"Soluzione finale" - Quel che non ci è stato detto...



"Nella drammatica vicenda della persecuzione hitleriana vi sono due aspetti poco noti e per nulla dibattuti, mi riferisco all'attiva collaborazione tra regime nazista e organizzazioni sioniste per agevolare il trasferimento degli ebrei tedeschi in Palestina e l’atteggiamento ipocrita dell'Occidente, che se da un lato esprimeva solidarietà  agli ebrei vessati dai nazisti dall’altro si rifiutava di ospitarli.

Altra questione poco dibattuta riguarda le linee ferroviarie da cui transitavano i convogli carichi di ebrei. Gli alleati sapevano fin dagli inizi del 1942 dell’esistenza dei campi di concentramento eppure, nonostante i massicci bombardamenti alleati che ridussero in macerie la Germania, le linee ferroviarie utilizzate dai tedeschi per trasferire gli ebrei nei campi di lavoro non furono mai attaccate, se non come effetto collaterale come avvenne il 24 agosto del 1944 con il bombardamento della fabbrica di armamenti di Mittelbau-Dora che coinvolse il vicino campo di Buchenwald dove morì, per effetto delle bombe alleate, Mafalda di Savoia.

Come mai, mi domando, questi fatti sono sottaciuti se non del tutto ignorati anche dagli storici più autorevoli? Forse per non mettere in imbarazzo i cosiddetti “paladini della libertà”?
Nel “Giorno della Memoria” esprimiamo la nostra piena solidarietà  al popolo ebraico per la persecuzione subita e la ferma condanna ad ogni forma di discriminazione razziale. Questo però non deve indurci a sorvolare sulle pesanti responsabilità, condite di cinismo e ipocrisia, delle democrazie occidentali che vedevano, sapevano e volgevano lo sguardo altrove rendendosi, perlomeno sotto il profilo politico e morale, complici dei carnefici." -  (G. R:)




Quello che gli storici non dicono

La Germania nazionalsocialista considerava pregiudizialmente gli ebrei come un elemento estraneo alla nazione. Durante la sfortunata Repubblica di Weimar (1919-33), quando la popolazione tedesca subì la più grande crisi economica e sociale della sua storia (a causa soprattutto degli enormi debiti di guerra imposti dalle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale), molti ebrei, nonostante rappresentassero meno dell’1% della popolazione, raggiunsero nel settore economico-finanziario posizioni di alto livello e di considerevole benessere tali da essere additati, a causa della loro presunta cupidigia, come responsabili della stato di crisi in cui versava la Germania. A ciò si aggiungeva l’atavico antiebraismo cristiano, il nazionalismo esasperato e il mito della purezza ariana dell’ideologia hitleriana.

L’origine ebraica di Karl Marx, il teorico del comunismo, e di parte della dirigenza socialista tedesca, contribuì a rafforzare tale convincimento su cui basò la sua azione Adolf Hitler che fin da subito adottò nei confronti degli ebrei una politica di restrizione dei diritti civili per spingerli a lasciare la Germania (judenfrei), anche attraverso il sostegno all’emigrazione. Quest’ultimo aspetto rispecchiava l’ideale della patria ebraica preconizzata da Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista il quale, per quanto possa sembrare paradossale, concordava con i nazisti sul fatto che ebrei e tedeschi erano nazionalità distinte e tali dovevano restare.

Come risultato, il Governo di Hitler sostenne con vigore il Sionismo e l’emigrazione ebraica in Palestina dal 1933 fino al 1940-41(1).

L’incoraggiamento all’emigrazione degli ebrei trovò però forti resistenze da parte della comunità internazionale e sfociò nel fallimento della conferenza di Evian del 1938, convocata da Roosevelt, dove i trentadue stati partecipanti avrebbero dovuto ognuno farsi carico di un numero di ebrei provenienti da Germania e Austria proporzionale alle loro dimensioni. L'unica nazione che si propose di accogliere rifugiati fu la Repubblica Dominicana che ne accettò circa 700 tutte le altre, con motivazioni più o meno plausibili, rifiutarono ogni forma di accoglienza (L’Italia fascista, invece, pur non avendo partecipato alla conferenza, da anni attuava una politica di ospitalità nei confronti degli ebrei).

L’atteggiamento ipocrita delle nazioni democratiche riguardo l’accoglienza degli ebrei è stato condensato in una frase del gerarca nazista Goebbels che nel marzo 1943 poteva rilevare sarcasticamente (2):

«Quale sarà la soluzione del problema ebraico? Si creerà un giorno uno stato ebraico in qualche parte del mondo? Lo si saprà a suo tempo. Ma è interessante notare che i paesi la cui opinione pubblica si agita in favore degli Ebrei, rifiutano costantemente di accoglierli. Dicono che sono i pionieri della civiltà, che sono i geni della filosofia e della creazione artistica, ma quando si chiede loro di accettare questi geni, chiudono loro le frontiere e dicono che non sanno che farsene. E' un caso unico nella storia questo rifiuto di accogliere in casa propria dei geni»

Un episodio che testimonia il rifiuto dell’America ad accogliere gli ebrei riguarda la vicenda della nave St.Louis. Partita da Amburgo il 13 maggio 1939 con 937 profughi ebrei, la nave era diretta a Cuba dove i migranti erano convinti di ottenere il visto per gli Stati Uniti. Sia Cuba sia gli Stati Uniti rifiuteranno però il permesso d’accesso ai rifugiati, obbligando così la nave a tornare in Europa.

Anche l’ipotesi di creare, prima nell’Isola di Madagascar e poi in Palestina, uno stato ebraico fallì per la forte opposizione di Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

Fallirono anche le trattative condotte Ministro degli Affari Esteri germanico Helmut Wohltat nell'aprile 1939 con il governo inglese per un insediamento ebraico in Rhodesia e nella Guinea britannica(3).

Nonostante la sostanziale indisponibilità, che rasentava il boicottaggio, delle nazioni democratiche la politica emigratoria del governo nazista proseguì con l’istituzione dell’"Ufficio per l'Emigrazione Ebraica" con sedi a Berlino, Vienna e Praga che aveva il compito di agevolare il trasferimento degli ebrei e dei loro beni in Palestina.

Furono anche organizzati dei campi di addestramento in Germania dove i giovani ebrei potevano essere iniziati ai lavori agricoli prima di essere introdotti più o meno clandestinamente in Palestina (all’epoca la Palestina era un protettorato inglese che si opponeva con forza alla colonizzazione ebraica, nonostante nel 1917 si impegnò formalmente, con la dichiarazione di Balfour del 2 novembre, a costituire il focolare ebraico in Palestina).

Fatto singolare e che nei circa 40 campi e centri agricoli della Germania hitleriana gestiti direttamente dal Mossad in cui i futuri coloni venivano addestrati alla vita nei kibbutz, sventolava per la prima volta quella bandiera blu e bianca che un giorno diventerà il vessillo ufficiale dello Stato di Israele(4).

Per liberarsi della presenza ebraica favorendo l’emigrazione in Palestina, il governo tedesco stipulò con le organizzazioni sioniste il cosiddetto “Accordo di Trasferimento” noto anche come Haavara, in virtù del quale gli ebrei emigranti depositavano il denaro ricavato dalla vendita dei loro beni in un conto speciale destinato all’acquisto di attrezzi per l’agricoltura prodotti in Germania ed esportati in Palestina dalla compagnia ebraica Haavara di Tel Aviv.

L’accordo di Trasferimento è stato sottoscritto il 10 agosto 1933 dal Ministro dell'economia del Reich Kurt Schmitt e dal rappresentante del Movimento Sionista in Palestina  Haim Arlosoroff che agiva per conto del Mapaï, il partito Sionista antenato del partito Laburista israeliano.

A questa iniziativa politico-commerciale parteciparono personaggi divenuti in seguito molto noti come i futuri Primi Ministri David Ben- Gurion e Golda Meir (che collaborava da New York).

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, grazie all’ Haavara e ad altri accordi tedesco-sionisti, dei circa 522 mila ebrei presenti in Germania più della metà, 304 mila, poterono lasciare il paese con i loro beni superando il rigido embargo inglese. Alcuni di loro trasferirono in Palestina considerevoli fortune personali.

L’importo complessivo di danaro trasferito per mezzo dell’Haavara fra l’agosto del 1933 e la fine del 1939, fu di circa 139 milioni di marchi (equivalenti a oltre 40 milioni di dollari). A cui si aggiungono ulteriori 70 milioni di dollari attraverso accordi commerciali collaterali.

Grazie a questi trasferimenti e ai prelievi obbligatori imposti dal Movimento Sionista sulle transazioni, furono costruite le infrastrutture del futuro stato ebraico in Palestina(5).

Lo storico ebreo Edwin Black sottolinea che i fondi ebraici provenienti dalla Germania ebbero un significativo impatto in un paese sottosviluppato com’era la Palestina degli anni ’30.

Con i capitali provenienti dalla Germania furono costruite varie importanti imprese industriali, compresi l’acquedotto Mekoroth e l’industria tessile Lodzia. Conclude Edwin Black(6):

«attraverso questo patto, il Terzo Reich di Hitler fece più di ogni altro governo negli anni ’30 per sostenere lo sviluppo ebraico in Palestina»

Questa intesa portò successivamente ad un accordo commerciale tra Governo tedesco ed organizzazioni ebraiche con il quale arance e altri prodotti coltivati in Palestina venivano scambiati con macchinario agricolo tedesco(7).

Una immagine singolare che sintetizza meglio di altre la collaborazione tra nazisti tedeschi ed ebrei sionisti è la medaglia commemorativa coniata allo scopo dal Governo tedesco che reca su una faccia la svastica e sull’altra la stella di David.

Altra vicenda poco nota riguarda la nave passeggeri partita nel 1935 dal porto tedesco di  Bremerhaven con un carico di ebrei diretti ad Haifa, in Palestina. Questa nave, recava sul  fianco il suo nome, Tel Aviv, scritto in caratteri ebraici, e sull’albero sventolava la bandiera nazista con la croce uncinata. La nave di proprietà ebraica era comandata da un membro del Partito Nazionalsocialista(8).

Ennesimo esempio della stretta collaborazione tra regime hitleriano e sionismo tedesco riguarda i gruppi giovanili ebraici come il “Bétar“ ed i boy scouts sionisti cui fu permesso di indossare uniformi proprie  e di sventolare bandiere con simbolo dello Stato Sionista (cosa negata ad esempio ai gruppi giovanili cattolici, nonostante il Concordato).

Intanto il governo britannico, da sempre ostile agli insediamenti ebraici in Palestina, impose delle restrizioni ancora più drastiche. In risposta a ciò, il servizio segreto delle SS concluse una alleanza con il gruppo sionista clandestino Mossad le-Aliya Bet per portare illegalmente gli ebrei in Palestina. Come risultato di questa intensa collaborazione, vari convogli marittimi riuscirono a raggiungere la Palestina superando le navi da guerra britanniche pronte a colpire le imbarcazioni ebraiche. Nell’ottobre del 1939 era programmata la partenza di altri 10.000 ebrei, ma lo scoppio della guerra a settembre fece fallire il tentativo. Le autorità tedesche continuarono lo stesso a promuovere indirettamente l’emigrazione ebraica in Palestina negli anni successivi fino al 1941.

Una stima, seppur approssimativa, fissa in circa 800 mila gli ebrei che lasciarono i territori sotto il controllo germanico fino al 1941.

Con l'avvicinarsi della guerra ci fu la svolta e la posizione degli Ebrei cambiò in modo radicale. Il 5 settembre 1939, Chaim  Weitzmann, futuro primo presidente dello stato di Israele, a nome dell’ebraismo mondiale si dichiarò parte belligerante contro i tedeschi e a fianco di Gran Bretagna e Francia (Jewish Chronicle, 8 settembre 1939).

Questa vera e propria dichiarazione di guerra, causò un inasprimento delle misure repressive contro gli ebrei e conferì ai nazisti una motivazione legale per la loro reclusione. Il diritto internazionale, infatti,  prevede  la possibilità di internare i cittadini di origine straniera per evitare possibili azioni di spionaggio a favore dei paesi di origine (art. 5 della convenzione di Ginevra), cosa che fece l’America con i cittadini di origine giapponese: dopo averli spogliati di tutti i beni confiscandogli casa, attività e conti bancari, furono rinchiusi in campi di concentramento in condizioni disumane.

Verso la fine della guerra nel campo di prigionia di Hereford, nella ricca America, i soldati italiani che rifiutarono di collaborare con gli alleati venivano volutamente sottoalimentati e lasciati morire di tubercolosi, senza cure, sotto l'acqua o il sole cocente, in mezzo agli abusi dei carcerieri che non esitavano ad uccidere al primo cenno di insofferenza. Prima di loro gli inglesi avevano internato, durante la guerra contro i Boeri,  oltre 100 mila donne e bambini nei campi di concentramento in sud Africa, di questi  27 mila morirono di stenti, malattie e malnutrizione (crimini passati sotto silenzio).

Lo scoppio del conflitto pose fine alla politica tedesca di incoraggiamento al trasferimento degli ebrei verso la Palestina (nel 1942 restava in attività nella Germania un solo Kibbutz a Neuendorf)(9).

Tuttavia, nei primi anni di guerra, i rapporti tra nazisti e organizzazioni ebraiche non furono del tutto interrotti, ma si spostarono sul piano prettamente militare in funzione anti inglese, anche se  l’influenza che ebbero sugli avvenimenti bellici fu praticamente nulla.

Agli inizi di gennaio del 1941 una piccola, ma importante organizzazione sionista, Lehi o Banda Stern (il cui leader Avraham Stern fu assassinato dalla polizia britannica l’anno successivo), fece ai diplomatici nazisti a Beirut una proposta formale di alleanza per lottare contro gli inglesi: la cosa che più colpisce è che uno di essi era Yitzhak Shamir, futuro primo ministro di Israele(10).

Con il proseguimento della guerra che richiedeva sempre più soldati al fronte e operai nelle fabbriche il governo tedesco abbozzò l’idea di utilizzare massicciamente gli ebrei nell’industria bellica.

Dopo l’attacco alla Russia l'idea del lavoro forzato prese corpo e fu perfezionata nel corso della conferenza di Wannsee del 20 gennaio del 1942 con il definitivo abbandono della politica di emigrazione e l’adozione della cosiddetta “soluzione finale territoriale” (eine territoriale Endlösung) che sostituiva la politica del trasferimento con quella della deportazione di tutti gli ebrei nei campi di lavoro dell’est.

«Adesso, nell'ambito della soluzione finale, gli ebrei dovrebbero essere utilizzati in impieghi lavorativi a est, nei modi più opportuni e con una direzione adeguata. In grandi squadre di lavoro, con separazione dei sessi, gli ebrei in grado di lavorare verranno portati in questi territori per la costruzione di strade, e non vi è dubbio che una gran parte verrà a mancare per decremento naturale. Quanto all'eventuale residuo che alla fine dovesse ancora rimanere, bisognerà provvedere in maniera adeguata, dal momento che esso, costituendo una selezione naturale, è da considerare, in caso di rilascio, come la cellula germinale di una rinascita ebraica»

(Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942).

Gli studiosi dell’Olocausto hanno sempre sostenuto che il piano generale dell’ebreicidio nazista venne ideato nella riunione di Wannsee, ma Norbert Kampe direttore del Centro Commemorativo della Conferenza di Berlino, contesta questa tesi. Egli  afferma che la conferenza riguardò solo “questioni operative” e non fu in alcun modo una piattaforma di “processi decisionali”, confermato dal fatto che alla conferenza di Wannsee Hitler e i suoi ministri non erano presenti.

Dove erano situati grandi insediamenti industriali furono istituiti campi di lavoro, come per esempio la fabbrica di caucciù sintetico a Bergen-Belsen, la fabbrica di benzina sintetica I.G. Farben ad Auschwitz, la Siemens a Ravensbrück, la fabbrica sotterranea delle V-2 di Mittelbau-Dora collegata al campo di Buchenwald.

Il compito di utilizzare al meglio i campi di concentramento come centri di produzione industriale fu affidato all'Ufficio Centrale di Amministrazione Economica delle S.S. diretto da Oswald Pohl.

Il lavoro coatto fu utilizzato anche dall’Organizzazione Todt(11) per il ripristino delle linee di comunicazione (strade, ponti ferrovie) che venivano costantemente distrutte dai bombardamenti alleati. Questi lavori, che richiedevano un'enorme massa di operai (più di 1.500.000 nel 1944), furono svolti in buona parte da ebrei e prigionieri di guerra.

Altro elemento inquietante e poco dibattuto riguarda le linee ferroviarie da cui transitavano i convogli carichi di ebrei. Gli alleati sapevano fin dagli inizi del 1942 dell’esistenza dei campi di concentramento eppure, nonostante i massicci bombardamenti alleati che ridussero in macerie la Germania, le linee ferroviarie utilizzate dai tedeschi per trasferire gli ebrei nei campi di lavoro non furono mai attaccate, se non come effetto collaterale come avvenne il 24 agosto del 1944 con il bombardamento della fabbrica di armamenti di Mittelbau-Dora che coinvolse il vicino campo di Buchenwald dove morì, per effetto delle bombe alleate, Mafalda di Savoia.

 Come mai, mi domando, questi fatti sono sottaciuti se non del tutto ignorati anche dagli storici più autorevoli? Forse per non mettere in imbarazzo i  cosiddetti “paladini della libertà”?

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra il “Giorno della Memoria”. Esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo ebraico per la persecuzione subita sotto il regime hitleriano e la ferma condanna ad ogni forma di discriminazione razziale. Questo però non deve indurci a sorvolare sulle pesanti responsabilità, condite di cinismo e ipocrisia, delle democrazie occidentali che vedevano, sapevano e volgevano lo sguardo altrove rendendosi, perlomeno sotto il profilo politico e morale, complici dei carnefici.

 Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur - Varese



 



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Note                                                                                                                        

(1)    Il giornale ufficiale della SS, “Das Schwarze Korps”, dichiarò il proprio sostegno al Sionismo in un editoriale di prima pagina del maggio del 1935:

«Può non essere troppo lontano il momento in cui la Palestina sarà di nuovo in grado di ricevere i propri figli che ha perduto per più di mille anni. A loro vanno i nostri migliori auguri». Gli ebrei sionisti a loro volta, nel settembre del 1935 dopo la promulgazione della legislazione razziale tedesca (leggi di Norimberga) che sancivano la netta separazione della comunità ebraica dal resto della nazione tedesca ponendo il divieto di matrimoni misti e altre pesanti limitazioni che andavano in tale direzione, dichiararono, attraverso un editoriale del più diffuso settimanale sionista tedesco, il “Die Judische Rundschau”: «la Germania viene incontro alle richieste del Congresso Mondiale Sionista quando dichiara gli ebrei che oggi vivono in Germania una minoranza nazionale… Le nuove leggi danno alla minoranza ebraica in Germania la propria vita culturale, la propria vita nazionale. In breve, essa può creare il proprio futuro».

Sfuggire alle sinapsi del demonio... di Lorenzo Merlo

 


Ogni titolo rappresenta una prospettiva che converge nel medesimo punto: la concezione egoica del mondo. Una formuletta questa, il cui esploso, invece di contenere il cuore della nostra origine cosmica, è pieno di importanza personale ovvero, è vuoto come l’effimero o come la storia secolare scambiata per sola verità. Superare la prevaricazione dell’ego, per quanto possa sembrare utopico a chi non sa immaginarlo, appare come la sola soluzione per la costruzione di un contesto sociale che invece di sapere d’inferno sappia di paradiso.

Grevità

Non sono capace di vivere in questo tempo, mi sembra di essere costantemente tirato di qua e di là da idee lontane, incomprensibili, opposte. Forse non sono un uomo, forse devo ritirarmi in un monastero. Sì, perché osservare chi la pensa diversamente da me, prima di sembrarmi una cosa da matti, mi impone di capirne la genesi e ricostruire l’architettura delle sinapsi che hanno portato agli antipodi di dove hanno portato me. Ma non riesco a ricostruire il percorso necessario per arrivare dove vedo essere gli altri, neppure inserendo nel processo autopoietico il potere dei vizi capitali. Non riesco a credere, a rendere vero ciò che constato fare dai nostri comandanti e neppure dal loro esteso seguito popolare. Neppure ipotizzare si tratti di un semplice incubo riesce a farmelo accettare. Solo l’ipotesi che io non sia caduto dentro la scatola di Skinner (1) in cui sono caduti loro, mi lascia la speranza d’aver compreso ciò che chiamerei impossibile.

Mi sembra che tutto stia precipitando come se al comando avessimo dei pazzi, più simili a personaggi da fumetti distopici che a esseri umani. Ma forse, anzi, senza forse, il problema sono io. Non sono io che vorrei costringere l’umanità entro la mia piccola scatoletta della concezione che ho di essa? Allora, per rimediare a me stesso, non rimane che adattarsi? Forse. Ma non secondo la mia scatoletta.

Prima ancora di cercare di ricostruire il labirinto, il caos o la presunta razionalità delle concezioni altrui, so che qualunque architettura comportino, arredata piacevolmente o meno, non fa differenza: so che esse hanno pari rispettabilità. Diversamente, si dovrebbe militare per l’impalamento, il rogo, la garrota, la forca, la fucilazione, l’assassinio e il genocidio. Sì, perché in qualunque punto ci si trovi ad albergare nel proprio calduccio, da qualunque balcone ci si affacci a guardare il mondo, qualunque paesaggio si stia osservando è solo l’abbaglio di essere separati a farci credere che io ne veda uno e un altro ne osservi un altro. Ma i ruoli e le posizioni cambiano, anche fino a invertirsi.

Quindi, se ciò che esiste, che ci ha portati dove siamo, non avesse pari dignità, chiunque, da qualunque balcone, avrebbe ragione di traguardarmi nel suo mirino e fare fuoco. Lui credendo di averne diritto, io credendo di aver subito un sopruso. Esattamente come sta accadendo, tanto alla faccia del presunto progresso, quanto a quello dei presunti cartacei diritti individuali sventolati dalle altrettanto presunte democrazie che, al posto del rogo, hanno messo più sofisticati sistemi di emarginazione, controllo ed eliminazione.

Leggerezza

Tutto un ingarbuglio imposto dall’identificazione di noi stessi con qualcosa che crediamo ancora essere noi ma che, di fatto, non è che un’incastellatura che con noi non ha nulla a che vedere. La domanda da porsi sarebbe: perché un’incastellatura ha più o meno valore di altre? Perché quelle che vedo non sono capitate a me? Come se le gocce della pioggia cadute sul parco con piscina di Abu Dhabi fossero di maggior pregio di quelle andate a finire su uno slum di Nuova Delhi.

Il mio io quando pretende per sé non è che motivo di malesseri e conflitti. Prenderne coscienza riduce il male, ci emancipa dalle illusioni, fa insorgere il rispetto e consumare le energie per la bellezza e l’amore.

È questa parità che potrebbe edificare una realtà meno sanguinosa, una pace più radicata, un’evoluzione esistenziale e una messa al bando dell’idolatria scientistico-tecnologica. Ma, concentrati sul concetto opposto, non se ne parla neppure.

Il primo moto che ci tiene lontani da quel punto di svolta che tutti – possiamo giurarci – vorremmo è l’importanza personale, che ognuno, in questa cultura antropocentrica prima ed egocentrica poi e di conseguenza bellicista, esprime come un fatto spontaneo e irreversibile, ora esaltato dal liberismo e dalla liquidità dei valori.

È possibile una cultura capace di sviluppare psicologie meno vanesie, più mature? Certo che sì. Il passo dall’immaturità alla compiutezza di se stesso non è una chimera. Molte persone lo compiono entro la vita di cui dispongono. Spesso accade per un trauma o comunque per una forte emozione se l’educazione familiare non ci ha già pensato. Da egoisti ed egocentrici, quanti traumatizzati dicono poi di avere capito quali sono le cose che contano; quanti genitori, prima irresponsabili, poi si fanno ligi con la nascita di un figlio. Ma non è questo il punto, il punto è che se lo facciamo privatamente, significa che non dobbiamo andare a scuola per farlo anche politicamente. Non c’è niente da imparare, è già in noi quel potere di cambiare le cose, cioè di cambiare noi stessi.

Ma se la questione è così elementare come mai non sta già spuntando all’orizzonte? O peggio, come mai non è già alta in cielo? È qui che tutti i divanisti, quella categoria che riesce ancora a guardare la tv e credere di venirne informata, e che viene invece istruita a mantenere lo status quo, potrebbe prendere coscienza che forse, ma forse, ma forse forse, c’è qualcosa dietro le quinte. Che forse il gran pavese che orna il panfilo delle narrazioni giornalistico-governative, secondo le quali le cose vanno bene o andranno a posto, forse eh, non è che un diversivo per evitare che scoppi tutto. Che, forse, sanremo, la champions, il grande fratello, le telenovele, il woke, il sostenibile, Putin a Lisbona, la guerra per la pace, l’Iran canaglia, l’ultimo iPhone, non sono che stratagemmi al bromuro, assuefacenti oppiacei per seguitare a tenere troppi alla longhina, entro il tondino del mulino bianco. I mercanti guidano sempre le carovane. E le carovane hanno al seguito schiavi e bestie.

Ma dal divano ci si può alzare a guardare cosa c’è dietro la tv e, invece di stracciare le vesti, stracciare le egregore e non sedersi più. Alzarsi per avviare quel processo verso il benessere profondo, quella presa di distanza dalle pretese personali, verso quella presa di coscienza di che razza di parassita sia l’ego, di quanto prosperi a cavallo della nostra cecità e a spese della nostra energia, di quanto ci induca a bisogni fatui e a scelte adatte a mantenerci in preda a logiche dis-graziate.

Riconoscere il reticolo di sinapsi satanico-magistrali dell’io, è possibile a tutti gli uomini.

Lorenzo Merlo


Nota

  1. https://www.sinistrainrete.info/societa/29600-norberto-albano-campi-di-concentramento-skinneriani-come-orizzonte-storico.html


Il bambino rappresenta la luce dell'amore...

 


L’antropologo-teosofo Bernardino del Boca scrive nella sua  rivista Età dell’Acquario n. 56/1988:   “La Terra oggi è piena di negatività, di egoismo e di ignoranza, cioè piena di quelle negatività che Alphonso de Carranza (1527-1607) aveva profetizzato nella sua opera per il futuro: la nascita di bambini malformati, l’uso di vendere i bambini, di far rapire i bambini dai delinquenti, lo sfacelo di un mondo che vive solo per avere, senza amore, senza carità cristiana. La società che non si cura dei bambini, che giustifica guerre e ingiustizie in nome di stupidi ideali che mascherano il più gretto egoismo, è la causa prima della distruzione del mondo…”


La copertina del libro “Il Segreto” di Bernardino del Boca del 1988, riporta la foto di un  suo quadro nel quale, accanto al volto di una statua che rappresenta la divinità di  Madre Terra,  ha dipinto quello di un bambino.



Il giornalista d’inchiesta Gianni Lannes – sito “Su la testa” -, autore di diversi libri, tra i  quali “Bambini a perdere”., il 4/1/2025  scrive questo articolo   https://sulatestagiannilannes.blogspot.com/2025/01/bambini-perdere.html

 dal quale copio:  “….Non è una leggenda metropolitana ma il più feroce dei crimini che rende più del traffico di droga. Ecco un tabù generale. Da almeno tre decenni l'Italia è il crocevia europeo del traffico di organi umani espiantati a tante piccole vittime con una violenza impunita che uccide. Non a caso, proprio nel Belpaese svaniscono bambini e adolescenti a migliaia. E sempre non a caso, proprio l'Italia, alla stregua dello Stato del Vaticano, non ha mai ratificato la Convenzione del Consiglio d'Europa sul traffico di organi umani. E comunque non a caso, nel disinteresse nazionale e internazionale, il governo italiano non risponde agli atti parlamentari di sindacato ispettivo relativi a tali crimini contro l'umanità inerme.  Ad esempio, l'interrogazione parlamentare numero 4/05225 del 4 febbraio 2016, dopo 9 anni non ha avuto ancora risposta. Come mai?  Per giunta, l'inquilina pro tempore di Palazzo Chigi glissa sul gravissimo fenomeno…. “


Da questo articolo di Lannes: “Bambini antidoto di guerra!”

https://sulatestagiannilannes.blogspot.com/2022/03/bambini-antidoto-di-guerra.html#more

“Il bambino è un “piccolo Messia”: “Questi Messia, questi Profeti, potranno aiutarci ad allontanarci da quanto c’è di più basso nella nostra natura, affinché possiamo guardare oltre, attraverso questa eminente bontà che è diffusa attraverso l’umanità. Quanto è difficile, però, questo compito messianico! È necessario cambiare il cuore. E questo cambiamento di cuore, quanto è difficile per noi da compiere. È difficile distaccare l’uomo, l’essere umano dai suoi possedimenti, l’umanità dal suo egoismo e dargli gli occhi per vedere il bene che è sempre presente negli altri”.

Per questo la Montessori ci invita a “guardare al bambino come a un nostro collaboratore. Lui ha una parte del compito, noi un’altra. Il suo compito è donarci la prima luce del vero amore. La società umana non può cambiare senza che gli adulti e i bambini collaborino. È necessario prendere questo tesoro e coltivarlo. Fare ciò non è facile e questo è il compito dell’educazione. Nella vera educazione non è solo il bambino che viene educato, ma anche l’adulto subisce una trasformazione”.

Questo percorso di rigenerazione è un fenomeno dell’evoluzione; il problema consiste nell’acquisirne consapevolezza, per ampliare la coscienz
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Paola  Botta  Beltramo



 

Krishna, l'Avatar contento!

 

Il concetto di Dharma nella Bhagavad Gita...


“Tenendo conto del tuo dharma, non devi tentennare. Per un guerriero, non c’è niente di meglio che combattere il male. Il guerriero che affronta una guerra siffatta dovrebbe essere contento, Arjuna, perché essa si presenta come un cancello aperto per il cielo. Ma se non partecipi a questa battaglia contro il male, subirai l’onta, violando il tuo dharma e il tuo onore.”   (Bhagavad Gita II, 31-33)

Spesso ci si chiede se e come l'insegnamento advaita (non-duale), punta di diamante della filosofia indiana, possa essere compreso, o semplicemente recepito, dalle menti occidentali estremamente speculative e dedite all'empirismo dualistico.  In effetti solo alcuni cercatori di verità, che santificano la loro esistenza alla ricerca di Sé,  sono veramente interessati alla Conoscenza ed alla Consapevolezza della unitarietà e inscindibilità della vita, manifestata nelle sue singole parti (individui) come in una sorta di ologramma che ripete in ogni sua frazione la conoscenza dell'intero.

Eppure nella tradizione induista esiste una scrittura di matrice non-dualistica che cerca di integrare un insegnamento di attuazione dharmica (espletamento delle proprie mansioni in armonia tra le propensioni innate e la spinta evolutiva) con la teoria dell'Assoluto che tutto contiene ed in cui tutto si manifesta per sua spontanea emanazione. Questo testo è la Bhagavad Gita, la parte più spirituale del poema epico il  Mahabharata.

Nella Bhagavad Gita viene affermato egualmente che "Tutto è Uno" e che l'Atman (L'IO Assoluto) è già perfetto in se stesso ed è presente, come intima natura, in ognuno di noi, ma allo stesso tempo vengono impartiti dei consigli (od istruzioni) sul come realizzare questa verità. In un certo senso nel testo  il saggio Krishna rivolgendosi metaforicamente ad Arjuna,  il suo discepolo, lo incita ad agire, come se il piccolo io (ego), che egli riconosce come il suo sé, fosse reale. Allo stesso tempo lo istruisce a non considerare come propri i vantaggi o gli svantaggi del suo agire ma come semplice conseguenza di un espletamento dharmico.

Questo atteggiamento interiore di agire con  "distacco" è considerato anche  nella dottrina buddhista dell’anatman, secondo la quale l’uomo è privo di ogni “io” e persino del Sé,  mettendo però in guardia il cercatore su tali  insegnamenti che possono, se divulgati indiscriminatamente e interpretati in modo non appropriato, produrre risultati decisamente deleteri. Nagarjuna stesso, grande logico buddhista e fondatore del Vacuismo o Via di Mezzo (Madhyamaka), avverte: «La vacuità, male intesa, manda in rovina l’uomo di corto vedere, così come il serpente male afferrato o una formula magica male applicata».

Per questo, l'insegnamento di Krishna contiene indicazioni apparentemente contrastanti, a volte viene indicato l'Assoluto come unica realtà, tal altra si incita a considerare accuratamente le convenienze e le opportunità dell'agire dharmico.


Forse questo altalenare fra la libertà e la giustizia è ciò che veramente è necessario alla mentalità occidentale, il cui procedere diretto  in una linea retta, essenzialmente giustificato da ragioni contingenti ed utilitaristiche (definite anche scientifiche per dare loro un senso compiuto) ha fatto perdere agli individui la capacità di personale discernimento e discriminazione.

Ma la verità non è qualcosa che può essere trasmessa come una comune conoscenza delle cose esteriori, come un processo. La verità è la qualità dell'Essere e può essere sperimentata solo  direttamente e non raccontata.

I grandi misteri imperniati sul silenzio non si profanano impunemente. Accostarsi ad essi con leggerezza o credere di poterli trasmettere senza le dovute qualificazioni espone a gravi rischi: in primis la follia e la perdita dell’orientamento. Il linguaggio comunemente usato (vaikhari) possiede solo un quarto del potere della parola; i rishi vedici sostenevano che esso non può descrivere la traccia lasciata da un uccello nell’aria. Da ciò la necessità di percepire la propria vera Essenza attraverso la comunione empatica con un vero Maestro che ha realizzato in Sé la Verità.

Da ciò se ne deduce che anche la più raffinata scrittura, come può esserlo la Bhagavad Gita (per non parlare di scritture inferiori come la bibbia, i vangeli od il corano) non può trasmettere la Conoscenza, può solo risvegliare un interesse verso la ricerca da parte del lettore genuinamente interessato alla Verità.

Cosa questa  totalmente contraria ai dettami  delle religioni che si basano sul "libro", i cosiddetti testi  dogmatici "rivelati" che portano all’esasperazione del conflitto tra uomo e natura di matrice ebraico-cristiana, al nichilismo e materialismo impliciti in un certo buddhismo ritualistico e al dualismo camuffato da non-dualismo scaturente dalla cattiva comprensione della dottrina advaita in certa new age – che ritiene il mondo fenomenico una sorta di apparenza né reale, né irreale (maya). Queste posizioni oscurantiste  hanno favorito lo sviluppo di forme perniciose di scientismo riducenti la persona ad un mero meccanismo biologico.

Ed  è nella Bhagavad Gita che è possibile trovare alcune frasi molto esplicative sull’argomento, ovvero sul significato dell’agire nel mondo e della formazione del karma individuale, le quali  ovviamente vanno lette nella comprensione che anche tali insegnamenti sono un’ignoranza (mascherata da conoscenza) per cancellare altra ignoranza (che chiamiamo conoscenza empirica). Poiché… la spiritualità è qualcosa che riguarda l’interiorità dell’individuo e non può essere appresa da un qualsiasi libro. E questo è esattamente ciò di cui noi occidentali avremmo bisogno, impregnati come siamo di dogmatismo scientista o religioso.


Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Dolori alle articolazioni. Il consiglio di Osho...

 


In risposta alla domanda di una meditante che chiedeva  come lenire i dolori alle articolazioni Osho rispose: “Inizia a fare alcune cose e andrà tutto bene… Fai una doccia calda e subito dopo una doccia fredda. L’acqua deve essere davvero calda. Aumenta il calore gradualmente. Non c’è bisogno di torturarti, ma deve essere molto calda in modo che tutto il corpo si riscaldi.

Il punto è: quando il corpo è veramente caldo tutti i pori si aprono, tutte le cellule si espandono e tutte le articolazioni si allentano moltissimo. Poi con il passaggio improvviso al freddo tutto si restringe di nuovo. Poi usa di nuovo l’acqua calda, poi di nuovo quella fredda. Devi farlo tre volte: una doccia calda da due a tre minuti, una doccia fredda da due a tre minuti, poi di nuovo calda, poi di nuovo fredda.

Quando le cellule si espandono e si restringono diventano flessibili e la flessibilità è necessaria. Alcuni punti del tuo corpo sono diventati rigidi: ecco perché ti fanno male, hanno perso la loro fluidità. Ma non c’è niente di cui preoccuparsi. Acqua davvero calda e acqua davvero fredda... E ti divertirai.

Un’alternativa alla doccia calda è strofinare tutto il corpo con un panno asciutto, un asciugamano. Strofina soprattutto le parti che fanno più male, scaldando tutto il corpo. Salta, corri e strofina, finché non inizi a sudare. Poi fai la doccia fredda...

Osho




Osho: "And Now, And Here"...

 


Nei millenni più recenti, siamo diventati dei credenti piuttosto che dei ricercatori. Si è affermata una mente che crede invece di una mente che indaga. Crediamo immediatamente, non ci mettiamo mai alla ricerca. E qualunque cosa valga la pena di essere raggiunta, in questo mondo, non può essere raggiunta senza indagare, senza cercare. E anche se, senza cercare, fosse possibile raggiungere qualsiasi altra cosa, non è possibile raggiungere il proprio essere senza una ricerca. Quindi la prima cosa è: bisogna avere una mente piena di domande. La prima preparazione è avere una mente che indaga.

Potreste controbattere che siete alla ricerca, che ponete delle domande. Ricordate, tuttavia, che le vostre domande cercano solo una risposta, non le considero delle indagini.

Una domanda non dovrebbe cercare solo una risposta, dovrebbe cercare un’esperienza. Chiunque può darvi una risposta; nessuno può darvi un’esperienza.

Ci sono persone che sembrano indagare e la loro indagine sembra religiosa. In apparenza chiedono: “Dio esiste? Esiste moksha, la salvezza?”. Ma pare proprio che stiano solo cercando delle risposte; qualcuno dovrebbe fornire loro delle risposte, tutto qui. Se la domanda serve solo a trovare una risposta, prima o poi quella risposta si trasformerà in una convinzione, perché chi l’ha posta non è disposto a fare molti sforzi. Ciò che gli interessa è semplicemente incontrare qualcuno in cui credere, qualcuno che possa fornire la risposta e soddisfare la sua curiosità.

Io non ho risposte per nessuno. Non mi interessa fornire delle risposte. Se mi esprimo a volte in termini di risposte alle domande, è solo per evitare che le persone scappino del tutto. Vorrei che rimanessero un po’ più a lungo, in modo da poter distruggere il loro desiderio di trovare risposte e aiutarle invece a far crescere il seme che desidera l’esperienza.

Le persone sono disposte a ricevere delle risposte, ma nessuno vuole conoscere davvero. Le risposte costano poco. Puoi trovarle nei libri, possono fornirle i guru. Trovare risposte è una cosa assolutamente intellettuale, non ha niente a che fare con il vivere totalmente. È necessaria una ricerca dell’esperienza, è richiesta un’indagine in nome dell’esperienza.

Lasciate che vi racconti una storia, come esempio.

In Tibet viveva un mistico chiamato Milarepa. C’era l’usanza, in Tibet, che quando qualcuno andava a incontrare il maestro, doveva prima girargli intorno tre volte, poi inchinarsi davanti a lui sette volte e infine sedersi rispettosamente in un angolo, finché il maestro non lo chiamava e gli permetteva di chiedere. Milarepa andò dritto dal maestro e lo afferrò per il collo. Non gli girò intorno tre volte, non si inchinò sette volte e tantomeno aspettò il suo turno seduto in silenzio in un angolo. Afferrò semplicemente il maestro e disse: “Dimmi velocemente cosa vuoi dirmi, perché non so nemmeno cosa voglio chiedere. So solo che non so niente. Se hai qualcosa da dire, allora parla!”.

Il maestro disse: “Ora aspetta un minuto e comportati bene. Non conosci il rituale per fare una domanda? Non sai che devi girare intorno al maestro tre volte, inchinarti davanti a lui sette volte e poi sederti in un angolo finché non ti chiama?”.

Milarepa disse: “Lo farò più tardi. Dimmi, se mentre giro tre volte, mi inchino sette volte e mi siedo rispettosamente in un angolo, dovessi morire, chi sarebbe responsabile? Ti assumerai la responsabilità della mia morte o sarò io il responsabile? Se mi prometti che non morirò mentre faccio tutto questo, sono disposto a girare e a inchinarmi non solo sette volte, ma settecento. Prima rispondimi, le formalità possono essere espletate più tardi, con calma”.

Il maestro disse: “Siediti. Tu sei il genere di persona che è alla ricerca di un’esperienza, non di una risposta. È un bene che tu non mi abbia girato intorno, perché quel rito è destinato solo a coloro che riescono a farlo. Quando vedo che una persona mi gira intorno, capisco che è la persona sbagliata, perché dimostra di avere ancora il tempo per farlo”.

Quindi il primo elemento che cerco in un ricercatore è l’elemento dell’indagine: la ricerca non di una risposta, ma dell’esperienza; non la ricerca di una…

Testo di Osho tratto da: And Now, And Here Vol. 2



Religione ed il monopolio dell'aldilà...




Il discorso religioso si presenta come il più difficile da affrontare, dati i due significati completamente diversi che alla religione vengono attribuiti. Il primo è la convinzione profonda dell’esistenza di una legge superiore, mirabilmente coerente e che regola tutto l’universo. A tale legge nessuno può sottrarsi per effetto dell’ingegno umano. Esso quindi, per quella limitata possibilità di scelta che appare essergli concessa, altro non può che sforzarsi di pensare e agire conformemente a quella legge, per quanto i maggiori maestri possano apprenderne, osservando la natura che li circonda e di cui loro stessi fanno parte (conosci te stesso).
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E’ chiaro però che non sia della religione così intesa che vi sia “tutto da rifare”, bensì di ciò che, in secoli e secoli di azione costante e pervicace sono riusciti a farne i professionisti dell’aldilà.
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L’uomo ha paura della morte. Ne ha paura perché non può avere nozioni che di morte altrui, e perché i cadaveri assumono aspetto e odore repellente. Non si sa quale genio maligno abbia intuito che la paura della morte potesse rappresentare il più colossale affare della storia. Bastava “annunziare” che la morte era un fatto provvisorio e che era seguita dalla vita eterna. Precisando però che tale vita eterna sarebbe stata di godimenti ineffabili o di sofferenze atroci a seconda della soddisfazione dei “ministri di Dio”. Per i detti ministri fu un’autentica pacchia. E vi fu gente che abboccò fino all’eroismo, e molta di più che, in nome della bontà e dell’amore, commise le più efferate violenze e le più ignobili frodi.
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Prendiamo il cristianesimo, o meglio i cristianesimi, sia perché siamo stati tutti doverosamente e anagraficamente cristianizzati prima ancora di sapere di esistere, sia perché, come Italiani, abbiamo scontato più severamente la colpa di aver permesso ad una genia di Ebrei dissidenti di spacciarsi addirittura per continuatrice della romanità e di fregiarsi delle sue glorie. La trovata si dimostrò così felice che prolificò gran copia di imitatori.
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Non erano trascorsi due secoli dal supplizio subito (forse) sul Golgotha da alcuni ribelli Zeloti, uno dei quali noto come Joshua il Nazoreo, che si sviluppò in tutto l’impero una serie di culti incentrati su quel mitico profeta, ma diversamente forgiati dai rispettivi preti. L’imperatore Costantino commise a quel punto il fatale errore di pensare che l’estendersi di quelle superstizioni potesse divenire un elemento unificante dell’impero, ormai in grave crisi, purché – beninteso – la piantassero di litigare e accopparsi tra loro. Convocò allora (lui, pagano) i più significanti esponenti della molteplice setta, affinché trovassero in qualche modo un accordo mono-cristiano, in cambio del favore della corte imperiale.
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Preghiamo il lettore di considerare questi fatti certi:
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1) Che il vicario di Dio in terra, successore del Pietro nominato pretesamente dal Cristo (tu es Petrus, et super hanc petram…) a Nicea, dove tutte le controversie “teologiche” avrebbero dovuto essere risolte e dettati i dogmi definitivi della promettente religione, non ci mise piede. Si limitò a mandarci due umili diaconi, come osservatori, e nessuno degli accaniti litiganti chiese il suo parere.
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2) Che le tesi rappresentate dai vari gruppi di vescovi (auto-nominatisi) erano talmente lontane tra loro da doversi seriamente dubitare che si trattasse di varietà di una stessa “fede”. La più accanita delle controversie, capeggiate da tale Ario e da tale Attanasio, vertevano su punti talmente incompatibili che, a parte il nome di Joshua, non si vede proprio che avessero in comune. Per tacere delle concezioni di Giustino, di Atenagora, di Teofilo, di Origene, di Tertulliano, ognuna delle quali, nel cinquecento, avrebbe assicurato un rogo pubblico in piazza. La controversia Ario-Attanasio, risoltasi a Nicea per scelta dell’imperatore a favore del secondo, si protrasse però per oltre cinquant’anni (conc. di Costantinopoli, 381) con alterne vicende. Insomma, per 50 anni almeno, i cristiani – fortunati destinatari della rivelazione operata da Dio stesso, non seppero neppure se il crocefisso del Golgotha fosse o meno figlio di Dio, o se il medesimo fosse o meno trino, o perché avesse atteso tanti secoli a rivelarsi a quattro gatti di pastori nomadi, lasciando nella totale ignoranza tutti i suoi “figli”, la quasi totalità dei quali sentì per la prima volta menzionare la morte-resurrezione del crocefisso da alcuni individui prepotenti col colletto bianco, armati fino ai denti, QUINDICI SECOLI più tardi.
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3) Che, da allora ad oggi, il vicario di Dio sedente in Vaticano si è dato gran da fare a integrare con nuove “verità” quelle rozzamente rivelate dall’ antiquato Autore. Attendiamo un pontefice in zucchetto bianco, che, alla presenza di milioni di bigotti plaudenti, proclami che non si tratti di trinità, ma di quatrinità, facendone parte anche la “madre di Dio (!!!”).
Anzi, per quanto attiene particolarmente ai cattolici e alla quantità di atti di culto dedicati a costei, i sacramenti saranno amministrati in nome della Madre, del Padre, Del Figlio e dello Spirito Santo (in funzione di chierichetto).
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Davanti alla prova evidente che la sostanza dei vari cristianesimi non sia stata che un cumulo di stolte superstizioni, sovente in contraddizione tra loro, alimentata ad arte da alcuni fervidi ingegni, della stazza di un Saulo da Tarso, che riuscirono a fondarci sopra un potere immenso e quanto mai proficuo, ci si trova inevitabilmente a chiedersi come essi abbiano potuto infestare per quasi venti secoli buona parte del mondo, coinvolgendo anche personaggi di tutto rispetto sia sul piano morale che su quello intellettuale, insigni artisti e poeti, grandi demiurghi e condottieri, nature generose ed altruiste ovunque rispettate ed onorate.
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A nostro avviso, tutto dipende da un fenomeno psicologico che ha sempre inficiato la cosiddetta libertà di pensiero. E’ l’abitudine mentale. L’attitudine cioè della nostra specie a credere in qualcosa semplicemente a forza di sentirla ripetere da tutti, travolgendo ogni barriera critica. E il cristianesimo fu il non plus ultra di una siffatta tecnica, applicata al neonato fin dal taglio del cordone ombelicale, subito sostituito da altro e più robusto cordone , destinato a restare fino alle esequie. In Italia, riuscì persino ad assicurarsi la tolleranza e la complicità dello Stato fascista, che pur possedeva ben chiari contenuti, non precisamente evangelici.
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Ma al cristianesimo e ai suoi amministratori non va attribuito solo lo stato di incapacità proprio dell’uomo moderno occidentale. Va chiesto ragione degli orribili delitti commessi sin dalle sue prime affermazione. Di essi, naturalmente , i “buoni parroci” non fanno menzione ai fedeli, ma sono disponibili ricostruzioni storiografiche assai serie e meticolose.
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Indichiamo al lettore quella che è certamente la più vasta e completa: si tratta dei dieci volumi della storia criminale del Cristianesimo ( Kriminalgeschichte des Christientums ), di Karlheiz Deschmer) pubblicata in Germania nel 1989, e in traduzione italiana dalle edizioni Ariele nel 2000. Le vittime della ferocia clericale, ogni qual volta le è occorso di disporre in qualche modo di una giustizia penale o di una forza militare, sono state milioni, donne e bambini compresi, e nessun fiore fu deposto sulle loro fosse, nessuna intercessione operò la Madonna in loro favore.
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Oggi nello stato in cui i vari cristiani, avviati al sincretismo dal vergognoso calabrache del Consiglio Vaticano Secondo, sempre allo scopo di accumulare ricchezze e potere,hanno ridotto la Terra ricevuta in dono, non c’è più spazio a dubbi. La religione dell’amore, dell’umiltà, della povertà, la religione che si è appropriato Francesco D’Assisi e ha arso vivo Giordano Bruno, possiede oggi ricchezze smisurate, di cui non si ha neppure piena contezza, e tutto ciò che fa per gli umili e gli sventurati è di sollecitare oboli in cambio di Paradiso. E quelli continuano a seguire salmodiando processioni tutte colorate lunghe chilometri, spalleggiando gravosi e venerati pupazzi, per essere perdonati dei loro peccati dai monopolisti dell’al di là.
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Non si scappa: se si vuol salvare l’Uomo e la Terra, dev’essere anatema contro la Chiesa che non è né santa né romana. L’aberrazione cristiana, piagnucolosa e feroce a un tempo dev’essere cancellata da tutte le coscienze. Ma basta farsi due passi per una qualsiasi città, borgo o villaggio, per sentirsi “tremar le vene e i polsi”! Basta toccare l’argomento, anche con rispettabilissime persone, e magari cari amici, per sentirsi assalire dallo sgomento. Basta poi contemplare le meraviglie d’arte di cui l’Italia è ridondante, tutte o quasi marchiate di cristianesimo, per dubitare che lo scopo sia oggettivamente raggiungibile.

Occorre una decisione eroica.
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Rutilio Sermonti

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"Filosofia della rivolta. Critica della sinistra radicale" di Eduard Jakovlevič Batalov - Segnalazione libraria



Tempo addietro Alessandro Visalli mi ha segnalato un libro del 1973: Filosofia della rivolta. Critica della sinistra radicale, del filosofo sovietico Eduard Jakovlevič Batalov. Il libro, uscito in edizione italiana qualche anno fa per i tipi della Anteo Edizioni, benché infarcito di refusi e tradotto malissimo (solo chi disponga di una buona conoscenza degli argomenti è in grado di afferrare il senso di certi passaggi al limite della incomprensibilità) è di indiscutibile interesse storico da vari punti di vista.

In primo luogo, perché questa analisi di un intellettuale russo dell’era brezneviana sulle sinistre radicali degli anni Sessanta in Occidente, permette di comprendere meglio con quali occhiali teorici e ideologici la cultura sovietica di allora osservasse la società tardo capitalista e i suoi conflitti di classe, le lotte del Terzo Mondo, le prospettive del movimento comunista e della rivoluzione mondiale, il tutto non molto prima di andare incontro alla propria dissoluzione. Poi perché, a mezzo secolo di distanza dalla sua stesura, il bilancio che Batalov traccia dei limiti della cosiddetta Nuova Sinistra e delle ragioni del suo fallimento (estendibile al fallimento dei “nuovi movimenti” che ne hanno raccolto l’eredità culturale e politica) anticipa una riflessione critica che, alle nostre latitudini, è maturata solo a partire dai primi del Duemila. 

Infine, perché è una lettura che aiuta a capire come i punti di vista dei soggetti criticati e il punto di vista di chi li critica, per quanto apparentemente opposti, condividessero una serie di elementi che hanno impedito a entrambi di prevedere e contrastare la controrivoluzione liberale che di lì a poco li avrebbe duramente sconfitti.

Stralcio di un articolo di  Carlo Formenti tratto da Sinistra in Rete