Biografia canonica di Nichiren Daishonin




Nichiren nacque nel 1222 nella provincia di Awa nella prefettura in cui si trova l'isola di Ise con i santuari shintoisti più antichi e venerati di tutta la Nazione. Questa vicinanza impresse un profondo senso reverenziale e allo stesso tempo nazionalistico nei primi anni della vita di Nichiren. Era figlio di un povero pescatore, come lui stesso ricorda più di una volta. Prima di proseguire, occorre ricordare i suoi «nomi». Alla nascita ricevette quello di Zanninchi maru. Finiti i primi studi in un monastero buddhista e ammesso all'«ordinazione» monastica, nell'anno 1238, prese il nome di Rencho. Dopo la scoperta della sua Via, nel 1253, lui stesso scelse il nome di Nichi ren (sole loto) come sintesi dell'ideale di vita che iniziava, vita tutta dedicata al Giappone, il «Sole», e al Sutra del Loto. Quando fu esiliato nell'isola di Sado, nel 1271, fu ancora lui ad assegnarsi il nome di Nichiren Daishonin (dai = grande; shonin = sapiente), titolo giapponese il quale designa il Buddha che verrà negli ultimi tempi per salvare il genere umano. 

Prima di assumere questo titolo, Nichiren si presentava come il bosatsu o bodhisattva Jogyo (sans. Visistacaritra), uno dei primi discepoli di Sakyamuni. Ma verso la fine della sua vita, volle superare questa sua identificazione. 

Finalmente, nel 1922, in pieno slancio militarista, il governo del Giappone gli concesse il nome postumo di Rissho Daishi, ossia «gran maestro che stabilisce quello che è retto». E interessante vedere nel cambiamento dei suoi nomi l'evoluzione della sua vita. Nichiren non si presentò mai come fondatore di una nuova scuola buddhista. Tutto il suo movimento incominciò con la ricerca della risposta da dare a due questioni fondamentali sulle quali molto meditò nel monastero di Kiyosumi, dove era entrato all'età di undici anni. 

La prima questione concerneva la famiglia imperiale, che Nichiren credeva protetta dagli dèi (convinzione formatasi in lui durante l'infanzia trascorsa vicino ai santuari di Ise): perché l'imperatore, che in quel tempo era Go Toba, viveva nell'esilio, senza potere, usurpato dagli shogun della famiglia Minamoto Yoritomo ? La seconda questione veniva posta dalle tante calamità che succedevano a livello nazionale: perché gli dèi le permettevano? Si parlava anche del pericolo di una invasione dei mongoli che avrebbero distrutto il Giappone. 

Negli anni di noviziato nel monastero del monte Kiyosumi, la seconda questione si fece più pressante di fronte alla visione di tante scuole buddhiste così diverse e contraddittorie nelle loro dottrine, e anche in guerra tra di loro. Si imponeva la ricerca del testo buddhista che fosse quello «vero» e, come tale, principio di unione e di pace. Nichiren si convinse che ci doveva essere un solo testo autentico e pertanto una sola setta professante la vera dottrina buddhista. In questo contesto, fece il voto di «diventare il più eminente sapiente del Giappone». Da questo momento si dedicherà, in una forma tutta speciale, agli studi. 

Nel monastero nessuno sapeva rispondere alle sue domande. Il livello scientifico era basso, anche se Nichiren poteva contare su un ottimo maestro, Dozen, che lo iniziò alla pratica del nembutsu. Questa pratica suppone che il corpo, la mente e la parola dell'uomo, durante la ripetizione del nome del Buddha, si identifichi con il corpo, la mente e la parola del Buddha universale, presente in tutti gli esseri, e fa risvegliare la forza infinita della buddhità latente in ogni uomo. All'età di sedici anni Nichiren fu ordinato monaco e, con la tònsura monastica, ricevette il nome religioso che già conosciamo, Rencho. 

Sotto la forza del voto, che aveva fatto, di diventare il primo «sapiente», abbandonò quel piccolo monastero e se ne andò a Kamakura, che all'epoca era il centro buddhista di studi e anche la sede del governo, tanto corrotto. A Kamakura studiò le scuole del buddhismo giapponese e i loro testi. Da Kamakura passò al monte Hiean, che . tutt'oggi costituisce un centro di ricerca; a quel tempo contava quasi duemila monasteri e quasi tutti con una impostazione universitaria. 

Come frutto di tutte le sue ricerche, Nichiren arrivò ad alcune conclusioni importanti, cui accenneremo nel presentare, più avanti, i suoi libri. In filosofia accettò che tutti gli esseri senzienti e mortali partecipano alla stessa natura di Buddha. Ma soprattutto si convinse che c'è una unione fondamentale tra l'osservanza della vera Legge buddhista e la salvezza della Nazione e che, per conseguenza, i problemi e le calamità nazionali erano dovuti alla molteplicità delle false dottrine, all'ignoranza dei monaci e alla negligenza dei governanti che permettevano questo stato di cose. Nichiren era altresì convinto di vivere nell'ultima epoca, quella della degenerazione della Legge (mappo), che precede la venuta di un Buddha definitivo e la restaurazione della vera Legge. Il tema del mappo compare in quasi tutti gli scritti di Nichiren. 

Nel campo della esoteriologia e della ortodossia, accettò soltanto il Sutra del Loto o Hokekyo, in concreto la traduzione cinese che ne aveva fatta Kumarajiva nel 406 sotto il titolo Myoho rengekyo fece di questo testo la base della sua dottrina. Le dottrine del Buddha anteriori al Sutra del Loto erano considerate «provvisorie» e preparatorie. Al posto del nembutsu, recitato dagli amidisti (Namu Amida Butsu) che Nichiren condanna perché si erano allontanati dal Sutra del Loto per cercare la salvezza nella ripetizione del nome di Amida propone la recita o canto del titolo del Sutra: Nam myoho renge kyo. Il Sutra del Loto, secondo Nichiren, propone la dottrina ultima e definitiva, e Nichiren vede nel suo titolo ciò che di essa è l'essenziale: Myo significa la natura essenziale della vita, o le sue manifestazioni fenomenologiche, renge è il fior di loto, e kyo diventa la parola dello stesso Buddha. 

Avremo, più avanti, occasione di scorrere alcuni testi radicali che illuminano questa dottrina. Dopo dieci anni di studio e di ricerca, il 28 aprile 1253, nel tempio di Seicho, Nichiren, che da allora assume questo nome, cantando il Nam myoho renge kyo dichiara che l'autentico buddhismo è quello stabilito da lui. 

Come metodologia missionaria utilizza lo shakubuku che è un modo di propagare il buddhismo consistente nel rifiutare le teorie false e nel sottomettere tutti con la forza alla vera dottrina, cioè alla conoscenza del Sutra del Loto e all'invocazione del suo titolo mistico. Nel rifiutare le altre scuole, Nichiren incominciò col denunciare quella della Terra Pura per aver cambiato i valori del buddhismo collocando Amida all'apice di essi; subito dopo attaccò lo Zen perché dimenticava le «Scritture» e tra esse il Sutra del Loto. Con questa metodologia percorse molti monasteri. E facile immaginare la reazione negativa che ovunque incontrava. È di questo periodo, 1255, il suo primo libro, molto breve, Per arrivare alla buddhità, ossia per conseguire la salvezza e ottenere la luce della vera vita; per Nichiren l'unico mezzo è cantare o recitare il Nam myoho renge kyo: in questa sentenza si trova l'essenza del Sutra del Loto, che contiene la Verità. 

Dall'anno 1256 al 1258, su tutto il territorio del Giappone ci furono epidemie, terremoti (nel 1257 tre terremoti quasi distrussero la città di Kamakura e molti templi), inondazioni (come quella dell'agosto del 1258) che uccisero molte persone e devastarono i raccolti. La fame si fece sentire ovunque. E mentre il governo comandava di pregare in tutti i templi e i santuari per la cessazione di tutte queste calamità (giugno 1260), Nichiren presentò un mese dopo al reggente del paese il suo libro sul mezzo per ottenere «la pace e la tranquillità del paese», che esamineremo. Ma l'ostilità del governo e delle scuole buddhiste tradizionali contro Nichiren divenne forte, tanto che Nichiren, un anno dopo, fu esiliato nella penisola di Izu. Alcuni suoi discepoli divennero fanatici nell'attaccare le altre scuole buddhiste e persino il governo, reo, ai loro occhi, di non mettere in atto mezzi efficaci per imporre la dottrina del Maestro. Nel 1263, Nichiren fu perdonato e ritornò dall'esilio a Kamakura. Arriva intanto la prima delegazione del Gran Kan dei mongoli chiedendo la sottomissione del Giappone all'impero mongolo. 

Nel 1271 arriva una nuova delegazione con le stesse richieste. Mentre i governanti del Giappone incominciano a fortificare le coste occidentali del paese, Nichiren insiste nel sostenere che non è questo il mezzo per salvare il paese, essendo l'unico mezzo quello di stabilire la sua dottrina e sopprimere tutte le altre. Sorgono violente persecuzioni e anche il governo tenta di uccidere il Maestro, ma invano. Di nuovo viene esiliato nell'ottobre del 1271, questa volta nell'isola di Sado. In questo esilio Nichiren scrive molte lettere e il lungo trattato sull'«apertura degli occhi». 

Soltanto tre anni dopo viene perdonato, ma lui si ritira a Minobu, vicino al monte Fuji, dove edifica un grande tempio, che diventerà il centro del movimento da lui iniziato. Qui scrisse molti libri e molte lettere e qui morì nel 1282.


Il Vangelo Esseno della Pace rivisitato in chiave buddista





"E i vostri veri fratelli sono tutti coloro che seguono la volontà del nostro Padre Celeste e di nostra Madre Terra e non i vostri fratelli di sangue. lo vi dico, in verità, che i vostri veri fratelli nella volontà dei Padre Celeste e di Madre Terra vi ameranno mille volte di più dei vostri fratelli di sangue. 
Infatti dai giorni di Caino e Abele, quando i fratelli di sangue trasgredirono il volere di Dio, non c'è più fraternità di sangue e i fratelli agiscono verso i fratelli come agirebbero verso degli estranei. Perciò vi dico, amate i vostri fratelli nella volontà di Dio e amateli mille volte di più dei vostri fratelli di sangue."

Il Buddha dice la stessa identica cosa....."la vera famiglia sono coloro che seguono il Dharma e non quella di sangue!" Chi non è risvegliato si scaglia contro e uccide anche i propri fratelli di sangue!

"Perché il nostro Padre Celeste è Amore Perché nostra Madre Terra è Amore Perché il Figlio dell'Uomo è Amore.
E per mezzo dell'amore che il Padre Celeste, la Madre Terra e il Figlio dell'Uomo diventano uno. Perché lo spirito dei Figlio dell'Uomo è nato dallo spirito dei Padre Celeste e il suo corpo è nato dal corpo di Madre Terra."

Il Padre o il Dharma è amore, noi siamo amore perché siamo essenza di questa fonte divina, ed essa è dentro di noi! Il principale concetto del Buddha (ed anche del Cristo) IL TUTTO UNICO.
"Dunque diventate perfetti come lo sono il corpo di Madre Terra e lo spirito del Padre Celeste"
La perfezione di cui parla Gesù, è la parte illuminata, quella parte divina e quindi perfetta che è in noi e che è fatta solo d'amore puro!
"E allora scompariranno dalla terra tutto il male e tutto il dolore e ci saranno amore e gioia; e sulla terra sarà come nei cieli e verrà il regno di Dio."
Gesù spiega che raggiunta la "perfezione" (risveglio), scomparirà tutto il male e il dolore (sofferenza), e nell'uomo regnerà solo amore e gioia.....perché il regno di Dio sarà finalmente dentro di noi (buddhità)!
"Con il regno di Dio, verrà la fine dei tempi; perché l'amore del Padre Celeste darà a tutti la vita eterna nel regno di Dio, perché l'amore è eterno, l'amore è più forte della morte."
Con il "regno di Dio" si interrompe la sofferenza di morte-rinascita, perché raggiunto il risveglio, si rinasce solo in spirito.....il nostro spirito o coscienza, è fatta d'amore puro, e questo amore è eterno!

Moksh Gabri

Buddismo - Istruzioni per la pratica di Dharma per il mese di Aprile 2014 (2558 E.B.)



Una delle tre caratteristiche dell’esistenza condizionata è l’impermanenza dei fenomeni materiali e mentali (in sanscrito: anitya). I testi buddhisti dell’Abhidharma spiegano che nella nostra mente piccoli movimenti di pensieri, percezioni, sensazioni ecc nascono e muoiono velocissimamente. La neuroscienza moderna conferma che durante una giornata abbiamo in media c. 60 000 pensieri; cioè circa 40 in ogni minuto!

Di solito noi ci attacchiamo alle cose piacevoli e vogliamo che siano durevoli. Quando non lo sono, siamo delusi e soffriamo. Stranamente gli esseri umani si attaccano anche alle cose dolorose; portano con sé e ruminano continuamente sofferenze, rancori ecc.

Per la pratica del mese di aprile consiglio:
1) nella meditazione seduta osservare l’impermanenza e mutevolezza dei fenomeni nel modo che risulti più adatto al praticante: inizio e fine di ogni respiro; sorgere e trapassare dei pensieri; suoni; o tutti i fenomeni senza scelta. Dimentichiamo le idee e la nostra storia personale e osserviamo solo quello che succede.
2) durante la giornata essere consapevole del flusso dei fenomeni fisici e mentali, notando p.es. come stati mentali felici e non-felici sorgono a causa di stimoli ed eventi.

Possiamo chiederci di vedere se stessi e gli altri per come sono in questo momento - non l'immagine, non l’identificazione fissa, non quello che vogliamo essere. Chiediamoci molto semplicemente: "Che cosa sta succedendo in questo istante, dentro e fuori?"


Anticamente i buddhisti usavano a compendio dell’insegnamento queste parole del Buddha sull’impernamenza e causalità:
“Ye dhammà hetuppabhavà tesam hetum Tathàgato àha tesam ca yo nirodho evam vàdi Mahàsamano.”

Traduzione:
“Tutti i fenomeni sono nati da una causa; le cause sono state insegnate dal Tathàgata. Il Grande Monaco ha insegnato anche la cessazione di ogni fenomeno."

La versione in sanscrito è diventata un mantra nel buddhismo vajrayana:
“Om ye dharmà hetuprabhàva hetun teshan Tathàgato hyavadate teshan ca yo nirohda evam vàdi Mahàshramana ye svàhà.”


Osservando la transitorietà e interdipendenza dei fenomeni in profondità, il praticante comincia a intuire la dimensione senza tempo che è al di là dell’impermanenza, e può all’improvviso liberarsi da qualche zavorra mentale.
Un esempio della liberazione improvvisa è la storia della monaca giapponese Chiyono (1223-1298 d.c.). Lei studiò per anni e anni in Cina, ma non aveva nessun progresso. Una notte stava portando un vecchio secchio pieno d'acqua. E mentre camminava solitaria, guardava la luna piena riflessa nell'acqua del secchio. Improvvisamente, la canna di bambù che sorreggeva il secchio, si ruppe e il secchio cadde a terra. 

L'acqua fuggì via, il riflesso della luna scomparve e Chiyono diventò illuminata. La monaca Chiyono si ritirò nella sua cella e scrisse:
"In un modo e nell'altro 
ho cercato di sorreggere il secchio
 
sperando che il debole bambù
 
non si sarebbe mai spezzato.

Improvvisamente il sostegno si è rotto. 
Non più acqua,
 
non più luna nell'acqua:
 
il vuoto nelle mie mani..."


Ashin Mahapanna,  alias Taehye sunim

Ecologia profonda e spiritualità laica per il superamento dell'età oscura in cui viviamo



"Occorre buona democrazia e buona scienza, dove “buona” sta a significare consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, con il rispetto dei reciproci limiti. Per sviluppare questa idea, propongo di partire da una vicenda lontana nel tempo e nello spazio, che può assumersi come apologo dei pericoli del nostro tempo." (Gustavo Zagrebelsky)

Oggi osserviamo che il cambiamento nelle relazioni fra esseri umani e lo sfruttamento utilitaristico delle risorse può essere considerato un termometro per misurare il decorso della malattia nella specie umana. Tale malattia prese origine con l’avvento dell’era oscura, definita in India Kali Yuga  (e presso i greci "Età del Ferro") che si fa risalire a circa 5000 anni fa. L’inizio di quest’era, che corrisponde al termine della guerra descritta nel Mahabarata, diede avvio ad un lento processo di degrado che portò la società egualitaria e sacrale, fino allora vigente in quasi tutto il mondo conosciuto, a deteriorarsi sotto l’influsso sempre più pressante del patriarcato, del senso del possesso e del predominio ideologico economico nella società.

 
In Europa quello stesso periodo, definito  tardo neolitico, descritto con dovizia di particolari  dalla studiosa ed archeologa Marija  Gimbutas  si concluse con   l’affermarsi del potere maschile esercitato con la violenza e con la perdita della libertà femminile (tramite l’acquisto della donna a scopo riproduttivo, guerre di razzia, perpetuazione della patrilinearità, etc.). Contemporaneamente abbiamo notizia di simili eventi accaduti anche nell’antica civiltà cinese, ove prese il sopravvento il modello prevaricatorio e controllativo del mondo femminile, degli animali  e dell'uomo sull'uomo. 

Tale mutazione nello stile dei rapporti intergenerici e con il resto degli esseri viventi è stato considerato l’inizio dell’era dei conflitti (traduzione corretta del significato di Kali Yuga) e chiude la precedente era dell’incertezza (Dvapara Yuga).

 
Ora dobbiamo esaminare come gli antichi saggi accuratamente descrissero le caratteristiche dell’era corrente evocando una serie di avvenimenti e tendenze che sono facilmente riconoscibili in questo momento storico.  Senza voler evocare calendari Maya o altre descrizioni apocalittiche più o meno credibili, riportiamo, in ogni caso, alcune affermazioni storiche certificate, vecchie  di migliaia di anni.

 
“Trovandosi immersi nell’ignoranza, sicuri di sé, ritenendosi saggi, gli sciocchi si aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco” (Mundaka Upanishad)

 
“Ora difatti è proprio l’età del ferro, né mai gli uomini cesseranno di soffrire il giorno, per le fatiche e le miserie, e la notte di struggersi per le gravi angosce che gli dei gli daranno. Né allora il padre sarà simile ai figli, né i figli al padre, né l’ospite sarà caro all’ospite, l’amico all’amico, il fratello al fratello come nel tempo passato. Essi avranno in dispregio i genitori, appena cominceranno ad invecchiare, li insulteranno con parole villane; né essi, ai genitori invecchiati, daranno il necessario per vivere, usando il diritto del più forte; infine saccheggeranno a vicenda le città. E allora non vi sarà più gratitudine per l’uomo giusto, ma piuttosto si terrà in onore l’uomo artefice di mali, la giustizia sarà nelle sue mani; il pudore non esisterà più. Il malvagio recherà danno all’uomo dabbene, agli uomini miseri sarà compagna la gelosia, amante del male dall’odioso aspetto… e non ci sarà più scampo dal male” (Esiodo, Opere e giorni).

 
Nel Linga Purana, antico testo Shivaita,  vengono descritti gli uomini del Kali Yuga come tormentati dall’invidia, irritabili, settari, indifferenti alle conseguenze dei loro atti. Sono minacciati da malattie, da fame, da paura e da terribili calamità naturali. I loro desideri sono mal orientati, la loro scienza è usata per fini malefici. Sono disonesti.
In questo tempo sono in declino i nobili e gli agricoltori mentre la classe servile pretende di governare e di condividere con i letterati il sapere, i pasti, le sedie e i letti. I capi di stato sono per lo più di infima origine. Sono dittatori e tiranni.

 
“Si uccidono i feti e gli eroi. Gli operai vogliono avere ruoli intellettuali. I ladri diventano Re, le donne virtuose sono rare. La promiscuità si diffonde. La terra non produce quasi nulla in certi posti e molto in altri. I potenti si appropriano dei beni pubblici e cessano di proteggere il popolo. Sapienti di bassa lega sono onorati e partecipano a persone indegne i pericolosi segreti delle scienze. I maestri si degradano vendendo il sapere. Molti trovano rifugio nella vita errante.

 
“Verso la fine dello yuga gli animali diventano violenti (perché sfruttati n.d.r.).
Gli uomini dabbene si ritirano dalla vita pubblica. Anche i sacramenti e la religione sono in vendita. I mercanti disonesti. Sempre più numerose le persone che mendicano o cercano lavoro. Quasi tutti usano un linguaggio volgare e che non tiene fede alla parola data. Individui preminenti senza moralità predicano agli altri la virtù. Regna la censura… Nelle città si formano associazioni criminali. L’acqua potabile mancherà, così pure la frutta. Gli uomini perderanno il senso dei valori. Avranno mali al ventre, ed  i capelli in disordine. Verso la fine dello yuga l’aspettativa di vita non andrà oltre l’adolescenza,. I ladri deruberanno i ladri. Molti diverranno letargici e intorpiditi, le malattie saranno contagiose. Topi, serpenti e insetti tormenteranno gli uomini. Uomini affamati e impauriti si troveranno nei pressi del fiume Kausichi.
Alla fine di questa era un po’ ovunque nel mondo si diffonderanno i praticanti di riti sviati. Persone non qualificate si spacceranno da esperti. Gli uomini si uccideranno l’un l’altro e uccideranno i bambini, le donne e gli animali. I saggi saranno condannati a morte”.

 
Tuttavia, ancora secondo il Linga Purana, alcuni uomini potranno raggiungere in breve tempo la perfezione. In un certo senso il Kali Yuga è un periodo privilegiato. I primissimi uomini delle ere antecedenti, ancora prossimi al divino, erano saggi in una società di saggi. Ma gli ultimi uomini, questi del Kali-yuga, avvicinandosi all’annientamento, si avvicinano anche al principio in cui tutto ritorna alla sua fine. In mezzo alla decadenza morale, alle ingiustizie, alle guerre, ai conflitti sociali e alla persecuzione del femmineo, che caratterizzano la fine di questo yuga, il contatto con il divino, per via discendente, diviene più immediato.

 
In una società dove tutto è già perfetto, gli atti vengono compiuti automaticamente nel bene, mentre in una società degradata occorre discriminazione e coraggio.
Troviamo descrizioni di una tale fine di un’epoca persino in testi apocalittici giudeo-cristiani, compreso quello di S. Giovanni,  che evidentemente si ispirano alle stesse fonti antiche sopra menzionate.

 
In uno Shiva Purana, nel Rudra Samhita, di molto precedente l’epoca cristiana, viene detto: “La fine del mondo attuale sarà provocata da un fuoco sottomarino, nato da un’esplosione simile a quella di un vulcano, che consumerà l’acqua che i fiumi hanno riversato nell’oceano. L’acqua traboccherà dall’oceano e inonderà la terra. Il mondo intero sarà sommerso”.

 
Abbiamo visto che, tra i fenomeni caratteristici del Kali Yuga troviamo la comparsa di false religioni antropocentriche che allontanano l’uomo dal suo ruolo sulla Terra e servono di pretesto alle sue predazioni, ai suoi genocidi, e lo portano infine al suicidio collettivo. Le religioni della città prendono il sopravvento sulla religione della Natura, questo è l’inizio della decadenza, che   corrisponde all’affermarsi  delle religioni monoteiste. Si trattava di creare delle fedi illusorie che pervertissero la vera religione della Natura. Ad esempio la creazione di queste nuove religioni (o ideologie) è avvenuta in India nella forma del giainismo e del buddismo, in Cina in forma di confucianesimo e in occidente come cristianesimo e nel medio oriente come islamismo.

 
Queste religioni, quali che siano stati il carattere e le intenzioni dei fondatori originari, sono diventate essenzialmente religioni “di stato”, a carattere moralistico. Hanno dato modo a un potere patriarcale centralizzato di imporre un elemento di unificazione e controllo su   popolazioni diverse. Ovunque, queste religioni, pur parlando di amore, uguaglianza, carità, giustizia, sono invero pretesto e strumento per conquiste culturali e materiali. Il massacro delle popolazioni avvenuto in varie parti del mondo in mome delle religione, è un dato storico innegabile.

 
Se e quando l'ecologia profonda e la spiritualità laica riusciranno a trovare un autonomo e sincero modo espressivo nella nostra società, l’era oscura, e dei conflitti,  potrà considerarsi conclusa.

Paolo D'Arpini




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Di questi e simili temi se ne parlerà durante l'Incontro Collettivo Ecologista che si tiene a Montesilvano dal 21 al 22 giugno 2014 - http://altracalcata-altromondo.blogspot.it/2014/02/progetti-per-lincontro-collettivo.html


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Commento ricevuto:

Taehye sunim:    “Secondo gli studi storici la guerra descritta nel Mahabharata accade nel periodo post-culturaIndus, circa 1200 a.c. , cioè 3200 anni fa. Nello stesso periodo cominciò l'età del ferro (nel senso storico, non mitologico). Classicamente, l'inizio dell'età del ferro viene fatta risalire ai principi del XII secolo a.C. nelle antiche civiltà del Vicino Oriente antico, Iran,India (con la civiltà vedica post-rigvedica), e Grecia (con il cosiddetto medioevo ellenico o età buia). In altre regioni d'Europa, essa inizia molto più tardi: nell'VIII secolo a.C. nell'Europa Centrale e nel VI secolo a.C. nell'Europa Settentrionale...”


Mia rispostina: "..sono consapevole che gli studi storici occidentali differiscono da quelli indiani. Tra l'altro secondo alcuni testi indiani la guerra del Mahabarata avvenne  prima di 5000 anni fa.. MI sono tenuto leggero, per un motivo preciso. Mi sono basato sull'immigrazione dei Sumeri in Iraq, questa popolazione di origine indoeuropea  presumibilmente sfuggì alle guerre intestine causate dal prosciugamento del fiume  Saraswati e dalla celere decadenza delle civiltà di Moenjo Dharo ed Arappa... (forse una delle cause della guerra descritta nel Mahabarata).  Una città contemporanea scomparsa nello stesso periodo è Dwarka, la capitale di Krishna sommersa dalle acque dell'oceano indiano,  la cui fine è descritta nel Mahabarata. Tra l'altro alcune recenti ricerche archeologiche marine hanno individuato resti di una antica città sommersa nella zona ove si supponeva l'esistenza di Dwarka..

Per quanto riguarda l'età del ferro (in senso greco) la datazione approssimativamente  corrisponde all'ingresso delle popolazioni patriarcali ariane in Europa che sancirono la fine della civiltà gilanica (tardo neolitico, periodo Villanoviano) nell'Europa centrale ed in un momento  diverso anche  a Creta (invasione dei Kurgan descritta dall'archeologa Gymbutas), ma le due "età" (quella greca e quella indiana) non sono identificabili in  un medesimo periodo storico, però le  descrizioni affini indicano le caratteristiche di  un periodo di decadenza morale  e della civiltà. 

Beh, ho unito un po' di storia ed un po' di psicostoria ed ho poi cercato una via di mezzo plausibile fra i due metodi, indicando la data di 5000 anni fa. Ma l'esattezza cronologica  in certi casi non ha importanza, quel che conta è la "sostanza" ovvero gli aspetti morali descritti come caratteristiche del kali yuga. (Paolo D'Arpini)"
 

Tranci "Dell'Amore immortale" di Massimo Scaligero



"L'Amore è l'essere dello spirito: lo spirito che opera nell'umano. (...) La Vita in ogni suo grado segretamente chiede all'Amore (di) rivivere secondo il Mistero della Origine, essendo l'Amore la possibilità del suo immediato ricongiungersi con tale Mistero (...) Mistero che l'Amore sempre sfiora, evoca, e smarrisce: per ritrovarlo.(...)

Amare è il segreto della guarigione: è guarire dal dolore, guarire dalla morte, attingere alla fonte della Perennità. E' irradiare la Vita che, come personale e reclusa Vita, si ha solo per condurla alla Morte. (...) L'essere dell'uomo, nell'essere, è Amore. (...) Comincia con l'essere Amore di sé  per poter divenire un giorno l'Amore oltre se stesso...il giorno in cui (l'Io) scopre la sua conclusa soggettività e comprende che non ha senso amare se stesso, perché nel  convergere verso di sé contraddice la Vita da cui nasce. (...) 

L'Amore ha senso solo se irradia, se fugge da sé  se dal punto in cui nasce sempre rinasce illimitatamente allontanandosi eppur rimanendo identico, per immergersi in ciò che ancora non è. (...) La misura dell'essere dell'uomo è la capacità di amare: la capacità di donarsi.  (...) 

Il moto iniziale è del pensare, in cui sorga il volere. Il pensare liberato è il suscitatore del sentire che può donarsi: che può essere Amore. Può amare soltanto chi offre l'autocoscienza all'Amore: chi giunge ad accogliere in sé l'Amore in quanto lo emana. Può accogliere in sé le forze dell'Amore nella misura in cui esse possano fluire per lui nel Mondo. Soltanto nell'irradiarle può accoglierle.(...) 

La Coscienza, attingendo la sua intima vita, s'illumina di pensiero d'Amore (...)Il moto primo del pensiero è Amore (...) Colui che pensa ama, e colui che ama nasce: comincia a realizzare l'Uomo di cui ha soltanto la forma fisica. (La) sorgente in cui il Pensiero si trae dalla stessa sostanza di vita che nel sensibile si fa Amore, è inesauribile. (...) Il male, l'errore, il dolore, la paura sono la distanza che ogni volta egli può superare, per ritrovar(e la sorgente): distanza colmata da un istantaneo pensiero, o da un lungo soffrire. (...) 

L'Amore è il ritorno dell'Io alla sua Verità, là dove tale verità è contraddetta nel suo manifestarsi: la fedeltà alla sua originaria natura, il rieffondersi della sua remota sonorità. E il ritorno dell'Io alla sua illimitatezza entro il Mondo dei limiti, che per ora solo la Morte spezza. Onde il senso ultimo dell'Amore è il superamento della Morte."

Tranci "Dell'Amore immortale" di Massimo Scaligero

Osho: "L'esistenza non conosce vecchiaia”


Osho, un vecchio bambino


D.: Amato Osho, sei mancato per così molto tempo ai nostri incontri, che per scherzare, si dice ora di me che io sia diventato “antico”, e non più soltanto “vecchio" ... Cosa dovrei fare ora ? “ 

R.:  Devageet, tutti questi giorni che non sono venuto all'incontro con voi, sono rimasto a guardare. Osservavo un antico albero, proprio a fianco a casa mia. Ha danzato sotto la pioggia e le vecchie foglie cadevano con tanta grazia e tanta bellezza. Non solo era l'albero a ballare sotto la pioggia e il vento, ma anche le vecchie foglie ormai seccate, lasciando l'albero, si mettevano a danzare. C'è festa. Tranne l'uomo, nell'intera esistenza nessuno soffre di vecchiaia; infatti, l'esistenza non sa nulla di vecchiaia. Conosce la maturazione; sa che c'è un tempo per ballare, per vivere più totalmente e intensamente possibile, e c'è un tempo per riposare. Quelle vecchie foglie del Mandorlo al lato della mia casa non stanno morendo; stanno semplicemente riposando. Si fonderanno con la stessa terra da cui sono sorte. Non c'è nessuna tristezza, nessun lutto, ma un'immensa pace nel cadere a riposo nell'eternità. Forse, un altro giorno, in un altro tempo, chissà, sarà possibile ritornare. Magari in un' altra forma, in un altro albero. Balleranno ancora, canteranno ancora; sapranno gioire del momento. L'esistenza conosce soltanto un cambiamento circolare, dalla nascita alla morte, dalla morte alla nascita, ed è un processo eterno. Ogni nascita implica morte e ogni morte implica nascita. Ogni nascita è preceduta da una morte e a ogni morte succede una nascita. Per cui l'esistenza non è segnata dalla paura......La mattina si volge verso la sera e la sera si muove verso mattina. Ogni cosa si muove semplicemente entrando in diverse forme. Non c'è nessun inizio e non c'è fine, perché dovrebbe essere altrimenti per l'uomo? L'uomo non è un'eccezione. In questa idea di essere eccezionale, nell'essere più speciale degli animali, degli alberi e degli uccelli, l'uomo ha creato il proprio inferno, la propria paranoia." 

OSHO - The Great Pilgrimage: From Here to Here

Mappa genetica degli ebrei orientali ("ashkenaziti")




Un mosaico genetico con decisivi apporti da antiche popolazioni
originarie del Caucaso, europee e mediorientali: è quanto risulta da
uno studio che ha ricostruito le origini degli ebrei dell'Europa
orientale, le cui ascendenze sono ancora oggetto di dibattito. La
ricerca - condotta da Eran Elhaik della Johns Hopkins University
Bloomberg School of Public Health, e pubblicata sulla rivista “Genome
Biology and Evolution” - permette di fare un significativo passo
avanti nella definizione della controversia fra le due ipotesi
attualmente in campo, portando dati a sostegno di quella che sostiene
un'ascendenza molto più complessa per gli ebrei dell'Europa orientale
rispetto a quelli dell'Europa centrale. (Proprio per questo motivo
l'autore evita espressamente il termine "ashkenaziti", con cui si è
soliti riferirsi agli ebrei dell'Europa centro-orientale come se
fossero un unico gruppo uniforme.)

Secondo la cosiddetta “ipotesi renana”, infatti, gli ebrei europei
discenderebbero da quelli che, nel VII secolo, lasciarono la Palestina
in seguito alla conquista musulmana, per trasferirsi in Europa, in
particolare nella Renania. Nel corso del XV secolo, circa 50.000 ebrei
lasciarono poi questa regione per spostarsi a est. L'ipotesi
alternativa è quella “cazara”, secondo la quale la fioritura
demografica degli ebrei dell'Europa dell'Est avrebbe ricevuto un
decisivo contributo dai Cazari, una confederazione di tribù di origine
turca, iraniana e mongola che vivevano in quella che oggi è la Russia
meridionale, e che fra il VII e il IX secolo si convertirono al
giudaismo. In seguito al crollo dell'impero cazaro, arrivato ad
estendersi dall'Ucraina fino al lago Aral, le popolazione cazare,
amalgamatesi anche con armeni e georgiani, a partire dal XIII secolo
si dispersero in tutta l'Europa orientale.

I principali flussi migratori che hanno dato origine alle popolazioni
di ebrei dell'Europa orientale. (Cortesia Eran Elhaik / Oxford
University Press)Per quanto l'ipotesi renana sia stata spesso
considerata la favorita, essa si scontra con una difficoltà: questo
gruppo fortemente endogamico sarebbe riuscito a prosperare al punto
tale da toccare, all'inizio del XX secolo, gli otto milioni di
persone: un'espansione demografica che lascia perplessi se si
considera il continuo succedersi di guerre, epidemie, persecuzioni e
difficoltà economiche a cui gli ebrei sono stati esposti in quei
secoli. Benché il genoma degli ebrei dell'Est europeo sia uno dei più
studiati, determinare il peso del contributo degli antichi cazari al
loro patrimonio genetico è stato ostacolato da un lato dalla scomparsa
dei Cazari come gruppo a se stante, e dall'altro da una carenza di
dati genetici relativi alle popolazioni del Caucaso che più
verosimilmente possono portarne ancora le tracce.La ricerca di Elhaik
ha cercato di porre rimedio a questa difficoltà definendo il genotipo
di 1287 soggetti appartenenti a 9 popolazioni ebraiche e 74 non
ebraiche, e controllando 531.315 polimorfismi a singolo nucleotide
(SNP). I risultati, analizzati con complesse procedure statistiche,
appaiono coerenti con l'ipotesi cazara, poiché mostrano una complessa
ascendenza multietnica, e in particolare una stretta relazione
genetica tra ebrei dell'Europa orientale e le popolazioni del
Caucaso.Elhaik sottolinea che questo genere di studi, oltre ad avere
un interesse storico, hanno anche un valore molto pratico: "Gli
epidemiologi che studiano malattie genetiche sono costantemente alle
prese con domande relative alle origini e all'eterogeneità delle
popolazioni. Spero che questo lavoro apra una nuova era negli studi
genetici, nella quale la stratificazione della popolazione possa
essere utilizza in modo più corretto".


Fonte originale: (http://gbe.oxfordjournals.org/content/5/1/61.full)


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Articolo di approfondimento:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2013/12/25/storia-di-come-e-nato-il-sionismo-ovvero-se-gli-ebrei-non-sono-ebrei-ma-khazari-convertiti/

Neuropsicofisiologia, significato e funzione ... in una nota di Michele Trimarchi


La Neuropsicofisiologia, integra Neurologia, Psicologia, Fisiologia e Fisica ed è nata in Italia a partire dagli anni ’70 -‘80,  basata sulla Fisica dell’Informazione, sulle differenze funzionali  tra emisfero destro e sinistro del cervello e sulle funzioni superiori del cervello umano, fino alla definizione e presentazione alla comunità scientifica della  “Teoria  integrata delle lateralizzazione degli emisferi cerebrali”,  basata sugli sudi sugli emisferi cerebrali, che valsero il Nobel a R. Sperry nel 1981. (R. Sperry 1980, Trimarchi M., 1982).
Ciò per  scoprire “la Fisiologia della coscienza”, ovvero come si sviluppa l’Io cosciente dell’essere umano, quell’Io che permette di gestire consapevolmente e creativamente le funzioni cerebrali, integrando il dinamismo della mente con il corpo, nel suo rapporto con l’ambiente (Teoria neuropsicofisiologica dell’apprendimento, Trimarchi M., 83)  scaricabile su: www.neuropsychophysiology.org ( in ingl. e in italiano.)
Un paradigma centrale della Fisica dell’informazione e quindi della  Neuropsicofisiologia è quello che correla energia, materia e informazione, paradigma E=M=I: non esiste nulla che non sia contemporaneamente informazione, materia ed energia. Sono le informazioni che gradualmente modulano le funzioni neuropsicofisiologiche, dando vita alla coscienza dell’individuo, quando sono armoniche e fisiologiche al suo sviluppo, generando invece malessere, disagi e psicopatologie quando sono conflittuali e antitetiche a quelle pulsioni genetiche che spingono ogni essere umano all’autodeterminazione, alla libertà, al rispetto della propria dignità ed autonomia.
Michele Trimarchi

Taoismo, Buddhismo, Advaita... e la "creazione" senza un Dio e senza un "intento"




"In seguito al Big Bang ed alla forza di gravità ed alla natura intrinseca delle particelle quantiche la materia universale che noi conosciamo si è auto generata… dal vuoto, senza alcun bisogno di un intervento divino” (Stephen William Hawking)

Come a dire che Dio non esiste, e che la vita e la materia sono la risultanza di un processo naturale. 

Queste ipotesi del Tutto che genera il Tutto, seguono la teoria di Albert Einstein della relatività dello Spazio – Tempo, che funge anch’essa da sostegno all’anti-creazionismo.

Le tesi del britannico Hawking sono molto affini alle intuizioni della “spiritualità laica o atea”, ampiamente espresse dal sottoscritto in diverse occasioni. Quindi la corroborazione scientifica sulla non esistenza di un Creatore "intenzionale" (come solitamente viene inteso Dio) mi trova perfettamente in sintonia.

La verità è che la negazione della creazione, in quanto opera di un Dio personale, è ben più antica delle “scoperte scientifiche” del fisico inglese o delle “intuizioni spirituali laiche”. Addirittura essa risale a migliaia di anni prima della nostra era. Il concetto era già presente nella filosofia “Non-duale” dell’India e nel Taoismo Cinese, ed ebbe una sponda anche nella teoria buddista del “Vuoto” (o Sunya).

E cosa dicono queste filosofie?

La manifestazione appare nell’Assoluto attraverso uno spontaneo “olomovimento”, o “Potere” (Shakti) in esso intrinseco. L’Assoluto non crea… egli semplicemente é. Non ha volontà né desiderio. Nell’Advaita (Non-dualismo), tutto l’esistente é una naturale espressione dell’energia propria dell’Essere, non c’é compimento deliberato o finalità nella manifestazione. Dal punto di vista “empirico” la spiegazione che viene data dell’evento “creativo” é quella del movimento energetico, un “gradiente” che viene a formarsi in seguito all’apparizione nello specchio riflettente della mente cosmica del concetto di spazio e di tempo.

Una sorta di condizionamento o capacità della mente di proiettarsi in quel “continuum” attraverso la formazione di una serie incessante di “fotogrammi”, definiti “momenti” e “luoghi”. Potremmo dire che tale “continuum” corrisponde, ab initium, al cosiddetto Big Bang, Ed in effetti sia lo spazio che il tempo sorgono contemporaneamente da quella ipotetica espansione primordiale. Ma anche affermare che la manifestazione è iniziata in un certo tempo e che si protrae nello spazio è una concessione all’esperienza vissuta dagli “esseri” che si muovono all’interno dello spazio/tempo. In verità tali “esseri” sono anch’essi concettuali e relativi tanto quanto l’esistenza del trascorrere del tempo e dell’espandersi nello spazio. Il Vuoto, o l’Assoluto, insomma prevale sempre, tutto contiene e tutto trascende.

Nel Taoismo quel che viene definito spazio è detto “Yin” e quel che è chiamato tempo viene detto “Yang”. L’incontro, o frizione, fra queste due forze insite nel Tao (Assoluto), produce tutti gli effetti visibili (ovvero la nascita delle cosiddette “diecimila creature”). Nel Tao non v’è intento, l’interezza del manifesto è il risultato di uno spontaneo alternarsi o rincorrersi delle energie Yin e Yang lungo una spirale infinita.

Nel Buddismo l’unica concessione che viene fatta all’esistenza di un “Dio” è nella forma di un potere di compensazione insito nella legge di causa-effetto. Egli viene perciò descritto come il dispensatore della retribuzione karmica. Ma mai assume una forma specifica come nelle religioni cristiane o musulmane o comunque adoranti un “Dio personale”.

Come sorge allora nelle fedi monoteiste o politeiste l’idea di un Dio “creatore e signore del cielo e della terra”? E’ evidente che tale pensiero viene strutturato nella mente individuale dell’uomo come un tentativo di dare una risposta ed un senso alla sua identificazione con la forma e con il suo ritenere “vero e reale” il manifestarsi degli avvenimenti osservati nello spazio tempo. Pertanto si suppone l’esistenza di un’entità superiore che “sovrintende” alle attività dell’universo. Questa credenza é sia una consolazione alla propria ipotetica inferiorità rispetto al nostro percepirci come presenti nel mondo sia un pensiero speculativo funzionale all’illusione separativa. In verità l’Universo é un tutto inscindibile e come in un ologramma ogni singola particella contiene quel Tutto in modo integrale. Questo é vero anche in senso logico poiché il Tutto non può essere mai scisso, pur manifestandosi nelle differenze apparenti.

Invero anche quando riteniamo di essere una parte e separati dal Tutto non possiamo fare a meno di affermarlo attraverso la coscienza che è la radice del nostro sentire e l’unica prova del nostro esistere. Tale coscienza è caratteristica comune di ogni forma vivente ed è connaturata nella natura stessa. In fieri, o in latenza, nella materia cosiddetta inorganica ed in evidenza nelle forme organiche, che della materia sono una trasformazione biochimica. Ed è appunto in questa “coscienza”- meglio sarà definirla “consapevolezza”- che la manifestazione prende forma e quindi diventa esperienza sensoriale. E tale Coscienza, in quanto naturale espressione dell’Assoluto, è unica ed indivisibile, essa rappresenta la vera realtà di ogni essere. Sia esso un ipotetico Dio od un’ameba od un germe od una pietra… e di questo la fisica quantistica può darne una dimostrazione. Nel tentativo di scardinare almeno l’ignoranza più grossolana sulla vera natura dell’Essere e dell’Esistere.

Paolo D'Arpini