Bioni: all’origine della vita - La ricerca di Wilhelm Reich

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Questa è la parte prima di un articolo doppio dalle finalità meramente divulgative che riporta le evidenze sperimentali emerse dalle ricerche dell’autore a riguardo della genesi dei protozoi e delle cellule tumorali. In corsivo sono riportati le citazioni tratte dalle pubblicazioni dell’autore.

Breve nota biografica1

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Wilhelm Reich (1897-1957), nasce a Dobrzcynica (attualmente in Romania), ai limiti orientali dell'impero Austro-Ungarico, appena laureato in medicina a Vienna nel ’22 si occupa di psicanalisi e diventa assistente nella Clinica Psicoanalitica di S. Freud, il quale inizialmente tiene Reich in alta considerazione, ma nel tempo, le divergenti vedute in campo psicanalitico emerse già con la pubblicazione di: ”La funzione dell’orgasmo”(1927) e la militanza politica, gli procurano l’allontanamento dal gruppo viennese. Nel 1930 si stabilisce nella Germania nazista, dove per le sue frequentazioni dei circoli socialisti motivate dalle proprie ricerche sulle masse (più che per attivismo politico), si vede costretto a riparare in Norvegia nel 1933. Ma, nel 1938, dopo la pubblicazione degli esperimenti sull’origine della vita2, subisce una pesante campagna diffamatoria e considerata l’avanzata tedesca è costretto a salpare per l’America.
Qui fonda, a New York l’Orgone Institute e in seguito l’Orgonon a Rangeley nel Maine. In entrambe queste sedi svolgerà attività di ricerca in fisica, biologia, medicina e psicanalisi. I risultati, che costituiscono il suo vero lascito scientifico sperimentale, saranno resi pubblici tra il 1942 ed il 1956 dall’Orgone Institute Press attraverso: l’International Journal of Sex-Economy and Orgone Research, gli Annals of the Orgone Institute, l’Orgone Energy Bulletin, la rivista Core ed infine l’Orgonomic Medicine.
Reich risulta un ricercatore prolifico ed instancabile, scopre l’energia orgonica, l’energia vitale eterica cosmica che tutto pervade e che permette il pulsare nella vita; inventa l’accumulatore orgonico; costruisce il famoso cloud-buster, per mezzo del quale sfruttando la polarità dell’acqua, farà piovere nel deserto dell’Arizona, salvo procurarsi guai con la giustizia, fino all’arresto; singolari se non inquietanti sono i resoconti dei sorvoli di UFO in seguito alle operazioni di bonifica dell’atmosfera tramite il cloud-buster; Reich non arresterà la sua azione d’indagine spingendosi negli ambiti del sociale e del politico, libero pensatore per eccellenza, saggista, vide le sue opere messe al rogo dal regime nazista, mentre in America una corte federale ne decretò fuori legge il possesso e ne ordinò la distruzione, entrambe con l’identico intento di nascondere al mondo le sue conoscenze. Screditato e diffamato anche negli USA, morrà avvelenato in un carcere federale. Viene da chiedersi del perché di tanta persecuzione, va considerato infatti che qualora le sue teorie fossero state infondate, non avrebbero dovuto suscitare tanta opposizione.

Bioni

Già negli anni viennesi, grazie agli esperimenti con le correnti sui protozoi, si ingenera la scoperta ‘involontaria’ dei bioni, iniziano così le prime ricerche sulla biogenesi: la generazione spontanea. Le ricerche sulla trasformazione di materia inanimata/inorganica in organismi unicellulari continueranno poi nel periodo scandinavo (1933-39) ed americano.

Per meglio intendere cosa sia questa generazione spontanea, seguiamo cosa viene osservato al microscopio. In una soluzione non sterile viene posto a macerare del fieno, dopo due giorni, ove il margine fogliare si disgrega, si formano delle vescicolette (bioni) che o si distaccano singolarmente dalla foglia o formano dei gruppi. Dopo poche ore, un margine (membrana!) racchiude questi bioni che si disfano in un’unica formazione plasmatica (vescicole), questa formazione mostra una lieve motilità e una forte affinità con le amebe. Un’altra sequenza mostra la stessa disgregazione fogliare che approda a saccule sferiche e ovoidali contenenti vescicole che distaccatesi energicamente dal margine fogliare si spostano aprendo a scatti un orifizio nella membrana. Reich si chiede: “Questa struttura è un animale o è ancora un pezzo di vegetale? Si tratta di una forma in transizione!” Rimettiamo l’occhio sul microscopio, dopo due giorni infatti, le stesse “creature” nuotano liberamente nel liquido, simili a parameci, diffusissimi protozoi (infusori di Leeuwenhoek), alcune inglobano contraendosi bioni attraverso la “bocca” che dopo pochi secondi si richiude. Reich meravigliato pone da subito l’attenzione sulla causa elettrica delle contrazioni, mentre riscontra obiettivamente che questo tipo di protozoi nasce dalla trasformazione di un vegetale dopo aver attraversato una serie di fasi di sviluppo, ma non si cura di individuare di quale protozoo si tratti, tuttavia sostituendo nella macerazione al fieno il muschio, riscontra con certezza la generazione spontanea di amebe.

L’osservazione diretta ha provato che le amebe si formano (anche) da fibre muscose gonfiate per macerazione.” Ecco dunque la scoperta dei bioni, già del 1936, forme di transizione tra la materia non vivente e quella vivente, che Reich definisce come: "l'unità funzionale elementare di tutta la materia vivente."

Perfezionata l’osservazione con una cinepresa ad alta velocità, per cogliere i ‘fuggevoli passaggi vitali,’ non resta che cambiare la ricetta, ossia gli ‘ingredienti’ messi a macerare. Un preparato a base di terra mostra alveoli motili e altre particelle in movimento, l’aggiunta di cloruro di potassio amplifica i fenomeni, l’immissione di gelatina porta alla formazione di gruppi di vescicole, pseudo amebe. Nel dubbio estremo che i protozoi possano essere presenti per contaminazione postuma, si procede alla bollitura dei preparati, ma i preparati bolliti presentano ‘forme di vita’ più ricche e vivaci dei preparati non bolliti! Anzi, più il processo è iterato, maggiore e la vitalità dei bioni e vescicole all’interno, ossia i preparati bolliti contengano ‘forme di vita’ più attive.

Quanto osservato stimola delle considerazioni a riguardo della sterilizzazione e della cottura dei cibi, Reich lascia un appunto per una ricerca futura e scrive: “Se ogni sostanza, sottoposta a processi di gonfiamento e di disgregazione, si trasforma in vescicole motili, è logico supporre che le sostanze nutrienti che ingeriamo bollite, durante la digestione vengono sottoposte ad un processo ancora sconosciuto che è strettamente connesso ai bioni.” A tal proposito esiste uno studio3 di Kieichi Morishita, tanto stupefacente quanto sconosciuto, condotto su materiale organico vivo che mostra la formazione di globuli bianchi, globuli rossi e cellule cancerose.

Ma torniamo a guardare nel microscopio, forme viventi intermedie si formano dalla materia, e diventano protozoi, manca solo che si riproducano per divisione cellulare; alla terra, al cloruro di potassio (KCl) e lecitina, Reich aggiunge il bianco d’uovo e “dopo pochi minuti … si formano cellule rotonde provviste di nuclei scuri soggette ad una divisione frequente e rapida.” Come se le sostanze chimiche presenti negli ingredienti, materia e coltura, supportino informazioni che si traducono nei differenti protozoi che man mano si generano.

Se bianco d’uovo, lecitina, cloruro di potassio (KCl), e colesterina danno vita a delle cellule che si contraggono/espandono si dividono, resta il problema del metabolismo, della colturabilità (poi verificato possibile) e della natura batteriologica da individuare. Intanto emerge esserci un principio che si autogoverna che crea la vita da materia senza vita.

Dal gennaio del ‘37 il prof. Roger du Teil del Centro Universitario Mediterraneo di Nizza collabora a verificare gli esperimenti secondo i protocolli che Reich gli fornisce. Ma non appena Reich pubblica i suoi studi nel 1938, si ritrova il mondo “accademico” contro e persino l’incolpevole prof. du Teil viene licenziato. Reich prosegue con gli esperimenti, utilizza polvere di carbone portata a circa 1500°C, miscelata a brodo di carne e KCl, in questo caso il carbone gonfia non marcisce e dopo la consueta sterilizzazione della miscela si assiste, tempo due tre giorni, al prosperare di forme di vita molto vigorose, si tratta di spore: dunque anche le spore devono avere origine dalla materia come risultato di un processo di gonfiamento; più in generale si è verificato che: tutta la materia non organizzata possiede la capacità di produrre vita, a seconda della sua composizione e dell’ambiente (terreno di coltura) in cui si trova.

I bioni erano stati già individuati in precedenza4 da vari scienziati e descritti come la più piccola unità di vita e presentati come un ponte fra il sistema non vivente e quello vivente; chiamati microzimi o “minuscoli fermenti” nel 1870 da Antoine Béchamp; protiti, simbionti, o endobionti nel 1925 da Günther Enderlein; somatidi nel 1940 da Gaston Naessens.
In particolare il francese Naessens, grazie ad un microscopio di sua invenzione, rintraccia e filma nel sangue umano VIVO, una ultra microscopica sub cellula vivente autoriproducente che chiama somatìde (corpo piccolo e sottile) e che ha caratteristiche polimorfiche5.
Scrive Reich: “È stato dimostrato che i Bioni sono presenti praticamente dappertutto, nell’aria, nell’oceano, nel sangue, nell’urina, e sono in grado di svilupparsi dalla integrazione di sostanze molto cariche che presentano un intenso colore blu.

Ricapitolando: i bioni sono la più piccola particella di materia vivente, sono presenti in tutte le sostanze organiche perché ne sono la matrice; possono evolversi in qualsiasi forma vivente unicellulare, sono autosufficienti, non possono essere distrutti con nessun mezzo fisico o chimico; trasformandosi in batteri concorrono alla decomposizione degli organismi pluricellulari nelle loro componenti di base: ossigeno, idrogeno, carbonio ed una volta compiuta l’opera, ritornano ad essere elementi primari.

Esperimento XX (1944-45)

L’esperimento n°20 resta quello più esemplificativo sulla generazione spontanea. Nell’intento di misurare il grado di fluorescenza delle colonie di bioni, vengono approntate delle colture con la cosiddetta acqua bionica sterile, ossia acqua con terra bollita e accuratamente filtrata, alla quale vengono aggiunti dei bioni di terra ed infine preparate alcune ampolle sigillate poste in luoghi diversi, anche all’aperto. Queste ultime soggette al gelo stagionale risultano contenere dei fiocchi (orgonofiocchi), che all’ingrandimento (3000x) si rivelarono essere colonie di bioni; il contenuto se filtrato e ricongelato ripresenta sempre la formazione dei fiocchi. Reich commenta: “eravamo di fronte ad un processo, attraverso il quale l’energia dell’orgone … riusciva ad organizzarsi in massa plasmatica vivente con tutti i criteri della vita.” – e aggiunge: “Il progresso del XX esperimento consiste nel fatto che ora le vescichette orgono-energetiche con tutte le caratteristiche di ciò che è vivente possono essere tratte, non dalla materia già organizzata [muschio, ecc], bensì dall’energia dell’orgone esente da massa.

A questa poderosa evidenza, ossia che l’orgone ha natura vivente, va affiancata la scoperta d’ambito biogenetico, che mostra due tipi di bioni: quelli secondari, visti sinora, che si formano dalla materia già organizzata (sostanze ed elementi chimici) e i bioni primari che si formano direttamente dall’energia orgonica, ossia scaturiscono dall’orgone esente da massa, orgone da considerare quale energia cosmica primordiale dalla quale ha origine la materia, materia plasmatica inclusa. Da ciò scaturisce una importante considerazione di Reich: “… lo sviluppo del plasma vivente sul nostro pianeta ha preceduto l’organizzazione … degli idrati di carbonio. Le molecole biochimiche non esistevano prima che si sviluppasse la materia plasmatica sono invece comparse come una delle componenti meccaniche nel processo organizzativo del plasma.”


Orgone quale energia biologica
Come si è accennato, Reich pone la sua attenzione sulle cause sulla complessa motilità dei bioni. Egli si convince che questa non sia identificabile con i moti browniani, che ascrivibili a forze molecolari producono solo uno spostamento. E’evidente invece un’azione energetica interna che genera: la pulsazione, ossia contrazione e dilatazione causa di uno spostamento multi direzionale; il rotolamento, ossia l’azione di avvicinamento e allontanamento di più bioni singoli; l’aggregazione di più bioni in una vescicola bionica; la rotazione dei bioni all’interno di una vescicola bionica racchiusa in una membrana.

La scoperta di un’energia connessa ai fenomeni vitali risale al 1936, Reich individua la causa della carica/tensione e distensione, nella forza cosmica eterica a cui dà il nome di orgone, da organismo e da orgastico, riconoscendola identica a quella corporea. La sequenza tensione/carica e scarica/distensione, corrisponde, secondo Reich, alla pulsazione biologica che si osserva in tutte le funzioni vitali, un’energia biologica o vitale, non è semplicemente una carica magnetica o elettrica come nella visione meccanicista.

I bioni sono composti da una membrana che racchiude un liquido plasmatico di colore azzurrognolo carico di orgone; in definitiva i bioni sono fatti di orgone ed è l’orgone stesso che muove i bioni.

Bioni SAPA e orgone atmosferico

Durante i movimentati anni scandinavi, nel gennaio 1939 ad Oslo, Reich perviene all’individuazione dei bioni SAPA (Sand-Packet), generati da sabbia di mare resa incandescente e posta a rigonfiarsi e decomporsi in un preparato composto di brodo e KCl. In questi la radiazione orgonica si mostra intensa, di un blu carico, al punto da velare le lastre fotografiche e caricare elettrostaticamente l’attrezzatura in laboratorio e mostrare dei chiari vapori azzurrognoli in un ambiente buio.

Nell’intento di studiare la radiazione dei bioni SAPA, Reich, prepara una scatola di metallo che riflette la radiazione verso l’interno, ma per evitarne la dispersione all’esterno, la ricopre di materiale organico, avendo appurato che quest’ultimo invece assorbe la radiazione. Su una parete dell’apparecchio opportunamente forata viene posto un oculare per osservare le radiazioni azzurre e multiformi. Reich scrive6: “Ma accadde un fatto assolutamente incomprensibile: l’apparecchio, dopo una buona areazione e senza colture, non doveva produrre alcun fenomeno luminoso. Fui non poco sorpreso nel vedere gli stessi raggi … anche nel contenitore vuoto. Da dove proveniva la radiazione?” Dopo vari analisi e prove Reich si convince che. “La radiazione rivelata nel contenitore senza colture proveniva semplicemente dall’atmosfera”, ed è l’orgone atmosferico, l’energia che governa ciò che è vivente.

Accumulatore orgonico

Così grazie alle radiazioni emesse dai bioni SAPA nasce il ‘famoso’ l’accumulatore orgonico. La parte esterna dell’apparecchio è quindi fatta di materia organica, quella interna di metallo. La prima assorbe l’energia, la seconda la riflette: l’energia viene perciò accumulata. Il movimento dell’energia è libero verso l’interno e ostacolato verso l’esterno.

L’accumulatore mostra la radiazione orgonica anche da vuoto e in misura superiore a quella dell’ambiente circostante; quella radiazione che si rileva essere l’orgone atmosferico è sempre presente, scrive Reich: che ci fosse il sole la nebbia o piovesse, prescindendo dall’umidità dell’aria, di giorno o di notte. La radiazione non è legata al sole ma “veniva da ogni parte” perciò onnipervadente, presente in tutta la materia vivente e inorganica. Inoltre la differenza di 0,2°-0,5°C nell’accumulatore in più rispetto all’esterno, è un fenomeno che disattende e confuta la seconda legge della termodinamica, che non può essere più accettata come legge generale, ossia l’entropia vale solo per i sistemi chiusi, ma nel caso dell’universo l’energia non si degrada bensì aumenta. Questa evidenza constatata di persona “imbarazzerà” lo stesso Einstein, poi lesto a defilarsi.

Considerazioni finali

E’ dimostrato così che le scienze naturali sono incorse nell’errata concezione che le cellule debbano provenire solo dalle cellule, più avanti Reich chiarirà come non esista un germe nell’aria per ogni forma vivente unicellulare, tuttavia grazie a questa ‘teoria’ si è potuta spiegare la causa della trasmissione di molte malattie. Prima di queste osservazioni, non era conosciuta la generazione di batteri e protozoi dalla trasformazione bionica della materia organica e inorganica, la generazione spontanea non era immaginata né tanto meno ammissibile. Ancor più il concetto di infezione autogena resta per i biologi un assurdo, malgrado lo sviluppo di batteri e protozoi dall’erba o muschio in decomposizione sia un’evidenza.

A coloro che restano abbarbicati alla logica meccanicistica Reich rivolge alcune osservazioni: “la vita può essersi originata come generazione spontanea,..., in un punto [qualsiasi] dell’universo. La teoria di sostanze venute dall’universo sulla terra … è improbabile, [ciò a discredito della panspermia come unico agente che porta la vita sul pianeta, laddove resta più facile far viaggiare informazioni che materia vivente! (n.d.r)]. L’osservazione diretta dei processi vitali,…,ci porta a supporre che la vita si sia sviluppata dalla materia inorganica in condizioni estremamente semplici e naturali. (..) La vita può generarsi in ogni tempo ed ogni luogo, purché esistano le condizioni e le sostanze necessarie. (..) Inoltre ci deve essere un principio che determini la scelta delle qualità e quantità necessarie … il principio dell’autoregolazione nella creazione della vita. Dunque, nuova vita si genera di continuo in qualsiasi luogo. Dobbiamo distinguere tra le forme di vita che si sviluppano da organismi in decomposizione e le forme che sviluppano dalla decomposizione della materia inorganica. … esiste un ciclo tra la materia inorganica e la materia vivente …. L’organismo pluricellulare, quando muore, si disgrega in organismi unicellulari e in materia organica. Da entrambe queste fonti si riforma l’organismo unicellulare”.

Quest’articolo è un omaggio alla memoria di Wilhelm Reich, uomo e ricercatore straordinario, che ha pagato con la vita e l’oblio l’aver speso l’esistenza per regalare al “piccolo uomo” ciò che quest’ultimo, spaventato dalla libertà del proprio spirito, non mostra di meritare.
(Fine Parte Prima)


Giuseppe Moscatello - pep65@tiscali.it

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Nota Bibliografia:
1. – Per una biografia più estesa si rimanda a: http://www.orgonomia.org/
2. - Wilhelm Reich, Esperimenti Bionici sull’Origine della Vita, 1938, 1981 Milano.
3. – Kieichi Morishita, Hidden-Truth-of-Cancer 1976 Ed. G. Ohsawa Macrobiotic Foundation, si
trova su: https://www.scribd.com/doc/15045616/Hidden-Truth-of-Cancer-Revised-Kieichi-
Morishita-M-D; per la traduzione in italiano a cura di Luca Chiesi, luca.chiesi@gmail.com
4. - Un interessante articolo sui bioni del dott Nader Butto:
http://www.arnoldehret.it/old/downloads/La-natura-dei-Bioni-Dr-Nader-Butto.pdf
5. - Un accenno alle importantissime scoperte di Gaston Naessens in:
http://www.mednat.org/cure_natur/somatidi.htm

6. – Wilhelm Reich, La Biopatia del Cancro, 1948 New York, 1986 Milano

Spiritualità Laica: "Natura e “Divinità” sono la stessa identica cosa..."


Ai primordi della cultura umana la differenza fra Natura e “divinità” era impercettibile, la speculazione filosofica non era arrivata a presupporre un creatore separato, in quanto autore della creazione. Infatti nella antica tradizione matristica e panteistica la Natura coincideva con la Madre Universale, la quale da se stessa ed in se stessa produce tutti i fenomeni, manifestando tutte le forme. In questa visione non vi è alcuna separazione o differenza fra la Matrice e le sue emanazioni, viventi o amorfe che siano. Animali, piante, montagne, corsi d’acqua, mari, cielo stellato, luna, esseri umani… tutto compartecipa ed è espressione dell’atto creativo, parte indivisibile di un Unicum. La creazione in questa ottica è vista come qualcosa di spontaneo e naturale, una ricorrenza ciclica che sorge dalla terra, sulla terra insiste ed alla terra ritorna, in un continuo ripetersi senza un “oltre”. Tutto è presente nel Tutto, nell’eterno qui ed ora. Questa beata visione non si è esaurita con il trascorrere delle generazioni, essa è durata a lungo, ed ancora permane nelle menti illuminate. Il suo procedere ellittico conserva il sapore dell’eternità.
Eppure qualcosa nel corso del tempo è cambiato, l’eterno è stato virtualizzato e trasferito in un ipotetico aldilà. Un aldilà per il quale occorre guadagnarsi il passaggio, pena l’estinzione o la dannazione.
La beatitudine dell’appartenere al Tutto si offuscò nel momento in cui l’uomo cominciò a separare se stesso dal Tutto, allorché in lui nacque il senso dell’io e del mio. Forse corrisponde al momento in cui egli scoprì la sua funzione “seminativa” nella riproduzione. Questo fatto lo rese arrogante, alimentò il concetto della sua “autorità”, nel senso che prese a considerarsi egli stesso “autore” individuale della vita. E per trasposizione virtuale immaginò un ipotetico dio creatore, a sua immagine e somiglianza. La Natura, in quanto femmina, divenne materia passiva, mentre il creatore, sia in veste di dio che di uomo, fu interpretato come “alito” fecondatore e creatore (afferma la bibbia). Avvenuta questa separazione ecco che nella religione apparve il senso del peccato, legato alla vergogna per la promiscuità ed alla opposizione verso la “materia” contrapposta all’astrazione “spirituale”, con il risultato di condurre l’uomo “religioso” a distanziarsi dalle cose del mondo, ivi compresa la sessualità.
Ma come è possibile separare la vita dalla vita? Come può sopravvivere un essere vivente senza cibo e senza calore? Non può…
Da ciò se ne deduce che, malgrado la caparbia affermazione di un’entità spuria, definita “spirituale”, il processo di separazione dell’io dalla Natura non potrà mai avere compimento, resta solo una pia illusione dettata da una religione. Che prima divide e poi si arroga il diritto di “ri-unire” (religere) . La separazione fra spirito e materia, fra Natura e dio è una falsità, un’inversione nei valori naturali ed è causa di tristezza e di un insoddisfatto desiderio di compensazione.
Insomma si rinuncia alla tetta materna per attaccarsi al ciucciotto.
Migliaia di anni son trascorsi, varie civiltà sono sorte e crollate, diverse religioni teiste hanno pervicacemente tentato di separare l’uomo dalla Natura, inculcandogli l’idea del “peccato originale”, della necessità di pentirsi, di ricorrere ad un salvatore, ad un messia, di volta in volta diverso, poiché ogni messia che separa l’uomo dal Tutto non può durare, come non può durare un incubo. Perciò la religione che trascura i modi della vita, ovvero la sua capacità di perpetuarsi, non potrà mai avere una definitiva attuazione, resterà un ibrido intellettualismo malato e sofferente. E perciò l’affermazione del modello religioso patriarcale che conosciamo non potrà mai affermarsi, poiché vive di promesse immaginarie, di dogmi reiterati, di continue riaffermazioni di fede. In un certo senso succede così non solo per i teismi ma anche per la scienza e le sue leggi che non durano a lungo ma vengono continuamente sostitute da nuove e più perfezionate “scoperte”.
Natura naturans” e “Natura naturata”. Entrambe coesistono, sono intercambiabili a seconda delle situazioni e dei momenti, pur -a volte- in apparente conflitto.
Ma torniamo alla religiosità ed all’erotismo. E scopriamo che in verità queste due proiezioni non possono essere disgiunte, come nel cervello non può essere disgiunta la funzionalità dell’emisfero destro dal sinistro, la ragione dall’intuizione, la fase logica da quella analogica, la sincronicità dalla causa/effetto. La comprensione non è mai “univoca” ma richiede un “abbraccio”, l’intelligenza è una visione avvolgente e compenetrante. Come avviene nel processo riproduttivo fra maschio e femmina.
Allora, in tempi in cui la storia non era stata ancora confermata come modello lineare di memoria, la donna e l’uomo, uniti nella consapevole reciproca appartenenza e partecipazione all’evento vitale, vissero la religiosità attraverso l’unione sessuale.
Non posso però narravi ora l’intero excursus, passando da un popolo ad un altro popolo, civiltà dopo civiltà. Non ne ho la forza, né il tempo e nemmeno la voglia. Non posso parlare della sacra prostituzione nei templi dedicati alla Dea, delle iniziazioni sessuali nelle comunità dell’Europa antica, delle tendenze promiscue e poliamorose, dei riti pagani della fertilità, del Cantico dei cantici o delle strofe volgari del Risus Paschalis….
Ma, almeno per cominciare, posso aprire una fessura, uno spiraglio minuto su alcuni aspetti dell’induismo, una religione che ha conservato a tutt’oggi molte forme di religiosità erotica. Gli episodi sono tanti, non basterebbe un’intera biblioteca a narrarli tutti. Mi limiterò quindi a descriverne alcune pagine, aperte quasi alla rinfusa. Voglio partire da un racconto mitologico in cui aneddoticamente si lascia intravvedere in che modo erotismo e religione abbiano trovato un punto d’incontro.
Si narra che in un tempo lontano in una foresta viveva una comunità di dotti rishi. Questi bramani era adepti in riti sacrificali, attraverso i quali avevano ottenuto grandi poteri psichici. Tutto il giorno essi offrivano sacrifici ed abluzioni agli dei ripetendo mantra vedici, mentre le loro mogli si occupavano delle faccende domestiche. I poteri occulti così ottenuti aveva fatto crescere la loro supponenza ed arroganza facendoli sentire superiori alla natura stessa. A quel punto il signore Shiva (spesso individuato con il nostro Dioniso), in qualità di compensatore e detentore dell’energia naturale, volle impartir loro un insegnamento. In compagnia di Vishnu, conservatore e rifugio di ogni creatura, che prese la forma di una irresistibile donna, Shiva apparve nella foresta in costume adamitico e con attributi sessuali notevoli bene in vista. Egli con la sua prestanza e fascino tentò e sconvolse le spose dei bramani che lo seguirono abbandonando i loro doveri familiari. Allo stesso tempo i bramani furono distratti dai loro riti dalla concupiscente Mohini (Vishnu), che con la sua andatura lasciva li aveva attirati a sé. Così la comunità dei rishi perse la sua determinazione nel perseguire “tapasya” a fini di potere. Ma ad un certo punto, sempre così va a finire, alcuni di quei sacerdoti si avvidero della “caduta nel peccato” e richiamarono all’ordine i colleghi, accusando Shiva di aver ordito un complotto ai loro danni. Essi decisero quindi di vendicarsi e avendo attizzato un grande fuoco sacrificale si posero attorno ad esso declamando mantra e formule magiche, e riuscirono così a materializzare una feroce e possente tigre che immediatamente fu scatenata contro Shiva. Ma egli, per nulla turbato, la uccise senza fatica con il suo tridente e della pelle ne fece una veste che pose attorno ai fianchi. I bramani inviperiti pomparono ancora più ghee (burro fuso) e mantra attorno al fuoco dal quale si levò un nugolo di serpenti velenosi che furono lanciati come frecce contro Shiva. Ma al contatto con il suo santo corpo i serpenti non lo scalfirono affatto, anzi benevolmente gli leccarono la pelle e si disposero come ornamenti e come cinture sul suo collo e sulla veste. I bramani sentendosi umiliati nel loro orgoglio decisero di concentrare tutte le loro facoltà ed evocarono il demone del loro stesso ego, che sorse dal fuoco nella forma di un mostruoso nano nero, dotato di forza diabolica. L’immondo essere si avventò contro Shiva con l’intento di distruggerlo ma egli con un semplice gesto del piede lo atterrò e lo tenne immobile per terra. A quel punto i bramani capirono di aver a che fare con un potere più grande e sentendosi confusi, con l’ego piegato dalla grazia di Shiva, si gettarono ai suoi piedi e l’implorarono di accettarli come suoi devoti e parte di sé. E così, da allora, l’erotismo entrò a far parte integrante della religione.
Infatti bisogna tener presente che l’induismo non separa spirito e materia, che sono ritenuti indivisibili, e chiede ai praticanti che tutti i precetti siano presi seriamente anche quando si tratta di rapporti sessuali, come descritti nel Tantra. Così vediamo che alcune celebrazioni si risolvono in orge vere e proprie in cui vengono cantate canzoni ed effettuate danze di grande suggestione erotica.
Nel culto shivaita ed in quello della Dea Parvati, sua sposa, esistono numerosi racconti a sfondo religioso (purana) che narrano le loro avventure e piaceri sessuali, con descrizioni da far invidia ai manuali dell’amore (kamasutra). Tra l’altro nell’iconografia classica Shiva è raffigurato con una immagine inequivocabile. Trattasi del Linga-Yoni, una struttura in pietra, od altri materiali, che raffigura un fallo eretto fissato su una piattaforma che rappresenta la vagina della sua sposa Parvati. L’adorazione di questo simbolo è considerata una cosa normalissima. Anche le giovani ragazze venerano Shiva in quanto Linga. Egli rappresenta il maschio ideale, amante ardente ma tenero e premuroso verso la sua sposa, alla quale impartisce anche lezioni di religione, trattandola alla pari.
Questa visione non è peculiare del solo shivaismo, è noto che nell’induismo sono contenuti molti elementi erotici. Anche nel Rig Veda vengono descritti particolari molto crudi. Ma è soprattutto nel culto tantrico della Dea Madre Kali o Durga che le relazioni sessuali fra uomini e donne son diventate parte integrante del rituale. La descrizione particolareggiata dei suoi rapporti amorosi avviene pure in alcuni purana dedicati a Krishna. Tra l’altra parecchie figure erotiche, altamente espressive, appaiono in numerosi templi. Queste sculture debbono essere considerate esattamente per quello che sono . Gli antichi indù, infatti, non avevano bisogno di ricorrere a sotterfugi. A dimostrare che l’adorazione della divinità non viene mai disgiunta da quelle che sono le forme normali della vita, in un qualsiasi tempio si seguiva (ed in parte ancora si segue) una routine giornaliera che molto somiglia alla routine di un monarca. La mattina bagno rituale, offerte di cibo, ricevimento dei devoti, e la sera intrattenimento con musica e danze eseguite da “etere” specializzate, chiamate devadasi, che all’occorrenza soddisfacevano anche sessualmente i devoti, come atto traslato dal dio.
Gli antichi poeti e narratori epici non hanno mai provato alcun imbarazzo nel combinare le descrizione erotiche con gli insegnamenti religiosi. In una iscrizione apposta in un tempio risalente al IV secolo d.C. Si dice che il tempio era stato costruito “..nella stagione in cui i giovani, ubbidendo al desiderio erotico, abbracciano le prosperose, dritte e lunghe cosce, i seni ed il ventre, delle loro amanti e non si curano del freddo e del gelo..” (L’Induismo – Nirad Caudhuri)
Forse questa propensione alla sessualità, come parte del rituale religioso, trova una sua esasperazione in una aspetto ossessivo del tantrismo definito della via sinistra, il cosiddetto Vamachara, che consiste nell’indulgere ritualisticamente ai 5 M., ovvero i Pancha Makara, e precisamente: madya (alcol), mamsa (carne), matsya (pesce), mudra (gesti con le mani) e maithun (coito). Ma basti sapere che gli stessi indù vedono di mal occhio queste attitudini combinate, tant’è che i praticanti, ipocritamente, fanno di tutto per nascondere le loro pratiche.
Alcuni studiosi si interrogano sulle origini dell’erotismo tantrico nell’induismo. Talvolta si vuole far risalire questa tendenza ai costumi libertini importati dai greci venuti al seguito di Alessandro Magno. In diverse parti tra l’attuale Afganistan e Pakistan sono state rinvenute antiche statue raffiguranti scene erotiche, come il ratto di Dafne, gli amplessi di Leda con il cigno, nudi di Venere, etc. ma questa opinione convince poco anche perché lo stesso Alessandro restò meravigliato da alcune abitudini osservate negli yogi erranti da lui incontrati in India. C’è poi l’ipotesi di una influenza taoista ma anche questa è difficilmente accettabile considerando che i taoisti avevano quattro norme per i rapporti sessuali: massimo contatto, minima emissione di seme, cambiare la donna di frequente, rapporto con vergini. Queste norme avevano una loro logica, infatti se l’uomo doveva acquistare vitalità nel rapporto sessuale, a discapito della donna, l’avere rapporti con donne esperte o con donne con le quali si era creata una familiarità, portava ad un lasciarsi andare che non era consono ai dettami. Essi dicevano: “Avvertendo prossimo l’orgasmo frenatevi. Risparmiate il vostro seme ed allungherete la vostra vita”. Ma questa attitudine non è certa consona agli indù, per i quali abbandonarsi a una donna durante il rapporto sessuale rappresenta il massimo della felicità. E dopo tutto gli indù sono indoeuropei e si rifiutano di ridurre la donna al ruolo di schiava sessuale, come spesso avviene sia in Cina che presso tutti i popoli semitici.
Paolo D'Arpini

Il nichilismo buono - "Niente = Tutto"


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Il binomio è contraddittorio: è di noi tutti tanto anelare alla pace, quanto essere intolleranti. È ragion sufficiente per sospettare che la pace permanente sia una incongrua aspirazione, oppure, per creare processi autoeducativi per scoprire come abortire gli embrioni di ogni conflitto? 
Processi umanamente possibili o cacciati a forza dalla presuntuosa ragione entro i limitati confini delle nostre identità? Dunque buoni per prendere coscienza che la concezione meccacinistica dell’uomo non può essere estesa ad ogni sua circostanza?
Se realizzeremo la rivoluzione individuale, per viveve le relazioni nel rispetto, ci avvieremo a esprimere pace senza bisogno di appellarci al diritto razionale?
Avremo a quel punto realizzato il progetto del Cristo e dell’anarchia? 
Per intenzioni e sospetti di questa portata, incertezze di questo peso e lotte di questo valore, anche il nichilismo offre la sua spinta evolutiva.

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Premessa
Sente la potenza trascendente nichilista chi vede il permanente affanno degli uomini protrarsi fino alla sopraffazione dell’altro pur di affermare sé; chi vede che anche dopo quelle affermazioni ancora la serenità non sopraggiunge; chi sente che la livella nichilista è una modalità occidentale per accedere a dimensioni umane altrimenti lasciate al fango dei giorni.

Un niente per il tutto
Ipotizzando che lo spirito del nichilismo abbia pari diritto di ogni altro, potremmo condividerne il messaggio, l’essenza, il valore utili al nostro equilibrio, al riconoscimento del nostro profondo sé.
Diversamente da quanto ci sussurra, con insistenza il luogo comune - qualcosa di nefasto dal quale prendere le distanze - il nichilismo non è privo di orpelli nobili. Non c’è in lui alcuna contiguità con l’indifferenza e l’apatia, nessun prodromo della depressione, non è in lui appiattire ciò che ci appare come ente, come qualcosa che abbia valore, a niente. Né ha a che vedere con l’accidia, arida mortificazione più spirituale che pigrizia materiale, che rimanda ad una inesprimibile richiesta di amore.
Piuttosto, gli è proprio farci presente che elevare qualcosa al di sopra di altro, preclude allo scaturire della profonda coscienza di sé, sempre nascosta dietro le più radicate, egocentriche convinzioni. 
Una volta consapevoli di noi stessi, non possiamo che riconoscere la permanente arbitrarietà delle nostre affermazioni. Non possiamo che convenire che viviamo solo entro il nostro discorso, che non abbiamo altro territorio vitale oltre alla mente nella quale siamo immersi. 

Nel nichilismo si può quindi riconoscere un risultato evolutivo. Esso scaturisce dalla consapevolezza che tutti gli affanni sono di pari valore e mai universali, che farne graduatorie - tutte egoistiche - ci può anche portare in cima, ma su vette di carta.

Ogni scienza implica, infatti, la finitudine. Tutte le scienze sono perciò nella loro radice delle scienze umane e delle scienze storiche, anche quando hanno la natura come oggetto.

La vita è priva di una configurazione ben definita. Le sue catastrofi colpiscono in modo sbagliato le persone sbagliate. C’è un che di grottesco nelle sue commedie, e le sue tragedie finiscono in farsa. Chi l’avvicina ne rimane sempre ferito.

Individualismo del secondo tipo
Secondo lui - il nichilismo - ogni arbitrio è arrogante, inopportuno, privo di sostanza duratura e ragione universale. Per lui, ogni arbitrio necessita ed esprime forza sopraffattrice che, per implicita natura, si realizza nel sopprimerne altre. Ogni arbitrio fa l’occhiolino alla meschinità e alla disonestà. Condotte che sciamano in noi a rotazione, secondo il disegno delle circostanze della vita.
Condizioni che mortificano le nostre migliori potenzialità di realizzare vite  private, relazionali e sociali via via più idonee alla bellezza.
Nessuno dovrebbe esonerarsi dal mettere in moto la propria evoluzione olistica, tutti possiamo riconoscere che se ogni foglia dedicasse a se stessa tutte e energie, prima il ramo e poi l’albero ne soffrirebbero.
Tutti dovrebbero secondo misura personale farsi foglia di albero.
...“la misura della forza è ora costituita dal punto sino al quale noi possiamo ammettere, senza rammarico, l’illusorietà, la necessità della menzogna. In questo senso il nichilismo, come negazione di un mondo vero, di un essere, potrebbe risultare un modo di pensare divino”. Nichilismo dunque non come fine del pensiero ma come liberazione dalle “superstizioni” della metafisica della rappresentazione, della causa e dello scopo, e , contemporaneamente, liberazione di quel pensare che nega l’”essere” e il “mondo vero” ma che non cessa di agire e di comprendere nutrendosi della tensione tragica tra il riconoscimento dell’infinito della natura e l’insuperabilità della frammentarietà della forma, ovvero, della “divinizzazione dell’apparenza”.

... ci cattura sempre
Dal cospetto della nostra ricerca – qualunque essa sia – c’è difficoltà ad evitare il pungente compagno di viaggio detto nichilismo. Non di rado è acuto. Spesso riesce a sciogliere nel suo acido anche le architetture più solide e belle. 
Non ha riguardo per niente, ma ci si può fidare, non mente mai. Merita rispetto. Uno dei suoi trucchi – ma la realtà è maschera, quindi non è un inganno – sta nel portarci a traguardare le cose, il mondo, da un punto di vista utile alla sua causa. È ammaliante. Si estende su una rete sottile, che non vediamo se non quando ci prende. E sa attendere, quindi ci cattura sempre. 

Apparenza
Tuttavia ci sono momenti in cui sembra di essere riusciti a seminarlo, il nichilismo. Accade quando capita di essere nel qui ed ora, dentro il presente, identificati con le nostre concezioni. Ma anche quando liberi dal brigantaggio che l’ego compie su noi stessi, ci orrifichiamo dei nostri stessi giudizi sul mondo. In ambo i casi si tratta di contesti nei quali non possiamo più dire “io”. 
Dici “io” e sei orgoglioso di questa parola. Ma più grande è, anche se non vorrai crederci, il tuo corpo e la sua grande ragione: questa non dice “io”, ma agisce da io […] 
C’è più assennatezza nel tuo corpo che nella tua più assennata saggezza. E chi può dire a quale scopo il tuo corpo ha bisogno proprio di questa saggezza così assennata?

Senza “io”, si è in una condizione nelle quale non si avverte più la separazione delle cose, semmai la loro contiguità e necessarietà. La loro imprescindibile relazione. Uno stato nel quale non si fa arte, la si è; non facciamo niente, siamo tutto.  Un ritorno all’Uno, alla condizione promigenia, astorica, che non è e non può essere permanente. 

Tutto è dialettica
Così, senza fretta e senza accorgerci, ci si ritrova a riconoscere che qualunque questione intellettuale, speculativa, analitica e globale, non contiene, né conduce ad alcuna verità, che non sia creata dalla sua stessa dialettica. Ogni questione è ambitale, autopoieutica, si crea mentre la si pronuncia, e la si pronuncia in modo da poterla creare ed alimentare e in modo sia confacente a noi stessi. Tira acqua al proprio mulino. La questione, fuori dall’invisibile e spesso inconsapevole recinto dell’ambito, non dice più nulla, non ha più ragione d’essere. 
Questa distinzione è possibile sulla base dell’assunto che “le nozioni che hanno origine nel [nostro] dominio di descrizione non riguardano la organizzazione costituitiva dell’unità (fenomeno) che deve essere spiegata”.

Tanto più un’esposizione – qualunque sia il suo oggetto – è opportuna all’interlocutore tanto più gli sembrerà accreditabile, vera. Viceversa, se è inadeguata a coniugarsi con la biografia alla quale è destinata, tanto più – anche l’oggetto apparentemente più esclusivo, sacro e bello - avrà tutte lechances per non essere comunicato, riconosciuto, valorizzato. Anzi, per non essere proprio.

Un solo perno
Non solo. Tutti i nostri argomenti ruoteranno intorno ad un solo perno. Non si pensi tanto al vanesio intento proselitico delle nostre affermazioni. Piuttosto, al nostro equilibrio. Nessuna cosa sarà da noi sostenuta se questa spinge il nostro baricentro identitario fuori dalla sua base d’appoggio, sola superficie della nostra sopravvivenza, della nostra identità, della nostra evoluzione.

Tuttavia, quanto accogliamo da altri, quanto aggiungiamo alle nostre affermazioni, quanto utilizziamo per aggiornare il nostro riflettere, ha in sé il necessario per ruotare ancora intorno a quel medesimo perno. In pratica, possiamo accettare ciò che conforta e rinforza l’equilibrio, ciò che si coordina alle schiere di idee che lo proteggono. Diversamente rifiutiamo. 

Esempio
Come la democrazia. Dopo averla concepita nella sua sicura e rassicurante purezza, siamo rimasti ancorati ai suoi bei proclami, nonostante le dimostrazioni quotidiane di quanto si siano abbrutiti e allontanati dalla propria origine, nonostante siano stati mostruosamente deformati dalla burocrazia, nonostante le stanze dei suoi palazzi siano tutte androni della corruzione, non riusciamo né a ricucire gli strappi fatti alla sua bandiera, né a rinunciarvi. Così, per quanto pare abbia espresso l’ultimo e apparentemente migliore risultato della storia, per quanto sia oggi profondamente e radicalmente criticabile, si stenta a separarsene: ce ne siamo identificati; le alternative ci appaiono inaccettabili, tutte annichilirebbero quel perno essenziale a noi stessi.

Così, pur potendo immaginare quanto sarebbe bello vivere in uno stato agile e veloce, non siamo nelle condizioni di realizzarlo se non uccidendola, la democrazia. Se non tornando ad aspirare e vedere il bello - solo per alcuni -  dei pugni di ferro. Se non si può ancora dire che ce lo siamo voluto, si può però dire che ce lo stiamo volendo.  

Non è apologia dell’assolutismo. Quella democrazia che sognavamo e volevamo ardentemente, che avevamo idealizzato a nostra migliore immagine e somiglianza, ora ci appare vestita della sua concreta, rattoppata storicità. Ora sembra accettabile, giusto, voler cambiare vestito, rinunciarvi. 

L’invasiva malpolitica e certamente tanto altro stanno riuscendo ad allontanarci dal desiderio di democrazia. È la storia che ci segnala quanto sia funzionale la martellante difficoltà quotidiana al sempre più diffuso auspicio di vederla risolta in tempi brevi, senza più i lunghi lacci che tessono la democrazia. Quelli che, abbracciati al liberismo economico e morale, l’avevano creata. Mentre vediamo il suo lato oscuro, scorgiamo i vantaggi di un ordine che sappiamo facilmente abbinare a governi più rigidi.

È tanto più difficile abbandonare l’idea della democrazia quanto più ce ne eravamo identificati. La separazione che possiamo accettare può avvenire per gradi contigui, non improvvisamente. Diversamente, sarebbe come compiere un gesto maldestro che ci fa uscire il baricentro dalla nostra base d’appoggio. Come per partire, cioè lasciarsi alle spalle routine e domini, sarebbe come morire. È un processo che avviene per qualunque idea, scelta, ambito. Necessario per salvaguardare l’identità, la sopravvivenza. Ogni compromesso che consideriamo accettabile, ogni passo esplorativo che consideriamo idoneo a noi stessi sottostà a questa legge.

La morale che interessa qui, è che le cose si muovono, che la forma che meglio esprime il tempo è quella del pendolo. La sola permanenza è l’oscillazione. Il nichilismo ne è una modesta constatazione. La morale è che scoprire i lati oscuri delle nostre fedi che credevamo cristalline non è che una rispettabile premessa per riconoscere che ogni oggetto della nostra attenzione è potenzialmente soggetto della medesima sorte. È lì che può farsi in noi la consapevolezza del nichilismo, è lì la sua ragione d’essere. È lì che la ragione anarchica e cristica trovano il terreno adatto al loro basamento. Non più accumulo e sopraffazione ma assunzione di responsabilità di tutto, amore.

Come in alto così in basso
Dunque la qualità spirituale del nichilismo non è semplicisticamente negativa e sconveniente, come un becero luogo comune vorrebbe, è semmai, e prioritariamente, la sola, in grado di farci presente quanto non potremo che perpetuare la storia mentre urliamo, tutti, di volerla cambiare, migliorare, trasformare (magari affidandoci alla tecnologia).
Nichilismo perciò come una sorta di El Dorado. Vetta accessibile a chi non si perde lungo la parete, attratto ora da una, ora dall’altra tra le molte linee che non portano in cima.
Nella sua Introduzione alla metafisica del 1935, Martin Heidegger qualificava la domanda metafisica come la domanda “di più vasta portata”. Essa, infatti, corrode inesorabilmente ogni ente, lo insegue e lo stana lasciandolo in un’inquietudine senza rimedio circa il suo essere. Non c’è ambito dell’esperienza che possa essere risparmiato alla “furia” di un tale domandare. Non c’è ente che non sia affetto da una definitiva precarietà ontologica. Anche Dio, nella misura in cui è un ente, è fatto vacillare dalla domanda della metafisica che giustamente è stata detta la domanda-guida (Leitfrage). L’iperbole di tale “furia del dileguare”, prodotta dalla domanda metafisica fondamentale, è rappresentata dall’ipotesi cartesiana del Dio ingannatore [...] in forza della quale anche le verità logiche e matematiche, le verità analitiche di cui si predica l’incondizionata necessità, sono sospese all’arbitrio di una potenza di non essere. Ma la domanda metafisica è detta da Heidegger anche “la più profonda” perché essa, nella sua ricerca di un fondamento, procede per crolli successivi, per sprofondamenti  continui. Essa va sempre più a fondo fino a (non) toccare il non-fondamento (Un-grund). Ogni terreno non può che franarle sistematicamente sotto i piedi. Niente può corrispondere alla sua esigenza perché solo il niente, che non è, è il fondamento logico dell’ente. 

V per Verità?
Ecco. O è una questione dialettica, e se non lo è, se è proprio di Verità che si sta credendo di parlare, come fa ad essere il nichilismo una questione più meritevole delle sue antagoniste? La risposta è di quel genere che appare semplice, contenuta nella stessa domanda. 
È proprio dalla consapevolezza di quella insolubile contesa, da quella velleitaria e narcisistica graduatoria delle cose del mondo, che la prospettiva del nichilismo si genera in noi, che prende il valore che spetta ad ogni cartina di tornasole.

Parlare di antagonismo di idee, scelte e comportamenti, riconoscerne la presenza anche in noi, nei nostri più amorevoli ed intenzionalmente univoci intendimenti, è uno dei modi per accorgerci che anche se credevamo di viaggiare soli, il nichilismo, era lì, zitto e fermo ad aspettartarci. Pronto a dirci che non possiamo professare non di sopraffare e contemporaneamente non contraddirci nei fatti. Cadremmo in un luciferico tentativo di salvezza, sorretti solo dalla dimensione razionale, disumana se resa assoluta e universale. Lottare per il giusto non è arbitrio diverso da qualunque altro, il più odioso incluso. Pronto a  dirci che la storia si perpetua su questa inesausta ruota da criceto, sola permanente Verità dei nostri giorni. 

Basterà l’autoironia o sarà necessario deintellettualizzare la cultura per essere felici del nostro nuovo compagno di viaggio?
Ammettere la non verità come condizione della vita: ciò indubbiamente significa metterci pericolosamente in contrasto con inconsueti sentimenti di valore.

Lorenzo Merlo -  xex@victoryproject.net



Biblio
- Amadei Gherardo - Mindfulness - Essere consapevoli - Il Mulino
- Barcellona Pietro - Il sapere affettivo - Diabasis
- Bateson Gregory - Mente e natura - Adelphi
- Bateson Gregory - Una sacra unità - Adelphi
- Bateson Gregory - Verso un’ecologia della mente - Adelphi
- Buber Martin - Daniel. Cinque dialoghi estatici - Giuntina
- Ceruti Mauro - Il vincolo e la possibilità - Raffaello Cortina
- Foucault Michel - Sorvegliare e punire - Einaudi
- Foucault Michel - Le parole e le cose - Rizzoli
- Maturana Humberto, Varela Francisco - Autopoiesi e cognizione - Marsilio
- Nietzsche Friedrich - Al di là del bene e del male - Adelphi
- Nietzsche Friedrich - Divieni ciò che sei - Christian Marinotti ed.
- Nucara Letizia - La filosofia di Humberto Maturana - Le Lettere
- Ronchi Rocco - Il canone minore - Feltrinelli





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La missione personale di ognuno


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....non posso esimermi dal fare alcune riflessioni dopo i cruenti fatti che sempre più costellano la cronaca quotidiana. La società umana sembra destinata alla disgregazione ed alla autodistruzione. Le forze del "bene", ovvero della consapevolezza dell'unitarietà della vita, sembrano non avere sufficiente forza per poter cambiare il corso rovinoso delle cose che precipitano attorno a noi, ed in noi…

La missione personale di ognuno

Non dobbiamo arrenderci, la  riuscita sta nella nostra perseveranza e coraggio nell'affrontare le contingenze. D'altronde l'umanità ha vissuto anche in passato momenti drammatici eppure la vita e l'evoluzione sono andate avanti.
Come un intagliatore cesella lentamente un pezzo di legno fino ad ottenerne una scultura, così noi perfezioniamo continuamente l'opera mentre viviamo. Quando una parte dell'opera è compiuta si prova un senso di appagamento ma subito dopo si continua a lavorare su un altro aspetto della nostra persona. Secondo la teoria evoluzionista procediamo attraverso una spirale ascendente ed infinita nel contesto di un processo universale. Nel I Ching è chiamata "costanza nella mutazione". a missione personale quindi si compie durante l'intera esistenza.…
Perciò, malgrado la durezza dei tempi,  non demordiamo nella nostra battaglia "per una coscienza comunitaria"... Il bello del sincretismo ecologista  è che  si deve (e si può) avere il coraggio di convivere con chi la pensa diversamente da noi, nella consapevolezza che le idee sono solo immagini che appaiono nella mente e quindi non possono divenire sufficiente ragione di divisione all'interno della comunità umana.
E qui riporto alcuni pensieri da "Le cose che ho imparato nella vita" di Paulo Coelho:
- Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
- Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
- Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
- Che le circostanze e l´ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
In questa frasi sono espressi alcuni concetti che inneggiano alla consapevolezza che nessuno di noi può essere scisso o estraniato dalla società in cui viviamo.  Il fatto è che ognuno di noi è soggetto a variazioni di giudizio e le cose necessariamente cambiano, per cui fossilizzarsi su una posizione non è saggio.
Allo stesso tempo è corretto e giusto che ognuno esprima la propria opinione, ma queste opinioni - secondo me - non dovrebbero essere sufficiente motivo di separazione e divisione nel contesto umano.
Paolo D'Arpini
La missione personale di ognuno

Riconoscersi in ciò che si è - Questa è realizzazione?

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Giusto oggi scrivevo ad un’amica spiegandole: ”..lavoro per un mezzo sderenato che si chiama Paolo D’Arpini, lo conosci?”.

In verità identificarsi  con uno specifico nome forma non corrisponde assolutamente al vero ed inoltre se ci si identifica con la “persona” non si può fare a meno di assumerne i pregi ed i difetti, di accogliere le sue sfumature e macchie, ma siamo noi Arlecchino e Pulcinella? Per questo dicevo che “io” (in quanto coscienza) lavoro per quel personaggio Paolo D’Arpini, il quale solo attraverso la mia osservazione consapevole  può manifestarsi e compiere le nefandezze a cui è avvezzo. Allo stesso tempo gli voglio bene come voglio bene a chiunque mi si presenti davanti, che entra nella mia sfera cosciente. 

Questa è realizzazione?  

Ho scoperto, rileggendo diverse storie su questo sito, che sovente vengono descritti momenti di trascendenza e flash di realizzazione. 


L’esperienza dello stato ultimo, della coscienza libera da identificazione, è esposta in varie scuole spirituali come: Satori, Spirito Santo, Samadhi, Shaktipat, etc.

Di solito si intende che questa “esperienza” del Sé sia conseguente ad una particolare condizione di apertura in cui la “grazia” può manifestarsi ed impartire la conoscenza di quel che sempre siamo stati e sempre saremo.

Purtroppo dovuto all’accumulo di tendenze mentali  “vasana” non sempre l’esperienza vissuta si stabilizza in permanente realizzazione. Il risveglio quindi non corrisponde alla realizzazione (oppure solo in rari casi di piena maturità spirituale).  E qui ci troviamo di fronte ad un paradosso, da un lato c’è la consapevolezza inequivocabile dello stato ultimo che non può mai più essere cancellata, dall’altro un oscuramento parziale di tale verità in seguito all’attività residua delle vasana che continuano ad operare nella mente del cercatore…

A questo punto trovo necessario riportare una risposta  data da Ramana Maharshi su questo argomento.

D. “Può la conoscenza essere persa una volta che è stata ottenuta?”

R.  “La conoscenza una volta rivelata prende tempo per  stabilizzarsi. Il Sé è certamente  all’interno dell’esperienza diretta  di ognuno, ma non come uno può immaginare, è semplicemente quello che è. Questa “esperienza” è chiamata samadhi. Ma dovuto alla fluttuazione delle vasana, la conoscenza richiede pratica per stabilirsi perpetuamente. La conoscenza impermanente non può impedire la rinascita. Quindi il lavoro del cercatore consiste nell’annichilazione delle vasana.  E’ vero che in prossimità di un santo realizzato le vasana cessano di essere attive, la mente diventa quieta e  sopravviene il samadhi. In questo modo il cercatore ottiene una corretta esperienza alla presenza del maestro.  Per  mantenere stabilmente questa esperienza un ulteriore sforzo è necessario. Infine egli conoscerà la sua vera natura anche nel mezzo della vita di tutti i giorni. C’è uno stato che sta oltre il nostro sforzo o la mancanza di sforzo ma finché esso non viene realizzato lo sforzo è necessario.  Ma una volta assaggiata la “gioia del Sé”  il cercatore non potrà fare a meno di rivolgersi a questa ripetutamente cercando di riconquistarla. Una volta sperimentata la gioia della pace nessuno vorrà indirizzarsi verso qualche altra ricerca”  (Talks).

Paolo D’Arpini

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Stabilirsi alla sorgente dell'Essere: "Io sono"


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Questo senso di essere sia la tua casa!  Impregnati di questa certezza e poi torna ad occuparti delle tue attività necessarie per vivere,  ma lasciati prendere completamente da questa rivelazione,  da questo fatto. Questo fatto “IO SONO” sarà il tuo maestro. 
Finché ci sarà luce,  finché in te ci sarà questa scintilla, saprai di esserci,  saprai che tu “SEI”. Ma se tuttavia continui a desiderare di ottenere per questo qualche vantaggio, ecco cosa ti dico:  al di là di questa realizzazione “IO SONO” non esiste alcun Dio,  non esiste nulla. 
Tutto è qui, in questa presenza cosciente. Va avanti nella tua vita con questa ferma convinzione:  “IO SONO", non sono altro che questo”.
Non criticare, non combattere le altre religioni,  non disturbare la fede degli altri.  Se hanno una convinzione da cui traggono conforto, lasciali stare. Non parlare di queste cose,  a meno che non ti vengano poste delle domande. Finché si  vive in base all’idea del bene e male, giusto o ingiusto, continuerai a seguire una religione e a obbedire ad un cerimoniale. Quando te ne sarai reso conto, sorpasserai tutti questi concetti e soltanto allora ti stabilizzerai nell’essere.
Proprio prima di lasciare il suo corpo, il mio guru mi disse: “Abbi fede in me; tu stesso sei l’Assoluto, lo stato più alto. Non mettere in dubbio queste parole;  abbi fede in questa rivelazione, che esprime unicamente verità.  Agisci di conseguenza.”
Visitatore: “Allora tu che cosa hai fatto, in pratica?”
Non molto. Ho continuato a vivere la mia vita di tutti i giorni, compiendo il mio lavoro, ma in ogni momento libero, quando la mente era sgombra, avevo l’abitudine di ricordarmi in continuazione le parole del mio Maestro.  Nel mio caso questo è bastato.  Tutto è germogliato spontaneamente attraverso la mia comprensione, ottenendo così la conoscenza della Verità.
Sri Nisargadatta Maharaj

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Arunachala, la montagna sacra, emblema di Shiva


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Nella Suta Samhita è detto: la vera forma di Shiva è il Lingam, per cui il termine di Shivaligam. In seguito si realizzerà che il Supremo Essere rivelava se stesso come Linga di Fuoco.

Tutto viene svelato da Shiva che è la vera essenza della Consapevolezza e Conoscenza, ma nulla può manifestare Lui. Quindi il Linga è la sola Realtà Sé/splendente, Shiva è Consapevolezza Immanifesta, mentre lo Shivaliga è Consapevolezza Manifesta.
Ogni cosa si unisce in Brahman, ma il Supremo Brahman essendo la sola Realtà Eterna non si fonde in nessuna cosa. Tutto meno Shiva si unisce in Shiva.
Il Linga è inqualificato, oltre l’oscurità/ignoranza; è la sorgente delle sacre sillabe Pranava (OM). Esso non è un’entità né un non entità; non è ciò che pervade né il pervaso, non è né la conoscenza, né il conoscitore o il conosciuto; non è il manifesto né l’immanifesto; non è il reale e né l’irreale, è soltanto il Sé-Realizzato. Egli illumina tutto con la sua luce; non è in dissoluzione né in non dissoluzione; non è in movimento né in inerzia; non è l’aria vitale né la mente; né colui che vede né il visto; né l’immagine né il suo riflesso; né il visibile né il non visibile; egli è oltre la parola ed il pensiero; non è l’occhio, il cibo, l’odore, la terra, l’etere, l’aria vitale ed ogni altro oggetto dei sensi – realizzare il Sé, indagando in questo modo, è la vera venerazione -
Questo Linga, sebbene non sia l’etere non è diverso da esso, ma lo rivela; benché non sia la luce, ma la rivela; benché non sia l’aria, ma la fa muovere; benché non sia l’acqua, ma le dà la sua natura.

Questo Linga, si può vedere da una posizione illuminata nella casa dalle nove porte – mai installato lì da nessuno ma ha facce, mani, piedi, teste e si posiziona in tutte le direzioni. Egli è oltre l’oscurità; lì, nulla si vede. Dal Vedanta viene indicato come l’Essere Inqualificato. Da lui emerge la magnifica terra che si trasforma in esso. Le tre qualità chiamate: luminosità, attività ed oscurità (sattva, rajas and tamas) di cui è fatto l’universo, si manifestano da lui.
Le sue dimensioni non possono essere stimate per lui non è rilevante, egli rimane integro e unitario. Tutte le sfere del vasto universo si trovano in lui, non ha templi ma egli tutto contiene. E’ il più intimo centro di tutti gli esseri. Non è Isvara né il jiva ma il più Intimo Cosciente Sé, Beatitudine, Realtà Non-duale non relazionato a Brahma, Vishnu, Rudra, Indra ecc.; può essere realizzato soltanto con il Sé. Egli è il Sé; conosciuto se stesso egli dimora nel profondo della Suprema Beatitudine. Non c’è nulla al di fuori di lui ed è sempre venerato da tutti. Egli è libero dai tre stati di veglia, sonno e sogno profondo. Egli è drik, soggetto, – puro oltre la conoscenza. Né gli ignoranti, né gli individui sapienti o divinità ancora nel potere dell’ego o maya, possono vedere questo Linga.
Non tutti comprendono questo. Nella Sua spontanea infinita misericordia, Shiva è qui manifesto nella forma di Arunachala che tutti possono vedere ed onorare.

Sritha Lakshmi - Tratto da: ṂC. Subramanian – Ramana Asramam

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Il  Lingam  qui ritratto si trova al Ramanasramam al Tempio della Madre consacrato da Bhagavan Sri Ramana Maharshi.