Destino concluso o libero arbitrio?

 


Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire. E la risposta?

Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga...) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?

Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…

No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.

Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli… Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.

Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.

Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.

Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.

“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.

Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.

Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.

“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”

Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.

Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere….

Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!

Paolo D’Arpini



Concezione oggettiva della realtà...




Due mondi

Diversamente dal pensiero ordinario, che si articola intorno al perno della realtà permanente, oggettiva e fuori da noi, è disponibile una prospettiva che la prevede invece scaturire in corrispondenza della nostra presenza.

Oggettiva, permanente e fuori da noi non riguardano la cosiddetta materia e la sua fisicità, ma la implicita pretesa che essa sia identica per tutti.

Per vedere il limitato spettro della concezione – ma sarebbe opportuno dire, della idolatria – oggettiva della realtà, è utile spostare l’attenzione sul modo in cui ci relazioniamo ad essa. Questo è sempre relativo al sentimento e alle emozioni, che via via ci attraversano, modulate da esigenze e morali, convenzioni, concezioni. Perturbati o sereni, la medesima realtà subisce descrizioni differenti e sempre legittime. Tranne che per gli scientisti, individui presi dal sortilegio della verità possibile attraverso la logica, la razionalità, il metodo.

Se la prima prospettiva può essere detta oggettiva, la seconda può essere chiamata relazionale. Una è considerata identica per tutti, l’altra, relativa a noi, è sempre diversa, (salvo nel caso di contesti intimi condivisi). Una ci viene tramandata dalla cultura razional-scientista-materialista, l’altra è da scoprire a mezzo delle necessarie prese di coscienza delle dinamiche energetico-immateriali che fluttuano in tutte le relazioni e costituiscono una mente invisibile ma necessariamente rispettata da chi concorre a crearla.


Sentieri

In merito alla realtà che scaturisce dal momento della nostra presenza in poi, ovvero dalla interpretazione che i sentimenti ci impongono, torna utile occuparsi di comunicazione, non a caso corpus relazionale per eccellenza. È qui utile però ricordare prima, che i sentimenti e le emozioni, che agiscono nel nostro universo personale creando sinapsi e ritorcendosi su retoriche come una pallina da flipper al meglio delle sue scorribande, sono i veri inseminatori dei giudizi che esprimiamo per definire e descrivere la realtà. Ciò corrisponde a un’azione di investitura di cui siamo ignari. Un epilogo, quest’ultimo che ci lascia nella convinzione che quanto vediamo in essa, corrisponda a autentici suoi attributi e caratteristiche, sulla cui origine noi non avremmo nulla a che vedere. Così ci dice e insegna la cultura scientista che ci ha cresciuti.

Il sentiero che seguiamo è il nostro sentiero. Cioè corrisponde in tutto e per tutto alla nostra biografia, anche quando, secondo la stupida idolatria della coerenza, ci è in contraddizione. Una rappresentazione fisica ci è offerta da un esempio, che sembra immaginario, ma è concreto. Chiunque di noi, davanti a uno spettro di opzioni, tende a scegliere quella che gli corrisponde. Infatti, ciò che facciamo, ovvero scegliamo, al crocicchio di una città sconosciuta per avviarci a visitarla, ce lo rivela. Come del resto, ogni altra scelta, vitanaturaldurante.

Le parole che utilizziamo nei nostri discorsi si susseguono secondo un flusso unico, che ci appare idoneo a raccontare la visione – spesso inconsapevole – che fa da orizzonte nella nostra interiorità. Michel Foucault (1926-1984) chiamava tutto ciò la verità è nel discorso. Tutte le accezioni semantiche a cui non badiamo, e i diversi significati che la nostra descrizione ha in sé non ci sono presenti, non fanno parte del sentiero che stiamo seguendo, sono, infatti corpus del flipper del nostro interlocutore. Tutta la semiotica è ridotta e compressa entro la convinzione che una buona dialettica implichi comunicazione univoca, oggettiva. Così ci insegna la cultura razional-illuminista che ci ha cresciuti (1).


Sentiero unico

Come sappiamo, non è così. Ogni comunicazione – salvo che a parità di motivazione, competenza e condivisione assoluta del linguaggio, cioè a semantica e semiotica condivise – contiene l’equivoco, contiene flipper occulti. Un epilogo che sempre sorprende nella concezione oggettiva della realtà, ma ordinario in quella relazionale, dove i sentieri sono uno per ognuno. La prima è suggellata dall’espressione ovvio no? Nel pronunciarla alziamo un muro nei confronti della nostra evoluzione. La seconda dall’emancipazione nei confronti di una presupposta verità definitiva. Un passo che comporta la consapevolezza che la domanda non è se è vero o no? Ma in che termini lo è?

L’idea dell’ovvio è un culmine puro della concezione oggettiva della realtà. Esso allude alla garanzia che ogni descrizione che affermiamo sia assolutamente riconosciuta per come noi la intendiamo, e provochi la medesima visione che abbiamo descritto e comporti che le medesime parole e sue accezioni sarebbero impiegate anche dal nostro interlocutore. Con queste premesse, si ritiene che l’ovvio possa esistere realmente. Tanto che, come le medesime premesse, ci si ritiene in diritto di vita e di morte cognitiva e morale nei confronti dell’interlocutore a cui sarebbe sfuggito l’ovvio.

L’ovvio esiste nel flusso del nostro sentiero, entro la nostra visione. Attribuirlo alla realtà è il mostruoso figlio bicefalo della logica. Da un lato vincola il nostro pensare e giudicare, dall’altro genera l’assurdità della verità univoca. Il mistero della vita è un suo prodotto. Senza la prevaricazione della logica, il mistero scompare, in quanto la domanda non sorge, in quanto il mistero siamo noi.

E poi, dire ovvio, solitamente pronunciato con una certa sicumera, con volontà di umiliazione, ha in sé il potere ahrimanico di mantenerci in uno stato di sterilità nei confronti della nostra stessa evoluzione spirituale. Un fatto interessante, visto che dalla modalità relazionale, restare dominati dall’idea del diritto all’ovvio, non è che un cancello che impedisce l’accesso alla conoscenza. Interessante, anche perché esso dà l’impressione a chi lo professa, di esserne in possesso certo. Ovvio no?


Svista

La concezione oggettiva della realtà, per essere vera, richiede una svista. Anche se piuttosto madornale, essa è passata inosservata per lungo tempo e nonostante le segnalazioni che da altrettanto lungo tempo, la conoscenza sapienziale ci aveva offerto in dote di saggezza. Essa è presto detta: non teneva in conto che ogni descrizione del reale era necessariamente relativa a chi la esprimeva. Significa, come già detto, che pur attribuendo alla realtà certi attributi, contemporaneamente li considerava propri dell’oggetto che stava osservando. La dimensione fenomenologica, ovvero quella che si astiene dal credere oggettivo il proprio giudizio sul reale, è sconosciuta da un lato e creduta professata dall’altro.

Di come l’osservatore del mondo generi la descrizione dell’osservazione, la concezione oggettiva sta alla larga. E come potrebbe assumerne il significato senza perire, senza suicidare la propria biografia, senza perdere il sentiero sicuro che la riportava sempre a casa?


Come chi?

La questione che siamo creatori di realtà, che fa tanto inorridire i devoti del pensiero scientista, in pratica quasi tutti, ha, tra gli altri, il supporto di Martin Heidegger. Il quale, nel suo Contributi alla filosofia (Dall’evento) (2), ci parla dell’evento. Con questo termine, il filosofo tedesco intende il momento in cui insorge in noi il pensiero con il quale descriviamo la realtà che, da quell’istante inavvertito, è realmente così come la raccontiamo. Avvedersi di quel momento è possibile, ma ad una condizione. Che si prenda coscienza dell’assolutismo della concezione oggettiva e se ne metta in discussione la sua veridicità cosiddetta scientifica e si prendano in esame le dinamiche scaturenti dal binomio osservato-osservatore.

Martin Heidegger (1889-1976) non è il solo ad aver colto il momento in cui la realtà prende forma e verità, o si informa di noi. Oltre alle solite tradizioni favoleggianti-ciarlatanesche, come a molti allineati e coperti all’alza bandiera quotidiano dell’oggettività piace definirle, anche Massimo Scaligero (1906-1980) – uno facilmente, come del resto anche Heidegger, liquidato come fascista, dunque come di valore zero – ci ha parlato dell’insorgenza della realtà sempre e solo confacente al pensiero che la precede di quel tanto che basta per passarci inosservato.

Ma è la magia, la scienza suprema, a essere da sempre consapevole della natura della realtà e dei flussi energetico-relazionali che via via la informano secondo esigenza. È nel mondo magico che diveniamo idonei a riconoscere nel nostro osservare la corruzione delle ideologie, la contaminazione dell’interesse personale, la delega a luoghi comuni, l’abiura di se stessi, la virulenza del pensiero unico, il limite e la funzione di quello oggettivo.

Se si volesse trovare il punto in cui il pensiero politico di destra prende forma, lo si potrebbe trovare proprio nella consapevolezza del momento di insorgenza della realtà. È lì che ci si trova giocoforza costretti a riconoscere chi ne dispone e chi no, costretti a ricusare l’idea democratica. Ma anche a riconoscere a sinistra la dittatura della democrazia e, a destra, l’inaccettabile repressione dei non confacenti da parte della storpiatura a carico della relativa vulgata. Un’entità quest’ultima, per sua natura costretta entro le ideologie, entro i suoi è ovvio no?


Pure chi?

Pure Carl Gustav Jung (1875-1961) gioca come titolare nella partita in corso. Il suo inconscio collettivo, i relativi archetipi che lo popolano, ben rappresentano le ragioni che al crocicchio della città sconosciuta, risalgono in noi a spingerci di qui o di là, convincendoci a mani basse che stiamo facendo la cosa giusta, che stiamo rispettando credenze e valori. Al pari di colui che, al medesimo crocicchio per le medesime ragioni, sceglie diversamente da noi. Dall’inconscio collettivo e dalla risonanza con certi archetipi ognuno pesca il necessario al proprio essere, al proprio foucoltiano discorso.

Ma c’è pure altro. Anche se non piacerà a molti, esattamente a coloro che vorranno credere io voglia parlare di fisica quantistica. Noo! Parlo della realtà magica, o relazionale, che la fisica dei quanti ben figura. In essa, è la sola presenza dell’osservatore dell’esperimento a determinare il comportamento imprevedibile (se non probabilisticamente) della particella. Significa, come detto, che solo l’osservatore fa scaturire una certa realtà. Ma c’è pure l’entanglement, concetto quantistico che allude alla simultaneità e all’identicità della reazione e del comportamento di due parti con precedenti legami, poi separate nel tempo e nello spazio comunemente intesi. Che è esattamente ciò che avviene con emozioni e sentimenti. Le prime azzerano la distanza spazio temporale e ci fanno rivivere esattamente ciò che è stato nel passato, riportando nel presente le medesime sensazioni, sentimenti e memoria di allora. I secondi sono legami che si beffano e scavalcano senza difficoltà alcuna il cosiddetto spazio-tempo e la cosiddetta materia. La realtà stessa è quindi un’emozione. Come tutte le emozioni ci appare attendibile, vera, rispettabile e soprattutto convincente.


Chi l’avrebbe detto?

Seguendo la via che ci porta sulla grande montagna dell’inconscio collettivo, che ci guida attraverso le fessure degli archetipi, che ci svela come il potere del successo e l’impotenza dell’insuccesso per raggiungerla, non risiedano negli eventi ma in noi, si può anche passare dal “cratere dove gorgoglia il tempo”(3). Ma anche dove gorgoglia l’entanglement, l’evento, il pensiero e la magia. In quel caso allora anche la memoria – quella cosa che per certuni è fatta di dati immagazzinati nel cervello, che credevamo appunto in noi – in realtà si informa man mano che riviviamo una certa emozione che dimostra così il suo potere creativo e alogico. Assistere alla ricreazione della memoria, permette di riconoscere l’autoreferenzialità del tempo, della sua durata e dello spazio, la sua circolarità e la sua estensione e contrazione, quindi la sua presenza e assenza. Permette di riconoscere l’arbitrarietà dell’oggettività. O più opportunamente l’emozione dell’oggettività. Nonché la vacuità dei saperi cognitivi, scambiati per conoscenza.


Fine escursione

Dunque la realtà si informerebbe al momento della sua concezione. Alla stregua dell’uovo e della gallina, tentare con strumenti logici di sciogliere il dilemma di chi è venuto prima, è misconoscere l’intero che solo il fideismo logico-razionale, non solo pensa di avere il necessario per venirne a capo, ma non si avvede proprio che è proprio esso a generare il dilemma. Dilemma del tutto mancante nella dimensione relazionale che non può concepire alcunché senza la relazione tra parti, quindi senza i flussi energetici che, come una terza parte, la attraversano, l’avvolgono e la dominano generando in noi scelte, comportamenti, verità e realtà. Terza parte che Gregory Bateson (1904-1980) aveva chiamato mente (4, 5).


C’è una domanda...

C’è però una domanda inevasa. Perché la storia dà valore alla materia e alla scienza e all’idea del mondo oggettivo che ne scaturisce? Nonostante il milione di rubli che vale (basta dollari, hanno rotto), la risposta è semplice, ma, ancora una volta, tanto datata quanto tralasciata. Per via di un’emozione. Quella in cui l’uomo si vede proprietario di se stesso, separato dal prossimo, in conflitto e competizione con esso. Un’emozione di arroganza e onnipotenza a mezzo del potere, che tutta la sudditanza assume a modello di riferimento, mantenendosi così entro la bolla, la mente, la superstizione di quella falsa verità oggettiva. Perdizione la chiamano i cattolici, o anche fuori dalla grazia di Dio.

Lorenzo Merlo


 



Nota

  1. «...l’irruzione dell’Illuminismo nella storia del pensiero ed il conseguente giacobinismo nella versione politico-terroristica di quell’ideologia secondo la quale la storia cominciava dall’acquisizione di un “razionalismo ottriato”, concesso cioè dalle classi dirigenti del tempo, i Philosophes rivoluzionari, atei e “immoralisti”, al popolo che di quella parodia di libertà fu vittima inconsapevole all’inizio per poi assumerla come forma di vita». https://www.inchiostronero.it/il-pensiero-unico-uccide-i-popoli-attraverso-limbecillita/

  2. Martin Heidegger, Contributi alla filosofia (Dall’evento), Milano, Adelphi, 2007

  3. In volo

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l'opera dell'uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l'imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.

Banco del mutuo soccorso, Banco del mutuo soccorso, 1972

Musica: Vittorio Nocenzi

Testo: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi

  1. Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, 1977, Adelphi

  2. Gregory Bateson, Mente e natura, Milano, 1984, Adelphi



Chuang Tzu: "Non serve la cultura... basta la Natura"

 


Chuang Tzu è un fiore raro, più di Buddha o di Gesù, perché si è illuminato attraverso la semplice "presenza".

Chuang Tzu non ha un metodo, non ha una meditazione. Dice: Conosci semplicemente come stanno le cose, la loro fattualità. Sei nato, ma che fatica hai fatto per nascere? Cresci, ma che sforzo fai per crescere? Respiri, ma che sforzo fai per respirare? Tutto si muove da solo, quindi perché preoccuparsi? Lascia che la vita scorra da sola e sarai in uno stato di rilassamento. Non lottare e non cercare di risalire la corrente, non provare nemmeno a nuotare, galleggia semplicemente e lascia che sia la corrente a portarti, ovunque vada. Sii una nuvola bianca che si muove nel cielo: senza meta, senza un luogo da raggiungere, volteggia semplicemente. Quel volteggiare è la fioritura suprema.

Quindi la prima cosa da capire di Chuang Tzu è: sii naturale. Tutto ciò che è innaturale deve essere evitato. Non fare nulla che sia innaturale.
La natura è abbastanza: non puoi migliorarla.

Ma l’ego dice che no, puoi migliorare la natura ed è così che nasce tutta la cultura. Ogni sforzo per migliorare la natura è cultura e la cultura è come una malattia: più un uomo è colto, più è pericoloso. Chuang Tzu non è a favore della cultura. Dice che la natura è definitiva, suprema, e la chiama Tao.

Tao significa che la natura è definitiva e non può essere migliorata. Se provi a migliorarla, finirai per storpiarla.
È così che storpiamo i bambini. Ogni bambino nasce nel Tao, poi lo storpiamo con la società, la civiltà, la cultura, la morale, la religione... Lo paralizziamo da ogni direzione. E poi vive, ma non è vivo.

Ho sentito di una bambina che stava andando alla festa di compleanno di un amico. Era piccola, aveva solo quattro anni. Chiese a sua madre: “C’erano feste e balli del genere quando eri viva?”.

Più siamo colti e civilizzati, più siamo morti. Se volete vedere degli esseri umani perfettamente morti, eppure ancora vivi, andate nei monasteri, nelle chiese, in Vaticano. Non sono vivi, hanno così tanta paura della vita, della natura, che l’hanno repressa in tutti i modi. Sono già nella tomba. Puoi decorarla, puoi usare il marmo migliore, renderla molto preziosa, ma l’uomo che sta dentro è morto.

La cultura vi uccide, la cultura è un’assassina, la cultura è un veleno lento, è un suicidio. Chuang Tzu e il suo vecchio maestro, Lao Tzu, sono contro la cultura. Sono a favore della natura, una natura pura.

Osho - Testo tratto da: Meetings With Remarkable People


Comunicazione per una esistenza psichica naturale…

 

La  limitazione dell'intelletto  nel descrivere la realtà,  percettibile e quella del pensiero, in modo consequenziale e logico, è un  vantaggio allorché si voglia estrinsecare un percorso lineare. Il suo uso invece è di poca utilità dovendo affrontare un discorso “olistico” -come è  quello dell'ecologia profonda e della spiritualità laica.

Certo possiamo  descrivere una realtà parcellizzata, attraverso un'accorta cernita di “parole e significati”, ma tale realtà sarà sempre una sorta di puzzle  di concetti ed immagini separate. Per questo trovo che, a livello simbolico, piuttosto che la scrittura, che esprime suoni e concetti da ricostruire, sia più espressivo il messaggio dei pittogrammi. Gli ideogrammi cinesi ad esempio sono molto  più vicini alla semantica del linguaggio naturalistico. C'è un tentativo di trasmettere anche la “visione” anche l'immagine simbolica, oltre al pensiero...

Restando a noi... se analizziamo i particolari di una narrazione  descrittiva, in senso di concetti accorpati,   dobbiamo necessariamente suddividerli in segmenti e studiarli e descriverli nel loro funzionamento tipico, in un percorso che è  al di fuori dell'esperienza, in  generale, in quanto compresi  mentalmente ma non nello specifico modo dell'osservatore... Questo è il limite della logica e questo è il modo operativo del nostro linguaggio, composto di suoni e allocuzioni, che della logica è espressione. 

Infatti il linguaggio è un ingranaggio matematico utile, sino ad un certo punto, per descrivere i procedimenti sia della percezione sensoriale che della “fantasia” emozionale. Ma ciò che viene così trasmesso, purtroppo, manca della freschezza e dell'immediatezza dell'esperienza, quella che potremmo  giustamente definire  “presenza”. Infatti il linguaggio attinge solo alla memoria, non può raccontare e convenire l'ineffabile momento vissuto... in quanto “presenza”!

Per fortuna nostra, attraverso la capacità analogica della nostra coscienza, siamo anche in grado di intuire e lanciare piccoli segnali inerenti la sensibilità “spirituale” che non risiede e non può essere descritta con i meccanismi della mente duale.

L'Uno sfugge ad ogni descrizione... e se una descrizione viene tentata è sicuramente parziale e limitata alle forme proprie del linguaggio e del pensiero duale.

Per capire un pesce devi essere pesce, per sentire un albero devi essere un albero.. etc. Questo è verissimo ed è facilmente accettabile anche dalla mente umana. Il fatto poi che se ci si sente un pesce si è limitati al sentire del pesce, come pure se ci si sente uomo si è limitati al sentire dell'uomo  e ciò dimostra ulteriormente le  considerazioni  sull'impossibilità di condividere “il sentire” spirituale fra viventi di diversa specie, se non attraverso l'astrazione dal proprio sé. 

D'altronde, cosa s'intende  per  spiritualità  naturale o laica? Che spogliandosi dal rivestimento identificativo in un particolare “sentire”, ovvero obliterando la propria identità egoica, la quale non è altro che la cristallizzazione di un riconoscersi in pensieri, desideri, azioni, compiuti dall' ”oggetto” che funge da osservatore (il nome forma specifico e la mente individuale), immediatamente -liberi da presupposti identificativi- siamo in grado di pienamente condividere, sentendola come propria, l'esperienza del pesce o dell'albero. 

Che questa capacità sia non solo possibile ma persino attuabile è comprovato dagli stati altri raggiunti durante la meditazione profonda o, a sprazzi,  per mezzo di  trascendenze psichiche (trance, deliquio, droga, etc.).

Ovviamente la sporadicità e intermittenza dell'esperienza non duale è solo un “assaggio” della condizione naturale in cui l'uomo ed ogni altro essere condivide pienamente -e perciò manifesta- il Tutto, l'UNO. La natura della spiritualità laica è quella di consentire -per mezzo di una ripetuta e continua attenzione al percipiente- quello stato di unitarietà che trascende totalmente l'io individuale e consente l'esperienza spirituale propria e definitiva dell'Essere nella sua interezza.

Allorché, con termini filosofici empirici, gli ecologisti profondi descrivono l'unitarietà della vita, e l'interconnessione di ogni suo aspetto, in ogni sua relazione, essi non fanno altro che evocare quello stato di coscienza, quella Consapevolezza intima e profonda, che contraddistingue ogni ente psichico ed ogni elemento materico  dotato di intelligenza e coscienza.

Questo è il mio sentimento...

Paolo D'Arpini




Il caso Giordano Bruno....

 


Il caso Giordano Bruno è emblematico perché all'origine di un pensiero realmente alternativo a quello post-scolastico che ancora ci perseguita. Possiamo dire che soltanto F.Nietzche ha rappresentato un punto d'arrivo del processo di evoluzione su base scolastica, e non a caso il suo momento ha coinciso coll'incontro della filosofia con la fisica post-quantistica. 

[Doxogr.303]: Eraclito afferma il fuoco periodico eterno (essere Dio) e la sorte esse Logo (= legge cosmica) demiurgo delle cose esistenti, dall'attirarsi dei contrari... [ Dox 323 da Posidonio ]: Eraclito insegnava essere essenza della sorte quel Logo che permea attraverso l'essenza del Tutto. E' essa il Corpo Celeste, seme della genesi del tutto e misura del periodo prestabilito.  [Dox.331]: Eraclito (dice) non secondo il tempo esser generabile il Cosmo, ma secondo il pensiero...(distinzione neoplatonica). 


Con Giordano Bruno sfuggiamo dallo schematismo del pensiero imposto dalla mitologia biblica per entrare in una visione che supera la logica dialettica. Questo è un punto di arrivo a cui è giunto il pensiero scientifico chiamato relativistico perché sfugge alle coordinate della logica razionale/razionalista. 

Giorgio Vitali









Post scriptum: 

"Il mio richiamo a Eraclito di Efeso, ed ai suoi echi Plotiniani non è casuale... Per quanto riguarda il relativismo, mi sono riferito alla Teoria della Relatività einsteiniana e non al relativismo dei dati ottenuti dall'esperienza. La quale è comunque molto incerta. Il superamento della fisica classica, questo è il punto essenziale, significa il superamento della statica scolastica, e quindi del cartesianesimo, come ci dimostra la concezione olografica dell'Universo."

Le bugie hanno le gambe corte...?



Buona parte di noi utilizza le bugie nel discorso comune. Le bugie hanno un loro spettro ontologico. Vanno dal taciuto al detto premeditatamente equivoco, dal diversivo allo strumentalizzato, dalla negazione all’invenzione.

A dire il vero, più che buona parte di noi – che è una bugia – si dovrebbe dire tutti noi, circostanza permettendo. Per circostanza si intende una forza superiore alla nostra che non è mai stabile ma sempre variabile.

La circostanza è a suo modo, la sede latente della dimostrazione dell’identicità degli uomini. Sul grande palco della realtà, recitiamo il ruolo opportuno a sostenere la nostra identità, autostima, valore, orgoglio, il nostro io. Un ruolo che può essere del buono o del cattivo, del censore e del libertario, del bigotto e del libertino, della vittima e dell’aguzzino, secondo circostanza appunto, proprio come un vero attore.

Coloro che dissentono dalla rotazione dei ruoli, perché “a me non è mai successo”, e vantano rettitudine, stanno pensando alle occasioni in cui hanno potuto mantenere la propria coerenza valoriale, ma non a quelle in cui, agguantati dall’opportuna circostanza, hanno innocentemente vestito panni altrui.

Circostanza permettendo arriviamo a tutto. Per osservare la banalità di questa affermazione è sufficiente ascoltare la cronaca, la storia grande del mondo e quella piccola della nostra biografia. Circostanza permettendo infatti, abbiamo fatto e affermato ciò da cui poi abbiamo preso le distanze, abbiamo negato noi stessi.

Abbiamo travalicato la dirittura morale che a freddo sosteniamo di seguire.

Abbiamo preferito fuggire invece di affrontare.

La circostanza è un contesto non protocollabile. In quanto ognuno è in inconsapevole attesa della propria, la cui caratteristica è essere sempre su misura.

Tuttavia se ne possono individuare anche prête-à-porter, da tonnara, ovvero idonee a infrangere molto facilmente le basse protezioni etiche di molti di noi.

Dedicare attenzione alla circostanza è filosoficamente e spiritualmente necessario. Fermarsi al piano morale, al giudizio, alla condanna o, all’opposto, al senso di colpa, non è funzionale all’evoluzione individuale – che vuol dire sociale – ma alla guerra.

Dunque, sebbene implicato, non interessa qui il riflesso che induce a concludere che, con la scusa della circostanza propiziatoria, siamo tutti assolti.

Non interessa in quanto dovremmo prima definire un criterio meritocratico profondo, che contempli e coniughi la genetica e l’epigenetica, la condizione familiare e quella scolastica, i traumi subiti e le fortune accadute, le malattie patite e il benessere goduto, il contesto geografico e quello storico. Ma sarebbe una modalità di grande soddisfazione soltanto per gli scientisti. Essa sarebbe disumana, a meno di credere fermamente nel meccanicismo o in farse di potere norimbergariane. Nelle norme, sempre autoreferenziali, non si può comprimere la serenpidità quantica della vita.

Al di là di quanto precisato. E al di qua della base distintiva di ognuno, che permette definizioni quale coraggioso, pusillanime, codardo, saturnino, pacioso, riflessivo, impulsivo, eccetera, si può affermare che buona parte di noi utilizza le bugie nel discorso comune. Non ne può fare a meno. Ne dipende. Senza esse sarebbe nudo,  sarebbe un altro. Sarebbe morto.

Il motivo che possiamo addurre alla nostra mancanza di verità, ammesso la si voglia definire così, è di due tipi. Uno, consapevole e argomentabile, ha la tendenza interna a salvaguardaci dalla mancanza stessa, a sostenere la necessità della bugia pronunciata, in quanto funzionale al mantenimento dell’immagine che abbiamo di noi stessi, e a quella con cui cerchiamo di essere riconosciuti quindi, alla ricerca del buon giudizio del prossimo. L’altro, è facilmente inconsapevole e allude a un’immaturità, all’inadeguatezza, alla fuga dal confronto col prossimo.

È noto a tutti infatti che ciò per cui mentivamo prima e non mentiamo più riguarda soltanto la nostra capacità di assumerci la responsabilità del nostro fare, l’emancipazione dal giudizio altrui, l’idoneità a essere noi stessi. Cioè lo svincolo da certe consuetudini che, come una forza maggiore, ci imponevano comportamenti allineati, anche ben prima della grave moda del politicamente corretto, della cosiddetta inclusività tout court.

Ma c’è un aspetto ulteriore che si può aggregare all’argomento dei bugiardi.

Utilizzare la bugia in modo ordinario nei nostri discorsi è sempre un’energia rubata. Un atto di tipo sottile che ci appare innocuo. Ma che, invece ci allontana dal flusso energetico che tutto compone. Inquina le relazioni, impone recitazioni.

Mentire non è solo venire meno al proprio sé, non è seguire vie senza un cuore, né brutalizzare i propri sentimenti, è venire meno al bene comune.

Utilizzare le bugie nel discorso ordinario costituisce una garanzia al ripetersi del ciclo della menzogna come e alla sua misera educazione. La bugia è un mattone con cui erigere la Torre di Babele.

Lorenzo Merlo



Il pensiero non dualistico di Nisargadatta Maharaj...

 


"La maggior parte dei libri religiosi dovrebbe rappresentare la parola di una persona illuminata. Comunque una persona illuminata dovrebbe parlare sulla base di certi concetti che trova accettabili. Ma la notevole distinzione della Bhagavad Gita è che il Signore Krishna ha parlato dal punto di vista che lui è la fonte di ogni manifestazione, cioè dal punto di vista non del fenomeno, ma del noumeno, dal ... punto di vista "la manifestazione totale sono Io stesso".
Questa è l'unicità della Gita. Considera cosa deve essere accaduto prima che qualsiasi antico testo religioso fosse registrato. In ogni caso, la persona illuminata deve aver avuto pensieri che deve aver messo in parole e le parole usate potrebbero non essere state del tutto adeguate per trasmettere i suoi pensieri esatti.
Le parole del maestro sarebbero state ascoltate dalla persona che le ha registrate, e ciò che ha registrato sarebbe stato sicuramente secondo la sua comprensione e interpretazione. Dopo questa prima annotazione manoscritta, varie copie sarebbero state fatte da più persone e le copie avrebbero potuto contenere numerosi errori. In altre parole, ciò che il lettore legge in un determinato momento e il tentativo di assimilare potrebbe essere molto diverso da quello che era veramente inteso essere trasmesso dal maestro originale.
Aggiungete a tutto ciò le interpolazioni inconsapevoli o deliberate di vari studiosi nel corso dei secoli, e capirete il problema che sto cercando di trasmettervi. Mi è stato detto che lo stesso Buddha parlava solo in lingua maghadi, mentre il suo insegnamento, come registrato, è in pali o in sanscrito, cosa che avrebbe potuto essere eseguita solo molti anni dopo; e quello che ora abbiamo del suo insegnamento deve essere passato attraverso numerose mani. Immagina il numero di modifiche e aggiunte che devono essersi introdotte in esso per un lungo periodo.
C'è quindi da meravigliarsi che ora ci siano divergenze di opinione e controversie su ciò che il Buddha ha effettivamente detto o intendeva dire? In queste circostanze, quando vi chiedo di leggere la Gita dal punto di vista del Signore Krishna, vi chiedo di rinunciare immediatamente all'identità con il complesso corpo-mente durante la lettura. Vi chiedo di leggerlo dal punto di vista che voi siete la coscienza animatrice - la coscienza di Krishna - e non l'oggetto fenomenico a cui dà la sensibilità - in modo che la conoscenza che è la Gita può esserti veramente rivelata. Capirai allora che nel Vishva-rupa-darshan ciò che il Signore Krishna mostrò ad Arjuna non era solo il suo Svarupa, ma lo Svarupa - la vera identità - di Arjuna stesso e quindi di tutti i lettori della Gita.
In breve, leggi la Gita dal punto di vista del Signore Krishna, come la coscienza di Krishna; ti accorgerai allora che un fenomeno non può essere "liberato" perché non ha esistenza indipendente; esso è solo un'illusione, un'ombra.
Se la Gita viene letta con questo spirito, la coscienza, che si è erroneamente identificata con il costrutto corpo-mente, diventerà consapevole della sua vera natura e si fonderà con la sua fonte".
Nisargadatta Maharaj

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Il Guru secondo Nisargadatta Maharaj

 


Visitatore: che rapporto c'è tra il Guru interiore e quello esterno?
Nisargadatta: quello esterno rappresenta l'interiore mentre quest'ultimo accetta quello esterno, per un po' di tempo.

V.: chi compie lo sforzo?
N.: il discepolo, naturalmente. Il Guru esterno dà le istruzioni, quello interiore la forza; l'applicazione attenta è del discepolo. Senza volontà, intelligenza ed energia da parte del discepolo, il Guru esterno non può far niente. Il Guru interiore, invece, offre una possibilità. L'ottusità e gli errori nella ricerca causano una crisi e il discepolo si risveglia, rendendosi conto del pasticcio in cui si è messo. Saggio è chi non aspetta questo risveglio, che può essere molto brusco.

V.: è una minaccia?
N.: non una minaccia, un avvertimento. Il Guru interiore non fa voto di non-violenza. A volte può essere molto violento, fino al punto di distruggere una personalità ottusa o perversa. I suoi utensili da lavoro sono la sofferenza e la morte, ma anche la vita e la felicità. Solo nel dualismo la non-violenza diventa una legge unificatrice.

V.: si deve aver timore del Sé?
N.: no, non bisogna temerlo, perché il Sé è il bene. Ma è necessario prenderlo sul serio. Richiede attenzione e obbedienza; quando non gli viene dato ascolto, passa dalla persuasione alla coercizione. Per un po' può aspettare, ma non puo' essere trascurato. La difficoltà non è del guru interiore o esterno, perché un maestro è sempre disponibile, ma è del discepolo che non è abbastanza maturo. Quando una persona non è pronta, cosa si può fare per lei?



Quel fatale momento dell'illuminazione...



Il Buddha ha detto: “Poiché in realtà non c’è nessun ego, è come un miraggio”. Mi ricorda quel fatale 21 marzo del 1953. Per molte vite avevo lavorato – lavorato su me stesso, lottando, facendo qualunque cosa si potesse fare – e non era mai successo niente.

Ora capisco perché non succedeva niente. Quello sforzo in se stesso era la barriera, la scala su cui mi trovavo era l’impedimento, la voglia stessa di cercare era l’ostacolo. Non che si possa raggiungere qualcosa senza cercare. La ricerca è necessaria, ma poi arriva un punto in cui la ricerca deve essere abbandonata. La barca è necessaria per attraversare il fiume, ma poi arriva il momento in cui devi scendere dalla barca, dimenticartela del tutto e lasciartela alle spalle. È necessario uno sforzo, senza sforzo nulla è possibile. Ma anche solo con lo sforzo, nulla è possibile.

Poco prima del 21 marzo 1953, sette giorni prima, avevo smesso di lavorare su me stesso… Arriva un momento in cui vedi tutta l’inutilità dello sforzo. Hai fatto tutto quello che potevi fare e non sta succedendo niente. Hai fatto tutto ciò che era umanamente possibile. A quel punto cos’altro puoi fare? Nell’assoluta impotenza abbandoni ogni ricerca.

E il giorno in cui la ricerca si fermò, il giorno in cui non cercavo più nulla, il giorno in cui non mi aspettavo più che accadesse qualcosa, cominciò a succedere. Dal nulla sorse una nuova energia. Non aveva un’origine. Veniva dal nulla e da ogni parte. Era negli alberi, nelle rocce, nel cielo, nel sole e nell’aria, era ovunque. E avevo cercato così tanto, pensando che fosse molto lontana. Ed era così vicina, così vicina.

Proprio perché stavo cercando, ero diventato incapace di vedere ciò che era vicino. La ricerca è sempre rivolta a ciò che è lontano, a ciò che è distante… E non era lontano. Ero diventato presbite, avevo perso la capacità di vedere da vicino. Gli occhi si erano focalizzati sulla distanza, sull’orizzonte, e avevano perso la capacità di vedere ciò che era vicino a me, che mi circondava.

La fatica cessò e anch’io cessai. Perché non puoi esistere senza…

Osho


 Tratto da: The Discipline of Transcendence, Vol. 2

 

Una memoria su Nazareno Reda e Vivi Viterbo...

 


Nel 2008 avviai una corrispondenza con il direttore del notiziario on line Vivi Viterbo, Nazareno Reda. Tutto cominciò con la richiesta fatta da un suo collaboratore, Francesco Zappatore, di fare uno scambio di link fra il loro ed il nostro sito di Calcata.

A quel tempo non avevo previsto di fare questi scambi, volevo mantenere il sito del Circolo su una torre eburnea, irraggiungibile a chiunque si occupasse di attività  economiche e turistiche. Com’era prevedibile avendo assunto una posizione così “adamantina”, priva di ogni “considerazione” per la vita del mondo, il destino volle che dovessi cambiare idea…

Siccome mi piacque la risposta che ricevetti, in cui mi si diceva “che Vivi Viterbo avrebbe continuato a prendere in considerazione i miei articoli anche se –come da me affermato- non ero disposto allo scambio dei link”, cambiai prontamente idea e decisi anzi di aprire una lunga colonna di link di tutti i siti di qualsiasi genere e natura che avessero ripreso qualcosa del Circolo. Ed è per questa ragione che abbiamo una colonnina così lunga di “link amici” che nel frattempo è diventata carente di altri indirizzi che non sono stati ancora aggiunti.

Ma il punto non è questo, il punto è che Nazareno Reda, fondatore di Vivi Viterbo, volle persino conoscermi personalmente e venne a trovarmi in occasione della Festa dell’Acqua Cotta del 2008. Fatalità volle che fosse lui l’unico partecipante, ciò non impedì di fare quello che avremmo fatto se fossimo stati in venti (invece che solo due). La passeggiata fu molto intensa, durante il lungo percorso ci scambiammo tantissimi pareri e facemmo conoscenza –come si dice- intima. Scoprii così che anche Nazareno è della Scimmia (sia pur più giovane di 12 anni) e molti aspetti sincretici e di lucidità e laicità di pensiero ci accomunano.

La giornata fu molto più vigorosa e piena di quello che avevo immaginato, l’acqua cotta con le erbe raccolte, ottima, e la condivisione della conoscenza archetipale nella Stanzetta del Pastore, con Nazareno, coronò una giornata per me indimenticabile.

Dopo un paio di mesi mi arrivò una lettera di Nazareno in cui mi rimproverava: “la tua acqua cotta benedetta non ha funzionato, dovrò farmi operare di un male…”. Da una parte mi prendeva in giro ma dall’altra mi comunicava qualcosa di vero e drammatico…..

Il modo in cui lo espresse mi fece ricordare di Terzani e della sua fierezza e ammirai e benedissi ancor di più Nazareno. Ora qualche giorno fa mi ha riscritto dicendo che sarebbe tornato per un’altra acqua cotta, il che mi ha fatto ben sperare per la sua salute…

Quello che segue è il primo articolo che scrissi per Vivi Viterbo e lo pubblico qui per un mantenimento della memoria.


Vivi Viterbo ed il VV.TT.

Siccome sto sempre molto attento ai segnali che la vita mi manda non ho potuto ignorare che la sigla del VV.TT. assomiglia, sembra quasi una parafrasi, di Vivi Viterbo…. In effetti una delle “traduzioni” fatte in passato per significare VV.TT. era “Vivi Vegetariano Tornerai Trappista” (spiegazione apparsa sul settimanale Cuore diretto da Michele Serra, ve lo ricordate?). Insomma Vivi Viterbo e VV.TT. stanno bene insieme…. Perciò mi è sembrato di buon auspicio che, attraverso una corrispondenza avviata fra il sottoscritto ed i “soci” di questo giornale, si profilasse l’ipotesi di una collaborazione con Vivi Viterbo. La collaborazione fra un piccolo centro “provinciale” e periferico, come è Calcata, ed il suo capoluogo Viterbo. Una sorta di dialogo fra un ri-abitante della Tuscia, quale io sono, e gli abitanti storici della Tuscia che vivono a Viterbo.

Siamo tutti nella stessa barca ma ci siamo imbarcati in porti diversi ed in momenti diversi ed ora lungo il viaggio cerchiamo di far conoscenza ed amicizia gli uni con gli altri. Ci scambieremo perciò impressioni e sentimenti e –spero- giungeremo ad una reciproca conoscenza ed accettazione. Ma prima di cercare di “capire il senso” di queste lettere … accettate, vi prego, le mie parole come un’espressione amorosa, come suono armonico, non come un “significato” (se volete percepire il messaggio del cuore). Queste lettere non vogliono nemmeno essere una “trasmissione” né un “riconoscimento” sono e saranno semplici racconti, forse favole, le parole che sono e basta.

Ed in fondo che senso ha discutere di ottenimenti prefissi? In tutta la vita non c’è un singolo evento che possiamo far derivare da una scelta nostra propria, che possiamo definire “questo l’ho voluto io”, in realtà tutto succede per conto suo e solo “dopo” possiamo falsamente affermare “questo l’ho voluto io”. In questo caso dov’è il vantaggio e dove lo svantaggio? Lo vediamo solo attraverso l’outlook da noi utilizzato. Già non focalizzarci sul male significa restare nel bene. Dipende solo da come si ascolta, da come si legge e si scrive, se l’attenzione viene attratta da una visione o dall’altra. Capire ciò è sufficiente per restare tranquilli. Buddha consigliò la via di mezzo. Non fermiamoci quindi a giudicare lo schema delle cose, restiamo in attenta osservazione e procediamo….

Questa è la mia prima lettera ai Viterbesi Vivi. 

Paolo D'Arpini




Strade di Roma, misteri di Roma...

"Poesia, pause e silenzi… solo parole nere su fogli bianchi..." 

Risultati immagini per Strade di Roma, misteri di Roma...

... ricordate il mistero di Via Gradoli (che prende il nome da paesetto in provincia di Viterbo) in cui si celava il covo BR di Aldo Moro.. e nello stesso palazzo fu "pizzicato" Marrazzo con i trans...? Misteri di Roma!

Questo discorso sulle strade di Roma è molto intrigante... Ricordo ad esempio Via Cairoli, dove fui ospite dalla sora Liliana, una vecchia affittacamere, assieme a personaggi incredibili, lì vissi avventure straordinarie, nelle vesti di un finto studente di 18 anni.  Da quelle vicende Pozzetto ne ricavò un film... interpretato dalla stessa signora Liliana che impersonava se stessa. Ma la parte più intensa e più significativa del mio vivere nelle strade di Roma fu allorché vi feci ritorno, dopo 10 anni di assenza, in veste di cercatore spirituale professionista. Una specie di novizio santo. 


Ed in parte ho descritto  alcuni  degli incontri particolari con vari "maestri" da me fatti  dal '74 al '76 in quel di Roma. In quegli anni gloriosi ero tornato a vivere a Roma (provvisoriamente perché di lì a poco mi trasferii a Calcata), la madre patria mi aveva richiamato al dovere della presenza, ed io zitto zitto me ne stavo in trincea, nella vecchia casa di uno zio da poco defunto, in Via Emanuele Filiberto 29.

Da lì imparai a conoscere bene Roma, percorrendo le sue strade giornalmente a piedi e visitando ogni possibile angolo in cui si manifestasse qualche forma di “spiritualità”, dalla vicinissima Porta Alchemica di Piazza Vittorio, alla basilica di Santa Maria Maggiore, al Museo per il Medio ed Estremo Oriente, alle grotte del Colle Oppio, ai vicoli e vicoletti, chiese e chiesuole del Borgo....

Paolo D'Arpini



Questo racconto continua nel libro "Compagni di viaggio" ...
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P.S. “Compagni di viaggio. La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel "Sé" di Paolo D’Arpini, può essere richiesto in libreria o direttamente alla OM Edizioni (Tel. 051767079 – Cell. 393/33.64.368). Se qualcuno degli amici fosse interessato ad organizzare una presentazione  nel luogo di sua residenza ce lo comunichi al più presto in modo da accordarci sui modi e tempi più convenienti (chiamare 333.6023090) - Recensione bilingue:  https://bioregionalismo.blogspot.com/2020/01/travel-friends-lay-spiritual-search.html

Società del crepuscolo ed autodeterminazione...

 

"Spezzato il circolo vizioso, conquistata la libertà dal desiderio, la fiumana, prosciugata, non fluisce più; la ruota, infranta, più non rivolve. Questa, solo questa, è la fine del dolore."  (Buddha Sakyamuni, in Udana, VII, 2)  

Questa è davvero la massima più ostica per gli occidentali. Però, se ci si pensa bene, quanta verità – e sempre più evidente, anche e soprattutto a noi – nel detto lapidario… 
In effetti la società del crepuscolo borghese, dello spettacolo-degli spettri, “produce” gli esseri umani proprio in quanto “macchine desideranti”… 
Un continuo trapassare da un oggetto all’altro, anzi ormai da un sostituto spettrale a uno successivo, senza tregua, all’infinito, “individui” soggetti all’oggetto come a una chimera, consumati e annullati nel mulinello delirante. Il “pieno appagamento” non può esistere, perché niente e nessuno lo può pagare-comprare. E, d’altra parte, è inconcepibile dentro la macchina-vortice, che gira e vive solo in base all’insoddisfazione sempre rinnovata, inesausta. 
A me interessa per gli spunti di liberazione che può dare OGGI, quell’antico sguardo cristallino. Anzi, mi sembra che essendo, prima che “religione”, una grandiosa disciplina – atea – di disvelamento degli errori-illusioni della mente, proprio nel regno della menzogna universale e della servitù volontaria compiuta possa rivelarsi particolarmente efficace. Fermandoci per un istante (eterno), almeno con la meditazione, la natura del desiderio e la sua valenza intrinseca in rapporto alla autodeterminazione dell’individuo ci può finalmente apparire sotto una luce diversa. Molte certezze svaniscono, ma si è come sgravati da un incubo. Più leggeri e più liberi”
Joe Fallisi