"La buia notte dell'anima..." secondo Osho

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Osho, che cos’è la notte oscura dell’anima? Mi sta forse sfuggendo qualcosa?
Non ti sta sfuggendo nulla, nemmeno la notte oscura dell’anima: ci sei già dentro!
Essere inconsapevole delle tue azioni, dei tuoi pensieri ed emozioni crea la notte oscura dell’anima. Nel momento in cui sei consapevole di questi tre livelli del tuo essere… Il pensiero è il livello più superficiale, il sentire – le emozioni – è un po’ più profondo, e poi c’è l’essere: l’ultima cosa che devi disperdere quando arrivi al supremo.
Il processo è semplice, il processo è sempre lo stesso. Osserva, sii testimone, osserva i pensieri – senza alcun giudizio, senza condanne e senza giudicare…
Nel momento in cui dai un giudizio – a favore o contro – non sei più un testimone: sei già diventato parte del processo del pensiero.
Resta in silenzio, e guarda semplicemente ciò che passa sullo schermo della mente, allo stesso modo in cui guardi un film. Ricorda solo che sei un semplice spettatore. E lo stesso procedimento, quando sei riuscito a utilizzarlo al primo livello, ti renderà capace anche di osservare le tue emozioni, che sono più sottili.
La persona che vede i pensieri e resta silenziosa, resta testimone, diventa automaticamente capace di fare questo secondo passo. E molto presto sarai in grado di osservare i sentimenti, gli umori, gli stati d’animo, le emozioni.
Quando hai passato il secondo stadio, affronti il terzo… è il più profondo dentro di te, la sensazione dell’Io, la separazione tra te e l’universo.
In realtà non c’è separazione, nemmeno per un istante, separato non puoi nemmeno esistere. Sei in armonia con l’universo, in tutti i modi possibili. Ci sono innumerevoli ponti tra te e l’esistenza che ti circonda.
Ora osserva questo silenzio, questo ‘essere’, questa sensazione di ‘io sono’ – osserva e basta. Non c’è nient’altro da osservare, solo un piccolo territorio intorno a te.
Quando osservi i pensieri, i pensieri scompaiono.
Quando osservi le emozioni, le emozioni scompaiono.
Quando osservi l’essere, non sei più separato.
Resta solo il testimone, che è la tua realtà eterna. Non ha nulla a che fare con te: è universale. Il tuo testimone e il mio testimone non sono separati.
Il testimoniare, dovunque avvenga, è lo stesso. Non conosce né distanze di spazio né di tempo. Per il testimone non c’è spazio e non c’è tempo: non ci sono limiti.
Prima di arrivare a questo punto… tutto il resto è la notte oscura dell’anima.
Quando arrivi a questo testimoniare, nasce lo splendido giorno dell’anima.
Il sole sorge e non tramonta più.
Ma il solo ascoltarmi non ti sarà di aiuto. Dovrai praticarlo quanto più ti è possibile. Non occorre dedicargli del tempo in particolare: sederti in meditazione per un’ora o venti minuti, e osservare. Se hai tempo puoi sederti in silenzio e testimoniare, ma non è necessario. Puoi continuare a fare il tuo lavoro e continuare comunque a testimoniare.

Il punto è come rendere questo testimone sempre più forte, più robusto, in modo da poter perdere ogni identità. Solo una persona forte può perdere tutte le identità.
E quando sei in un silenzio totale… c’è luce, una luce che non è mai iniziata e non finirà mai. Può essere tua, devi solo reclamarne il possesso. Lo sforzo non è così grande come ti hanno detto le religioni.
Se cammini per strada, qual è il problema? Perché non puoi semplicemente osservare il camminare? Il punto non è ciò che stai osservando, il punto è che osservi, sei testimone. Qualsiasi cosa può aiutarti a rafforzare le tue energie di osservazione. Se guardi un bellissimo tramonto, non perderti, non dimenticare te stesso. Ricorda che sei solo un osservatore. Può continuare ventiquattr’ore al giorno senza che nessuno sappia cosa stai facendo. 

La religiosità non è qualcosa di cui il mondo debba venire a conoscenza.
È qualcosa che devi fare dentro di te. 

Inizia da questo preciso momento.
Questo silenzio immenso – migliaia di persone, ma sembra che non ci sia nessuno… osserva. Il rumore distante di un aereo… Resta un semplice testimone.
Poi continua a praticare la stessa cosa qualunque cosa fai, se mangi, se ti fai la doccia, o lavori in giardino o nei campi. Non importa cosa fai, quel che conta è che il testimone sia sempre presente.
All’inizio te ne dimenticherai molte volte, perché per molte vite non sei mai stato un testimone, eri sempre colui che agisce. È solo una vecchia abitudine: le vecchie abitudini sono dure a morire, ma prima o poi muoiono di sicuro.
Dipende tutto da te. Più ne fai un processo che è quasi come il respiro… Fai cose di ogni genere, e tuttavia continui a respirare. Non è che smetti di respirare solo perché stai scavando una buca nel terreno.
Osservare deve diventare come respirare. In realtà è il respiro dell’anima universale che contieni in te.
E quando hai ‘assaggiato’ anche solo un momento in cui sei universale… è arrivato il mattino. La notte oscura dell’anima è finita.
Tratto da: Osho, From Death to Deathlessness
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Karma - Azione e legge di causa ed effetto

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…nel nostro mondo di manifestazione esiste la legge del Karma… E tutto
quello che (ci) accade dipende da questa legge… Una persona fa (dice,
o pensa) una certa cosa e questo fatto mette in moto tutta una serie
di eventi e circostanze in linea con quella azione… Se l’azione è
buona crea effetti buoni, se invece è meno buona, ovviamente creerà
effetti spiacevoli. Il punto è che noi non abbiamo il controllo dei
nostri pensieri (e spesso, neanche delle parole e delle azioni…).

Così, questi pensieri sottili ci fregano e fanno originare quei fatti
spiacevoli (e purtroppo, noi non ne siamo consapevoli perché spesso
avvengono a distanza di tempo e spazio e non sempre a riguardo delle
stesse persone, (cioè, se uno ha un pensiero di rabbia, di invidia o
di qualunque altro tipo emotivo verso una data persona, è possibile
che a distanza di tempo (anche anni…) e in luoghi diversi quei
pensieri mi si ritorcano contro, con una energia negativa attivata
dalla risposta karmica, e potrà accadere che altre persone cercheranno
di farmi del male…

Tutto questo dipende soprattutto dalla nostra mente ignorante che NON
RICONOSCE IL VERO MODO DI ESSERE DEI FENOMENI, e quindi, CREDENDOCI
CIECAMENTE, li rende REALI e pertanto ci fa subire gli effetti di
questa nostra adesione e cieca credenza alla loro presunta realtà… Ci
vogliono ANNI di pratica meditativa profonda, a fianco di un vero
insegnante del vero Dharma, per capire tutto questo e darci
l’opportunità di far smettere di generare quel tipo di karma. Ed
inoltre, devi sapere che LE PREGHIERE SERVONO A POCO, nel senso che
fintanto che non si arriva alla vera Comprensione di come stanno
veramente le cose, anche le nostre preghiere o recite di mantra,
vengono espresse in modo dualistico, con la speranza che qualche
entità divina (purtroppo, non-reale neanche essa…), ci venga in aiuto
e in soccorso.

Perciò, ora sai… e dunque al momento il miglior consiglio che posso
darti è di distaccarti da questi tuoi pensieri che ti fanno credere a
quel fastidioso fatto… Cerca di evitare di rimuginarci sopra… Manda
via ogni tua interpretazione personale, e lascia cadere la cosa,
vedrai che in breve tempo quella cosa svanirà dalla tua mente e non ti
tormenterà più, perché l’effetto karmico si sgretolerà e passerà (come
d’altronde tutte le cose…). La tua arma in questo momento deve essere
la pazienza.

Nel Chan noi la chiamiamo ‘anupatthikadharmakshanti’, ed essa
significa “La paziente sopportazione dell’Increato – cioè di ciò che
non esiste in modo reale). Così, devi sopportare che la cosa passi,
lascia passare questo momento, NON REAGIRE e lasciala andare. Se tu la
dimenticherai essa non avrà più vera esistenza…

Alberto Mengoni - Centro Nirvana


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Restare nel Centro, senza pensieri, senza religione, senza ricerca alcuna… Questa è spiritualità Laica


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“La gioia consapevole nel mondo è la stessa dell’estasi nel Samadhi” (Shivasutra)

La nostra vita non è separata dalla Vita. La nostra esistenza individuale è parte dell’Esistenza totale, inscindibilmente connesse, inseparabili.

C’è nell’induismo una bellissima immagine che raffigura il Creatore, Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu. Vishnu in questo caso raffigura l’Uno da cui tutto procede e non soltanto il Conservatore. Ed anche noi siamo collegati all’ombelico del cosmo, poiché siamo un’espressione vitale dell’interezza della vita, dipendenti dalla Sorgente.

In una forma di meditazione zen ci si concentra sull’ombelico, hara in giapponese, che viene considerato il punto d’incontro dell’energia vitale, ki. Nel Tantra quel punto corrisponde al chakra in cui brucia il fuoco eterno, Manipura (plesso solare). Secondo altre scuole la base di collegamento con l’infinito, di cui siamo la manifestazione, è indicato in altre aree o chakra: nella base della colonna spinale, nel cuore, nella ghiandola pineale o sulla sommità della testa (la fontanella).

Poco importa la sua ipotetica “ubicazione” –che è solo una convenienza descrittiva in quanto come può essere “ubicato” quello che tutto contiene?- ciò che conta è che sicuramente per ognuno di noi esiste un “Centro”, una radice che nutre il nostro essere. Possiamo non esserne consapevoli ma il “Centro” esiste e si esprime in forma di Coscienza.

Secondo Abraham Maslow “l’attuazione di sé” significa divenire consapevoli di questo “Centro”.

Vivere lontano dal proprio “Centro”, che è il ponte che unisce la nostra esistenza individuale con quella Universale, corrisponde al sentirsi separati, “gettati su questo mondo” –usando le parole di Sartre. Ovvero ritenersi estranei e privi di radici con l’esistenza. Da ciò deriva una condizione di perenne inquietudine, che cerchiamo di soddisfare con i desideri e le scelte, ma il risultato é solo frustrazione, paura, incertezza e lotta… ed è una lotta che conosce solo sconfitta! Infatti come ci si può ribellare o tentare di modificare la vita quando noi stessi siamo una sua emanazione?

Perciò, nella spiritualità laica, la realizzazione, l’integrità, la “santità” (se preferite questo termine) consiste nel risiedere nel proprio “Centro”. Nel lasciarsi andare in profondità sino alle radici dell’Io.

E’ difficile? Sembra impossibile?

In verità è la cosa più semplice di questo mondo, poiché –come affermava Ramana Maharshi- non possiamo fare a meno di essere quel che già siamo, basta divenirne consapevoli: “Scendete alle radici stesse dell’io. Sperimentate ciò che siete nel profondo”.

Paolo D’Arpini


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La "solitudine" dell'uomo di conoscenza e la sua totale presenza in tutto ciò che è


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In un discorso inerente la "solitudine" del Jnani  fatto da  Nisargadatta Maharaj, riportato su "Io sono quello" il libro che raccoglie parecchi dialoghi del saggio,  è  affermato:  "L'uomo di conoscenza è solo
 ma è anche ogni cosa esistente. Non è neppure un essere umano. E’ l’essere di tutti gli esseri viventi. E neanche questo. Non bastano le parole a spiegarlo. E’ quello che è, è il terreno su cui tutto cresce ... La compassione e l’amore sono la sua più intima natura. Scevro di ogni predilezione, egli è  libero di amare! (…)   La realtà suprema si manifesta nelle più varie maniere, in innumerevoli forme e nomi. Tutto affiora e si reimmerge nello stesso oceano, la sorgente di tutto è una sola. Andare in cerca di cause e risultati è un passatempo della mente, solo "ciò che è" merita di essere amato. L’amore non è un risultato, ma il fondamento stesso dell’essere. Ovunque tu vada, trovi l’essere, la coscienza e l’amore. Per quale motivo e per cosa avere delle preferenze?" 

Per comprendere meglio, le implicazioni di quanto qui espresso occorre fare un passo indietro nel tempo, riportando l’attenzione all’alba formativa dell’Advaita Vedanta, la conoscenza non-duale della Realtà, espressa nelle porzioni terminali dei Veda (Vedanta) e nelle Upanishads. 


Ad esempio nel commento fatto sulla Taittirya Upanishad fatto da Shankaracharya, vissuto nel V secolo, viene detto: “Conoscenza ed ignoranza appartengono al reame di nome e forma; essi non sono gli attributi del Sé… Ed essi -nome e forma- vengono “immaginati” (sovraimposti) così come lo sono il giorno e la notte in riferimento al sole”.

La similitudine con il sole è qui molto appropriata. Dal punto di vista del sole non c’è né giorno né notte e ciononostante senza il riferimento al sole non vi può essere né giorno né notte. E’ solo dal punto di vista dell’osservazione dalla terra che giorno e notte hanno un significato e vengono sovrapposti al sole. Allo stesso modo nel puro Sé (l’assoluta Coscienza non-duale) non sussiste alcuna conoscenza né ignoranza. Queste sono rilevanti solo per l’intelligenza finita (la mente duale), ma ancora queste possono assumere un
significato solo se sovrapposte al Sé.

Il Sé, che è la Realtà Assoluta, ha la natura della Conoscenza Assoluta, non nel senso di una trasformazione mentale ma in quello di Consapevolezza incondizionata. Ed è questa stessa Consapevolezza che è alla base della conoscenza-ignoranza empirica, la stessa che produce il miraggio di nome e forma….

Paolo D’Arpini

L'uomo di conoscenza ed i "Succhi alchemici"

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“L’Uomo di Conoscenza (uomo o donna che sia), impegnato ed impeccabile,
osserva gli eventi, le situazioni, senza farsene prendere e coinvolgere più
di quel tanto; per lui nulla del quotidiano è importante o troppo
importante, se pur a tutto può prender parte …
… gioie, dolori, successi, insuccessi, non lo travolgono ..
… egli non ha famiglia, non ha patria, non ha ideologia, che lo
condizionino, se pur abbia delle preferenze e delle simpatie …
… ancor meno si assilla alla sua storia personale e sola autentica
relazione con gli altri è quella “follia controllata”, per cui recita
la sua parte, nel ruolo della società, così come la reciterebbe sulla
scena, e in effetti si tratta di recitarla sulla scena della vita. “

“Il buon attore sta bene attento a come si comporta quando recita e nella
interpretazione del personaggio che impersona non dimentica ovviamente sé
stesso, ragione per la quale è come sdoppiato.
Altrimenti si alienerebbe nel personaggio.
Orbene, nel quotidiano, sii attento a vivere le tue esperienze e a
comportarti come un attore consumato, nella presenza del Nume in te, pur
nell’anagrafico, nel biografico di quella “persona”, di quella maschera
che sei al secolo; ergo disidentificato da essa e identificato al dio in te,
al divino che incarni, e che al redde rationem o rendiconto è lo stesso Dio
in/di ognuno.

La situazione dell’Uomo di Conoscenza è certamente drammatica, per il
rischio della dissociazione mentale, epperò non c’è altra Via per salvare
dall’affogare nel quotidiano, nel profano, e morirvi, ciò che tale non è.
La morte del dio è la vera morte…”
- Da "Succhi alchemici" di Giammaria

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Il karma genealogico... tra Jung ed Hamer




C. G. Jung ha dimostrato, attraverso le sue ricerche, che esiste una correlazione tra l’inconscio individuale e quello collettivo, una trasmissione psichica inconscia tre le generazioni che ora viene studiata dalla psicogenealogia, dalla programmazione neuro-linguistica, da alcuni neuro scienziati (che affermano che il motto “penso dunque sono” si può trasformare in “penso dunque siamo”), dalla fisica quantistica (aspazialità-atemporalità-sincronicità) ecc.
Scrisse Jung nel suo libro “Ma vie”: “Mentre lavoravo al mio albero genealogico, ho capito la strana comunanza di destino che mi lega ai miei antenati. Ho fortemente il sentimento di essere sotto l’influenza di cose o problemi che furono lasciati incompleti o senza risposta dai miei genitori, dai miei nonni, dai miei bisnonni e dai mei antenati. Mi sembra spesso che sia una famiglia, un karma impersonale che si trasmette dai genitori ai figli. Ho sempre pensato che anch’io dovevo rispondere a delle domande che il destino aveva già posto ai miei avi, domande alle quali non si era ancora trovata una risposta, o anche che dovevo risolvere o semplicemente approfondire dei problemi che le epoche anteriori lasciarono in sospeso.La psicoterapia non ha ancora tenuto abbastanza in conto queste circostanze:”
Un caso che mi ha molto colpita riguarda una giovane che, quindici anni anni fa, mi chiese informazioni sulle scoperte del dr. R. G. Hamer perchè desiderava capire la causa del suo tumore. Mi raccontò che il suo nome le era stato assegnato in ricordo di due parenti decedute anni prima della sua nascita, una cugina e una zia. La cugina si ammalò e morì giovane della stessa grave malattia che lei ebbe da adolescente e la zia si ammalò e morì a seguito del suo stesso tumore. Il fatto di essere sopravvisuta, si disse quasi miracolosamente, alla sua prima malattia l’aiutò a ben sperare anche nel caso della nuova diagnosi di tumore. Desiderava però conoscere le cause e l’evoluzione biologica del suo tumore che comprese poi attraverso le scoperte del dr. Hamer. Questo caso così particolare evidenzia come alcune scoperte possono aiutare la guarigione e la risposta ad alcune di quelle domande che, come sopra esposto, Jung aveva posto a seguito delle sue intuizioni.
Paola Botta Beltramo








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Commento di Marco Bracci: 

"Nelle parentele, strette o meno strette, e nelle amicizie anche, ci si lega a seguito delle caratteristiche del proprio carattere, che è determinato dalle colpe di cui si è caricata l'anima nel corso della vita presente e di quelle passate. Perché? Perché lo scopo dell'incontro e dell'eventuale unione fra esseri umani è quello di riconoscersi tramite l'osservazione dei difetti dell'altro, e il riconoscimento dei propri, al fine di rischiarare l'anima. Spiego meglio. I difetti che si vedono negli altri sono di due tipi, quelli che ci lasciano più o meno indifferenti e quelli che ci fanno irritare o addirittura arrabbiare. E sono proprio questi ultimi quelli che noi stessi abbiamo, tenuti ben nascosti dal nostro ego dentro il subconscio, ma che vengono fuori nei momenti di rabbia e di tensione. Quindi, passati i primi anni di convivenza e affievolitasi quell'attrazione fisica che noi chiamiamo amore (ma che non lo è quasi mai, in quanto è solo finalizzata all'unione carnale), cominciano ad arrivare le incompatibilità, vale a dire le "rispondenze". La moglie si irrita perché il marito vuole uscire il sabato perché la domenica vuole sempre vedere la partita di calcio. E lei vuole uscire la domenica perché il sabato deve fare le pulizie. Qual è la differenza? Nessuna, tutti e due sono cocciuti e non disposti ad andare incontro alle esigenze dell'altro, quindi si accusano a vicenda di essere fissati, non disponibili, "ti interessa di più la partita/pulire di me" ecc. ecc., e spesso si arriva ai ferri corti e, specie in questi ultimi decenni, alla separazione o, peggio, al tradimento.
Vedere un difetto in un altro è di per sé giusto, perché aiuta a indirizzare il nostro comportamento verso mete più elevate, ma quando questo difetto ci irrita dobbiamo esaminare noi stessi e vedere dove anche noi lo mostriamo. Una volta scoperto, se ne chiede perdono e ci si sforza di non mostrarlo più. Così facendo, ci si incammina verso la meta della purezza assoluta e, man mano che si fanno dei passi, si viene aiutati sempre più dal mondo spirituale e quindi ci si incolpa sempre meno. In tal modo l'anima si purifica sempre più, finché un giorno non avremo più bisogno di incarnarci e di soffrire e proseguiremo il nostro cammino evolutivo nelle sfere di luce, quali aiutanti di coloro che invece sono ancora legati al mondo materiale e/o contribuiremo all'espanzione dell'Universo.
Se questo processo di riconoscimento dei nostri errori non viene messo in atto, esiste solo un altro modo per ripulire l'anima dalle colpe con cui l'abbiamo avvolta: la sofferenza fisica tramite malattie o disgrazie.
Per tornare all'argomento iniziale, si riscontarno malattie simili in discendenti di una stessa famiglia perhé nella famiglia si incarnano anime con colpe simili, da cui deriva l'ereditarietà, che comporta sofferenze simili.
In conclusione, o ci si riconosce e si cambia volontariamente, evitando così le sofferenze fisiche (solo l'ego soffre, ma è bene, perché prima o poi deve scomparire del tutto) o si cambia, prima o poi, tramite la sofferenza fisica. Altre vie non esistono."

Yad Adonai - La leggenda della "Manina di Fatima"

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La cosiddetta "Manina di Fatima" in realtà è la Yad Adonai, un simbolo prettamente ebraico. La mano è raffigurata simmetrica (come se avesse due pollici), perché in tal modo le dita venivano ad assumere la forma del nome divino IHWH in lettere ebraiche, ed era un simbolo ebraico molto diffuso come lo è ancor oggi fra gli Ebrei di tutto il mondo. 

Lo era in particolare fra gli Ebrei del Nord Africa, specie in Tunisia, dove la maggioranza della popolazione era ebrea e lo Stato era governato da una sacerdotessa ebraica (La Kahina). Con la colonizzazione islamica del Nord Africa, le popolazioni indigene ebree o cristiane finirono massacrate, e coloro che si salvarono dalle stragi vennero convertiti all'islam con la forza. Presso di loro era molto diffuso come talismano la Yad Adonai, e gli imam locali, invece di proibirne l'uso, lo islamizzarono inventando la leggenda su Fatima, leggenda che nelle aree islamiche dove la Yad Adonai non era diffusa è semplicemente sconosciuta. 

Ovviamente il contenuto della leggenda è del tutto anacronistico, perché nel periodo in cui si riferisce la poligamia e il possesso di schiave era diffuso e socialmente e religiosamente accettato, e nessuna moglie si sarebbe mai azzardata a protestare se il marito prendeva un'altra moglie o acquistava delle schiave con cui era lecito avere rapporti sessuali. Storicamente poi sappiamo che, oltre a Fatima, Ali non restò affatto "monogamo per far piacere a Fatima", ma ebbe altre mogli e altre schiave, avendo da tutte loro figli che poi giocheranno un ruolo significativo nella storia araba successiva. 

L'origine ebraica e non islamica del simbolo è poi dimostrano da due elementi fondamentali 
1) La forma delle dita, che rappresentano lettere ebraiche e non arabe; 
2) Il fatto che al centro della mano venga costantemente riprodotto il Sigillo di Salomone.

Arya Samaj -   aryasamaj.roma@gmail.com

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Articolo collegato: http://www.eticamente.net/48754/mano-di-fatima-la-leggenda-del-simbolo-della-femminilita.html

"Gli incantatori di serpenti" di Simon Smeraldo - Recensione - Con un brano su Arcano XVII (La Stella)



Il libro "Gli incantatori di serpenti"  è ora in distribuzione. Buona lettura di storie di magia e dell'insolito, incentrate soprattutto su di una rivisitazione personalizzata dei Tarocchi e dell'Alchimia in senso lato... ma più in generale sul grande mistero della Vita.

Un Brano dal libro - Arcano XVII- La Stella 
"Tra le ballerine di Broadway la stella era indiscutibilmente lei, Trixie. Sì, io la conobbi in una notte fumosa al tavolo da poker...una di quelle notti in cui ti senti padrone del mondo.Sa, avevo vinto molto....quelle magiche situazioni in cui tutto gira per il verso giusto. Lei era insieme a qualcun altro,un altro giocatore dello stesso tavolo,ma nonostante ciò avevamo subito legato. Diventammo in breve amici,e poi amanti. Però, a parte l'appassionata relazione che c'era tra noi, le volevo davvero bene. Non era certo un corpo e basta. Era...come dire....speciale,ecco"
"Miss Trixie? E chi non le voleva bene? Registi, ballerini, tecnici...chi non la poteva sopportare, per ovvie ragioni, erano le altre ballerine...sapevano che lei valeva molto più di loro, sia come artista che come persona"
"Sì, io la conoscevo bene: era sempre allegra: così...così piena di vita, ecco.Lo so che è una banalità, ma è l'unico termine che mi viene in mente per descriverla"
"Ma certo, Trixie O' Neal....donna meravigliosa,bravissima ballerina...fantastica amante,perfino! Eh,ne so qualchecosina io ...abbiamo avuto una storia, non dico quella della vita,perchè è durata anche poco,ma mi creda se le dico che ha lasciato il segno. E non ne sono uscito mica tanto facilmente"
"Non penso di aver mai conosciuto una persona in gamba come Miss O'Neal. Era non solo inappuntabile come professionista, seria scrupolosa....ma era anche un piacere stare in sua compagnia"
"Un finissimo senso dell'humour...ci faceva ridere praticamente dalla mattina alla sera. Che allegria averla intorno! Che Dio la benedica,ovunque lei sia adesso"
"Una persona ammodo, con un animo pulito innestato su di un corpo da favola. E io l'ho stretta fra queste due braccia...mi considero un privilegiato"
"Era pazzerella, era divertente....entusiasta di tutto, non potevi restarle indifferente"
Mancava poco che volessero avviare un processo di beatificazione per questa famigerata Trixie; e il sottoscritto, che ha raccolto tutte le testimonianze di cui sopra, ha pure pensato di inoltrare la pratica al Vaticano. Ma avrei come l'impressione che....come dire...non la prenderebbero bene, ecco.
Comunque, nella mia lunga carriera di detective, quando si trattava di indagare su di una persona scomparsa,quello che capitava di sentire per lo più erano commenti negativi a proposito della persona scomparsa.Qui era tutto il contrario: nessunissimo benché minimo commento negativo; tutti entusiasti, tutti positivi, tutti innamorati persi di questa Trixie.
Ma chi era in realtà Trixie O' Neal? Nessuno lo sapeva,perchè sembrava non possedere un passato.Era comparsa sulla scena di Broadway così, da un giorno all'altro,conquistando i registi,i produttori, e infine il pubblico e la critica...oltre che molti cuori maschili nel processo.
E adesso dov'era Trixie O'Neal? Nessuno lo sapeva, perchè era scomparsa così come era arrivata, da un giorno all'altro, senza un motivo, senza lasciare traccia, nel pieno della sua parabola ascendente verso il successo.
Non so come,mi misi in testa che l'avrei trovata non in qualche caotica città a cercare di far perdere le sue tracce, ma dove nessuno pensava di cercarla. Nel deserto, il posto più improbabile in cui una ballerina di Broadway, che non può vivere senza un palcoscenico,si rifugerebbe.
Allora, quanti deserti negli Stati Uniti? Death Valley, Mojave, Sonore, il Deserto Dipinto...negli stati di California, Arizona, Nevada, Utah, New Mexico, Colorado...c'era solo l'imbarazzo della scelta. Non potevo,per ovvie ragioni,controllarli tutti, così dovetti andare a naso.Arizona, ecco: mi era sempre piaciuto il suono di quel nome: lo sentivo...musicale, certo,perchè no.
L'aereo atterrò a Phoenix, ma sapevo che lì non ce l'avrei trovata di sicuro.
Noleggio una macchina vado verso sud, verso il confine: qualcosa mi dice che è lì che si trova lei.Che cosa non lo so. Però rifletto che da quando sono sulle sue piste è come se dentro me...dentro me si sia attivata una sorta di segnale, sapete come quei transponder che ti indicano dove sta andando un veicolo...qualcosa del genere. Sento come un segnale sonoro dentro, o luminoso, non so, che si intensifica ogni volta che prendo una decisione che mi avvicina- almeno credo - a lei.Come a dire: fuochino...fuocherello...focone...e mai una volta, ve lo assicuro, ho avuto l'impressione di essere sulla pista sbagliata.
E' una rispondenza, una risonanza che non so da dove scaturisca, da dove sia originata, né perché. Ma è come se da quando mi interesso alla sua scomparsa lei si sia...ma sì! ...Messa in contatto con me! Sì, lo so, "roba da fantascienza" direte voi. Forse avete ragione.Ma io...sento di dover credere in questi segnali. E' la prima volta nella mia vita, non mi è successo mai prima , e non ho mai creduto ai cosiddetti fenomeni paranormali. Ma,amici,mi sto ricredendo: questa è roba grossa.
Si fa buio,guido da molte ore ormai. Ma non sono stanco: l'aria frizzante del deserto di notte mi tiene sveglio. Sono quasi a Nogales: dopo di che, niente più States. Ma sono certo,non so perchè, che lei non ha sconfinato. Guardo su. Milioni,miliardi di stelle:tutte quelle che ci sono da vedere in cielo , nel deserto le vedi tutte.Ed è uno spettacolo che non ti stanca.Mi fermo, esco a fare un po' d'acqua e di nuovo guardo su. Quando riabbasso lo sguardo lei è proprio lì,a due metri da me. E non ha niente addosso. Il suo corpo indescrivibilmente bello però non è quello che cattura il mio sguardo: è quel viso, sono quegli occhi: occhi di un cielo senza limiti, occhi che fondono l'universo in uno sguardo.
"Lo so perchè mi cerchi" mi dice con un placido sorriso di quegli occhi, del cuore e della mente, senza increspare minimamente le labbra. E senza parlare.
Una gioia indicibile mi invade, e io non sono più io. Vorrei correre per il deserto, alzare la braccia al cielo,gridare al mondo che sono qui, sono vivo, e che lei....è proprio lei, semplicemente lei, ed è qui.
Invece mi sciolgo davanti a lei, la saggia, la dolce, l'amante immortale di tutto ciò che è vivo, tutto ciò che è bello, tutto ciò che è vero.
Sono un bimbo,sono un fiore, sono un cielo, e desidero solo una cosa:il suo bacio di vita, il sigillo dell'amore eterno che tutto abbraccia e tutto annulla.
Lei fa un passo, ha capito tutto, si protende in avanti e posa le sue labbra sulle mie, nel tocco incandescente che tutto trasfigura. E vivo mille anni nello spazio di un secondo: mi rivedo bimbetto nella culla, bambino nelle prime partitelle di baseball, adolescente foruncoloso alle prese coi patemi d'amore, studente universitario con poca voglia di studiare, uomo che si deve prendere la sua razione di calci nel sedere dalla vita per poi continuare per un po'a girare su se stesso...E' tutto cambiato, adesso, tutto trasformato da quel suo bacio.
E' tutto oro nella mia vita, perchè una stella è scesa su di me e mi ha incendiato il cuore.

Il Libro Incantatori di Serpenti  si può ordinare  in libreria oppure via internet al sito che fa capo alla casa editrice Caosfera al link: https://www.cinquantuno.it/shop/caosfera-edizioni/gli incantatori di serpenti/

India. L'islam come presenza ostile


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Comunità ebraiche e cristiane esistono in India da oltre un millennio. Hanno costruito le loro chiese e le loro sinagoghe senza danneggiare alcun Tempio hindu e senza compiere alcun atto di violenza contro la popolazione hindu. Vivono da sempre in pace con gli hindu e sono pienamente integrati nella società indiana. 

Gli islamici invece invasero l'India massacrando la sua popolazione. Oltre 18 milioni di hindu sono stati uccisi dai musulmani, oltre 4 milioni di donne hindu sono state da loro stuprate in massa e poi vendute come schiave, ed oltre duemila Templi hindu sono stati distrutti per costruire moschee sulle loro macerie. 

Ovviamente lo spazio in India non mancava, le moschee potevano benissimo essere costruite altrove, ma il Corano ordina ai musulmani di massacrare i non-musulmani, di stuprare le loro donne e di distruggere i loro luoghi di culto. La volontà islamica di umiliare il Sanatana Dharma e i suoi seguaci era palese, tanto che le murti in pietra venivano scalpellate per diventare pavimenti calpestati dai musulmani quando entravano nelle moschee, mentre quelle in metallo venivano fuse per costruirci pentole in cui cucinare carne di mucca. Il minareto Qutb di Delhi è istoriato con un calligramma in lingua persiana che elenca tutti Templi hindu distrutti per ricavare il marmo e la pietra necessari a costruire il forte rosso degli invasori Mughal. 

La prima moschea che i musulmani costruirono in India è la Qawwat al-Islam, edificata dopo aver distrutto il pre-esistente Tempio  di  Prithvi Raj. La Atala Masjid di Jaunpur fu costruita sulle rovine del Tempio di Durga. Il Tempio di Shiva Mahadeo costruito sulle rive della Yamuna ad Agra fu trasformato nella tomba di una concubina del tiranno musulmano, e ancor oggi ha i minareti aggiunti e viene chiamato Taj Mahal. La  Gharbat Nigar di Qanauj fu costruita sulle rovine del Tempio di Narayan, proprio come la Jami Masjid di Etwah fu costruita sulle rovine del Tempio di Surya. La Babri Masjid di Ayodhya fu costruita dopo aver distrutto il Tempio della nascita di Rama (Ram Janam Bhumi), come la Aurangzeb Masjid di Mathura fu costruita dopo aver distrutto il Tempio della nascita di Krishna. Sempre a Mathura, Aurangzeb fece costruire un'altra moschea distruggendo il Tempio di Govinda Deva, uno del capolavori dell'arte e dell'architettura indiana. A Varanasi il Tempio di Shiva Vishwanath fu anch'esso distrutto per edificarvi sopra una moschea. A Vrindavan il Tempio di Radha-Ramana fu distrutto dal musulmano Akbar, e questo indusse i Brahmana di Vrindavan a sostituire le murti con copie non installate, e a trasferire quelle installate in zone dell'India non islamizzate. 

Ancor oggi le murti dei sette Templi principali di Vrindavan non sono quelle originali, ma copie reinstallate dopo il termine dell'invasione islamica. Il Tempio di Somnath in Kashmir fu completamente raso al suolo dai musulmani, ed è stato ricostruito solo in epoca recente. Il massacro islamico degli Hindu continua comunque incessantemente, sia in Pakistan che nella parte del Kashmir occupata dal Pakistan. Questa è comunque solo la punta di un iceberg. 

Shankar Nath Baba  - aryasamaj.roma@gmail.com

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Shastra e Maometto rivisitato nel Maha Bhavishya Purana


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Nel Maha Bhavishya Purana, Guru Vyasadev Maharaja spiega che il demone Tripurasur era costantemente assetato di sangue umano e animale, e seguitò ad uccidere uomini ed animali fino a quando Shiva lo sconfisse, decapitandolo col tridente. Siccome la collera di Shiva fu l'ultima cosa che i suoi occhi videro prima di lasciarse il corpo, precipitò per secoli in Naraloka, dove espiò il suo karma omicida, e poi rinacque come Maometto a Bacca (attuale Mecca) presso il Tempio di Shiva Mahadeo (attuale Kaaba). Nacque in seno alla famiglia dei Quraish, i brahmana incaricati del servizio al Lingam di Shiva Mahadeo (attuale Pietra Nera), ma fu subito escluso dal servizio per due motivi: 1) Perché suo padre morì quando era bambino e non gli trasmise il yajnopavitam da brahmana; 2) Perché sua madre Amina non era una seguace del Veda ma una ebrea monocultista. Per queste ragioni Maometto si sentì isolato e discriminato dai brahmana della sua famiglia, e iniziò a concepire un culto mleccha basato sul rigetto dei Veda.

Suta Goswami Maharaj narra  che Maometto apparve al devoto Re Kshatriya Bhojaraja dicendogli: "O re,  so che tu segui il Sanatana Dharma, che è la fede primigenia, ma contro  quel Dharma eterno io diffonderò la religione asurica e tamasica  dell'islam, che si diffonderà fra i mleccha carnivori e sanguinari!  Ordinerò loro di circoncidersi i genitali, di non far crescere la shika  sul capo, di radersi completamente il capo e i baffi facendo crescere  solo la barba, di parlare a voce alta facendo confusione, di scannare e  mangiare ogni tipo di animali, eccetto i suini, e di non praticare  nessuno dei rituali vedici.

Bhojaraja fuggì da lui e offrì la puja a  Shiva Mahadev, chidendogli di allontare quello spirito demoniaco. Il re  Bhojaraja incontrò Maometto nel deserto, quando ancora l'islam non aveva allontanato gli Arabi dal Dharma. I devoti di Mecca avevano chiamato  Maometto a pronunciarsi sulle tre Dee arabe che avevano santuari attorno  a Mecca, Allat, al-Huzza e Manat, cioè Lakshmi, Saraswati e Parvati,  adorate con l'offerta dei loro alberi sacri, mirto, acacia e gelso.

Maometto prima confermò la fede vedica, dicendo, "queste sono le energie potenti, manifestate dal Signore al servizio di quanti le rendono omaggio", ma il giorno dopo disse che quel verso del Corano gli era stato ispirato da Satana, e maledisse le tre Devi! Il celebre romanzo di Salman Rushdie fa riferimento proprio a questa vicenda, narrata dal commentare del Corano Tabari. Maometto sosteneva che il suo angelo ispiratore era Gabriele, cioè Garuda, mentre si trattava di una nuova nascita di Hiranyakashipu in forma di uccello. Garuda apparve effettivamente a Maria, e le disse il vero "Sarai chiamata beata fra le donne perché tuo figlio diventerà un puro devoto quando avrà il darshan di Jagannath!" Ma il finto Gabriele e vero Hiranyakashipu che apparve a Maometto fu bugiardo sin dalle sue prime parole. Secondo il Corano la prima cosa che Gabriele disse a Maometto fu "Recita, nel nome del tuo Signore che ha creato l'uomo da un grumo di sangue!", del tutto falso, perché l'embrione fecondato per le prime due settimane non contiene nemmeno una goccia di sangue!

Queste sono le ragioni per culti  i seguaci del culto mleccha islamico:

1) Non riescono mai a vivere senza  versare sangue innocente, umano e animale; 


2) L'islam insegna ancor oggi  quel che Maometto ha insegnato dall'inizio: Ebrei e Cristiani possono  essere risparmiati se accettano di vivere come schiavi in uno Stato  Islamico, i seguaci di tutte le altre religioni o accettano la  conversione all'islam o vanno massacrati;

3) L'islam a tutt'oggi  considera lo stupro di donne non-musulmane come un opera di bene, che  almeno permette a quelle donne di procreare figli musulmani;

4) Gli  islamici versano milioni di petrodollari per poter continuare a  massacrare le mucche anche in territorio indiano;

5) Gli islamici hanno  distrutto il tempio di Shiva che ad Agra sorgeva sulla Yamuna,  trasformandolo nella tomba di una prostituta, il cosiddetto Taj Mahal;

6) Gli islamici hanno distrutto e raso al suolo il Tempio  dell'Onniscienza di Saraswati in Kashmir;

7) Hanno fuso murti in metallo  per farci pentole in cui cucinare carne di mucca; 

8) Hanno distrutto la  cupola del Tempio di Radha Mohan a Vrindavan, costingendo tutti i  brahmana a trasferire le murti installate a Vraja altrove;

9) A Benares  hanno distruto il Tempio di Kashi VIshwanath per trasformarlo in moschea;

10) Hanno fatto la stessa cosa con il Tempio Natale di Krishna  a Mathura e con quello di Rama ad Ayodhya;

11) Ancor oggi, secondo le  istruzioni demoniache di Maometto, continuano a massacrare hindu.  buddhisti, ebrei, cristiani, chiunque rifiutii di convertirsi al Tamoguna del loro culto.

Shankar Nath Baba - aryasamaj.roma@gmail.com

Spiritualità sta nel cogliere l'opportunità...

 "Cogliere l'opportunità al momento giusto è tutto quel che possiamo
fare... per crescere!" (Anandamayi Ma)


Risultati immagini per (Anandamay Ma) vedi

Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le
istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche
tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che
nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di
supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di
verità.

Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra
il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato
sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da
figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori
intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la
coscienza allo stato di nescienza è la paura.

E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei
nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la
debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio
discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo
spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso
di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e
dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e
sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione
enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si
può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso
maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non
esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole
sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si
accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio –
quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è
altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di
questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che
probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che
a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè
automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un
principio a ideologia e disporre il resto in conflitto.

Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero
che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che
scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile
parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale.

Se ci fosse possibile percorrere il camino senza sostegni ci
troveremmo, come cantava Ashtavakra, a vivere semplicemente ogni cosa
senza esserne scossi, a conoscerci già come puro
conoscitore-inconoscibile e guardare la vita, gli dei, il cosmo e le
istruzioni spirituali come uno spettacolo gioioso e tragico, fatto per
essere ammirato, sofferto e dimenticato subito dopo.

La coscienza del ricercatore, invece, raramente parte da questo
orizzonte, di più, solitamente è una coscienza contaminata
dall’angoscia e dalla paura; quando ad angoscia e paura non si riesce
più a dare un nome e una causa, finalmente si comincia a pensare che
l’origine risieda dentro di noi e si stabilisce di lavorare con se
stessi. Di fronte a questa radicale disfatta dell’io sul suo terreno è
naturale che si prenda la decisione di affidarsi, di scegliere
volontariamente che qualcuno ci possa manipolare e orientare.

Che cosa vince, in questo frangente, il bisogno di trovare una
soluzione efficace ai nostri problemi o la paura di abbandonarci
all’alto? Nel caso in cui la paura vinca sull’abbandono possiamo
inferire che si abbia ancora troppo da perdere, o una valutazione di
valore personale spropositata, cioè una tremenda fragilità dell’io.
Un io sano si fida. Per affrontare una istruzione nuova, un nuovo
passaggio della propria vicenda spirituale occorre un io sano. In che
senso si è sani abbastanza e di che cosa o di chi ci si fida
propriamente? Un io sano è immediatamente quello che sa prendere le
distanze da una mente malata, la propria, e che decide con freddezza e
con serenità di aggiustare ciò che si è spezzato, inquinato o fermato.

Questa presa di distanza, che è la sola con cui si può prendere una
decisione, è anche l’assicurazione di cui possiamo godere per il resto
del cammino e la pratica che facilmente possiamo sviluppare nel tempo:
la capacità di osservare le attività e le reazioni della mente con
distacco, la pratica dell’Osservatore.

A questo punto sembrerà che inizio e fine coincidano: che importanza
ha quello che mi accade se io sono già stabilizzato nella posizione
dell’osservatore? Il problema sta nel fare in modo che si passi
definitivamente e spontaneamente dall’osservatore di cose, fatti e
misfatti, all’osservatore puro: alla contemplazione di Dio o alla pura
consapevolezza di Sé. Cioè all’annullamento di qualsiasi differenza di
io e tu e di qualsiasi diffidenza o paura che ne deriva.

Occorre perciò che la nostra pratica spirituale sia fonte di coraggio,
non di ulteriori timori. Il coraggio sublime è la fiducia, non negli
altri, non in qualcuno, non in una idea, non in un modello: la fiducia
deve provenire dalla costante meditazione dell’Unità del divino,
dell’unità tra Realtà e Dio, in cui l’unica componente estranea sono
le divisioni e le paure sovrapposte dal comune pensare. Chi ha Dio nel
cuore non cade. Ecco perchè un cattivo maestro vale come uno buono, se
la coscienza è saldamente concentrata sulla Realtà Divina, se si è
totalmente innamorati di essa.

E’ impossibile, si dice, truffare un uomo onesto. Perchè la coscienza
sia così saldamente protetta e inattaccabile dalle malvagità che
irrompono nel mondo della vita religiosa, come in ogni altra
iniziativa umana, la sola difesa certa è la purezza. Non precipitate
nella fretta di raggiungere degli obiettivi; una purezza superiore,
dove decadano anche i gradi di discriminazione tra puro e impuro verrà
a suo tempo e con i costi esistenziali relativi. Probabilmente c’è
tempo e ci sarà modo. Osservate attentamente le piccole incrinature
del vetro della mente da cui potrebbe penetrare l’inganno, ovvero
l’auto-inganno. Si identificano in due grandi gruppi: la paura di
soffrire e il desiderio di soddisfazione.

Queste sono le battaglie da vincere per raggiungere una coscienza
davvero limpida, capace di contemplare Dio in ogni frangente della
vita, persona o cosa. In questo momento storico è particolarmente
difficile combattere le istanze della paura e del desiderio, per le
sollecitazioni continue a desiderare e a temere.

Ma forse la saturazione che alcuni provano, il desiderio di vivere
diversamente, possono guidare fino ad un certo punto, almeno oltre la
paranoia e il superfluo. Poi occorre sciogliere quelle convinzioni che
ci fanno credere di essere soggetti di un diritto/dovere alla paura e
al desiderio – così che si possa cominciare a guardare la propria vita
liberamente, cioè con vero distacco dai frutti, dal bene e dal male
che ne ricaviamo.

Se c’è un pericolo nella nostra storia spirituale è costituito dalla
debolezza e dal menefreghismo con cui ci trattiamo, trattiamo noi
stessi, inettitudine che ci porta a ritrovarci “vittime” di
circostanze avverse, persone o fatti. Ci sono dei prerequisiti, ben
noti, che Shankara indicò per stabilire chi è idoneo a sostenere un
cammino spirituale, senza mettere nei guai se stessi e gli altri, e
sono: discriminazione tra reale e irreale, distacco dai frutti,
possesso delle seguenti qualità: mente calma (sama), autodominio
(dama), raccoglimento interiore (uparati), perseveranza (titksa) fede
(sraddha), stabilità mentale (samadhana), aspirazione alla
Liberazione.

Questi principi si devono considerare con la massima attenzione e
impegno. Con il possesso di questi criteri si può affrontare molto, o
tutto, restando sostanzialmente indipendenti, cioè non-dipendenti
psicologicamente e moralmente, perfino servendo nelle condizioni più
umili, anche nelle circostanze più difficili da controllare. Il
conseguimento di questi requisiti occupa una parte prevalente del
cammino spirituale.

Si cade in inganno quando si crede di potersi permettere un condono
sul proprio impegno, dove si vuole avere tutto subito a basso costo o
a costo zero. Come nella vita, qui scatta il pericolo della truffa.

Ma tutto ciò che sentiamo necessario va sperimentato con fiducia.

La strada non è razionale, non percorre i limiti del perbenismo e del dualismo.

Quando un’istanza si presenta, se ne colga l’opportunità, finché anche
questa si riesca ad integrare nella Unità del Reale, nel suo continuo
discorso, nella istruzione ininterrotta che ci rivolge e che qualcuno
ha giustamente definito Amore. Si può cogliere l’opportunità di
imparare e di liberare energie in qualsiasi circostanza – il centro e
il perno del gioco siamo noi, è la coscienza che ci anima- e perciò
diciamo che qualsiasi cosa può essere uno strumento di Dio.

Si tema solo la propria incertezza, la pigrizia mentale, il
disimpegno, questi sono i veri truffatori dello spirito. Qualsiasi
cosa ci dia l’opportunità di recuperare una parte del nostro sapere,
dell’energia spirituale che normalmente rimane assopita a macerare
nell’ombra, apprezziamo e ringraziamo questo evento, sotto qualsiasi
nome o forma si presenti.

Beatrice Polidori


(Fonte: Turya - http://blog.visionaire.org/)