Matrismo e spiritualità - "Il femminile è la sacra matrice dell'esistenza .."



Il Femminile è la Matrice della Creazione. Questa Verità è qualcosa di profondo ed elementare che ogni donna conosce nelle cellule del suo corpo, nelle sue profondità istintive.

 La vita proviene dalla sostanza del suo stesso essere.
 Lei può concepire e generare, partecipare al grandissimo mistero di portare un’anima alla vita.

 Eppure abbiamo dimenticato, o forse siamo stati allontanati dalle profondità di questo mistero,  da come la Divina Luce dell’Anima crea un corpo nel grembo di una donna e da come la madre partecipa a questa meraviglia, offrendo il suo stesso sangue ed il suo stesso corpo a ciò che verrà alla luce.
 La nostra cultura centrata su un Dio disincarnato e trascendente ha deprivato le donne, negando loro la Sacralità di questo semplice mistero di Amore Divino.

 Ciò di cui non ci rendiamo conto è che una tale negazione patriarcale non colpisce soltanto ogni donna, ma anche la vita stessa. Quando neghiamo il Divino Mistero del Femminile, neghiamo anche qualcosa che è fondamentale per la vita.
 Separiamo la vita dal suo Nucleo Sacro, dalla Matrice che nutre tutta la Creazione.

 Distacchiamo il nostro mondo da quell’Unica Sorgente capace di guarire, nutrire e trasformare.

 Quella stessa Sorgente Sacra che generato ciascuno di noi ci è necessaria per dare senso alla nostra vita, per nutrirla con ciò che è reale, e per rivelarci il mistero, lo scopo Divino dell’essere vivi.

 Poiché l’umanità svolge una funzione centrale in tutta la creazione, ciò che neghiamo a noi stessi lo neghiamo a tutta la vita.

 Privando il femminile del suo sacro potere e del suo scopo, abbiamo impoverito la vita in modi che non ci è facile comprendere.

 Abbiamo negato alla vita la sua Sacra Fonte di significato e Divino scopo, qualcosa che le antiche sacerdotesse conoscevano bene.

 Potremmo pensare che i loro riti della fertilità e le altre cerimonie fossero legati soltanto al bisogno di procreare o di ottenere un raccolto abbondante. Nella nostra cultura contemporanea non riusciamo più a capire come invece essi servissero a rappresentare un mistero ben più profondo, un mistero che permetteva di collegare consapevolmente la vita alla sua sorgente nei mondi interiori, una sorgente che abbracciava tutta l’esistenza incarnazione del Divino, consentendo alla meraviglia del Divino di essere presente in ogni istante.

 I giorni delle sacerdotesse, dei loro templi e delle loro cerimonie sono passati e poiché la saggezza del femminile non è mai stata scritta, ma solo trasmessa oralmente (il logos è un principio maschile), questa conoscenza Sacra è andata perduta. Noi non possiamo richiamare il passato, ma possiamo testimoniare di un mondo privato di questa presenza, un mondo che sfruttiamo per avidità e potere, che violentiamo ed inquiniamo senza troppo preoccuparci. E’ giunto il tempo di cominciare a lavorare per riportarla tra noi, per ricollegarci al Divino che è al centro della creazione, per riscoprire come operare con i principi sacri della vita.

Senza l’intercessione del Divino femminino saremo relegati nella desolazione fisica e spirituale che abbiamo creato, lasciando in eredità ai nostri figli un mondo ammalato e profanato.
  
 La scelta non è complessa. Riusciamo a ricordare la totalità che è in noi, la totalità che unisce spirito e materia ? Oppure dobbiamo continuare a camminare lungo la via che ci ha allontanato dal femminino, che ha separato le donne dal loro potere e dalla loro conoscenza Sacra ?

 Se scegliamo la prima opzione, possiamo cominciare a risanare il mondo, non realizzando progetti del maschile, ma rivolgendoci alla saggezza del femminile, la saggezza che appartiene alla vita stessa.

 Se scegliamo invece la seconda possibilità, possiamo tentare di trovare qualche soluzione superficiale attraverso le nuove tecnologie: possiamo combattere il riscaldamento globale e l’inquinamento con progetti scientifici, ma non arriveremo ad un vero cambiamento.

 Un mondo che non è più collegato alla sua Anima non può guarire.

 Senza la partecipazione del Divino femminile non può nascere niente di nuovo.

 Se la conoscenza del sacro femminino è andata perduta, come possiamo sapere cosa fare ?

 Una parte della saggezza del femminile sta nell’attendere, ascoltare, essere ricettiva.

 A livello cosciente una donna non sa come si fa a portare la luce di un’Anima nel proprio grembo e ad aiutarla nel dare forma ad un corpo: eppure questo mistero accade dentro di lei.
 Né sa in maniera consapevole come nutrire questa luce con la sua stessa luce, nello stesso modo in cui offre il suo sangue per aiutare il nuovo corpo a crescere.

 Lei è il mistero della luce che prende forma nella materia, e la sua gravidanza è un tempo fatto di ricettività, attesa, ascolto e percezione di ciò che sta accadendo in lei.
 Lei e la Grande Madre sono un Unico essere, e se lei saprà ascoltare la sua interiorità riceverà la conoscenza di cui ha bisogno.

 Forse abbiamo dimenticato la semplice saggezza femminile dell’ascolto: in quest’era dell’informazione inondata di tante parole può essere facile trascurare la conoscenza istintiva che arriva da dentro.

 Ma i Sacri principi dell’esistenza non sono mai stati messi per iscritto:  sono contenuti nel battito del cuore, nel ritmo del respiro, nel fluire del sangue. Sono vivi come la pioggia e i fiumi, il crescere e il calare della luna.  Se impariamo ad ascoltare possiamo scoprire che la vita, la Grande Madre ci sta parlando, raccontandoci quello che abbiamo bisogno di sapere.

Viviamo in un’epoca in cui il mondo sta morendo in attesa di poter rinascere, ma tutte le parole disponibili nelle nostre biblioteche e su Internet non riescono a dirci cosa dobbiamo fare. Il Sacro femminino invece può condividere con noi i suoi segreti, dirci come andare avanti, come poter essere la levatrice della sua rinascita.

 E poiché noi siamo i suoi figli, può parlare a ciascuno di noi, se abbiamo l’umiltà di ascoltare.

 Come possiamo ascoltare qualcosa che non conosciamo ?
 Come possiamo rivendicare qualcosa che è andato perso da così tanto tempo ?

 Ogni momento è nuovo. Il momento presente non è soltanto la progressione dei momenti passati, ma vive in un modo tutto suo, completo e perfetto. Ed è questo momento che richiede la nostra attenzione.

 Solo nel momento possiamo essere pienamente allerta e rispondere a ciò che è davvero necessario.

 Solo nel momento presente possiamo essere pienamente attenti. Sono nel momento presente il Divino può prendere vita. Gli uomini sono capaci di pianificare, ma una madre attenta ai suoi bambini conosce il vero bisogno di quell’istante. Lei sente nel suo essere l’inter-connessione tra tutto ciò che è vivo in un modo che al maschile resta celato.

 Lei sa che non si possono fare programmi quando le variabili in gioco sono così tante, ma sa che è possibile rispondere alla complessità con la saggezza che abbraccia l’unità e tutte le sue interconnessioni.

 Il Divino femminile ci chiede di essere presenti alla vita in tutta la sua interezza, senza giudizio e senza fare programmi. Solo allora può cominciare a parlarci, rivelandoci il mistero della sua rinascita.

 E poiché si tratta di una nascita, il femminile deve essere presente non soltanto come idea, ma come presenza vivente dentro di noi, uomini e donne. Anche se la donna è la piena incarnazione del Divino femminile, parte del segreto viene condiviso con gli uomini, proprio come un figlio maschio porta in sé parte di sua madre, pur se in modo celato alle sue figlie.
 Vivere l’essenza del femminile è qualcosa che abbiamo quasi dimenticato: la nostra cultura patriarcale ha negato il suo potere e la sua vera saggezza, l’ha sterilizzata e separata dalla magia che appartiene ai ritmi della creazione. Ma noi abbiamo bisogno di lei, molto più di quanto non osiamo riconoscere.
Tuttavia per incontrare pienamente il Divino femminile, il principio creativo della vita, dobbiamo essere pronti ad affrontare la sua rabbia, il dolore che le è stato procurato da tanti abusi. Per secoli la nostra cultura maschilista ha represso il suo potere naturale, ha incendiato i suoi templi, ucciso le sue sacerdotesse. Con la sua coazione a dominare e la sua paura del femminile, di tutto ciò che non riesce a comprendere o controllare, il patriarcato ha non soltanto trascurato il femminile, ma lo ha deliberatamente torturato e distrutto. Non lo ha soltanto stuprato, ma ha lacerato il tessuto stesso della vita, la primordiale interezza di cui lei è sempre stata la custode. E ora il femminile è arrabbiato, anche se la sua rabbia è stata a lungo repressa insieme alla sua magia.

 Dare il benvenuto al femminile significa riconoscere ed accettare questo dolore e questa rabbia, insieme al ruolo che ciascuno di noi ha svolto in tanta dissacrazione. Le donne hanno troppo spesso colluso con il maschile, hanno negato il loro potere e la loro naturale magia, accettando invece valori e modalità di pensiero maschili. Le donne hanno tradito il loro Sé più profondo. Dobbiamo comunque fare attenzione a non cadere nella trappola di questa oscurità, nelle dinamiche dell’abuso, della rabbia e del tradimento.

 E’ particolarmente facile per le donne identificarsi con la sofferenza del femminino, con il modo in cui è stato trattato dal maschile, proiettando sugli uomini dolore e rabbia. Ma questa è la via per finire ancora più inestricabilmente invischiati in una ragnatela che ci nega qualsiasi trasformazione. Se ci identifichiamo con il dolore del femminile diventiamo facilmente agenti della sua rabbia, invece di penetrare nel mistero della sofferenza, nella luce che sempre si nasconde nell’oscurità. 

Nelle profondità del femminile esiste la profonda conoscenza che anche l’abuso fa parte del ciclo della creazione.

 La Grande Madre incarna l’intero che comprende perfino la negazione di Sé, e noi abbiamo bisogno della sua interezza per poter sopravvivere e rinascere.

 La vera trasformazione, come ogni nascita, richiede tanto l’oscurità quanto la luce.

 Sappiamo che il femminile è stato sfregiato, proprio come il pianeta continua ad essere inquinato.

 Ma la donna che ha sperimentato il dolore del parto, che conosce il sangue versato nella nascita, viene sempre iniziata nell’oscurità: lei conosce i cicli della creazione in modi che sono celati al maschile. Occorre ora che lei offra sé stessa e la sua conoscenza all’attuale ciclo di morte e rinascita, per onorare così facendo tutto il dolore che ha sofferto. Allora potrà scoprire che la sua magia e il suo potere rinascono in modo nuovo e le vengono restituiti in forme che non potranno più essere contaminate dal maschile e dalla sua coazione ad accumulare potere.

 Ma senza la totale partecipazione di lei esiste il pericolo di dare alla luce un nato morto: l’attuale ciclo di creazione potrebbe non realizzare il suo potenziale.

 Dobbiamo per prima cosa riconoscere la sofferenza del femminile, della terra stessa, o la luce che abita il femminile non ci verrà rivelata. Dobbiamo pagare il prezzo del nostro desiderio di dominare la natura, dei nostri atti di arroganza. Noi non siamo separati dalla vita, dai venti e dalle stagioni. Siamo parte della creazione e dobbiamo chiederle perdono, assumendoci la responsabilità dei nostri atteggiamenti e delle nostre azioni. Dobbiamo dirigerci consapevolmente verso la prossima era, riconoscendo i nostri errori. Soltanto così potremo onorare pienamente il femminino ed ascoltarne la voce. Tuttavia potremmo anche non riuscire a fare questo passo. Come bambini ribelli, potremmo non renderci conto del dolore che abbiamo procurato a nostra madre e finiremmo per non riconquistare la totalità che lei incarna. Saremmo allora destinati a rimanere nell’oscurità che sta cominciando a divorare le nostre anime, le vuote promesse del materialismo, il mondo scisso del fanatismo. Fare un passo verso la maturità comporta sempre il riconoscimento dei propri errori, del male che abbiamo commesso.
  
 E’ certamente una sfida avere accesso alla Matrice del femminile, ed onorare qualcosa di sacro e semplice come la vera saggezza dell’esistenza. Nel momento in cui ci troviamo sull’orlo dell’ abisso globale questa saggezza ci serve molto più di quanto non ci rendiamo conto. Quante volte prima di oggi il nostro mondo è stato portato sull’orlo dell’estinzione, quante volte nei suoi milioni di anni di storia ha rischiato il disastro ? Ora che abbiamo creato la nostra stessa catastrofe con la nostra ignoranza e avidità,  il primo passo da fare è chiedere aiuto alla nostra Madre ed prestare ascolto alla sua saggezza.

 Allora potremo trovarci in un ambiente molto diverso da quello che attualmente immaginiamo. Scopriremo che ci sono dei cambiamenti in corso nelle profondità della creazione di cui siamo parte, e che l’inquinamento e il dolore che abbiamo causato sono parte del ciclo della vita che comprende la sua apparente distruzione. Non siamo isolati, nemmeno nei nostri errori. Siamo parte del tutto della creazione anche quando neghiamo il tutto. Nella nostra arroganza abbiamo separato noi stessi dalla vita, eppure non potremo mai esserne staccati. Si tratta soltanto di un’illusione del pensiero maschile. La separazione non esiste. E’ soltanto un mito creato dall’ego.
 Ogni cosa è parte del tutto, anche con i suoi errori e disastri. Quando faremo ritorno a questa semplice consapevolezza scopriremo che sono in corso dei cambiamenti per cui è richiesta la nostra partecipazione: occorre che noi siamo presenti. Vedremo che l’asse della creazione si sta spostando e qualcosa vedrà la luce in modo nuovo.

 E’ in corso la nostra rinascita, non come entità separate, ma come un tutto unico.

 Nella nostra coscienza maschile ci mancano i riferimenti per immaginare quale forma tutto questo potrà assumere, ma ciò non significa che non stia accadendo. Qualcosa dentro di noi sa che la nostra era attuale è finita, che il tempo della nostra separazione è terminato. Attualmente lo percepiamo soprattutto nel negativo, capendo che le attuali immagini di vita non si sostengono più, che il consumismo sta uccidendo la nostra anima e il nostro pianeta. Eppure c’è anche qualcos’altro là oltre l’orizzonte, una nuova alba che percepiamo anche se non riusciamo a vederla.

 L’alba porta una luce, e questa luce ci sta chiamando, chiamando le nostre anime anche se forse non ancora le nostre menti. Ci sta chiedendo di essere accolta, di essere portata alla vita. Se oseremo fare questo, dire “si” a quest’alba, scopriremo che la luce è dentro di noi e che qualcosa dentro ciascuno di noi viene ora portato alla vita.

 Facciamo tutti parte di un mistero condiviso: siamo la luce celata nella materia che si sta risvegliando.

 Per troppi secoli siamo stati intrappolati nel mito della separatezza, fino a che ci siamo isolati gli uni dagli altri e dalle energie della creazione che ci sostengono.
 *Ma ora appare una luce sempre più intensa che porta con sé la sapienza dell’unità, quell’unità che è viva e porta l’impronta del Divino.*

 Questo è ciò che ci viene restituito.

 E’ questa la luce che si sta risvegliando.
 La luce del tutto è un riflesso della Divina Unità della vita, e ciascuno di noi è espressione diretta di questa unità.
 L’unità non è un concetto metafisico, ma qualcosa di molto semplice e ordinario.

 E’ qualcosa che abita in ogni respiro, nel battito d’ali di ogni farfalla, nella spazzatura abbandonata per le strade delle città. Questa unità è vita, vita non più esperita soltanto attraverso la visione frammentata dell’ego, ma conosciuta con il Cuore e percepita nell’Anima.

 Questa unità è la pulsazione del cuore della vita.
 E’ la creazione che riconosce il suo Creatore.
 In questa totalità la vita celebra sé stessa e la sua origine Divina.
   
 L’essenza del femminino conosce questa totalità.
 La sente nel suo corpo, nella sua saggezza istintiva. Ne conosce le interconnessioni proprio come conosce il modo giusto per nutrire i suoi bambini. Eppure fino ad oggi questa conoscenza non ha incontrato la luce luminosa della coscienza maschile. E’ rimasta nascosta dentro di lei, nell’oscurità del suo sé istintivo. E parte del dolore subito deriva proprio dal fatto che lei non ha saputo come usare la conoscenza nel mondo razionale e scientifico in cui abitiamo. Anziché valorizzare questo suo sapere, lei ha giocato i giochi del maschile, imitandone il modo di pensare, e mettendo da parte la sua conoscenza dei rapporti e degli schemi che appartengono alla creazione.

 Ora è arrivato il momento che la saggezza del femminile si congiunga con la coscienza maschile, in modo da poter generare una nuova comprensione della totalità della vita ed aiutare il nostro mondo a guarire. Le nostre attuali soluzioni scientifiche provengono da strumenti maschili di analisi, da quello stesso assetto mentale di separazione che ha causato i problemi. Non possiamo più permetterci di isolarci dall’insieme di tutte le cose e la natura globale dei nostri problemi ce lo conferma. Il riscaldamento globale non è soltanto un’immagine o un concetto scientifico: è una drammatica realtà. Combinando tra loro saggezza maschile e femminile possiamo arrivare a comprendere i rapporti tra le parti e il tutto, e se ci poniamo all’ascolto possiamo sentire la vita che ci spiega come correggere l’attuale squilibrio.

 Esiste una luce dentro la vita che gli alchimisti definiscono* lumen naturae;* essa è in grado di parlarci, di parlare alla luce della nostra consapevolezza.

 Si tratta di una comunicazione primordiale della luce con la luce nota a tutte le guaritrici nel momento in cui ascoltano il corpo del paziente e gli consentono di comunicare con loro, consentono che la sua luce dialoghi con la luce dentro di loro.
 E’ attraverso questo dialogo di luce che il guaritore sa dove appoggiare le mani, quali erbe sono necessarie, quali i punti su cui esercitare pressione. Questa comunicazione diretta si combina con la sapienza della guarigione che ha acquisito, permettendo che si compia un’alchimia in grado di risvegliare l’energia del paziente e di riallineare corpo e anima.
 E’ così che accade la vera guarigione e ciò che vale per l’individuo vale anche per il mondo, eccetto il fatto che nel secondo caso ognuno di noi è sia paziente che guaritore. Le ferite e gli squilibri del mondo sono le nostre ferite e i nostri squilibri e noi possediamo dentro di noi la conoscenza e la comprensione per riallineare noi stessi e il mondo. Tutto questo fa parte del mistero della totalità della vita.

 Il femminile può offrirci il modo per capire come tutte le diverse parti dell’esistenza sono legate tra di loro e quali sono gli schemi di collegamento, le interconnessioni che nutrono la vita. Il femminile può aiutarci a vedere consapevolmente ciò che le è noto istintivamente: che tutto appartiene ad un insieme vivente, organico, in cui tutte le parti della creazione comunicano tra loro, e in cui ogni cellula della creazione esprime la totalità in maniera unica.

 La comprensione dell’organica totalità della vita è insita nella conoscenza istintiva del femminile: quando essa si combina con la coscienza maschile può essere comunicata per mezzo delle parole e non più soltanto attraverso il sentire. Possiamo mettere insieme la scienza della mente e i sensi con la sapienza interiore. Possiamo ricevere una mappa del pianeta che ci consentirà di vivere in armonia creativa con l’esistenza intera.
  
 Ma cosa significa rivendicare il femminino?

Significa onorare il nostro Sacro Legame con la vita che è presente in ogni momento.
 Significa rendersi conto che la vita è totalità e cominciare a riconoscere le interconnessioni che costituiscono la rete della vita.
Significa comprendere che ogni cosa, ogni atto, perfino ogni pensiero influenza il tutto.
Significa anche permettere che la vita ci parli. Siamo costantemente bombardati da talmente tanti stimoli, messaggi dei media e pubblicità che non riusciamo più facilmente ad ascoltare la semplice voce della vita.
 
Ma la voce è presente, anche dietro il miraggio delle nostre paure, desideri, ansie e aspettative.

 La vita aspetta che ci mettiamo ad ascoltare: occorre soltanto che siamo presenti ed attenti. Sta cercando di comunicarci i segreti della creazione, così che noi possiamo essere partecipi della meraviglia che sta venendo alla luce.
 Siamo stati esiliati dalla nostra stessa casa, accettando in cambio di comprare un terreno arido pieno di fantasie senz’anima.

 Ora è tempo di tornare a casa, di reclamare ciò che ci appartiene: la Vita Sacra di cui siamo parte.

 Questo è ciò che ci aspetta, e i segnali sono visibili tutt’intorno a noi, non soltanto nella nostra insoddisfazione, nella sensazione che siamo stati usati, che ci è stato mentito.
 I segnali sono in quella sorta di magia che sta cominciando a manifestarsi, come il battito d’ala degli Angeli che sentiamo, anche se non riusciamo a vederlo.

 Ci viene fatto ricordare ciò che siamo veramente, la Divina presenza che sta in noi e in tutto ciò che vive.

 Aneliamo a questa magia, ad una vita che rimetta insieme il mondo di fuori con il mondo di dentro.

 E tutto questo è già dentro di noi in modi che neanche immaginiamo.

 Dobbiamo soltanto essere aperti e ricettivi e dire “si” a ciò che non possiamo vedere o toccare, ma che possiamo sentire e a cui possiamo rispondere.

 Per ciascuno di noi l’incontro dei mondi sarà diverso, unico, perché ciascuno di noi è diverso e unico.
 E’ il Sacro che abita la vita a parlarci nel nostro stesso linguaggio.

 Forse per un giardiniere sarà la magia delle piante a parlare, per una mamma qualcosa di inatteso nel comportamento dei suoi bambini – è sempre qualcosa che intravediamo, ma non conosciamo ancora – una promessa nota che da tempo attendevamo. I bambini la riconoscono subito, ma in fondo per loro non è niente di insolito: è parte dell’aria che respirano, della luce in cui vivono.

 Non sono ancora stati completamente espropriati, e forse cresceranno in un mondo in cui la magia permane.
 Il mistero del Divino femminile ci parla dal cuore della sua creazione.

 Non si tratta di un dio lontano nei cieli, ma di una presenza che è qui con noi, che ha bisogno della nostra risposta.
 Lei e’ il Divino che ritorna a reclamare la sua creazione, la vera meraviglia di ciò che significa essere vivi.

 Noi l’abbiamo dimenticata, proprio come abbiamo dimenticato tanto di ciò che è sacro, eppure lei resta sempre una parte di noi. Ora lei ha bisogno di farsi di nuovo conoscere, non solo come mito, come immagine spirituale, ma come qualcosa che appartiene al sangue e al respiro. Lei può risvegliarci all’aspettativa che è nell’aria, ad un antico ricordo che ritorna in vita in modo nuovo.

 Lei può aiutarci a dare alla Luce il Divino che è in noi, la Totalità che è intorno a noi.

 Lei può aiutarci a ricordare la nostra *Vera Natura*.
 
Llewellyn Vaughan-Lee

*LA DONNA CHE CONOSCE IL SUO POTERE E' L'ANIMA STESSA DELLA VITA E DELLA CREAZIONE.  ESSA DIVIENE COSI' IL RESPIRO DELL'UNIVERSO E IL BATTITO STESSO DEL SUO CUORE.* (Edhel Aur)
 
..................
"Non potranno BERE... che Coloro che hanno Risvegliato la FONTE in Loro Stessi" (Vangelo di Maria Maddalena)


Danza creatrice



(Fonte: Lasu Mira, per tramite di Franca Chichi)

Il cristianesimo delle origini e i dubbi sull'esistenza fisica di Gesù - In chiave di Spiritualità Laica

Collage di Vincenzo Toccaceli

...ho  sentito l’esigenza di riportare qui alcune ragioni su  un argomento scottante, che già in passato fu per me motivo di discussione, si tratta della “Favola di Cristo”, una ricerca storica sulla non esistenza fisica di Gesù di Nazareth. Esiste un libro così intitolato scritto alcuni anni fa dal compianto amico  Luigi Cascioli, e  -dopo averlo letto- compresi come fosse importante ripristinare una verità storica su  fatti alquanto nebulosi, che vengono in realtà confermati dalla sola voce ecclesiastica dei papi e del vaticano. La storia si sa è solo convenzione ma quando una religione come quella cattolica pretende di essere detentrice di una verità salvifica incontrovertibile occorre una certa cautela ed un’analisi approfondita sulle origini di questo messaggio…
Personalmente sono  cresciuto  in seno ad uno spirito agnostico, la mia origine essendo ebraica, ma "convertitosi" i miei nonni paterni  al cristianesimo (per ovvi motivi) durante il ventennio fascista, il risultato fu quello  di cancellare di fatto all’interno della mia famiglia ogni credenza religiosa. Formalmente cristiano e persino ex allievo dei Salesiani pian piano  portai avanti la mia ricerca sino a considerare la superiore validità di filosofie alquanto atee, come ad esempio il Buddhismo, l’Advaita Vedanta od il Taoismo. Infine smisi di interessarmi di qualsiasi religione abbracciando consapevolmente la via sincretica della Spiritualità Laica, di cui mi son fatto anche portatore.
Ciò avvenne in seguito alla diretta esperienza della veridicità e realtà del Sé interiore che supera, pur integrandolo, qualsiasi concetto di Dio o di separazione fra gli esseri.  Comunque per amore di “verità” speculativa e storica non ho mai tralasciato di occuparmi di “santi” (nell’accezione laica del termine) anticamente vissuti  come Gesù, Lao Tze, Buddha, o personalmente conosciuti  come Swami  Muktananda, Karmapa,  Nisargadatta Maharaj e numerosi altri…
Non ho mai voluto cancellare l’uomo, per me la capacità dell’uomo di manifestare il “divino”  e la saggezza é motivo di grande “orgoglio” per la comune appartenenza alla specie umana. Per questa ragione ho sempre cercato -o forse desiderato- l’esistenza di santi del calibro di Gesù, Maometto e Buddha… E qui ritorno al libro di Luigi Cascioli… Infatti Cascioli nega l’esistenza fisica di Gesù… o per lo meno la inquadra in un contesto ed in una manifestazione diversa da quella propugnata dal vaticano e dalle varie chiese cristiane.
Beh, non voglio negare libertà di espressione e ricerca.  Pertanto qui di seguito riporto uno  stralcio del  libro di Luigi  Cascioli seguito da uno stralcio degli Atti degli Apostoli (che ne conferma la sostanza) 

Paolo D'Arpini 

Comitato per la Spiritualità Laica
Via Mazzini, 27 - Treia (Mc)  
bioregionalismo.treia@gmail.com


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GLI ESSENI DOPO LA GUERRA DEL 70. 

In un susseguirsi di attentati, azioni sovversive e rivoluzioni esseno-zelote e relative repressioni, da parte dei Romani, si giunse alla guerra del 66-70 che con la sconfitta dell'esercito rivoluzionario e la morte di Menahem, figlio di Giuda il Galileo, ultimo discendente della stirpe degli Asmonei, pose termine all'era cristologica. 
La guerra, promossa dai giudei per controversie di culto, dopo un alternarsi di vicende favorevoli e sfavorevoli ora all'una e ora all'altra parte, sembrò risolversi definitivamente a favore dell'esercito rivoluzionario. 

I disordini che seguirono la morte di Nerone (+68) misero Roma in un tale stato di disordine e anarchia da costringere l'esercito, privo di direzione e di assistenza, a rifugiarsi in Siria lasciando la Palestina in mano ai rivoluzionari. Fu in questo periodo che i Giudei, nella certezza di essere pervenuti a quella vittoria finale del bene contro il male considerata nel “Rotolo della Guerra”, celebrarono le esequie di Roma, la Babilonia del peccato e della corruzione, in quel libro che uscì nel 69 sotto il nome di Apocalisse (Rivelazione). 

Ma le cose andarono diversamente; Adriano, succeduto a Galba, deciso a porre fine ai disordini della Palestina, inviò una potentissima armata al comando del figlio Tito. Gerusalemme, conquistata dopo un assedio di sei mesi, fu messa a ferro e fuoco, il Tempio raso al suolo. 

Come conseguenza della sconfitta, le persecuzioni contro gli ebrei ripresero con rinnovato accanimento non solo in Giudea ma anche in tutte le nazioni dell'Impero in una vera e propria caccia all'uomo nella quale ai romani si unirono anche le popolazioni per quell'odio che in esse si era accumulato verso tale razza ritenuta capace di produrre soltanto guerre, disordini e stragi. In questo ambiente di astio collettivo che permetteva anche ai più vili di accanirsi contro i perseguitati, le masse popolari, forse ancor più dei romani stessi, si scagliarono con tanto furore contro chiunque apparteneva alla religione ebraica, da determinare un vero genocidio. Come in Siria, dove secondo gli storici del tempo ne furono massacrati oltre centomila, così nelle altre città, quali Efeso, Alessandria, Antiochia e Damasco, le stragi si susseguirono in eccidi che spesso venivano eseguiti come pubblici spettacoli in anfiteatri o su patiboli eretti nelle piazze e nelle strade. 

Tutte vittime che la Chiesa, sostituendosi agli Esseni, ha fatto passare fraudolentemente come martiri di un suo cristianesimo che, come sarà ampiamente dimostrato in seguito, ancora non esisteva. 

Fu in seguito alla disfatta dell'esercito rivoluzionario che la corrente religiosa, riconfermandosi nella convinzione che le guerre e la violenza avrebbero portato soltanto lutti e dolore, lasciò definitivamente la figura del Messia guerriero davidico alla quale si era associata nella rivolta dei Maccabei, per ritornare nel suo monoteismo spirituale che prevedeva la conquista del mondo attraverso l'avvento di un Messia sacerdotale (Maestro di Giustizia). 

I rivoluzionari, da parte loro, rimasti fedeli al Messia davidico, continuarono nel loro programma rivoluzionario finché, passando per la guerra del 74, organizzata anch'essa da un appartenente, sia pure in forma indiretta alla famiglia di Giuda il Galileo (Giuseppe Flavio afferma che era un parente di Menahem), di nome Eleazaro, non furono definitivamente eliminati nel 132-135 dall'imperatore Traiano in quella guerra nella quale morì Bar Kocheba, l'ultimo sedicente Messia. La distruzione di Gerusalemme fu così totale da essere paragonata dagli stessi ebrei a quella operata da Antioco IV che era stata preannunciata dal profeta Daniele con l'espressione di “abominio della desolazione”. 

Gli esseni religiosi, ormai liberi dopo il 70 da ogni impegno precedentemente contratto con i rivoluzionari, ostentando un programma spirituale ancor più rigoroso di quello che avevano praticato nel passato, si fecero divulgatori di una ideologia che, libera da ogni coinvolgimento rivoluzionario, li facesse apparire come sostenitori di una religione che avrebbe posto fine all'odio, alle guerre, per dare inizio ad un'era di pace e di benessere, come risulta dai quattro capitoli dell'Apocalisse che furono da essi aggiunti nel 95 alla prima edizione del 68, quella edizione che, uscita durante la guerra del 70, esprimeva invece un programma basato essenzialmente sulle stragi e sulla vendetta: "Vidi poi un nuovo cielo (è l'autore della corrente spiritualista che scrive) e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più (si riferisce al mare Mediterraneo nel quale i rivoluzionari vedevano affogarsi i romani e i loro alleati una volta buttati fuori dalla Palestina, dalla Siria e dall'Egitto). Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo... In mezzo alla piazza della città (Gerusalemme) e da una parte e dall'altra del fiume (Giordano) si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni" (Dai capp. 21 e 22 che furono aggiunti nel 95 all'Apocalisse del 68 dagli esseni spiritualisti). 

(Dall'espressione sopra riportata (...) saranno poi ripresi (...) una parte di quei detti e sentenze che gli gnostici, quali Papia vescovo di Geropoli, attribuiranno ad un Gesù dichiarato esistito ma in forma del tutto spirituale). 

Fu così che gli Esseni del dopo 70, atteggiandosi a pacifisti e a santi, proseguendo nel loro programma monoteista essenzialmente religioso, incrementarono il proselitismo aprendo le porte a quanti volevano convertirsi alla loro religione. Garantendo ai proseliti oltre il vitto, l'alloggio e la vita eterna anche la possibilità di sottrarsi ad ogni rivalsa che avrebbero potuto subire per reati comuni e politici attraverso l'acquisizione di un nuovo nome che gli veniva dato in seguito al battesimo, le comunità essene, come una legione straniera, divennero veri e propri centri di reclutamento per frustrati, falliti, visionari, avventurieri e criminali. L'afflusso di queste masse di diseredati provenienti per lo più dal mondo ellenista fu così imponente da portare le comunità essene ad adottare la lingua greca lasciando l'uso dell'ebraico soltanto per la celebrazione dei riti. 

"Fu in questo periodo, appunto perché nelle comunità essene del Medio Oriente e soprattutto in Alessandria d'Egitto gli ebrei erano arrivati a parlare solo in greco, che la Bibbia, detta dei 70, fu completata e tradotta in questa lingua contrariamente a quanto viene raccontato dalla Chiesa che la fa dipendere da un certo Tolomeo Filadelfo, re d'Egitto nel II secolo". (Josif Kryevelev Calendario del Popolo. Ed. Teti). 
Come conseguenza dell'adozione della lingua greca, l'appellativo di Messia, venne cambiato con la corrispondente traduzione greca di Cristos (Cristo): <<Il Messia lungamente atteso, nell'atmosfera spirituale dell'ellenismo che si diffuse tra le comunità giudaiche della diaspora, assunse notevole popolarità con il nome di Cristo. La parola Cristos significa in greco antico ciò che significa in ebraico la parola Mashiah: l'unto (dal greco crio, ungere)>>. (Josif Kryvelev. Op. cit. -8). 

Per cui, come conseguenza, i seguaci del Messia-Cristos, furono chiamati cristiani, ma con un significato piuttosto dispregiativo: "Il termine cristiano è nato in un ambiente non palestinese: è probabile che venisse usato in termine di ironico disprezzo (gli “unti”, gli “impomatati”) per distinguere dagli ebrei della Sinagoga i nuovi convertiti, gente strana, dalla lunga capigliatura, un po' come i nostri capelloni”. (A. Donini. Storia del Cristianesimo. Ed.Teti. pag. 29). 

La conferma del disprezzo che suscitavano gli appartenenti a queste comunità esseno-cristiane, e non soltanto per una questione di trascurato abbigliamento ma anche per quella loro ideologia che, pur ostentandosi pacifica, si rifiutava di accettare l'autorità degli imperatori romani dichiarando che il vero loro padrone era soltanto Dio, ci viene dagli autori del tempo, quali Tacito e Plinio il Giovane, che li qualificano come seguaci di una religione perniciosa basata sulla superstizione. 

In quel periodo di disordini, di povertà, di persecuzioni e di banditismo, coloro che si rifugiarono nelle comunità essene furono così numerosi da superare gli esseni originali: "Le comunità della nuova religione si organizzarono in diverse località del vicino Oriente e in esse ebbero un ruolo sempre meno importante gli ebrei mentre assumevano maggiore rilievo, sia per numero che per influenza, i proseliti del variegato impero romano". (Josif. Kryvelev. Analisi Storico Critica della Bibbia -9 ). 

Ed è su queste conversioni di pagani alle comunità essene che la Chiesa costruirà la propria storia attribuendole all'apostolato di Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo e di tutti gli altri discepoli che vengono dichiarati testimoni della vita di Cristo. 

Ma per quanto la fede dei convertiti si cercasse di renderla salda ed omogenea attraverso l'obbedienza più assoluta alle regole delle comunità, non tardarono a sorgere nella massa eterogenea dei loro componenti, fatta di Giudei e di ex pagani, le divergenze concettuali su quel Messia (Cristos) la cui figura, rappresentata dall'astrattismo di una visione (Daniele), dava adito alle più svariate interpretazioni. La sua morale, era strettamente Mosaica, come sostenevano i giudei, o considerava l'esonero di alcune leggi imposte dal Pentateuco, come pretendevano i convertiti pagani? E sulle discussioni che ne derivarono per stabilire se doveva considerarsi obbligatorio o no circoncidersi, mangiare carni di animali immondi, concedere il battesimo agli eunuchi, escludere dalle cariche i deformi, ogni comunità si costruì un proprio Messia che cercò di imporre alle altre comunità attraverso i suoi predicatori come risulta dagli stessi testi sacri attraverso quei pochi passi che, per gli argomenti che trattano, si possono ritenere autentici anche se riferiti a personaggi del tutto immaginari. 

Ci fu il Cristo di Paolo, di Apollo, di Pietro (I Cr.1,12), ci furono i Cristi di Balaam, della Sinagoga di Satana, della sacerdotessa Jezabele e del filosofo Nicola (Ap.II), e tanti altri Cristi: ogni predicatore dichiarava falsi quelli altrui per sostenere che soltanto il suo era quello vero (I Cor-1,12; II Cor. 11,14), come l'autore dell'Apocalisse che, in questa lizza generale, così ci presenta il suo: "Simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto d'oro, con gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi di bronzo e la voce simile al fragore di grandi acque" (Ap. 1,12). 

Come si vede, considerando che questo passo è tratto dall'Apocalisse del 95, per tutto il primo secolo si è ancora nel pieno di immaginazioni e di visioni che escludono il Messia da ogni forma di incarnazione. 

Il comportamento di questi esseni spirituali che si erano ritirati in preghiera nelle loro comunità, non poteva essere in realtà, quali seguaci di un monoteismo, che un'ipocrita ostentazione di pacifismo avente come unico scopo quello di accattivarsi la simpatia delle autorità e la fiducia delle masse. Come sepolcri imbiancati fuori ma con dentro nidi di serpenti, essi continuavano ad alimentare l'odio e la vendetta contro i loro nemici trasferendo in una dannazione eterna, basata su laghi di stagno fuso e di zolfo, come viene continuamente ripetuto nella loro Apocalisse del 95, quelle stragi che non potevano più realizzare con le armi. Il leone di Giuda, travestito d'agnello, conservava intatto tutto l'odio contro coloro che si opponevano al suo imperialismo, quell'imperialismo monoteista che nel suo concetto di dominio universale prevede di mettere tutti i suoi nemici a sgabello dei propri piedi. 

Un esempio esplicativo di come essi conservassero la ferocia atavica che gli veniva dagli insegnamenti della Bibbia, il libro della vendetta e dell'odio, lo troviamo in quel passo degli Atti degli Apostoli nel quale Pietro detto Cefa, capo della comunità essena di Gerusalemme, uccide i due coniugi Anania e Saffira perché non avevano rispettato la regola che imponeva ai seguaci di versare alla comunità tutti gli averi di cui disponevano. (At. 5). 

Un'altra testimonianza della ferocia che si nascondeva sotto il pacifismo ostentato dalle comunità spiritualiste essene ci viene da Ippolito Romano, scrittore cristiano del III seolo: "Gli Esseni sono i divisi e non seguono le pratiche nella stessa maniera essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in città temendo di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri, udendo discorrere qualcuno di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si fa circoncidere; qualora non lo consenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto per questo che hanno preso il nome di zeloti, e da altri quello di sicari. Altri si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte".
Ma per quanto si adoprassero ad alimentare il fervore attraverso canti e preghiere tendenti a sollecitare la discesa dal cielo del loro Salvatore, un po' per quella fede che cominciò a vacillare verso un avvento che veniva sempre rinviato (cosa per altro già accaduta nel III terzo secolo a.C., secondo quanto viene esposto dal libro di Giobbe che fu scritto appunto per esortare alla pazienza gli ebrei stanchi di attendere un Messia che non arrivava mai), e un po' perché si erano resi conto che non avrebbero mai potuto imporre la loro religione, con un Messia il cui avvento era basato sull'astrattismo di una promessa, alle religioni pagane che proponevano Soteres che avevano già compiuto la loro missione salvatrice, decisero di costruirsene anch'essi uno già realizzato. 

Ma dove trovare gli argomenti giustificativi per rendere credibile un evento che, oltre a non essere da nessuno conosciuto, era stato da loro stessi smentito attraverso quell'attesa che fino ad allora avevano sostenuto? Ancora una volta, ricorrendo alla cabala e alle predizioni dei profeti, imposero la loro verità invocando quella profezia nella quale Isaia, sette secoli prima, aveva previsto che il Messia sarebbe passato tra gli uomini senza essere riconosciuto: "Egli (il Messia), dopo essere passato tra gli uomini in maniera così umile e modesta nelle parvenze da non essere rimarcato da alcuno, seguirà i suoi carnefici silenzioso e docile come un agnello che viene condotto al mattatoio" (... ). Anche se potrà sembrare incredibile, purtroppo è proprio così: sarà su questa profezia, sull'imposizione che ci viene da essa di accettare come compiuto un fatto che in realtà non è mai accaduto, che sarà costruita (...) tutta la storia di un Salvatore gnostico che fornirà le basi per costruire la figura di un Gesù incarnato. 


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"ATTI DEGLI APOSTOLI - 5, 1-11 – La frode di Anania e Saffira
51Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere 2e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3Ma Pietro gli disse: 'Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? 4Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio'. 5All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. 6Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. 7Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell’accaduto. 8Pietro le chiese: 'Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?'. Ed essa: 'Sì, a tanto'. 9Allora Pietro le disse: 'Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te'.10D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. 11E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose." (http://sunfinder.serveftp.org/parrocchia/index.php?option=com_content&view=article&id=35:15-atti-degli-apostoli-5-1-11-la-frode-di-anania-e-saffira&catid=17&Itemid=122&lang=it)

Aggiunge la seguente "Riflessione", spudoratamente e infinitamente cattoipocrita, l'anonimo "pastore" della "Parrocchia di San Giovanni Battista" di "San Giovanni di Casarsa": "Il racconto di Anania e Saffira è molto duro. L’autore narra che essi vendettero un terreno e portarono alla comunità solo una parte dell’importo, trattenendone il resto. Ma il problema non era in questa azione, bensì nell’aver mentito a Pietro, affermando che avevano consegnato l’intera somma. Sia Anania che Saffira morirono all’istante, prima l’uno poi l’altra. In verità, Anania e Saffira, con la loro menzogna, si separavano dal comune sentire della comunità, facendo cosi morire in loro la vita spirituale che avevano ricevuto in dono. Non si trattava perciò di una semplice inadempienza, bensì della separazione dallo spirito della comunità, che porta sempre a distruggere se stessi.La morte di Anania e Saffira non va intesa come una punizione inviata da Dio, ma come la conseguenza della loro insincerità e dell’aver fatto prevalere i propri interessi su quelli degli altri. Scrivono gli Atti che la gente, vedendo questi fatti, fu presa da timore. Non si vuol suggerire che iniziò da allora un clima di paura nella comunità. È noto infatti che il frutto della comunione è la pace, la gioia, l’amore, come più volte Luca ribadisce.Quel che gli Atti sottolineano è che tutti debbono essere ben attenti a custodire la comunione che il Signore ha donato. La fraternità va infatti custodita con grande cura perché è facile ferirla con i propri comportamenti egocentrici." (ibid.)

La vera religione è quella della "Natura"



Lo spezzettamento del cristianesimo nelle sue componenti essenziali è già iniziato sin dai suoi primordi. Da un lato l'interesse verso lo stoicismo, Seneca in particolare, che fu preso come modello dai padri della chiesa per tratteggiare la figura di cristo. Poi Marco Aurelio, il grande re, e tutti a cercare di attuare un personaggio "giusto" per eccellenza, che nella cultura diffusa di allora era Socrate, ed il di lui discepolo per eccellenza, Platone, creatore di quella filosofia che pervade  il cristianesimo filosofico. 

D'altra parte, ai nostri giorni, ritorna prepotente il desiderio di una religione naturalistica, per reazione contro la scissione tra uomo e natura. Religione naturalistica, la più sana religione possibile, la divinizzazione degli astri, delle forze naturali, dei luoghi naturali! Quando gli dei erano tra gli uomini non erano solo dei, vi era la divinizzazione della natura!  L'uomo coltivava, venerava, apprezzava, temeva, anche, la natura ma le stava "dentro"! 

Oggi invece la natura è perduta per l'uomo. Il sentimento millenario dell'immedesimazione deve essere riconquistato. Per cui, se esiste ancora la possibilità della rinascita del sentimento religioso, questa non può avvenire sul piano dello "spirituale astratto", perché  questo ci disincarna dalla natura. L'uomo che respira, sente, tocca, vede la natura si arricchisce e rafforza il suo amore per la vita. Amore per la vita altro non è che partecipazione sensoriale alla realtà. Ecco perché occorre recuperare il senso del reale contro le fumisticherie  delle mitologie e delle ideologie nate al di fuori del sano realismo mediterraneo di cui noi dobbiamo recuperare il senso....

Giorgio Vitali


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Mio commento/integrazione: 

"...mi piace questa discorso in cui si cerca di tirar fuori un "senso"  che unisca  religione e scienza, natura e cultura. Ma il punto chiaramente è che la religione "naturalistica" deve integrare lo  "spirito" (intelligenza e coscienza) e la  "sostanza" (materia)... 

Riporto perciò l'attenzione a come la "santità naturale" possa manifestarsi in ognuno di noi. Santità significa interezza, onestà, integrità... e per viverla consapevolmente dobbiamo per forza di cose partire da noi stessi, metterla in pratica nella nostra vita quotidiana, tenendo conto dell'equilibrio nel  dare-avere e del giusto respiro, mangiare e bere che ci compete. " 

Paolo D'Arpini

Cosa ci determina (?), riflessione con racconto di M. H. Erickson


   

Tutto quello che introiettiamo, che a nostra insaputa assorbiamo, o che rifiutiamo di vagliare del vissuto, o che addirittura entità minori ci somministrano, tutto ciò finisce nel nostro inconscio, ai più, imperscrutabile pozzo senza fondo, collegato alla mente universale, all’intelligenza cosmica.

   L’inconscio conserva tutto quello che accade nel nostro universo, di quest’infinito conosciamo solo una porzione minima superiore, la coscienza. Ognuno è la proiezione sul piano fisico e psichico dell’inconscio, questo infatti determina il corpo, il carattere, la malattia. Così ognuno è il creatore di sé e del proprio universo, ognuno è il centro dell’universo, lo spirito individuale forgia al pari dello spirito universale che crea, entrambi sono fatti della stessa natura e agiscono sulla stessa sostanza.

   Questa condizione non implica la nostra resa, bensì è sintomo di un (infinito) potenziale, poiché immettendo nell’inconscio gli stimoli giusti, questi ritorneranno, aumentati dalla forza creatrice della mente universale volta esclusivamente al Bene, portando a noi i frutti, dei pensieri e dei desideri, dissolvendo i condizionamenti.

   Così nell’inconscio non sempre si sa cosa entra, mentre il prodotto di ciò che fuoriesce siamo noi, allora molti scavano dentro di sé, altri si fanno scavare, alcuni si allenano a divenire impenetrabili, nell’intento di costruire un osservatore capace di analizzarsi con distacco e risolvere i conflitti, e infine forgiare un essere rinnovato.


   Leggiamo un esempio in un racconto* didattico di Milton H. Erickson dal titolo: ”Date alla palla la spinta iniziale”, tratto da un caso realmente accaduto.



   Una ragazzina di dodici anni non è una bambina. Ne ebbi una sulla quale applicai una tecnica del tutto infantile. Mi chiamò al telefono e mi disse: “Ho avuto una paralisi infantile, e ho dimenticato come muovere le braccia. Può ipnotizzarmi e insegnarmelo?”. Dissi a sua madre di portarla da me, e sua madre me la portò. Diedi un’occhiata alla ragazza. Per essere una ragazza di dodici anni, aveva un petto molto ben sviluppato, eccetto il fatto che la mammella destra si trovava sotto il braccio. Dissi alla madre di spogliare la ragazza fino alla vita, e osservai tutto il torace, per vedere dove erano i muscoli.

   Le dissi che per tre volte al giorno doveva mettersi davanti a uno specchio, nuda sino alla vita, e farsi le boccacce.

   Provate un po’ a tirare in giù entrambi gli angoli della bocca. Adesso fatelo ancora, e notate come la pelle del petto si muove. Io posso farlo solo da una parte del viso.

   Le dissi anche di mettersi davanti allo specchio tre volte giorno, per venti  minuti, e tirare giù gli angoli della bocca. In altre parole, doveva contrarre il muscolo platisma.

   E lei mi chiese: “Devo per forza mettermi davanti a uno specchio?”.

   “Dove ti vorresti mettere?”, le chiesi.

   “Mi piacerebbe immaginare un programma televisivo”, disse.

   E così si mise ad immaginare un programma immaginario, su un televisore immaginario. E cominciò a esercitare il muscolo platisma, e si divertiva a guardare l’immaginario programma televisivo mentre faceva le boccacce.

   Ora, quando si comincia a far muovere un muscolo, il movimento tende a diffondersi a tutti i muscoli. Provate a muovere solo un dito. Il movimento comincia a diffondersi, senza che lo vogliate. Le sue braccia cominciarono a muoversi.

   Orbene, la mammella destra si postò da sotto il braccio, portandosi sul lato del petto. 

Ora lei è un’avvocatessa, esercita la professione.


Giuseppe Moscatello





* Milton H. Erickson, La mia Voce ti accompagnerà, 1983 Ed. Astrolabio Roma.

Homo sapiens - La specie è una le differenze sono tante....



La specie umana è una sola ma le differenze sono tante, e soddisfano le diverse opzioni genetiche  e possibilità di vita sul pianeta. 

Esistono sicuramente dei livelli di coscienza ma tali livelli sono parte del processo di sviluppo all’interno della specie. Ad esempio non possiamo dire che chi manifesta tendenza antropofaghe sia diverso dal vegetariano, in quanto razza.
Chi è consapevole dell’unità di tutte le creature e di tutta la vita non è di altra specie di chi si identifica con uno specifico nome-forma od etnia. 


Chi è consapevole dell’unità promuove il benessere di tutti e chi è consapevole della separazione promuove l’interesse del singolo o del gruppo in cui si riconosce. Alla fine, dal punto di vista genetico, ogni essere umano è in grado di riprodursi con i suoi consimili, depravati o santi che siano e questa è sufficiente conferma che tutti appartengono alla stessa razza (cosa che non avviene con la copula fra umani e scimpanzè, tanto per dirne una).


Se pensassimo diversamente commetteremmo l’errore degli inquisitori cattolici che consideravano le streghe e gli eretici come figli del demonio e quindi non appartenenti all’umanità. Ma tali livelli di astrazione sono oggi negati in ogni modo dalla scienza e dalle evidenze.

Ovviamente le tendenze egoiche che spingono gli esseri di bassa consapevolezza a compiere azioni nocive per la comunità trovano espressione in forme di somiglianza energetica (risonanza). 


Come abbiamo visto ad esempio durante il nazismo in cui Hitler e parecchi tedeschi ritenevano di incarnare gli interessi della nazione e addirittura del mondo intero compiendo le efferatezze di cui si sono macchiati.. La stessa tendenza negativa è ad esempio oggi presente nei sionisti, torturatori di palestinesi, e nei banchieri e finanzieri senza scrupoli che opprimono economicamente il resto del mondo.

Ma questo non fa di essi una diversa “razza”…. 

Paolo D'Arpini