habermas è costretto a sostenere che la Germania, essendo colpevole del crimine unico e incomparabile di Auschwitz, non potrà avere mai più un “patriottismo” nazionale, ma soltanto un “patriottismo della costituzione”, e cioè una totale mancanza di legittimo patriottismo nazionale. E perché, di grazia, in un’ottica di razionalismo universalistico di matrice illuministica, l’Inghilterra, l’Olanda e Israele possono essere “patriottiche” e la Germania no? Perché c’è stato Hitler dal 1933 al 1945? Ma tutti i paesi, nessuno escluso, hanno avuto personaggi criminali nella loro
storia (persino i socialdemocratici scandinavi hanno schiavizzato la gente per un millennio nel loro periodo vichingo-normanno-variago).


E allora? Forse che le giovani generazioni nate dopo devono esservi inchiodate?

Certo. Devono esservi inchiodate. E devono esservi inchiodate perché la nuova religione imperiale USA deve poter giustificare il mantenimento delle basi militari in Europa e la trasformazione della NATO da alleanza difensiva europea a mercenariato militare occidentalistico globalizzato (Afghanistan, eccetera) press’a poco con questo ragionamento: “Voi Europei siete come bambini incoscienti che vi fareste male da soli, se noi vi lasciassimo fare a modo vostro. Avete fatto la mattanza della prima guerra mondiale, avete permesso che la diarchia Hitler-Stalin vi dominasse, ed avete soprattutto permesso Auschwitz, incomparabile con qualsiasi altro evento (Hiroshima è stato uno spiacevole mezzo per salvare le vite dei nostri ragazzi). E allora meritate di essere occupati in sæcula sæculorum. 


Se poi qualcuno vi dice che lo facciamo per ragioni geopolitiche, sappiate che si tratta di un fanatico antiamericano e certamente anche antisemita».

Costanzo Preve


Tratto da: “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” anno VI, numero 2,
maggio-agosto 2009, pp. 176-177.

Realizzazione del Sé (La vita e gli insegnamenti di Sri Ramana Maharshi) - di B.V. Narasimha Swami


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Se le persone in generale, e i praticanti spirituali in particolare, sviluppano l’abitudine di vedere e parlare delle cose come realmente esse sono, è meglio. Sono stati immersi in anni di illusione e hanno giudicato solo attraverso le apparenze. Non dovrebbero perdere più tempo assumendo l’abitudine di guardare in faccia la nuda verità.

Maharshi ha incominciato questo tempo fa – trentanove anni prima. Per lui la morte diventa una semplice inezia, una mera parola. Che cosa è la morte, se non un altro cambiamento di forma, che richiede un nuovo nome? Ma nella sostanza, cosa cambia?
Non posso essere tagliato, né bruciato, né bagnato o seccato. Io sono eterno, in tutto, stabile e imperturbabile.
(Bhagavad Gita II, 25)
La questione è: “Morte e vita sono aspetti diversi dello stesso ed unico evento”- un mutamento. Ciò che è al di là di ogni cambiamento è il Reale. Il Reale è l’Assoluto. Maharshi aveva realizzato l’Assoluto molto tempo fa ed era andato oltre le cose reali. Egli non si lamentava e piangeva quando le scimmie e i cani morivano nell’Ashram; Quindi perché doveva mostrare qualche dispiacere quando Alagammal morì?"

Self-Realization (the life and teachings of Bhagavan Sri Ramana Maharshi) by B.V. Narasimha Swami.

(Stralcio della  traduzione in corso a cura   di Giuseppe Moscatello)

L’8 settembre, l’Italia dei lupercali, l’arte del mugugno e l’arte del fischio…



L’8 settembre, l’Italia dei lupercali, l’arte del mugugno e l’arte del fischio… i fichi a Treia son maturi ed è il 251º giorno del Calendario Gregoriano.  Ma non è propriamente questo che ci interessa, bensì la Ricorrenza dell’evento che molto influì sulla nostra storia patria.
 
Il dramma dell’Esercito Italiano scoppia alle 19.45 dell’8 settembre 1943, quando la radio divulga il messaggio del Maresciallo Badoglio in cui si annuncia che è stato firmato l’Armistizio a Cassibile.

Da ciò lo sbandamento di centinaia di migliaia di soldati e l’occupazione degli uffici istituzionali e delle caserme da parte delle truppe tedesche, che in verità già stazionavano sul suolo italico (in veste di Alleati).

Da quel momento iniziava il "tutti a casa", che finì per molti con la prigionia ed il lavoro forzato e per altri con l’imboscamento e la guerra civile, mentre il Re firmatario si rifugiava al sud sotto la protezione degli ex nemici.

Forse l’Armistizio fu cosa buona, poiché gli Italiani non avevano mai voluto la guerra dichiarata da Mussolini, ma il modo in cui le cose vennero gestite, senza alcuna considerazione per i danni morali e materiali alla popolazione, lasciò una traccia indelebile nel nostro DNA politico.

Ecco da quel momento in Italia iniziò un processo quasi irreversibile di “non credibilità politica” che si manifesta anche nella politica nazionale ed internazionale di questi giorni.

“Il guaio dell'umanità è l'Amore senza Giustizia. L'amore dato senza giustizia. Giustizia vuol dire dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Il rispetto, la dedizione, la stima, l'amore, vanno dati non per fini estetici: perché è bello (corpo), perché ha i soldi (materia), perché è agiato ecc. ma per fini interiori (spirituali): perché è nobile, perché è stimabile, perché è rispettabile, ecc...” (Paolo Pennacchi)

“Da qualche tempo le discussioni su internet rendono verosimile un sospetto che ultimamente alligna nelle menti di alcuni analisti sociopsicopatologigi: le ondate di migranti islamici potrebbero essere provocate dalla scoperta che nove italiani su dieci assomigliano molto a tanti ayatollah, per cui i maomettani immaginano di potersi trovare benissimo in mezzo ad una popolazione di fanatici fideisti integralisti.” (Vincenzo Zamboni)

"In Discesa all'Ade e resurrezione: "Senza l’Essere l’ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma l’essere non si restringe a spazio e tempo. Senza lo spazio non spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto, non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa fonte eterna? Le potenze generatrici «non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione» diceva l’osservatore platonico alla conclusione del mondo antico" (Elemire Zolla)

Dal passato il futuro...? Fischia che ti passa....

Paolo D'Arpini


Discorsi sulla Non-violenza in azione - Da Mahatma Gandhi a Martin Luther King

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La non-violenza è un valore che fa parte delle tradizioni etiche di alcune religioni, come si riscontra nel Buddismo, Induismo e nel pacifismo cristiano.
Comunque, ha raggiunto una tale statura, da essere considerato un valore cui aspirare, oltre ad essere divenuto un principio da seguire ed adottare contro la violenza della guerra.
Il miglior maestro della non-violenza dei tempi moderni è Gandhi. Egli è anche considerato dalla maggior parte degli Indiani il fondatore della loro Patria, e da tanti altri come il maggior esponente di questa pratica al punto da essere anche ritenuto una sorta di santo.
Infatti ha sperimentato l’uso della resistenza passiva e della non-violenza sia come approccio filosofico e spirituale alla vita di tutti i giorni, sia come tecnica da seguire per raggiungere un vero cambiamento politico e sociale.
Gandhi era conosciuto tra gli Indiani come “Mahatma”, ovvero Grande Anima, per il suo coraggio, per la sua semplicità, e per lo straordinario impatto che i suoi insegnamenti avevano su tutti, e per l’esempio di vita che ha saputo dare.
Il tema centrale della ricerca di Gandhi è la “verità” come si può desumere dalla lettura della sua autobiografia intitolata “I miei sperimenti sulla verità”;  riteneva che l’amore per la non-violenza potesse raggiungersi solo con la compassione e la tolleranza per le altre persone e che il suo concreto esercizio implicasse una continua prova, sperimentazioni, a volte errori e continui sforzi.
Forse  il concetto più importante dei suoi insegnamenti è satyagraha, che tradotto letteralmente significa “ la forza dell’anima” o “ la verità dell’anima”.  Questo è un valore che per essere vissuto in pieno, richiede una aderenza piena e interiore al rispetto ed amore per il prossimo.
Mohandas Gandhi nasce in India nel 1869; i suoi genitori appartenevano alla casta dei commercianti Hindu. Egli rimase sempre devoto alla sua religione ma esercitarono forti influenze anche le tradizioni e i valori di altre religioni, come ad esempio il principio pacifista del Cristianesimo, e gli scritti di Thoreau e Tolstoy sui diritti e doveri degli individui di praticare la disobbedienza civile quando le autorità politiche violano le libertà personali e i diritti politici.
Si sposò  molto giovane e studiò Giurisprudenza a Londra. Trascorso un breve periodo in India, il giovane avvocato si trasferì in Sud-Africa, dove fu ostacolato dal sistema delle leggi razziste di quel Paese ( c’era a quei tempi, e attualmente ancora è presente, una nutrita comunità asiatica, in particolare indiana, in Sud-Africa).
Rimase lì  per circa 21 anni, portando avanti una campagna per i diritti degli Indiani, stampando giornali, e sviluppando la sua filosofia della non-violenza. Fu arrestato e torturato più volte dalle autorità britanniche ma egli li servì con lealtà quando lo ritenne giusto. Organizzò, ad esempio, un corpo d’ambulanza durante la guerra Boera, (1899-1902), e la Ribellione degli Zulù (1906), per il cui aiuto offerto ottenne anche una decorazione dal governo.
Nel 1915 Gandhi tornò in India e nel giro di pochi anni divenne il del movimento nazionale Indiano, che mirava ad ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Quando il governo ritenne fuori legge l’opposizione politica, Gandhi lanciò una vittoriosa campagna contro queste leggi.
Nel 1919 le truppe britanniche hanno sparato su una folla composta da uomini, donne e bambini indiani pacifisti e non armati, che stavano dimostrando; vennero uccisi circa 400 persone in quello che sarebbe passato alla Storia come il Massacro di Amristar.
Questo servì  a sottolineare la differenza tra la resistenza passiva e la brutalità  delle autorità, e aiutò Gandhi a mettere in pratica il principio contenuto nella satyagraha.
Gandhi non condivideva gli atteggiamenti aggressivi degli altri leaders per l’indipendenza indiana; infatti si fece in disparte durante i moti di Bombay nel 1921 e quelli di CHauri-Chaura nel 1922. Continuò piuttosto a battersi per il rispetto dei diritti della casta Hindù dei più poveri, chiamati “intoccabili”,  che egli aveva ribattezzato Harijan, ovvero figli di Dio, e per i lavoratori più deboli, come i manovali e i contadini.
Incitò  gli Indiani a creare delle aziende perché producessero direttamente il cotone, motivo principale dell’occupazione britannica, e perché si potesse così raggiungere l’indipendenza e l’autosufficienza economica ( swarai).
Era contrario alla creazione di due realtà separate composte dal Pakistan musulmano e dall’India induista e infatti, nel 1948 venne assassinato da un fanatico induista che non condivideva la sua tolleranza religiosa, proprio nell’anno in cui l’India aveva vinto la sua battaglia e divenne indipendente rispetto alla Gran Bretagna.
Questo dimostra che si è realizzato quello che molti credevano impossibile: egli è riuscito a far ottenere l’indipendenza a più di 400 milioni di persone, senza sparare neanche un colpo. Inoltre il suo esempio è stata la concreta dimostrazione che, la pratica della non-violenza, può essere uno strumento più che valido anche nel mondo del XX secolo, caratterizzato dalla “Realpolitik”, potere e violenza.
Una delle chiavi per capire in pieno gli sforzi fatti da Gandhi nell’applicare il principio della non-violenza è comprendere la ahisma, ovvero la culla del satyagraha. Come egli stesso disse, “Ahisma e la Verità sono così interdipendenti che è impossibile scindere un concetto dall’altro…. Tuttavia, ahisma è il significato più profondo, la verità ne è la conclusione”.
Risulta però  limitante tradurre il vocabolo ahisma con il concetto di resistenza passiva, perché invece è fondamentale sottolinearne il contenuto di amore attivo. Implica niente altro che la personale ed individuale responsabilità di riformare il pianeta e se necessario soffrire in prima persona.
La base di questa sofferenza (chiamata tapasya da Gandhi). 
Da un lato, tranne che ci si senta portati alla sofferenza, la profondità  del proprio impegno può essere messo in discussione.
Inoltre, poiché  ogni conflitto porta alla sofferenza, la devozione verso la giustizia del non-violento aumenterà il  senso di sofferenza.
Gandhi ha con forza sottolineato a più riprese che satyagraha deve essere distinta dal passivo desiderio di evitare conflitti a tutti i costi. La classe media in particolare, ha sempre tollerato situazioni scomode pur di poter continuare ad avere una vita sicura e comoda.
“La mia fede nella non-violenza è una forza estremamente attiva”, scrisse Gandhi, “ non c’è posto per i codardi o per i deboli. Si spera che un uomo violento possa, un giorno, diventare un non-violento, ma non c’è speranza per i codardi”:
La non-violenza e la disobbedienza civile ricerca il diritto di scelta del singolo,e anche l’obbligo di ognuno,di sperimentare fino in fondo le conseguenze di quella scelta ed essere anche giudicati, di conseguenza, dalla società in cui vive.
La scelta della strada della non-violenza non è sempre semplice: arresti, torture, a volte persino la morte possono far parte di questo modo di combattere. Gli individui sono chiamati a svolgere tutte queste funzioni e a soffrire, anche per tutti gli altri.
Inoltre richiede anche un profondo rispetto per i propri nemici; deve basarsi su una profonda onestà e verità. Occorre considerare il proprio nemico molto seriamente e instaurarci un dialogo che lo porti ad una auto-analisi perché possa fargli cambiare direzione senza fargli perdere l’onore.
In un qualsiasi conflitto in cui vengono usate le armi c’è sempre un vinto da una parte, un vincitore dall’altra.
Nel concetto di satyagraha, l’obiettivo da raggiungere è quello che entrambi le parti vincano agendo con l’amore e in armonia reciproca, piuttosto che continuare nella strada della discordia e della violenza.
Gandhi, essendo sempre alla ricerca della verità e della giustizia, non condivideva le dottrine che giustificano ogni mezzo pur di raggiungere lo scopo.
Per i seguaci di Gandhi, la violenza è reazionaria: più si usa violenza, meno si rivoluziona.
Di contro, gli attivisti politici, sia di estrema destra, sia di estrema sinistra, sono inclini ai compromessi morali, convinti che la loro visione del mondo come dovrebbe essere giustifica qualsiasi mezzo pur di ottenere il risultato da essi perseguito.
Lenin, per esempio, affermava che “ per raggiungere i nostri fini, ci uniremo persino con il diavolo”; per Lenin, qualsiasi tendenza moralizzatrice sulla crudeltà di usare mezzi violenti per il raggiungimento degli scopi rivoluzionari, era “ l’ipocrisia insopportabile dei sentimentalisti presa in prestito dalla classe dominante ma marcia”.
Il Reverendo Martin Luther King Junior, leader del movimento non-violento per l’affermazione dei diritti civili durante gli anni cinquanta e sessanta in America, nonché visionario che come Gandhi era una persona molto pratica e orientata al risultato, ha scritto che “ rispondere alla violenza con altra violenza, la moltiplica, rendendo ancora più scura la notte già priva di stelle.
L’oscurità non si combatte con altra oscurità, solo la luce può farlo. L’odio non può sconfiggere l’odio, solo l’amore può sconfiggerlo.”
In pratica, la satyagraha, e le azioni non violente di King si sono espresse sotto varie forme: manifestazioni, boicottaggi, picchetti, scioperi, disobbedienza civile, occupazione non violenta di vari edifici governativi, imprigionamenti di massa, rifiuto del pagamento delle tasse e una volontà di subire abusi dalle autorità e reagire in maniera non violenta, con cortesia, coraggio e determinazione.
Questo, come Gandhi sosteneva sempre, richiedeva molta più forza che premere il grilletto, molto più coraggio che combattere o rispondere ad un attacco.
Le tecniche gandiane non offrivano molta alternativa alla lotta; piuttosto fornivano altri modi non violenti di reagire. Durante una delle sue famose satyagraha del 1930, per esempio, Gandhi arrivò alle miniere di Dharasana con 2.500 manifestanti.
Secondo un testimone oculare occidentale, gli uomini arrivarono al blocco di polizia in silenzio, e vennero picchiati con i manganelli mentre nessuno di loro aveva alzato neanche un braccio per difendersi.
Un modo di dire popolare tra gli attivisti radicali americani durante gli anni sessanta era “potere al popolo”. I seguaci del credo non violento, credono che il popolo sia più potente quando ha un coraggio morale sufficiente da essere immuni non solo alla minaccia rivolta contro ma anche all’inclinazione ad usare la violenza.
L’astenersi dalla violenza  deriva da una chiarezza di propositi che Gandhi avrebbe chiamato “abnegazione” .
Come diceva, non necessariamente ciò significa smaltire la propria rabbia ma trasformarla: “ Ho imparato, attrerso esperienze amare, l’unica vera lezione per mettere da parte la mia rabbia e così come il calore viene accumulato e si trasforma in energia, allo stesso modo la nostra rabbia controllata può essere trasformata in un potere che può smuovere il mondo”.
La non-violenza di Gandhi e dei suoi seguaci, e compresi anche quelli di Martin Luther King, era proattiva piuttosto che reattiva.
Le loro tattiche erano imprevedibili, spontanee e radicali e le autorità governative ne erano chiaramente esasperate.
Satyagraha- la forza dell’anima piuttosto che quella fisica, di sicuro può sconcertare quelli che capiscono la violenza ma che hanno avuto poca esperienza con la forza della verità di Gandhi.
Dopo Gandhi, il maggior esponente e fautore della pratica della non- violenza fu il Reverendo Martin Luther King, che adottò in tutta coscienza la satyagraha per applicarla in America. King studiò la filosofia di Ganfhi e i suoi metodi, viaggiò in India, ed emerse come capo, architetto e leader spirituale delle campagne per i diritti civili con la non-violenza negli Stati Uniti.
Trascorse molto del tempo dagli avvocati per la difesa contro quelle leggi ingiuste che discriminavano le persone in base alla propria razza.
Negli anni Cinquanta e Sessanta i trasporti pubblici, ristoranti, sports, eventi culturali, librerie, e le scuole erano spesso riservate in base alla razza con strutture migliori solo riservate ai bianchi.
Ai neri veniva negato il diritto di voto e purtroppo era relativamente comune il linciaggio degli afro-americani, specialmente ad opera del Ku Klux Klan, una banda semi segreta di bianchi violenti e razzisti.
Forse l’evento culminante della leadership di King nella marcia dei diritti civili, è stata il boicottaggio degli autobus a Montgomery (Alabama).
Nel dicembre 1955, Rosa Parks, si rifiutò di sedersi in fondo in un autobus pubblico.
Dopo che migliaia di afro-americani camminavano a piedi per andare al lavoro piuttosto che salire su autobus segregati, vennero concessi a tutti i servizi .
Questi erano gli anni in cui il Governatore George  Wallace , di fronte all’università dell’Alabama, impediva l’ammissione ai corsi degli studenti neri e  venivano usate scariche elettriche e cani contro dimostranti pacifici a Birmingham, Alabama.   In tutto ciò, King mantenne sempre una devozione assoluta per la non violenza, basata sulla sua percezione dei principi cristiani. King, come Gandhi, mobilitò una schiera di seguaci non violenti, catturando la coscienza di milioni di persone, raggiungendo obiettivi epocali.
Fondò  la Conferenza Cristiana del Sud, che propugnava la non-violenza, l’azione comunitaria e nel 1963 organizzò a Washington la marcia per il lavoro e la libertà, conosciuta anche come “ la marcia dei poveri” che portò nella capitale americana circa cinquecentomila persone.
Nel 1964 King venne insignito del Premio Nobel per la pace.
Angela Braghin – Dottoressa in scienze politiche

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"Il Gioco della Coscienza" di Swami Muktananda - Recensione


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"Il gioco della Coscienza" è un resoconto delle esperienze spirituali di un santo del nostro tempo sulla via dell'illuminazione.

Il 15 agosto del 1947 uno yogi di nome Swami Muktananda ricevette l'iniziazione dal suo Guru, Bhagavvan Nityananda, un asceta dal grande potere spirituale, il cui nome significa "la gioia eterna". Nei nove anni successivi Swami Muktananda attraversò uno straordinario processo interiore che trasformò il suo corpo, la sua mente e il suo cuore. Grazie a tale processo arrivò a percepire se stesso e ogni altra cosa come forme di un'unica energia divina, raggiungendo lo stato di illuminazione. 

Per descrivere il proprio viaggio interiore Swami Muktananda scrisse questo libro, un'autobiografia spirituale che spiega gli effetti di Kundalini risvegliata e l'applicazione dei principi della filosofia spirituale, e soprattutto un'opera illuminante, carica del potere interiore dell'autore.

Swami Muktananda è stato uno dei più stimati Maestri spirituali dei tempi moderni. Dal 1982, anno della sua scomparsa, la sua erede spirituale e attuale Maestro del lignaggio del Siddha Yoga, Swami Chidvilasananda, continua a diffondere i suoi insegnamenti a una cerchia sempre più vasta di cercatori.

Sia che abbiate appena iniziato a percorrere il sentiero spirituale o che lo stiate seguendo da lungo tempo, questo libro può aiutarvi a comprendere il vostro viaggio verso la perfezione.

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Sull'autore: 


Swami Muktananda (1908 – 1982) intraprese molto presto la vita del sadhu, del monaco errante alla ricerca della realizzazione spirituale.

Negli anni '70, seguendo il comando del suo Guru, Swami Muktananda portò in Occidente l'antica tradizione spirituale del lignaggio del suo maestro.

Diede l'Iniziazione shaktipat, fino ad allora poco conosciuta, a migliaia di cercatori spirituali.

Creò in India la fondazione Gurudev Siddha Peeth, per amministrare il lavoro svolto nel paese, e negli Stati Uniti creò la SYDA Foundation per amministrare le attività della meditazione Siddha Yoga nel mondo.

Egli ci ricorda continuamente che la nostra vera identità non è con il corpo o con la mente, ma con il Sé.

Il Sé, che è la base e l'essenza del nostro essere, è la Coscienza infinitamente creativa, infinitamente potente, infinitamente gioiosa.

Solo quando la scopriamo all'interno di noi stessi, diviene chiaro il significato della nostra vita.

Il processo per giungere a quella scoperta è il tema reale di questo libro, composto di saggi, domande e risposte e interviste che, riuniti in capitoli, formano la mappa del cammino verso l'autoconoscenza e nello stesso tempo un'introduzione di base agli insegnamenti di Swami Muktananda.

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Tao - Vivere la vita secondo natura



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Il taoismo è una filosofia naturalistica di origine cinese. Il sistema di pensiero da cui deriva fu elaborato fra il V e il IV secolo avanti Cristo dal filosofo cinese Lao Tzu. Il Taoismo si basa sul Tao (la via), ovvero il principio che dà origine al Cosmo, ma vi confluiscono saperi di varia matrice: principi di sciamanesimo femminile, religiosità popolare, metafisica, filosofie di vita tratte da autori come Laozi, Zhuangzi, Liezu

Lo confermano le affermazioni di Mario Sabattini e Paolo Santangelo: “Le concezioni che emergono dalle opere taoiste non presentano un carattere univoco; quasi certamente esse abbracciano tendenze diverse che sono andate via via stratificandosi in un corpus di testi, cui solo in epoca successiva si è voluto attribuire la natura di un complesso dottrinario omogeneo.”

Il Tao e le energie Yin e Yang

La visione del mondo taoista è di natura olistica, a differenza di quella occidentale che si basa sulla contrapposizione di forze opposte. Queste forze, definite Yin e Yang, sono in realtà due facce della stessa medaglia, come si evince dal Tao, simbolo ormai diffuso anche alle nostre latitudini. Gli opposti sono manifestazioni del Tao e hanno la medesima importanza, pur essendo diversi. La "divinità" del Taoismo è quindi una specie di Principio ordinatore del mondo, concetto assai lontano dall’immagine di carattere personale tipica delle religioni occidentali. Non c’è bianco senza nero, non c’è luce senza buio, non c’è femminile senza maschile.

La visione globale del Taoismo favorisce la comprensione di questo scambio reciproco e dell’azione unitaria cui sono tesi gli opposti. In Occidente, al contrario, essi vengono percepiti in modo distorto, come fossero due fazioni che devono lottare l’una contro l’altra, per primeggiare.

Nella concezione Yin-Yang (che appartiene anche al Confucianesimo e alla medicina tradizionale cinese) i due poli sono l’uno la continuazione dell’altro, pur alternandosi dal punto di vista temporale. Quando il polo Yin (femminile) raggiunge l’apice lascia il posto al polo Yang (maschile) e così via in un moto perpetuo. Da ciò dipende l’equilibrio. Pensiamo per esempio alle stagioni fredde e calde. Le prime vengono rimpiazzate dalle seconde quando raggiungono il massimo di espansione, visto che a quel punto il loro ruolo (costruttivo) viene meno. E viceversa. Ma entrambe sono assolutamente indispensabili per mantenere uno stato di equilibrio sulla Terra. E così vale per la nostra psiche, che non deve necessariamente eliminare le pulsioni “negative” ma renderle costruttive. D’altronde anche la rabbia ha una sua funzione purché non prenda il sopravvento, solo in questo modo può dare frutti anziché procurare distruzione.

Quando comprendiamo che gli opposti sono necessari alla vita, intuiamo che tutto è relativo e impermanente. E comprendiamo di conseguenza che tutte le forme di estremismo portano fuori strada.

Mi viene in mente, a tal proposito, un’esperienza personale: dopo una delusione d’amore che mi aveva procurato grande sofferenza decisi di aprirmi nuovamente al mondo, iniziando a frequentare delle etnie che mi affascinavano da tempo. Riuscii nell’intento ritrovando la felicità che era venuta a mancare negli anni passati. Il problema è che mi feci coinvolgere a tal punto da questa nuova realtà, da perdere i contatti con il mondo cui appartenevo. La spinta Yang che mi aveva aiutata a uscire da una situazione difficile, convincendomi a sperimentare la vita avventurosa che avevo per anni represso, si era trasformata nella mia condanna. Mi ero lasciata risucchiare dallo stile di vita delle etnie con cui ero entrata in contatto, finendo per dimenticare le mie origini. Avrei dovuto, dopo l’entusiasmo dei primi anni, riconsiderare il mio lato Yin/femminile, quello legato al passato e alle radici, per non perdere la strada maestra. Così non è stato e mi sono smarrita. A dimostrazione di quanto sia importante mantenere l’equilibrio Yin/Yang anche nella vita reale.

Probabilmente sarà successo anche a te di lasciarti sopraffare da una delle due energie, Yin o Yang. Accade quando si concentra tutta la propria attenzione su un solo settore esistenziale, per esempio il lavoro, che potremmo definire tendenzialmente Yang visto che implica espansione. Se le energie sono completamente assorbite dalla professione, il lato Yin, più ritirato/intimista/femminile potrebbe risentirne. C’è bisogno di equilibrio e quindi, parlando di lavoro, è importante alternarlo con attività diverse, anche un semplice hobby che permetta di staccare la spina.

Il Taoista cerca un punto di incontro e rifiuta la guerra

Secondo il Taoismo è importantissimo riuscire a trovare un punto di incontro: d’altronde anche le differenze partono da un punto in comune. Il Taoista, in tale ottica, cerca ciò che unisce, non ciò che divide. E questo vale anche in una banale discussione. Sacrificare un po’ del proprio punto di vista per giungere a un accordo comune è più importante che avere ragione.

I 5 principi fondamentali del Taoismo rispecchiano perfettamente questo punto di vista: Unità, Armonia, Mutamento, Spontaneità e Non-Interferenza.

La Spontaneità ha una rilevanza particolare. Difatti questa religione detesta le regole rigide, preferendo l’agire spontaneo, dettato dal cuore, esattamente come accade ai bambini. Perché? Perché questo agire è naturale, non alterato dalla mente. In tale ottica ogni persona è qualcuno e deve auto-coltivarsi nel rispetto della sua vera natura.

Ogni persona ha il proprio Tao, ovvero la propria Via da seguire. Ed è per questo che le regole non possono essere rigide o valide per tutti. Ognuno di noi è diverso. Il Taoista non teme il karma, non accetta di doversi assoggettare a regole, ma agisce secondo natura. Nonostante ciò è importante seguire le indicazioni di un Maestro più esperto ma egli non impartisce ordini bensì vigila sul percorso del discepolo, per capire se ha intrapreso la strada della mente o il sentiero giusto, quello naturale. Questo non significa che il Taoismo sia una religione priva di etica, anzi. Il rispetto dell’altro è fondamentale. Solo che rifiuta le norme o i codici comportamentali troppo statici, standardizzati.

In definitiva un taoista vive la vita secondo natura, cercando di mantenersi in salute dal punto di vista psicofisico, mantenendo un contatto profondo con la propria spiritualità, proteggendo l’ambiente circostante e vivendo l’esistenza con serena accettazione.

Laura De Rosa


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«Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos’altro è accaduto allora. Ma i cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: -Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento?- La parola Tao è la risposta a questa domanda.» (Alan Watts)


Fonte: www.yinyangtherapy.it
Fonte secondaria:  http://www.eticamente.net/

Vita ed opere di Samarth Ramdas, nel racconto di Satya Sai Baba


Ramdas e Rama
In un luogo chiamato Baadar, nel distretto del Maharashtra, nacque un bambino ad una coppia di sposi molto devota a Dio. Egli venne chiamato Narayana.
Questo bambino era piuttosto cattivo, litigava con tutti gli altri ed era negligente negli studi. Purtroppo all’età di otto anni il padre morì e la povera madre Rama Devi non riusciva più a tenere sotto controllo il temperamento dispettoso e difficile del figlio.
Parenti e vicini la consigliarono di sposare il ragazzo, pensando che una volta messo di fronte alle proprie responsabilità avrebbe migliorato il suo comportamento.
Così, sebbene il ragazzo avesse solamente 13 anni, Rama Devi si lasciò persuadere a combinare il suo matrimonio.
Il giorno delle nozze, secondo usanze comuni, venne posta una cortina di stoffa pesante tra lo sposo e la sposa. La tenda fu poi alzata per permettere alla sposa di avvolgere il filo sacro e beneaugurante intorno al collo dello sposo ma … sorpresa!
Lo sposo era sparito. Lo cercarono ovunque senza successo, di lui si perse ogni traccia, ed il matrimonio andò a monte.
Il ragazzo, sfuggito alla cerimonia nuziale, raggiunse Nasik, un posto vicino alla sorgente del sacro fiume Godavari. Si fermò per qualche tempo ed in seguito si spostò sulla montagna vicina chiamata ‘Chitrakut’, questa montagna è considerata sacra perché Sri Rama visse qui per circa 12 anni.
Si scelse un piccolo luogo ameno, Panchavati, e vi si stabilì.
Narayana fu sopraffatto dalla bellezza e dalla grandiosità di quello scenario come pure dalla santità espressa dall’antico esilio di Rama in quei luoghi, tanto da passare il suo tempo costantemente immerso nella sua contemplazione.
Ma quale fu la causa che trasformò uno sprezzante ragazzetto in un giovane uomo devoto?
Per prima cosa si risvegliarono in lui le buone tendenze innate grazie allo shock prodotto dalla prospettiva di una vita matrimoniale gravosa di responsabilità, ma avvenne anche che, durante il suo soggiorno a Nasik, Narayana entrò in un famoso tempio di Hanuman dove pregò Dio con tutto il cuore per poter avere le stesse nobili qualità per le quali Hanuman era rinomato.
Egli seppe di essere stato ascoltato perché l’idolo incredibilmente si mosse con dolcezza trasmettendo al ragazzo delle vibrazioni spirituali.
Dopo 12 anni di dura penitenza a Panchavati, Narayana raggiunse la *Triplice Realizzazione* di Sri Rama, la stessa che ottenne Hanuman.
Si trattava di questo:
quando egli aveva la Consapevolezza del Corpo allora sapeva di essere il Servitore mentre Rama era il suo Maestro, quando era Cosciente del suo essere come Jiva, ossia come Anima Individuale, allora egli era una parte di Rama *(Visishtaadvaita)*
e quando era Cosciente di Essere l’Atma *, lui e Rama stesso divenivano Una Sola Cosa (Advaita)*.
Dopo aver ricevuto questa realizzazione, egli ritornò a Nasik, dove venne a sapere che il paese si trovava nella morsa della carestia.
Allora si rese conto quanto fosse estremamente egoista passare il tempo pensando solamente alla propria liberazione quando tutt’intorno la gente stava soffrendo la fame e fu allora che coniò il detto: “Rama nel Cuore e lavoro nelle mani”.
Entrò a far parte del servizio sociale con molto zelo e con tutte le sue energie, forgiando per se stesso ed il gruppo di lavoratori le massime: “Il servizio reso all’uomo è servizio reso a Dio” e ” il servizio ai villaggi è servizio a Rama”.
Egli riempì il serbatoio del suo Cuore con l’acqua sacra del Ramanam (Il Nome di Rama) che fluiva dal rubinetto delle sue mani per spegnere la sete di moltitudini di contadini.
Procedendo di villaggio in villaggio, adoperandosi nel lavoro sociale e cantando il Nome di Rama, arrivò fino alla punta della penisola Indiana.
Da qui si diresse ai centri di pellegrinaggio di Tirupati, dove ebbe il darshan del Signore Venkateswara ed a Hampi, dove adorò il Signore Viroopaaksha; infine ritornò a Nasik.
Sulla via del ritorno egli vide il santo Tukaram che cantava in modo così melodioso le glorie di Rama tanto da raccogliere intorno a lui un grande numero di persone, tra le quali Sivaji , il governatore del Maharashtra.
Ascoltando Tukaram, Sivaji fu preso dall’impulso di rinunciare al suo regno ed ai suoi beni per seguire il sentiero spirituale e comunicò questa sua decisione al santo. Tukaram però lo ammonì per la sua misera visione della spiritualità e lo esortò a considerare il dovere come Dio ed il lavoro come devozione.
In seguito a questo Sivaji pregò Tukaram di dargli l’iniziazione.
Ma Tukaram gli disse: “Il tuo Maestro non sono io, ma Ramdas e potrai ricevere l’iniziazione solamente da lui.”
Piuttosto contrariato Sivaji ritornò alla sua capitale.
Quando Sivaji venne a sapere che Narayana, ora conosciuto come Ramdas, si trovava a Nasik, mandò i suoi ministri, alti dignitari ed una banda di musicisti per invitarlo a corte, con tutte le tradizionali onorificenze che vengono attribuite ad un personaggio di grande levatura.
Quando Ramdas arrivò, il re lo ricevette con i dovuti onori, fece preparare per lui un alloggio nel palazzo stesso, e dopo avergli lavato i piedi spruzzando l’acqua sacra sul proprio capo, si sottomise a lui con tutta umiltà: “Riverito Maestro! Da questo momento il mio regno ti appartiene, ed io stesso sono tuo servitore!”
Al che Ramadas rispose: “Figlio mio, io sono un asceta che ha rinunciato ad ogni cosa. Non ho né il diritto, né il desidero del tuo regno limitato. Il regno di Dio è illimitato e l’obiettivo di questa mia vita è aiutare chiunque a raggiungere questo regno illimitato. Per questo non voglio il tuo regno ma Io incorono te quale governatore del regno che mi hai offerto. D’ora in avanti sarai re con una differenza: dovrai considerare il fatto che questo regno non ti appartiene realmente ma appartiene a Dio e che tu sei solamente il Suo Strumento o l’amministratore di fiducia il quale farà ogni cosa per il Suo Interesse.”
Poiché Ramdas aveva capacità straordinarie di compiere grandi cose, venne conosciuto con il nome di Samarth Ramdas, l’appellativo ‘Samarth’ significa infatti ‘uomo dalle molteplici capacità’.
C’è un episodio della sua vita che descrive il contesto in cui gli è stato conferito questo titolo.
§
Era sua abitudine vestirsi e portare arco e frecce alla stessa guisa di Rama.
Un giorno, mentre passeggiava sulla riva del Godavari abbigliato in questo modo, alcuni Bramini gli chiesero se appartenesse alla tribù di cacciatori che si trovava sulla collina .
Ma quando egli rispose che era un devoto di Rama, gli domandarono come mai si vestiva e si equipaggiava allo stesso modo di Rama se era solamente il suo servitore.
Essi cercavano di metterlo in imbarazzo con domande come: “Perché imiti Rama solo con l’apparenza? Sei in grado di usare arco e frecce come fece lui?”
Proprio in quel momento un uccello sfrecciava molto alto nel cielo ed i Bramini gli chiesero se fosse capace di abbatterlo.
Con il nome di Rama sulle labbra, Ramadas puntò il suo arco e scoccò una freccia che colpì all’istante l’uccello facendolo precipitare proprio davanti ai Bramini.
Essi allora, vedendo l’uccello morto, incalzarono: “Non c’è armonia di pensiero, parola ed azione in te ed inoltre sei una persona malvagia perché, mentre canti il nome del Signore Rama, commetti il delitto di uccidere un’innocente creatura solo per mostrarci le tue capacità!”
Quando Ramdas replicò che questo era avvenuto solo su loro richiesta, essi obiettarono dicendo: “Se noi ti chiediamo di mangiare erba tu lo fai? Non sai pensare da solo? Non sai discriminare ?”
Allora Ramdas gentilmente replicò: “Signori, il passato è passato. Ditemi, per favore, cosa devo fare ora?”
Essi allora gli chiesero di pentirsi del suo peccato.
Allora Ramdas chiuse gli occhi e pregò Dio con tutto il suo cuore, pentendosi e chiedendo il Suo perdono. Poi aprì gli occhi e disse: “Nonostante il mio pentimento, però, questo uccello non è ritornato in vita!”
Con rimprovero i Bramini gli dissero: “Che zucca vuota che sei! Il pentimento non può disfare ciò che hai fatto, il suo scopo è solo quello di non ripetere lo stesso errore in futuro!”
“Secondo il mio umile punto di vista, questo non è pentimento” replicò Ramdas
“Dio ed il Suo Nome sono così potenti che se noi preghiamo sinceramente, la Sua grazia porterà di nuovo in vita l’uccellino.”
Così dicendo raccolse l’uccellino da terra, se lo strinse al petto e, con le lacrime che scendevano copiose dagli occhi, pregò intensamente: “O Rama! Io canto il tuo Nome con tutto il mio cuore, la mia anima e la mia mente, tu sai che non ho abbattuto questo uccello con l’intenzione di uccidere ma solo per ignoranza, possa la tua grazia far rivivere questo piccolo essere, oppure prenditi anche la mia vita insieme alla sua!”
Appena ebbe finito questa preghiera, l’uccello cominciò a battere le ali.
Ramdas allora aprì gli occhi e , ringraziando l’Onnipotenza Divina, liberò l’uccello che volò subito nel cielo.
Attoniti e stupefatti alla vista di questo miracolo, i Bramini esclamarono: “O reverendissimo, perdonaci per non aver riconosciuto la tua grandezza. Poiché tu hai avuto l’abilità di uccidere un uccello in volo con un’unica freccia ed anche la capacità di farlo rivivere dopo la morte, da questo momento in poi sarai chiamato con il nome illustre di ” Samarth Ramdas!”
In seguito Ramdas visitò Pandaripuram dove fu un testimone del modo ideale in cui un uomo di nome Pundarika servì i suoi genitori, al punto da far attendere il Signore stesso (Panduranga) davanti alla sua casa finché egli non avesse terminato il servizio nei loro confronti.
Ramdas proseguì il suo viaggio e si recò a far visita a Sivaji.
A lui portò tre cose con lo scopo di aiutarlo e di guidarlo nei suoi doveri regali: la prima, era una noce di cocco per ricordargli che così come essa si acquista per gustarne la parte bianca interna, allo stesso modo, lo scopo per cui un re è l’amministratore di un regno è quello di condurre lui stesso una vita saggia assicurando in questo modo la saggezza in tutto il paese;
la seconda, era una manciata di terra, per ricordare al re, e per suo tramite a tutto il popolo, la santità di Bharat (India) loro madrepatria;
per terza cosa un paio di mattoni, perché così come i mattoni servono a costruire una casa e per salvaguardare la sicurezza dei suoi abitanti, il re deve usare i suoi poteri per proteggere e per promuove il benessere del suo popolo.
A quell’epoca Ramdas si ricordò del servizio devozionale che Pundarika faceva ai suoi genitori e sentì l’impulso di ritornare a casa per servire la sua anziana madre.
Al suo arrivo la madre non lo riconobbe sia per la sua lunga barba che per il suo strano abbigliamento. Egli le disse che era suo figlio Narayana che adesso era conosciuto con il nome di “Samartha Ramadas”; a questo punto la madre esclamò felice: “O mio caro figlio, ho sentito molto parlare di Ramadas ed ho desiderato per lungo tempo di vederlo, ma non sapevo che questo era il nome popolare che veniva dato a mio figlio! Sono molto orgogliosa di te e ringrazio il Signore che ha fatto di me la madre di una tale nobile anima. La mia vita ora si è realizzata.”
E così dicendo, esalò il suo ultimo respiro tra le braccia del figlio.
Dopo breve tempo che Ramdas ebbe adempiuto al rito della cerimonia funebre della madre, venne a sapere che anche Sivaji aveva lasciato il suo corpo (la sua morte avvenne nel 1680 dopo sei anni dalla sua incoronazione da parte di Ramadas). Ramdas allora si recò nella capitale dove investì il figlio quale nuovo re benedicendolo affinché potesse governare il regno, seguendo le orme del suo nobile padre.
“Chinna Katha II” – Sri Sathya Sai Baba