Unità divina nella tradizione ellenica - Gli dèi e l’Uno




"La dottrina dell'Unità, cioè l'affermazione secondo cui il Principio d'ogni esistenza è essenzialmente Uno, è - secondo René Guénon - un punto fondamentale comune a tutte le tradizioni ortodosse" (1).

In altre parole, sempre secondo Guénon, "Qualunque vera tradizione è essenzialmente monoteista; per usare un linguaggio più preciso, ogni tradizione afferma innanzitutto l'unità del Principio Supremo, da cui tutto deriva e da cui tutto dipende integralmente, ed è questa affermazione, nell'espressione che riveste specialmente nelle tradizioni a forma religiosa, a costituire il monoteismo propriamente detto" (2).
Accettando questi presupposti, non può esistere nessuna forma tradizionale autentica che sia propriamente politeistica, ossia che ammetta una pluralità di princìpi considerati completamente indipendenti. Difatti lo stesso Guénon afferma che il politeismo costituisce la "conseguenza di un'incomprensione di talune verità tradizionali, e precisamente di quelle che si riferiscono agli aspetti, o attributi, divini" (3); e prosegue dicendo che "simile incomprensione è sempre possibile in individui isolati e più o meno numerosi, ma la sua generalizzazione, che corrisponde allo stato di degenerazione estrema di una forma tradizionale in procinto di scomparire, è stata senza dubbio più rara di quanto abitualmente si crede" (4).

Se la legittimità di una forma tradizionale è strettamente determinata dalla sua coerenza con la dottrina dell'Unità, qual è allora il grado di validità delle forme tradizionali dell'antico mondo europeo, che generalmente ci presentano una pluralità di divinità?

Non potendo affrontare questo problema in tutta la sua estensione, mi limiterò a considerare il caso della civiltà greca, tipica per quanto riguarda la molteplicità di figure divine, aventi per lo più un carattere antropomorfo.

È noto che la prospettiva politeistica si trova superata dal pensiero filosofico, la quale esordisce nella ricerca di un'arché unitaria e culmina nell'individuazione di una causa causarum, chiamata Sommo Bene da Platone, Motore Immobile da Aristotele, Lògos dagli Stoici. Nella cultura latina, Cicerone definisce questa Causa prima come “il Dio sovrano, che regge tutto il mondo” (4bis).

Tuttavia in Grecia le attestazioni dell'Unità divina possono essere ritrovate anche in ambiti diversi da quello filosofico.

Nell'Iliade, ad esempio, compaiono tutti gli dèi e le dee dell'Olimpo, spesso in lotta fra loro, perché alcuni sono schierati a fianco degli Achei, altri a fianco dei Troiani; tuttavia non mancano, nella stessa Iliade, episodi che manifestano una visione religiosa in cui la molteplicità delle figure divine viene ricondotta ad un superiore, trascendente principio unitario.

Così, ad esempio, è nel libro VIII, dove troviamo un brano che costituisce il più antico documento greco relativo all'argomento che abbiamo affrontato. L'episodio è il seguente. Zeus convoca il concilio degli dèi sulla più alta cima dell'Olimpo, per enunciare solennemente il divieto di partecipare alla battaglia, divieto al quale tutti dovranno sottostare. Oltre a formulare una terribile minaccia di ritorsione nei confronti dell'eventuale trasgressore (sarebbe scagliato nelle profondità del Tartaro), Zeus lancia una sfida che intende mettere in evidenza la sua schiacciante superiorità su tutti gli dèi:

"Orsù dunque, provatevi, dèi, perché tutti possiate vedere;
fate pendere dal cielo una catena d'oro
e tutti quanti attaccatevi, dèi e dee:
ma non potrete tirare dal cielo sulla terra
Zeus, consigliere supremo, neppure se vi affaticaste moltissimo.
Invece, qualora io volessi tirare sul serio,
vi tirerei su con la terra e col mare,
e poi la catena a una cima d'Olimpo
legherei, e tutto rimarrebbe sospeso.
Tanto io sono al di sopra degli dèi e sono al di sopra degli uomini".
 (5)

La superiorità del potere di Zeus sul potere di cui dispongono tutti gli dèi messi insieme simboleggia l'essenziale nullità della molteplicità degli enti divini di fronte all'unità principiale.

Ma il potere di Zeus, che pure è supremo in rapporto a quello degli altri dèi, trova il proprio limite nella volontà inflessibile della Moira. La subordinazione di Zeus, dio personale, a questa impersonale volontà risulta chiarissima nei passi dell'Iliade in cui il Padre degli dèi e degli uomini, per conoscere il decreto della Moira, deve pesare le sorti dei contendenti per mezzo di una bilancia cosmica. I passi più espliciti si trovano, rispettivamente, nel libro VIII (vv. 69-75) e nel libro XXII (vv. 209 segg.): nel primo vengono pesate le sorti collettive dei combattenti troiani ed achei, nel secondo le sorti individuali di Achille e di Ettore. Cito dal secondo passo:

"Allora il Padre tese la bilancia aurea
e vi mise le due Chere di morte crudele,
quella di Achille e quella di Ettore domatore di cavalli
e, presala per il punto mediano, la tenne sospesa: precipitò il giorno fatale di Ettore
e andò all'Ade. Lo abbandonò Febo Apollo".
 (6)

Apollo abbandona Ettore al suo destino, Atena annuncia ad Achille che la vittoria sarà sua, Zeus rinuncia ad ogni proposito di scampare Ettore dalla morte. Tutti gli dèi si adeguano obbedienti alla volontà di una forza divina che li trascende.

Una analoga affermazione del supremo valore di Zeus è presente nella parodo dell'Agamennone di Eschilo, dove il Coro, composto da dodici vecchi, dopo avere rievocato l'inizio della spedizione contro la città di Priamo, innalza un inno solenne:

"Zeus, chiunque mai sia, se con tal nome
gli è caro esser chiamato,
con questo lo invoco.
Nulla posso paragonare a lui,
tutto ponderando,
tranne Zeus, se il vano peso derivante dall'angoscia
si deve veramente gettar via".
 (7)

Il Coro dice che, per liberarsi dall'angoscia causata dalla predizione di Calcante, secondo cui grande sarebbe stato l'odio di Artemide verso gli Atridi, è necessario ricorrere a Zeus, soltanto a Zeus, perché non c'è nulla e nessuno che possa stare alla pari con lui.
Zeus è il nome al quale ricorrono anche gli Stoici, per designare il Logos che plasma ogni essere e gli dà anima e vita. Espressione della religiosità stoica è l'Inno a Zeus composto da Cleante di Asso (IV-III sec.), che esordisce esaltando Zeus come origine e sovrano di tutto ciò che esiste:

"Gloriosissimo tra gl'immortali, dio dai molti nomi, onnipotente sempre,
Zeus, principio della natura, Tu che governi tutto con la legge,
salve!" 
(8)

Appena il filosofo poeta - scrive Max Pohlenz - "invoca Zeus 'dai molti nomi', i fedeli sentono che Zeus, Logos, Physis, Pronoia, Heimarmene non sono se non i nomi diversi dell'unica divinità universale" (9).

Anche Arato di Soli (320-250), nel solenne esordio dei Fainómena, chiama col nome di Zeus il principio della manifestazione cosmica, concepito come spirito onnipresente in ogni angolo del mondo:

"Cominciamo da Zeus! Lui, in quanto mortali, noi non tralasciamo mai
di nominare. Piene di Zeus sono tutte le vie,
tutte le piazze degli uomini, pieno ne è il mare
e i porti; ed a Zeus in ogni circostanza tutti facciamo ricorso" 
(10).

Invece Plutarco, per simboleggiare l'Unità e Unicità divina, non ricorre alla figura divina di Zeus, ma a quella di Apollo. Nel dialogo Sulla E di Delfi, dove vengono proposte alcune interpretazioni della lettera E (epsilon) raffigurata all'ingresso del tempio delfico di Apollo, la spiegazione decisiva è quella del maestro di Plutarco, Ammonio, secondo il quale la E, essendo letta eî, coincide con la seconda persona singolare del presente di eimì e quindi significa "tu sei". "Tu sei", detto al dio che esorta l'uomo a conoscere se stesso (gnôthi sautòn era appunto una frase incisa sulla facciata del santuario delfico) è dunque un riconoscimento del dio quale Essere.

"Bisogna dunque rivolgersi a Lui e salutarlo, quando Lo si adora, in questo modo: 'Tu sei'; oppure, per Zeus, dicendo, come alcuni tra gli antichi: 'Sei Uno'. Infatti il divino non è pluralità, come ciascuno di noi, che è fatto di diecimila discordi passioni: cumulo multiforme, orgogliosa mescolanza. L'Essere, invece, è necessariamente Uno, così come l'Uno è necessariamente Essere. (...) Quindi sta bene al dio il primo dei Suoi nomi, nonché il secondo e il terzo. È Apollon, infatti, perché esclude la pluralità e nega il molteplice; è Ieios in quanto Uno ed Unico; Foibos, perché così era chiamato dagli antichi - non è vero? - tutto ciò che è puro e incontaminato". (11)

Secondo un procedimento ermeneutico basato sul valore simbolico degli elementi di cui un vocabolo è costituito, il nome Apollon viene inteso come composto da a- privativo e da polýs, pollé, polý, "molto"; quindi: "senza molteplicità". Il nome Ieîos è messo in rapporto con heîs, "uno". Foîbos, etimologicamente connesso con fáos, "luce", significa "lucente, puro", quindi "non misto". La Persona divina di Apollo, insomma, è simbolo del principio uno ed unico della manifestazione universale, è il Supremo Sé di tutto ciò che esiste.

Sulle tracce di Plutarco, Numenio di Apamea (II sec.) interpreta Délphios, epiteto di Apollo, come un antico vocabolo greco che significa "unico e solo" (12).

Il “monoteismo solare”



Nel quadro di quel "monoteismo solare" che con Aureliano (274 d. C.) diventa religione ufficiale dell'Impero romano, la figura di Apollo viene identificata con Helios, il cui stesso nome latino, Sol, riecheggia significativamente l'aggettivo solus, "unico". All'epoca di Costantino le figure del dio solare - Apollo e Sol Invictus - risaltano sulle monete e nei rilievi dell'arco di trionfo.

È noto che nella fortuna del monoteismo solare nell'Impero romano ebbe un ruolo determinante un culto solare già molto diffuso fra i popoli del Mediterraneo orientale, specialmente in Siria. Depurato degli aspetti meno accettabili dallo spirito romano, il culto del cosiddetto "dio solare di Emesa", nato fra le popolazioni nomadi dell'Arabia preislamica, diventò un culto romano di Stato e il dio Sole fu identificato con Giove Capitolino e con Apollo. Questo fatto, che René Guénon avrebbe potuto definire come "un provvidenziale intervento dell'Oriente" a favore di Roma, poté verificarsi per la ragione che il culto solare della tarda antichità rappresentava la riemergenza di una comune eredità primordiale.
Ed è lo stesso Guénon che conviene citare per quanto concerne il significato del simbolismo solare:

"Il sole si impone (...) come il simbolo per eccellenza del Principio Uno (Allâhu Ahad): l'Essere necessario, quello che, solo, è sufficiente a Se stesso nella Sua assoluta pienezza (Allâhu es-Samad), e dal quale dipendono interamente l'esistenza e la sussistenza di tutte le cose, le quali senza di Lui nulla sarebbero. Il 'monoteismo' - se con questa parola si può tradurre 'Et-Tawhîd', benché se ne restringa un poco il significato facendo pensare quasi esclusivamente ad un punto di vista esclusivamente religioso - ha dunque un carattere essenzialmente 'solare'. (...) Non si potrebbe trovare un'immagine più vera dell'Unità che si dispiega nella molteplicità, senza cessare di essere se stessa e senza esserne influenzata, e che riconduce a se stessa, sempre secondo le apparenze, tale molteplicità; questa, in realtà, non è mai esistita, dato che non può esservi nulla fuori del Principio, a cui nulla può essere aggiunto e nulla sottratto, rappresentando Esso l'indivisibile totalità dell'Esistenza Unica" (13).

La dottrina del cosiddetto "monoteismo solare", secondo cui Helios è l'ipostasi del Principio, mentre le numerose divinità del pantheon greco-romano sono solo suoi aspetti specifici e settoriali, si trova esposta nell'inno Al Re Helios (Eis tòn basiléa Hélion) dell'imperatore Flavio Claudio Giuliano. Il riferimento fondamentale è Platone. Giuliano cita un brano della Politèia (508B-C) dal quale risulta che il Sole (Hélios) è, nel mondo sensibile (aisthetòs) e visibile (oratòs), ciò che il Sommo Bene, sorgente trascendente dell’essere, è nel mondo intelligibile (noetòs); in altre parole: l’astro diurno non è che un riflesso di quel Sole metafisico che illumina e feconda il mondo delle essenze archetipiche, le platoniche “idee”. Ovvero, per dirla con Julius Evola: “Helios è il Sole, non come astro fisico divinificato ma come simbolo di luce metafisica e di potenza in un senso trascendente” (14). Ma tra il mondo intelligibile dell’Essere puro e il mondo delle forme corporee percepibili dalla vista fisica e dagli altri sensi s’interpone un terzo mondo: un mondo che viene definito “intellettuale” (noeròs), ossia dotato di intelligenza.

Ricordo per inciso che il teosofo islamico Mahmûd Qotboddîn Shîrâzî (1237-1311) riassume la dottrina dei tre mondi dicendo che Platone e gli altri sapienti dell’antica Grecia “professavano l’esistenza di un doppio universo: da un lato l’universo del puro soprasensibile, che comprende il mondo della Divinità e il mondo delle Intelligenze angeliche; dall’altro, il mondo delle Forme materiali, vale a dire il mondo delle Sfere celesti e degli Elementi e, tra l’uno e l’altro mondo, il mondo delle Forme immaginali autonome” (15).

Ipostasi del Principio supremo (“figlio dell’Uno”) al centro di questo mondo mediano, Helios vi svolge una funzione mediatrice, coordinatrice e unificatrice in rapporto alle cause intellettuali e demiurgiche, partecipando sia dell’unità del Principio trascendente sia della molteplicità contingente della manifestazione fenomenica. La sua posizione è dunque la più centrale che possa essere concepita e giustifica il titolo di Re che gli viene riconosciuto. In termini teologici: tutti gli dèi dipendono dalla luce di Helios, che è l’unico a non essere sottoposto alla necessità costrittiva (anánke) di Zeus, con il quale, in realtà, egli si identifica.

Sulla scia di Henry Corbin, che include i "neoplatonici cosiddetti tardivi" (e quindi anche l'imperatore Giuliano) tra le coraniche Genti del Libro (16), uno studioso italiano ha suggerito che Helios "equivale a ciò che nell'Islam è chiamato an-nûr min 'amri-llâh, 'la luce che procede dal comando divino'", per cui la divinità solare "non è altra cosa da quella 'nicchia delle luci' dalla quale (...) è attinta ogni sapienza" (17).

Giuliano viene poi a trattare dei poteri (dynámeiai) e delle energie (enérgheiai) di Helios, cioè, rispettivamente, delle sue potenzialità e delle sue attività in relazione ai tre mondi. L'aspetto più considerevole di questa parte dell'Inno (143b-152a) consiste nel tentativo di ricondurre la molteplicità degli dèi ad una Unità principiale rappresentata per l'appunto da Helios, cosicché le varie figure divine ci appaiono come suoi aspetti, ovvero come Nomi corrispondenti alle sue innumerevoli qualità. Una dottrina analoga, d'altronde, era stata formulata da Diogene Laerzio, il quale interpretava Zeus, Atena, Era, Efesto, Posidone, Demetra come appellativi corrispondenti ai “modi della potenza” dell’unico Dio (18).

In Helios, dunque, confluisce il potere demiurgico di Zeus; né d’altronde esiste alcuna reale differenza tra i due. Atena Prónoia è scaturita, nella sua integralità, dalla totalità di Helios; essendo l’intelligenza perfetta di Helios, essa riunisce gli dèi che lo circondano e realizza l’unione con lui. Afrodite rappresenta la fusione degli dèi celesti, l’amore e l’armonia che caratterizzano la loro essenziale unità. Ma soprattutto, in quanto racchiude in sé i principi della più armonica sintesi intellettuale, Helios viene identificato con Apollo, il quale, date le sue qualità fondamentali di immutabilità, perfezione, eternità, eccellenza intellettuale, è la personificazione dell’unità divina esprimentesi come intelligenza pura ed assoluta.

L’ultima parte dell’Inno contiene una rassegna dei doni e dei benefici dispensati da Helios al genere umano, che da lui trae origine e da lui riceve sostentamento. Padre di Dioniso e signore delle Muse, Helios elargisce agli uomini ogni saggezza; ispiratore di Apollo, di Asclepio, di Afrodite e di Atena, egli è il legislatore della comunità; infine è lui, Helios, il vero fondatore e protettore di Roma. È dunque a questo dio, creatore della sua anima immortale, che Giuliano rivolge la richiesta di accordare all’Urbe un’esistenza parimenti immortale, identificando così “non solo la sua missione personale sulla terra, ma anche la sua salvezza spirituale, con la prosperità dell’Impero” (19).

Il discorso è suggellato da una preghiera finale a Helios, la terza contenuta nell’Inno: che il Re dell’universo conceda al suo devoto celebrante una vita virtuosa e un più perfetto sapere e, nell’ora suprema, lo faccia ascendere in alto fino a Sé.

Giuliano dedica l'Inno al Re Helios a quel Salustio che nel trattatello Sugli dèi e il mondo formula la dottrina dell'Unità nei termini seguenti: "La causa prima conviene che sia una, poiché l'unità precede ogni molteplicità e supera tutto in potenza e bontà; e per questo è necessario che tutto partecipi di essa, poiché nient'altro la ostacolerà, data la sua potenza, né la allontanerà, data la sua bontà" (20).

Considerata in un quadro storico, la teologia solare di Giuliano si colloca in una fase matura del neoplatonismo, nella quale i cardini dottrinali di questo movimento spirituale si trovano già definitivamente fissati e consolidati. Se il fondatore della scuola, Plotino (204-270), aveva riconosciuto nell’Uno il principio dell’essere ed il centro della possibilità universale, il suo successore Porfirio di Tiro (233-305) aveva dedicato alla teologia solare un trattato Sul Sole, andato perduto (21). Ne sussiste una citazione nei Saturnalia, là dove Macrobio, riconducendo al principio solare Apollo, Libero, Marte e Mercurio, Saturno e Giove, dice che secondo Porfirio "Minerva è la forza del Sole che dà prudenza alle menti umane" (22). D'altronde nel trattato Sulla filosofia degli oracoli (23), Porfirio aveva citato un responso apollineo secondo il quale c’è un solo dio, Aiòn (“Eternità”), mentre gli altri dèi non sono altro che i suoi angeli.

Dopo Giuliano, è possibile seguire la tradizione “solare” fino a Proclo (410-485), autore fra l’altro di un Inno a Helios in cui Helios è invocato come “re del fuoco intellettuale” (pyròs noeroû basileû, v. 1) e “immagine del dio generatore di tutte le cose” (eikôn panghenétao theoû, v. 34) (24), cioè come epifania del Dio Supremo. Per quanto riguarda la pluralità degli dèi della religione, Proclo la risolve riportandola all’Uno; e l’Uno è Dio, perché, argomenta, il Bene e l’Uno sono la stessa cosa e il Bene si identifica con Dio (25). Si capisce allora perché Henry Corbin abbia caldamente auspicato il confronto tra la teologia di Proclo e le dottrine dello Pseudodionigi e dello Shaykh al-Akbar. In particolare, egli scrive, sarebbe molto istruttiva

“una comparazione approfondita fra la teoria dei Nomi divini e delle teofanie che sono i Signori divini: voglio dire dal parallelismo tra Ibn ‘Arabî da una parte – l’ineffabilità del Dio, che è Signore dei Signori e le molteplici teofanie costituite dallan gerarchia dei Nomi divini – e Proclo dall’altra – la gerarchia che si origina nell’enade delle enadi manifestata da queste stesse enadi, e che si propaga attraverso tutti i gradi delle gerarchie dell’essere” (26).

Ma quella che è stata definita “l’ultima attestazione del sincretismo solare in Occidente” (27) è la preghiera di Filologia al Sole (28), "documento notevole della ‘teologia solare’ del tardo neoplatonismo” (29) dovuto ad un contemporaneo di Proclo, Marziano Capella. Ultima attestazione, perché verso il 531, con la fuga in Persia dello Scolarca Damascio (470-544) e degli altri neoplatonici, la tradizione “solare” continuerà la propria esistenza negli stessi luoghi dai quali si era irradiato, diffondendosi in tutta l’Europa, il culto di Mithra.

A parere di Franz Altheim, la teologia solare elaborata dai neoplatonici non fu priva di relazione col monoteismo islamico, tutt'altro. "Il messaggio di Maometto - egli scrive - era infatti incentrato sul concetto di unità ed escludeva che la divinità potesse avere un 'compagno', ricalcando così le orme degli antecedenti e conterranei Neoplatonici e Monofisiti. L'impeto religioso del Profeta riuscì quindi a far emergere con accresciuta forza ciò che prima di lui altri avevano sentito e anelato"(30).

di Claudio Mutti



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Bibliografia:

1. R. Guénon, Aperçus sur l'ésotérisme islamique et le taoïsme, Gallimard, Paris 1973, p. 38.
2. R. Guénon, Monothéisme et angélologie, "Études Traditionnelles", n. 255, ott.-nov. 1946.
3. Ibidem.
4. Ibidem.
4bis. “Princeps deus, qui omnem mundum regit” (Cicerone, Somnium Scipionis, 3).
5. Omero, Iliade, VIII, 23-27. (La traduzione di questo brano è stata eseguita da me, così come quelle degli altri testi greci e latini, ad eccezione del passo di Proclo che riportato nella versione di Michele Losacco).
6. Omero, Iliade, XXII, 209-213.
7. Eschilo, Agamennone, 160-166.
8. Cleante, Inno a Zeus, I Powell, 1-3.
9. M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, La Nuova Italia, Firenze 1967, I, p. 218.
10. Arato, Fenomeni, 1-4.
11. Plutarco, De E apud Delphos, 393 b-c.
12. "Apóllona Délphion vocant, quod (...), ut Numenio placet, quasi unum et solum. Ait enim prisca Graecorum lingua délphon unum vocari" (Macrobio, Saturnalia, I, 17, 65).
13. R. Guénon, Et-Tawhîd, "Le Voile d'Isis", luglio 1930.
14. J. Evola, Ricognizioni. Uomini e problemi, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, p. 140.
15. H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall'Iran mazdeo all'Iran sciita, Adelphi, Milano 1986, p. 140.
16. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 70.
17. R. Billi, L'Asino e il Leone. Metafisica e Politica nell'opera dell'Imperatore Giuliano, tesi di laurea, Università di Parma, anno acc. 1989-1990, pp. 79-80.
18. Diogene Laerzio, VII, 147 (Stoicorum Veterum Fragmenta, II, fr. 1021).
19. M. Mazza, Filosofia religiosa ed "Imperium" in Giuliano, in: AA. VV., Giuliano Imperatore, Atti del Convegno della S.I.S.A.C. (Messina, 3 aprile 1984), a cura di B. Gentili, QuattroVenti, Urbino 1986, p. 90.
20. Sallustio, Sugli dèi e il mondo, a cura di C. Mutti, Edizioni di Ar, 2a ed., Padova 1993, pp. 27-28.
21. Il trattato di Porfirio è citato da Servio (Commento alle Ecloghe, V, 66) ed è forse da identificarsi col trattato Sui nomi divini; o, forse, faceva parte della Filosofia degli oracoli. Cfr. G. Heuten, Le "Soleil" de Porphyre, in Mélanges F. Cumont, I, Bruxelles 1936, p. 253 sgg.
22. "et Porphyrius testatur Minervam esse virtutem Solis quae humanis mentibus prudentiam subministrat" (Macrobio, op. cit., I, 17, 70).
23. G. Wolff (a cura di), Porphyrii de philosophia ex oraculis haurienda librorum reliquiae, Springer, Berlin 1866.
24. Proclo, Inni, a cura di D. Giordano, Fussi-Sansoni, Firenze 1957, pp. 20-25.
25. Proclo, Elementi di teologia, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1983, pp. 94-95.
26. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, cit., p. 8.
27. R. Turcan, Martianus Capella et Jamblique, "Revue des Études Latins", 36, 1958, p. 249.
28. Marziano Capella, De nuptiis, II, 185-193.
29. Martiani Capellae De nuptiis Philologiae et Mercurii liber secundus, Introduzione, traduzione e commento di L. Lenaz, Liviana, Padova 1975, p. 46.
30. F. Altheim, Deus invictus. Le religioni e la fine del mondo antico, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, pp. 115-116.

Se il marchio "Osho" diventa un affare....


LA VIA SPIRITUALE DI OSHO E' RISERVATA AI RICCHI?
Viene da chiederselo osservando come vanno le cose. 


Negli ultimi tempi ho modo di conoscere sempre più persone che si avvicinano in modo appassionato al mondo di Osho, ma non si possono permettere di fare, poi, passi ulteriori. Devono rinunciare a partecipare a gruppi di crescita, a semplici giornate di meditazione, o a qualsiasi lavoro su di sé perché gli alti prezzi dei centri di meditazione non glielo permettono. 


Nel tempo sono venute meno anche feste d'incontro o momenti aperti veramente a tutti. In alternativa ci sarebbe la possibilità di trascorrere un periodo di vita e di lavoro nelle stesse strutture, ma mi è giunta notizia che per farlo, da un po' di tempo, occorre pagare anche per il servizio gratuito offerto. 

Tutto questo lascia tristezza perché fino a pochi anni fa soggiornare nelle comuni era per noi simpatizzanti e discepoli, il modo più intenso per portare nella vita di tutti i giorni l'arte della meditazione: vivere a contatto con altri ricercatori immersi in un campo di energia dove il focus è il lavoro su di sé e il lavoro comunitario. Meditare e celebrare insieme la vita. Unire l'aspetto materiale a quello spirituale, così come Osho ci ha indicato creando la figura di Zorba il Buddha, l'“uomo nuovo”. Oggi, fondamentalmente, se non hai denaro rimani pressochè abbandonato a te stesso. Possibile che in appena venti anni dall'uscita di scena del Maestro sia già avvenuto tutto questo?

Scrivo questo pezzo spinto dalla sorpresa che mi ha suscitato una serata trascorsa in un centro Hare Krishna della mia città: incontro iniziato con dei kirtan, (i mantra indiani cantati collettivamente), proseguito con l'intervento di un discepolo che ha raccontato e commentato un'antica storia Vedica, e poi ancora Kirtan e una gustosa cene finale. Il tutto a offerta libera... 



Jalsha, sanyasin dal 1981


AIDS... il solito affare farmaceutico - Con memorie sui casi di Calcata



Il 1 dicembre 2013, come ogni anno,  è trascorsa la giornata mondiale dell’AIDS…. nel silenzio generale.  Forse la lebbra degli anni duemila non fa più paura? Forse meglio non rovistare nello sporco e forse  dovrei disinteressarmene anche  io.  Ma qualcuno (o qualcosa) mi ha spinto a riprendere questo tema scottante…. 
Chi consiglia la prevenzione profilattica, chi raccomanda l’astinenza, chi propugna il lasciar fare alla natura, chi denuncia che questa malattia è stata inventata in laboratorio dai soliti dr. Stranamore… e chi invece descrive  l’immunodeficienza come una male della psiche od una disfunzione dovuta a squilibri ecologico ambientali.
L'Aids  è stato anche a  Calcata un flagello non da poco, infatti è proprio lì, in mezzo agli artisti ed agli alternativi,  che vi sono stati i primi casi italiani conclamati di AIDS e  diverse persone sono morte a causa di ciò… 
Forse è questo che mi spinge a parlarne. D’altronde ricordo che parecchi anni fa  quando ci fu il primo morto calcatese (Simone), scrissi una lettera ad Eugenio Scalari, che allora dirigeva Repubblica, e lui la pubblicò su Venerdì  integralmente, era intitolata  “AIDS, la lebbra del 2000”  in essa denunciavo l’inaccuratezza e la incapacità di affrontare questo problema da parte della medicina ufficiale….
Ancora sono di quell’opinione, ovvero che   l’AIDS è come la lebbra in parecchi suoi risvolti,  ed oggi riporto qui alcuni pareri di medici importanti, non scalzacani, che descrivono il problema di questo male come un problema di “società” oltre che medico-farmaceutico…..
Inizio parlando di   Luc Montagnier,  che  è lo  scienziato  che, nel 1983, ha dichiarato di aver scoperto il retrovirus HIV ritenuto essere responsabile della sindrome AIDS. Per tale motivo  gli è stato assegnato nel  2008 il premio Nobel per la medicina. Nel corso di questi venticinque anni la sua scoperta è stata ampliamente contestata da numerosi altri scienziati tra i quali Peter Duesberg, il massimo virologo esistente, autore del libro “Aids: il virus inventato”, Kary Mullis, premio Nobel 1993, Papadopulos. Turner, Papadimitriou, scienziati australianì, Heinz Ranger, premio Koch nel 1978, Alfred Hassig, professore di immunologia all’università di Berna, De Marchi e Franchi autori del libro “Aids la grande truffa” e tanti altri tra i quali spicca Stefan  Lanka. Lanka venne accusato di 14 omicidi e di cinquecento tentati omicidi per aver affermato che, non essendo  riuscito ad isolare il retrovirus Hiv, dichiarava ufficialmente errate le scoperte di Montagnier. Subì un processo penale ma fu assolto perché non si trovò alcun scienziato disposto a giurare di aver isolato tale retrovirus (sentenza del Tribunale di Gottingen del 24/2/97). Naturalmente i media non ne hanno mai fatto menzione.
Nel frattempo Montagnier ha però riscontrato che sempre più persone, pur avendo avuto diagnostica di sieropositività , non hanno sviluppato la sindrome dell’Aids e, pertanto, afferma:
“…..alcuni individui si infettano (Hiv) ma non sviluppano la malattia (dell’aids) e mantengono spontaneamente sotto controllo la replicazione del virus: Questi individui vengono chiamati èlite proprio perché il loro sistema immunitario ha trovato il sistema giusto per bloccare il virus. La nostra speranza sta nello studio di questi individui (pag. 9 Nova “Il sole24 ore” – 11 dicembre 2008)
“…..test genetici possono rilevare fattori ossidativi………..lo stress ossidativo può creare una mutazione del DNA ed è sovente correlato anche allo stress psicologico…………Mens sana in corpore sano ……bisogna convincere  medici e politici…..)  (trasmissione televisiva “Che tempo che fa” Rai 3 – 1 febbraio 2009)
“L’aids non porta necessariamente alla morte, specialmente se si eliminano i co-fattori che supportano la malattia. E’ molto importante dare a questi co-fattori lo stesso peso che diamo all’hiv:  I FATTORI PSICOLOGICI SONO DI VITALE IMPORTANZA PER SOSTENERE IL SISTEMA IMMUNITARIO.  E se si elimina questo sostegno, DICENDO A CHI E’ MALATO CHE E’ CONDANNATO A MORIRE, BASTERANNO QUESTE PAROLE A CONDANNARLO” (riportato su Wikipedia).
Si può ascoltare in internet you tube  una breve (1 minuto)  ma incisiva intervista a Montagnier dal titolo: Nobel Laureate Montagnier, HIV  Can be cleared naturally House of numbers che traduciamo:
Montagnier: possiamo essere esposti all’Hiv molte volte senza essere cronologicamente infettati
Il nostro sistema immunitario può far fronte al virus entro poche settimane se si ha un buon sistema immunitario
Domanda: se si ha un buon sistema immunitario non c’è pericolo di ammalarsi?
Risposta  di Montagnier: sì
Domanda. Anche gli africani se hanno un buon sistema immunitario possono evitare il contagio?
Risposta di Montagnier: sì lo penso. E’ una conoscenza importante che è completamente trascurata. La gente pensa sempre a droghe o vaccini.
Domanda. Succede per denaro?
Risposta di Montagnier: sì è per profitto..”

Paolo D’Arpini


(Le parti tecniche e le traduzioni sono  della prof.ssa  Paola Botta Beltramo)

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Precisazioni di Paola Botta Beltramo: 

"Caro Paolo D’Arpini, in relazione al tuo post  “AIDS...il solito affare farmaceutico “, preciso che non sono medico nè  professoressa e che mi sono interessata del problema dell’aids  perchè seguivo già nel 1984 l’antropologo-teosofo Bernardino del Boca che, fin da allora, scrisse che le scoperte  “scientifiche”  hiv-aids erano errate.
 
Ho  incontrato persone con diagnostica di sieropositività che non hanno sviluppato l’aids. Alcuni sono fra quelli che  Montagnier definisce  “elitari” ovvero persone  con sistema immunitario particolare. Quest’anno  alcuni scienziati   dichiarano  che esistono due specie di hiv e che molto probabilmente  costoro appartengono alla specie meno aggressiva.  Mi  risulta invece, dalle testimonianze delle persone che ho conosciuto , che non hanno sviluppato la sindrome aids perchè  avevano ben compreso che la scoperta del retrovirus hiv era errata  e non avevano mai assunto AZT.  Pochi medici si domandano perchè il tumore di Kaposi, che se viene rilevato comporta la diagnostica di aids e che affermano essere generato dal retrovirus hiv “mutante,” esisteva già prima della scoperta dell’hiv  e si trovava prevalentemente in persone sole o abbandonate (bambini in orfanatrofio, persone anziate  isolate) ovvero fra i reietti della società come poi lo sono stati alcuni   sieropositivi.
  Ho incontrato  a Stoccarda nel 2004  il genetista-virologo Stefan  Lanka che mi ha pregato di divulgare i fatti accaduti nel Tribunale di Gottingen, censurati dai media, e   il dr. R.G. Hamer le cui scoperte sono considerate, anche dallo stesso Lanka, importanti per comprendere le cause di tale sindrome.  Va ricordato che per essersi opposti alle scoperte e  alle cure chemioterapiche, l’AZT ne fa parte,  molti medici, compresi Lanka e Hamer, hanno subito processi penali  - Hamer è stato oltre due anni in carcere – e che ora anche lo stesso prof. Veronesi dichiara che occorre ridurre la chemio fino ad eliminarla.
Dall’ ascolto del dialogo intercorso  tra il giovane manager e il giornalista Severgnini   http
://www.youtube.com/watch?v=KTtdtFXh14Q (14’ dall’inizio)  si può forse già comprendere perchè B. del Boca affermava che solo attraverso la sintesi fra le varie scienze (comprese quelle finanziarie), sottoposta alla luce della spiritualità,  si potrà meglio comprendere l’attuale dimensione umana.
 
Un caro saluto.  Paola Botta Beltramo"

Memoria del DNA - Il patrimonio genetico va mantenuto integro... - Ovvero: "Perché gli OGM sono inutili e dannosi.."



Il DNA, molecola della vita, presente in tutti gli organismi viventi, dialoga con l’ambiente e spesso si modifica per adeguarsi ai cambiamenti ambientali. Alcune di queste modifiche, invisibili, passano anche alle generazioni future. Il DNA dell’adulto è diverso da quello del giovane. La vita è una danza continua del DNA con tutte le altre componenti interne ed esterne all’organismo. Il DNA non è statico, costituito da una sequenza ordinata di geni (pezzi di DNA), così come si è pensato per molto tempo, ma è dinamico, costituito da un insieme di geni che possono mutare, spostarsi e collaborare con altri pezzi di DNA e fare altre cose ancora, a noi sconosciute. 
Queste nuove conoscenze sul DNA, ci danno la certezza che i geni non sono pezzi che possiamo spostare a nostro piacimento e soprattutto non li possiamo brevettare, come hanno fatto e continuano a fare molte multinazionali per geni umani e vegetali, per sfruttarli commercialmente. Si può brevettare qualcosa che garantisce una funzione costante in un tempo ragionevolmente lungo. Se non è così il brevetto è falso. Così tutti i geni brevettati sono dei falsi, come confermano alcune sentenze negli USA. 
Questo spiega in parte perché anche gli OGM sono dei falsi. Infatti, gli OGM sono instabili, tanto che gli agricoltori devono ogni anno acquistare i semi. Sono instabili per diversi motivi. Primo perché il transgene non è il gene originale, è un gene sintetizzato, approssimativamente simile a quello originale; secondo perché i legami che tengono il transgene unito al resto del DNA sono deboli; terzo perché all’interno del transgene ci sono dei punti particolari, detti punti caldi alla ricombinazione.
Tutto ciò sfascia gli OGM, rendendoli diversi da quelli costruiti dagli ingegneri genetici, con l’aggravante che il DNA transgenico, attraverso l’aria, l’acqua superficiale e profonda, ed il suolo, si ricombina al DNA di altri organismi creando nuovi virus, nuovi batteri e quindi nuove malattie. Se a ciò si aggiunge che non è vero che le colture geneticamente modificate (GM) fanno aumentare le produzioni o i redditi degli agricoltori, ma anzi fanno aumentare i costi di produzione con un maggior uso di prodotti chimici, venduti dalle stesse multinazionali, che inquinano l’ambiente, con ricadute negative sulla salute, sulla biodiversità e sugli ecosistemi, con estinzione di specie e formazione di super parassiti, possiamo concludere che gli OGM sono pericolosi e inutili. 
Che gli OGM non avrebbero permesso di ottenere i risultati previsti dalle multinazionali e, purtroppo, anche da alcuni scienziati, lo si sapeva già da quando si capì che i geni non sono indipendenti ma lavorano insieme e con l’ambiente. Considerando che una componente dell’ambiente è il cibo, si comprende perché alla base di molte malattie ci sono le relazioni con l’ambiente e l’alimentazione.
Abbiamo, dunque bisogno di sistemi agricoli, alimentari ed energetici sostenibili e non di sistemi agricoli industriali, inquinanti e che vogliono promuovere la coltivazione di OGM. Facciamo sapere queste cose anche alla Commissione Europea. La scienza regala fondi all’industria delle biotecnologie La nuova ricerca genetica invalida la scienza che regala 73,5 miliardi di dollari all’industria mondiale delle biotecnologie, confermando così perché la modificazione genetica è inutile e pericolosa. 
Abbiamo bisogno di realizzare sistemi agricoli, alimentari ed energetici sostenibili. E’ sbagliato continuare ad investire per una ricerca che oltre ad essere inutile è anche dannosa. (Mae-Wan HO).
Pietro Perrino

Società e psiche collettiva - Bisogni religiosi e consapevolezze laiche



Nei miei credo non è contemplata la incarnazione o la reincarnazione ma sono  cosciente che le religioni impartiscono leggi comportamentali. Io non mi preoccupo affatto del percorso altrui ma solo della mia crescita. Ho però bisogno degli altri per poter vedere me stesso.  Ritengo  che solo l'esempio può essere di vero aiuto per gli altri e senza modestia credo di aver influenzato molte persone. So che non debbo giudicare perché non ne ho le capacità  né il diritto.

Ho riflettuto  sul motivo per cui le religioni sono venute in essere e ho sentito che la maggior attrattiva delle religioni da parte delle popolazioni più sofferenti è la loro ricerca di un aiuto esterno che soddisfi il  loro bisogno di una logica per accettare le loro disgrazie. Ma secondo me facciamo parte di un tutt'uno dove siamo alla pari con il sole che sorge ogni mattina o il freddo d'inverno e il caldo d'estate. In fondo la religione è più un fatto individuale,  ed  anche un modo di aggrapparsi alle proprie radici culturali e cosi sentirsi più sicuri.

Roberto Anastagi

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Mie  considerazioni: 

Vorrei specificare che incarnazione è altra cosa di reincarnazione. Secondo un filone buddista, che prediligo, esiste solo una massa psichica (inconscio collettivo) che contiene tutte le tendenze mentali vissute o  vivibili durante l'esistenza da tutti gli esseri senzienti. La scintilla singola si definisce incarnazione. Alla morte della persona l'energia individuale si fonde con l'universale. Ma le tendenze innate incompiute si aggregano in un grumo (programma) che attira la coscienza verso nuove incarnazioni. Insomma non è la stessa anima che si reincarna... ma le pulsioni psichiche che cercano nuove soluzioni evolutive. Il problema è che durante la vita l'anima, intendendo la coscienza individuale,  si identifica con il corpo mente e di conseguenza ritiene che il processo evolutivo vissuto le appartenga, al contrario tale processo di apparizione nel manifesto è del tutto automatico (causa effetto). I cosiddetti "altri" sono solo sembianze di noi stessi  riflesse nel nostro specchio mentale. Considera in ogni caso che tali "elucubrazioni" non hanno valore dal punto di vista della consapevolezza non duale assoluta, ma disquisendo nell'ambito relativo possono aiutarci a distaccare la nostra coscienza dal processo del divenire...  

Paolo D'Arpini  

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Commento di  Franca Oberti: "Noi ci diciamo pacifici, libertari, rispettiamo l'idea degli altri, ma restiamo fermi nelle nostre convinzioni e a volte ci arrocchiamo nei nostri credo. Forse è proprio questo che tiene in scacco tutto il mondo, l'idea di non saperci lasciar andare e abbandonarci a qualcosa di inspiegabile, invisibile, insondabile. Non riesco mai a dare risposte convinte a nessuno dei vostri interventi, mi limito a segnalarvi il mio pensiero, il mio sentire e ogni tanto qualcuno mi fa capire che prova le stesse sensazioni, e questo mi entusiasma, perché trovo una parte del mio DNA in giro per il mondo, uno scambio di vita passata, qualcosa che ci accomuna. Perché noi tutti, alla fine, cediamo qualcosa di noi, lasciamo impronte infinitesimali che altri raccoglieranno e questo, secondo me è parte dell'Uno, quell'Uno che tanti di noi continuano a negare e dichiarano che "contenti loro contenti tutti". Invece, come dice Paolo, noi ci rispecchiamo negli altri e talvolta vediamo il nostro negativo, a volte scopriamo una sorella, un fratello passati, un nemico... ecco le tante interazioni, inimicizie e amicizie. Ogni volta che nella nostra mente si crea un pensiero, è già patrimonio di tutti; a cosa servono i brevetti, i diritti riservati... ci sarà sempre qualcuno che riceve le nostre frequenze e noi non possiamo farci niente, fa parte dell'evoluzione della specie, e che specie! Potremmo essere dei e invece siamo ancora diavoli!"

Maschile e Femminile e l'incontro nell’umana congiunzione!


Collage di Vincenzo Toccaceli

Il femmineo (e la sua simbologia) è mutato radicalmente nel corso dei secoli. Nella remota antichità il femminile era rappresentativo di un potere creativo assoluto e totale. Tutte le divinità si mostravano in aspetto femminile od in forme che evocavano tale qualità, a cominciare dalla Grande Madre, la natura stessa, sino a Madre Acqua, Madre Luna ed anche Madre Sole, etc. (la formula sacra più antica, il Gayatri Mantra, è dedicato a Savitri, la dea dell’energia solare).
Le donne in quanto incarnazione primigenia del potere procreativo erano pertanto degne di amore e di devozione. La paternità era “sconosciuta” (ovvero ignorata), la madre esisteva di certo e questo era un dato incontrovertibile… Come poi l’operazione procreativa accadesse era lasciato agli umori materni che venivano influenzati o sollecitati dall’amore rivolto dai maschi verso tutte le madri. 
Insomma il padre era un semplice elemento ispirante per promuovere la maternità, non un fattore primo ma un incidentale aiuto….
Questo sino ad un certo punto, finché non cambiarono pian piano le cose e le responsabilità nelle funzioni creatrici si rovesciarono. Ma non avvenne tutto assieme, questo andamento evolutivo dal matrismo al patriarcato prese secoli e secoli per consolidarsi. Gli studi dell’archeologa lituana Gimbutas tendevano proprio a dimostrare l’esistenza di un lunghissimo periodo di transizione fra matrismo e patriarcato. Sicuramente gli “autori” del patriarcato nacquero sulle sponde dell’Indo, la civilizzazione più antica sulla faccia della terra (antecedente ai Sumeri ed agli Egiziani di migliaia di anni), in quel “paradiso terrestre” avvenne il riconoscimento del valore della paternità come fattore “portante” e di conseguenza come elemento stimolativo per una nuova religione e mitologia. Ma il processo anche qui fu lento, dovendo giustificarsi con fatti sostanziali che ne garantissero l’accettazione per mezzo di consequenzialità storica e di significati allegorici.
Avveniva così ad esempio nella mitologia induista in cui Parvati, la Dea primordiale crea da se stessa un figlio che la protegga dall’arroganza dei maschi che servivano Shiva, il suo sposo. Questo suo figlio, Ganesh, è talmente potente che è in grado di impedire l’accesso alla camera della madre a Shiva stesso (perché non aveva chiesto il permesso di avvicinarsi, notate bene questo particolare importante in cui si garantisce alla madre il diritto di scelta nel rapporto). A questo punto Shiva invia le sue truppe maschili all’attacco di Ganesh ma tutti i suoi “gana” vengono sconfitti e Shiva medesimo vien lasciato con un palmo di naso ed infine è solo con l’inganno e chiedendo aiuto all’altro dio maschile, Vishnu, definito il conservatore, che riesce a sconfiggere Ganesh… ma non fu una totale debacle…. poiché poi, per amore di Parvati, Shiva accetta di essere padre, ovvero riconosce che Ganesh è suo figlio e lo ristora alla vita, cambiandogli però testa… (ed anche qui notate le simbologie connesse…).
Questa descrizione fantastica la dice lunga sul significato della trasformazione epocale in corso 15.000 anni prima di Cristo…. Molto più tardi, ma sempre in un ambito di civiltà indoeuropea, vediamo addirittura che è il dio maschile a creare da se stesso. Ed è quanto avviene a Giove che, non aiutato dalla consorte, produce dal proprio cervello Minerva. I tempi a questo punto son già mutati, il patriarcato ormai impera sovrano, le donne sono fattrici (od etere buone solo a passare il tempo), persino l’amore, quello vero e nobile, si manifesta fra maschi (vedasi la consuetudine di tutti i maestri greci di avere ragazzini per amanti). In quel tempo la condizione femminile era alquanto scaduta ed in Europa od in Medio Oriente restavano sacche di resistenza solo qui e lì.
Ad esempio nella tradizione giudaica la trasmissione della appartenenza al “popolo eletto” avveniva (ed è ancora oggi così) per via materna, ultimo rimasuglio matristico in mezzo ad una serie di regole molto patriarcali e misogine. Tale misoginia fu assunta –in modi differenti- anche dalle altre due religioni monoteiste:  il cristianesimo e l’islamismo. Nell’islamismo però, malgrado la visione della donna in chiave di sudditanza, si salvò il criterio di bellezza e nobiltà dell’amore sensuale, infatti il profeta Maometto ebbe diverse mogli e persino il suo paradiso era riempito di belle donne accoglienti. Questo almeno consentiva un naturale intercourse di rapporti fra i due sessi. 
Purtroppo non avvenne la stessa cosa nel cristianesimo ove prevalse, anzi peggiorò, la misoginia originaria ebraica. Se nell’ebraismo la divinità, sia pur vista in chiave di “dio padre”, manteneva un distacco verso le cose del mondo, essendo un dio non rappresentabile e puro spirito, nel cristianesimo per poter giustificare la divinità del “figlio” si cancellò completamente il ruolo creativo della madre. Maria concepì vergine dallo spirito santo, la sua è una prestazione completamente passiva e deriva da una scelta del dio padre di impalmarla e renderla madre. Insomma la povera Maria è equiparabile ad una “prostituta” spirituale.
Da questa visione deriva anche la ragione cartesiana pseudo scientifica che indica la natura come passiva, inerte e pure stupida… Insomma lo spirito maschio “infonde” la vita e la “buona” madre porta in grembo quanto le viene concesso di portare….
Capite da voi stessi che tale proiezione è ormai improponibile ed obsoleta, sia pur che la maggioranza degli uomini ancora vi si crogiola, illudendosi con favole religiose ed ideologiche della “superiorità” maschile, della “superiorità” dell’intelligenza speculativa scientifica, della “superiorità” del potere e della forza. Così non si fanno passi avanti nell’evoluzione della specie. E’ ovvio che entrambi questi aspetti, matrismo e patriarcato, hanno avuto una loro funzione storica per lo sviluppo delle “qualità” della specie umana. Ora è giunto il tempo di comprenderne la totale complementarietà e comune appartenenza, ma non per andare verso una specie unisex, bensì per riconoscere pari valore e significato ad entrambi gli aspetti e funzioni…. in una fusione simbiotica.
Anche se… diciamola tutta… il femmineo avrà sempre la mia riconoscenza e rispetto ed amore devoto, poiché merita di essere “prediletto” per la sua specialità… Purché rinunci a satana ed alle sue pompe, ovvero all’uso indirizzato e furbo di tali buone qualità..!

Paolo D’Arpini


Lao Tze, I Ching ed il "ritorno" all’Assoluto non-duale


Secchio taoista - Collage di Vincenzo Toccaceli


“La verità non può essere perseguita, è sempre presente e manifesta, altrimenti non sarebbe verità ma semplice descrizione. E la descrizione non è mai la sostanza…” (Saul Arpino)

L’idea del “ritorno”, che costituisce uno degli elementi di primaria importanza nel Tao-te-king, affiora già nel Libro dei Mutamenti (I Ching).
Sotto l’esagramma Fu si legge: “Ritornare é pervenire al Tao..”.
Un commento attribuito a Confucio dice: “La ragione del Cielo é abbagliante e si abbassa sino alla terra. La ragione della Terra é umile e si eleva al Cielo. La ragione del Cielo diminuisce ciò che é elevato ed aumenta ciò che é basso. Gli spiriti nuocciono a ciò che é pieno e fanno del bene a ciò che è vuoto. La ragione del Cielo detesta ciò che é pieno di sé ed ama colui che é umile. L’umiltà é onorata e splendente: essa si abbassa e non può essere sormontata, essa é il fine del saggio!”
L’esaltazione della semplicità, descritta nel Tao-te-king preesisteva a Lao Tze. Un moderno filosofo cinese, Lang-si-ciao ritiene che il “non agire” taoista corrisponda alla “semplicità” dell’I Ching.
Se Lao Tze rielaborò alcuni pensieri già esistenti nella Cina antica e si valse di essi come pietre per edificare la montagna di Golconda del suo sistema filosofico, non é però detto -come alcuni studiosi sostengono- che tali concetti provenissero dall’antica India… E’ vero che la filosofia Vedica  sembrerebbe la più antica elaborata dall’uomo, e le sue implicazioni influenzarono il pensiero metafisico del mondo conosciuto. Ma questo é ciò che appare in quanto tale ricerca del vero risulta “codificata” nella memoria e quindi si fa riferimento ad essa come ad una “fonte”. Personalmente sono dell’opinione che sia il Taoismo che il Vedanta, entrambi di natura non-dualistica, fiorirono spontaneamente per logica propria.  Simili sistemi trovarono luce non solo in Cina ed in India ma pure in Europa, in Asia minore, in Africa e nelle Americhe. Tutto avvenne  a partire da quel periodo di “Fioritura Culturale” che potrebbe essere indicato nella fine del neolitico, con la scoperta dell’agricoltura e quindi dell’aumento delle risorse alimentari disponibili, che facilitarono lo sviluppo del pensiero  analitico concettuale ed artistico, ed è contemporaneo alla scoperta della scrittura. Alcune immagini non dualistiche sono riconoscibili, ad esempio,  nel pensiero ebraico  con “Io sono quell’Io sono” o nella filosofia presocratica…. con il concetto del “Tutto” che continuamente si svolge in se stesso.
Insomma inutile cercare ove il pensiero originale dell’Assoluto, “che tutto comprende e da cui tutto é originato ed a cui tutto ritorna” (inteso come superamento del teismo personale), sia apparso per la prima volta… si può invece supporre che tale filosofia sorga all’interno di varie famiglie umane, nel momento in cui la raffinatezza del pensiero raggiunge un culmine.
“Tutto é uno e perfetto in se stesso”, affermano le Upanishad dell’India ed il perseguire il “perfezionamento” è solo la proiezione di un  concetto basato su un altro concetto… la verità è qualcosa di molto semplice….

E per finire un’invocazione di Chuang-tze:
“Mio Maestro, mio Maestro, tu che distruggi senza essere cattivo! Tu che edifichi senza essere buono! Tu che fosti prima dei tempi e che non sei vecchio! Tu che copri tutto come il Cielo, che porti tutto come la Terra, che sei autore di tutto senza essere abile.. Comprenderti così, ecco la gioia celeste. Sapere che io sono nato per la tua influenza, che alla mia dipartita rientrerò nella tua Via, che riposando comunico allo Yin la tua modalità passiva, che agendo comunico allo Yang la tua modalità attiva: ecco la felicità suprema… L’azione dell’Illuminato si confonde con l’azione del Cielo, il suo riposo col riposo della Terra. Il suo saldo Spirito domina il mondo!”
Paolo D’Arpini     

Shoah, sogno o memoria? - Una verità un fotogramma una storia un’opinione una visione…?

“La verità non può essere né affermata né perseguita che altrimenti non sarebbe più vera ma solo un’immagine (un fotogramma una storia un’opinione una visuale). La verità è sempre e non in un momento particolare od in una condizione spaziale” (Saul Arpino)



Paolo, ti scrivo e non per dirti come sto, ma per qualcosa di ben più importante….Un tarlo che mi rode dentro e che rischia di consumarmi, se non lo caccio fuori!   Ho letto il tuo articolo  (http://www.circolovegetarianocalcata.it/2010/10/19/olocausto-shoah-stabilito-per-legge-secondo-riccado-pacifici-e-pareri-altri/circa la verità sull’Olocausto e la necessità di approfondire, con studi e ricerche, quella che oggi si definisce “verità storica” e complimentarmi con te per il contenuto del tuo scritto. Sei figlio della liberté, egalité et fraternité e non hai contribuito tu, in nessun “campo” di indagine, a coprire, né con menzogne né con interessi di parte, quella che è la “verità”…….

Io non mi convertii al cristianesimo; preferii morire da ebreo, perdendo tutto, a partire dai miei familiari. Credevo si potesse risolvere tutto col denaro, credevo si potessero comprare gli uomini e la loro coscienza, la libertà e in ultimo la sopravvivenza. Mi sbagliavo. E con la memoria di questa mia vita karmica, conclusasi tragicamente, ho ben pensato, nell’attuale, di confondermi nella massa, aderendo ad una fede che predomina nel “mondo” in quello governato dall’uomo e che tanto piace al Dio denaro. Debbo invero ammettere però che ci sono delle qualità, ovvero “perversioni” come “doti” (dipende se si sviluppano verso l’elevazione o degradano verso la bassezza gli accenti che compongono l’animo umano) che non solo non hanno limiti, ma non hanno prezzo, soprattutto.

E mi viene da chiederti e chiedermi se possa, in effetti, esser rintracciata in qualche modo questa “verità”!! Se si parte dal presupposto che ognuno ha la sua, come si può arrivare a stabilire un “comune sentire”? La Storia insegna, da gran maestra qual è, ma cosa insegna, a ciascuno resta di interpretare e comprendere per poi assimilare.

Come si può catalogare la Storia come “materia scientifica”? Bastano forse archivi e fatti che comprovano gli eventi a definire una “materia” che tratta di vicende umane e non solo, “scientifica”? Nel tuo articolo citi Galileo Galilei, e ne porti l’esempio e soprattutto ricordi quale posizione la Chiesa prese nei riguardi di quell’uomo che osò sfidare le conoscenze sino allora acquisite e considerate l’unica verità possibile. E sottolinei con cura l’odierno atteggiamento che il Vaticano ha assunto sulla “vicenda” dell’Olocausto e sulla necessità di evitare di fare una legge, che suonerebbe “censoria” nei confronti dei cosìdetti “negazionisti”….. A conferma che la Storia insegna, eccome se insegna! Ma solo a chi ha buona volontà d’apprendere e appropriarsi della “lezione ricevuta”….

Ho intenzione di sviscerare questo “fatto” o forse sarebbe più consono definirlo “accadimento” se si vuole restare in ambito “storico” e trovarne similitudini nel più complesso argomento legato alla Shoah che tanto ancora fa discutere ( e tanto ancora farà): due persone si alleano per creare insieme un’opera, una strategia, un percorso, una magia oppure soltanto per potersi guardare serenamente negli occhi. Due nazioni si alleano per interesse reciproco, per difendersi da un colosso che le minaccia, per vicinanza di idee e intenti. Tutti gli altri certo non stanno solo a guardare ma interagiscono, a volte separatamente con uno solo dei membri che formano la “coppia alleata” a volte con la coppia stessa.

Come si può stabilire il concetto del “vero” e soprattutto del “giusto” se i fatti riportati sono frutto delle esperienze e delle esigenze “personali” o se si preferisce “individuali” e dunque mancano del tutto di “obiettività”?

Una volta dicesti che ciascuno di noi è il centro di se stesso e in base al proprio metro giudica e misura fatti e persone; (non usasti questi precisi termini ma il concetto che esprimesti ritengo sia sostanzialmente riportato correttamente) la conseguenza “logica” che ne deriva è che uno stesso fatto può esser vissuto, e quindi interpretato, in maniera affatto diversa, a volte addirittura in modo contrapposto, dai soggetti che ne sono coinvolti.

(… omissis…)

C’è da aggiungere che le circostanze alle quali è necessario adeguarsi non sono solo frutto di una combinazione esterna “casuale” ma anche della volontà degli altri soggetti coinvolti. Come si può, dunque, stabilire la “verità” se essa è appunto una risultante di tante componenti, tra cui la propria percezione?

Se non ci fosse stato l’Olocausto, non sarebbe esistito lo Stato di Israele; se non ci fosse tanta insicurezza, bisogno di attaccamento e conseguente invidia, non ci sarebbe neanche tanto dolore che conduce solo ad altro dolore…..

Gli ebrei non sono solo Israeliti; lo Stato di Israele non è identificabile (né dovrebbe esserlo) con gli ebrei, popolo errabondo, profondamente saggio e religioso, e che ha da sempre insegnato ai “gentili” cosa sia la razza, la radice, il “comune sentire” perché senza una terra, senza una patria e senza una “dignità” non si sono mai né persi né dispersi. Hanno qualcosa da insegnare anche a noi, compagnia sgangherata di ventura, che non ha saputo restare unita in tempi di grazia, figurarsi in tempi di dis-grazia!

La Storia la scrive chi la vince; “La Storia siamo noi” canta De Gregori; facciamola, cercando sempre d’esserne i protagonisti, senza cercare necessariamente di trarne “lezioni” che poi costringiamo ad apprendere a chi viene dopo, perché le uniche lezioni che siamo chiamati ad apprendere riguardano noi stessi e la nostra coscienza. Amen

Angela Braghin

 
……


Mia rispostina:

"E’ la memoria, sotto forma di samskaras o vasanas, che attira la coscienza e ne sorge un riflesso che noi chiamiamo “io”, o mente, ovvero un’immagine che assume la forma di agente e sperimentatore(Paolo D’Arpini)

La storia nasce dal clima... in passato come oggi



Il Clima ha sempre condizionato la vita su questo pianeta incidendo profondamente sull’evoluzione degli esseri viventi, dalle forme più elementari a quelle più complesse, come i mammiferi.

Gli uomini, attraverso la fase di ominazione che da ominidi li ha portati all'homo sapiens, si sono evoluti da gruppo occasionale, a tribù, fino a comunità organizzata, fino a giungere alla scoperta dell’agricoltura, dove sono nati i primi insediamenti urbani in luoghi dove esistevano condizioni di vita ottimali. Tutte le grandi civiltà dell’Uomo infatti sono nate e si sono sviluppate lungo i corsi d’acqua, le famose civiltà dei fiumi. Ricordiamo: La valle dell’Indo, Il fiume Giallo, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo e il Tevere.

Il clima ostile con le sue avversità atmosferiche ha avuto un importante ruolo nella storia della civiltà umana. Vediamo insieme qualche esempio:

Nel 2400 a.C., a causa di una grande siccità e seguente crisi ecologica, intere popolazioni residenti nell’attuale Pakistan e India nord occidentale migrarono verso la Mesopotamia e verso l’Europa Centrale. Molti studiosi attribuiscono la presenza degli Achei, dei Celti e degli Etruschi e di altri popoli nelle terre che conosciamo proprio a causa di questo grande esodo causato da un clima avverso alla vita.

L’esplosione dell’isola vulcanica di Thera, attuale Santorino, avvenuta intorno al 1600 a.C., provocò su tutto il Mediterraneo un grande sconvolgimento climatico che si protrasse per oltre un decennio, ciò causò siccità e in altri casi alluvioni, obbligando popoli interi a fuggire dalle loro terre. Questa gente può essere identificata con il famoso popolo del mare di cui ne parlano storici greci e latini che tra il XIII° e XII° secolo a.C. causò il crollo del grande impero Hittita. Questo popolo disperato quanto feroce fu alla fine fermato e sconfitto dall’esercito egiziano guidato da Ramsette III.

Nel 9 d.C. tre legioni romane di Varo furono annientate dai barbari germani di Arminio perché intrappolate in una fitta foresta mentre una violenta tempesta disorientava i soldati romani.

Nel 1281 un tifone regalò ai giapponesi 700 anni di indipendenza. Alla metà di agosto del 1281 il famoso “Kamikaze”, ossia vento divino, bloccò l’invasione di Kublay Khan a poche miglia dalle coste giapponesi. Un violento tifone affondò tutta la flotta di Kubilay Khan: 3900 navi, la flotta più grande del Mondo fino ad allora, finì in fondo al mare.
Ancora una improvvisa e violenta tempesta salvò l'Inghilterra dall'invasione di un corpo d'armata francese imbarcato su una potente flotta. Nel 1744, il generale francese Maurizio di Sassonia tentò di attraversare il canale della Manica, con Carlo Edoardo Stuart pronto ad essere installato come re in Inghilterra, ma una violenta tempesta affondò gran parte dei vascelli della flotta. La Francia così abbandonò i suoi piani d'invasione e la Gran Bretagna restò libera.
Un clima inusuale, umido e caldo, sviluppò un fungo micidiale che devastò le coltivazioni di patata in Irlanda. Tra il 1845 e il 1849 questo paese conobbe la più terribile carestia della sua storia, con migliaia di morti per denutrimento e con emigrazioni di massa verso le Americhe.
Cosa dire poi delle vicissitudini degli eserciti napoleonici e italo-tedeschi alle prese con l’inverno russo?

Siamo arrivati ai tempi nostri e i capricci del clima che possono seriamente danneggiare le coltivazioni oggi si possono tamponare, esistono infatti meccanismi di controllo e di distribuzione delle derrate alimentari che possono evitare, ma questo solo nei paesi del nord del Mondo, situazioni come nell’Irlanda del 1845. L’aumento della popolazione del pianeta però gioca un ruolo destabilizzante in questo meccanismo, soprattutto se si somma con il fenomeno del Global Change e del Global Warming. Infatti la dove la popolazione del Sud del Mondo tende ad aumentare in maniera esponenziale, anche siccità e carestie aumentano inesorabilmente. Può accadere pertanto quello che avveniva migliaia di anni fa: esodi di gente disperata verso luoghi più ospitali e ricchi. Una situazione che oggi ancora non è esplosa del tutto, ma se le condizioni di sopravvivenza nei PVS dovesse ancora peggiorare, allora avverrà con una dirompenza epocale che travolgerà soprattutto paesi di frontiera come l’Italia. In tutto questo oltre a far saltare le economie occidentali già in crisi, inevitabile sarà il dilagare del fondamentalismo religioso islamico, con tutti i problemi che già conosciamo. 

Ma l’aspetto che più preoccupa l’OMS è il ritorno di malattie dimenticate come la malaria, il vaiolo, la peste ed altre pandemie che le cronache del passato ci hanno sempre fornito con dovizie di particolari.

Questi sono i rischi alla salute per un mescolamento di popoli e di comportamenti che prevediamo per il futuro, ma già adesso dobbiamo segnalare che per il fenomeno della tropicalizzazione del Mediterraneo, molte malattie sconosciute e dimenticate sono giunte da noi. Le prime vittime sono gli animali, tutti ricorderanno la strage di ovini sardi colpiti circa dal morbo della lingua blu, una malattia endemica africana che noi abbiamo conosciuto da poco e che i nostri animali, non avendo le difese immunitarie dei cugini africani, ne sono diventati facile vittime. 

La lingua Blu, Blu Tongue per i tecnici, è una malattia virale veicolata da ditteri come zanzare e flebotomi (pappataci) che in passato per motivi di clima non si spingevano oltre la Tunisia. Sono poi i flebotomi che dal sud dell’Italia, grazie al riscaldamento dell’atmosfera, sono giunti fin sotto le Alpi trasmettendo soprattutto ai cani malattie letali come la lesmaniosi.

Un fastidio, legato al riscaldamento globale che tutti noi stiamo subendo da qualche anno è la zanzara tigre. Questo è un insetto di origine asiatico giunto da noi sulle navi che trasportavano pneumatici dalla Corea e dal Vietnam. Più piccola delle zanzare nostrane, ma molto più aggressiva punge anche di giorno. E’ nera con striature bianche su zampe e addome. Si riproduce nell’acqua stagnante che si forma nei sottovasi, in piccoli invasi e nei chiusini. Rispetto alle punture delle nostre zanzare, quelle di questo dittero infernale danno bruciore e prurito che può durare fino a quattro o cinque giorni. Al momento queste zanzare non trasmettono, per fortuna, le malattie endemiche dell’Asia, ma con la tropicalizzazione del Mediterraneo la stessa OMS teme per il futuro situazioni a forte rischio salute anche da noi.

Questi sono i rischi sanitari dovuti ai cambiamenti climatici, ma anche alla globalizzazione. Malattie dovute all’inquinamento dell’aria già esistono da tempo nei Paesi occidentali, Italia compresa, quasi tutte sono patologie del progresso tecnologico, tra queste: le allergie, le affezioni broncopolmonari, i tumori in particolare quelli dei polmoni, senza parlare poi delle malattie della psiche, tra le quali primeggia ed è in forte ascesa la depressione.

Dermatiti e patologie più gravi della pelle, come i melanomi, sono invece dovuti in gran parte alla diminuzione dello strato di ozono nell’atmosfera che non ci protegge più come una volta dai raggi ultravioletti, in particolare quelli UVB, provenienti dal Sole.


Questo è il quadro attuale, ma per il futuro? 

Purtroppo la situazione si evolverà in peggio. Stando alle ultime proiezioni presentate dagli scienziati si prevede una estremizzazione dei fenomeni meteorologici, con conseguente degrado dell’ambiente e,quindi: lunghe siccità, incendi di foreste sempre più estesi, alluvioni catastrofiche e frane, il tutto a danno dell’incolumità delle persone e dell’economia nazionale e mondiale. Gli interventi urgenti contro i danni dovuti alle tempeste e alluvioni in questi ultimi anni sono aumentati quasi in proporzione geometrica. 

Si è passati da un evento catastrofico ogni due o tre anni causato da fenomeni meteorologici estremi, vedi l’alluvione di Firenze del 1966, a quattro o cinque eventi ogni anno. Tutto questo ha dei costi, non solo in vite umane, ma in soldi. Buona parte delle risorse di un Paese come l’Italia, dall’economia già disastrosa, finiscono per pagare i danni a cose, animali e persone causati da questi eventi calamitosi. 

Vengono così sottratte ogni anno risorse destinate al sociale e alla qualità della vita. E' questa ormai una situazione concretizzatasi sul nostro pianeta e i grandi economisti e politici che ci gestiscono dovrebbero valutarla attentamente ..... altrimenti saranno guai seri nel prossimo futuro.

Ennio La Malfa

Altruismo a sprezzo della propria vita... il caso del tirolese Andreas Hofer


Un episodio della vita di Andreas Hofer, molto singolare e sconosciuto ai più, si svolge ad Ala, allora ultima Città del Tirolo storico. Ala vede il passaggio dell’eroe tirolese il 2 febbraio 1810 quando, scortato dai Francesi, sosta a Palazzo Taddei nel centro storico. Questo importante edificio, recentemente acquistato dal Comune e in fase di restauro, conserva ancora la stanza dove Hofer dormì e compì un atto di pietà, poi ricordato dal sacerdote Antonio Bresciani Borsa, allora poco più che bambino.
Una volta divenuto adulto, in una delle sue opere e precisamente nel Sopra il Tirolo TedescoLettere del P. Antonio BrescianiD.C.D.G. estratte dal tomo IX… (Soliani Tipografi, Modena, 1840; Biblioteca Comunale di Ala), Bresciani riporta i ricordi di quella giornata, quando spiò Hofer prigioniero mentre recitava il rosario. Così racconta:
«Quel martire della patria e della fede Andrea Hofer, detto volgarmente dai tirolesi italiani il barbone. Io il vidi quando, spenta già la rivoluzione contro i Bavari, quel fellone di suo amico il diede per tradimento in mano à Francesi, e scendea dal Tirolo alla volta di Mantova. Comandava in Ala, ov’io dimorava, un Ferru uomo atroce, e più tiranno che soldato. Smontò l’Hofer nel cortile ove alloggiava il Ferru, circondato da grossa guardia; e salito alle camere del Comandante, ov’eran già le tavole apparecchiate pel desinare, fu invitato anch’egli a sedere cogli ufficiali che lo scortavano. Ma essendo il venerdì, e veggendo i cibi grassi arrecati, con aria dolce e cortese gentilmente scusandosi, disse: che più tardi avrebbe pranzato un po’ di cacio e pane. Indi i ghigni protervi dè franzesi, e il porsi a tavola, e il diluviare gagliardamente. Quel valent’uomo recatosi a sedere vicino alla stufa, ch’era il verno grande e freddissimo, e toltosi dal collo lunga e grossa corona, cominciò a recitare a mani giunte il rosaio della Madonna. La sala del pranzo rispondeva sopra una loggia, ed io con un amico, ch’era il signor della casa, stavamo giovanilmente spiando e considerando quel gran prigioniero. Egli era di ancor fresca età, alto della persona ed asciutto, di fronte elevata, di viso lungo e scarno, con una lunga barba e radi e fini capelli, che gli piovevano in sulle spalle. Talvolta orando alzava gli azzurri occhi al cielo in atto d’affettuosa pietà, e più spesso rivoltigli a terra, tutto raccogliea il viso chinandolo in sul petto. Che altissimo contrapposto era il vedere què crapuloni di soldati, i quali tracannando il vino bevevan di lui, saettandolo con biechi sguardi, e alzandogli il bicchiere in faccia a maniera di brindisi! Così per certo non avea l’Hofer operato col generale Lefevre, allorché mentre egli marciava entro le stretture di quelle montagne colla sua divisione, rotolati dalle somme balze grossissimi massi sopra le artiglierie e il carriaggio, tutto lo infranse, e gli tagliò la ritirata. Per il che presolo con tutto l’esercito, lui colla moglie, e cò capitani accolse cortesemente à suoi quartieri, e con ogni maniera di gentile ospitalità trattolo non come nimico, ma a guisa di signore, e fratello».
Dopo questa piccola introduzione il curato descrive il singolare fatto accaduto ad Ala: 
«Ma la notte avvenne caso, che sgomentò què scortesi, e fu testimone del suo grande animo, e di sua invitta virtù. Imperroché essendo posto a dormire in una camera ov’era un gran caldano di carboni accesi, l’esalazione maligna fece cadere in terra tramortita la sentinella che il guardava; e l’ufficiale che gli dormiva a lato, smarriti i sensi, era in un mortale deliqui assopito. L’Hofer sentendosi soffocare, gagliardo com’era, balzò di letto, e veduto lo svenimento dell’ufficiale, e stesa in terra boccheggiante la sentinella, in luogo di fuggire a salvamento (e tirolesi si sarebbero recati a gran ventura il nasconderlo), uscì fuori imperturbato, e andò a svegliare i soldati delle altre stanze, affinché accorsero a salvare la sua guardia. E pare egli sapeva che in Italia l’aspettava la morte! Se tanta virtù si fosse anticamente operata in Grecia o in Roma, avrebbe fatto meravigliare il mondo».
Malgrado la generosità e bontà d’animo dimostrata, il giorno successivo Andreas Hofer riparte alla volta di Mantova dove viene processato e fucilato il 20 febbraio del 1810. (tratto da “A spasso con Andreas Hofer” di S. Vernaccini).
 Marco Masini - http://www.marcosoini.info

Il testo della lapide presente ad Ala (Tn) è il seguente:
IL 2 FEBRRAIO 1810 IN QUESTO PALAZZO DI ALA
L’EROE TIROLESE ANDREAS HOFER, DIRETTO A MANTOVA
PER ESSERE FUCILATO DAI FRANCESI,
TRASCORSE LA NOTTE, DANDO ESEMPIO DI ALTRUISMO
E SALVANDO I SUOI CARCERIERI DA SICURA MORTE
1810-2010
Fucilazione di Andreas Hofer