Conoscere la volontà dell'ignoto....

 


...come può un individuo conoscere la volontà dell'ignoto? Non può. Ma se riesce a lasciarsi andare, se riesce a dissolvere la propria identità, la conoscerà immediatamente. In quel momento diventerà una cosa sola con l'ignoto.

Una goccia non può sapere che cosa sia l'oceano finché non si dissolve in esso.

Un individuo non può conoscere la volontà di dio. Finché mantiene la propria identità separata, non potrà mai conoscere l'ignoto. Ma se cessa di esistere come individuo separato dal divino, rimane soltanto la volontà di dio, perché la volontà dell'individuo non esiste più.

A quel punto la questione di conoscere la volontà dell'ignoto non si pone più: l'individuo vive semplicemente nel modo in cui l'ignoto vuole che viva.

In questa condizione, la volontà dell'individuo, il suo desiderio di ottenere successo, la sua aspirazione a raggiungere qualcosa, il suo tentativo di imporre la propria volontà all'esistenza, tutto questo scompare, perché è l'individuo stesso a non esistere più.

Finché l'individuo è consapevole di sé, la volontà dell'ignoto non può mai essere conosciuta.

Quando l'individuo non c'è più, non rimane alcun bisogno di conoscere la volontà dell'ignoto. Qualunque cosa accada, è l'ignoto a farla accadere; l'individuo diventa semplicemente uno strumento.

In tutta la Bhagavad Gita, Krishna consiglia precisamente questo ad Arjuna: abbandonare se stesso nelle mani dell'ignoto, arrendersi completamente all'ignoto. Perché coloro che moriranno, moriranno per mano dell'ignoto. E anche se si sente responsabile, in realtà non lo sarà affatto.

Naturalmente, se continua a considerarsi un individuo separato, sarà certamente responsabile. Ma se riesce a lasciarsi andare e a combattere come uno strumento, come un testimone, non sarà più responsabile.

Se l'individuo riesce a dissolversi nell'universo, se riesce ad arrendersi totalmente, se riesce ad abbandonare il proprio ego, la volontà dell'esistenza si compie, e soltanto allora.

In realtà essa si sta già compiendo; non esiste alcun modo di modificarla. Ma noi continuiamo a lottare, continuiamo a rovinarci, continuiamo a distruggerci nella speranza di cambiare la volontà di dio.

Racconto spesso questa breve storia.

Ci sono due fili di paglia trascinati dalla corrente di un fiume in piena.

Uno dei due è disposto di traverso rispetto alla corrente e cerca di fermare il fiume. Continua a gridare che non permetterà al fiume di andare avanti.

Il fiume continua naturalmente a scorrere e il filo di paglia non ha alcun potere di fermarlo, eppure continua a urlare che il fiume sarà arrestato. Proclama a gran voce che, vivo o morto, fermerà il fiume.

E intanto continua a essere trascinato dalla corrente.

Il fiume non ascolta la sua voce e non sa nemmeno che quel filo di paglia sta cercando di opporsi. È soltanto un minuscolo filo di paglia di cui il fiume è completamente inconsapevole.

Per il fiume non fa alcuna differenza.

Per il filo di paglia, invece, è una questione di enorme importanza.

La sua vita è diventata una grande sofferenza. È trascinato dalla corrente e, alla fine, raggiungerà comunque la stessa destinazione, che lotti oppure no.

Ma quel tratto intermedio, quel tempo che intercorre prima di arrivare, sarà per lui pieno di dolore, tristezza, conflitto e ansia.

L'altro filo di paglia, invece, si è lasciato andare.

Non è disposto di traverso rispetto alla corrente; è allineato con il fiume, rivolto nella stessa direzione del suo flusso e pensa addirittura di aiutare il fiume a scorrere.

Anche di lui il fiume è completamente inconsapevole.

Il filo di paglia immagina che, poiché lo sta accompagnando verso l'oceano, il fiume riuscirà ad arrivarci.

Ma il fiume è del tutto inconsapevole anche di questo aiuto.

Per il fiume non cambia assolutamente nulla.

Eppure, per entrambi i fili di paglia, la differenza è enorme.

Quello che pensa di accompagnare il fiume è pieno di gioia; danza in una felicità immensa.

Quello che combatte contro il fiume è immerso nel dolore. La sua non è affatto una danza: è un incubo. Non è altro che un contorcersi disperato. È nei guai, è continuamente sconfitto.

L'altro, invece, proprio perché scorre insieme al fiume, sta vincendo.

L'individuo non può fare altro che ciò che corrisponde alla volontà dell'esistenza.

Ma possiede la libertà di opporsi e, opponendosi, possiede anche la libertà di procurarsi ansia e sofferenza.

Sartre ha espresso un'osservazione molto significativa: “L'uomo è condannato a essere libero”.

L'essere umano è costretto, è condannato, è quasi maledetto a essere libero.

Ma può usare questa libertà in due modi.

Può contrapporre la sua libertà alla volontà dell'esistenza e creare un conflitto. In questo caso la sua vita sarà piena di tristezza, dolore e angoscia e, alla fine, incontrerà inevitabilmente la sconfitta.

Oppure può fare della propria libertà un atto di resa all'esistenza.

Allora la sua vita sarà colma di beatitudine; diventerà una vita di danza e di canto.

E alla fine non ci sarà altro che vittoria.

Il filo di paglia che comprende di collaborare con il fiume è destinato a vincere. Non esiste alcuna possibilità che sia sconfitto.

Quello che tenta di fermare il fiume, invece, è destinato alla sconfitta. Non ha alcuna possibilità di vincere.

Perciò è impossibile conoscere la volontà dell'esistenza.

Ma è certamente possibile diventare una cosa sola con l'esistenza.

In quel caso la propria volontà scompare e rimane soltanto la volontà dell'esistenza.
 

Osho, Early Talks




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