La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel Sé

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Un aspirante maturo può anche non aver bisogno di incontrare un maestro in una forma fisica, ma può trarre insegnamento e guida dalle situazioni vissute e da ispirazioni interiori. Tali cercatori sono talmente rari da poter affermare che la "realizzazione finale" non è possibile senza la Grazia di un vero Maestro realizzato. Pertanto occorre perfezionarsi nella propria ricerca con sincerità, onestà e perseveranza finché non si possa ricevere la Grazia di un tale Maestro. Dopodiché la ricerca prosegue spontaneamente secondo le proprie predisposizioni e destino. Per quanto riguarda la frequentazione di altri devoti può essere utile per mantenere accesa la fiamma della "ricerca", sapendo che il lavoro è sempre svolto all'interno dalla persona direttamente interessata.
Va tenuto comunque in considerazione che la ricerca spirituale laica non può essere un “atteggiamento” od il risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno, spiritualità laica è semplicemente essere consapevolmente quello che si è, senza vergogna e senza modelli di sorta. Perciò il Guru, ovvero la capacità di apprendere ed insegnare attraverso la vita quotidiana, in termini spirituali laici è la capacità intrinseca di riconoscere quella “verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.
Il Guru non è una persona, quindi, o perlomeno non soltanto una persona visto che comunque può manifestarsi in ogni forma, bensì l’intelligenza illuminate che ci libera dalle sovrastrutture mentali e dalle finzioni religiose o morali.
A questo proposito vorrei raccontare 3 storielle esemplificative, la prima è una mia personale esperienza, la seconda appartiene alla tradizione ebraica e la terza è riportata negli annali di un monastero zen.
Nell'estate del  1973 mi ritrovai per la prima volta in vita mia a dovermi confrontare con me stesso, aldilà del giudizio altrui ed essendo pulitamente in sintonia con la mia natura. Avvenne allorché incontrai il mio Guru Muktananda a Ganeshpuri. 
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Con il contatto diretto con la sua limpidezza spontaneamente si risvegliò dentro di me la discriminazione e fui perciò obbligato, tramite una spinta interiore alla chiara visione, a rivedere tutti i parametri di spiritualità e religione che sino ad allora erano stati accumulati nella mia mente. Un giorno sentii che una prova grande mi attendeva, riguardava la comprensione della verità interiore. Così osservandomi mi ritrovai a camminare lungo la strada asfaltata che univa l’ashram di Muktananda al tempio/tomba di Nityananda, il Guru del mio stesso maestro. Durante il percorso sentivo di dover tenere una via mediana, non considerando gli estremi ma il mezzo della vita. Con questi pensieri giunsi al tempio, molti di voi sapranno che in India si entra nei luoghi sacri senza scarpe, ed infatti presso ogni tempio c’è un custode che riceve le calzature dei viandanti e le custodisce per la durata della visita, ma dentro di me pensai “che differenza c’è fra il dentro ed il fuori del tempio? Anche le mie scarpe sono sacre visto che mi hanno portato sin qui”.
E seguendo lo stimolo interiore invece di depositare le mie ciabatte all’esterno le presi in mano e mi avvicinai devotamente all’altare di Nityananda, dove il prete di servizio riceveva le offerte rituali, ed a lui offrii le mie scarpe vecchie. Ovviamente il prete restò allibito ma forse comprese che qualcosa stava accadendo in me ed infine accettò che io depositassi lì nel sancta sanctorum le mie sporche e sgangherate espadrillas che mi avevano accompagnato lungo il viaggio. Dopo essermi inchinato e soffermato per qualche tempo in meditazione ripresi la via del ritorno, a piedi nudi…. Ed ancora prove solenni mi aspettavano… chi conosce il caldo dell’India saprà che l’asfalto in estate diventa semiliquido dal calore, i miei piedi erano bruciacchiati ma la voce interiore mi diceva che dovevo restare nella via di mezzo, perciò non potevo spostarmi ai bordi della strada ma camminare al centro.
Il momento difficile fu quando sopraggiunse una corriera carica di pellegrini che vedendomi in mezzo alla strada (appena sufficiente a contenere la corriera stessa per quanto era stretta) prese a strombazzare rumorosamente per avvertirmi e farmi spostare… Macché, la voce discriminante che mi stava mettendo alla prova era più forte di ogni ragionamento, restai caparbiamente in mezzo alla strada… il conducente si fermò a pochi metri da me e mi invitò in tutti i modi corroborato da alcuni passeggeri affinché mi togliessi di mezzo, ma non mi spostai di un centimetro restando in assoluto silenzio… Alla fine il conducente risalì sull’autobus e con grande fatica riuscì allargandosi lateralmente a scansarmi e procedere nel percorso.
Allora anch’io mi mossi e prosegui sempre al centro della strada con l’asfalto sempre più bollente. Ecco che di lì a poco un’altra corriera sopraggiunse a gran velocità, stavolta capii che l’autista non aveva nessuna intenzione di fermarsi, infatti l’autobus giunse quasi a toccarmi e si arrestò di botto con un sussulto dell’ultimo momento… L’autista ed alcuni passeggeri uscirono infuriati e presero ad insultarmi con foga, ma siccome non mi muovevo e guardavo mesto per terra con i piedi in fiamme, alla fine incerimoniosamente mi spinsero fuori dalla carreggiata sino alla mota che stava sui bordi….
Oh che piacere quella terra… non mi sentivo per nulla offeso… finalmente la mia via di mezzo aveva ritrovato una piacevolezza, stavo con i piedi per terra e non sull’asfalto infuocato….. Mentre i pellegrini infuriati mi abbandonavano al mio destino di folle dello spirito, mi ritrovai tutto contento a capire che la via di mezzo significa accettare sia la gloria che l’infamia, sia il successo che l’insuccesso, sia il riconoscimento che l’offesa. Pian piano con la mente serena me ne tornai all’ashram del Guru, stranamente sollevato e felice, i miei piedi rinfrescati dal fango e la mia mente rischiarata. Ad attendermi un compagno ashramita che per la prima volta da quando stavo lì mi sorrise fraternamente e mi offrì un infuso caldo di erbe, com’era buono!
Ed ora lo spirito della legge, secondo Baal Shem Tov
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Un giorno un ebreo che stava viaggiando di venerdì, ebbe un incidente al suo carro, le ruote si staccarono, dovette di fretta riparare il danno ma malgrado tutti gli sforzi non riuscì ad arrivare in tempo alla funzione del sabato. Il suo rabbino Mickal gli inflisse una dura punizione, obbligandolo ad una lunga e severa penitenza. L’uomo non sapeva che fare, in aggiunta al suo lavoro per mantenere la famiglia ora doveva sobbarcarsi questa imposizione del rabbino ed era disperato, allorché sentì che lì dappresso stava viaggiando il famoso santo Baal Shem Tov e si recò immediatamente da lui invocando la sua misericordia per il peccato commesso.
Baal Sem fu molto dolce e gli disse “Porta un oncia di candele alla casa di preghiera” e questa fu la sola penitenza che gli inflisse. L’uomo temeva che il santo non avesse compreso la portata della sua mancanza e gliela ripeté ma Baal Sem confermò quanto detto aggiungendo: “Per favore riferisci al rabbino Mickal se gradisce di venire a trovarmi a Chvostov dove officerò il prossimo Sabbath”. E così fu fatto.
La settimana successiva il rabbino Mickal stava viaggiando verso Chvostov per raggiungere il maestro, ma il suo carro si ruppe irrimediabilmente all’asse, egli continuò la strada a piedi e malgrado andasse persino di corsa non riuscì a giungere in tempo alla cerimonia. Il suo cuore era a pezzi. Quando arrivò davanti al santo la cerimonia era iniziata e Baal Shem aveva in mano il calice dell’offerta rituale, il maestro gli sorrise e gli disse: “Benvenuto rabbino Mickal, mio puro amico, sino ad oggi non avevi potuto gustare il dolore del peccato, il tuo cuore non aveva mai tremato dalla disperazione.. non è cosi? Forse da ora in poi capirai meglio il significato e la misura delle penitenze imposte…!”
La storia amorosa della monaca Ryonen
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Un tempo in Giappone viveva una bellissima monaca di nome Ryonen, famosa per la profondità del suo intelletto e per la sua discriminante attenzione. Un monaco che stavo nello stesso monastero si innamorò perdutamente di lei ed una notte si introdusse furtivamente nella sua stanza. Ryonen non si turbò affatto ed accettò volentieri di giacere con lui. Ma l’indomani quando l’innamorato si ripresentò ella disse che in quel momento non era possibile… Il giorno seguente si svolgeva nel tempio una grande cerimonia per commemorare l’illuminazione del Buddha alla presenza di una gran folla e di parecchi monaci venuti da lontano. Ryonen entrò senza indugi nella sala colma e con totale naturalezza si pose di fronte al monaco che diceva di amarla, si denudò completamente e gli disse: “Eccomi, sono pronta, se vuoi amarmi puoi farlo qui, ora…”.
Il monaco se ne fuggì per non far più ritorno mentre Ryonen con quel gesto aveva reciso le radici di ogni illusione.
La storia di Ryonen e la sua totale adamantina aderenza alla verità continua, come pure continua la morale/non-morale di Baal Shem e pure la mia avventura spirituale prosegue nella sua crudezza...
La spiritualità laica è un fiore che mai appassisce!

Paolo D’Arpini

Una storia sufi su Gesù... raccontata da Osho


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C’è una storia sufi su Gesù... I Sufi hanno alcune belle storie su Gesù che mancano nel Vangelo. Una delle storie è che Gesù andò a meditare sulle montagne. Incontrò un uomo molto anziano che viveva senza tetto, senza riparo, seduto sotto un albero. Gesù si stupì e chiese al vecchio: “Da quanto tempo vivi qui?”. Il vecchio disse: “Quasi cento anni. Ho duecento anni”. “Ma dov’è la tua casa?” chiese Gesù “Dov’è il tuo rifugio? Dove ti ripari quando arriva la pioggia o quando il Sole è molto caldo?”. Il vecchio cominciò a ridere come un bambino e disse: “Signore, profeti come te che ti hanno preceduto, mi hanno predetto che vivrò solo settecento anni; è per questo che non mi sono mai preoccupato di costruire una casa. Che senso avrebbe?”. Disse: “Solo settecento anni e poi dovrò andare. Quindi, perché preoccuparmi di una casa e di trovare riparo?”.

Questa è una bella storia. Si dice che dopo aver incontrato questo vecchio, Gesù scese dalle montagne e disse ai suoi discepoli: “La vita è un ponte. Attraversatelo, ma non costruiteci sopra una casa”.
La vita è vita solo quando è un flusso costante, quando continua a muoversi. È un fiume dal nulla al nulla. Non è un fenomeno intenzionale. Non è un business, è solo un vagare nella meraviglia.

L’uomo spirituale è davvero uno zingaro del mondo interiore.
Coloro che iniziano a sistemarsi da qualche parte se lo lasciano sfuggire. Bisogna rimanere vagabondi, senza casa… intendo metafisicamente, intendo spiritualmente. Non bisogna permettere a se stessi di sistemarsi da nessuna parte, perché ovunque ci si stabilisca la propria vita inizia a morire.

Osho da: Zorba The Buddha 

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(Un brano apparso su Osho Times n. 246)

Scienziati precursori e rilancio della teoria atomica



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Tra i più fecondi settori di ricerca nel grande sviluppo scientifico avvenuto tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 - in parallelo alla rivoluzione industriale - vi fu quello legato alla teoria atomica (già presente nel pensiero degli antichi atomisti, Leucippo, Democrito, Epicuro, e nella filosofia seicentesca di Gassendi) e quello legato alle leggi dei gas (già studiate nel ‘600 da Boyle in collaborazione con Hooke).

Abbiamo già visto come il chimico francese Joseph-Louis Proust (1754-1826) abbia elaborato nel 1799 l’importante Legge delle Proporzioni Definite secondo cui gli elementi chimici si legano nei composti sempre nelle stesse proporzioni, impiegando masse definite e costanti. Questa legge sperimentale è dovuta al fatto che alla base di ogni composto c’è sempre la stessa aggregazione elementare di atomi, successivamente chiamata “molecola”. Ad esempio la molecola di acqua è sempre formata da due atomi di idrogeno (H) ed una di ossigeno (O), da cui: H2O.
Questo modo di vedere le cose fu adottato coerentemente dall’intelligente chimico, fisico e meteorologo inglese John Dalton (1766-1844), di modeste origini come molti ricercatori britannici (il padre era un tessitore), ma poi divenuto membro della Royal Society.

Dalton, che operò sempre nell’Istituto di Fisica e Matematica di Manchester, che ospiterà in seguito molti altri valenti ricercatori, impostò una coerente teoria atomica basata sul principio secondo cui gli atomi, sempre uguali per ciascun elemento chimico, ed indistruttibili, si combinano nei composti secondo numeri interi semplici, come attestato dalla legge elaborata da Proust e dalle misure esatte fatte da Lavoisier con bilance di precisione.

Questo principio fu confermato dalla Legge delle proporzioni multiple, elaborata dallo stesso Dalton: quando una stessa massa di un elemento si combina con diverse masse di un altro elemento, queste masse stanno tra loro in un rapporto esprimibile con numeri semplici. Ad esempio una stessa massa di Azoto (N) può combinarsi con 5 diverse masse di Ossigeno (O) in cinque diversi composti, detti “ossidi” di azoto (N2O, NO, NO2, N2O5, NO3 ) in cui le masse di ossigeno stanno tra loro nel rapporto: 1-2-4-5-6. Questo dipende dal fatto che gli atomi di Azoto possono legarsi a quelli di Ossigeno in 5 modi diversi.

Dalton elaborò anche una legge sui miscugli gassosi secondo cui la pressione totale del miscuglio è pari alla somma delle pressioni parziali dei vari gas (ognuna delle quali si sviluppa indipendentemente dalle altre come già sperimentato da Volta). Inoltre sostenne giustamente che la pioggia è dovuta ad un abbassamento di temperatura che provoca la condensazione dei vapori d’acqua.

Anche l’importante chimico e fisico francese Joseph-Louis Gay-Lussac (1778-1850), professore alla Ecole Polytechnique, si interessò alle sostanze gassose, determinando la composizione esatta dell’atmosfera, ed elaborando un’importante legge chimico-fisica del 1808 (“prima legge di Gay-Lussac”) che confermava le teorie atomiche: “quando due sostanze gassose reagiscono, i volumi dei reagenti e dei prodotti stanno in rapporti espressi da numeri semplici”.

La spiegazione di questo risultato sperimentale risiede innanzitutto nel fatto che uguali volumi di gas contengono lo stesso numero di particelle gassose sciolte (come ipotizzato 3 anni dopo dal geniale chimico-fisico piemontese Amedeo Avogadro, di cui scriveremo subito dopo), sia perché queste particelle elementari si combinano sempre in proporzioni semplici e costanti.

Tuttavia, benché la legge elaborata da Gay-Lussac sia valida, lo scienziato francese non riusciva a far quadrare i suoi conti sulle masse ed i volumi coinvolti perché era convinto – erroneamente – che le particelle gassose elementari fossero atomi. Anche Dalton era convinto di questa ipotesi errata.
In realtà ciò è vero per i gas “nobili” (come Elio ed Argo), che si presentano in natura allo stato atomico, ma non è vero per altri gas comuni, come Ossigeno, Idrogeno ed Azoto, in cui gli atomi si accoppiano naturalmente a due per volta, formando una “molecola”. Anche questo fatto fu chiarito dal geniale chimico-fisico piemontese Avogadro, di cui parleremo subito dopo.

Gay-Lussac è noto soprattutto per aver elaborato una seconda legge dei gas che porta il suo nome: “a volume costante la pressione di un gas cresce proporzionalmente alla temperatura” (e precisamente per l’aumento di ogni grado la pressione aumenta di una quantità pari ad 1/273 della pressione a 0°: P = P0 + 1/273 x P0 x T). Questa legge, insieme a quella di Boyle-Mariotte di cui già scrivemmo al N. 48, definisce completamente il comportamento dei gas.
Gay-Lussac individuò anche alcune variazioni del campo magnetico terrestre e fu incaricato da Napoleone di realizzare una batteria di pile sull’esempio di quella già realizzata in Inghilterra da Davy.

Amedeo Avogadro (1776-1856) nacque a Biella da una famiglia nobile. La sua fama è legata alla legge pubblicata nel 1811 che porta il suo nome e che già abbiamo citato in precedenza: “uguali volumi di gas nelle stesse condizioni di temperatura e pressione contengono lo stesso numero di molecole”. Il grande scienziato italiano ipotizzava anche – giustamente – che le particelle elementari potessero presentarsi sia in forma di atomi semplici che di molecole complesse (ovvero gruppi di atomi).

Avendo aderito ai moti rivoluzionari del 1821, Avogrado fu allontanato dall’insegnamento, ma poi riammesso alla sua cattedra all’Università di Torino dopo la svolta “liberale” del re Carlo Alberto.

Oggi il nome di Avogrado è ricordato nel Numero di Avogrado (poi ridefinito “Costante” nel 1971) ben noto a tutti gli studenti di fisica, chimica, ed ingegneria, che è un enorme numero di 24 cifre (6,022 x 1023) che indica il numero di atomi o molecole contenuti nella massa misurata in grammi di una sostanza corrispondente al rispettivo peso atomico o al peso molecolare. Il peso atomico o molecolare indica quante volte la sostanza è più pesante dell’Idrogeno, che è l’elemento più leggero (ad esempio il peso atomico dell’Idrogeno è 1, quello dell’Uranio 235).

La teoria atomica continuò a suscitare discussioni per tutto l’800 (ad esempio fu contestata da Mach), ma poi si è definitivamente imposta all’inizio del ‘900 con il famoso modello atomico di Rutheford-Bohr.

Vincenzo Brandi

La storia della famiglia di Gesù e dei nazareni...


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I membri della famiglia di Gesù erano membri di spicco della comunità di Natzraye . Julius Africanus conservò la designazione greca con la quale erano conosciuti: desposynoi , grosso modo "il popolo del Signore". Un equivalente semitico per questo termine è stato perso, ma ce n'era quasi certamente uno.  Le indagini di Reed sull'archeologia della Galilea hanno confutato l'ipotesi comune che la regione fosse completamente ellenizzata. Sebbene esistessero certamente importanti centri ellenistici come Sefora e Tiberiade, la cultura materiale di piccoli villaggi come Nazareth e Cafarnao dimostrano che la popolazione era chiaramente ebraica e quindi avrebbe usato l'aramaico come lingua comune e l'ebraico nel culto.
In ebraico, i desposynoi avrebbero potuto chiamarsi qualcosa come benei beth ha-'adon , "I figli della casa del Signore". Il siriaco, un dialetto successivo di aramaico, ha l'aggettivo maranay (plurale maranaye ), "Appartenere al Signore ", Che potrebbe servire come equivalente approssimativo di desposynos .Tutto ciò, ovviamente, è pura speculazione. [Sono in debito con il dottor Edward Cook per aver suggerito questi possibili equivalenti semitici e per le sue lucide cautele sulla loro natura speculativa.]
Epifanio collegava le origini dell'Ebionismo con il villaggio di Kokhaba, a circa dieci miglia a nord di Nazareth. Julius Africanus affermò che i predicatori itineranti della famiglia di Gesù erano basati sia a Nazareth che a Kokhaba.Paolo era anche consapevole dei "fratelli del Signore" coinvolti nel lavoro missionario itinerante (1 Co 9: 5).
Una figura centrale negli anni formativi della comunità era James ( Ya'aqov ), "il fratello del Signore" (Gal 1:19). Più tardi gli scrittori lo chiamarono "vescovo" - in realtà il primo vescovo - di Gerusalemme. Bauckham nota che, sebbene il termine possa essere anacronistico, "sembra essere stato più simile a un altro vescovo monarchico che a chiunque altro nel periodo della prima generazione cristiana". In effetti, il ruolo di James non era limitato a Gerusalemme.Bauckham continua:
Poiché la chiesa di Gerusalemme era la chiesa madre di tutte le chiese, e naturalmente era accordato lo stesso tipo di autorità centrale a tutto il movimento cristiano che Gerusalemme e il tempio avevano da tempo per il popolo ebraico, James ora occupava una posizione di impareggiabile importanza in l'intero movimento paleocristiano.
Inoltre, il Vangelo di Tommaso (inizio del II secolo) riflette una connessione tra Giacomo e la Mesopotamia settentrionale. Logion 12 afferma,
I discepoli dissero a Gesù: "Sappiamo che ti allontanerai da noi. Chi deve essere grande su di noi? "Gesù disse loro:" Dovunque tu sia venuto, tu devi andare a Giacomo il giusto, per il cui cielo e la terra sono venuti in essere. "
Sebbene questa evidente affermazione iperbolica non abbia la possibilità di essere un vero detto di Gesù, dimostra la centralità di James per la comunità del Vangelo di Tommaso, e Bauckham suggerisce che il detto potrebbe in effetti tornare alla vita di James.
James è anche esaltato negli scritti della Pseudo-Clementina, dove è chiamato da termini come "il capo dei vescovi" e "arcivescovo" (vedi James Julius Scott Jr., " Scorci di cristianesimo ebraico dalla fine degli Atti a Giustino Martire [AD 62-150] "). Nel primo libro delle Pseudo-Clementine Recognitions , James viene descritto come un'attività che svolge le funzioni di un capo amministrativo.
James ha la particolarità di essere l'unico seguace di Gesù menzionato per nome in una fonte del primo secolo non scritta da un cristiano: Josephus registra il suo martirio nel 62 dC sotto il sommo sacerdote Ananus II. Josephus notò l'alta considerazione in cui il popolo di Gerusalemme teneva James e lo investì della designazione "Giacomo il giusto".
Dopo la morte di James, sembra che la comunità di Gerusalemme sia esistita in uno stato di agitazione che si è conclusa solo dopo la prima guerra ebraica (66-70 d.C.) con la nomina di Simon ( Shim'on , reso anche Symeon o Simeon ) come la comunità secondo "vescovo". Questa selezione è stata contestata da un certo Theboutis, che sembra essere stato un candidato valido. Siccome Egesippo descrisse il procedimento, non essendoci altri motivi per scegliere tra i due, Simon fu scelto "perché era un altro cugino del Signore".
Non dovremmo, tuttavia, assumere che la leadership della comunità nazorea fosse basata su un principio di successione dinastica tra i desposi . In realtà, l'idea sembra essere sorta solo con Simon nel 70 d.C. Se fosse un principio trincerato, Theboutis non sarebbe mai stato considerato un possibile leader.Inoltre, seguendo Simone, la guida della comunità passò a Giuda "i Giusti", che Eusebio descrive come "un certo ebreo di nome Giusto, una delle molte migliaia della circoncisione che a quel tempo aveva creduto in Cristo". Se Giuda aveva qualche pretesa per l'appartenenza alla famiglia di Gesù, Eusebio non ha mostrato alcuna indicazione che questo fosse il caso.
desposynoi godevano di un certo rispetto all'interno della comunità nazoreana, ma non detenevano un monopolio sulla sua leadership. Bauckham suggerisce che il miglior modello per spiegare il ruolo della famiglia di Gesù nella comunità non è quello della successione dinastica, ma dell'associazione della famiglia di un governante con lui nel governo.
Proprio come era normale pratica nell'antico Medio Oriente che i membri della famiglia reale ricoprissero alte cariche nel governo, così i cristiani ebrei palestinesi ritenevano appropriato che i fratelli, cugini e altri parenti di Gesù dovessero detenere posizioni di autorità nella sua chiesa. In effetti, il termine desposynoi potrebbe avere il senso, più o meno, di "membri della famiglia reale".
Questa posizione rispettata potrebbe essere illustrata da Zoker e James, nipoti di Jude, che apparentemente hanno ricoperto posizioni di comando negli anni '80 o '90. La natura della loro responsabilità all'interno della comunità non è chiara. Secondo Scott,
Sembrano, in una certa misura, avere un'autorità condivisa con Symeon in Palestina. Potevano essere i capi di piccole comunità cristiane fuori Gerusalemme. Sebbene possano essere descritti come "vescovi" a tutti gli effetti, Symeon potrebbe aver avuto almeno un controllo nominale su di loro.
L'unico altro vescovo desposisico di Gerusalemme secondo fonti antiche era Giuda Kyriakos all'inizio del II secolo. Quando la Seconda guerra ebraica terminò con il sacco di Gerusalemme nel 135, gli ebrei, compresi i credenti ebrei in Gesù, furono espulsi da Gerusalemme e la città fu ribattezzata Aelia Capitolina. A quel tempo il piccolo movimento dei Gentili Gesù nella città scelse un uomo di nome Marcus per essere il loro vescovo.
Tutte le fonti antiche concordano sul fatto che la caratteristica distintiva che distingue Nazoreani dagli altri ebrei era la loro convinzione che Gesù era il Messia promesso. È anche fuori discussione che la fedeltà alla Torah era una preoccupazione chiave. Oltre a ciò, le polemiche turbinano intorno a domande su cosa esattamente credessero riguardo a Gesù e su come combaciavano questa convinzione con il mantenimento della Torah. Secondo Ireneo (circa 180), gli Ebioniti abbracciarono la bassa cristologia di Cerinto e Carpocrate, ma insistettero che il mondo fosse stato creato da YHWH. Inoltre, hanno usato solo il Vangelo di Matteo e hanno respinto Paolo come un apostata dalla legge (contro le eresie 1: 26: 2).
Le fonti del secondo secolo e successive identificano alcuni gruppi di Nazoreani che negano categoricamente la divinità di Cristo e la nascita verginale. Ma sarebbe un errore sorseggiare l'intero movimento con tali credenze. Altri furono concessi dai seguaci di Cristo Gentile per essere in gran parte ortodossi. Origene, per esempio, era a conoscenza di un gruppo che accettava che Gesù fosse nato da una vergine ( contro Celso ).
Almeno tre Vangeli apocrifi sono associati a credenti ebrei in Gesù. Nessuno di essi è ancora esistente, sebbene le indicazioni degli scritti dei padri della chiesa rendano possibili alcune speculazioni sui loro vari contenuti. Il vangelo dei nazoreani apparentemente era strettamente ispirato a quello di Matteo e non era apertamente eretico per gli ultimi standard cristiani. Il Vangelo degli Ebioniti , tuttavia, viene castigato dai primi padri della Chiesa per le libertà che prende con Matteo. Inoltre, gruppi Ebionite o Nazoreani sono associati alVangelo degli Ebrei , che sembra avere una storia di sviluppo completamente separata.
Sulla base del suo studio sui materiali extrabiblici, Tabor elenca quattro caratteristiche distintive del "precoce nazareno / cristianesimo ebionita":
  • Gesù come il profeta come Mosè o vero maestro (anche se distinto da YHWH).
  • Il vegetarianismo come sintomo notevole del loro interesse generale per la rivelazione pre-sinaitica. Secondo Epifanio, il vangelo ebionita rifletteva il rifiuto di mangiare carne (Haer.: 30: 14: 4; 30: 22: 4). Possono anche aver derivato il loro vegetarianismo dalla raffigurazione di Peter come vegetariano nelle pellegrinazioni pseudo-clementine (Haer.: 30: 15: 1-3).Questo passaggio ha anche Pietro sottoposto a battesimi quotidiani (secondo lo schema degli Esseni / Qumraniani?)
  • Dedizione a seguire l'intera Torah (in termini di halachah "giogo facile" diGesù ).
  • Rifiuto delle "dottrine e tradizioni" degli uomini, che credevano fossero state aggiunte alla pura Tora di Mosè, comprese le alterazioni degli scritti della Scrittura (Ger 8: 8).
Scott classifica le prove rabbiniche sulle credenze del Minim e di Natzrim come "vaghe, incerte e deludenti". Esamina le prove e arriva alle seguenti generalità sui ritratti rabbinici delle credenze di Natzri :
  • Si dice che credano in molte potenze celesti e affermò che "c'era un essere creato che assisteva nel lavoro della creazione". Ciò potrebbe dare credito alla tesi di Ireneo secondo cui le credenze ebionite erano paragonabili a quelle di Cerinto .
  • Sono rappresentati come una specie di ebrei spurie, che rivendicano invano l'amicizia con il vero ebraismo e rifiutano a causa della loro connessione con il cristianesimo. Erano nel giudaismo, ma non di esso.
  • Frequentavano le sinagoghe, dove il sospetto di loro trovava espressione nei congegni liturgici per la loro individuazione, e nell'osservazione di varie frasi e gesti che si pensava tradissero la loro eresia.
  • Nella loro teologia ... partirono dal rigido monoteismo del giudaismo e sostenevano la dottrina della relazione tra Dio e Cristo che [secondo Herford] è esposta nella Lettera agli Ebrei.
  • Alcune fonti rabbiniche suggeriscono che alcuni Nazareni erano negligenti nell'osservanza del Sabbath.
Una connessione tra alcune comunità nazoriane e speculazioni gnostiche, mentre controintuitiva, può infatti essere attestata nel Nuovo Testamento stesso. Nella lettura di Ellist delle Epistole Pastorali, gli oppositori di Paolo in 1-2 Timoteo e Tito erano proprio un ibrido ebreo-gnostico. Asserisce che questi oppositori rappresentano solo una forma più sviluppata di insegnamento "giudaizzante" che ha afflitto il ministero di Paolo fin dall'inizio. Paolo infatti li chiama "la festa della circoncisione" in Tito 1:10. Questa fazione
combinato una richiesta di adesione gentile alle regole del Mosaico e un ritualismo ascetico con uno zelo per le visioni degli angeli e, almeno nella diaspora, con tendenze gnosticizzanti per promuovere un'esperienza di (divina) saggezza e conoscenza divina e per svalutare la materia e risurrezione fisica e redenzione (cfr 1 Cor 15:12 con 2 Tim 2:18). A volte il loro decantato ascetismo produceva un'arroganza innescata da una sottile licenziosità sessuale (cfr Gal 4: 9; 5: 13-21; Col 2:18, 23 con 1 Tim 4: 3; 2 Tim 3: 6-7; Tit 1:10, 15).Mentre Paolo sosteneva che nell'era messianica le leggi etiche OT rimasero valide ma le leggi rituali erano passate (Col 2,17, cfr Gal 4,9-10) e non erano più vincolanti (Rm 10: 4; 13: 8- 10; Gal 3: 24-25), i suoi avversari sostenevano che le leggi rituali rimanevano vincolanti e tuttavia viziavano i comandi etici con la loro condotta.
Nelle Pastorali i giudaizzanti gnosticanti erano conosciuti come "la circoncisione" (Ct 1:10) e continuavano a rivendicare di essere "maestri della Legge" (1 Tim 1: 7), anche se apparentemente non più sottolineati, come nei Galati , il dovere della circoncisione. Essi proibivano il matrimonio, promuovevano le leggi del cibo e sostenevano di impartire una "conoscenza" spirituale (gnosi) la cui fonte era, nelle parole di un oracolo ad essi applicato, spiriti demoniaci (1 Tim 4: 1-3; 6:20). Rappresentarono sul palcoscenico una continua contro-missione, che appare in Ignazio (Magn 8:11, Trall. 9, ca. 110) come una sorta di "Ebraismo attraversato con lo Gnosticismo" (Lightfoot) che negava non solo a Cristo la resurrezione, ma anche la sua incarnazione fisica e la sua morte, e che più tardi nel secondo secolo si svilupparono o si fusero nelle eresie gnostiche in piena regola. Mentre alcuni degli oppositori provenivano dalla missione "la circoncisione del partito", altri erano insegnanti nelle congregazioni paoline e disertori di una teologia paolina, compresi ex soci o colleghi (1 Tim 1: 3-5; 2 Tim 1: 15-16; Tit 1: 10-11). (E. Earle Ellis, "Lettere pastorali", Dizionario di Paul and His Letters , edito da Gerald F. Hawthorne e altri [InterVarsity, 1993] 662-63)
In breve, i nazoreani erano tutt'altro che un movimento monolitico e dottrinalmente unificato. Questa diversità dottrinale è affermata nel Nuovo Testamento e illustrata da una varietà di dichiarazioni nei primi padri della chiesa. Giustino Martire in particolare discute due rami o fazioni tra i Nazoreani nel suo Dialogo con Trypho 47.
Secondo Giustino, una di queste fazioni mantenne fedelmente la Torà, ma non ha richiesto che i credenti Gentili in Gesù facessero lo stesso. L'altro ha reso la Torah un obbligo universale. Giustino era disposto ad abbracciare i membri del primo gruppo come fratelli in Cristo, anche se non riuscì a vedere il punto nel loro continuare a mantenere la Torah:
Ma se alcuni, attraverso la debolezza, desiderano osservare le istituzioni che sono state date da Mosè, da cui si aspettano delle virtù, ma che crediamo siano state nominate in ragione della durezza del cuore della gente, insieme con la loro speranza in questo Cristo e [desidera eseguire] gli atti eterni e naturali di rettitudine e pietà, tuttavia scelga di vivere con i cristiani e i fedeli, come ho detto prima, non inducendoli né a essere circoncisi come se stessi, né a osservare il Sabbath, o per osservare altre cerimonie del genere, allora ritengo che dovremmo unirci a tali e associarci a loro in tutte le cose come parenti e fratelli . (enfasi aggiunta)
Il secondo gruppo Giustino ripudiava, anche se non si sarebbe proclamato categoricamente per negare la loro salvezza:
Ma se, Trifone, alcuni della tua razza, che dicono di credere in questo Cristo, costringono quei Gentili che credono in questo Cristo a vivere in tutti gli aspetti secondo la legge data da Mosè, o scelgono di non associarsi così intimamente con loro, io allo stesso modo non li approvo. Ma io credo che anche coloro che sono stati persuasi da loro ad osservare la dispensa legale insieme alla loro confessione di Dio in Cristo, saranno probabilmente salvati.
Naturalmente, chi ha familiarità con il Nuovo Testamento vedrà qui la stessa distinzione tra più atteggiamenti "moderati" e "linea dura" verso i Gentili e l'osservanza della Torah che si trova nello stesso Nuovo Testamento, dove le voci più accomodanti nella comunità erano spesso sfidato da persone designate da Luca "quelle della circoncisione" (At 11: 1; 15: 1).
In questa luce, la tesi di Tabor secondo cui "Come i primi gruppi hanno visto Paolo non è chiaro" non è del tutto corretto. È meglio dire che c'erano almeno due prospettive contrastanti su Paolo. I "moderati" erano favorevoli (o almeno tolleranti) verso il ministero di Paolo mentre i "duri guardiani" erano rabbiosamente anti-paolini e Paolo era felice di ricambiare il loro affetto nella sua lettera ai Galati!
Infine, va ricordato che i termini in questione coprono un'apparente diversità di gruppi a partire dalla metà del II secolo in poi. Alcuni di questi gruppi erano eretici definitivi i cui insegnamenti erano paragonati da Ireneo (fine del II secolo) a quelli di Cerinto e Carpocrate . Un legame con Cerinto è possibile per alcuni aspetti della fede nazorea, ma Carpocrate era un ardente antinomiano che insisteva nel dire che i fedeli non erano più vincolati dalla legge mosaica.Questo palese equivoco di Ireneo ci ricorda che siamo largamente dipendenti per le nostre informazioni sui Nazareni sui cristiani Gentili e sugli ebrei tradizionali, e che i membri di entrambi i gruppi disprezzano i Nazareni in generale, (2) potrebbero non aver capito o apprezzato la diversità tra di loro e (3) non sono certamente da accettare come reporter imparziali.

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Riannodare i fili che tengono uniti gli esseri viventi...



Scrivevo nel 2010: “Paolo, tu parli spesso del “dharma”. Il tuo è agire da rompighiaccio e da seminatore. Il mio, e credo di averlo capito alcuni mesi fa, è quello, nel mio piccolo, di unire le persone, farle incontrare, dando loro l’opportunità, se lo vogliono e se io “ci ho azzeccato” di conoscersi, di scambiarsi idee, esperienze, affetto, aiuto, amore e chi più ne ha più ne metta. Credo proprio sia questo il mio compito in questa “esperienza” che è la vita. E’ come se io fossi una tessitrice, ma di quelle che fanno i tappeti persiani, o le reti da pesca (mi vengono queste due immagini). Io faccio qualche nodo e a volte mi riesce, a volte vengono dei groppi oppure il nodo è troppo sottile e si lacera o semplicemente, non tiene. Io ci provo, ma è proprio una tendenza che non posso non considerare, anche a costo di “non farmi i fatti miei”. A me pare che viviamo in un’epoca in cui c’è molta solitudine oppure sono io che la sento così e non è facile fare da collante. Ma è questo che io mi sento di fare. Con ciò, è ovvio, vado incontro anche ad un mio bisogno, cerco di fare qualcosa di giusto e buono prima di tutto per me stessa, mi sembra di dare un sia pur piccolo senso a questa vita, che ha senso già per il fatto di esserci e di darmi modo di respirare”.

Scrivevo questo nel 2010, oggi cosa è cambiato, per me, se qualcosa è cambiato? Il discorso del “fare rete” ormai è opinione diffusa, tutti usano questo termine ed io, dal canto mio, mi sento un po' “svuotata” in questo senso. Sono un po' stanca, gli anni passano e si fanno sentire sempre di più, anche se in fondo non sono poi così tanti. E, nonostante non abbia mai cercato un riconoscimento, forse cercavo comunque dei frutti delle mie azioni, e questi frutti mi sembrano alquanto scarsi rispetto agli sforzi. Mi pare che tutto sommato Paolo sia molto più efficiente da questo punto di vista. Non so com'è. magicamente, da quando conosco lui, ho conosciuto tante belle persone, alcune persone le ho anche perse, ma si vede che doveva andare così.

Però lo stesso credo che ci sia da fare ancora un passo, il passo successivo al completamento dell'opera di riavvicinamento degli esseri umani, nel mio, nel nostro piccolo, ovviamente. Quello di creare un legame, in modo da potersi sentire fratelli e sorelle.
Sarà perché sono figlia unica, che queste figure mi sono sempre mancate e le sono sempre andate cercando, in un'amica, un amico, un fidanzato, un marito, una figlia. Lo so, è sbagliato, ognuno deve avere il ruolo che gli compete, ma, scusate, non posso fare a meno di desiderare di avere accanto a me alcune persone e da poterle considerare tali. E apprezzo la lettura di un libro come quello della Freedman che, pur un po' noiosetto a tratti, parla della civiltà dei Moso, una popolazione cinese, che segue l'organizzazione matrilineare, ma non è solo che lì la donna “dirige” la situazione, ma le famiglie sono composte prevalentemente dalla madre e dai suoi figli. Il marito se c'è c'è, ma può anche non esserci. Certo, in una famiglia piccolissima come la mia, sarebbe stato un po' difficile ricostruire una struttura del genere.

Qualche giorno fa una persona che apprezzo molto mi ha detto:” Tu sei una persona che si prende cura degli altri”. A volte è vero, mi piace prendermi cura degli altri, se questi altri mi risuonano e mi sembra che possano aver bisogno di una mia carezza. Del resto possiamo vedere la cosa anche da un altro punto di vista: un certo Gesù (ammesso che sia esistito, ma quel che importa è il messaggio) disse: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” e se ammettiamo (e chi non lo farebbe?) che questo sia un insegnamento vero, basterebbe che ognuno o almeno la maggior parte degli esseri umani lo facesse proprio, per ribaltare la situazione di competitività, egoismo che stiamo vivendo. Personalmente desidero quella carezza, desidero riconoscermi nello sguardo amorevole dell'altro, desidero sentire che dentro di me c'è la stessa “cosa” che c'è nell'altro. Forse sarà anche un desiderio di accettazione, il mio, e ci sto lavorando.

Certo, non tutto è nelle nostre mani, nelle nostre possibilità, ci sono esseri che dell'egoismo hanno fatto il loro sistema ed a livelli molto importanti e che coinvolgono le sorti della umanità intera, ma secondo me bisognerebbe cominciare a dare loro meno importanza, meno cibo e agire come se si fosse di un altro mondo e credo sia possibile in questo modo creare una società parallela, più “umana” e “naturale”. Sarà possibile se si riacquisteranno il senso della fratellanza e della comunanza.

Caterina Regazzi


Mio commentino: "Veramente bello questo articolo di Caterina, invita a sentirsi tutti parte della grande comunità umana. Mi piacciono anche le foto che sono state scattate a Calcata, quando ancora abitavo lì, nel 2009..."  (P.D'A.)