10 luglio 2013.... senza vincitori né vinti... in memoria del 10 luglio 1943


Si avvicina il 10 luglio e, con esso, la celebrazione dello Sbarco in Sicilia nel 1943. Oramai da più di un decennio, grazie   ad un più sereno confronto con gli studi e le tesi di quanti richiedevano un riequilibrio nella valutazione di quei tragici giorni, si è reso onore al valore ed al sacrificio dei soldati italiani caduti, assieme a quelli tedeschi, per la difesa della Sicilia. Così oggi, facendo un passo indietro pure dalle mie personali opinioni, spesso molto drastiche su torti e ragioni degli opposti schieramenti e sul comportamento di alcuni alti comandi, mi sento di lanciare  un appello alle persone di buona volontà. 

Dal 10 luglio al 17 agosto 1943 la Sicilia fu teatro di violentissimi combattimenti anche sul terreno. La popolazione civile, già vittima di bombardamenti indiscriminati, ebbe a soffrire pure le conseguenze materiali dello sbarco alleato e della conseguente resistenza delle truppe dell'Asse. Le prime vittime di ogni guerra, donne, bambini ed anziani sicuramente non avranno visto ora che tutto terminasse presto. Indipendentemente dal consenso o dalla ostilità verso il regime e senza troppo badare a torti e ragioni.

Gli uomini, quelli sotto le armi o militarizzati, si trovarono scaraventati in un inferno di fuoco degno della peggiore bolgia dantesca. A secondo delle proprie convinzioni,delle personali paure,delle necessità di sopravvivenza e, non ultimo, del fatto di avere propri familiari non troppo distanti,si comportarono di conseguenza. Moltissimi resistettero al nemico invasore (l'8 settembre era lontano), a migliaia persero la vita o furono feriti. Con grande coraggio e valore, certificato pure dal successivo regime  con la concessione di centinaia di medaglie d'oro, argento e bronzo. Purtroppo la maggior parte alla memoria.


Una gran massa di soldati, non andiamo in questa occasione a valutare perché, si trovò improvvisamente senza comando od in preda ad ordini contraddittori. Vide piazzeforti potentemente armate svuotarsi d'incanto dei propri superiori, specie quelli ai massimi livelli. Fu ordinato loro di distruggere treni blindati, cannoni, postazioni antiaeree, abbandonando tutto per ritirarsi. Anzi,per sbandarsi. Oggi, specie in questa occasione, si può davvero riflettere su cosa avrebbero potuto fare in quella situazione. Forse l'unica cosa possibile,salvare la pelle e tornare a casa.


Assieme ai primi,stranieri lontani da casa, i tedeschi. Cui non sarà parso giustificabile il casino (mi si scusi la parola) combinato dagli italiani in casa propria. Avranno sicuramente guardato con poca considerazione al comportamento di tanti alti comandi ed al conseguente sbracamento di interi reparti. Pure per questo commettendo alcuni eccessi non giustificabili. Però combatterono dal primo all'ultimo giorno della Battaglia di Sicilia al fianco degli italiani contro gli invasori. Non scappando senza battersi e lasciando sul campo migliaia di morti e feriti.


Gli Alleati. Invasori o liberatori che vengano considerati, rovesciarono sull'Isola centinaia di migliaia di combattenti. Riempirono cielo e mare con la strapotenza dei loro mezzi. E con l'aiutino della mafia.

Colpirono duramente il nemico e la popolazione civile. Ma, pure loro, persero migliaia di soldati tra morti e feriti.


Appunto,morti e feriti. Quasi tutti giovani. Sepolti nei cimiteri militari a due passi da casa nostra. Dispersi tantissimi nei campi e sulle spiagge. Senza una tomba.


Americani, inglesi, tedeschi, canadesi, italiani. Caduti per la loro patria, per la ragione delle loro idee o,semplicemente,per aver fatto il proprio dovere di combattenti.


Ricordiamoli tutti così, assieme. Senza amici o nemici. Né invasori né liberatori. Cerimonie uguali per tutti. Senza vinti e vincitori.


Vincenzo Mannello

Il principio della "prossimità" - Comunità umana e funzionamento multicellulare



La Prossimità...

Il mondo moderno è caduto nella più subdola delle bugie.

Abbiamo creato un raffinato modello sociale dove al posto della clava, quale strumento di competizione e spesso di sopraffazione, abbiamo posto la concorrenza ed un “libero mercato” inesistente e devastante.

I prossimi anni saranno tutti improntati sulla ricerca di una vera evoluzione sociale dove il principio non sarà quello della “Clava” ma della “compartecipazione”!

Si tratta di una rivoluzione etica e sociale notevole, dove gli effetti e le ricadute sociali ed ambientali saranno sostanziali.

Questo principio può essere sintetizzato col concetto della PROSSIMITÀ, quale termine cardine del futuro prossimo venturo.
La Prossimità sarà sociale, etica, ecologica: sarà il vero principio della reale democrazia umana ed ambientale.

Ma cosa sarà di preciso la Prossimità?

La Prossimità sarà un costume, una cultura, un principio etico, energetico ed economico.

Per comprendere meglio questo concetto pensate alle cellule di un organismo (anche quello umano).

Le nostre cellule sono dei veri e propri organismi viventi che, secondo la linea evolutiva oggi meglio conosciuta “decisero” di mettersi insieme, vicine (se volete: prossime) per meglio scambiarsi gli elaborati (o metabolizzati). Attraverso questo espediente gruppi di cellule si organizzarono in tessuti (come dei macrorganismi) specializzati per svolgere determinate funzioni vitali, spesso uniche ed insostituibili.

In questo aspetto che a prima analisi poterebbe sembrare scontato e forse anche banale, risiede invece un principio essenziale: per svolgere funzioni via, via sempre più complesse, le cellule hanno scelto una prossimità fisica (la loro adiacenza e vicinanza) ma anche una prossimità etica (la sussidiarietà e la subordinazione organizzativa).

In poche parole in natura è già sperimentato e perfettamente efficiente e funzionante un sistema economico basato non sulla concorrenza e sul liberismo senza regole (oggi chiaramente ed evidentemente fallito nella sua applicazione concreta) ma sulla compartecipazione prossima.

La compartecipazione prossima è proprio il contrario del libero scambio senza regole ma un sistema a prossimità concentriche ed organizzative. In tale sistema il modello termodinamico si dispone ad un livello energetico più basso e quindi più efficiente. In poche parole un sistema complanare con quello naturale e quindi ecosostenibile.

Potremmo dire che la Prossimità è un chilometro zero dei principi energetici, etici e morali.

La Prossimità non è contraria alla Globalizzazione ma la filtra, la contiene, la regolamenta.

La Prossimità evita accelerazioni e velocizzazioni energeticamente ed eticamente non convenienti (e per tale motivo sconvenienti e pericolose).

Nel mondo della Prossimità i fattori della conoscenza e della democrazia devono essere concentrici, adiacenti, consequenziali.

La prossimità è l’unica garanzia di un Mondo realmente Democratico. Tale Democrazia deve essere assicurata dalla presenza di piccole cellule sussidiarie, dove i fattori della produzione e della comunicazione devono trasmettersi in maniera consequenziale e sussidiaria. Dove il modello economico non è organizzato su principi di concorrenza ma sui capisaldi della complementarietà.

Come spiegato in un articolo precedente “La differenza sostanziale tra, le teorie economiche della concorrenza pura e dei liberi mercati, e quelle solidali e della sussidiarietà, è che le prime si comportano con il nostro mondo come se questo fosse omogeneo ed indifferenziato. In un mondo omogeneo ed indifferenziato (e a moto perpetuo) esse avrebbero ragione di essere e di sussistere. Ma il nostro mondo non è ne omogeneo ne differenziato (ed immerso in un sistema inerziale); è fatto di cellule differenti che compongono tessuti caratterizzanti ed in essi l’unica politica ed economia valide sono quelle della solidarietà e della sussidiarietà”.

La Prossimità pertanto salvaguarda specificità e peculiarità etniche e territoriali perché sono queste che, attraverso la consequenzialità dei processi, caratterizzano e salvaguardano economie e culture tipiche.

I Principi e le regole della Prossimità devono essere tutti scritti e attuati ma ritengo che la Storia stessa, con la sua evoluzione ed i suoi errori, stia contribuendo a scrivere quella parte del libro che ancora manca per il suo compimento.

Guido Bissanti


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Commento di  Roberto Rocchio: "L'esempio delle cellule calza bene con l'esempio della convivenza umana. Le cellule del nostro corpo sono tutte uguali. Non esistono cellule del cuore o cellule del fegato ma cellule. Quando una cellula è stanca viene sostituita (solo le cellule del cervello non possono chiaramente essere sostituite perché sono la sede della memoria). Come è possibile questo? E' possibile perché c'è una mente che regola le funzioni del cuore e una mente diversa che regola le funzioni del fegato. In natura, nell'universo vi sono tantissime menti e tutte le menti sono in comunicazione tra loro. La comunicazione è indispensabile per la vita di tutto l'universo perché tutto è collegato. Cosa succede se una cellula del nostro corpo non riesce a comunicare con la mente centrale? La cellula morta resta nel corpo e va in cancrena (cancro) e manda in cancrena tutto il copro se non si estirpa la cellula calcerogena (quando questo viene avvertito sono molte le cellule da estirpare). Perché questo può succedere? Soprattutto per l'inquinamento (prodotti chimici, radioattivi, ecc. ecc.). Noi uomini siamo liberi e distaccati dalla mente centrale (Dio). Siamo in una dimensione separata da Lui. Se fossimo in unione tutto il corpo di Dio andrebbe in cancrena. Questo è il motivo per la nostra separazione. Siamo alimentati da Lui in traslazione, soprattutto attraverso il respiro (l'ossigeno) perché ognuno di noi è libero. Se mancasse l'ossigeno noi non potremmo vivere che pochi secondi mentre se non mangiamo possiamo vivere per diversi giorni. Vi siete mai chiesti cosa succederebbe se la natura non provvedesse a sostituire le cellule morte con quelle vive? Il concime biologico rappresenta cellule morte. Se sotterriamo queste cellule li dove le abbiamo sotterrate avremo cellule vive. Le cellule morte spariscono e in quel posto ci saranno cellule vive. Se così non fosse la terra non potrebbe essere vivibile perché saremmo sommersi da montagne altissime di cellule morte. Il corpo terra ha quindi un sistema di purificazione e rigenerazione. Ci pensiamo mai a questo o facciamo finta che questo sistema non esista? Come si rinnovano le molecole d'ossigeno? da dove vengono? come si formano? Quante cose l'uomo non sa e nemmeno sa di non sapere ma comunque manipola tutto a piacimento. Può durare questo?"

Prepuzio di Gesù - Considerazioni aggiunte di Massimo Sega




Considerazioni aggiunte agli articoli: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/search?q=prepuzio+di+ges%C3%B9

Caro Paolo D'Arpini, mi diverte il fatto che ci sia tanta gente interessata all'ipotizzato prepuzio di un bambino che sarebbe nato 2020 anni fa. Ma quello che più mi diverte, e' che un SACRO prepuzio, sia stato conservato in una chiesa di campagna, in Calcata, sia pure con la motivazione del caso, cioè perché portato lì da un lanzichenecco. Se ne riparla oggi dopo circa trenta anni dalla sua scomparsa e se ne parla con riferimento ad un'ipotesi di satanismo. Ora mi domando:

1) se si fosse trattato di satanismo, è possibile che dopo trenta anni una simile notizia non sarebbe uscita fuori ?

2) non sarebbe più semplice e naturale pensare ad un furto in relazione alla preziosità della scatola in cui era custodito o ad un'appropriazione di un qualche isterico fedele ? 

3) si può totalmente escludere l.a possibilità che detto  prepuzio e relativa scatole, per un errore, in occasione di una qualche pulizia pasquale, sia finito nell'immondizia ? 

Infine ti domando, si può definire santo il prepuzio di un bambino che poi da grande disse:
1) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare "il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa". 
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. 
2) Ecco quanto risulta dalla Bibbia che Cristo abbia detto: E SE QUALCUNO NON VI RICEVE, NE' ASCOLTA LE VOSTRE PAROLE, USCENDO DA QUELLA CASA O DA QUELLA CITTA', SCOTETE LA POLVERE DAI VOSTRI PIEDI. IN VERITA' VI DICO: NEL GIORNO DEL GIUDIZIO IL PAESE DI SADOMA E GOMORRA SARA' TRATTATO MENO SEVERAMENTE DI QUELLA CITTA'. 

Riporto qui di seguito quanto ho letto su internet
Saluti
Massimo  Sega   

Possesso del Santo Prepuzio [modifica]

A seconda della fonte, durante il Medioevo, esistevano otto, dodici, quattordici, o addirittura diciotto diversi Santi Prepuzi, posseduti in varie città europee.[1]
Originariamente si riteneva che la reliquia fosse stata consegnata a papa Leone III il 25 dicembre 800 da Carlo Magno, in occasione della sua incoronazione. L'imperatore l'avrebbe a sua volta ricevuta da un angelo mentre pregava presso il santo Sepolcro. Secondo un'altra versione, invece, il prepuzio sarebbe un dono di Irene di Bisanzio, ricevuto da Carlo Magno in occasione delle nozze. Leone III lo collocò nel Sancta sanctorum della Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, assieme alle altre reliquie.[2]
Veduta di Calcata.
In aggiunta a Roma, hanno rivendicato il possesso del Santo Prepuzio anche le città diSantiago di CompostelaCoulombs nella diocesi di Chartres (Francia), Chartres stessa, le chiese di BesançonMetzHildesheim, CharrouxConquesLangresAnversaFécampPuy-en-VelayCalcataAuvergne.[1]
Secondo le leggende del villaggio di Calcata (comune in provincia di Viterbo), nel 1527 vi fu catturato un soldato dell'esercito lanzichenecco che aveva preso parte al sacco di Roma, riuscendo a depredare il Sancta sanctorum di San Giovanni in Laterano. Imprigionato nel paese, nascose il reliquiario contenente il Santo Prepuzio nella cella, dove sarebbe stato scoperto nel1557. Da allora la Chiesa iniziò a venerare la reliquia, concedendo ai pellegrini un'indulgenza di dieci anni.[2]
L'abbazia di Charroux sosteneva che il Santo Prepuzio fosse stato donato ai monaci da Carlo Magno. Nei primi anni del XII secolo fu portato in processione fino a Roma, perché Innocenzo III ne verificasse l'autenticità, ma il Papa rifiutò l'opportunità. A un certo momento, comunque, la reliquia andò perduta, per ricomparire solo nel 1856, quando un operaio che lavorava nell'abbazia dichiarò di aver trovato il reliquiario nascosto nello spessore di un muro. La riscoperta portò a uno scontro teologico con il Prepuzio ufficiale di Calcata, che era venerato ufficialmente dalla Chiesa da centinaia di anni.Nel 1900 la Chiesa risolse il dilemma vietando a chiunque di scrivere o parlare del Santo Prepuzio, pena la scomunica (Decreto no. 37 del 3 febbraio 1900). Nel 1954, dopo lungo dibattito, la punizione fu inasprita fino al vitandi (persona da evitare), il grado più grave della scomunica; successivamente, il Concilio Vaticano IIrimosse dal calendario liturgico la festa della Circoncisione di Cristo.[3]
Uno dei più famosi prepuzi era quello conservato dal 1100 in poi ad Anversa. La reliquia era stata venduta al re Baldovino I di Gerusalemme nelle terre di Palestina nel corso della prima crociata. Prepuzio famoso e miracoloso poiché il vescovo di Cambrai, durante una messa, ne vide uscire tre gocce di sangue che macchiarono i lini dell'altare. In onore di questo pezzetto di pelle, nonché della tovaglia macchiata, fu subito edificata una cappella e si indissero periodiche processioni; il prepuzio ritenuto miracoloso fu oggetto di culto e meta di pellegrinaggi.[4] Nel 1426 venne fondata ad Anversa la "van der heiliger Besnidenissen ons liefs Heeren Jhesu Cristi in onser liever Vrouwen Kercke t'Antwerpen"[5].
Durante i suoi momenti estaticiCaterina da Siena sosteneva di portarlo al dito come anello di fidanzamento mistico con Cristo.[6]

Pratiche moderne [modifica]

La maggior parte dei Santi Prepuzi è andata persa o distrutta durante la riforma protestante e la rivoluzione francese.[3]
Quello di Calcata è degno di menzione perché il reliquiario che lo conteneva è stato portato in processione anche nel XX secolo (nel1983) durante la Festa della Circoncisione, precedentemente celebrata dalla Chiesa cattolica in tutto il mondo il 1º gennaio di ogni anno. La tradizione ebbe fine quando alcuni ladri rubarono il contenitore ricoperto di gioielli e le reliquie in esso contenute.[3] A seguito del furto non è chiaro se qualcuno dei presunti Santi Prepuzi esista ancora. In un documentario del 1997 della televisione britannicaChannel 4, il giornalista Miles Kington andò in Italia alla ricerca del Santo Prepuzio, ma non ne trovò traccia.[7]

La chiave della sopravvivenza della specie umana sta nell'accontentarsi del necessario

 

Bisogna risalire alla seconda metà del ‘700 per trovare le origini del pensiero economico che fa coincidere il «benessere» statistico con il «ben avere», sebbene nello stesso periodo l’illuminista napoletano Antonio Genovesi avesse sottolineato la necessità di una economia fondata sulla ricerca del bene comune. Temi che si ripropongono oggi con grande urgenza e che richiedono l’elaborazione di nuovi codici e regole. 

Per concepire e costruire una società di abbondanza frugale e una nuova forma di felicità, è necessario decostruire l’ideologia della felicità quantificata della modernità; in altre parole, per decolonizzare l’immaginario del PIL pro capite, dobbiamo capire come si è radicato.

Quando, alla vigilia della Rivoluzione francese, Saint-Just dichiara che la felicità è un’idea nuova in Europa, è chiaro che non si tratta della beatitudine celeste e della felicità pubblica, ma di un benessere materiale e individuale, anticamera del PIL pro capite degli economisti. Effettivamente, in questo senso, si tratta proprio di un’idea nuova che emerge un po’ ovunque in Europa, ma principalmente in Inghilterra e in Francia. La Dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776 degli Stati Uniti d’America, paese in cui si realizza l’ideale dell’Illuminismo su un terreno ritenuto vergine, proclama come obiettivo: «La vita, la libertà e la ricerca della felicità». Nel passaggio dalla felicità al PIL pro capite si verifica una tripla riduzione supplementare: la felicità terrestre è assimilata al benessere materiale, con la materia concepita nel senso fisico del termine; il benessere materiale è ricondotto al «ben avere» statistico, vale a dire alla quantità di beni e servizi commerciali e affini, prodotti e consumati; la stima della somma dei beni e dei servizi è calcolata al lordo, ossia senza tenere conto della perdita del patrimonio naturale e artificiale necessaria alla sua produzione.

Il primo punto è formulato nel dibattito fra Robert Malthus e Jean Baptiste Say. Malthus comincia col comunicarci la propria perplessità: «Se la pena che ci si dà per cantare una canzone è un lavoro produttivo, perché gli sforzi che si fanno per rendere divertente e istruttiva una conversazione e che sicuramente offrono un risultato ben più interessante, dovrebbero essere esclusi dal novero delle produzioni attuali? Perché non vi si dovrebbero comprendere gli sforzi che dobbiamo fare per moderare le nostre passioni e per diventare obbedienti a tutte le leggi divine e umane che sono, senza possibilità di smentita, i beni più preziosi? Perché, in sostanza, dovremmo escludere un’azione qualsiasi il cui fine sia quello di ottenere il piacere o di evitare il dolore, sia del momento che nel futuro?».


Materiali e immateriali

Certo, ma è Malthus stesso poi a osservare che questa soluzione porterebbe direttamente all’autodistruzione dell’economia come campo specifico. «È vero che in tal modo potrebbero esservi comprese tutte le attività della specie umana in tutti i momenti della vita», nota giustamente. Infine, aderisce al punto di vista riduttivo di Say: «Se poi, insieme a Say», scrive Malthus «desideriamo fare dell’economia politica una scienza positiva, fondata sull’esperienza e capace di dare risultati precisi, dobbiamo essere particolarmente precisi nella definizione del termine principale di cui essa di serve (cioè, la ricchezza) e comprendervi solamente quegli oggetti il cui aumento o diminuzione siano tali da potere essere valutati; e la linea più ovvia e utile da tracciare è quella che separa gli oggetti materiali da quelli immateriali».

In accordo con Jean-Baptiste Say, che definisce così la felicità del consumo, non molto tempo fa Jan Tinbergen proponeva di ribattezzare il PNL semplicemente FNL (felicità nazionale lorda). In realtà, questa pretesa arrogante dell’economista olandese è solo un ritorno alle fonti. Se la felicità si materializza in benessere, versione eufemizzata del «ben avere», qualsiasi tentativo di trovare altri indicatori di ricchezza e di felicità sarebbe vano. Il PIL è la felicità quantificata.

È facile condannare questa pretesa di equiparare felicità e PIL pro capite, dimostrando che il prodotto interno o nazionale misura solo la «ricchezza» commerciale. In effetti, dal PIL sono escluse le transazioni fuori mercato (lavori domestici, volontariato, lavoro in nero), mentre invece le spese di «riparazione»sono contate in positivo e i danni generati (esternalità negative) non vengono dedotti, neppure la perdita del patrimonio naturale. Si dice ancora che il PIL misura gli outputs o la produzione, non gli outcomes o i risultati.

È appropriato ricordare il bellissimo discorso di Robert Kennedy (scritto probabilmente da John Kenneth Galbraith) pronunciato qualche giorno prima del suo assassinio. «Il nostro PIL (…) include l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le corse delle ambulanze che raccolgono i feriti sulle strade. Include la distruzione delle nostre foreste e la scomparsa della natura. Include il napalm e il costo dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi. In compenso, il pil non conteggia la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione, l’allegria dei loro giochi, la bellezza della nostra poesia o la saldezza dei nostri matrimoni. Non prende in considerazione il nostro coraggio, la nostra integrità, la nostra intelligenza, la nostra saggezza. Misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta».

La società economica della crescita e del benessere non realizza l’obiettivo proclamato dalla modernità, cioè: la felicità più grande per il maggior numero di persone. Lo constatiamo chiaramente. «Nel XIX secolo, nota Jacques Ellul, la felicità è legata essenzialmente al benessere, ottenuto grazie a mezzi meccanici, industriali, e grazie alla produzione. (…) Una tale immagine della felicità ci ha condotti alla società del consumo. Adesso che sappiamo per esperienza che il consumo non fa la felicità, conosciamo una crisi di valori». Il fatto è che nella riduzione economicista , come osserva Arnaud Berthoud, «tutto ciò che fa la gioia di vivere insieme e tutti i piaceri dello spettacolo sociale dove ognuno si mostra agli altri in tutti i luoghi del mondo – mercati, laboratori, scuole, amministrazioni, vie o piazze pubbliche, vita domestica, luoghi di svago… sono rimossi dalla sfera economica e collocati nella sfera della morale, della psicologia o della politica. La sola felicità che ci si aspetta ancora dal consumo è separata dalla felicità degli altri e dalla gioia comune». (…)

Il progetto di una «economia» civile o della felicità sviluppato soprattutto da un gruppo di economisti italiani (rappresentato principalmente da Stefano Zamagli, Luigino Bruni, Benedetto Gui, Stefano Bartolini e Leonardo Becchetti) si ricollega alla tradizione aristotelica e trae origine da una critica dell’individualismo. La costruzione di una tale economia resuscita la «publica felicità» di Antonio Genovesi e della scuola napoletana del XVIII secolo che il trionfo dell’economia politica scozzese ha respinto. La felicità terrestre, in attesa della beatitudine promessa ai giusti nell’aldilà, generata da un governo retto (buon governo) che persegue la ricerca del bene comune era, in effetti, l’oggetto di riflessione degli Illuministi napoletani. Integrando il mercato, la concorrenza e la ricerca da parte del soggetto commerciale di un proprio interesse personale, essi non ripudiavano l’eredità del tomismo. Questi teorici dell’economia civile sono perfettamente coscienti del «paradosso della felicità» riscoperto dall’economista americano Richard Easterlin. «È legge dell’universo – scriveva Genovesi – che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri». Ci sono voluti due secoli di distruzione frenetica del pianeta grazie al «buon governo» della mano invisibile e dell’interesse individuale eretto a divinità per riscoprire queste verità elementari. (…)


Merci fittizie

Come aveva visto bene Baudrillard a suo tempo, «una delle contraddizioni della crescita è che produce beni e bisogni allo stesso tempo, ma non li produce allo stesso ritmo». Ne risulta ciò che egli chiama «una pauperizzazione psicologica», uno stato di insoddisfazione generalizzata, che, dice, «definisce la società di crescita come l’opposto di una società di abbondanza». La frugalità ritrovata permette di ricostruire una società di abbondanza sulla base di quello che Ivan Illich chiamava la «sussistenza moderna». Vale a dire, «il modo di vita in un’economia postindustriale all’interno della quale le persone sono riuscite a ridurre la propria dipendenza nei confronti del mercato, e l’hanno fatto proteggendo – con mezzi politici – un’infrastruttura in cui tecniche e strumenti servono, essenzialmente, a creare valori di uso non quantificato e non quantificabile dai fabbricanti professionali di bisogni». Si tratta di uscire dall’immaginario dello sviluppo e della crescita, e di re-incastonare il dominio dell’economia nel sociale attraverso una Aufhebung (toglimento/superamento).

Tuttavia, uscire dall’immaginario economico implica rotture molto concrete. Sarà necessario fissare regole che inquadrino e limitino l’esplosione dell’avidità degli agenti (ricerca del profitto, del sempre più): protezionismo ecologico e sociale, legislazione del lavoro, limitazione della dimensione delle imprese e così via. E in primo luogo la «demercificazione» di quelle tre merci fittizie che sono il lavoro, la terra e la moneta. Si sa che Karl Polanyi vedeva nella trasformazione forzata di questi pilastri della vita sociale in merci il momento fondante del mercato autoregolatore. Il loro ritiro dal mercato mondializzato segnerebbe il punto di partenza di una reincorporazione/reinnesto dell’economia nel sociale. Parallelamente a una lotta contro lo spirito del capitalismo, sarà opportuno dunque favorire le imprese miste in cui lo spirito del dono e la ricerca della giustizia mitighino l’asprezza del mercato. Certo, per partire dallo stato attuale e raggiungere «l’abbondanza frugale», la transizione implica nuove regole e ibridazioni e in questo senso le proposte concrete degli altermondialisti, dei sostenitori dell’economia solidale fino alle esortazioni alla semplicità volontaria, possono ricevere l’appoggio incondizionato dei partigiani della decrescita. Se il rigore teorico (l’etica della convinzione di Max Weber) esclude i compromessi del pensiero, il realismo politico (l’etica della responsabilità) presuppone il compromesso per l’azione. La concezione dell’utopia concreta della costruzione di una società di decrescita è rivoluzionaria, ma il programma di transizione per giungervi è necessariamente riformista. Molte proposte «alternative» che non rivendicano esplicitamente la decrescita possono dunque felicemente trovare posto all’interno del programma.

Lo spirito del dono

Un elemento importante per uscire dalle aporie del superamento della modernità è la convivialità. Oltre ad affrontare il riciclaggio dei rifiuti materiali, la decrescita si deve interessare alla riabilitazione degli emarginati. Se lo scarto migliore è quello che non è prodotto, l’emarginato migliore è quello che la società non genera. Una società decente o conviviale non produce esclusi. La convivialità, il cui termine Ivan Illich prende in prestito dal grande gastronomo francese del XVIII secolo Brillat Savarin (Le fisiologia del gusto. Meditazioni di gastronomia trascendentale), mira appunto a ritessere il legame sociale smagliato dall’«orrore economico» (Rimbaud). La convivialità reintroduce lo spirito del dono nel commercio sociale accanto alla legge della giungla e riprende così la philia (amicizia) aristotelica, ricordando al contempo lo spirito dell’agape cristiana. Questa preoccupazione si ricollega appieno all’intuizione di Marcel Mauss che nel suo articolo del 1924, Apprezzamento sociologico del bolscevismo, sostiene, «a rischio di apparire antiquato» di dover tornare «ai vecchi concetti greci e latini di caritas (che oggi traduciamo così male con carità), di philia, di koinomia, di questa “amicizia” necessaria, di questa “comunità” che sono l’essenza delicata della città».

È importante anche scongiurare la rivalità mimetica e l’invidia distruttrice che minacciano ogni società democratica. Lo spirito del dono, fondamentale per la costruzione di una società di decrescita, è presente in ognuna delle R che formano il cerchio virtuoso proposto per dare vita all’utopia concreta della società autonoma. Soprattutto nella prima R, rivalutare, poiché indica la sostituzione dei valori della società commerciale (la concorrenza esacerbata, il ciascuno per sé, l’accumulo senza limiti) e della mentalità predatrice nei rapporti con la natura, con i valori di altruismo, di reciprocità e di rispetto dell’ambiente. Il mito dell’inferno dalle lunghe forchette con cui si apre la seconda parte del libro La scommessa della decrescita è esplicito: l’abbondanza abbinata al ciascuno per sé produce miseria, mentre la spartizione, pur nella frugalità, genera soddisfazione in tutti, perfino gioia di vivere. La seconda R, riconcettualizzare, insiste invece sulla necessità di ripensare la ricchezza e la povertà. La «vera» ricchezza è fatta di beni relazionali, quelli fondati appunto sulla reciprocità e la non rivalità, il sapere, l’amore, l’amicizia. Al contrario, la miseria è soprattutto psichica e deriva dall’abbandono nella «folla solitaria», con cui la modernità ha sostituito la comunità solidale. (…)

È imperativo ridurre il peso del nostro modo di vita sulla biosfera, ridurre l’impronta ecologica i cui eccessi si traducono in prestiti richiesti alle generazioni future e all’insieme del cosmo, ma anche al Sud del mondo. Abbiamo dunque l’obbligo di dare in cambio ciò che si trova al centro della maggior parte delle altre R: ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Ridistribuire rimanda all’etica della spartizione, ridurre (la propria impronta ecologica) al rifiuto della predazione e dell’accaparramento, riutilizzare, al rispetto per il dono ricevuto e riciclare, alla necessità di restituire alla natura e a Gaia ciò che è stato preso in prestito da loro.

Questa la differenza sostanziale tra il ben-avere e il ben-essere e i passaggi necessari per raggiungerlo.

Serge Latouche
Traduzione di Laura Pagliara

Lorenzo Merlo: "Questo intervento non ha un’intenzione positivistica..."

Lorenzo Merlo

Iniziazione

Questo intervento non ha un’intenzione positivistica. Non aspira a divulgare, dimostrare, convincere, promuovere.

Vorrebbe solo lasciare ad ognuno lo spazio utile affinché qualcuno degli spunti potenziali qui raccolti, possa dimostrarsi fertile per il terreno di altre biografie.

Ognuno avrà forse modo di applicare alla propria indagine le osservazioni e la prospettiva qui considerata.

Queste, scaturiscono da un aspetto della ricerca in corso che non ha cessato di sussistere indipendentemente dall’ambito culturale che stavo considerando intellettualmente o fisicamente. Così, psicologia, culture, filosofie, esoterismo, spiritualismo, psicomotricità, poesia, didattica, guerre, ideologie, medicina, scienza, alchimia, comunicazione, apprendimento, corpo, sentimento, esigenze, ratione, religione, tecnicismo, grandi numeri, costituivano per me soprattutto espressioni umane prima che ambiti, prima che verità. In quanto tali, erano di pari valore e ne ricercavo via via la matrice comune, le loro ragioni d’essere, il loro significato strumentale e mediatico, magico, simbolico, strumentale. La loro comune identità, cioè il loro sentimento d’origine. La loro Storia.

Tuttavia, non c’è intenzione di dare valore all’autoreferenzialità della Storia stessa, anzi, è proprio emancipandosi da quell’autoreferenzialità che possiamo accedere a dimensioni creative altrimenti castrate. É emancipandosene che possiamo riconoscere gli ambiti e i limiti entro cui le verità possono sussistere. Non riconoscendo l’ambito, l’esigenza, il sentimento si corre il rischio di eleggerle ad assolute, con tanto di accettazione della lotta per la loro difesa o affermazione. Non è così che ci si comporta in difesa del dogma?

A parte queste poche battute, propongo il presente intervento senza alcuna ulteriore introduzione ad esso.

Questa scelta ha il doppio intento di prediligere una comunicazione circolare, di provocare in ogni interessato le sue personali considerazioni, nonché di cogliere incongruenze e sinapsi efficaci. La provocazione di reazioni personali, all’apparenza pleonastica, è invece affermata per sottolineare quanto la comunicazione abbia bisogno del nostro ascolto, del nostro sentimento libero, affinché esso possa riconoscere - più opportunamente di quanto non sia concesso alla ratione - l’opportuno e il vero tra le righe delle parole, dei concetti, dei modi e dei comportamenti. É con processi di questo tipo che possiamo integrare nella nostra biografia elementi e prospettive alle quali ancora non avevamo avuto opportunità di porre attenzione. É in questo modo che riconosciamo l’utile rametto per integrare il nostro sapere, così come sceglie il castoro per la sua opera. Diversamente si tratta di informazione, un piano di realtà che più facilmente lascia spazio ad uno scambio conflittuale.

Le note che seguono non hanno dunque alcun intento proselitico.

La prospettiva qui considerata è scaturita dall’interesse di trovare risposte alle domande sul perché della nostra condizione, sulle modalità per il cambio di paradigma e sull’ipotesi dell’essere del sovrumano. Ricerca sostanzialmente dedicata alla verifica di una possibile universalità. Il percorso ha accreditato l’ipotesi la prospettiva che ogni nostro elaborato ha la sua esigenza storica, cioè il suo sentimento come pusher. 

La volta che La storia e' l'unica verita'? restiamo chiusi nell’ascensore visitiamo tutte le tasche nella speranza di ritrovare un accendino al quale non avevamo più pensato da tempo.

Un approccio dunque totalmente dedicato alla elezione della Storia. Una Storia che fa la parte dell’ascensore bloccato, generatrice di esigenze.

Forse, proporre queste note può essere interessante e riguardare tutti coloro che hanno riconosciuto che la realtà è maschera. Coloro che sono disponibili a sospettare che tutta la nostra ricerca e convinzione trova la sua esigenza in sinapsi stocastiche, tutte di pari dignità, perciò vere. Storiche.

''La Terra e' sacra...''
Così si legge nelle prime righe de la Carta per il rinascimento della campagna, un interessante articolo di Wendell Berry, Giannozzo Pucci, Vandana Shiva, Maurizio Pallante comparso nello spazio Idem (Italian deep ecology movement) su il cambiamento.it  23 gennaio 2012. Tutto il pezzo è una bellissima celebrazione della Terra. Meglio, è la celebrazione che può essere concepita e vissuta solo da coloro che ne stanno osservando la mortificazione, lo stupro, la violenza, l’ingiuria, l’insulto, la vergogna, la sopraffazione. Un pianto in più maniere che ogni giorno possiamo versare come tributo, fedeltà, amore e convinzione di verità. Ma è questo il punto interessante che offre la Carta. A quale verità ci stiamo riferendo? A quale verità stiamo affidando la nostra identità, concezione e realtà? Chiamando “sacra” la Terra emettiamo un segno che necessariamente fa riferimento alla cultura umana. Cioè, prima di quella cultura, non v’era sacralità alcuna. Senza quella cultura non v’é sacralità alcuna, gli animali possono confermarcelo (forse). Certamente ce lo conferma la fisica quantistica, quella che ha riconosciuto ciò che certa tradizione ha sempre affermato. Cioè, che l’osservatore tende a produrre la realtà osservata. Con una precisazione dissacrante: è sacro tutto ciò che consideriamo nostra estensione.

La considerazione non è frutto del mio sacco (ma non voglio sottrarmi ad eventuali mie responsabilità). É frutto invece della prospettiva dei primitivisti, dei green anarchy e forse di altri movimenti a loro affini. TUTTA la cultura umana, a partire dal linguaggio, è per loro una mediazione che necessariamente implica uno scollamento dalla Natura, dall’uno (minuscolo perché non da intendere in modo sacro). Così, non si tratta più di difendere la campagna ma di fare presente che l’agricoltura è la prima forma organizzata di perdizione dell’uomo dalla sua condizione originaria. Non solo, l’ultima, cronologicamente, è l’arte. E nonostante quest’ultima sia un’espressione umana che praticamente tutte le società - modulandone il motivo - hanno celebrato senza riserva.

I primitivisti hanno osservato che solo le piccole società di meno di 100 persone, di raccoglitori- cacciatori, possono avere e mantenere un legame con la natura. (Resta da chiedere ai primitivisti se con le consapevolezze acquisite dagli uomini sussiste la possibilità di recuperare, con soddisfazione, le origini.) 

Aggregazioni più ampie tendono a provocare esigenze che producono cultura, cioè mediazione, distanza, separazione. Il sacro ufficializzato, cioè non quello vissuto come un noi stessi esteso, è perciò solo espressione culturale, quindi solo dimostrazione di estraneità alla natura, quindi di valore alcuno.

Se la prospettiva della loro radicale critica alla società non interessa ai tanti che condividono che le condizioni da loro elette siano irrecuperabili, potrebbe però interessare ai pochi che comunque si pongono dannanti domande. 

Due sono quelle qui utili.
1. La storia è il palmares di un ininterrotto campionato tra esigenze diverse? In caso positivo, non possiamo che rispettarla. In caso negativo non possiamo che offenderla.
2. La critica alla civiltà dei primitivisti è particolarmente interessante quando - nel suo insieme - ci fa notare un aspetto che forse non è stato ancora adeguatamente trattato. Quello dei grandi numeri. 

Ogni considerazione critica, come per esempio l’articolo sopra citato dedicato alla celebrazione della campagna, segnala preoccupazioni e cerca consensi affinché il cambio di rotta o di paradigma possa godere di una spinta a favore in più.

Tentativo mirabile, ma che forse non è il prioritario. La priorità dovrebbe essere data all’osservazione delle dinamiche che i grandi numeri creano rispetto a quelle ammissibili nei piccoli. Una priorità giustificata dal fatto che un cambio di rotta concepito senza tener conto delle dinamiche molteplici tipiche dei grandi numeri, corre il rischio di inadeguatezza, tipico di tutte le iniziative statiche, bidimensionali.

Nei grandi numeri, è possibile non avere frange di sabotatori? É possibile un equilibrio univoco?
É possibile l’onestà definitivamente affermata?
É possibile il consenso assoluto?
É possibile governare con amore?
É possibile un regno condiviso da tutti?
Forse basta un’incertezza negativa per una sola di queste domande per passare alla seconda fase, a sua volta sintetizzata in una domanda: come affermare la nostra verità?
Dovremo ricorrere alla forza?
Adotteremo la sopraffazione?
Anche i grandi numeri possono comportarsi come i piccoli?
Le dinamiche implicate nel grande numero non sono verità?
Porgeremo l’altra guancia lasciando che la Terra sia ulteriormente divorata?
Potremo fare a meno delle lobby di potere?
Se anche per la seconda fase ci venisse qualche incertezza, significa che siamo disponibili alla terza: come raggiungere il nuovo paradigma senza far ricorso agli strumenti del vecchio?

Se la risposta sta nella rivoluzione personale che ognuno di noi può compiere, da una parte affermiamo l’unica cosa capace di insinuarsi nello spazio apertoci dalla teoria, dall’altra - e questo è il punto - togliamo sacralità alla Terra e la diamo alla Storia.

Proprio come si era incominciato, con un’ultima domanda. Avremo tutti contemporaneamente bisogno della stessa rivoluzione personale o anche solo tempi diversi saranno sufficienti per dimostrare che quel tollerante sentimento d’amore era soltanto un prodotto della storia e nulla aveva a che fare con l’eterno Sacro?

Grazie per l’ascolto.

Lorenzo Merlo

Intervento per l'Incontro Collettivo Ecologista - Vignola, 22 e 23 giugno 2013


Libreria
Qualche spunto per cogliere prospettive oltre alla nostra, con l’indicazione di non accreditare troppo l’autoreferenzialità.
• John Zerzan - Primitivo attuale - Nuovi Equilibri, Viterbo 2004
• John Zerzan - Pensare primitivo - Bepress, Lecce 2010
• Gregory Bateson - Dove gli angeli esitano - Adelphi, Milano 1989
• Gregory Bateson - Verso un’ecologia della mente - Adelphi, Milano 1977
• Max Stirner - L’unico e la sua proprietà - Vulcano, Treviolo (Bg) 1977
• Heinz von Förster - Sistemi che osservano - Astrolabio-Ubaldini, Roma 1987
• Heinz von Förster - La verità è l’invenzione di un bugiardo - Meltemi, Roma 2001
• Paul Feyerabend - Addio alla Ragione - Armando, Roma 1990
• Jiddu Krishnamurti - Libertà dal conosciuto - Astrolabio-Ubaldini, Roma 1973
• Enrico Manicardi - Liberi dalla civiltà - Mimesis, Milano 2010
• Marshall McLuhan - Gli strumenti del comunicare - Il Saggiatore, Milano 1964
• Titus Burckhardt - Alchimia - Arché, Milano 1979
• Walt Whitman - Foglie d’erba - Einaudi, Torino 1973

"U.G. (per gli amici)…." - Il mio incontro a Roma con Uppaluri Gopala Krishnamurti

Ecco un'altra storia  sulla Roma che ricordo...


La mia sadhana (pratica spirituale) procedeva  retta, vivevo a Roma,  la mia vita leggera e scandita da molteplici esperienze. 

Nel corso del tempo avviai una sorta di comunione sincretica con  altri cercatori sul cammino, avevo frequentato e conosciuto tutti i gruppi che  operavano a quel tempo in città. Incontrai Baktivedanta Prabupada (il fondatore degli Hare Krishna), Raphael Lacquiniti (fondatore dell’Ashram Vidya),  Satyananda (discepolo di Ananda Moy Ma)  e diversi altri luminari dello spirito, oltre  a conoscere i vari devoti e seguaci di Maharishi Mahesh Yogi, Guru Maharaji, Bagawan Rajneesh, Ananda Marga, etc.  ed anche vari maestri anomali  e cultori di strane sette, come i  “rinomati” Bambini di Dio… etc.

Insomma facevo come Narada che andava da un ashram all’altro a cantare i nomi del Signore (nelle varie forme) confrontandosi con i devoti di diverse  religioni, demoni e dei. 

Ovviamente avevo notato come ognuno dei “religiosi” incontrati cercasse di tirare l’acqua al proprio mulino.  Quasi tutti  volevano convincermi del loro credo, alcuni arrivando  a dirmi che se non avessi accettato la loro fede era inutile che li frequentassi.  

Mi restavano pochi amici laici, liberi e seriamente consapevoli dell’Unità dietro il nome la  forma, una di questi era Marisa Saetti, persona squisita che di tanto in tanto andavo a visitare nella  sua casa antica, vicino alla sede del Partito Radicale, in pieno centro storico di Roma.

Un bel giorno autunnale del 1974 Marisa mi disse: “Sai viene a trovarmi un Jnani (uomo di conoscenza), che vive in Svizzera ma di tanto in tanto passa  da queste parti, si chiama Krishnamurti – ma non è quell’anti maestro dei teosofi-   è  Upalluri Gopala Krishnamurti, detto U.G.  uno che sta per conto suo, sarà qui a pranzo da me domani, perché non vieni anche tu a farci compagnia?”.


Accettai l’invito e l’indomani mi ritrovai sulla  grande terrazza, noi tre soli, Marisa, U.G. ed io, come ad un incontro fra persone  qualsiasi, magari un po’ borghesi.  Osservavo U.G. con la coda dell’occhio,  un uomo di mezza età che poteva  essere un impiegato di Bombay, vestito come un indiano occidentalizzato, pantaloni scuri, camicia bianca sbottonata sul collo e  mi pare anche una giacca.  Dopo le presentazioni alquanto formali ognuno pareva interessato agli affari suoi, io gironzolavo sulla terrazza, Marisa preparava il pranzo, U.G. se ne stava seduto in silenzio. 

Non volevo assolutamente affrontare alcun discorso spirituale   e perciò mi guardavo bene dall’attaccar bottone, ma con mia meraviglia mi avvidi che U.G. sembrava ancor meno di me interessato a chiacchierare, anzi non mi guardava nemmeno. Ad un certo momento notai persino che sparì all’interno della casa. Memore di come fossi stato importunato in passato da tutti quei “maestri” e discepoli incontrati, che volevano trasmettermi i loro sublimi messaggi, restai un po’ perplesso dall’atteggiamento di Uppaluri Gopala.

Nel frattempo Marisa annunciò che il pranzo era pronto, chiedo di lavarmi le mani e Marisa mi indica il bagno,  vi entro e mi accorgo che era già occupato da Uppaluri Gopala, mi sento un po’ in imbarazzo e faccio per uscire, vedo però che  lui resta immobile, come in catalessi… Non avevo suscitato in lui  alcuna reazione,  non stava facendo nulla di speciale, era lì in piedi che guardava fissamente la vasca da bagno…  a quel punto  ritorno verso il lavello e mi lavo le mani con noncuranza, nel frattempo anch’egli  sembrò uscire da quello  “stato di sconnessione”  e viene a sedersi a tavola. 

Pranzo molto inglese, non per il cibo -ottimo- cucinato da Marisa,  ma per l’aria distaccata di tutti noi che mangiavamo con sussiego scambiando solo parole necessarie, tipo “vuoi ancora? – qui c’è l’acqua, etc.”. Decisamente sembrava che U.G. non volesse  “convertirmi”  a nulla, la mia curiosità  verso quest’insolito maestro era stata risvegliata ma non “abbastanza”  da fargli qualsivoglia domanda “spirituale”. In fondo di fronte ad un Jnani (un saggio) cosa si può dire se non parole vuote per lui e fuorvianti per noi?   

Solo anni dopo, leggendo la sua biografia mi accorsi che quello era esattamente ciò che aveva voluto comunicarmi: “Sto parlando? Sto dicendo qualche cosa? E’ come l’ululato dello sciacallo, l’abbaiare di un cane o il raglio di un asino. Se riuscite a porre quello che dico allo stesso livello e sentire solo le vibrazioni  siete fuori dall’inganno e  non andrete mai più a sentire nessuno. Finito. Non si dovrebbe parlare di autorealizzazione. Voi realizzerete che non c’è la realizzazione, questo è tutto.  Non  esiste un centro, giusto c’è  la vita che sta lavorando in un modo straordinario…”. 
    
Paolo D’Arpini

La mitica origine della medicina cinese....


Immagine della Cina moderna  di Mauro Terzi

Nella millenaria storia della medicina tradizionale cinese, non mancano i  nomi illustri di medici passati alla storia per le loro capacità, scoperte e  conoscenze arrivate intatte fino ad oggi.

Le loro terapie sono oramai da secoli conosciute e praticate ancora ai giorni  nostri e per chi lavora in questo campo è incredibile applicare e vedere i  risultati dei loro protocolli tuttora utilizzati ed é con grande rispetto e stupore  che guardiamo a questi giganti dell’antica conoscenza medica. 

Per questo  voglio condividere con voi queste storie venute da lontano davvero  interessanti, per aggiungere qualcosa in più all'immensità di questa medicina sempre attuale.

HUA TUO - Il medico che “compiva i miracoli”

E d'obbligo continuare questo percorso sulla storia dei grandi medici, che sono rimasti nella  memoria attraverso i secoli, con le loro conoscenze e le loro capacità, arricchendo questa scienza  antichissima che è la Medicina Tradizionale Cinese, con i loro testi ancora letti e attuali.

Per questo oggi parliamo di un medico che, dal mio punto di vista, è stato il più grande di tutti. Ed  è con umiltà che mi appresto a cercare di riassumerne le gesta, anche se purtroppo molto poco è  rimasto della sua conoscenza.

Era costume nell'antichità, quando un paziente veniva guarito da un  medico, regalargli una tavoletta con su scritto “un secondo HUA TUO”  ciò perché egli ebbe fama di “medico che compiva i miracoli” ed è  divenuto un modello per le generazioni di tutti i tempi, particolarmente  nel campo della chirurgia.

HUA TUO nacque nella contea di BO, anche se è impossibile definire la  data di nascita, si sa però che morì nel 208. Il libro “Storia degli Han  posteriori “ riporta: “Ben conoscendo i metodi per mantenersi in buona  salute, egli appariva ancora giovane, quando di fatto aveva almeno 
cento anni, per questo veniva considerato immortale dai suoi 
contemporanei. 

Malgrado l'alone di leggenda che avvolge la sua figura, egli fu un  medico dotato di profonda competenza, non soltanto nella medicina  interna, ma anche in ginecologia, pediatria, nella composizione di  formule magistrali e nella conoscenza di sostanze medicinali. Il primo a sistemare i trattamenti 
idroterapici, HUA TUO compì numerosi interventi sull'addome e perfezionò l'uso di un anestetico 19 chiamato “Polvere che intorpidisce”, una polvere che provocava nel paziente uno stato di  torpore… sfortunatamente la ricetta è andata perduta insieme ad altri suoi scritti.

HUA TUO attribuiva grande importanza al ruolo degli esercizi fisici per mantenere lo stato di  salute e mise a punto una serie di movimenti a corpo libero ancora oggi praticati detti “Esercizi  dei Cinque Animali”. Questi esercizi sono ancora praticati sia nel campo delle arti marziali (kung  fu, taiji quan, qigong), che consigliati in campo medico, per la loro validità.

HUA TUO fu mandato a morte dal potente governatore Cao Cao. Ci sono varie versioni  sull’accadimento. Questa versione è contenuta nel “romanzo dei Tre Regni”. Si narra che Cao Cao  soffrisse da tempo di violente cefalee e HUA TUO suggerì di procedere ad una craniotomia. 

Sospettando di poter essere assassinato per mano dell’operazione chirurgica, Cao Cao ordinò  l’esecuzione di HUA TUO. HUA TUO scrisse numerose opere chiamate “I Libri della Borsa Nera” ma purtroppo nessuna di  quelle opere ci è stata tramandata. All’approssimarsi della sua fine, HUA TUO consegnò i suoi  scritti ad un carceriere, che portò i manoscritti a casa, ma sua moglie, per paura di possibili 
rappresaglie li bruciò.

Malgrado non si possegga nessuna opera di HUA TUO , alcuni concetti e teorie di medicina che si  fanno risalire al suo pensiero sono stati conservati come parte integranti di alcuni classici come il  “Classico del Polso” o le “Prescrizioni del Valore di Mille Pezzi d’Oro”.

HUA TUO ebbe svariati discepoli, tra cui Wu Pu, Fan, Li Dangzhi tutti ricordati come medici di  valore che divulgarono le conoscenze acquisite dal loro Maestro. 

Ariette Morano