Simbologia fiabesca e "matrimonio" degli opposti


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Ormai si sa che le fiabe più volentieri si fanno leggere tra le righe, dove trasportano molte più informazioni che nel testo vero e proprio; deve ricredersi chi pensi che siano state concepite come storie per bambini, anche se magari lo sono nel loro aspetto esteriore.

In questa favola siamo messi di fronte ad una dinamica fondamentale del mondo fenomenico nei confronti del contesto più ampio in cui l’uomo è inserito.

Ma andiamo per gradi. La storia.

Una giovanissima principessa viene mandata a raggiungere il regno lontano in cui l’aspetta il principe suo promesso sposo (che non la conosceva di persona). Ella parte a cavallo con la sola compagnia della sua “fantesca”,un termine abbastanza arcaico con cui si designava la cameriera personale e dama di compagnia al contempo.

Nel congedarsi piangendo da lei la madre le affida un fazzoletto su cui ha versato tre gocce del suo sangue, dicendole che le sarebbe venuto utile per strada: un viatico. La ragazza se lo nasconde in seno.

Notiamo per inciso che il viaggio, come allontanamento spesso non voluto dalla propria casa, è praticamente onnipresente nelle favole: ma ci ritorneremo su.
Poco dopo l’inizio del viaggio, giunti nei pressi di un corso d’acqua, la principessa ha sete, e chiede alla fantesca di smontare e attingerle da bere: la donna risponde malamente e si rifiuta di farlo, cosicchè la giovane deve adattarsi e scendere lei stessa a bere.

La cosa si ripete dopo un po’, e la fantesca è ancora più sgarbata. La ragazza “che era di buon animo” non le risponde ma si adegua anche stavolta a bere da sola; ma nel chinarsi sul ruscello le sfugge di seno i fazzoletto. La fantesca se ne accorge e da quel momento sa che la principessa è nelle sue mani e impone alla ragazza lo scambio delle parti: la costringe ad indossare i suoi vestiti e a cavalcare il suo ronzino,prendendo lei posto sul bel cavallo parlante della ragazza; e così si presentano al castello del pretendente, dove la serva si spaccia per la promessa sposa e come tale viene accolta.

Alla quale invece tocca il destino di serva: deve dormire nella stalla e accudire a un branco di oche di giorno. L’accompagna un garzone, che quando lei si scopre i capelli per pettinarsi nota che essi sono d’argento puro; ma tutti i suoi tentativi di strappargliene qualcuno vengono frustrati.

La fantesca fa decapitare il cavallo della principessa affinchè non sveli i retroscena della vicenda, e fa inchiodare la testa sull’arco di ingresso della città, dove la principessa passa tutti i giorni e lui esprime il suo lamento su di lei.
Il re padre del principe però comincia subodorare qualcosa , c’è qualcosa che non lo convince; e pedinando di nascosto la principessa alla fine scopre la verità. La fantesca viene messa a morte(con un inganno il re le fa pronunciare la sua stessa condanna) e la ragazza vive felice e contenta con il principe.

In questa fiaba siamo di fronte a uno sdoppiamento: la ragazza e la fantesca ovviamente rappresentano simbolicamente due aspetti della stessa individualità. Sono, come nell’aneddoto vedico-indù, i due uccelli “amici” che dimorano su un grande albero: uno ne mangia i frutti, l’altro lo rimane a guardare. Chiaramente si tratta della parte di noi incarnata, l’Io, mentre l’altra è il Sé, quella che è presente-assente dato che non è parte della compagine fisica ma in qualche modo vi è collegata da un altro piano dell’essere. E’ l’atman degli induisti.

Il “cattivo” delle fiabe , nonostante ciò che ci creda comunemente, non è che una proiezione di noi stessi, e la sua sconfitta segna il passaggio ad un diverso livello di consapevolezza,in cui si prende coscienza di ciò che si è in realtà: un’entità spirituale in un veicolo fisico. E’ solo adeguandosi alla percezione che il male o il nemico sia al di fuori di noi, un fattore esterno, che noi stessi perpetuiamo tale dinamica senza mai poterci sganciare da essa. La fantesca perciò rappresenta tutte le tendenze più basse, carnali,e volgari dell’io, mentre la principessa la sua parte nobile, elevata: infatti sono legate dall’essere nello stesso viaggio, che nelle fiabe sempre il viaggio iniziatico oppure l’entrata nel mondo fenomenico. Il viatico della madre, le sue tre gocce di sangue sul fazzoletto, servono proprio a rammentare che ci sono tre livelli di noi stessi:lo spirito, l’anima e il corpo. Quando la ragazza lo perde subentra l’oblio della propria identità, ed ecco che lo spirito, l’identità superiore, cioè un’entità potente e di alte vibrazione energetiche,diventa ostaggio del corpo che la ospita e che la imprigiona, un’entità effimera e dotata di bassa frequenza energetica. 

E’ un po’ il paradosso della vita materiale, nella quale però sempre presente la possibilità di riacquisire la consapevolezza: i capelli d’argento della principessa sono questo vincolo con la sua realtà superiore, dato che l’argento tradizionalmente rappresenta il mercurio, metallo liquido che quando la temperatura (simbolica del livello di consapevolezza) sale, s’impenna.

All’anima riunita con il Sé non resta che una vita perenne insieme al principe, la polarità complementare a cui sempre, nelle fiabe, l’eroina (guarda caso quasi sempre femmina) si congiunge nel matrimonio sacro degli opposti.

Simon Smeraldo

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Caravaggio morente sulla spiaggia di Porto Palo in Sicilia!


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Ero là, bocconi sulla sabbia, a ingurgitare sciabolate di luce, strappi di buio; e i miei occhi... oh, i miei occhi... infuocati, brucianti, consumati di vita.

Quella vita che non mi apparteneva già più, se mai mi era appartenuta.

L’arsura, il freddo, la notte, il giorno.

Mari tempestosi sconvolgevano l’orizzonte, ma il litorale si stendeva placido allungando la vista con il suo infinito blu. La pace, la pace immensa che cancellava l’incupirsi di ogni cielo, l’assurdo e interminabile svoltare di angoli di ogni mio labirinto; che attizzava la fioca luce dell’alba, fredda e indifferente alle mie sorti. Che avrò mai fatto, perché io?

Eppure, mi dicevano, eppure.... tu dipingi la vita stessa, tu la fai conoscere a noi mortali, nella vertigine dell’essere che spoglia ogni travestimento, smaschera ogni impostura... il trionfo delle tue figure sulla tela è la nostra stessa vittoria; la testimonianza che viviamo, e che vivremo per sempre, perché la mente di quello stesso dio che si agita dentro di noi ci ha visti così: patetici ma saggi, sconfitti ma degni d’amore, bruti o eccelsi, giusti o bricconi, sagaci o mentecatti; infinitamente stupidi perché infinitamente vivi; eterni, malgrado noi.

La mia gioia è la mia dannazione. E in fondo, due facce della stessa moneta. C‘è un prezzo per tutto: così dicono. Ed ora, signori, io ho pagato. Sì: pagato, e per bene.

La luce, il buio. Il pieno, il vuoto.

Ora la mia stessa ombra, io la vedo, vaga fra i cimiteri dei morti viventi, ingombri delle ossa dei vivi già morti da sempre. Quell’ombra sembra braccarmi da vicino, mi incalza, mi sovrasta.

E allora, io....?

Un gioco, uno stupido gioco? Oppure una furfanteria della sorte? O, per meglio dire, o chiedere (ma a chi? a chi non so) la decisione di calcare questo palcoscenico ribaldo, da dove... da dove mai era scaturita?

Vagamente, comprendevo.

Comprendevo, per esempio, che la luce in verità stava ingoiando il mio buio, lo cancellava poco a poco. 

Ed ogni sferzata, ogni cazzotto preso, ogni ingiuria, ogni goccia di sudore, di sangue....tutto, tutto era stato un dono dei miei complici, i compagni della mia recita terrena. Rinsavire è il senso del mio viaggio; e il contributo di tutti costoro, chiamateli amici se volete, è stato fondamentale.

Cali ordunque il sipario; si finisce, e si ricomincia.

Ma stavolta, perdio, ah, stavolta sarà diversa, lo giuro a me stesso.

Parto, lascio tutto; le maschere di cartapesta dello spettacolo si accartocciano, prive di valore. 

Il pubblico rumoreggia, ma tant’è: non si può rinviare. 

D’altronde queste evanescenti figure non troveranno di meglio che gremire qualche altro teatro per sollazzarsi davanti a qualche altro insulso spettacolo, certo più in voga di questo mio che oramai ha chiuso i battenti.

E là dove vado non c’è nessun chiaroscuro da dipingere. Quindi, trattenete gli applausi, risparmiate il fiato.

Rimane, di vero, la pulsazione del calore nelle sue vene e nelle mie, la luce spiritata nei suoi occhi che mai potrò dipingere qual’è davvero, perché non ne sono né maestro né padrone, ma solo servo: l’amore.


La prima nobile verità del Buddha: "La vita è dolore"



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Sappiamo che il Buddha lasciò la gabbia dorata che il padre gli aveva costruito intorno per impedirgli ogni contatto con le cose spiacevoli della vita: la malattia, la vecchiaia e la morte. Ha lasciato, per la ricerca della verità, anche la moglie e il figlio. E' possibile che il Buddha abbia fatto questo a cuor leggero, senza valutare compiutamente le conseguenze della sua azione? Sarebbe facile rispondere che la ricerca dell'Assoluto, della Vera Realtà erano così forti in lui da convincerlo ad affrontare la dura vita dell'Asceta errante: che non ha più legami di nessun tipo con la Società umana convenzionale. Questo perché il convenzionale poggia su una realtà naturale, la vita, che si riproduce indefinitamente obbedendo al solo istinto codificato e conservato come un valore.


Ecco, con il suo primo gesto da uomo libero il Buddha ha messo in discussione proprio la verità e il valore della vita, così come comunemente intesa dagli uomini. Di fronte alla domanda: perché ci siamo? diventa secondaria l'altra domanda: come ci siamo? Ma dal punto di vista di un uomo libero anche questa domanda diventa primaria perché è quella che dà svolgimento alla nostra realtà di uomini liberi. 


La rivoluzione del Buddha e stata quella di aver rifiutato la vita mondana, con tutte le conseguenze che questo comporta: niente padre, niente madre, niente moglie, niente figli: rifiuto cioè della realtà sociale umana in quanto tale. Questo significa aver riconosciuto come origine della vita la mancanza di una vera conoscenza, cioè l’Avidyà. L’ingenuo sguardo che vede la bellezza e la piacevolezza della vita è solo mancanza di vera conoscenza: il lasciarsi abbagliare dalla fantasmagoria delle cose che vi sono in questo mondo.

C'è un non fatto, un non nato, un non divenuto: ecco perché c'è rimedio al fatto, al nato, al divenuto. Risalire fino alla sorgente di tutto è il rimedio al tutto cosi come è. Allora è possibile che in questo tutto nasca una nuova comunità con altre motivazioni, ma che principalmente rifiuti il tutto. Questo proclama il Dharma del Buddha, questo professa la sua comunità, il Sangha. Questo significa la dottrina, il Dharma del non-sé: rifiutare se-stesso, uomo o donna che sia: non accettare più la propria condizione umana. Non giocare più i giochi che giocano gli esseri umani e cioè, uccidere, rubare, mentire, ecc. Ma anche copulare, fare figli e crescerli. Comprare e vendere. Lavorare ed edificare una società sbagliata perchè fondata sull'errore.


Caste e differenze sociali e culturali non hanno più senso nel Sangha. Non più il privilegio della ricchezza, della nascita, dell’erudizione. Tutto viene lasciato cadere: anche la vita biologica con le sue leggi di produzione e ripro-duzione. Perché mettere al mondo figli? Solo per saperli votati ad una vita di sofferenza? Noi che ormai ci siamo, lungi dal godere di questo mondo, sapendo che è il frutto di un errore, ci votiamo alla compassione, alla gentilezza e alla conoscenza per tutti.


Questo significa risvegliarsi: capire fino nell'intimo delle nostre fibre interiori che è tutto sbagliato. Non rimanere estasiati di fronte alla potenza del mondo: il sole che illumina e riscalda ha solo un'apparenza di bellezza, la pioggia che bagna e fertilizza la terra ha soltanto un'apparenza di bellezza, le grandi catastrofi dei terremoti e dei vulcani hanno soltanto un' apparenza di terrore e di orrido.
Il nostro amore e il nostro odio, hanno solo un'apparenza di felicità e di dolore. Un gesto gentile o scostante hanno soltanto un apparente valore. Vera gentilezza è solamente quella vòlta alla liberazione da questo mondo. Liberazione dal Samsara; mondo della rinascita e del dolore, in cui regna la legge del Karma, o legge di causa-effetto, e non la libertà della vera conoscenza, Vidyà.

di Gino Taddei (*)


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(*) Gino Taddei, ricercatore spirituale, da molti anni interessato alle filosofie religiose, sia Orientali che Occidentali, negli ultimi tempi sembra aver trovato la sua collocazione devozionale nella Via Buddhista del Chan dei Patriarchi Cinesi. Frequenta abitualmente da parecchi anni il Centro Nirvana ed è stato a volte a fianco dell’insegnante Aliberth nel difficile compito di iniziare i principianti alla dura pratica della meditazione di autoconsapevolezza Chan.

Comunicazione ecologica, sensoriale e telepatica



Parlando un giorno a Treia  con Caterina Regazzi, mia compagna di vita, delle capacità comunicative sensoriali e telepatiche mi sono ritrovato a spiegare come i 5 elementi ci aiutano a comunicare attraverso le loro energie, in forma sicuramente "ecologica" e naturale. 

Ognuno dei 5 elementi tradizionalmente riconosciuti (sia in Cina che in India) rappresenta uno dei 5 sensi e noi sappiamo che i cinque sensi sono diversi canali e modi comunicativi fra la mente interna e quella esterna. Ma esistono anche cinque elementi più "spirituali" o psichici che superano la comunicazione fisica dello stato di veglia, questi 5 elementi definiti in sanscrito Tanmatra - 5 potenzialità sensoriali o elementi sottili - precedono i cinque Indrya, o sensi, ad essi subordinati. 

Vediamo così che è possibile che le emozioni, i pensieri astratti, le sensazioni inconsce, possono essere trasmesse e percepite negli strati profondi della mente in forma di pulsazioni psichiche o telepatiche. Ma sulla base degli elementi di nascita che noi manifestiamo in forma congenita (sono diversi per ognuno) possiamo diversamente percepire e trasmettere queste pulsazioni psichiche o telepatiche. 

A volte confondiamo tali pulsazioni con i messaggi psicosomatici e comportamentali e riteniamo perciò che la telepatia vera e propria non esista, trattandosi di una semplice capacità interpretativa della mente che osserva i movimenti, le parvenze, i piccoli particolari ed i vezzi facciali e degli occhi delle persone che noi stiamo ascoltando o osservando...

No, la trasmissione telepatica è possibile anche ad occhi chiusi o in silenzio, lontano dal "trasmettitore" o "ricevente" ed anche a posteriori od in anticipo rispetto agli eventi correlati... in tal caso si chiama preveggenza o divinazione. Ma questa qualità della mente non può essere volutamente utilizzata, come una tecnica di ascolto, al contrario funziona proprio in assenza di modificazioni mentali e supposizioni. Per questo si dice nello yoga che solo con la mente "vuota" è possibile collegarsi con il tutto che ci circonda, l'Aura mentale della specie umana (inconscio collettivo) e la Mente universale.

Durante i vari incontri per parlare della spontanea capacità "percettiva e divinatoria" (mi riferisco alle "letture" sull'I Ching e sistema elementale indiano) ho affermato che i diversi aspetti psichici da noi incarnati e le energie degli elementi che ci contraddistinguono formano una specie di “griglia” attraverso la quale noi riusciamo a percepire il mondo esterno e le situazioni sulla base della sintonia (od opposizione) incontrata. Ove questa “griglia”, il nostro modo percettivo, non aderisce con le situazioni e le emozionalità diverse che ci giungono dagli altri automaticamente sentiamo una forma di repulsione. La nostra empatia ed antipatia ed il genere dei rapporti che possono essere instaurati con le persone con le quali veniamo in contatto dipende solo dalla configurazione del filtro interiore delle predisposizioni innate. Ma, allo stesso tempo, la comprensione che ogni aspetto della psiche o dei colori delle energie (elementi) dipende dal movimento nel caleidoscopio della mente di un "qualcosa" di indifferenziato che è alla radice della mente stessa, è importantissimo per riconoscere la comune matrice. 

I diversi aspetti nascono in seguito alla separazione primordiale, Yin e Yang, e dai movimenti consequenziali delle propensioni e dal raggruppamento in cantoni di accettazione e repulsione (sulla base dello specifico aspetto da noi incarnato in cui ci riconosciamo).

Le opposizioni sono però aspetti complementari della stessa energia archetipale, per cui le incomprensioni e comprensioni sono solo un “modus operandi” della mente ed un modo di riconoscere le affinità o le differenze, il fine della coscienza evoluta è comunque quello di riportare tutto all’unità.

Su questo stesso argomento, riporto le riflessioni della cara amica Antonella Pedicelli, docente di filosofia e referente della Rete Bioregionale Italiana per l'educazione ecologica, la quale afferma: Sperimentare la vita in un corpo materiale, rappresenta, per un essere umano, una continua possibilità di “apprendimento” e di evoluzione. 

La scelta delle esperienze, ovviamente, non è casuale: ci muoviamo ed agiamo spinti da “forze e pulsioni” che, nella loro complessa varietà di nomi e appellativi, non fanno altro che determinare il “movimento” nella nostra quotidianità. Il movimento rappresenta, sul piano dell’esistenza pura, l’incipit di ogni creazione, il “bisogno” fondamentale del principio ideatore stesso. 

Colui che è, in quanto tale, manifesta il suo essere nel movimento e nel conseguente continuo “fluire”, che, a sua volta, genera cambiamenti non immediatamente percepibili dal nostro umano sentire. Nei rapporti di vaio genere che tendiamo a “creare” in questo spazio-tempo scelto per l’esistenza nella quale trova dimora lo spirito che ci anima, spesso siamo soliti usare termini nei quali appare evidente il sentimento del “contrasto”, o per meglio dire, della “in-comprensione”. Io penso in un modo, lui o lei la pensano in tutt’altra maniera. 


Questo è un fenomeno semplice, molto semplice e complesso insieme. Viaggiamo su “frequenze vibrazionali” che non sempre si trovano in sintonia, una specie di “carrello” che, per alcuni è dotato di freni, per altri no! 

La direzione del carrello è la stessa, ma non la velocità e neanche l’energia impressa nelle ruote.  La nostra singola percezione ci permette di intuire questo “meccanismo”, ma i “termini razionali” impressi nella nostra mente, creano la situazione del disagio, del pericolo e quindi assumono posizione di “difesa”, a volte con l’attacco,diretto verso chi la “pensa diversamente da noi”! In verità, invece, è solo una condizione come tante, uno “status” che sta “percorrendo la sua strada” al di fuori di ogni giudizio e di ogni “etichetta”. 

Riconoscere la “diversità” è un passaggio importante nella crescita personale, sul piano dell’apertura universale e della fiducia verso noi stessi; accogliere la nostra “percezione” è un atto d’umiltà che rende speciale la visione della Vita.

Paolo D'Arpini



 Rapito -  Un mio alter ego felino

Dall'empirismo allo scientismo (e ritorno) - Un altro giro di giostra nell'Universo


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Penso che poche persone si rendano pienamente conto della portata enorme, dell'umanità, della cosiddetta "rivoluzione copernicana", (poi perfezionata da Galileo), quando cioè fu scoperto che la Terra girava intorno al Sole e non viceversa come si era sempre pensato.

A differenza di molti, o forse dei più, ritengo che sia stato un impatto del tutto negativo.

In primo luogo, che cosa cambia per noi sapere che è la Terra che gira e non il sole? Per la percezione umana, oggi come allora - e infatti lo diciamo così, è il sole che sorge e poi tramonta. Che ce ne importa di conoscere il meccanismo che agisce al contrario? Non cambia proprio niente.

Quel che invece è cambiato, ed è una trasformazione epocale - anzi un dramma- è che tutto un universo di simbologie che si reggevano sul presupposto contrario è stato strappato all'uomo, aprendo la strada per la nefasta opera dell'illuminismo, che ha di fatto cancellato il trascendente dalla sfera umana.

Mi spiego meglio.

I simboli che offre la natura non sono casuali, né fini a se stessi, ma rappresentano realtà pertinenti ad un altro ordine di cose, quello non visto, ma più sostanziale. Essi sono stati modellati sulla psiche umana, affinché essa potesse percepire in modo mediato realtà superiori: nel caso del Sole che gira intorno a noi la coscienza di un progetto, di un'intelligenza il cui fine è "illuminare" l'uomo (non nel senso illuminista) fornirgli luce, calore e quell'energia che lo può elevare verso stati più alti dell'essere.
La scienza stessa si è trovata a rispolverare il concetto antropico, cioè quello che vede l'uomo come figura centrale nel contesto universale, ammettendo che l'esistenza della vita sulla Terra è un'alta improbabilità statistica: c'è circa una sola possibilità su un milione o più che tutti i fattori necessari alla vita umana siano miscelati in maniera così perfetta. Una sola virgola di troppo avrebbe impedito questo processo. 

Questo significa eliminare la "casualità" che accompagna ogni tesi scientifica, a partire dal Big Bang, teoria  secondo la quale un'esplosione avrebbe dato vita , del tutto casualmente, a un universo ordinato e dotato di leggi come quello che conosciamo. Questo equivarrebbe a dire che dall'esplosione di una tipografia ne verrebbe fuori l'enciclopedia Treccani.
Ma la scoperta di Copernico ha avuto come implicazioni la disposizione della psiche su di un piano orizzontale, senza più la verticalità della trascendenza: ha sradicato l'uomo dal suo contesto di significati consegnandolo alla piatta rassegnazione che l'uomo è solo un ingranaggio passivo in un ripetersi ciclico e insensato di sequenze temporali.

Il messaggio che ne deriva è: siamo soli nell'universo a bordo di un pianeta che gira a non finire. 

Un altro giro di giostra.

Simon Smeraldo
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Alcune domande sulla ricerca del Sé - Rispondono Ramana Maharshi ed Annamalai Swami



Alcune delle domande poste a Bhagavan Sri Ramana:
D: Quando medito, il sonno mi sommerge. Non posso evitarlo. Che fare?
Bhagavan: Se io dico: “Mi sono svegliato”, s’intende che “io ho
dormito”. Quando sopraggiunge lo stato di veglia, noi dobbiamo essere
nella condizione nella quale eravamo quando dormivamo. Quando arriva
il sonno, dobbiamo svegliarci. E’ lo stato del sonno vigile.
D: Ciò mi è impossibile.
Bhagavan: Il più grande ostacolo è il pensiero “mi è impossibile”
D: Che fare quando questo pensiero s’impadronisce di noi e noi reagiamo?
Bhagavan: Non è vero che il pensiero s’impadronisce di noi e noi
reagiamo. Il pensiero che s’impadronisce di noi reagisce egli stesso.
D: Se è così, come posso controllare il mentale?
Bhagavan: Controllare il mentale implica la necessità di un secondo
mentale per controllare il primo. Cercare di controllare il mentale, è
come se qualcuno tentasse l’impossibile sforzo di misurare la sua
propria ombra.
Come eravamo nel sonno? Ora, siamo lo stesso “Io” (senza corpo e senza
mentale) di quello che eravamo quando dormivamo. Il nostro primo
errore è quello di lasciare questo stato e di prendere il corpo come
“Io”.
D: Bisogna distruggere l’ignoranza (ajnana). E’ così?
Bhagavan:  E' sufficiente cercare colui la cui ignoranza deve essere distrutta.


………..

Domanda rivolta ad Annamalai Swami:
D: Bhagavan diceva sovente ai suoi devoti di “restare tranquilli”.
Voleva dire “restare mentalmente tranquilli”?
A.S.: La famosa frase di Bhagavan “summa iru” (restate tranquilli) è
sovente mal compresa. Essa, non significa restare fisicamente
tranquilli; significa che dovete dimorare sempre nel Sé. Se ci
riposiamo fisicamente troppo, tamoguna (uno stato di torpore) appare e
predomina. In questo stato ci sentiremo pesanti e presi dal sonno.
Rajoguna (uno stato di eccessiva attività), a sua volta, produce
emozioni e un mentale agitato. In sattva guna (uno stato di quiete e
di chiarezza), c’è tranquillità e armonia. Quando si è in sattva guna,
se una certa attività mentale si rivela necessaria, essa si verifica,
ma nel resto del tempo c’ è tranquillità. Quando tamoguna e rajoguna
predominano, non si può ascoltare il Sé. Se predomina sattva guna, si
può sperimentare pace, felicità, chiarezza e assenza di pensieri
vagabondi. E’ questa la tranquillità di cui parla Bhagavan.

(Redazione a cura di  Sritha Lakshmi)


Bioregionalismo Treia •: La via per il ritorno a casa: "Quando ...

Il Dante Alighieri "populista" che non piacque alla chiesa cattolica


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Esiste un Dante Alighieri che Benigni non vuole o non può vedere. Un Dante reazionari. (diremmo oggi "populista"). Un Dante che sarà poi ripreso dal "cattolico belva" Domenico Giuliotti e da Ezra Pound.

Questo Dante, il vero Dante, ha scritto parole durissime contro l'immigrazione e contro la Chiesa che si rende complice di questa tratta di uomini. Basta leggere il sedicesimo canto del Paradiso, dove Dante, accompagnato da Beatrice, è a colloquio con Cacciaguida, il glorioso avo che trovò la morte durante la seconda crociata.

Dante chiede a Cacciaguida di parlargli di Firenze, di raccontargli come fosse nei tempi civili. Subito Cacciaguida si infiamma "come s’avviva a lo spirar d’i venti / carbone in fiamma, così vid’io quella / luce risplendere a’ miei blandimenti". Ricorda come gli abitanti di Firenze fossero un quinto rispetto a quelli che ci sarebbero stati 150 anni dopo dopo la sua morte: "Tutti color ch'a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista". Ovvero: la popolazione di Firenze, che ora è mescolata con gli abitanti di Campi Bisenzio, Certaldo, Figline Valdarno, era pura fino al midollo. Fino al più semplice degli artigiani.

E di chi è la colpa, secondo Cacciaguida e, quindi, anche secondo Dante? DellaChiesa che favorisce l'immigrazione dei toscani a Firenze: "Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna, / tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca". Ovvero: se la Chiesa non fosse stata matrigna nei confronti dell'imperatore e fosse stata amorevole nei confronti del figlio, certi fiorentini che ora passano il tempo a cambiar valute e a mercanteggiare sarebbero rimasti a Semifonte a chiedere l'elemosina come facevano i loro avi.


E Dante riconosce la causa prima della decadenza delle città nell'immigrazione indiscriminata: "Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade, / come del vostro il cibo che s’appone". Ovvero: la mescolanza delle genti provoca sempre il male delle città.

Hermes Alighieri - pressofficedante@gmail.com

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Esposizione dei simboli religiosi ed uso del potere finanziario come mezzo di controllo sociale e politico


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La mia lunga permanenza in India, luogo di profonda spiritualità e di sincretismo religioso, mi ha insegnato che non è necessario e nemmeno utile esporre nei pubblici uffici qualsivoglia simbolo religioso. Infatti per un rispetto delle pari opportunità e comunque di tutte le minoranze religiose presenti nel sub-continente, nelle aule scolastiche o nei luoghi pubblici non vengono esposti i simboli dei credo presenti nel sub-continente, che siano essi induisti, musulmani, buddisti, jainisti, cristiani, etc. Tali simboli eventualmente sono esposti solo nelle scuole gestite da enti religiosi, magari sotto forma di statue dei fondatori. Nelle aule pubbliche non ci sono immagini, se non quelle ufficiali dei Padri della Patria, come Gandhi, o del presidente della Repubblica.

Non così in Italia, nelle scuole e nei tribunali, in cui  viene esposto il crocifisso, ignorando la regola non scritta di una pari opportunità…

In ambito spirituale l’idea sincretica sarebbe la più laica… e questa idea era presente anche a Roma ed in tutti i paesi del vecchio continente, almeno sino alla supremazia dei due culti monolatrici oggi dominanti (cristianesimo ed islam), essa è l’unica forma di pensiero che garantisce pari dignità ad ogni credo religioso o ateo, considerandolo parte del patrimonio morale e filosofico dell’umanità.

La laicità dello Stato, sancita nella Costituzione, dovrebbe essere garantita dal governo della nazione in forma più sincretica e liberale…. Purtroppo  in Italia non siamo ancora giunti ad un vero affrancamento dalla dominanza del vaticano…

Vorrei qui aggiungere un’altra “ragione sporca”, oltre a quella religiosa, che impone all’Italia la sudditanza al vaticano. Tale ragione è sia politica (per la continua ingerenza delle gerarchie vaticane nelle decisioni governative dello Stato) che economica…

Sì avete letto bene… Nel mondo esistono due poteri economici molto forti, il primo è rappresentato dalle banche mondiali rette da finanzieri ebrei ed il secondo è la banca del vaticano, questi due poteri sono in lotta antagonista per accaparrarsi il dominio del mondo… Dagli ultimi dati si rileva che  stanno vincendo i potentati ebrei… ma il vaticano controlla ancora (almeno in parte) i paesi di matrice cattolica, come appunto l’Italia, e sapete perché?

Tutti i politici che hanno fondi sozzi da riciclare, tutti i mafiosi e collusi, tutti i commercianti di morte, i corrotti, etc. hanno depositi ed investimenti nella banca del vaticano… 

Paolo D'Arpini