Il partito dei PD-estri



La ex "sinistra" ha da tempo mollato gli ormeggi che la tenevano unita alla banchina del popolo. Ora è definitivamente salpata, senza mai guardarsi indietro per chiedere scusa, verso porti atlantici.

L’economia e la tecnologia non sono più strumenti operativi ma ideologie, contenitori di pensiero e creatività. Hanno sostituito la morale e la politica umanista. L’ordoliberismo è la nuova religione che ha richiamato a sé individui da ogni dove, rendendo obsoleto il concetto di destra-sinistra. Si potrebbe dire che con questa epoca, della globalizzazione e digitalizzazione, si svolta tutti a destra.

L’epopea socialista si è sciolta nell’acido disperso dai laboratori neocon. A dire il vero, è accaduto anche a quella sovranista, a sua volta posticcia rispetto all’anima spirituale della destra originale. In pratica, è sparito dall’orizzonte cultural-politico tutto il basamento su cui ha poggiato la storia democratica fino a qui. La politica si è venduta all’economia, convinta di aver fatto un affare. E a ragione, se il desiderio era quello di passare dal potere delle idee a quello del denaro.


Ma non lo ha fatto per stupidità. Di sé, sono certo, non potrà che dire di averlo fatto per lungimirante arguzia. Condivido. Se arguto è stare nascosti nel cavallo di Troia del nuovo ordine mondiale, parcheggiato da tempo in tutte le società atlantiche e non. Le persone sono state accalappiate con promesse di libertà e garanzie di libero arbitrio, ed educate a colpi di paura di morte, di perdita di guadagni, di accuse di tradimento della morale sociale, della scienza, delle istituzioni. E sono state anche soddisfatte con premi morali – di materiale se ne parlerà solo se l’obbedienza persevererà. Le celebrazioni politico-istituzionali-mediatiche delle bandiere colorate, dei medici eroi, della disgregazione dell’identità sessuale e familiare, di quella nazionale e delle molteplici sovranità regalate, dissipate, gettate o delegate al padrone americano, dell’importazione di immigrati che pur di sopravvivere accetteranno qualunque condizione capestro, della criminalizzazione dei “brigatisti” dissenzienti che ponevano domande e chiedevano risposte mai pervenute, dei “miserabili del web” rei di aver urlato l’assenza di vergogna di una stampa senza dignità, sono state il premio di cui si pavoneggia la maggioranza di noi. Un popolo ignaro di non essere – una volta di più – il detentore della politica, né di essere – sempre più – identificato, identificabile in funzione produttivistico-economica. Se questo lo volete chiamare progresso, fate pure. Basta intendersi sul gergo. E se non volete intendere Pasolini e, con molto anticipo, Tocqueville e altri terrapiattisti, proseguite pure nel vostro surrogato di progresso.

“L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta eguale facilita l’esercizio del potere”.
(Alexis de Tocqueville, L’Antico regime e la Rivoluzione – 1856)

“Non è raro vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo”.
(Alexis de Tocqueville, La democrazia in America – 1835)


Chiunque possa giocare bene per ridurre i costi del capitalismo occidentale in funzione concorrenziale a quello cinese, assai più basso, non avrà mai da temere niente. Sarà l’eletto, godrà di carriera e bonus e, come un cretino, dirà che tutto va bene perché lui continua ad andare a sciare con sua moglie e poi alla spa e sono felici. “Che gli altri vadano a vivere in Russia se pensano qui si stia male” è nientemeno che il miglior argomento che si possa sentire dire. Affermato, per altro, con convinzione profonda, come se parlare non possa sussistere senza dover espatriare. L’edonismo e l’opulenza hanno definitivamente scollegato gli uomini dalla natura e dal senso della comunità identitaria. Si combattono l’aberrazione neoliberista, ma molto fa sospettare abbiano stravinto con lo stesso sistema del bon-bon usato con gli indigeni da depredare. Uomini che non sospettano di essere carne da conteggio dentro l’algoritmo del controllo sociale. Che non sospettano di essere condotti a quella condizione affinché il barlume d’inganno non risvegli in loro quei sensi indomabili da svegli. Affinché l’intossicazione e l’assuefazione imponga loro ancora più dosi di grande fratello, di novella 2000, di champions league, di isola dei famosi, da assumere felici. Affinché i venditori di progresso, prosperità, giustizia e verità possano vincere a mani basse.

Creare dissenso sociale genera un costo istituzionale dispersivo che riduce la forza egemonica alla quale l’occidente punta, costi quel che costi. Nel firmamento di campioni a sostegno del progetto in corso prendiamo l’ultimo. L’Italia è passata in un anno dal 41esimo al 58esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa (1). Gente comune, gente ucraina, gente russa non fa niente. Vanno bene tutte, sono solo fisiologici danni collaterali da accettare sul grande cammino per confrontarsi con la Cina e, se possibile, per mettere in ginocchio anche lei.


La questione guerra, in questo caso, è mondiale. Una strategia che prevede un crescente desiderio e amore della maggioranza verso politiche autoritarie, che finalmente faccia funzionare le cose, impastate da troppo tempo nella pece burocratica. E allora viva la digitalizzazione, il 5G, i chip sottocutanei, la vita a punti, il tracciamento assoluto, i lockdown, le nuove pandemie dalle quali saranno esenti gli ubbidienti, vuoi scommetterci.  L’opposizione sarebbe anche spiritualmente forte, ma è composta da cani sciolti tra le maglie della rete.

Tutto va a destra e nel modo più pd-estre. Non c’è bisogno di alcuna idea. Basta essere paladini del futuro di cui tutti parlano. Governo, politica, media fanno un corpo unico per la formazione di un pensiero unico della maggioranza, della cultura, dei pensieri, dei comportamenti.

Il grande muscolo atlantico è ancora un bicipite da vantare.

Lorenzo Merlo







Note

World Press Freedom Index 2022 - https://rsf.org/en/index

Trasgressione a tempo determinato...

 


La mia generazione, quella dei "mitici" anni '60 e '70, fece dell'anticonformismo e della ribellione un vero e proprio stile di vita.

I capelli lunghi, la minigonna, gli "spinelli" o l'amore libero erano dei gesti di rivolta contro l'Ordine Costituito. Il rifiuto delle convenzioni dominanti, dall'abbigliamento all'amoralità sessuale, esprimeva il rifiuto dell'intero ordinamento sociale, politico, economico e culturale. E al tempo stesso indicava la ricerca di un'alternativa globale, attraverso la sperimentazione di nuove forme di comunicazione e socialità.

Purtroppo il sogno di "cambiare il mondo" è stato sconfitto. Il Potere ha retto bene, anche se ha dovuto rifarsi il  look , modificando certe regole, legalizzando atteggiamenti e comportamenti che prima erano banditi, ammodernando e perfezionando i sistemi di controllo, passando dalla repressione al permissivismo.

Oggi tutto è diverso. Cioè ha cambiato segno: ciò che era rivoluzionario ora è conformista, il sano è diventato malato, la "pazzia" norma. La mancanza di perversione  è guardata  con sospetto. Per avere successo bisogna come minimo essere transgender o maniaci...

Però il nocciolo duro su cui si fondano i rapporti sociali, i presupposti su cui è regolata la vita quotidiana, restano sempre gli stessi.

L' obbligo del lavoro e del consumo, la competizione per il denaro e per il potere, le differenze sociali (anche se più simboliche che reali) invece di diminuire   aumentano!

Eppure, più diventa soffocante e mortifero l'abbraccio della schiavitù, più il cittadino "medio" si sente "libero" ed "evoluto".

La civiltà di massa è il regno del più bieco conformismo: il conformismo della  moda, della clonazione, della volgarità e dell'ignoranza. Ma intanto i    mass  media    esaltano la  "trasgressione" propinandoci il peggio di tutto: dalle ciarlatanate di "Madonna" alla volgarità dei    talk    show    televisivi, dai    best     sellers    della "letteratura" erotica agli    stages    propedeutici sulla seduzione, fino alla "fantasia" escatologica del    rock    demenziale...

Ma dov'è la "trasgressione" ?  Cosa c'è ormai di "trasgressivo" nel turpiloquio, nell'osceno, nella mercificazione delle proprie viscere?

Trasgredire significa "non rispettare le regole, infrangere un tabù, andare controcorrente, ribellarsi". Mentre  questa falsa, epidermica trasgressione del ca..o, è ormai il luogo comune uno strumento di consenso, l'unico collante di una società alienata ed alienante. Basta guardare gli spettacoli TV più seguiti, tutti incentrati sulle natiche delle ballerine e sull' atto sessuale continuamente mimato....

Normalità, oggi, sono le casalinghe che si spogliano in TV per vincere qualche gettone d'oro, sono i ragazzi che ingurgitano anfetamine  per poter ballare tutta la notte, sono le esposizioni dei "falsi d'autore" o gli appelli alla delazione. Normalità è la prostituzione a tutti i livelli.

Così quelle stesse persone che al Venerdì sera si scatenano, pagando il biglietto per poter trasgredire, il Lunedì mattina sono pronte a strisciare come bisce davanti al più inetto dei capi ufficio, pronte a subire qualsiasi umiliazione pensando che a fine settimana potranno "liberarsi".

Probabilmente è più anticonformista, oggi, avere un minimo di pudore, provare dei sentimenti, difendere la propria dignità.

Dall'anticonformismo alla ribellione il passo è breve, ma non automatico.  Bisogna unire all'istinto di libertà la scelta della Ragione.

Luigi "Gigi" Betrone




"Chi sei tu? - I Ching, zodiaco cinese e sistema elementale indiano" di Paolo D'Arpini - Presentazione

 


La realtà della vita è una per tutti ma l'esperienza è diversa in ognuno di noi. Le differenze individuali sono tante quanti sono gli esseri viventi ma qualsiasi possano essere le esperienze lo sperimentatore è sempre lo stesso: la coscienza. 

Attraverso un riconoscimento delle propensioni da noi incarnate saremo in grado di trovare la vera identità. Sia quella dell'apparato esteriore che quella del noumeno. Questo libro è il risultato di uno studio, compiuto dall'autore nell'arco di oltre 40 anni, fondato sulla sua intuizione e sulla sua ricerca sulle correlazioni esistenti tra il metodo di auto-conoscenza cinese, basato sull'I Ching, e quello indiano, basato sui diversi aspetti elementali e yoga. 

Il testo è inoltre corroborato da una analisi comparata su vari sistemi archetipali e su varie filosofie, come il taoismo, il buddismo, il non-dualismo, ecc.

Essenzialmente l'argomento trattato parte da un metodo analogico di ricerca, incentrato sull'individuazione delle caratteristiche relative alla persona. Ognuno, con l'aiuto delle indicazioni qui contenute, potrà comporre il proprio autoritratto archetipale ed elementale. 

Una volta preso possesso della chiave sarà possibile penetrare nella stanza segreta del proprio “io”, scoprendo allo stesso tempo la vera identità che vi si cela. Seguendo passo passo questa mappa il lettore attento e discriminante potrà riconoscere il luogo ed il momento in cui si trova, non in forma ipotetica ma in “presenza”...



Paolo D'Arpini, nasce a Roma il 23 giugno del 1944. Nel 1970/71 fonda a Verona il Circolo culturale "Ex" e si dedica alla poesia concettuale. Nel 1972 parte per un epico viaggio che lo porta ad attraversare tutta l'Africa equatoriale con mezzi di fortuna. Nel 1973 raggiunge l'India dove risiede nell'Ashram del suo Guru Baba Muktananda, dal quale riceve l'iniziazione Shaktipat (risveglio della Kundalini). Nel 1975 incontra a Jillellamudi la sua Madre spirituale Anasuya Devi che continuerà a frequentare anno dopo anno sino alla sua dipartita. Conoscerà inoltre diversi altri saggi che lo guideranno sul percorso dell'auto-conoscenza. Dal 1976, nel suo eremitaggio di Calcata, riprende anche lo studio dell'I Ching, degli archetipi cinesi e delle correlazioni con il sistema elementale indiano e con altri sistemi analoghi. Come un san Tommaso si dedica alla ricerca di prove concrete sulla validità del suo sistema integrato, redigendo centinaia e centinaia di analisi zodiacali, tutte corroborate dai fatti. Negli anni seguenti tiene diversi corsi in vari luoghi d'Italia. Dal 2010 si trasferisce a Treia, in provincia di Macerata, ospite della sua compagna Caterina Regazzi, ed è a Treia che nel 2022, finalmente, dopo tante insistenze, riesce a realizzare questo compendio, edito dall'amico Antonello Andreani di Ephemeria (edizioni@ephemeria.it)



Per consigli: spiritolaico@gmail.com


"Muori tu che muoio io"... - Considerazioni buddiste su morte e rinascita



Nella tradizione buddhista la morte è l’atto fondamentale della vita, si attende con serenità in quanto presuppone l’inizio di una esistenza successiva, che viene fortemente condizionata dal momento del trapasso.
La serenità nella morte predispone ad una rinascita positiva. Solo chi ha conseguito il Risveglio, al momento della morte si estinguerà e non darà origine ad altre forme di esistenza. La morte nel buddhismo è vissuta come un evento naturale e non si hanno manifestazioni drammatiche, quasi incomprensibili per persone di altre religioni; non c’è l’idea di un giudizio divino dopo la morte e della retribuzione dei meriti o della dannazione eterna.

Per i buddhisti non esiste un resoconto con la morte: ogni azione compiuta volontariamente (Karma) ha una conseguenza positiva o negativa, a seconda dei casi, in questa vita o successivamente; si tratta di una legge prestabilita a cui non si può sfuggire ma che non implica un giudice esterno alla fine della vita.
L’unica possibilità di cambiamento è data da un buon comportamento. Il morente, consapevole di un Karma stabilito dal suo comportamento, viene invitato a prepararsi alla morte per favorire una buona rinascita e permettere a colui o colei che seguiranno di poter nascere in condizioni favorevoli alla liberazione.
Per il buddhismo non esiste un’anima personale che trasmighi di corpo in corpo. L’ultima coscienza di un uomo perde infatti ogni individualità ma lascia un’eredità o impronta che dà lo slancio per un’altra forma di vita, che non è né la stessa ma neanche è completamente differente dalla precedente.
Ne è l’erede ed è con questa eredità che deve operare per lasciare, alla fine del suo corso, un’eredità migliore per chi verrà dopo.

(Ele Val)



Le cause delle malattie sono molteplici...



Scrive Enrico Manicardi nella recensione del suo libro * “Liberi dalla civiltà”“I peggiori killer dell’umanità nella  nostra storia recente (vaiolo, influenza, tubercolosi, malaria, peste, morbillo e colera) sono 7 malattie evolutesi a partire da infezioni degli animali e furono trasmesse alle popolazioni umane dai branchi di quadrupedi domestici”

 

I grafici ufficiali ci dimostrano che quando sono stati introdotti i vaccini le epidemie erano già scemate per le migliori condizioni di vita.


Per la virologia tutte le malattie epidemiche-pandemiche sono dovute a zoonosi, come scrive l’autore: da quelle esantematiche a quelle respiratorie, attribuite ai virus degli uccelli –  che si contaminerebbero  anche   dai  polli – aviaria – o dai maiali – suina –  ed anche per l’attuale Covid che arriverebbe dal  mammifero pipistrello e pertanto più pericolosa delle precedenti.

E’ stata la zoonosi del virus H1N1 degli uccelli  a causare,    alla fine della prima guerra mondiale, 50 milioni di morti per influenza spagnola?  

Perché gli uccelli sono diventati così pericolosi in quel periodo?  Perché non lo erano nei periodi precedenti e successivi?

Le pesti antiche o quelle di Milano,  sempre secondo la virologia, furono causate da cimici e topi.

Anche l’aids, secondo virologi  quale ad esempio il prof. Ernesto Burgio, sarebbe causato dalla zoonosi.


Scrisse invece l’antropologo-teosofo Bernardino del Boca: “Il vuoto dei sentimenti ha portato la gioventù ed i deboli a drogarsi. Non sono gli omosessuali e i drogati a diffondere l’Aids, bensì la vita contro Natura, il cibo troppo raffinato, la sofisticazione e l’ignoranza vestita di sicurezza che crea i ghetti, le ingiustizie, le confusioni, tutte le negatività. Gli omosessuali e i drogati sono le prime vittime di questa società egoistica e ignorante. Queste vittime sono come i topi che, nei tempi passati portavano la peste. Non erano colpevoli i topi se la società di allora viveva nella sporcizia fisica e morale. La peste era un castigo. L’Aids è un castigo e i colpevoli sono gli egoisti che producono cibo inscatolato privo di prana, che producono medicinali che arricchiscono le ditte farmaceutiche ma tolgono le difese naturali del corpo umano, che producono quella pubblicità che induce a ricorrere al sesso, alla violenza, alla guerra, come se queste cose negative fossero le più necessarie all’uomo.”  (BdB – Rivista L’Età dell’Acquario n. 40/1985 pagg.9-10)


E poi altro ancora qui  http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/aids-hiv/  e qui  -  http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/vaccinazioni/

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Quanto scritto sulla donna: concordo  ma va detto  che per gli antichi Elohim motivo di eccitazione sessuale non era il trucco ma  i  lunghi capelli femminili. Da lì il velo per coprirli.

 

Paola Botta Beltramo









* Articolo menzionato: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2014/12/liberi-dalla-civilta-di-enrico.html

Conoscenza, Scienza e Filosofia...

  


La grande stagione della Fisica quantistica negli anni ’20 del XX secolo(1)(2)(3)(4), che vide l’affermazione definitiva del modello atomico di Bohr con il contributo di Sommerfeld, il principio di esclusione di Pauli, l’affermazione dell’opera di Heisenberg con la meccanica quantistica ed il principio di indeterminazione, la nascita della meccanica ondulatoria con Schrödinger e la sua interpretazione probabilistica con Max Born, la proposta della teoria del dipolo onda-particella fatta da De Broglie (vedi NN: 104-105), ebbe ulteriori sviluppi già nel 1928 con l’equazione elaborata dall’inglese Paul Dirac (1902-1984), Premio Nobel nel 1933, e considerato da Carlo Rovelli e da Stephen Hawking – forse con qualche esagerazione – il più geniale fisico del XX secolo dopo Einstein(5)(9).

Nell’equazione si teneva conto degli effetti relativistici – previsti dalla teoria della Relatività Speciale di Einstein -sul comportamento delle particelle elementari, effetti che non erano stati previsti nella precedente equazione di Schrödinger (vedi N. 105). L’introduzione di questi effetti si armonizzava con l’introduzione dello Spin anch’esso non previsto dall’equazione di Schrödinger.

Tra le soluzioni dell’equazione di Dirac comparivano anche dei valori negativi dell’energia delle particelle. Negli anni seguenti Dirac cercò di spiegare questo fatto ipotizzando che lo spazio apparentemente “vuoto” fosse occupato da un mare di elettroni (detto “mare di Dirac”) in cui una radiazione di sufficiente energia (sotto forma di fotoni) potèva spostare un elettrone (con carica negativa) creando un “buco” che avrebbe agito da particella con carica positiva. Veniva predetta l’esistenza di una particella simile all’elettrone ma di carica positiva, invece che negativa.

Nel 1932 lo statunitense Carl David Anderson (1905-1991) individuò questo tipo di particella – cui fu dato il nome di “Positrone” -  nei raggi cosmici. Questo fatto fu poi confermato presso l’Istituto Cavendish di Cambridge, con l’uso di una camera a nebbia, dall’inglese, premio Nobel, Patrick Brackett (1897-1974) e dall’italiano Giuseppe Occhialini (1905-1993) cui invece il Nobel non fu mai assegnato. Si constatò anche che un elettrone ed un positrone, incontrandosi, si annichiliscono a vicenda sviluppando energia, processo che è reversibile. Infatti da un accumulo energetico possono generarsi entrambe le particelle, nel rispetto della fondamentale equazione di Einstein sull’equivalenza tra massa ed energia.

Un altro sviluppo notevole di questo periodo, risalente al 1930, fu l’ipotesi di Pauli, per spiegare il comportamento anomalo delle emissioni “Beta”, sull’esistenza di una particella piccolissima, il neutrino. Il nome fu dato alla particella da Fermi in quanto scarsamente reagente con la materia. La sua esistenza, che fu il più grande successo di Pauli dopo il Principio di Esclusione, fu accertata solo nel 1956. Miliardi di neutrini traversano continuamente i nostri corpi e tutti gli oggetti senza effetti apparenti.

Le teorie di Dirac sulle interazioni tra fotoni ed elettroni (tutte rigorosamente di origine matematica, non sperimentale, e spesso contestate da altri fisici) aprirono la strada al concetto di Campo Quantistico, cioè un campo di forze che occuperebbe tutto lo spazio, dove le particelle compaiono come stati di eccitazione del campo. Esso è detto “covariante” in quanto non varia rispetto alle trasformazioni di Lorentz e rispetta le equazioni della relatività speciale(9). La conferma dell’esistenza di un Anti-Elettrone (il Positrone) ha portato alla previsione della presenza (poi confermata) di particelle di “Anti-Materia” (come l’Anti-Neutrino, ecc.).

Lo studio delle interazioni dinamiche tra fotoni ed elettroni darà luogo alla fine degli anni ’40 ad una nuova branca della fisica che tiene conto sia del campo quantistico che degli effetti relativistici(6)(7)(8): l’Elettrodinamica Quantistica (in inglese nota con la sigla QED, cioè Quantum Electrodynamics), sviluppata separatamente dagli statunitensi Richard Feynman, (1918-1988) e Julian Schwinger (1918-1994), e dal giapponese Schin’ichiro Tomonaga (1906-1979). Essi dovettero risolvere dei complicati problemi matematici che nascono dalla presenza, nei calcoli, di integrali divergenti di valore infinito dovuti al fatto - secondo la teoria relativa all’Elettrone “ideale” isolato, considerato puntuale - che il valore dell’energia di polarizzazione creata dallo stesso Elettrone è infinita in quel punto.

I calcoli comportano l’uso di espedienti teorico-matematici apparentemente arbitrari per l’eliminazione degli infiniti, detta “ri-normalizzazione”, metodo che lo stesso Feynman definì “folle” ed “assurdo” e che fu rifiutato dallo stesso Dirac perché matematicamente poco elegante, e criticato da Bohr(5)(9). Il metodo, però - anche con l’ausilio di una serie di diagrammi intuitivi inventati da Feynman per descrivere le interazioni tra elettrone e fotone (“Diagrammi di Feynman”) - ha portato ad una coincidenza tra previsioni teoriche e risultati sperimentali di laboratorio su alcune caratteristiche degli elettroni “reali” di incredibile precisione. Questa straordinaria coincidenza tra previsioni teoriche e risultati sperimentali viene considerata uno dei massimi successi delle teorie quantistiche, e fruttarono il premio Nobel a Feynman, Tomonaga e Schwinger nel 1965(6).

Brackett e Occhialini nelle loro rilevazioni sui raggi cosmici avevano individuato anche protoni e  muoni (particelle cariche negativamente come gli elettroni ma molto più pesanti). Negli anni ‘40 Occhialini individuò, insieme all’inglese Frank Powell (che vinse per questo il Nobel nel 1950 , come già Brackett nel 1948, mentre lo stesso riconoscimento non fu mai dato ad Occhialini) un’altra particella, il Pione, che interviene nelle interazioni tra protone e neutrone all’interno del nucleo dell’atomo. Lo studio di queste particelle, insieme allo studio delle numerose particelle prodotte nelle macchine acceleratrici (di cui ci interesseremo in un prossimo numero), integrate dai concetti di campo quantistico e dagli studi sulla struttura dell’atomo e le forze che lo tengono unito (forze elettromagnetiche, forze nucleari deboli e forti), hanno portato alla costruzione teorica di un modello che abbraccia tutte le 27 particelle finora conosciute (compreso il bosone di Higgs scoperto solo nel 2012, ma previsto già da 40 anni): il cosiddetto Modello Standard (che descriveremo in un prossimo articolo), che, pur se sovente criticato, resta quello di maggior successo, perché sviluppato sulla base di robuste risultanze sperimentali.

(Questo articolo è tratto dal libro di Vincenzo Brandi, "Conoscenza, Scienza e Filosofia", 2020)




(1) RBA,”Le Grandi Idee della Scienza – Bohr

(2) RBA,”Le Grandi Idee della Scienza – Heisenberg

(3) RBA,”Le Grandi Idee della Scienza – Pauli

(4) RBA,”Le Grandi Idee della Scienza – Schrodinger

(5) RBA,”Le Grandi Idee della Scienza – Dirac

(6) RBA,”Le Grandi Idee della Scienza – Feynman

(7) Feynman R. - “Sei Pezzi facili”, Adelphi

(8) Rovelli C. – “Sette brevi lezioni di Fisica”, Adelphi 2018, originale 2014

(9) Rovelli C. – “La Realtà non è come ci appare”, R. Cortina 2014

Il vero laico lo è anche nei confronti della laicità...

 


Il significato stesso di “laicità” impedisce l’assunzione di un modello, di un pensiero definito e specifico. Ciò vale anche per la cosiddetta Spiritualità Naturale o Laica, che è sincretica nell’accettazione delle varie forme di pensiero ma non riveste i panni di alcune d’esse, si tiene in sospensione, in una condizione di trascendenza.

Ovviamente la laicità per essere genuina deve essere distaccata persino dal concetto stesso di “laicità” ovvero non deve considerare questo atteggiamento di distacco come un prerequisito di verità.

Ciò è comprensibile se osserviamo i vari aspetti della spiritualità nel dominio dell’esperienza diretta e quindi dell’indescrivibilità del suo processo conoscitivo. In un certo senso la “laicità” è una forma di osservazione che denota assoluta libertà, una libertà che non può essere mai racchiusa in una descrizione. E d’altronde come potremmo mai descrivere il significato di “consapevolezza di Sé”?

Ma dal punto di vista dell’intelletto una certa “immagine” è possibile evocarla, in quanto il termine “Spiritualità Laica” rappresenta di per se stesso un concetto, un contenitore, in cui inserire tutte quelle forme “libere” di spiritualità sperimentate dall’uomo: taoismo, zen, non-dualismo…

Siamo coscienti di muoverci nell’ambito della concettualizzazione dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo indicato con l’idea di spiritualità: l’Io.

Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite della mente. La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperenziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo io.

Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la capacità proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme, mai può scindersi quell’io radice da noi stessi. L’io è assoluto in ognuno.

Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io. Spiritualità laica è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti.

C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse. Il percorso cambia con le necessità del momento e con le pulsioni individuali.

E’ la sincerità, onestà, perseveranza, che importano. Non ci sono pensieri, gesti, riti, dottrine da privilegiare. I flussi passano la sorgente è perenne. Sii ciò che sei, diceva un saggio dell’India, ed uno dell’occidente rispose: Conosci te stesso. In questo girotondo intorno al sé ogni strada è buona per stare in cerchio. Ma per andare al Centro..?

Occorre una conferma al nostro esistere? No di certo, perché lo sappiamo senza ombra di dubbio. Perciò questa coscienza-esistenza non può appartenere ad alcun credo, non è massonica, ebrea, cristiana, musulmana, è la vera ed unica “realtà” condivisa da ognuno. A che pro quindi cercare un riscontro – in forma di riflesso- se ci separa nello spirito? Le etichette sono inutili. E forse lo è anche questa della Spiritualità Laica, se non sottintendesse la futilità di ogni etichetta.

Paolo D’Arpini



Cadere nel Tao... come un gatto!

 


"Quando un gatto cade da un albero, si libera. Il gatto si rilassa completamente, e atterra leggermente a terra. Ma se un gatto stesse per cadere da un albero e improvvisamente decidesse che non vuole cadere, diventerebbe teso e rigido, e sarebbe solo un sacco di ossa rotte all'atterraggio.

Allo stesso modo, la filosofia del Tao è che stiamo tutti cadendo da un albero, in ogni momento della nostra vita. Infatti, nel momento in cui siamo nati, siamo stati buttati giù da una scogliera, stiamo cadendo, e non c'è niente che possa fermarlo.

Quindi invece di vivere in uno stato di stress cronico, e aggrapparsi a ogni genere di cose che ci stanno cadendo, perché tutto il mondo è impermanente, lo so come un gatto."

Sono Alan Watts...  



Mio commentino: "Alan Watts è un grande estimatore del Tao ed è riuscito molto bene ad individuarne i punti salienti...  egli affermò: “ogni forma di controllo ricade infine sul controllore.” – Infatti nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità». La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico..." (P.D'A.)




"Psicopatologia del radical chic" di Roberto Giacomelli

 


Nel 1970, per la prima volta, il giornalista Tom Wolfe definì i “radical-chic”: erano la casta dei ricchi borghesi che - per moda o per noia - sostenevano apertamente le posizioni della pseudo sinistra. Questi “rivoluzionari da salotto”, animatori della “sinistra progressista” che va a braccetto con il capitalismo, sono oggi la più influente lobby ideologica dell’Occidente: dominano i grandi media internazionali, presidiano le Università, la Magistratura e i gangli vitali dello Stato, orientano il linguaggio, emettono sentenze e stilano i pressanti speech codes del “politicamente corretto”. Chi non si allinea ai loro dogmi, come dimostra il grottesco teatrino mediatico che invade i nostri schermi, è tacciato di razzismo, fascismo, sessismo e xenofobia.


Il loro credo, divenuto il verbo laico del globalismo, è fondato sulla narrazione sradicante e liberal della “società aperta”, tesa a distruggere ogni residua forma di identità in nome di una fantomatica uguaglianza che trova riscontro nelle esigenze predatorie del mercato: dal cosmopolitismo “no border” all’immigrazionismo multiculturale, dal progressismo individualista alle rivendicazioni omosessualiste, dalle teorie “gender fluid” alla destrutturazione della famiglia, passando per il superamento dei popoli, delle tradizioni, delle spiritualità e delle Civiltà. Una marcia inarrestabile, oggi identificabile nella furia iconoclasta della “cancel culture” e nella riconfigurazione green e digitale del “grande reset”: un processo di sovversione che coinvolge - con curiose convergenze - le frange militanti della sinistra radicale e le grandi holding multinazionali, le presunte “minoranze” e i colossi della Silicon Valley.

Ma chi sono, realmente, i radical chic? Quali sono i loro valori, i loro fini e le loro strategie? Cosa si cela dietro le scomuniche del loro “pensiero unico”? Roberto Giacomelli - psichiatra e scrittore - ne traccia un profilo inedito, dai primi “figli dei fiori” alle attuali élite mondialiste. Attingendo alla storia, all’analisi politica e alla psicologia, l’autore giunge ad una conclusione impietosa: arroganza, isteria, dissimulazione, inganno e manipolazione - senza dubbio - sono i loro tratti distintivi.Si tratta di masochisti che amanosottomettersi a carnefici immaginari, nevrotici in preda ai sensi di colpa per i loro immeritati privilegi, odiatori seriali che invidiano e denigrano le vite altrui, menti deboli che proiettano sul prossimo le proprie paranoie, i propri disagi e le proprie paure. 

Questo testo - libero e controcorrente - rappresenta allo stesso un’invettiva sincera, uno studio attualissimo ed una voce fuori dal coro.


Tratto da:  Psicopatologia del radical chicNarcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista -  di Roberto Giacomelli


La fine dell'era europea...



Ante scriptum - Interessante storia mondiale in compendio degli ultimi 500 anni – per una lettura domenicale. L’autore, John Michael Greer, è un eclettico, discendente, almeno idealmente, dagli antichi druidi. Il suo sguardo sul passato è impregnato di cultura mitologica, oltre che letteraria; forse per questo, o forse nonostante questo, la sua visione è chiarissima: in Ucraina non è in gioco l’indipendenza del paese – chi vuole vedere sa che il paese non è più indipendente dal 2014, quando si è venduto a Stati Uniti e UE – ma il destino dell’impero americano e del dollaro. La pacchia del dollaro, che l’autore stima – si tratta molto probabilmente di una stima per difetto – in un cadeau di mille miliardi l'anno, più o meno il bilancio del Pentagono, è prossima alla fine. Le modalità dell’affondamento del dollaro non sono chiare, ma l’autore vede un futuro, dunque la guerra nucleare non ci sarà. In questo futuro i destini di Europa e Stati Uniti si separeranno: la prima continuerà nel suo declino – le migrazioni sono l’equivalente delle invasioni barbariche, sebbene non abbiano potenza distruttiva – e i secondi diventeranno un terzo mondo – il mondo è infatti l’Eurasia. Da notare che anche per l’autore l’Europa ha perso l’ultima, grande occasione quando, con la fine della Guerra Fredda, ha respinto la proposta russa di un patto per la sicurezza comune. La stupidità europea deve molto alla stupidità tedesca, della quale anche Scholz è espressione; purtroppo in 150 anni di unità la Germania non ha mai goduto di una capacità politica adeguata al potenziale economico e culturale, e grave errore è stato acconsentirne la riunificazione     

 Franco Continolo 


The End of the European Age

All things considered, this is a good time to start talking about the geopolitical big picture. As I type these words, the Russo-Ukrainian war is still under way.  The assault on Kyiv seems to have been put on hold so that the Russians could focus on clearing Ukrainian defenders from the Donbass region, while pitched battles rage in the south of the country, where Russian forces are pushing north along both banks of the Dnieper River.  After a month of hard fighting, Russia has seized close to thirty per cent of Ukraine’s territory and shows no signs of backing down, and sanctions from the US and its client states in Europe and the western Pacific have done nothing to dissuade the Russian government from its course.

Meanwhile blowback from those sanctions is becoming a massive economic fact worldwide, and it’s by no means certain that Russia has lost anything as a result. India, the fifth largest economy in the world, has just finished making arrangements to trade with Russia outside the SWIFT interbank system, settling deals in rupees and rubles rather than US dollars. China, the world’s second largest economy, already has such a system in place. Shortages of diesel fuel and half a dozen other Russian-sourced commodities are setting off economic crises in various corners of the world, while the specter of a global food shortage is becoming increasingly grave—Ukraine is the world’s #3 exporter of wheat, while Russia holds the top spot in that category and also supplies the world with much of its fertilizer. The US and Britain have both tapped their strategic petroleum reserves in an attempt to keep oil prices down, but it remains to be seen whether that will be more than a stopgap measure.

It’s common just now to see these events as a temporary roadbump on the route to a future of business as usual, or to blame them on the supposed personal villainy of Russia’ds President Vladimir Putin. Such evasions are as easy as they are hopelessly mistaken. They betray, among other things, a stunning ignorance of history, since this is hardly the first time that an era of economic globalization has shattered under the pressure of geopolitics. Several thoughtful writers have already noted the parallels between the present crisis and the collapse of Victorian economic globalization a century ago.

The comparison’s exact.  In 1913, as John Maynard Keynes pointed out in his deservedly famous work The Economic Consequences of the Peace, a wealthy Englishman eating breakfast with the Times open before him could buy and sell assets around the globe as freely as his equivalent in the United States in 2013. The pound sterling was the indispensible global currency in those days; the Victorian era’s worldwide telegraph network filled the role of the internet, sending orders to buy and sell across seas and continents at the speed of light.  Free-trade agreements far more inflexible than the current examples erased barriers to investment and exploitation.  The British army and navy, backed by state-of-the-art military technology, provided the backstop for it all. The only cloud on the horizon was the rising power of Germany, which wasn’t willing to settle for second-class status in a world run primarily for Britain’s convenience and profit.

Then 1914 came, a terrorist shot the heir to the Austrian throne, and one after another, most of the nations of Europe went to war.  Free trade couldn’t survive once geopolitics took center stage: every combatant nation had to slap on currency controls to keep desperately needed funds from fleeing to neutral countries, and neutral countries responded accordingly, while sanctions and countersanctions among the contending alliances shredded the trust that made global trade work.  By the time the war finally wound down in 1918, the global economy of the Victorian era was shattered beyond repair.  Attempts to restore some semblance of it in the 1920s helped set the stage for the global economic disaster of 1929.  Once the Great Depression hit, free trade was utterly discredited in the minds of most people, and fifty years passed before the United States set out to copy Britain’s imperial strategy for its own benefit, leading to our present situation.


Every nation, like every generation, passes from a youth full of ideals and high hopes to an old age defined by the exact mathematical consequences of its actions.  The old belt of high civilizations had its own burdens and its own decadence to pay for, and paid for them. Now, its strength renewed, it’s rising, while the bill for Europe’s age of dominion is being totted up patiently by old Father Time, for payment in full. It shouldn’t be surprising, after all, that the nations that dominated the world during the preindustrial era should be in line to dominate it again as the industrial age winds down.

This, finally, is the wider context in which the Russo-Ukrainian war and its attendant economic convulsions need to be understood. The great question of early twenty-first century geopolitics was whether Russia, with its immense fossil fuel, mineral, and agricultural resources, would align with Europe or with rising Asia. It would have been quite easy for Europe and the United States to have brought Russia into a pan-European structure of alliances and economic relationships.  All that would have been required is a reasonable attention to Russian concerns about national security and a willingness to put long-term goals over short-term profiteering. European and American leaders turned out to be too inept to manage those simple steps, and as a result, the question has been settled:  Russia is turning east, throwing its resource base and its political support to China, India, and Iran.  That didn’t have to happen, but it’s too late to change it now.

And the United States?  We did what peripheral powers often do in ages of decline, when the imperial center begins to fold.  We grabbed the reins of empire in 1945, when Britain was too weak to hold them any longer, and tried to make the same gimmick work for us.  It didn’t work very well, all things considered.  Now we’ve backed ourselves into the same trap that caught Britain in 1914: lethally overcommitted to an unaffordable global empire, hopelessly dependent on a global economy that’s cracking at the seams, and unable to realize that the world has changed. The next few decades will be a rough road for us.

That said, it’s the European age that’s ending, not the American age. The American age hasn’t begun yet. The United States these days is a Third World country catapulted by a chapter of historical accidents into a temporary position as global hegemon. Its Europeanized elites, in the usual Third World fashion, are a small minority maintaining a tenuous temporary mastery over restless masses that don’t share its ideals and its interests, and are beginning to sense their potential power. America is still young, and pregnant with the future; centuries from now, long after the European veneer has been thrown off, she will give birth to something else wholly new, and it will inevitably be even more unacceptable—and indeed wholly incomprehensible—to the conventional wisdom of Europe-as-it-is.

But of course that conventional wisdom will no longer exist by then. If history follows its usual track, by the time the future high culture of eastern North America begins to emerge, the age of European global dominion will be a distant memory, and Europe itself will have spent many centuries in its pre-imperial condition: a fragmented, impoverished, bellicose region on the faraway fringe of the civilized world. Its peoples and cultures, for that matter, may not have much in common with those residing there now.  Nearly all the nations of Roman Europe went out of existence in the post-Roman era, swamped by mass migrations from elsewhere. At the beginning of the Common Era, the ancestors of today’s Spaniards lived in Ukraine and the ancestors of today’s Hungarians lived closer to China than to Hungary. In the same way, a millennium from now, many of the people who live in Europe may trace their ancestry to today’s Middle East or sub-Saharan Africa, and the historic nations of Europe will be forgotten, erased by tides of migration and conquest that establish new boundaries and new polities.

History is no respecter of persons, and it has a particularly harsh way of treating those who think their sense of entitlement matters in the great scheme of things. That’s worth keeping in mind, as we move deeper into an era of convulsive change whose consequences most people haven’t yet begun to gauge. Over the months to come, we’ll talk more about that, and about the consequences that are likely to follow from it.



John Michael Greer