"... Il principe Carlo sembra interessato alla meditazione. È anche interessato ad esplorare il mondo interiore. Ma in Occidente, sfortunatamente, si pensa che queste persone siano un po' pazze, un po' fuori di testa.
Carlo visto da Osho (nel 1987)
Parole di Sathya Sai Baba
La parola è Brahmâ
Ogni parola proferita dall’uomo è la forma di Brahmâ. Perciò nessuna vostraparola dev’essere usata male. È per questo che tutti i rishi dell’antichità
praticarono la disciplina del silenzio, per evitare di parlar troppo o di
dire cose non vere. Chi parla troppo finisce per procurare dolore ad altri.
Quando si parla troppo, è facile che ci si agiti. E, con l’agitazione, si
compiono azioni sbagliate. Così i saggi antichi decisero di osservare il
mouna, il voto del silenzio.
Che significato ha tacere? Osservare il voto di silenzio non vuol dire
semplicemente tenere la bocca chiusa, ma significa tenere sotto controllo i
propri impulsi, pensieri e decisioni. Si dovrebbe essere liberi da
qualsiasi scelta. I saggi antichi tenevano sotto controllo la mente in
tante maniere. In che cosa consiste oggi la mente? La mente è l’espressione
delle proprie scelte.
Che cos’è questa? Una stoffa? No. È un insieme di fili, ma non si dice che
siano fili. È cotone. Dunque, questo oggetto è fatto di fili; ma, se
vogliamo disfarlo, dobbiamo togliere un filo alla volta. Allo stesso modo,
anche i sentimenti che ci sono in noi nella forma di parole devono essere
sciolti e ridotti fino ad un certo punto. Meno bagaglio, viaggio più comodo
e più piacevole. Parlate di meno. Riducendo il parlare, si sperimenterà la
forma del Divino.
Incarnazioni del Divino Amore, Brahmâ significa parola, Vishnu significa
mente, Îshvara significa cuore. Ogni singolo essere umano, – parola, mente
e cuore – è l’incarnazione della Trinità: le tutti hanno queste tre qualità.
L’uomo è l’incarnazione dei tre attributi, è l’incarnazione della sapienza,
ha tre occhi e brandisce il tridente di Shiva, simbolo delle tre dimensioni
del tempo. I peccati di tre nascite saranno distrutti quando offro la
foglia di bilva a Shiva. Così insegnano le Scritture.
I tre occhi di Shiva
Shiva ha tre occhi. Anche ogni uomo ne ha tre, ma quando cerca di
verificare se ciò sia vero, dice che non è così. Voi conoscete il passato,
siete in grado di sapere ciò che è accaduto. Siete anche in grado di sapere
ciò che sta accadendo in questo momento. Però, non sapete vedere ciò che
accadrà in futuro. Il fatto di avere tre occhi implica la capacità di
vedere anche il futuro, ciò che accadrà.
Se farete buon uso del passato e del presente, il futuro sarà nelle vostre
mani. Invece, chiunque voi incontriate non fa altro che pensare al suo
avvenire o al suo passato, a quel che sarà e a quel che è stato. La gente
pensa sempre alle cose del passato, oppure si preoccupa chiedendosi che
cosa sarà mai del suo futuro. Così, fra la preoccupazione per il futuro e
l’angoscia del passato, dimentica il presente.
Eppure, il presente proviene dal passato e ciò che risulterà da questo
momento presente farà il futuro della persona. Quindi, futuro e passato
sono entrambi inclusi nel presente. Il nostro avvenire sarà esattamente
come organizziamo il nostro presente. Se lo viviamo rettamente, avremo un
avvenire felice.
I semi dell’albero del passato sono nel presente, ed è da questi stessi
semi del presente che nascerà l’albero dell’avvenire. Dunque, l’albero
dell’avvenire e l’albero del passato sono nei semi del presente. Come sono
i semi di quest’albero? Sono piccoli, ma daranno origine prima a una
pianticella, poi a un grande albero. Tutto il futuro è contenuto nei semi
del presente. Gli uomini non prestano la dovuta attenzione a questa verità.
Come mai? Fate buon uso del presente. Se vivete in piena gioia il presente,
coglierete buoni frutti nel futuro.
Incarnazioni del Divino Amore, voi siete incarnazioni della Trinità,
espressione delle tre qualità, la forma dei tre occhi.
La casa di Parvatî
Eccovi una piccola storia. Una volta Parvatî si avvicinò a Shiva e gli
disse: “Îshvara, ogni giorno vai da un luogo all’altro; non sei mai a casa!
Non hai residenze. Come faccio a vivere accanto a te, senza una casa, senza
nemmeno un lenzuolo per proteggermi dalla pioggia. E, come se non bastasse,
ci sono migliaia di saggi che vengono da te per avere il tuo darshan.
Sarebbe conveniente, sia per loro che per noi, costruire un capannone
oppure una casa”.
La Gruha Lakshmî, ossia la donna di casa, desiderò avere una casa. Per ogni
donna ciò è normale. “Occorre costruire una casa”. Îshvara disse: “Parvatî,
a che serve costruire una casa? Ancor prima d’abitarvi, ci vanno i topi.
Per eliminare i topi bisogna avere dei gatti e per mantenere i gatti ci
vuole del latte. Ci vuole poi un domestico che provveda a dare il latte ai
gatti. Perché mai dipendere da tutte queste cose? Non ci serve una casa!”
Lei diceva di volerla, e lui invece no. E così si misero a discutere, come
accade in tutte le famiglie: sì-no, sì-no, sì-no. Alla fine, Parvatî chiese
con molta tranquillità: “Îshvara, perché sei così testardo? Non è per me
che te lo chiedo. Qui vengono anche dei rishi; bisognerebbe offrir loro un
riparo. Un riparo serve a tutti: a me, a te, a chiunque”.
Allora Îshvara rispose: “Quand’anche volessi dare inizio alla costruzione,
questo non è il momento più propizio. Potresti costruire anche un grande
palazzo, ma il dio Fuoco lo consumerà. A differenza di te, io lo so perché
vedo il futuro. Perciò, stai zitta; chiudi la bocca e mettiti a sedere”.
Ma lei replicò: “Îshvara, tu possiedi ogni potere e tutti gli dei ti sono
sottomessi; lo stesso dio Fuoco dipende da te, come del resto tutti e
cinque gli elementi. Se tu lo ordini, neanche il fuoco potrà far qualcosa,
non è così? Non potrà fare alcun danno all’edificio. E allora, emetti
quest’ordine al Fuoco”.
E Îshvara: “Va bene. Che altro resta da fare se non soddisfare il desiderio
della donna?” E così dicendo, si apprestò ad adempiere alla promessa,
dicendo prima alla sposa: “Aspettami qui. Vado dal dio Fuoco per
assicurarmi che esegua il mio ordine, poi ritornerò”. La parola di Îshvara
è Verità. E così Parvatî diede inizio ai lavori.
Comunque, gli disse una cosa prima che se ne andasse: “Îshvara, se Agni, il
dio del Fuoco incendiasse la casa che costruisco, sarebbe un grave insulto
nei miei confronti; se quindi Agni non accettasse il tuo ordine, suona il
dhamaruka, il tuo tamburello: a quel suono io stessa appiccherò il fuoco
alla casa che ho costruito. Non voglio lasciargli questa soddisfazione”.
Îshvara glielo promise.
Si recò da Agni, il quale, dopo avergli fatto namaskar, gli chiese:
“Signore, qual buon vento ti ha portato sin qui?” Ed Îshvara: “Oh,
assolutamente nulla. Parvatî sta costruendo una casa come questa e il tuo
fuoco potrebbe essere pericoloso. Dammi la tua parola che le starai
lontano, che non ti avvicinerai”. Agni diede la sua parola; con l’occasione
pregò Shiva: “Swami, da molti giorni sto covando il desiderio di vedere la
tua Danza Cosmica (Tandava). Per quanto tempo ancora dovrò aspettare per
vederla?”
Allora, per accontentarlo, Shiva iniziò la Sua Danza. Durante questa danza,
Shiva percuote il Suo dhamaruka. Parvatî, che da lontano udì il suono del
tamburello, appiccò fuoco alla casa.
(Swami canta Gayatri Mantra: https://www.youtube.com/watch?v=iFy6NN2o8MA)
Shiva danzò; il Signore Shrî Samba Shiva
eseguì la Danza Cosmica, Colui che
indossava gioielli e bracciali danzò la Tandava.
Mise mano sul Suo dhamaruka, che emise il suono
“dhanam, janam, jana, jana, taka,…”
La giovane vergine (il fiume Gange) sul Suo capo,
il terzo occhio sulla Sua fronte,
il rosario di cristallo (spatikamala)
portato con grazia e splendore,
Egli danzò la Tandava, una danza celestiale.
(Anil Kumar, il traduttore, si blocca incapace di rendere il poema di Baba,
giustificandosi: “È un canto bellissimo che non voglio rovinare
traducendo”).
Così, Parvatî finì per incendiare la sua casa! Îshvara, giunto sul luogo,
al vedere tutte quelle fiamme, gridò: “Parvatî (Swami usa un tono di
sospresa), che è mai tutto questo? Agni mi ha promesso che non avrebbe dato
fuoco alla casa!” Ed ella chiese: “Allora, perché hai suonato il
tamburello?” “La mia volontà iniziale era quella di non avere una casa; poi
te l’ho promessa e tu l’hai avuta. Poi, mi è stato chiesto di eseguire la
Mia Danza Cosmica e, per soddisfare anche quel desiderio, dimenticando la
casa, l’ho fatto, accompagnandola col suono del dhamaruka”.
Perciò, la morale è che nessun volere di Dio può rimanere inadempiuto,
quali che siano gli ostacoli che possono presentarsi. Le qualità del cuore
troveranno sempre soddisfazione e, se il cuore è buono, puro, anche ciò che
otterrà sarà buono e puro. Ecco perché dovremmo avere sempre un cuore puro;
quella è l’unica qualità di Shiva e il Suo mistero. Dobbiamo formarci un
cuore che abbia la natura di Shiva, una natura piena di buoni auspici.
SRI SATHYA SAI BABA
"Franco Battiato. Niente è come sembra" di Guido Guidi Guerrera - Recensione
L’universo di Franco Battiato è spesso sinonimo di ricerca interiore. La sua lezione è costantemente quella del “niente è come sembra” e spinge a guardare oltre il velame delle apparenze.
Tutta la trama compositiva del suo repertorio è intessuta di citazioni evocative di esperienze personali dal cui narrato si indovinano volti e parole di grandi saggi del passato ma anche dei più prossimi al nostro tempo. In controluce si stagliano le figure di Gurdjieff, Mewlana, Guenon, Rajineesh, Cristo, Jodorowsky.
Così la visione sincretica della ricerca spirituale di Battiato si riversa in una vera e propria marea di simboli che vanno riconosciuti per essere decifrati e compresi con esattezza.
Individuarli e ben interpretarli è la condicio indefettibile per aprire quelle porte che il Maestro fa intravvedere con la forza di ogni parola, di ogni nota musicale.
Questo libro invita ad aprire quelle porte, e svela finalmente in modo compiuto e organico il pensiero di Franco Battiato spesso travisato, da molti ritenuto “astruso” e in tempi di gran frastuono come i nostri probabilmente neppure ascoltato con la dovuta attenzione.
“Attenzione”, parola chiave del pensiero di Gurdjieff, senza la quale entrare in sintonia con il genio di Franco Battiato non sarà mai agevole, né forse possibile.
Preparazione alla meditazione secondo Osho
La prima cosa è trovare una posizione rilassata. Rilassati, in una posizione che ti viene naturale. Non deve essere una postura o un asana particolare.
Buddha si sedeva in una posizione particolare, ma era facile per lui. Potrebbe diventare facile anche per te se la praticassi per un po’, ma all’inizio non lo sarà. E non c’è bisogno di praticarla: inizia in una posizione qualsiasi, purché ti venga naturale in questo momento. Non lottare con la postura. Puoi sederti su una poltrona e rilassarti. L’unica cosa è che il tuo corpo deve essere in uno stato di relax.
Poi chiudi gli occhi e senti tutto il corpo. Inizia dalle gambe: senti se c’è un po’ di tensione. Se senti che c’è un po’ di tensione, fai una cosa: rendile ancora più tese. Se senti che c’è una certa tensione nella gamba destra, allora rendi quella tensione la più intensa possibile. Portala al culmine, poi rilassati improvvisamente, in modo da poter percepire come il rilassamento si stabilizza in quel punto. Poi fai una panoramica di tutto il corpo cercando qualche tensione. Ovunque avverti la tensione, amplificala ancora di più, perché è facile rilassarla quando è intensa. Se sei in uno stato intermedio è molto difficile, perché non riesci a sentire la tensione. È facile passare da un estremo all’altro, molto facile, perché è proprio l’estremo a creare la situazione per passare all’altro.
Quindi, se senti delle tensioni sul viso, sforza tutti i muscoli del viso il più possibile, genera tensione e portala al culmine. Portala al punto in cui senti che non è più possibile andare oltre, poi rilassati improvvisamente. Allo stesso modo, fai che tutte le parti del corpo, tutti gli arti, siano rilassati.
E insisti particolarmente sui muscoli del viso, perché contengono il novanta percento di tutte le tensioni: il resto del corpo ne porta solo il dieci percento. Tutte le tensioni sono nella mente, quindi il viso diventa il loro deposito. Quindi sforza il viso il più possibile, non essere timido. Rendilo intensamente angosciato, ansioso e poi rilassati improvvisamente. Fallo per cinque minuti, in modo da poter sentire che ogni parte di tutto il corpo è rilassata. Questa sarà una postura facile per te. Puoi farla da seduto, o sdraiato a letto, o dove ti venga più facile.
La seconda cosa: quando senti che il corpo ha una postura facile, non fare molte storie. Senti solo che il corpo è rilassato, poi dimenticatelo. Perché, davvero, ricordare il corpo è una specie di tensione. Ecco perché dico di non fare molte storie. Rilassati e dimenticalo. Dimenticare è relax.
Quando lo ricordi troppo, quel ricordo porta una tensione al corpo. Potresti non averlo mai notato, ma c’è un esperimento molto facile da provare. Metti la mano sul polso e trova il battito. Poi chiudi gli occhi, porta la tua attenzione al battito cardiaco per cinque minuti e poi conta. Il polso batterà più velocemente, perché un’attenzione di cinque minuti gli avrà dato tensione. Quindi, in realtà, quando il medico ti misura il polso non è mai il vero conteggio: è sempre maggiore di quanto non fosse prima che il dottore iniziasse a contarlo. Quando il medico prende la tua mano nella sua entri in allerta. Quindi riducilo sempre di dieci e quello sarà il conteggio esatto delle tue pulsazioni.
Quando porti la tua consapevolezza in qualsiasi parte del corpo, quella parte diventa tesa. Diventi teso quando qualcuno ti osserva; tutto il corpo diventa teso. Quando sei da solo sei diverso, ma se qualcuno entra nella stanza non sei più lo stesso. Tutto il corpo va a un ritmo più veloce, diventi teso.
Quindi non preoccuparti troppo del rilassamento o ne sarai ossessionato. Per cinque minuti semplicemente rilassati facilmente e dimentica. La tua dimenticanza sarà utile e porterà al corpo un rilassamento più profondo.
Testo di Osho tratto da: Il libro dei segreti
Tu sei già Quello che cerchi. Ed allora...?
...la tua mente ti dirà di andare da qualche altra parte: vai a fare questo e vai a fare quello, continua a cercare, continua a cercare.
ACCELERATORI DI PARTICELLE E MODELLO STANDARD...
In precedenti articoli abbiamo visto come il fisico francese Becquerel ed i coniugi Curie abbiano scoperto la radioattività, e come il grande sperimentatore neo-zelandese Rutherford ed i suoi collaboratori abbiano contribuito a scoprire le particelle provenienti dal decadimento radioattivo (“alfa” e “beta”) e quelle costituenti il nucleo atomico (protoni e neutroni).
Elisabeth Kolbert: "Sotto un cielo bianco" - Recensione
Il punto di arrivo della traiettoria dell’inazione è già segnato. Non fare nulla ora contro le emissioni di gas serra per giungere presto al collasso climatico (ma il discorso vale anche per una qualsiasi delle altre crisi ecologiche in atto) porterà la gente a chiedere ai governi di intervenire d’autorità con qualsiasi tipo di tecnologia. Sull’onda dell’emergenza (letali ondate di calore, carestie da siccità, inondazioni delle città costiere, pandemie, migrazioni bibliche…) arriverà il momento in cui verranno accettate anche le tecnologie più estreme, rischiose e costose. Verranno messi da parte sia i pregiudizi morali sulla liceità delle azioni volte a modificare i cicli vitali del pianeta, sia i dubbi scientifici sulle loro effettive conseguenze e si allargheranno invece i cordoni della borsa degli stati a disposizione di interventi da “ultima ora”. Loro, le società del business della bio-geo-nano-ingegneria lo sanno bene e si stanno da tempo preparando con soluzioni pronte all’uso. Per i decisori pubblici, infatti, è più facile accettare di intervenire modificando le leggi della natura, piuttosto che mettere in discussione l’uso dei combustibili fossili e gli stili di vita dei propri elettori.

Elisabeth Kolbert, giornalista e divulgatrice scientifica del New Yorker, già nota in Italia con La sesta estinzione di massa (Beat, 2014), torna ora con Sotto un cielo bianco. La natura del futuro (Neri Pozza, 2022, pag. 238, euro 18). Una dettagliata inchiesta su alcuni casi di “evoluzione assistita” della natura: la inversione del corso del fiume Chicago e la regimentazione del Mississippi, le tecniche di reimpianto e di “re-designer genetico” di alcune specie animali, gli impianti per la cattura del carbonio dall’atmosfera, i progetti di geoingegneria solare e altri ancora. Ne esce un catalogo degli incubi dei moderni dott. Frankenstein, ma anche, più prosaicamente, ci si può intravvedere il listino dei prezzi che la natura dovrà ancora pagare per la colonizzazione della stratosfera, degli oceani, del genoma degli esseri viventi. La distruzione degli spazi vergini per consentire l’espansione costante dell’accumulazione primaria del capitale (al ritmo del calcolo degli interessi composti) sembra davvero non avere fine.
Mi limito qui a segnalarvi alcune informazioni che Elisabeth Kolbert ha raccolto su ciò che sta accadendo nell’”aria”. E non da ora. Fin dal 1965 un rapporto governativo consegnato al presidente Lyndon Jonson avvisava che l’utilizzo massivo di combustibili fossili costituiva inconsapevolmente “un gigantesco esperimento geofisico” che avrebbe determinato “significativi cambiamenti nella temperatura”. Soluzione? “Apportare deliberatamente cambiamenti climatici compensativi”. Come? Disperdendo minuscole particelle riflettenti della luce nell’atmosfera e/o negli oceani. Tecniche, del resto, già sperimentate dalla Air Force non solo in Vietnam.
Rosalie Bertell, scienziata femminista nonviolenta, autrice di Pianeta Terra. L’ultima arma di guerra (Asterios editore, 2018), aveva già denunciato in ogni sede le sperimentazioni militari segrete, e non solo quelle nucleari, quali il tentativo fallito nel 1961 delle forze armate Usa di costruire uno “scudo di telecomunicazione” nella ionosfera, per contrastare l’interferenza del vento solare con le radio-comunicazioni. “Hanno portato nella ionosfera 350 trilioni di aghi di rame lunghi 2-4 cm, tentando di costruire una fascia di 10 chilometri (6 miglia) di spessore e 40 chilometri (25 miglia) di larghezza per formare una cintura”.
Ora vi sono scienziati delle università di Yale, Harvard e di New York e una schiera di ingegneri nei laboratori finanziati dalle fondazioni di Bill Gates (Stratospheric Controlled Disturbance Experiment, SCoPEx) che scalpitano per mettere in pratica sistemi di Stratospheric Aerosol Injection. Una flotta di superjumbo pronta a scaricare particelle di calcite (carbonato di calcio), o di solfato (anidride solforosa), o di ioduro d’argento, ma potrebbero andare bene anche minuscole gocce di acqua salata cristallizzata, con proprietà ottiche tali da provocare l’effetto dell’eruzione di un “vulcano artificiale”: sbiancare il cielo e oscurare il sole. Il raffreddamento della superficie terrestre sarebbe pressoché immediato. Le popolazioni accaldate plaudirebbero entusiaste. Dice un geologo intervistato dalla Kolbert impegnato in questi progetti: “La gente dovrebbe smettere di chiedersi se approva o meno la geoingegneria solare. Quello che deve capire è che non possiamo scegliere. Gli Stati Uniti non possono scegliere. Se sei un leader mondiale ed esiste una tecnologia in grado di eliminare la sofferenza e il dolore o di ridurli, dovresti essere fortemente tentato di implementarla” (p.200). Non è forse questa la logica consueta che presiede l’introduzione delle innovazioni tecnologiche?
La Groenlandia ha abbastanza ghiaccio da poter aumentare di sei metri il livello globale dei mari, ci ricorda Kolbert. E il suo scioglimento è assicurato anche a emissioni ridotte a zero, poiché i tempi di permanenza della CO2 in atmosfera sono molto lunghi. Quindi: “non c’è scelta” al controllo artificiale del clima tramite la geo-bio-ingegneria. “Oscurare quel cazzo di sole potrebbe essere meno rischioso di non farlo” ha detto il direttore della Solar Radiation Management Governance Initiative alla Kolbert.
In attesa dello sdoganamento dell’ingegneria solare, un folto gruppo di imprese stanno mettendo a punto sistemi di rimozione per estrazione diretta del carbonio presente nell’aria come CO2, stoccaggio (meteorizzazione come carbonato di calcio) e/o recupero e reimpiego. La loro filosofia è ben spiegata da un ingegnere del Center for Negative Carbon Emission: “L’anidride carbonica dovrebbe essere considerata alla stregua dei liquami (…) Finché le emissioni saranno viste negativamente i responsabili saranno sempre colpevoli” (p. 167). Insomma, una volta “naturalizzate” le emissioni dei gas da combustione – consumare energia fossile farebbe oramai parte del “metabolismo sociale”, per usare un’espressione marxiana – i macchinari per la loro cattura andrebbero considerati normalmente come lo sono ora i depuratori delle acque reflue. Una soluzione contemplata anche dallo Ipcc e ben accolta anche dai sostenitori del New Green Deal, ecosocialisti compresi. Il prossimo passo sarà una maschera d’ossigeno d’ordinanza o una cupola geotermica con aria condizionata sopra le città?
Più “naturale” la tecnica di cattura tramite riforestazione (Bioingegneria con cattura e stoccaggio di carbonio). Piantagioni di specie vegetali geneticamente modificate (per esempio, alberi con il fogliame di colore più chiaro per riflettere meglio i raggi solari) verrebbero coltivati e al momento della loro massima capacità di assorbimento della CO2 tagliati e sotterrati in enormi trincee. È stato calcolato che per dimezzare le emissioni di CO2 basterebbe riforestare una superficie di nove milioni di chilometri quadrati, ovvero una distesa di legno grande come gli Stati Uniti (p. 175). Non è forse così che in ere geologiche passate si sono formati i giacimenti di carbone e petrolio?
Con questo approfondito lavoro di inchiesta la nostra autrice intende metterci in guardia da almeno due grossi pericoli della via tecno-ottimistica alla soluzione delle crisi ecologiche: quello di intervenire solo sugli effetti a valle (e non modificare le cause a monte), generare una spirale perversa di progressivo “controllo del controllo della natura” (p.18) che finisce per irrigidire il sistema e lo spinge verso ecosistemi-sempre-meno-naturali. Come darle torto!
Il libro della Kolbert andrebbe letto assieme ad altri testi. Innanzitutto, quello già ricordato della Bertell che riteneva che le armi di distruzioni di massa a disposizione dei militari, più pericolose delle stesse bombe atomiche, siano quelle capaci di modificare i cicli naturali della Terra attraverso la geoingegneria. Poi ricordiamo di Christopher Preston, L’età sintetica. Evoluzione artificiale, resurrezione di specie estinte, riprogettazione del mondo (Einaudi, 2018), in cui si dice che: “Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi, sperimentando al contempo le tecniche per riportare in vita animali estinti. Stiamo studiando come utilizzare tecnologie che possano riflettere la luce del Sole per mantenere fresco il pianeta. In ciascuno di questi modi l’umanità sta imparando a sostituire alcune delle attività naturali”. Dovremmo quindi: “decidere fin dove dovremmo spingerci nel rifacimento della Terra”.
Paolo Cacciari