USA. E' tempo che Leonard Peltier sia liberato dal carcere ...



Leonard Peltier è incarcerato negli USA dal 6 febbraio 1976, senza  nessuna colpa reale. Ora è tempo che venga liberato.  Non è questione di UNA PERSONA (anche se fosse…), ma del simbolo di una lotta, se da una parte è “esempio” perché nessuno lotti, protesti, difenda i diritti, ma rimanga a casa, spaventato, dall’altra invece: deve essere esempio per noi, perché nessuno deve essere lasciato solo. Ora è tempo che Leonard Peltier  esca in libertà!

Scriviamo, facciamo girare la notizia, martelliamo: chiunque di noi credo conosca o abbia un contatto con un-una giornalista, fosse anche del giornalino del quartiere, della parrocchia, dell’associazione, del sindacato, o il blog dell’amico-a…. che si scriva e si ricordi la sua storia incredibile, per chi volesse ancora un testo che ricostruisce un po’ la sua vicenda Libertà per Leonard Peltier, indiano d’America, da tantissimi, troppi, anni nelle carceri di massima sicurezza statunitensi.

Altrimenti confezioniamo testi ad hoc per ogni evenienza… Vi abbraccio forte, coraggio.  

Andrea De Lotto








La cronistoria di Leonard Peltier


Leonard Peltier è un nativo americano in carcere dal 1976  per  aver difeso i diritti del suo popolo. Nasce nel 1944 e già dalla sua infanzia capisce che la vita per i nativi d’America è dura, tra miseria, razzismo, emarginazione. Cresce anche in un istituto dove conosce la prima “istituzione totale”, ma ha un buon carattere e la sua gioventù è carica di socialità, mentre impara a riparare vecchie automobili. Ma sono gli anni in cui la comunità indiana comincia ad alzare la testa e si organizza. 

Nasce l’AIM, American Indian Movement, di cui dopo poco Peltier entra a far parte. Nel 1973 oltre trecento indiani d’America tengono testa agli uomini del governo, che per scacciare i Lakota dal loro territorio, si erano alleati con il capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che con una sorta di polizia privata mieteva terrore nella comunità indigena con pestaggi ed omicidi. Lo stesso Wilson stava trattando in gran segreto la vendita di parte delle terre della riserva dei Lakota Oglala di Pine Ridge, nel sud Dakota, agli Stati Uniti. 

Consapevole della fierezza e dell’ostinazione delle popolazione native, il governo statunitense cerca in tutti i modi di cacciare i Lakota dal loro territorio per impossessarsi dei loro giacimenti. E’ un periodo durissimo, per due anni quella regione vede una presenza spropositata di agenti dell’FBI, e i morti tra i nativi sono almeno 60. 

Nel giugno del 1975 dalla comunità di Oglala viene lanciato un appello all’AIM perchè qualcuno vada ad aiutarli, la tensione è altissima. Arrivano 17 membri del AIM, di questi solo 6 sono uomini, tra loro c’è Leonard Peltier. Il 26 Giungo 1975 nei pressi della comunità indiana si presentano in auto, senza alcun segno di riconoscimento, due agenti dell’FBI: la scusa è la ricerca di un uomo che ha rubato degli stivali.

E’ probabilmente una trappola, tanto che nel giro di poco tempo si scatena una sparatoria tremenda con centinaia di agenti e militari.

Gli Oglala Lakota si difendono, rispondono al fuoco e alla fine sul terreno restano tre corpi: due agenti dell’FBI e un indigeno. Tutta la comunità riesce a scappare e a nascondersi, si scatena una caccia all’uomo di dimensioni impressionanti. Per l’indiano americano morto non fu aperta alcuna indagine, mentre per i due agenti vennero imputate tre persone.

I primi due arrestati vengono processati ed assolti sulla base della legittima difesa, rimane il terzo accusato, Leonard Peltier, il quale nel frattempo è scappato in Canada. Su di lui si riversa tutta la rabbia dell’FBI, è il capo espiatorio. Viene arrestato in Canada il 6 Febbraio 1976 e dopo pochi mesi estradato sulla base di false testimonianze, tanto che successivamente il governo canadese protesterà per i modi in cui si ottenne l’estradizione. 

Ma oramai Leonard Peltier è nelle mani dei coloro che vogliono letteralmente vendicare i due agenti morti.

Questa volta il processo viene organizzato diversamente: si svolge nella città di Fargo, storicamente anti-indiana, la giuria è formata da soli bianchi e il giudice è noto per il suo razzismo. Il processo prende ben altra piega e Peltier viene condannato a due ergastoli consecutivi. 

Durante il processo non si tiene conto delle prove a suo favore, ma solo di testimonianze manipolate, vaghe e contraddittorie. Dopo cinque anni, accurati esami balistici riescono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI. 

A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza. Non gli è stato nemmeno permesso di presenziare ai funerali di suo padre, di sua madre, dei suoi zii. 

Per almeno due volte si è cercato di ucciderlo in carcere, mentre le sue condizioni di salute sono difficili. Operato ad una mascella solo grazie alle pressioni popolari, quasi cieco da un occhio, malato di diabete e di prostata, ma Leonard Peltier resiste e non rinnega nulla della sua lotta. 

Mentre tu stai leggendo Peltier è ancora in prigione. Fino a quando?

Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”. Peltier in Italia è praticamente sconosciuto, la sua storia non riempie le pagine dei giornali. Eppure è una storia che merita attenzione, perché ci parla dell’apartheid oggi, che non si esprime più nelle forme feroci che si sono vissute in Sudafrica, ma che continua ad esistere anche nei paesi cosiddetti civili. L’apartheid non è soltanto brutale e gratuita violenza verso chi ha la pelle di diverso colore. Oggi è diventato qualcosa di più morbido e subdolo ma, proprio per questo, è estremamente pericoloso.

In passato ci sono state numerose campagne nazionali e internazionali per la sua liberazione. Si sono espressi Nelson Mandela, Desmod Tutu, il Dalai Lama, madre Teresa di Calcutta, Rigoberta Menchù, Michail Gorbaciov, ma anche musicisti come Sting, Paul Mc Cartey, Madonna. Quando Bill Clinton stava per firmare la sua liberazione, vi fu una manifestazione di 500 agenti dell’FBI. Clinton non firmò. E nemmeno  Obama né Trump.  Ora è la volta di Biden, una sua firma è la sola soluzione, diversamente Leonard Peltier potrà uscire solo oltre i 90 anni.

Dice Leonard Peltier: “la mia colpa è essere indiano, e la tua?”



Articolo collegato: https://www.radiondadurto.org/2021/02/06/leonard-peltier-in-carcere-da-45-anni-presidio-a-milano-al-consolato-usa/

"Il libro perduto del dio Enki" - La favola di Nibiru, Eloim, Atlantide, san Michele e compagnia bella.... ri-raccontata da Ferdinando Renzetti




La  storia comincia alcuni milioni di anni fa quando la Terra era molto giovane. Allora c’era un grande pianeta chiamato Tiamat esso ruotava intorno al sole tra Marte e Giove. L’antica Terra aveva una grande luna che si dice fosse destinata a divenire lei stessa un pianeta, un giorno nel futuro. 

C’era un pianeta in più nel nostro sistema solare di cui, ai nostri tempi, siamo soltanto vagamente consapevoli. I babilonesi chiamavano questo pianeta Marduk, il suo vero nome sumero è Nibiru. Era un pianeta enorme che ruotava con un moto retrogrado rispetto agli altri pianeti, che si muovevano piu o meno su un piano piatto in una direzione. Nibiru si muoveva in direzione opposta e quando si avvicinava agli altri pianeti passava attraverso l’orbita di Marte e Giove.

 E' stato detto che passava attraverso il sistema solare ogni 3600 anni e quando arrivava era un grande evento. Poi se ne andava al di là dei pianeti piu lontani per scomparire dalla vista. 

Durante un passaggio orbitale Nibiru passò cosi vicino che una delle sue lune colpi Tiamat, la nostra terra, strappandone circa la meta. il pianeta fu spaccato a meta. Secondo i sumeri questo pezzo di Tiamat insieme con la sua luna maggiore finì nell’orbita tra Venere e Marte e divenne la Terra che conosciamo. L’altro pezzo si ruppe in milioni di frammenti e divenne quello che i Sumeri chiamano come il bracciale martellato e che noi chiamiamo la cintura degli asteroidi, situata tra marte e giove. 

Di nibiru sappiamo ancora che era abitata da esseri chiamati neifilim che erano molto alti. le donne 3 metri gli uomini 4-5 metri. Non erano immortali e la loro vita corrispondeva circa 360.000 anni terrestri. Improvvisamente 450.000 anni fa i neifilim cominciarono ad avere un problema con l’atmosfera del loro pianeta, poiche l’orbita di nibiru si portava cosi lontano dal sole che dovevano mantenere all’interno il calore decisero di mettere particelle d’oro nell’atmosfera piu alta, cosi da riflettere indietro la luce e la temperatura come uno specchio. Pianificarono di recuperare grandi quantità di oro polverizzato e metterlo in sospensione nello spazio sopra il loro pianeta. 

I neifilim sapevano viaggiare nello spazio anche se dovettero aspettare che Nibiru fosse abbastanza vicino alla terra prima di fare un viaggio tra i due pianeti. I neifilim cercarono in tutti i pianeti l’oro finchè non  scoprirono che la Terra possedeva grandi quantità di oro. Così 400.000 anni fa inviarono una spedizione con lo scopo di estrarre l’oro guidati da 12 membri, i capi,  e circa 600 lavoratori che dovevano materialmente estrarre l’oro e circa 300 che rimanevano in orbita sulla nave madre. Dapprima si stabilirono nella zona dell’attuale iraq e cominciarono a costruire le loro città anche se per estrarre l’oro si recarono in una valle specifica del sud est dell’Africa. 

Scavarono profondamente nella Terra, grandi quantità di oro; Enlil era il capo dei minatori. Ogni 3.600 anni quando Nibiru-Marduk si avvicinava trasportavano l’oro sul loro pianeta. Proseguirono con il loro lavoro mentre Nibiru continuava la sua orbita. Scavarono per un lungo tempo che va circa da 100.000 a 150.000 anni e poi ebbe inizio la ribellione dei neifilim. 

In un periodo compreso tra i 300.000 e i 200.000 anni fa gli operai neifilim si ribellarono contro i loro capi  e non volevano piu scavare nelle miniere e i capi decisero di riunirsi per escogitare una soluzione. Decisero di utilizzare una particolare forma di vita esistente su questo pianeta, uno dei primati, per creare una nuova forma di vita utile allo scopo. Il loro piano era di usare il DNA dei primati e il loro DNA per creare una razza più sviluppata di quella sulla Terra. In quel tempo la nuova razza doveva essere sotto il controllo dei neifilim e fornire la manodopera per le miniere d’oro,  da ciò se ne deduce  che  noi umani siamo stati creati per fare i minatori, schiavi per scavare l’oro. 

Nel luogo esatto in cui i sumeri  estraevano l’oro, gli archeologi vi hanno trovato miniere d’oro. quello che è ancora più incredibile e che l’homo sapiens estraeva l’oro da queste miniere e vi si sono trovare le ossa. Quelle miniere d’oro sono state usate almeno 100.000 anni fa e gli umani che vi lavoravano risalgono a 20.000 anni fa. Ora che vi facevano in quelle miniere 100.000 anni fa? Perchè avevano bisogno dell’oro? E' un metallo tenero, non adatto a fabbricare strumenti e non è stato trovato molto spesso nei manufatti antichi. Dunque perchè lo facevano e dove è andato a finire l’oro? 

Finito il lavoro ci fu una nuova rivolta, i capi volevano disfarsi delle nuove creature, mentre i minatori guidati da enlil non furono d’accordo e furono lasciati o rimasero sulla terra con le creature e dalla fusione delle due razze ebbero vita dei semidei.


Questa in breve, la storia raccontata da Zacharia Sichtlin, dopo aver ritradotto le iscrizioni in caratteri cuneiformi babilonesi, lineare b, su tavolette di argilla. Mauro Biglino dopo aver ritradotto dall’ebraico antico la bibbia che gli eloim, traducendo al plurale il tetragramma יהוה (YHWH) nella forma originale ebraica, Yahweh, erano scienziati provenienti da un altro sistema solare e avevano fatto un esperimento sulla Terra di nascosto dai governanti del loro pianeta, creando una nuova umanità: gli Adam. 

Scoperti furono lasciati sulla terra con le loro creature e se ne innamorarono cosi tanto che ci si accoppiarono dando vita allo stesso modo a dei, semidei ed esseri umani. 


A proposito di uomini e dei, scrive platone nel Crizia: io vi ho già indicato a parole, della suddivisione degli dei, che essi distribuirono l'intera Terra in parti che differivano per estensione e costruirono per se stessi templi ed istituirono sacrifici. E Poseidone, ricevendo come sua parte l'isola di Atlantide, divenne padre di figli di una donna mortale e li sistemò in una parte dell'isola che io vi descriverò. Guardando in direzione del mare, al centro dell'intera isola, c'era una pianura che si diceva fosse la più sincera/giusta tra tutte le pianure e molto fertile. Vicino alla pianura e nel centro dell'isola, alla distanza di circa 50 stadi c'era, su un lato, una montagna non troppo alta. In questa montagna viveva uno dei primi uomini nati in quel paese, il suo nome era Evenor, ed aveva una moglie chiamata Leucippe, essi avevano un'unica figlia chiamata Cleito. La ragazza aveva già raggiunto la maturità quando il padre e la madre morirono; Poseidone si innamorò di lei e vi si unì. Spaccando la terra inglobò la collina nella quale lei viveva con zone alternate di mare e terra, più larghe e più strette, l'una circoscritta dall'altra, ve ne erano due di terra e tre d'acqua, che egli formò come ruotando intorno ad un asse. Ognuno aveva la circonferenza sempre equidistante dal centro così che nessun uomo potesse arrivare all'isola, perché le navi e i viaggi non erano come ora. Lui stesso, essendo un dio, non ebbe difficoltà a sistemare in un modo speciale il centro dell'isola, facendo sbucare due sorgenti d'acqua da sotto la terra, una d'acqua calda ed una d'acqua fredda e producendo ogni varietà di cibo che può essere prodotto dal suolo. 



Una leggenda new age racconta, in una versione dell’arca di Noè al contrario, che l’umanità sulla terra è arrivata proveniente da un pianeta esploso vicino la stella Sirio. Ashtar sheran era il comandante della grande astronave arca di Noè, Nibiru che avrebbe portato in salvo l’umanità sulla Terra. Ashtar sheran, san Michele, colui che è come dio, la luce, sempre in lotta contro le forze delle tenebre, l’angelo decaduto, lucifero che voleva sostituirsi a dio. Presso gli antichi, in particolare gli egiziani, Sirio condizionava la vita che seguiva gli spostamenti della levata eliaca della stella. 

Il calendario annuale si basava sul ciclo sotiaco, da SOTHIS (Σῶϑις). - Nome dato dai Greci alla divinità egiziana Spd•t che personifica la stella Sirio. L'importanza di tale stella è legata all'introduzione del calendario ufficiale egiziano, che cominciava coll'apparizione eliaca di Sirio nel cielo orientale all'inizio della piena del Nilo.

La levata eliaca di Sirio avviene ogni 1460 anni e al tempo degli egiziani era una grande festa, il ritorno dell’araba fenice, rappresentata anche come la madonna con il bambino in braccio. infatti si dice che il sole-cristo sorge alla destra del padre che è appunto Sirio. Nel tempo Ashtar Sheran/san Michele, culto introdotto dai longobardi attorno al quinto sesto secolo d.C. ha sostituito il culto di Ercole Curino ed è stato subito adottato dai pastori che nelle loro transumanze, hanno fatto coincidere le loro partenze col sorgere e il tramontare delle Pleiadi, con le due feste di san Michele 8 maggio e 29 settembre. 

Tuttora in alcuni luoghi del meridione si festeggia la madonna dell’altomare che in una forma di sincretismo religioso sostituisce Sirio, la stella piu luminosa.

San Michele è il simbolo della luce, infatti la proiezione dell’arco del sole a terra, al solstizio d'estate, nella sua massima declinazione verso nord, è stata definita, non so come, non so quando e non so da chi, "spada di san Michele". Lungo questa linea sono stati costruiti tutti i luoghi di culto piu importanti legati al guerriero di luce, dalla Palestina fino all'Irlanda. Molti di questi luoghi di culto erano gia luoghi sacri nell'antichità prima di essere ridedicati a san Michele.

Ferdinando Renzetti



Vaticano – Dove casca il mondo...


“E un angelo prese una freccia e la scagliò in direzione del Vaticano. Chiesi al Signore il significato: Figlio mio, la visione simboleggia che vi sarà una grande perdita di fede e verranno portati alla luce molti scandali...”

Di tanto in tanto ripenso alla sostituzione di Paparatzy con il gesuita Bergoglio. Quando il fatto avvenne se ne dissero di belle... ed ancora le polemiche imperversano, soprattutto dopo la giravolta globalista del sostituto, messo lì apposta...

Ma poi mi chiedo chi me lo fa fare di occuparmi degli scandaletti vaticani? In fondo si tratta di “affari” e di “giochi di potere” interni ad una istituzione, sedicente religiosa, che non ha alcuna veste di spiritualità, una aggregazione pretesca che è in realtà apparato finanziario. Vescovi, cardinali, papa (e antipapi stile mons. Viganò), tutti si sbracciano a dire cose su cose.  Sull'amarezza  del pontefice (sia il dimissionato che l'attuale), sui cardinali e vescovi infedeli, sul nemico esterno e su quello interno, sui cambi di gestione nella fede, sulle lusinghe d’oltre oceano (leggi dal fondo del Mediterraneo), sulla pedofilia, sulla lotta fra clan, sullo sfregamento tra banche… 

Il fatto vero è che ormai la religione in tutte queste faccende vaticane non c'entra più nulla. Il vaticano è una società per azioni, che combatte per mantenere almeno una particina nella spartizione della ricchezza mondiale. Ben inteso si tratta di una ricchezza “virtuale” in quanto ormai il senso stesso di ricchezza è obsoleto...  Forse sarebbe meglio usare il termine “capacità di controllo delle masse”. 

In questo gioco il vaticano è decisamente perdente, ha dovuto recedere di fronte ai diritti accampati dai “fratelli maggiori”, di fronte ai potentati economici dei Rothschild, della Goldman Sachs, dei Mordecai vari… Ormai le diatribe son solo sui numeri. Ed i più grandi miscredenti, coloro che professano intimamente l’apostasia, sono tutti lì riuniti, in quella casa romana, con i loro berretti rossi e viola in testa. 

In fondo mi dispiace, in fondo provo compassione per la figura di quel povero Cristo messo in croce per ottenere il risultato di secoli e secoli di prevaricazioni e persecuzioni contro l'umanità e la natura, tutto compiuto a suo nome dai suoi “rappresentanti” in terra. 

Povero Cristo innocente, sì, e povera Roma imbrogliata due volte, la prima volta quando vendette la sua dignità politica affidandosi al cristianesimo, nel tentativo di continuare la sua missione universale, la seconda volta (adesso) in cui il marciume accumulato nei secoli prende a traboccare inesorabilmente trascinando con sé l’ultima parvenza di onore. 

Roma…
Scriveva Federico Nietzsche: “E’ col trionfo “ecumenico” cristiano (sventura dell’umanità, degli animali, del mondo) che si è realizzata una globale inversione dei valori. Tutto ciò che nel mondo pagano, tra i nostri padri contadini politeisti, era percepito in maniera retta, pulita, veritiera, si è velato e capovolto. Mai un antico avrebbe dato, per esempio, nome di “amore” all'odio o viceversa. La nera pretaglia sfruttatrice è proprio questo che impose, urbi et orbi. Così, per almeno mille anni essa torturò in nome del bene…”

Paolo D’Arpini




I bambini sono più vicini alla "sorgente"...


Rispettate i bambini, perché sono più vicini alla sorgente mentre voi siete lontanissimi. Loro sono ancora autentici, voi siete solo delle imitazioni.

Riuscite a capire cosa può significare il rispetto per i bambini? In questo caso, grazie all’amore e al rispetto potrete evitare loro di prendere direzioni sbagliate: non per paura, ma grazie al vostro amore e al vostro rispetto.

Mio nonno... Io non potevo mentire a mio nonno, perché aveva un rispetto assoluto verso di me. Quando tutta la famiglia mi era contro, potevo sempre contare su di lui. Non dava peso alle accuse contro di me. Diceva: “Non mi interessa quello che ha fatto. Se l’ha fatto, deve essere giusto. Lo conosco, non può fare niente di male”.

E se lui era dalla mia parte, tutta la famiglia doveva arrendersi. Io gli raccontavo tutto e lui mi diceva: “Non ti preoccupare. Fai tutto quello che ritieni giusto, perché chi altro può deciderlo? Nella tua situazione, al tuo posto, solo tu puoi decidere. Fai tutto quello che ritieni giusto e ricordati che ci sono qui io a sostenerti, perché non solo ti voglio bene, ma ti rispetto”.

Il suo rispetto per me è stato il più grande tesoro che io abbia mai posseduto. Quando era in punto di morte, mi trovavo a ottanta chilometri di distanza. Mi fece sapere di andare subito, perché non c’era molto tempo. Andai subito, arrivai in due ore. Sembrava che stesse aspettando solo me. Aprì gli occhi e disse: “Stavo facendo di tutto per continuare a respirare, per darti il tempo di raggiungermi. Voglio dirti solo una cosa: io non sarò più qui a sostenerti e tu hai bisogno di appoggio. Ma ricorda che, ovunque io sia, il mio amore e il mio rispetto saranno con te. Non aver paura di nessuno, non avere paura del mondo”-

Quelle furono le sue ultime parole:

“Non avere paura del mondo”.

 

Rispettate i bambini, fateli crescere senza paure.

Ma come è possibile renderli liberi dalle paure, se voi stessi siete degli schiavi?

Non costringeteli a rispettarvi solo perché siete i loro genitori... Il papà, la mamma, questo e quest’altro.

Cambiate atteggiamento e vedrete che cambiamento produrrà nei vostri figli, grazie al semplice rispetto.

Se li rispettate, vi ascolteranno con più attenzione. Se li rispettate, cercheranno di capire meglio voi e la vostra mente. Devono farlo. Voi non state imponendo nulla, quindi, grazie alla comprensione, se sentono che avete ragione e vi seguono, non perderanno il loro volto originale.

Il volto originale non si perde. perché si segue una strada particolare, si perde perché i bambini sono costretti a farlo, sono obbligati ad agire contro la loro volontà.

L’amore e il rispetto li aiutano, con dolcezza, a capire meglio il mondo; li aiutano a essere più attenti, consapevoli, premurosi, perché la vita è preziosa: è un dono dell’esistenza. Non dovremmo sciuparla.

 

da: Osho, I figli: una nuova visione, Uno Editore




Le profezie di Rasputin. Santo o demonio? - Recensione



L'uomo, la specie umana, sente l'alito della morte soffiare sul suo volto. La civiltà mai come oggi sembra in procinto di crollare ignominiosamente, sia dal punto morale che ecologico. Di profezie catastrofiste abbondano le cronache ma, lasciando da parte quelle criptiche di Nostradamus e quelle chiaramente a sfondo religioso (di Fatima o di Medjugorje), o di carattere  new age (Maya, etc.), non possiamo ignorare le previsioni del monaco "maledetto" Rasputin per la loro aderenza ai tempi in cui viviamo.

Le profezie di Rasputin e la nostra epoca

Grigorij Efimovi Rasputin fu assassinato nel 1917, egli godeva la stima dell’ultimo zar, Nicola II, e ci lasciò alcune preveggenze significative sul nostro Millennio.

È da sottolineare che questo emblematico personaggio, da taluni definito "santo" e da altri "demonio", aveva previsto l’assassinio della famiglia zarista, l’evento del marxismo e il crollo dell’Unione Sovietica.

Per l'Italia Rasputin aveva previsto l’anarchia e la fame. "... l’Italia", si legge in uno di questi vaticini, "finirà in una sterpaglia di contrasti, di difficoltà, di lotte intestine... In questo tempo, l’umanità sarà schiacciata dal frastuono dei pazzi e dei malfattori. La saggezza sarà messa in catene. Saranno l’ignorante e il prepotente a dettare la legge...".

Molti si sono chiesti perché il veggente abbia ricordato l'Italia. Si tratta, forse, di una nazione con la quale si vuole simboleggiare il mondo intero, oppure si tratta di un Paese che subirà più pesantemente degli altri "la punizione di Dio"?

I messaggi di Rasputin inquadrano i tempi che stiamo vivendo in  forma impressionante, ponendo in evidenza soprattutto "la grave malattia della terra, provocata dall’uomo", cioè i molteplici inquinamenti. Ed è questa, la premessa alla "punizione divina": "Si ammaleranno le piante", scrive il veggente "e moriranno ad una ad una. Le foreste diventeranno un enorme cimitero e tra gli alberi secchi vagheranno senza meta uomini storditi e avvelenati da piogge velenose". Questo tempo è ormai arrivato: le piogge acide sono difatti una tragica realtà. I dati ufficiali ci dicono che circa il 52% delle piante della Foresta Nera stanno morendo e nel giro di una generazione, molte ridenti località dell’Europa saranno trasformate in un deserto.

La situazione non è molto diversa per l’aria. Respiriamo veleni "e poi abbiamo la pretesa di non ammalarci".

Rasputin aveva profetizzato anche questo: "Verrà giorno in cui non ci sarà monte e non ci sarà colle; non ci sarà mare e non ci sarà lago, che non siano avvolti dall’alito fetido della morte... E tutti gli uomini respireranno la morte; e molti uomini moriranno per i veleni che sono sospesi nell’aria".

E ancora: "I veleni abbracceranno la terra come un focoso amante: i cieli avranno l’alito della morte e le fonti non daranno più che acque amare e molte di queste acque saranno più tossiche del sangue marcio del serpente... Gli uomini moriranno di acqua e di aria, ma si dirà che sono morti in seguito a malattie cardiache o polmonari... E le acque amare infesteranno i tempi come la cicuta, perché le acque amare partoriranno i tempi amari".

E la premonizione ricalca perfettamente il livello d'inquinamento a cui stiamo riducendo il pianeta. L'acqua potabile è sempre più rara a causa degli insani sistemi agricoli e dall'allevamento industriale. Le foreste vengono abbattute. Gli oceani stanno morendo invasi dalla plastica e da scoli ammorbanti. I liquami radioattivi dal Giappone arrivano alle coste americane, gli esprimenti atomici impregnano la terra di veleni e forse, se scoppiasse una guerra che tutti paventano, le radiazioni ammorberebbero anche l'atmosfera.

Ma una profezia sull'Italia che ci riguarda particolarmente da vicino è quella relativa alla situazione di Roma e della sede vaticana: "Nella notte dell’uomo bruciato, il sangue scorrerà a fiumi nella Roma dei papi e dei lestofanti. Il popolo uscirà sulle piazze accecato da un odio covato da tanto tempo e sulle picche lorde di sangue vedrete le teste dei politici, dei nobili e del clero. Il corpo di un uomo venerando sarà trascinato per le strade di Roma da un cavallo bianco e sulle strade rimarrà l’impronta del suo sangue e i lembi della sua pelle. Solo allora si scoprirà che l’uomo venerando era un serpente. E morirà come muoiono i serpenti. In questa notte di sangue e di magia le stelle cambieranno luce: quelli che indossavano l’abito della delinquenza indosseranno l’abito della giustizia e quelli che erano giusti diventeranno ingiusti... E quando sorgerà la luce del nuovo giorno, le fontane di Roma saranno piene di sangue umano, e molti corpi di potenti verranno squartati e gettati ai quattro angoli della città, affinché marciscano separati... Roma purificata non sarà più Roma. E la notte dell’uomo bruciato rimarrà a ricordare la santa insurrezione del popolo contro il lupo famelico vestito da agnello."

Paolo D'arpini



A proposito di Dio... - "La rivoluzione di Dio, della natura e dell'uomo" di Masanobu Fukuoka





Adesso voglio parlare di Dio.

Chi è Dio?
Si dice che Dio è il Signore dei Cieli, oggetto di fede religiosa.
Nel Cristianesimo, Dio è l'onnisciente, onnipotente creatore dell'universo.
Ma ciò non spiega che cos'è Dio. Anche se diciamo "il Creatore", non sappiamo chi è.
Una volta, cinquant'anni fa, conobbi Dio.
Ma, a quel tempo, non avevo parole per esprimere Dio.
Per molto tempo col passare dei giorni e degli anni, continuai a cercare il nome del Dio che avevo perso di vista.
Finalmente dopo cinquant'anni mi sono ricordato.
Il problema non è che Dio non ha visibilità né forma.
Al contrario, stiamo tutti a guardare Dio continuamente.
La forma di Dio è evidente in ogni luogo.
Ora è facile rivelare il nome di Dio.
Però prima di ciò devo chiarire una cosa.
Se non lo faccio, le mie parole saranno completamente senza senso.
Questo libro ha il compito di aiutare la gente a
Tornare a Dio,
Tornare alla natura,
Tornare a se stessi.

Masanobu Fukuoka, prologo a "La rivoluzione di Dio, della natura e dell'uomo"



“La fine del mondo inizia con la fine della biodiversità…”



Le mutazioni genetiche artificiali sono irreversibili ed incontrollabili, una volta che sono state immesse nuove varietà geneticamente modificate tutte le altre piante consimili sono destinate ad imbastardirsi con conseguente “vizio” riproduttivo ed incapacità di offrire una sicura difesa alle malattie, contrariamente a quanto dichiarato dai produttori, e di rispondere in modo adeguato alle variazioni climatiche o ambientali. Gli OGM sono una bomba ad orologeria che ha già iniziato a scandire il tempo… avvertendoci che il momento della “esplosione” è quasi giunto…

Infatti in natura le mutazione genetiche avvengono spontaneamente e quelle che risultano favorevoli alla sopravvivenza ed allo sviluppo delle specie si mantengono mentre quelle sfavorevoli sono destinate a scomparire. Al contrario le mutazioni genetiche provocate artificialmente dall’uomo sono funzionali a imprimere nelle specie caratteristiche che sono favorevoli agli interessi dell’uomo e non delle specie in se stesse o dell’ambiente che le ospita.

La contaminazione del Polline da OGM e, soprattutto, il Trasferimento Genico Orizzontale di parti del DNA transgenico, da una specie all’altra, rappresentano una minaccia per la salute, l’ambiente, le tradizioni agricole dei popoli.

Infatti i mali provocati dagli OGM non sorgono solo nelle inevitabili mutazioni e contaminazioni delle specie vegetali.. La globalizzazione nel settore agricolo impone una concorrenza così feroce e tecniche agronomiche e produttive che siano in grado di ridurre sempre più i costi di produzione. Anche in Italia quindi vi è la corsa ad una agricoltura intensiva e monocolturale, che ha impedito la tipica rotazione agraria ed ha favorito l’insorgenza di malerbe infestanti e parassiti resistenti. Da qui l’uso di veleni. La tecnica degli OGM non fa altro che confermare e consolidare questo tipo di agricoltura intensiva monocolturale, che punta tutto alle rese ettaro, ma ci toglie i sapori e gli odori tipici dei nostri prodotti agricoli.

Forse, forse è ancora possibile bloccare il processo di imbastardimento e cancellazione della vita a noi conosciuta…. però occorre far presto, prima che sia troppo tardi, occorre disinnescare la bomba, interrompendo l’immissione di nuove specie OGM nell’ambiente. Occorre impedire la diffusione di tali coltivazioni…

L’Italia può ancora fare qualcosa magari avvalendosi delle peculiarità del suo ambiente mediterraneo e montano, proponendosi come un paese conservatore di antiche sementi e della biodiversità bioregionale. E questo vuole essere un invito al Governo in carica per dichiarare la nostra penisola un’ “Oasi OGM Free”. Una sorta di riserva mondiale della natura. Un tempio della Natura.

Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana



Giudizio accademico sul sistema giudaico etnocentrico

Scrive Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla California State University: “…il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razionalizzano quale religione, altro non è che «una strategia evolu­zionistica  specializzata [...] sostanzialmente centrata sulla difesa del gruppo», massimo tra i paradigmi di etnocentrismo e competizione per il successo economico-riproduttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] 

Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]». 

Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudaismo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della etnia ebraica; fu una religione "nazionale" non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927]. Di conseguenza, convertirsi “non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – essere adottati dalla razza ebraica”» (in MacDonald I), ribadendo che «possiamo concepire il giudaismo soprattutto come un’invenzione culturale, mantenuta in vita dai controlli sociali che operano per strutturare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’interno del gruppo il comportamento sia nei confronti dei membri del gruppo sia nei con­fronti degli estranei [that rationalizes ingroup beha­vior both to ingroup members and to outsiders]» (in MacDonald II)”



BIBLIOGRAFIA:

MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994

MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998

MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998

MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000

MacDonald K. (V), prefazione alla nuova edizione di The Culture of Critique, 1stbooks Library (in proprio), 2002, in csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html

MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

Osho e le sofferenze amorose...



L’amore è doloroso, perché crea la strada per la beatitudine. L’amore è doloroso, perché trasforma; l’amore è mutazione. Ogni trasformazione sarà dolorosa, perché il vecchio deve essere abbandonato per il nuovo. Il vecchio è familiare, certo, sicuro; il nuovo è assolutamente sconosciuto. Ti addentri in un oceano inesplorato. Non puoi usare la mente con il nuovo; con il vecchio la mente è abile. La mente può funzionare solo con il vecchio; con il nuovo, la mente è completamente inutile.

Quindi sorge la paura e, lasciando il vecchio mondo, comodo e sicuro, il mondo della convenienza, sorge il dolore. È lo stesso dolore che prova il bambino quando esce dal ventre della madre. È lo stesso dolore che prova l’uccello quando esce dall’uovo. È lo stesso dolore che proverà l’uccello quando tenterà di volare per la prima volta.

La paura dell’ignoto e la sicurezza del noto, l’insicurezza dell’ignoto, l’imprevedibilità dell’ignoto, spaventano moltissimo.

E poiché la trasformazione sarà dal sé a uno stato di non sé, la sofferenza è molto profonda. Ma non puoi avere l’estasi senza attraversare un’agonia. Se l’oro vuole essere purificato, deve passare attraverso il fuoco.

L’amore è il fuoco.

È a causa del dolore dell’amore che milioni di persone vivono una vita senza amore. Anche loro soffrono e la loro sofferenza è inutile. Soffrire nell’amore non è soffrire invano. Soffrire nell’amore è creativo, ti porta a livelli di coscienza più elevati. Soffrire senza amore è assolutamente uno spreco; non ti porta da nessuna parte, ti fa rimanere nello stesso circolo vizioso.

Un essere umano senza amore è narcisista, è chiuso. Conosce solo se stesso. E quanto può conoscere se stesso se non ha conosciuto l’altro? Perché solo l’altro può funzionare da specchio. Non conoscerai mai te stesso senza conoscere l’altro. L’amore è molto fondamentale anche per la conoscenza di sé. Una persona che non ha conosciuto l’altro in un amore profondo, in una passione intensa, nell’estasi assoluta, non potrà mai sapere chi è, perché non avrà uno specchio in cui vedere il proprio riflesso.

La relazione è uno specchio e più puro è l’amore, più elevato è l’amore, migliore è lo specchio, più pulito è lo specchio. Ma l’amore più elevato ha bisogno che tu sia aperto. L’amore più elevato ha bisogno che tu sia vulnerabile. Devi abbandonare la tua armatura; questo è doloroso. Non devi stare costantemente in guardia. Devi abbandonare la mente calcolatrice. Devi rischiare. Devi vivere pericolosamente. L’altro può ferirti; da qui nasce la paura di essere vulnerabili. L’altro può rifiutarti; questa è la paura nell’essere innamorati.

Il riflesso di te stesso che troverai nell’altro può essere brutto e da qui nasce l’ansia. Quindi eviti lo specchio. Ma evitando lo specchio non diventerai bello. Evitando la situazione non crescerai nemmeno. La sfida deve essere raccolta.

Bisogna innamorarsi. Questo è il primo passo verso dio e non può essere aggirato. Coloro che cercano di saltare il passo dell’amore non raggiungeranno mai dio. È assolutamente necessario, perché diventi consapevole della tua totalità solo quando sei provocato dalla presenza dell’altro, quando la tua presenza è rafforzata dalla presenza dell’altro, quando sei trascinato fuori dal tuo mondo chiuso e narcisistico, sotto il cielo aperto.

L’amore è un cielo aperto. Essere innamorati è essere in volo. Ma certamente, il cielo sconfinato incute paura.

E abbandonare l’ego è molto doloroso, perché ci hanno insegnato a coltivare l’ego. Pensiamo che l’ego sia il nostro unico tesoro... 




da: Osho, ll segreto, ed. Del Cigno

Vitaccia cavallina... - Corri uomo corri...



Forse il pettine sta stringendo nodi da tempo attesi da qualcuno, inattesi da molti. Si mostrano espressioni che nulla hanno a che vedere con la matrice culturale che ci avviluppa e gestisce le sinapsi. Ne sono un’opposizione, visto che ne implicano una critica. Espressioni eterodosse nei confronti di ciò che abbiamo appreso, studiato, voluto, alimentato, e trasmesso. Nei confronti della pellicolare superficie dell’umana potenza creativa.

Non si tratta di un cambio di registro classificabile sotto la formula “novità”. Uno strillo inflazionato, ordinariamente impiegato dalla società dello spettacolo (pubblicità, informazione, cultura, commercio), obbligata a fare uso a dosi crescenti pur di tirare avanti la consumistica messinscena.

Riguarda semmai il cosiddetto cambio di paradigma, nel cui cuore si trova una critica all’assolutismo del materialismo. Una realtà tanto strutturale delle nostre costituzioni da rendersi normalmente invisibile. Se, non ha senso al pesce cosa ne pensa dell’acqua, ne ha a chi ha preso coscienza che quell’acqua, ci struttura, ci compone, ci limita. Resterà il docile bue sotto il giogo una volta presa coscienza della propria potenza? Una volta presa coscienza di sé?

Ma la critica al materialismo non è per niente una novità. Quella finora espressa dalla narrazione condivisa è stata perlopiù intellettual-speculativa. Limitata al campo del sapere cognitivo: niente d’incarnato, di estetico, di radicale. Di carnale, in senso costitutivo. In quanto si esprime nei sentimenti, nel fare, nel pensare, nel concepire.

Insieme al materialismo, fanno corpo il razionalismo, il meccanicismo e lo scientismo. Territori atrocemente disumani in cui gli individui sono facili prede di superstizioni, incantesimi ed effimeri valori. Destinati così alla perdizione. Il culto dell’avere e quello della tecnologia hanno eletto ad universale il progresso materiale. Abbindolate come i primitivi dagli specchietti, ignare di sé, le persone si sono buttate a testa bassa e gomiti alti nella corsa all’oro. Il successo plebiscitario l’ha resa tanto efficace traino cultural-politico, quanto solida matrice di tutta l’intelligenza messa in campo per il podio. Ma la dedizione richiesta da quel processo ha svuotato di energie vitali tanto la cultura quanto la politica. Lasciandoci ruotare come blasfemi sufi in una spirale, senza apparente via d’uscita. Proprio come per il pesce.


Nessuna novità

Se le ragioni storiche del dominio del materialismo sono a disposizione di qualunque onestà intellettuale e se tutti possono osservare che le epoche storiche, di qualunque stirpe si voglia, scaturiscono per opposto, quei segni nuovi, inizialmente citati, in via di moltiplicazione, fanno auspicare e immaginare l’avvicendamento alla genia del materialismo. Non si tratta di ucciderlo, solo di declassificarlo a relativo e strumentale. Relativo come opposto ad assoluto e strumentale in quanto, tanto funzionale alla vita amministrativa, quanto disastroso in quella relazionale.

L’urbanistica storica del materialismo e le sue architetture pare stiano scricchiolando sotto il peso di crescenti consapevolezze che ne riconoscono il limite operativo e il vincolo creativo. Prese di coscienza sostanziali che riguardano l’io e il sé, il prossimo e la società, l’educazione e il benessere profondo, il lavoro come campo dei nostri talenti, l’ambiente non più come oggetto da preservare ma come habitat relazionale di noi stessi, la terra come organismo, la vita come dono. Cose vecchie rimaste impopolari. O massacrate dai canoni delle religioni. Ne aveva parlato la caverna di Platone, più anticamente i Veda, i Toltechi, Zoroastro e, più recentemente, Cristo. Naturalmente anche molti altri, ma tutti zittiti dalla storia e dalla vulgata, evidentemente inette alla cruna dell’ago. Visioni rimaste a narrazione d’appendice relegate nelle pieghe delle vicende umane. Mortificate ma mai del tutto sopite. Il respiro esoterico le proteggeva rendendole occulte ai più. Questi equivocavano e fraintendevano. E non perdevano occasione di deridere e torturare chi non abiurava simili fandonie. Miracoli, piombo che diventa oro, resurrezione, autoguarigione, chiaroveggenza, via! Tutto ammassato nella fossa comune del razionalismo, del materialismo, della verità ortodossa. Modalità utile per governare più che per far crescere popoli e società.


Arcobaleno. Ma di cartone

Il Potere temporale dei papi fu atroce campione in carica per molti anni. L’Illuminismo permise di radunare idee che condussero le politiche dagli Stati personali agli Stati nazione. Poi, la sua vulgata che, da allora, ha inseminato di sé ogni capillare della cultura. Fino al punto che sii razionale è il monito che tutti pronunciano senza timore di sbagliare. Cultura che, così inebriata dalla novità che la liberava dai demoni delle tradizioni sapienziali, non ha esitato a gettar via il sudicio passato, senza accorgersi del bambino di conoscenza che vi era in mezzo. Quindi, l’apoteosi della Scienza. Così inebriata di sé da perdere di vista immediatamente l’autoreferenzialità da cui era nata. La Rivoluzione industriale sorse di lì a poco, nutrita da nient’altro che da materia, prima o seconda non cambia. Con quei prodromi appena detti, si trovò al galoppo sui cavalli alati della verità finalmente trovata. Prese possesso del concetto di progresso. Una vicenda ancora in essere che ebbe come irripetibile caricatura materialistica il Tina (There is no alternative) della ferrea Lady.

Lo scientismo, ovvero la scienza come sola sede della verità, come sola autentica indagine del reale che meriti rispetto e guidi degnamente il sapere degli uomini, nonostante l’avversione degli scienziati, si attestò sul gradino più alto della verità. Quello al quale tutti gli uomini, e anche i dentifrici – che sono infatti scientificamente testati – guardavano con ammirazione, finalmente sereni d’aver trovato ciò che da sempre l’uomo andava cercando. Per un buon tempo, perfino gli umanisti provarono cocciutamente a trovare la quadratura tra umanità e modello scientifico. La Tecnologia, figlia della Scienza ha avuto vita facile. Nella sua discesa verso noi si è capillarizzata senza incontrare ostacolo alcuno e ha monopolizzato le menti. Tutti giocano con il nuovo dispositivo che non gli fa più sbagliare strada, che dice che ora é a Ulaanbaatar, che gli calcola interessi degli investimenti e permette di fare on line ciò che prima richiedeva le gambe. “E che risparmio di tempo, ragazzi”. Del suo lato B, della dipendenza che implica e relativa assuefazione e patologie, naturalmente nessun accenno da parte dei nostri amati commercianti, della nostra amata informazione.


Vita virtuale

Se prima gli attrezzi analogici venivano usati e posati a fine servizio, ora quelli digitali, surrogati di affetto e assuefatori di attenzione, bruciano l’energia creativa e permangono in noi, scimmia sulla schiena di ogni dipendenza. La permanente attesa di novità come sola soddisfazione entro un orizzonte vuoto di progetti autentici, e la compulsiva masturbazione digito-tattile sono di pari tossico peso solo allo stretto tempo con il quale con reiterata famelicità si consuma tanto la news pubblica o privata, quanto l’algida e ossessiva palpazione di uno smart-qualcosa.

Il ciclo desiderio-soddisfazione-desiderio ha subito un’accelerazione. In tempo analogico era già spiritualmente esiziale. Nonostante ciò celebrato dalle politiche economiche in quanto motore del commercio, quindi del Pil e del suo benessere. Ora, nel tunnel digitale, alla concezione della vita e di sé più ho meglio è si affacciano psico-patologie legate alla stabilità individuale, al senso di sé. L’equilibrio emozionale necessario a costruire persone compiute, che sappiano sentire se stesse per trovare la strada, per educare se stesse dai propri errori, è venuto meno. È venuto liquido. L’effimero e l’apparenza, nonché i modelli unici che vi sono veicolati, sono aspetti che accompagnano l’infanzia e la crescita delle persone. Sono diavoli che intralciano il riconoscimento della propria dimensione, direzione, identità. Sono voluttuose sirene che favoriscono il transito di valori e di pensieri funzionali al controllo esogeno delle nostre vite e al consumo di merci ad obsolescenza programmata. Entrambi destini scelti per noi prodotti dai detentori della comunicazione. Che umanesimo può venire fuori da questa matrice dai tratti industriali a controllo digitale? Che può restare della cultura analogica, la cui fondamentale caratteristica costitutiva era di essere sempre a misura d’uomo?


Il punto

E questo è il punto. Si va nella direzione opposta a ciò che serve agli uomini per escogitare una modalità di società che sia progressivamente libera dai conflitti. Da ciò che gli serve per evolvere. Un’evoluzione che nulla ha a che vedere con il cosiddetto progresso. Essa riguarda il riconoscimento di sé, ovvero di quella natura universale che impedisce di sviluppare politiche ed idee di sopraffazione, di alienazione, di infelicità, malesseri e malattie. Se prima l’identità aveva la cultura nazionale come solido plinto d’appoggio, ora siede sul ribollire di attrazioni che non riconosce ma ritiene necessario inseguire. La rincorsa è permanente, il nichilismo la affianca. Finirà sfiancata e facile preda disposta a tutto per una sopravvivenza vuota, nella quale i poteri e i talenti latenti di ognuno non avranno più le doti per affacciarsi agli uomini che hanno accettato di sottostare a condizioni di vita schiavistiche in cambio di un benefit. Che hanno lasciato l’infinito che siamo in cambio di una sua edulcorata scheggia.


Dove corrono i cavalli

Inconsapevoli della propria autoreferenzialità, ciò che scienza e materialismo riescono a misurare con il loro strumentini e ragionamentini diviene realtà, il resto dell’infinito semplicemente non esiste. Ma è proprio oltre la loro reificazione che si trova l’uomo. Le coordinate cartesiane possono rappresentarne le forme ma non hanno competenze per tracciarne lo spirito. Scienza e materialismo non sanno che tutto si genera per amore e che l’interesse personale ne inficia il valore, la bellezza, la qualità. E così, spogliarsi degli orpelli culturali entro i quali nascondiamo noi stessi, ai quali ci sentiamo sottomessi, fino all’incapacità e all’impotenza di mostrarci per quello che siamo, ci è impedito. Avvolti dalle fascinose sirene dei vizi capitali non sappiamo riconoscere le energie che emettiamo, né quelle emesse dal prossimo. Privi della basilare sensibilità della vibrazione della vita sopperiamo con la brutalità in tutte le sue forme e modi.

La realtà esaurita nella sua materialità e forma è come un film osservato da un bimbo preoccupato per gli indiani che muoiono. Identificarsi in esso è ciò che ci vincola ad una condizione del tutto estranea alle potenzialità di serenità e benessere che abbiamo. È necessario prendere le distanze dalla realtà con la quale ci siamo identificati, è necessario riconoscere le occulte identicità tra noi piuttosto che le evidenti differenze. Necessario riconoscere che siamo dei Truman Burbank. Che i saperi cognitivi uccidono la conoscenza. Che questa è già in noi. Perché se non lo faremo seguiteremo, a testa alta e petto in fuori per mostrare la collezione di mostrine, ad avanzare nella direzione opposta a dove corrono i cavalli.

Lorenzo Merlo