Primavera alchemica, nuovo paradigma


“Alchimia del nuovo paradigma” 

Un film, improvvisamente… Capita spesso, nella vita, che una informazione, apparentemente insignificante, ci trasmetta una illuminazione. Mi è accaduto di recente, vedendo in televisione un vecchio film western, di cui è necessario comunicare la trama. Un’ intrepida vedova inglese (Maureen O’Hara) parte dal suo paese per andare nel Texas a sviluppare una nuova razza bovina, portandosi dietro un torello dal nome significativo: Vendicatore. Giunta in America, si affida ad un mandriano (James Stuart) per essere accompagnata, lei, la figlia ed il torello, nel cuore del Texas. Dopo lunghe e svariate peripezie giungono a destinazione. Una sterminato Ranch nel cuore di quel paese ancora selvaggio. Qui, contro il parere di tutti i locali, che ritengono la razza del torello inidonea per quel clima, essi decidono di lasciare l’animale allo stato brado. Questo viene abbandonato nella prateria e lasciato al suo destino. Se non ché, un inverno particolarmente inclemente crea non pochi problemi a tutti le mandrie. Il cow boy, preoccupato per la vita del suo protetto, vaga nella neve alla ricerca dell’animale ma non riesce a trovarlo. Anzi, rischia di morire lui stesso assiderato e viene salvato con difficoltà. Finito l’inverno ed iniziato il disgelo, riprendono le ricerche di Vendicatore, finché questo non viene trovato. Morto. Disperazione e sconforto per tutti, ma non per il cow boy, il quale crede nelle forze della natura, e cerca disperatamente una traccia, un ricordo genetico, un figlio di Vendicatore. Dopo mesi di ricerca, e quando ormai le speranze stanno dissolvendosi, ecco che appare un vitellino, nato da poco, chiaramente figlio di Vendicatore il quale, prima di morire, era riuscito a fecondare una vacca. La fine della pellicola ci mostra un’intera mandria di bovini, tutti nipoti e pronipoti di Vendicatore. Questa storia è una splendida metafora della forza vitale, che muore me si rigenera continuamente.

Il mistero della Primavera… Il simbolismo della rinascita primaverile si identifica nella vita di tutti i grandi iniziatori di religioni. In particolare, l’ antichità riconosceva in alcune divinità proprio questa funzione, che essi esprimevano tangibilmente. In inglese, Pasqua si dice Easter, una chiara derivazione da Eastre, Ostara, Istar, Astarte, divinità della Resurrezione naturale e perpetua. La Pasqua cristiana ne è una chiara derivazione, considerando che la cultura classica ha celebrato la Resurrezione degli Dei il giorno dell’equinozio di primavera. La resurrezione è anche simbolo di fertilità. Infine, la Pasqua cristiana non è la pasqua ebraica. Non ha nulla a che vedere con questa. Il Diavolo, dio degli inferi…. Nel mito cristiano, il Cristo dopo la morte scende agli inferi, similmente agli Eroi della Classicità: Ulisse, Enea, Dante (grande interprete della Classicità). E si dice anche che il Cristo soggiorna tre giorni sotterra prima di risorgere.

“Crediamo che il terzo giorno dopo la sua morte, Gesù Cristo, per virtù propria, riunì di nuovo l’ anima col corpo, risorgendo glorioso ed immortale” (Catechismo del Card. Gasparri ).

La riunione dell’ anima col corpo (del soffio vitale con la struttura terrena) è comune a tutti gli esseri viventi. La raffigurazione del demonio, divinità delle tenebre, è più o meno sempre la stessa. Derivato da una figura di fauno, si è nel tempo leggermente trasformato, mantenendo gli zoccoli alle estremità delle zampe. Con le corna in testa, con un forcone in mano, avvolto nel fumo (che dicono di zolfo). In realtà si tratta di una figurazione campestre. La trasformazione mitica da fauno ad un bue, che maneggia o produce il letame, che posto sopra ai chicchi (di grano o di qualsiasi altra vegetazione) li concima e ne facilità la resurrezione sotto forma di pianta alimentare. Ecco perché si dice che Gesù chicco di cereale soggiace, sotterra, al demonio.

Scrive Deepak Chopra: “E’ sufficiente essere noi stessi per dirigerci verso un destino molto al di là di quel che si possa immaginare. Basta sapere che l’essere che alimento dentro di me è lo stesso dell’ Essere che soffonde ogni atomo del cosmo. Quando i due riusciranno a vedersi come pari, saranno pari, perché allora la stessa forza che controlla le galassie sosterrà la mia esistenza individuale."

Giorgio Vitali

La donna scrigno di consapevolezza e di intelligenza creativa



La donna è il genere assoggettato. E' probabile, come hanno argomentato Bachofen e Fromm, che vi sia stata un'epoca preistorica nella quale il maggior numero delle società sia stato a base matriarcale. Ciò è probabilmente dipeso dal fatto che il gruppo tribale si riuniva intorno al "nascere" al "nutrire" e al "prendersi cura", cioè all'"amare", concetto fondamentale in società le cui uniche grandi risorse erano la Solidarietà e la Natura. 

Poi, via via che le società umane si sono incontrate e reciprocamente rifiutate, ha prevalso la guerra: cioè la rapina e la riduzione in schiavitù a danno delle tribù straniere. E a questo punto hanno preso il sopravvento concetti come "aggressione", "controllo", "potere". 

Il maschio medio, dotato più della donna di questi caratteri, ha allora creato società patriarcali. 

Oggi la donna è la parte non solo assoggettata ma anche
rimossa delle società umane: ne costituisce la grande Ombra. Le religioni monoteistiche, per esempio, sono sostenute da una comune "fobia" della donna, che viene vestita di nero, coperta su tutta la superficie del corpo, ridotta a lavori servili, esclusa dal sacerdozio e denigrata come oggetto impuro. 


Nelle organizzazioni sociali del lavoro viene costretta ad assumere caratteri virili per competere con l'uomo. Eppure, allo stesso tempo i movimenti ecologisti riscoprono una "natura-madre" da difendere dall'assalto dell'industria e della produzione di energia e dalla forzata antropizzazione; la psicoanalisi elabora linee di ricerca in cui la relazione madre-bambino è quella centrale per lo sviluppo e la salute futura dell'adulto; energici movimenti culturali cercano di specificare e valorizzare le differenze di genere. 

La donna dovrebbe essere il "mistero" del terzo millennio,
l'entità di cui riscoprire le immense risorse, perché il mondo, un po' più modellato a sua immagine, possa riequilibrarsi e sanare le sue innumerevoli ferite. I miei studi sull'amore e sull'integrazione della sensibilità (o dell'Anima, come direbbe Jung) vanno in gran parte in questa direzione.


Articolo collegato:
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2013/04/matrismo-la-donna-come-punto-dincontro.html

Appello a Papa Francesco di "spogliarsi" delle sue vesti...


Nella breve nota che segue compirò opera di chiarezza  sulle consuetudini imposte dalle religioni, passate per dogmi,  fornendo anche un suggerimento per aiutare la chiesa cattolica ad uscire fuori dal vicolo cieco in cui si è incastrata.

L’influenza delle religioni, e qui non parlo solo della cattolica ma anche del giudaismo e -recentemente, in seguito alle immigrazioni- dell'islamismo sulla società italiana ha cambiato stile. Negli ultimi anni non si manifesta più come aperta imposizione o censura bensì in forma di indirizzo politico ed economico. Le fedi monoteiste infatti  agiscono come  “famiglie” o "lobbies"  che esercitano un controllo “indiretto” e talvolta “diretto” sulle scelte del paese. Queste religioni utilizzano l’arma del ricatto velato, della pressione e della “facilitazione” in affari che di religioso  non hanno più nulla. 
In Italia la maggiore evidenza di questo comportamento - per ovvie ragioni storiche- viene dalla chiesa cattolica, che non sembra più un ente spirituale ma un semplice apparato di potere che contende con gli altri poteri e lotta per mantenere ed ampliare i suoi privilegi consolidati. Questa competizione "ideologica" (ma essenzialmente politico-economica) si mostra maggiormente virulenta nei confronti dell'islamismo "fondamentalista", mantenendo anche opposizione e  distanza verso il giudaismo bigotto.
Forse direte che almeno oggi in Italia non si finisce più sul rogo, mentre nei paesi islamici la tortura e l'esecuzione religiosa è imperante, per non parlare della persecuzione verso i "non ebrei" attuata in Israele…. È vero, ma l’emarginazione e la derisione alla quale molti di noi laici sono sottoposti è una gogna difficile da portare sul groppone e spesso impone decisioni difficili (come in questo caso in cui mi sento costretto a prendere una posizione chiara sul tema trattato).

Personalmente non sono un rivoluzionario e non voglio inneggiare ai “cosacchi che vengono ad abbeverare i loro cavalli nella piazza San Pietro” (come scherzosamente propose Stefano Disegni in un suo fumetto di vent’anni fa..), sono uno spiritualista ironico, laico e metaforico, perciò “allegoricamente” continuerò a denunciare vizi e soprusi della chiesa cattolica, allo stesso tempo proponendo alternative e suggerendo  un emendamento. 
Questa vuole perciò essere una proposizione d’intenti e non di “belligeranza”. Spero che il papa Francesco  possa cogliere il consiglio che gli offro … quello di divenire partecipe di una rivoluzione spirituale e di pensiero che conduca alla vera “ecclesia”, quella della comunità di tutti gli esseri umani, conviventi in una unica basilica sincretica ed universale! 

Sia la chiesa cattolica, per prima,  a dare il buon esempio abbandonando ogni formalismo religioso. Forse questo servirà  a scuotere le convinzioni fideistiche della altre religioni ed a convincere i vari rabbini, mullah, bramini e monaci che l'uomo esiste prima di ogni etichetta religiosa. E che se c'è un Dio non può essere partigiano... non può avere figli o popoli prediletti.  

Ma per ottenere un risultato credibile  è necessario che papa Francesco prima di tutto si spogli delle vesti di papa…. e si ricongiunga all’umano….



Questo significa che la chiesa cattolica dovrebbe rinunciare ad ogni apparato gerarchico,  ad ogni struttura organizzata in veste economica e statale, ad ogni imposizione teologica e dottrinale, lasciando piena libertà espressiva ad ogni singolo "credente" in Cristo. 

Questa proposta sa troppo di "anarchia religiosa"? Ebbene forse è esattamente quello che avrebbe voluto Gesù.

Paolo D’Arpini


Comitato per la Spiritualità Laica
Via Sacchette 15/a - Treia (Mc)

Compendio di informazioni su bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica in Italia

Bioregionalismo, spiritualità laica, ecologia profonda
(Foto di Paolo D'Arpini)
Paolo D’Arpini è il portavoce della Rete Bioregionale Italiana e presidente del Circolo Vegetariano VV.TT.. L’ho conosciuto grazie al suo infaticabile “Giornaletto di Saul” (Vedi: http://saul-arpino.blogspot.it/), bollettino giornaliero del Circolo Vegetariano ove diffonde notizie e commenti su numerosi argomenti avvalendosi di una rete immensa di collaboratori; gli scrivo ogni tanto anch’io i miei commenti (e mi ha assunto….) ma soprattutto siamo diventati amici. Così ho pensato di intervistarlo e questo è il risultato di uno scambio di email e conversazioni telefoniche. (Olivier Turquet)
Paolo, puoi spiegare un po’ l’idea che sta alla base del bioregionalismo, la storia e le proposte generali portate avanti dalla Rete Bioregionale Italiana?
Il concetto di “Bioregione” (in termini “moderni”) è stato formulato negli anni ’70 nell’ambito di una ricerca, volta all’individuazione di un approccio sostenibile alle risorse naturali, condotta da Peter Berg, esponente delle avanguardie culturali nord-americane, e dall’ecologista statunitense Raymond Dasmann. Il lavoro prodotto da queste due personalità singolari venne pubblicato, nel dicembre del 1977, in un articolo della rivista americana The Ecologist in cui, per la prima volta, vennero impiegati i termini “Bioregione” e “Bioregionalismo”.
Negli stessi anni, Peter Berg fondò il movimento noto come Planet Drum (Il tamburo planetario), allo scopo di diffondere nel mondo il concetto di bioregione come punto di partenza per la sostenibilità, nonché le implicazioni culturali, ideologiche e di vita quotidiana che da esso derivano.
Da allora la teoria bioregionale ha destato l’interesse di scienziati, ecologisti, agronomi ed economisti di tutto il mondo, è stata oggetto di critiche e confutazioni, dovute soprattutto “alla difficoltà di identificare dei criteri univoci per la delimitazione delle bioregioni”, ha ottenuto consensi e pareri favorevoli e, in tutti i casi, ha collezionato innumerevoli pagine nella letteratura specializzata di tutto il mondo.
Ad oggi, è possibile attingere a numerose definizioni di “Bioregione” e “Bioregionalismo”, fornite dalle più varie personalità mondiali e sulla base di approcci eterogenei. Nel complesso, si può affermare che tutti concordano nel sostenere che per “bioregione” si intende “un territorio non delimitato da confini politici o amministrativi ma da confini ‘oggettivi’ (ecosistemi naturali) e ‘soggettivi’ (identità sociali); quindi un’area geografica circoscritta da limiti fisici (bacino fluviale, catena montuosa) e da un’omogeneità ambientale e naturale degli ecosistemi (clima, suolo, flora, fauna) e delle caratteristiche sociali delle comunità locali (costumi, tradizioni, identità collettiva, senso di appartenenza al territorio, amministrazione locale in forma di democrazia diretta, etc)”.
La Rete Bioregionale Italiana, in quanto “rete”, non è un movimento strutturato, esistono varie realtà anche disgiunte che si occupano delle tematiche in oggetto. Noi della Rete Bioregionale ci occupiamo essenzialmente di aspetti pratici e di vivere in prima persona l’esperienza bioregionale e dell’ecologia profonda. La Rete Bioregionale Italiana è stata fondata nella primavera del 1996 nel Parco di Monte Rufeno ad Acquapendente come incontro di varie realtà che si occupavano e si occupano di ecologia profonda e bioregionalismo. La rete consente libertà di azione locale e il perseguimento di fini comuni, collegati e coniugati ai diversi territori e tematiche bioregionali. Da quattro anni la Rete ha leggermente cambiato strutturazione, passando da nodi territoriali a nodi tematici. L’adesione al Movimento/Rete avviene per semplice condivisione dello stile di vita e delle tematiche, lasciando ad ognuno la propria libertà di occuparsi degli argomenti che di volta in volta emergono, per dare risposte necessarie contingenziali ai problemi e per proporre iniziative che possano aiutare le comunità. (Vedi Carta degli Intenti: http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/?r=28856). Annualmente in corrispondenza del solstizio estivo, si tiene un Incontro Collettivo Ecologista che vede insieme gli aderenti della Rete e di altre realtà “limitrofe” (ecovillaggi, comunità solidali, ashram, operatori di agricoltura biologica, etc.) per uno scambio di pareri ed esperienze.
Bioregionalismo e nonviolenza, bioregionalismo e ecologia profonda, come si coniugano queste relazioni?
Una breve premessa occorre farla. Bioregionalismo, ecologia profonda e spiritualità laica sono la trinità della nuova “religione” della natura.
L’ecologia profonda analizza l’organismo, le componenti vitali e geomorfologiche, le loro correlazioni e funzionamento organico ed il bioregionalismo riconosce gli ambiti territoriali (bioregioni) in cui tali processi si manifestano in forma qualificata di “organi” territoriali e culturali. Come terzo elemento componente c’è “l’osservatore”, cioè l’Intelligenza Coscienza che anima il processo conoscitivo, da me definita “spiritualità laica”. Ovvero la capacità e lo stimolo di ricerca e comprensione della vita che analizza se stessa. E soprattutto la sua messa in pratica.
E dal punto di vista della pratica non varrebbe la pena di risalire all’inventore del termine “bioregionalismo” poiché, come in effetti è per l’ecologia e per la spiritualità, è qualcosa che è sempre esistita, in quanto espressione della vita, perciò nelle diverse epoche storiche questi processi hanno ricevuto nomi diversi: panteismo, spiritus loci, animismo, etc. Ed in ogni caso questi tre modi descrittivi sono indivisibili l’uno dall’altro, come è indivisibile l’esistenza. Diceva un grande saggio: “Noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati” (Nisargadatta Maharaj).
Il mondo è un grande laboratorio bioregionale. Forse non abbiamo bisogno di ricorrere alla Storia che con le interpretazioni di chi riporta, narra, commenta, fatti e comportamenti umani, non ci fa vivere o rivivere esperienze aderenti alla realtà dei tempi. Forse ci dobbiamo rivolgere a quel grande laboratorio che è il mondo oggi. Di fatto, in questo momento possiamo entrare nella storia, possiamo guardare a tutte quelle popolazioni presenti oggi nel mondo, che sono rappresentative di realtà che vanno da uno stato che non si discosta molto da quello primordiale a quello che rappresenta lo stato più avanzato della tecnologia. Questo gioco della natura ci consente un’osservazione diretta di sistemi di aggregazione sociale, culturale ed economica, di interpretarli e di cercare di capire che cosa fare per superare le vecchie e le nuove miserie e di essere attori entusiasti nel progetto di costruzione di un mondo equo, solidale, felice, e quindi con un futuro.
La “nonviolenza” quindi è la semplice conseguenza della consapevolezza di partecipare ad un tutto inscindibile in cui l’altro e noi stessi siamo un’unica entità. In questo senso la parola “nonviolenza” assume un significato più profondo, non è semplice astensione dal praticare atti offensivi bensì la comprensione che qualsiasi azione “violenta” è comunque rivolta a se stessi. Quindi l’uso della “violenza” è limitato alle sole azioni propedeutiche alla crescita, mai al soddisfacimento di vantaggi egoistici o di punizione e vendetta gratuita.
Tu sei stato l’iniziatore e il protagonista per anni dell’esperimento di Calcata, un “protoecovillaggio”, come dici tu…
Secondo il mio parere il vivere comunitario non può essere il risutato di considerazioni aprioristiche. Abbiamo visto infatti innumerevoli esempi nella storia di comunità sorte con la funzione di soddisfare intenti collettivi e che per lo più o si frantumavano o perdevano la spinta iniziale. Magari nel tempo cambiando completamente le finalità. Partendo da questo presupposto, la mia “discesa” a Calcata non fu in conseguenza di un atto deliberato o di una propensione idealistica. Semplicemente accadde che cercando un nuovo modo di vita comunitario, sotto la spinta delle mie esigenze spirituali ed ecologiste, capitai in questo paesino in corso di definitivo abbandono da parte della popolazione originaria e che era stato addirittura dichiarato inabitabile per ragioni di (presunta) pericolosità sismica. Ciò avvenne nei primi anni ’70 del secolo scorso da poco tornato dai miei primi viaggi in India. A Calcata trovai uno spazio vuoto dalle immense possibilità per rinnovate azioni culturali, abitato da una “masnada” di vecchietti che volevano morire dove erano nati. Questi vecchietti, custodi di un sapere antico e di un rapporto unico con la natura che circonda Calcata, furono i miei maestri per un nuovo – antico vivere nell’ecologia, nel sociale e nella totale semplicità e mancanza di pretenziosità nelle funzioni svolte. Da ciò nacque una successiva aggregazione di amici e parenti che come me sentivano l’esigenza di un “ritorno alle origini” e che trovarono sull’acrocoro di Calcata una nuova e promettente casa. Nel corso dei primi anni da quel primo gruppo di sperimentatori fu portato avanti un laboratorio assolutamente libero da finalità concrete. Tutto si svolgeva all’insegna del gioco, dell’innovazione fantasiosa, della ricerca culturale in piena libertà espressiva, nella ricerca di nuovi/vecchi mestieri da praticare con le mani oltre che con la mente. Un riconoscere la capacità di convivere con gli altri animali come componenti della stessa comunità umana (ovviamente non parlo di cani e gatti, ma di capre, pecore, asini, maiali, galline, ecc. Ecc.) e del poter vivere fra esseri umani in forme anticonvenziobnali. Questo meraviglioso esperimento nel vecchio borgo si ampliò e progredì e giunse ad un suo climax. Il culmine avvenne allorchè la comunità, inizialmente di pochi elementi, raggiunse il numero di un centinaio di abitanti, mentre il resto della popolazione calcatese, composta da circa 800 persone, si era definitivamente trasferita in un nuovo centro geograficamente separato. A quel punto soese il problema della inabitabilità delle vecchia Calcata. Non essendoci più residenti autoctoni (i vecchietti erano morti tutti), il rischio che il paese potesse subire la demolizione prevista nella legge sulla pericolosità sismica, divenne più tangibile. A quel punto fummo costretti a tentare la via istituzionale per modificare la suddetta legge. A quel tempo le mie amicizie politiche e giornalistiche erano consistenti e solide e non fu difficile far presentare una legge specifica di riqualificazione del vecchio borgo da parte di consiglieri regionali del Lazio. Purtroppo, salvata “istituzionalmente” la rupe e quindi restituito un valore reale agli immobili e quindi riportato il contesto comunitario all’interno di un contesto di economia utilitaristica, il destino di Calcata mutò irreversibilmente. Da libero e giocoso esperimento per un nuovo vivere libero dal limite dell’utile, divenne un “meccanismo” per la sopravvivenza di chi operava in una qualsiasi attività a quel punto divenuta remunerativa. Insomma, da emanatore di luce propria, il paese divenne uno specchietto per le allodole. Da teatro di strada a teatrino. Certo, non tutto è andato perduto: alcuni elementi hanno tenuto fede allo spirito originario continuando nella sperimentazione e nella “resistenza”, pur relegati in una sorta di esilio interno. Io ebbi la fortuna, dopo 35 anni, di poter lasciare Calcata, senza una ragione, ovvero, non per fuga da una situazione che lasciavo, bensì perchè attirato nel vortice di un nuovo inizio, intriso d’amore.
Tu hai studiato molto le città come forma di aggregazione umana; è fatale l’utbanizzazione attuale? Cosa si può recuperare del concetto antico di città come forma di aiuto reciproco tra esseri umani?
In una ottica bioregionale – dovendo analizzare i requisiti antropologici di una città ideale – occorre prima vedere gli aspetti di cosa è una città. Noi usiamo il termine città che deriva da “civitas” ma dobbiamo considerare anche l’altra definizione “urbs”, questi due termini hanno pari valore nella fondazione ed urbanizzazione del luogo abitativo.
Dal punto di vista antropologico sappiamo che una piccola comunità di 1000 persone consente a tutti i suoi membri la conoscenza personale ed inter-relazione reciproca. Ogni cosa prodotta ha come fruitori i membri tutti ed altrettanto dicasi per quanto è scartato. Nelle comunità antiche, nelle tribù che furono la base della vita umana per migliaia di anni, la reciprocità o solidarietà era elemento di sopravvivenza e sviluppo. Quando lentamente si giungeva ad una summa di tribù dello stesso ceppo originario (diciamo cento entità di 1000 componenti) si diceva che era nato un popolo, una società, insomma una “civitas”. Dobbiamo quindi partire da un elemento precostituito e cioè che l’ambito di una “comunità ideale” non dovrebbe superare i centomila abitanti. Ciò vale anche per una metropoli che andrebbe suddivisa in quartieri di tale entità, separati geograficamente da spazi verdi -con centri aggregativi comunitari-e connessioni “atomiche”. Perché? Per un semplice motivo: se tutti i componenti di una comunità “originaria” hanno interrelazioni in allargamento (diaspora) sarà possibile connettersi indirettamente o direttamente con gli appartenenti ai vari gruppi che compartecipano allo stesso luogo. Tutti individui diversi dal gruppo originario ma tutti “elementi effettivi” della stessa collettività.
Ampliando così il ramo di interesse dalla parentela vicina o lontana alla compartecipazione, somiglianza e convivenza nello stesso luogo. A questo punto le varie entità (o gruppi di individui) son paritetiche l’un l’altra, intrecciate in un contesto di relazioni e formano la base della città ideale. Forse i membri della città apparterranno a ceti diversi ma assieme a noi vivono nella città, con essi manteniamo numerosi rapporti personali come fra membri di una più grande tribù ideale. Questa si può definire società ed il processo descritto conduce a forte correlazione e socializzazione e vivifica l’intera comunità. Ma si può dire che centomila abitanti son un limite. Giacché questo è il livello d’interrelazione possibile e la città bioregionale -secondo me- deve comprendere criteri di suddivisione sociale che rispettino questi termini numerici.
Non ho nulla contro la vita umana negli agglomerati umani, ma occorre portare elementi di riequilibio all’insieme degli elementi vitali, materiali od architettonici che siano.
Il primo passo verso la riarmonizzazione delle aree urbane è il riconoscimento che esse si trovano tutte in bioregioni, all’interno delle quali possono divenire protagoniste ed ecosostenibili. La peculiarità dei suoli, bacini fluviali, piante e animali nativi, clima, variazione stagionale e altre caratteristiche che sono presenti in un luogo-vita bioregionale (ecosistema), costituiscono il contesto base per l’approvvigionamento delle risorse quali: cibo, energia e materiali vari. Affinché questo avvenga in modo sostenibile, le città devono identificarsi e porsi in reciproco equilibrio con i sistemi naturali.
Non solo devono reperire localmente le risorse per soddisfare i bisogni dei propri abitanti ma devono altresì adattare i propri bisogni alle condizioni locali. Questo significa mantenere le caratteristiche naturali che ancora rimangono intatte e/o ripristinarne quante più possibili. Per esempio risanando baie inquinate, laghi e fiumi affinché possano ridiventare sorgenti di approvviggionaento idrico e habitat salubri per la vita acquatica, contribuendo in tal modo all’autosufficienza delle aree urbane. Le condizioni che contraddistinguono le aree geografiche dipendono dalle loro peculiari caratteristiche naturali: una ragione in più per adottare i principi base del bioregionalismo, appropriati e specifici per ogni luogo e -soprattutto- utilizzabili per orientare al meglio le politiche municipali.
Le linee guida di questo mutamento possono essere prese da alcuni principi base che governano gli ecosistemi:
1) Interdipendenza. Accrescere la consapevolezza dell’interscambio fra produzione e consumo, affinché l’approvvigionamento, il riuso, il riciclaggio e il ripristino possano diventare integrabili.
2) Diversità. Sostenere la diversità di opinione così da soddisfare i bisogni vitali oltreché una molteplicità di espressioni culturali, sociali e politiche. Resistere a soluzioni che privilegino i singoli interessi e la monocultura.
3) Autoregolamento. Incoraggiare le attività decentralizzate promosse da gruppi di quartiere-distretti. Rimpiazzare la burocrazia verticistica con assemblee di gruppi locali.
4) Sostenibilità economica. Scopo della politica è quello di operare con interessi lungimiranti, minimizzando rimedi fittizi ed incentivando un processo di riconversione ecologica a lungo termine.
Un altro tema comune che ci sta a cuore: spiritualità laica: tu ne dai una definizione estremamente semplice….
Con la parola “spiritualità laica”. Si cerca di dare una connotazione “libera” alla spiritualità comunemente intesa come espressione della religione. La spiritualità è l’intelligenza coscienza che pervade la vita, è il suo profumo, e non è assolutamente un risultato della religione, anzi spesso la religione tende a tarpare ed a nascondere questa “naturale” spiritualità presente in tutte le cose.  Spiritualità Laica è chiaramente un’immagine, un concetto, in cui inserire tutte quelle forme naturali di “spiritualità” sperimentate dall’uomo. Siamo consapevoli di muoverci all’interno della concettualizzazione dobbiamo perciò far riferimento all’agente primo evocato con l’idea di spiritualità. Se partiamo dalla comprensione di ciò che viene osservato -esterno od interno- non possiamo far a meno di riscontrare che ogni “percezione” avviene per tramite dei sensi e della mente.
La mente non può esser definita fisica, anche se utilizza la struttura psicosomatica come base esperenziale, la natura della mente è sottile, è lo stesso pensiero, ed ogni pensiero ha la sua radice nell’io. Quindi l’unica realtà soggettiva ed oggettiva attraverso la quale possiamo dire di essere presenti è questo io. Chiamarlo “spirito” è un modo per distinguerlo dalla tendenza identificativa con il corpo, ed è un modo per ricordarci che la “coscienza” è la nostra vera natura. Quell’io – o spirito- che è la sola certezza che abbiamo, è l’unica cosa che vale la pena di conoscere e realizzare. Malgrado la tendenza proiettiva della mente, capace di dividersi in varie forme, mai può “scindersi” quell’io radice, quello spirito. L’io è assoluto in ognuno.
Allora la spiritualità è il perseguire coscientemente la propria natura, il proprio io. Spiritualità laica è il riconoscere questo processo in qualsiasi forma si manifesti. C’è equanimità e distacco, non proselitismo sul metodo praticato (appendice marginale della ricerca). Questa visione laica ha in sé una capacità sincretica ma anche la consapevolezza dell’insignificanza della specificità della forma in cui l’indagine si manifesta. Si comprende che ogni “modo” è solo un’espressione dello stesso processo in fasi diverse.
Infine, in quest’epoca di catastrofisti tu cosa prevedi o ti aspetti per il futuro dell’Umanità?
Lo scrittore ecologista Guido Dalla Casa una volta al proposito di quel che possiamo aspettarci dall’esistenza mi ha scritto: “Nella fisica quantistica non esistono più il “vuoto” e il “pieno”: anche questo dualismo è scomparso, c’è solo un vuoto-pieno eternamente pulsante, il vuoto quantistico, o la sunyata buddhista, una danza di energie (psicofisiche) che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla. In “grande”: siamo sul terzo pianeta di una stella di media grandezza, lanciata nel braccio esterno di una galassia qualunque. Non c’è nessun centro, di alcun tipo. “In altre parole: Non esiste alcun “mattone fondamentale della materia”: Esiste solo una meravigliosa danza di energie che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla…”
Di fronte a questa verità cosa potrei “aspettarmi”? Tutto avviene da sé!

Chi volesse contattare Paolo D’Arpini, Circolo Vegetariano VV.TT. Vicolo Sacchette 15/a – Treia (Mc)Tel. 0733/216293 – bioregionalismo.treia@gmail.com
Testo di riferimento: Riciclaggio della Memoria, edizioni Tracce (Pescara). http://www.tracce.org/D’Arpini.htm
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Epistemologia - Eccesso d'informazione uguale a informazione nulla


La progressiva diffusione di internet ha provocato una crescente
condivisione dell'informazione, che appare destinata a crescere
ulteriormente, fino all'eventuale limite del raggiungimento di
saturazione fisiologica oltre il quale gli esseri umani non possano
procedere.


Frattanto si va diffondendo, anche se finora lentamente, pure
l'impiego di fonti energetiche rinnovabili locali (solare,
eolico....), potenzialmente in quantità sufficienti al fabbisogno
umano (lo confermano le analisi della Banca Mondiale, contrariamente
alle pessimistiche Cassandre che le qualificano erroneamente "fenomeni
di nicchia").


Anche in questo settore diventerà uso sempre crescente la
condivisione, poiché l'intensità momentanea di assorbimento energetico
di ogni impianto non corrisponde alla necessità di consumo
dell'utilizzatore, il quale può rilasciare il surplus inutilizzato in
una rete di scambio da cui attingere invece nel momento in cui
l'assorbimento alla fonte sia insufficiente (questo metodo di scambio
è in genere più conveniente dell'uso di accumulatori individuali).
Con il progredire e diffondersi di queste due tecnologie di
condivisione dell' informazione e dell' energia assisteremo
probabilmente ad un progressivo forte cambiamento nella distribuzione
del potere sociale, destinato a diventare meno concentrato e più
diffuso, secondo una organizzazione logica più reticolare
equipotenziale che gerarchica.

L'abbondanza di disponibilità di cibo pone il problema della scelta:
non si può mangiare tutto, occorre scegliere ciò che serve alla
propria alimentazione.


Idem per l'abbondanza di informazione.

Vincenzo Zamboni

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Integrazione commento di Gabriella De Simon ".... "Unità: verità
assoluta" ....A questo punto, dopo aver detto che molti sono i
risultati veri e che ciascun risultato è relativo a un certo tipo di
sapere, bisogna continuare il discorso e dire che tutti sono fra loro
complemetari, essendo aspetti di un unico oggetto e conoscenze di un
unico soggetto. Dopo aver detto che tutti possono coesistere e
tollerarsi, bisogna dire che tutti debbono abbracciarsi e fare blocco
(che sarà più o meno omogeneo secondo il livello di unificazione
raggiunto) per migliorare la conoscenza dell'unico oggetto e per
soddisfare la fame una e multipla dell'unico soggetto. Continuando a
trarre qualche lezione umana dai nostri pensieri, è facile avvedersi
che chi afferma un tipo di sapere (solitamente il suo sapere
"professionale") ed esclude un altro tipo di sapere, costui defrauda
la realtà misconoscendo la sua ricchezza e defrauda se stesso
misconoscendo la propria polivalenza. La tentazione di assolutizzare
un tipo di sapere, il proprio, e di disprezzare il sapere altrui è
sempre in agguato. Il fisico non lo dirà, ma penserà in segreto che
solo lui è fidanzato alla verità, e tutti gli altri sono ignobile
plebe; il matematico penserà in segreto che solo lui è in vetta, e
tutti gli altri vagolano come ubriachi a fondo valle; il filosofo
penserà in segreto che lui è il figlio del sole, e tutti gli altri
sono impastati di fango carnale; il teologo guarderà con disdegno la
folla impazzita giacente ai piedi del suo celeste maniero. Occorre uno
sforzo per avvertire che tutti siamo fratelli ed alleati anche
nell'impresa scientifica, che ognuno è chiamato a dare ciò che gli
altri non hanno, ed ha bisogno di ricevre ciò che egli non ha. Oggi,
più che mai, col moltiplicarsi ed il perfezionarsi delle
specializzazioni, occorre stringerci per mano come bambini che hanno
paura, lavorare in equipe, come si dice. Oggi il progresso del sapere
è affidato alle grandi comunità di studio, organizzate come
"universitates studiorum", dove impera il collettivismo scientifico e
la simbiosi di tutti i punnti di vista." Queste note di epistemologia,
inserite nelle lezioni "Le vie del sapere" per studenti universitari
di Milano, furono scritte dallo storico Luigi Cortesi, nel 1959.

La via del mezzo sderenato - "..conoscere la mente, per non farsi imbrogliare dalla mente..."

Risultati immagini per mezzo sderenato vedi

Diceva Ramana Maharshi: "... è importante conoscere la mente, per non farsi imbrogliare dalla mente..", questo in risposta alla domanda se fosse necessario studiare i meccanismi mentali che in fondo sono solo rappresentazioni dell'io individuale e quindi sinonimo di illusione. In effetti se non comprendiamo i trabocchetti e le trappole che la mente può tenderci, per farci intendere di essere lei la matrice del nostro io, non potremo mai disincagliarci dal meccanismo dell'identificazione con l'agente (l'io empirico). Pertanto è utile e  necessario conoscere le caratteristiche archetipali da ognuno incarnate. 
Tra l'altro è meglio  prendere coscienza delle qualità psico-fisiche che caratterizzano la nostra "persona" (maschera egoica)  in modo da non essere impreparati alle evenienze.
Da quando esistono le categorie , da quando cioè nella società umana sono nati i concetti di alto e basso, buono e cattivo,  maschile e femminile, luminoso ed oscuro, si è sempre cercata una via integrativa che potesse rendere comprensibile  l’interrelazione di quelle forze che sempre co-agiscono in tutte le mutazioni.
Ad esempio la fede Buddista è definita “la via di mezzo”, c’è  pure il detto cristiano “dell’ama gli altri come te stesso” o la dottrina della “fratellanza universale” dei vari ordini filosofici.  Questo farsi prima ascoltatori e poi rielaboratori integrativi, questo continuo accettare le possibilità presenti all’occasione  senza spingere per una soluzione precostituita è la mia via di mezzo. Occorre però che la verità delle  intenzioni sia messa al vaglio dalla prova dei fatti.  Allorché esaminiamo il modo in cui ci poniamo nel mutamento scopriamo immediatamente se il nostro sentire ed agire è veramente in sintonia,  facente parte del movimento in  atto (e ciò indipendentemente dal risultato ottenuto) oppure è solo frustrante recitazione…. 
Per quanto mi riguarda debbo dire che  il mio approccio verso la società, è quello del "mezzo sderenato" (come si dice a Roma), considerando i perbenisti attivi come Yang e gli sderenati passivi come Yin.   Essere un mezzo sderenato mi da la possibilità di non assumere un seggio, di restare un modesto uomo qualunque, ed allo stesso tempo mi permette di interloquire con entrambe le categorie, quella delle persone impegnate e intellettualmente preparate e quella dei semplici e comuni uomini di mondo, posso così capirne le ragioni ed in parte condividerne le scelte ed essere accettato come un ipotetico compagno di strada. Questo significa anche che, parlando del mio particolare metodo di conoscenza, ovvero la "Spiritualità Laica", spontaneamente simpatizzo con chi vuole e può condividerlo ma anche con coloro che  non vogliono aver nulla a che fare con queste “fantasie”.   
E’ vero, la vocazione missionaria ne patisce,  il prodotto  non si vende bene, ma almeno ci si sente liberi di non esserci noi stessi venduti. 
Paolo D'Arpini


Osho, la sua pazzia... la sua saggezza



Un paio di anni dopo la dipartita di Osho (precedentemente conosciuto
come Rajneesh), ricevetti una lettera da Majid Valcarenghi (un suo
seguace) che mi inviava le bozze del libro Operazione Socrate, in cui
si analizzano gli ultimi momenti di vita di Osho, nel testo si dava
evidenza al fatto che il maestro potesse essere stato avvelenato dalla
CIA, durante la sua permanenza in carcere negli USA. Majid mi chiedeva
di scrivere un mio pensiero su Osho, per la pubblicazione sulla sua
rivista, cosa che feci volentieri, il testo si intitolava "Ad
Memoriam" ed in esso parlavo dei retroscena, osservati da uno
"spiritualista laico" quale io ero, e delle conseguenze della
"predicazione" di Osho nel mondo... Ma qui vorrei inserire alcuni miei
ricordi personali sul come "non incontrai mai Osho nemmeno una volta"

Ricordo nel 1973, quando visitai l’India per la prima volta, che
giunto il tempo del ritorno -durante l’attesa della nave Andrea Doria,
veterana della marina passeggeri che compiva il suo ultimo viaggio
prima del disarmo- restai a Bombay per un paio di mesi facendo la vita
dello sderenato (o sadhu, monaco itinerante o mendicante se
preferite). Ero già stato toccato dallo Spirito e non potevo far altro
che aspettare che “quella cosa” di cui sapevo essere l’espressione
prendesse possesso di me. Un’attesa senza speranza si chiama, poiché
se c’è speranza non è attesa è solo aspettativa.


Mi capitò un giorno di incontrare delle belle ragazze italiane che
andavano vagando per ristorantini a spettegolare. Erano tre, come le
tre Grazie, e le avvicinai sorridente ma cosa strana non rimasero
affatto affascinate dalla mia persona… Dovete sapere che in un modo o
nell’altro le donne sempre mi amano, non con questo che esse mi
trovino particolarmente appetibile dal punto di vista sessuale,
semplicemente mi vogliono bene e mi ascoltano con interesse… Sono un
affabulatore ed anche come “cercatore spirituale” –malgrado vivessi in
totale astinenza- di solito ottenevo un buon successo.

No, quelle tre avevano solo pensieri per Osho, continuavano a parlare
di lui come tre innamorate del loro amante, rivelavano tutti i loro
giochi amorosi ed i loro desideri nei suoi confronti. Insomma debbo
dire che mi sentii un po’ invidioso e quasi quasi mi venne l’idea di
andare a sfidarlo in casa, quell’Osho, lì a Poona nel suo ashram che
si trova a pochi chilometri da Bombay. Fortunatamente per me mi
beccai, a forza di frequentare ristorantini sfiziosi, una bella
epatite virale A e dovetti perciò rinunciare alle mie velleità per
restare in catalessi nell’albergaccio in cui aspettavo “l’evento” (non
sapevo nemmeno io bene cosa, qualsiasi cosa o nulla).

Ebbene riuscii a scamparla, allora, tornai in Italia, e poi ancora
numerose volte in India e non pensai più di andare da Osho. Ma i
discepoli di Osho continuarono a perseguitarmi ed a cercarmi in tutti
i modi, me li trovavo davanti ovunque, sia che andassi a
Tiruvannamalai, a Jillellamudi od a Ganeshpuri, sia che restassi a
Roma a fare il “santo” in via Emanuele Filiberto oppure che entrassi
nel vortice alternativo di Calcata con tutte le sue tentazioni e
devianze. Questi discepoli di Osho erano e sono i miei amici più
simpatici ed affini, sono completamente pazzi ed inaffidabili. “Qualis
pater talis filius” dice l’adagio, e mai come in questo caso è vero.

Osho stesso fu un’esagerazione in tutti i sensi. Guru Maharaji si
faceva 12 Rolls Royce? Ed Osho 120… Muktananda fondava qualche Ashram
in giro per il mondo? Ed Osho fondava addirittura una nuova
Città-Stato (nell’Oregon). Il successore di Bhaktivedanta rinunciava
al sannyasa e si sposava una sua devota? E la segretaria di Osho,
molti dicono anche amante, scappava con tutti i soldi della cassa.

Osho quando parlava era una macchinetta infernale inarrestabile (i
suoi scritti possono riempire un'intera biblioteca), oppure taceva per
anni di fila. Prima aveva parlato bene di tutte le religioni, facendo
un discorso sincretico, poi finì per dire che tutte le religioni sono
finte. All’inizio si pose come Guru ed infine negò di avere qualsiasi
discepolo. I suoi seguaci poveretti subirono un bel lavaggio del
cervello e coloro che resistettero –probabilmente- ne uscirono fuori
veramente sanati dalla malattia del divenire e dell’apparire. Non sta
a me giudicare comunque la condizione di questi miei fratelli, sapendo
che ognuno di noi ha il suo destino e le sue pene…

Paolo D’Arpini


Alcuni pensieri di Osho sulla morte

“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi
eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la
nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già
accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto
eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può
prevedere affatto.
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola
certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila
nella sua pienezza.

La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno
di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di
nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando
non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in
grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza. Solo
allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte
suprema.”

“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se
mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai
morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare.
Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni
fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una
cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni
sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei
entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora
nell’assoluta atemporalità.

Non ci sarà morte alcuna. Ιl mio corpo scomparirà, il tuo corpo
scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa
del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto
che tra noi non è accaduto l’amore.”



OSHO
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990

Il cambiamento inizia dal magazzino degli attrezzi usati...

Vorrei ora raccontarvi una storiella,  cerco di essere breve.  



Una volta in una società futuribile in cui tutto era informatizzato e meccanico, un funzionario che si era stufato del solito tran tran  inutile e del vuoto migliorismo funzionale di una società quadrata, chiese di essere trasferito  dal suo livello relativamente alto di attività ad un livello più basso, quello dei lavori manuali. 

Così fu mandato come operaio  addetto alla manutenzione delle strade e lì iniziò per lui una nuova vita, un contatto diretto con le cose che prima non conosceva. La fatica era tanta e non c’erano soddisfazioni o riconoscimenti e spesso i suoi colleghi di lavoro erano  persone che non vedevano più in là del loro naso. 

Egli notò che c’era un grande spreco di mezzi dovuto al fatto che non ci si prendeva dovuta cura degli attrezzi che spesso venivano lasciati sporchi a fine lavoro o sotto la pioggia. 

Nella guardiola dove lui dormiva c’era anche lì un computer, ovviamente era tutta informatizzato, come dicevo prima, ed egli notò che c’era una voce fra le varie nello schema preformato in cui  inviava il riporto giornaliero alla centrale che diceva “suggerimenti”, ovviamente era una voce quasi inutile in quanto nessuno leggeva i suggerimenti di un manovale, ma lui cominciò  scrivere i suoi appunti sullo spreco di mezzi dovuto all’incuria, e siccome ormai era tutto gestito da un computer centrale e gli amministratori ed i politici si basavano su quanto indicato in esso per governare al "meglio" il mondo (una sorta di ”Gallup” proiettivo delle informazioni), quando il computer centrale iniziò a dare indicazioni sulla necessità di prendere dovuto cura degli attrezzi pena la perdita di risorse preziose….. iniziò un processo a catena in cui quello che saggiamente di volta in volta veniva consigliato dal nostro uomo qualunque, passando dal computer centrale,  veniva recepito dal governo mondiale e  le “sagge ragioni” sulla gestione delle risorse divennero pian piano elementi di un congegno per il cambiamento della  società….           
E’ solo una favola? Chissà…..?

Paolo D'Arpini


Lettera virtuale ai silenziosi compagni di viaggio bioregionale....



Dipinto di Franco Farina
Ho notato che talvolta quando si dice qualcosa di vero ed innovativo, su internet, anche confidandolo semplicemente  a qualche amico, come te che leggi,  quella stessa cosa viene ripresa e diventa un argomento di discussione importante…. 

L’uomo in questo ultimo secolo è divenuto il peso più grande per il pianeta  Terra, siamo troppi  ed inquiniamo tremendamente e rubiamo spazio al selvatico. Tutto ciò  è innegabilmente vero, non posso però proporre soluzioni finali e sperare nell’armageddon, come molti illusi fanno, per risolvere il problema  del mantenimento di una civiltà umana degna di questo nome.    Nell’ecologia profonda si indica sempre  la condizione presente come base di partenza per il successivo cambiamento o riparazione….  considero però che questa società non potrà durare a lungo ed è bene che vi siano delle “nicchie” di sopravvivenza, dalle quali ripartire con nuovi paradigmi di civiltà in cui mantenere un equilibrio fra uomo-natura-animali (dice una poesia: o si salvano o si perdono insieme).  
A questi livelli di sopravvivenza “bruta” mi riferisco quando parlo dell’esperimento  bioregionale, dove tutto il male e tutto il possibile bene sono presenti in egual misura. 

Qualsiasi sia il luogo in cui viviamo, in mezzo alla natura ed al selvatico o dentro una città della società consumista. Con la presenza di tutti gli elementi della finzione e della verità, come in ogni esperimento alchemico che si rispetti. Anche se non è il nostro compito quello “di salvare il mondo” sento che è giusto lavorare a questo scopo. Siamo sul filo del rasoio e solo la vita potrà indicarci la direzione, al momento opportuno. L’idealismo non serve a nulla! Non siamo membri di una nuova religione, siamo semplici esseri umani che hanno capito di far parte del tutto... Siamo gli ultimi dei moicani ed i primi precursori, senza regole o comandamenti da rispettare, le nostre decisioni sono semplici aggiustamenti di una navigazione a vista, nel tentativo di individuare vie di uscita dall'enpasse in cui ci troviamo. Infatti a che servono i “principi” nella vita quotidiana, nella sopravvivenza quotidiana del giorno per giorno, salvando il salvabile senza rinunciare alla propria natura?…. 

Mentre l’umanità virtuale è subissata da annotazioni, direttive, informative di ogni genere e tendenze da riempimento del vuoto (come fossimo circondati da tanti animali da compagnia) il silenzio di alcuni compagni di viaggio mi consola, mi fa supporre che forse anch'essi stanno meditando sul da farsi e riflettendo senza pronunciarsi.  Ed anch’io spesso son costretto ad una cernita “censurante”, anche se non amo usare questa parola…. talmente tante sono le informazioni fasulle che ricevo nel continuo bisbiglio telematico.  In effetti il problema di internet è proprio l’eccesso informativo che diventa futilità, per questo mi piace l’idea della lettera non lettera, dell’esserci e non esserci, di trasmettere  pensieri e sentimenti in cui non vi sono “assunzioni”. 

Paolo D'Arpini