Strategie del sionismo prima e dopo le due guerre mondiali



PREFAZIONE AL LIBRO IL PRIMO OLOCAUSTO DI DON HEDDESHEIMER[1]


Di Germar Rudolf (2005)


Come tutti sappiamo, circa sei milioni di ebrei vennero uccisi dalla Germania nazionalsocialista durante la seconda guerra mondiale, o così ci è stato detto. Questo genocidio è oggi generalmente conosciuto come l’Olocausto o la Shoah. Ma come sappiamo che sei milioni di ebrei persero la vita? E da quanto tempo lo sappiamo?

Mentre sembra che si possa rispondere alla prima domanda mediante delle ricerche demografiche sulle perdite ebraiche durante la seconda guerra mondiale, la seconda domanda deve essere rivolta agli storici.

Riguardo alla prima domanda, mentre diversi studiosi hanno cercato di svolgere indagini demografiche sulle perdite della popolazione ebraica durante la seconda guerra mondiale – talvolta con risultati alquanto contrastanti – fu solo nel 1991 che una importante monografia, pubblicata in Germania da una nota casa editrice e firmata da un rinomato gruppo di autori, venne dedicata a questo importante problema. Senza alcuna sorpresa, il risultato di questo massiccio studio demografico confermò quello che tutti sapevano in ogni caso:

Il totale indica un minimo di 5.29 e un massimo di poco più di 6 milioni [di vittime ebree dell’Olocausto].”[2]

E anche se la cifra dei sei milioni è stata definita una cifra altamente “simbolica”,[3] ha ormai raggiunto una dimensione quasi sacrale. E’ chiaro che la massiccia persecuzione, sociale e legale, subita da chiunque in Germania osi dubitare, negare, o confutare la cifra dei sei milioni,[4] ha condizionato come un’invisibile linea guida lo studio suddetto, nonostante l’editore Wolfgang Benz, si sia premurato di far notare che

“lo scopo di questo progetto ovviamente non era di provare alcuna cifra prefissata (“sei milioni”).[5]

Ma considerando che il Sacro Olocausto è senza dubbio il più grande tabù dei nostri tempi, è questa davvero una questione così ovvia?

In un’analisi comparativa dello studio di Benz e di un’importante studio revisionista delle perdite di popolazione ebraica durante la seconda guerra mondiale,[6] avevo fatto notare che il lavoro di Benz ha così tanti difetti logici, metodici e sistematici che il risultato [delle sue ricerche] doveva essere respinto.[7]

Ma se è vero che non disponiamo di uno studio demografico attendibile che mostri senza alcun dubbio che sei milioni di ebrei persero le loro vite durante la seconda guerra mondiale, allora perché siamo messi di fronte alla cifra dei sei milioni? Da dove viene questa cifra? E quando venne diffusa per la prima volta?

Il dr. Joachim Hoffmann è stato il primo storico di fama che si sia interrogato su questa questione. Nel suo studio del 1995 La Guerra di Sterminio di Stalin 1941-1945, egli fece notare che il principale propagandista sovietico, Ilya Ehrenburg, aveva pubblicizzato la cifra dei sei milioni, nella stampa sovietica diretta all’estero, già il 4 Gennaio 1945, vale a dire quattro mesi buoni prima della fine della guerra.[8] A quel tempo, non poteva avere a disposizione alcuna cifra attendibile. Solo un anno più tardi, nel 1996, lo storico inglese David Irving evidenziò che già nel Giugno del 1945, qualche leader sionista affermava di poter fornire il numero preciso delle vittime ebree – sei milioni, ovviamente – anche se il caos che regnava in Europa a quel tempo rendeva impossibile ogni studio demografico.[9]

Gli studiosi revisionisti, d’altro canto, hanno a lungo riflettuto sull’origine della cifra dei sei milioni: la ricerca più famosa e dettagliata è del prof. Arthur Butz nella sua opera memorabile The Hoax of the Twentieth Century [L’Inganno del Ventesimo secolo].[10]Analizzando una grande quantità di articoli del New York Times sulla persecuzione degli ebrei nell’Europa dominata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, Butz trovò diversi articoli che indicano chiaramente che già nel periodo compreso tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, i gruppi di pressione ebrei all’interno degli Stati Uniti stavano già anticipando una perdita totale dai cinque ai sei milioni di ebrei alla fine della guerra. Cito qui brevemente alcuni di questi articoli, ripresi dal libro di Butz:

NYT, 30 Giugno 1942, p. 7:

Un milione di ebrei uccisi dai nazisti, afferma un rapporto.[11]

NYT, 3 Settembre 1942, p. 5:

Un osservatore europeo ha detto che i tedeschi hanno programmato di sterminare gli ebrei non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Egli ha dichiarato che i nazisti hanno ucciso due milioni di ebrei negli ultimi tre anni.[12]

NYT, 13 Dicembre 1942, p. 21:
“[…] Rapporti autenticati fissano a due milioni gli ebrei che sono stati già uccisi con ogni mezzo di satanica barbarie, e parlano di piani per lo sterminio totale di tutti gli ebrei su cui i nazisti possano mettere le mani. Il massacro di un terzo della popolazione ebraica sotto il dominio di Hitler [due milioni è un terzo di sei milioni] e il massacro minacciato di tutti [gli altri] è un olocausto senza confronti.[13]

NYT, 20 Dicembre 1942, p. 23:

Quello che sta succedendo ai 5 milioni di ebrei nell’Europa occupata dalla Germania, dei quali tutti affrontano lo sterminio […].
Ai primi di Dicembre del 1942 il Dipartimento di Stato a Washington ha dato qualche cifra che mostrava che il numero delle vittime ebree deportate e morte dal 1939 nell’Europa controllata dall’Asse ha ora raggiunto la cifra spaventosa di due milioni e che 5 milioni erano in pericolo di sterminio.[14]

NYT, 2 Marzo 1943, pp. 1, 4:

Un’azione immediata da parte delle Nazioni Unite per salvare quanti più sia possibile dei 5 milioni di ebrei minacciati di sterminio […] è stata chiesta ad una dimostrazione di massa […] al Madison Square Garden la notte scorsa.
[…Il rabbino Hertz ha detto che] “è spaventoso il fatto che coloro che proclamano le Quattro Libertà abbiano finora fatto molto poco per garantire almeno la libertà di vivere per 6 milioni dei loro compatrioti ebrei,  soccorrendo prontamente quelli che possono ancora scampare le torture e le carneficine naziste. […]””[15]

NYT, 10 Marzo 1943, p. 12:

Quarantamila persone hanno assistito […] la notte scorsa a due performance di “We Will Never Die”[Noi non moriremo mai], una drammatica commemorazione per i due milioni di ebrei uccisi in Europa. […] Il narratore ha detto che “Non sarà lasciato nessun ebreo in Europa quando la pace verrà. I quattro milioni rimasti devono essere uccisi, secondo i piani.”[16]

NYT, 20 Aprile 1943, p. 11:

Londra, 19 Aprile (Reuter) – Due milioni di ebrei sono stati eliminati da quando i nazisti hanno iniziato la loro marcia in Europa nel 1939 e 5 milioni sono in immediato pericolo di sterminio. Queste cifre sono state rivelate nel sesto rapporto sulle condizioni dei territori occupati pubblicato dal Comitato Inter-alleato per le Informazioni.

Perciò, Butz conclude nel suo libro:

Un altro punto che va qui evidenziato […] è che la cifra dei sei milioni ha a quanto pare la propria origine nella propaganda del 1942-1943.[17]

Butz mostra anche che all’origine di questi articoli troviamo gruppi di pressione ebraici come il Congresso Ebraico Mondiale  e il Congresso Ebraico Americano. All’inizio, le loro proteste non venivano prese sul serio a Washington, fino a quando Henry Morgenthau, del Dipartimento del Tesoro, riuscì a ridurre l’influenza del Dipartimento di Stato sulla politica ufficiale degli Stati Uniti.[18]

Ma persino la lungimirante digressione di Butz era ancora un po’ limitata. Per cominciare risaliamo ancora più indietro nel tempo di sei anni. Il 25 Novembre 1936, Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale, testimoniò davanti alla Commissione Peel, che venne formata come reazione agli scontri violenti tra ebrei e arabi in Palestina e che decise infine di dividere la Palestina in due stati, uno ebraico e l’altro arabo. Nel suo discorso, Weizmann disse:

Non è esagerato dire che sei milioni di ebrei sono condannati ad essere imprigionati in questa parte del mondo, dove essi sono indesiderati, e per i quali le nazioni sono divise in quelle, dove sono indesiderati, e quelle, dove non sono ammessi.[19]

Che questo riferimento di Weizmann a sei milioni di ebrei minacciati e/o sofferenti non sia un’eccezione né assolutamente il più remoto riferimento a questa cifra, è ora dimostrato da Don Heddesheimer. Egli ha riunito una gran quantità di materiale che indica che la propaganda scatenata dalle organizzazioni sioniste durante la seconda guerra mondiale non era senza precedenti. In realtà si tratta di una mera ripetizione – o dovremmo dire continuazione? – della propaganda che si intensificò durante la prima guerra mondiale (!) e che raggiunse il suo primo culmine negli anni venti. Già allora, le cifre dei cinque o sei milioni di ebrei minacciati di morte vennero largamente pubblicizzate come mezzo per raggiungere un fine: vale a dire il supporto incondizionato degli obbiettivi politici ebraici e sionisti.[20] Facendo un passo ulteriore, Heddesheimer ha trovato persino una fonte datata 1900 che sosteneva che sei milioni di ebrei sofferenti erano un buon argomento per il Sionismo (vedi pagina 40).

In questa prefazione, ho citato diversi articoli del New York Times degli anni 1942 e 1943, perché mi piacerebbe che il lettore, dopo aver letto questo libro, tornasse a quelle pagine e leggesse di nuovo quegli estratti. Egli sarà così colpito dalla somiglianza del tema. Ma egli noterà anche una differenza:

Durante la seconda guerra mondiale, i gruppi di pressione sionisti trovarono per la loro propaganda un bersaglio molto comodo nella Germania nazionalsocialista, le cui politiche estremamente anti-ebraiche incoraggiavano la credibilità di ogni sorta di accusa.

Prima, durante, e immediatamente dopo la prima guerra mondiale, tuttavia, la situazione era più complessa. Come mostra Heddesheimer, il bersaglio più importante degli attacchi polemici negli anni precedenti la prima guerra mondiale era la Russia zarista, a causa delle sue politiche nei confronti degli ebrei, politiche che molti sionisti consideravano anti-ebraiche. Dopo che la sconfitta della Russia zarista divenne evidente, negli anni 1916-1917, la propaganda sionista rivolse il suo obbiettivo contro la Germania (vedi la pagina 38 del libro), il cui alleato, l’Impero Ottomano, doveva essere sconfitto per “liberare” la Palestina in favore dei piani sionisti (e naturalmente per tutelare i miliardi di dollari prestati agli inglesi e ai francesi). Queste accuse propagandistiche contro la Germania, comunque, cessarono alla fine della guerra, perché la Germania, in quegli anni, era decisa a difendere sé stessa contro certe falsità.

Dopo la fine della prima guerra mondiale, quando le aspettative sioniste sulla Palestina rimasero temporaneamente deluse, ma nuove speranze erano sorte grazie all’esperimento sovietico in Russia, nessun paese particolare venne inizialmente preso di mira, anche se c’era un bersaglio che si poteva considerare perfetto: la Polonia.

Tra la prima guerra mondiale e la seconda, la Polonia era una dittatura militare che realizzò una politica di “pressione etnica”: tutte le minoranze non polacche vennero sottoposte a discriminazioni e a vari gradi di persecuzione, con l’intento di “convincerle” ad emigrare (in modo molto simile a quello che Israele fa oggi in Palestina contro i non ebrei). Gli ebrei in Polonia non erano esenti da questo trattamento. E’ un dato di fatto che l’anti-giudaismo polacco, sia a livello ufficiale che informale, era così massiccio che molti ebrei polacchi preferirono vivere in Germania, persino durante il terzo Reich e fino alla fine del 1938, piuttosto che rimanere nella loro terra nativa.

Perciò, esisteva un buon appiglio per attaccare massicciamente la Polonia per la sua condotta rabbiosamente anti-ebraica, come esistevano motivi per attaccare la Germania dopo che Adolf Hitler ascese al potere e pian piano realizzò una politica sempre più paragonabile a quella già perseguita dalla Polonia.

Sebbene si possa mostrare come il New York Times accusasse in molti articoli la Polonia di persecuzione anti-ebraica – mentre lo stesso giornale rimase sostanzialmente silenzioso riguardo a persecuzioni analoghe patite da Tedeschi, Lituani, Ruteni, Ucraini e Slovacchi residenti in Polonia – Heddesheimer non si concentra su questo aspetto, perché il suo libro non riguarda la sofferenza e la persecuzione degli ebrei nell’Europa orientale, ma la propaganda e la raccolta di fondi a New York. Desidero perciò attirare l’attenzione del lettore su alcuni esempi degli articoli del New York Times riguardanti la persecuzione anti-ebraica in Polonia.

Già nel 1919, apparve sul New York Times un resoconto dei presunti pogrom anti-ebraici in Polonia, ma con una connotazione decisamente ironica, poiché la veridicità di tali resoconti veniva messa in dubbio:

“E’ stato fatto notare che alcuni di questi resoconti potrebbero essere stati ideati da propagandisti tedeschi o potrebbero essere stati da loro esagerati con l’ovvio scopo di screditare la Polonia agli occhi degli Alleati, nella speranza che la Germania possa esserne in tal modo la beneficiaria. La Germania potrebbe aver collaborato alla diffusione di queste storie, o potrebbe averle inventate, sebbene sarebbe un inganno crudele stringere i cuori di grandi moltitudini di persone per raggiungere tale scopo […][21]

False notizie sulla sofferenza ebraica sarebbero davvero crudeli, ed è sicuramente divertente leggerlo per bocca del diretto interessato. E’ preoccupante tuttavia, quando tali voci vengono attribuite in modo infondato, come in questo caso, nel quale il New York Times a quanto pare non reprime il proprio pregiudizio nel vedere la “perfida Germania” dietro ogni cosa.

In alcuni articoli degli anni ’20 riguardanti le sofferenze dell’ebraismo polacco, queste avversità furono descritte come il risultato della generale sofferenza economica in Polonia dopo la prima guerra mondiale, piuttosto che come il risultato di una specifica politica anti-ebraica.[22] Altri, in particolare durante gli anni ’30 quando le politiche polacche diventarono più repressive, riferirono di persecuzioni anti-ebraiche, provocando la protesta pubblica del dr. Joseph Tenenbaum, il presidente dell’American Jewish Congress [Congresso Ebraico Americano].[23] Questo fatto, tuttavia, venne anche accompagnato da alcune dicerie drammaticamente esagerate riguardanti la sofferenza degli ebrei:

Il popolo ebreo in tutto il mondo affronta una guerra di estinzione, il dr. Tenenbaum ha dichiarato in un discorso […]”[24]

Questo avvenne grosso modo un anno prima che Hitler venisse eletto Cancelliere in Germania!

Anche se le politiche polacche contro le minoranze in generale e anti-ebraiche in particolare (che iniziarono proprio nel 1918/19) rendevano la Polonia un obbiettivo perfetto per il biasimo, questo aspetto della storia polacca è oggi quasi dimenticato.

Da quello che oggi sappiamo, le più grandi atrocità nel periodo tra le due guerre mondiali ebbero luogo in Unione Sovietica, così ci si aspetterebbe che le organizzazioni sioniste avessero chiamato in causa il Terrore Comunista come una delle ragioni principali delle pretese sofferenze degli ebrei. Ma non fu così fino a diverso tempo dopo. La ragione di tale comportamento può essere dedotta da un esempio, che getta vivida luce su come il New York Times considerasse la situazione degli ebrei in Unione Sovietica. Verso la fine del 1922, questo giornale riferì che c’erano delle manifestazioni di ostilità verso gli ebrei in Ucraina, ma tali manifestazioni vennero violentemente represse con l’ausilio di un’armata, composta da ebrei, di 500.000 soldati – un’armata che avrebbe potuto formarsi e operare solo con il consenso delle autorità del nuovo stato sovietico.[25] In altre parole: considerato il terrore esercitato sulla popolazione civile della primitiva Unione Sovietica in generale e dell’Ucraina in particolare da parte delle autorità sovietiche, bisogna supporre che quest’armata ebraica costituisse un importante fattore di terrore piuttosto che un rimedio contro di esso. E il New York Times descrive questa parte essenziale del Terrore Comunista come una forma eroica e giustificata di auto-difesa ebraica. Questo atteggiamento può essere compreso se si tiene presente che molti ebrei sionisti guardavano all’Unione Sovietica come ad un esperimento di una nazione a guida ebraica libera dall’anti-giudaismo.

Un altro aspetto di questa storia è quello di seguire la traccia del denaro ottenuto in queste campagne di raccolta fondi. Nel quinto capitolo, Heddesheimer affronta questa questione. La letteratura da lui citata mostra che le organizzazioni ebraiche usarono una parte del denaro per assistere i loro confratelli in Polonia. Ma il lato odioso della faccenda è che, come Heddesheimer accenna nel quinto capitolo, esso servì a sostenere anche la rivoluzione comunista in Russia, o in altre parole: a finanziare volenti o nolenti l’olocausto ebraico-sovietico contro i cristiani in Russia, in Ucraina, e negli altri stati sovietici.

A differenza di questa, la seconda campagna sionista di raccolta fondi su vasta scala – quella organizzata durante la seconda guerra mondiale – fu dedicata alla creazione dello stato di Israele, e tale campagna non è mai terminata. Prima di tutto perché Israele ha continuo bisogno di un sostegno massiccio (mentre l’Unione Sovietica non ricevette più certi aiuti quando venne de-giudaizzata sotto Stalin) e secondariamente perché la Germania crollò completamente alla fine della guerra e non le venne mai permesso di difendersi contro le dicerie della propaganda sionista; al contrario: è punibile per legge in Germania e in molti altri paesi europei sfidare queste dicerie.

Nel suo ultimo capitolo, Heddesheimer indaga brevemente se le dicerie sulle eccezionali sofferenze ebraiche da parte dei gruppi di pressioni sionisti tra gli anni ’10 e gli anni ’20 fossero fondate oppure no. Soffrirono gli ebrei nell’Europa centrale e orientale più della popolazione ordinaria di quei paesi che erano crollati alla fine della prima guerra mondiale? Davvero c’era un olocausto in corso negli anni tra il 1915 e il 1927? Utilizzando statistiche della popolazione ebraica dell’epoca, Heddesheimer brevemente fa notare che la popolazione ebraica mondiale crebbe in modo molto più veloce, durante e poco dopo la prima guerra mondiale, che altri gruppi etnici e/o religiosi che vivevano negli stessi paesi.

Questo dovrebbe essere sufficiente a rispondere alle questioni suddette.

Si può anche facilmente arguire che se le dicerie riguardanti questo “primo” olocausto fossero vere, esse dominerebbero i nostri libri di storia come l’Olocausto della seconda guerra mondiale. Ma poiché sono assenti, possiamo giustamente presumere che tale propaganda fosse falsa.

Per chiudere la mia prefazione, mi piacerebbe menzionare brevemente le modalità delle presunte sofferenze ebraiche nelle affermazioni propagandistiche di entrambi gli olocausti. Mentre la semplice povertà venne additata principalmente come causa del  primo olocausto (inventato), lo sterminio per mezzo di camere a gas ed esecuzioni di massa sono le modalità presunte durante il Secondo Olocausto, quello “reale”.

Anche se le dicerie sulle camere a gas non erano parte del modello propagandistico degli anni ’10 e ’20, esiste un’eccezione abbastanza nota, che venne pubblicata dal londinese Daily Telegraph il 22 Marzo del 1916, a p. 7:

ATROCITA’ IN SERBIA
700.000 VITTIME

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

ROME, Lunedì (6:45 pomeridiane)
I Governi Alleati hanno trovato prove e documenti, che saranno pubblicati tra breve, comprovanti che l’Austria e la Bulgaria si sono rese colpevoli di crimini orribili in Serbia, dove i massacri commessi furono peggiori di quelli perpetrati dalla Turchia in Armenia.

[…]Donne, bambini, e anziani vennero rinchiusi nelle chiese dagli austriaci e trafitti con le baionette o soffocati per mezzo di gas asfissiante. In una chiesa di Belgrado vennero asfissiati in questo modo 3000 donne, bambini e uomini anziani. […]

Naturalmente, nessuno storico afferma oggi che gli austriaci o i loro alleati abbiano mai commesso stermini con il gas in Serbia durante la prima guerra mondiale. Questa non era nient’altro che propaganda nera messa in circolazione dal governo britannico e avidamente diffusa dai media britannici.

Ma confrontiamo questo con un articolo che apparve nello stesso Daily Telegraph il 25 Giugno del 1942, a p. 5, vale a dire cinque giorni prima che il New York Times – di proprietà ebraica – riferisse per la prima volta di un presunto sterminio di ebrei nell’Europa controllata dai Tedeschi:

I TEDESCHI UCCIDONO 700.000 EBREI IN POLONIA IN CAMERE A GAS MOBILI

IL REPORTER DEL DAILY TELEGRAPH

Più di 700.000 ebrei polacchi sono stati massacrati dai tedeschi nel più grande massacro della storia. […]

Questa volta, tuttavia, tutti sappiamo che queste dicerie erano vere, non è vero? Ed è anche vero che alla fine del 20° secolo nessuno accuserebbe seriamente alcuna nazione al mondo di aver costruito camere a gas e fornito Zyklon B per uccidere tutti gli ebrei, e quindi che gli ebrei starebbero per affrontare una volta di più un altro olocausto, un’estinzione di milioni. Dopo tutto, questo era qualcosa di unicamente tedesco e nazista, che non può succedere di nuovo, giusto?

Se pensate che sia ovvio che nessuno possa fare affermazioni così indegne, devo darvi un’altra lezione abbastanza sbalorditiva: lasciatemi portare solo due esempi da una guerra che ha avuto luogo quasi 50 anni dopo l’inizio della propaganda del secondo olocausto, e cioè nel 1991. Riguarda la prima guerra dell’America contro l’Iraq, per cacciare le truppe irachene fuori dal Kuwait. Il giornale di New York Jewish Press, che si definiva allora “Il più grande settimanale anglo-ebraico indipendente”, scriveva nella sua pagina di testa il 21 Febbraio 1991:

GLI IRACHENI HANNO CAMERE A GAS PER TUTTI GLI EBREI

Oppure prendete l’annuncio di copertina del volume 12, numero 1 (primavera 1991) del Response, un periodico pubblicato dal Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles e distribuito in 381.065 copie:

I TEDESCHI PRODUCONO ZYKLON B IN IRAQ

(La camera a gas di fabbricazione tedesca dell’Iraq)

Se non ci credete consultate l’appendice, p. 136, del libro di Heddesheimer, per la riproduzione dei documenti suddetti.

Spero che afferriate l’idea di questo libro: 1900, 1916, 1926, 1936, 1942, 1991…

Nel 1991 era tutto inventato, certamente, come lo furono le dicerie successive, prima della seconda guerra americana contro l’Iraq nel 2003, che l’Iraq possedeva o stava per possedere armi di distruzione di massa – sebbene in questo caso lo Zyklon B non fosse menzionato. Ma come il rinomato giornale israeliano Ha’aretz  proclamò orgogliosamente:

La guerra in Iraq venne ideata da 25 intellettuali neo-conservatori, la maggior parte dei quali ebrei, che stanno spingendo il presidente Bush a cambiare il corso della storia.” [26]

Perché, come tutti sappiamo, gli ebrei in Israele meritano una protezione preventiva dallo sterminio con armi di distruzione di massa – che si tratti di Zyklon B oppure no, inventate oppure no.

Così forse è possibile che non proprio tutte le dicerie riferite agli eventi accaduti tra il 1941 e il 1945 siano completamente vere? Forse c’è una possibilità dopo tutto che le cose siano state falsate, distorte, esagerate, inventate? Forse…

Se il lettore a questo punto ha aperto la sua mente a questa possibilità, posso solo invitarlo a leggere gli argomenti di coloro che asseriscono che molte cose sull’”Olocausto” [quello “reale”] sono state falsate, distorte, esagerate, e inventate. Se il libro di Heddesheimer è per voi una rivelazione, come io penso sarà, allora posso solo invitarvi a leggere rivelazioni anche più stimolanti, sulle quali potrete aver notizia sul retro di questo libro.

Ritengo che il libro di Don Heddesheimer sia un contributo molto importante alla nostra comprensione delle origini delle dicerie sull’Olocausto Ebraico dei tempi moderni. Queste dicerie non sono primariamente né anglosassoni né comunistico-sovietiche. Le nazioni vittoriose della seconda guerra mondiale sicuramente afferrarono l’opportunità di trarre vantaggio da tale propaganda e di accrescere la sua portata e il suo impatto. Ma le affermazioni propagandistiche originali sono di natura ebraico-sionista e sono parte di un modello propagandistico che iniziò all’alba del 20° secolo. E da allora esse sono cresciute di intensità a causa del loro successo politico e della mancanza di resistenza.

Questo libro dovrebbe anche ricordarci il semplice fatto che la verità è sempre la prima vittima di ogni guerra. E’ sorprendente che così tante persone rifiutino ciò, quando si viene a trattare della guerra più atroce mai combattuta, durante e ancor più dopo la quale la verità è stata violentata e uccisa più spesso che in qualunque altro avvenimento nella storia del genere umano: la seconda guerra mondiale. Non è perciò probabile che ci siano state e che ci vengano dette molte più menzogne su questa guerra che su tutte le altre guerre, quando tutti sappiamo che il nostro governo [gli Stati Uniti] ha mentito: sulla prima guerra mondiale, sulla Corea, sul Vietnam, e sulle guerre contro l’Iraq?

Il libro in inglese di Don Heddesheimer è scaricabile qui: 



[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale può essere consultato in rete all’indirizzo:
Il testo originale del libro di Don Heddesheimer prefato da Rudolf può essere consultato in rete all’indirizzo: http://vho.org/dl/ENG/tfh.pdf
[2] W. Benz (editore), Dimension des Volkermords, Munich: Oldenbourg, 1991, p. 17.
[3] Lo storico tedesco “sterminazionista” Martin Broszat dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco si espresse in tal modo mentre deponeva come perito davanti alla corte del processo di Francoforte, 3 Maggio 1979, riferimento Js 12 828/78 919 Ls.
[4] Su questo argomento, vedi il mio studio Discovering Absurdistan, in The Revisionist 1 (2), 2003, pp. 203-219.
[5] W. Benz, op. cit., p. 20.
[6] Walter N. Sanning, The Dissolution of the Eastern European Jewry, Newport Beach, CA: Institute for Historical Review, 1983.
[7] Holocaust Victims: A Statistical Analysis. W. Benz and W. N. Sanning – A Comparison, in Germar Rudolf (editore), Dissecting the Holocaust, seconda edizione, Chicago: Theses & Dissertation Press, 2003, pp. 181-213 [disponibile in rete all’indirizzo:http://www.vho.org/GB/Books/dth/fndstats.html ] .
[8] Stalins Vernichtungskrieg 1941-1945, Munich: Verlag fur Wehrwissenschaften, 1995, p. 160.
[9] David Irving, Nuremberg. The Last Battle, London: Focal Point, 1996, p. 61.
[10] Brighton: Historical Review Press, 1976. Tutte le citazioni seguenti sono tratte dalla terza edizione, Chicago, IL: Theses & Dissertations Press, 2003.
[11] Ibidem, p. 98.
[12] Ibidem, p. 99.
[13] Ibidem, p. 100.
[14] Ibidem, p. 101.
[15] Ibidem, p. 103. Questo è lo stesso rabbino Hertz che già nel 1922 parlava di “un milione di esseri umani […] massacrati” durante i pogrom in Ucraina, New York Times, 9 Gennaio 1922, p. 19; vedi a p. 54 e a p. 117 del libro di Heddesheimer.
[16] Ibidem, p. 104.
[17] Ibidem, p. 105.
[18] Vedi il capitolo di Butz “The First “Extermination” Claims and Washington” [Le prime proteste sullo “sterminio” e Washington], che inizia a p. 81 del suo libro.
[19] Ritradotto dall’introduzione di Walter A. Berendsohn a Thomas Mann, Sieben Manifeste zur judischen Frage, Darmstadt: Jos. Melzer Verlag, 1966, p. 18. Sono grato a Robert Countess per avermi fornito questa citazione.
[20] Don Heddesheimer ha pubblicato un primo articolo, più breve, su questo argomento: Holocaust Number One – Fundraising and Propaganda [Olocausto numero uno – raccolta di fondi e propaganda], in The Barnes Review, 3 (2), 1997, pp. 19-24.
[21] “Pogroms in Poland”, New York Times, 23 Maggio 1919, p.12.
[22] “Jews of Poland Again Face Period of Want”, New York Times Sunday Magazine, 28 Maggio 1926, p. 8.
[23] Tenenbaum quits Polish Group Here. Charges Anti-Semitic Policy Abroad in Resigning as Head of Good-Will Committee”, New York Times, 20 Novembre 1931, p. 26.
[24] “Racial Bias Viewed as Threat top Peace”, New York Times, 22 Febbraio 1932, p. 20.
[25] “South Russian Jews Raise Strong Army”, New York Times, 20 Dicembre 1922. E’ possibile che questa asserzione sia esagerata, sebbene è molto probabile che gli ebrei si arruolassero nelle forze armate della primitiva Unione Sovietica più volentieri dei non ebrei.
[26] Ari Shavit, “White man’s burden”, Ha’aretz, 7 Aprile 2003; www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=280279; vedi anche Stephen J. Sniegoski, “War on Iraq: Conceived in Israel”, The Revisionist, 1 (3) (2003), pp. 285-298.



L'olocausto come simbolo coagulante della nuova identità giudaica



la creazione di un Nuovo Ghetto psico­lo­gico a somi­glianza del­l’antico, cercato/ac­cet­tato per le stesse ragio­ni, che si prolunga nella paranoica visione dell’«in­giusto assedio» degli eletti da parte di ogni popolo non-ebraico, in quella «psicosi del conflitto con gli arabi e col mondo inte­ro, che ormai fa parte del nostro DNA» (lo scrittore A.B. Yehoshua).
Al pari dell’U­ni­ca Sof­feren­za, anche «this fear, this existential insecurity, is authentic and it sets Jews apart, questa paura, questa insicu­rezza esistenzia­le, è autentica e differenzia gli ebrei dagli altri popoli», l’ebreo ateo Michael Willig commenta a Joshua Halberstam. «La souffrance comme identité», così la «francese» Esther Benbassa titola il suo più recente saggio (Fayard, 2007). Ben s’addicono quindi a tale aspetto le considerazioni svolte, ovviamente per altro conte­sto, dallo storico «italiano» Roberto G. Salvadori (I): «Non mi pare ci siano dubbi: nell’e­tà del ghetto la garanzia dell’identità ebraica sta nel forte legame con la religione avita. Il rituale riempie totalmente la vita della comunità e dei singoli,anche di quelli non credenti (ammesso e non concesso che, in quel periodo, ne esistano­). 

Ancora oggi, in una certa tradizione reli­giosa ebraica ortodossa l’età del ghetto viene vista, sì, come estremamente dolorosa, ma anche come contrassegnata da una grande purezza, per la quale si nutrono sentimenti di ammirazione e di nostalgia. Il ghetto è durato tanto a lungo e ha avuto una tale incidenza che si è interiorizzato. Da allora quasi ogni ebreo porta con sé la sua prigione».

Ritorna perciò la penetrante analisi di Pellicani (II) sulla miseria intel­lettuale / morale / caratteria­le del marxismo: «Ma la malafede è diversa dal cinismo. Essa non consiste affatto nell’in­gannare sciente­mente gli altri, bensì nell’ingannare se stessi. La malafede, prima di essere inganno, è autoinganno [...] La malafe­de, quindi, è una tecnica di rimozione, grazie alla quale il soggetto protegge ciò di cui ha bisogno per continuare a stimare se stesso e per eliminare quella che Leon Festlin­ger ha chiamato la “disso­nanza cogniti­va” [...] Non è azzardato quindi dire che dietro la malafede si può trovare un vero e proprio dramma esi­sten­ziale, che non si trasfor­ma in tragedia precisa­mente perché grazie alla malafede il protagonista del dramma può coltivare certe “illusioni vitali” su di sé e sul mondo. Può accadere così che quando l’orro­re di fronte alla vita e alla morte invade l’esistenza di un indivi­duo, questi cerchi di bloccare con tutti i mezzi l’ango­scia ontologi­ca che lo assale e che, per fare ciò, sia anche disposto a trasfor­marsi in un produttore e/o un consumatore di illusioni. Queste diventano per lui l’unica àncora di salvezza: da esse dipen­dono la sua stabilità psichica e persino la sconfitta della tentazione di porre fine alla sua esistenza. Perciò deve proteggerle a tutti i costi e con tutti i mezzi».

«L’identità ebraica, in misura minore quella israeliana» – scrive poi specificamen­te Wolffsohn – «viene determinata essen­zialmente dall’Olo­causto presso tutti gli esse­ri umani nati dopo [il 1945], anche e soprattut­to per gli ebrei nati dopo. In un mondo sempre più irreli­gio­so il giudaismo non defini­sce più, per la maggioranza degli ebrei, l’identità ebraica; a coniare la loro identità è la storia, la storia dolorosa del loro popolo, soprattutto dell’Olocau­sto. Per rigiudaizzare attraverso la storia ebraica la propria identità religio­sa degiudaizzata, essi devono addirittura aggrapparsi all’Olo­causto [sie müssen sich an den Holocaust geradezu klam­mern]».

Concetto espresso anche da Leon Wieseltier (che riporta l’affer­mazione di un grande finanziatore del Simon Wiesenthal Center: «Isra­e­le, l’educazione giudaica e tutte le altre ben note parole d’ordine [ebraiche] non sem­brano più funzionare per stimolare gli ebrei ad essere solidali fra loro. Funziona solo l’Olocausto»), dal goy Alessio Altichieri (che concorda con Cesare Segre sul­la centra­lità, per l’ebraismo, del «senso di una storia comune di sofferenze») e da Jack Werthei­mer, docente di Storia Ebraica allo Jewish Theologi­cal Semi­nary of America, per il quale «l’Olocausto conferi­sce forma tragica all’eroi­smo degli ebrei, che hanno pagato il prezzo più alto per mante­nere il loro specifico modo di essere [the Holocaust dramatizes the heroism of Jews who paid the ultimate price for maintaining their distinctive ways]» e dal big boss Vittorio Dan Segre (IV), critico contro «quelle minoranze, spes­so fanatiche, che per il manteni­mento dell’identità ebraica curano la costante presenza di un nemico esterno».

Nulla quindi di che stupirsi dello squilibrato grido à la Matas, di Robert Wistrich, docente di Storia Ebraica all’Università di Gerusalemme, in chiusura della voce «Negazio­nismo» nel Dizionario dell’Olocausto:

«Dal punto di vista ebraico, la negazione dell’Olocausto è considerata come una forma particolar­mente perversa di incitamento all’odio – come l’aspetto più aggiornato di giustificazione razionale dell’odio contro gli ebrei, a stento celato sotto la maschera della revisione storica. Non per nulla i negazionisti sono stati chia­mati assassini della memoria, settari autori di una sorta di genocidio simbolico [sic] contro il popolo ebreo. Dietro questo attacco senza vergogna alla memo­ria degli ebrei, tuttavia, vi è una negazione ancora più grave delle premesse fondamentali di una società fondata sulla ragione, un appiattimento di tutti i valori e una distruzione della realtà storica».
Ancora più chiaro, intervistato dal confrère Errol Morris nel docu­menta­rio Mr. Death – The Rise and Fall of Fred A. Leuchter Jr., “Mister Morte – Ascesa e caduta di Fred A. Leuchter Jr.” (il tecnico delle gasazioni giudizia­rie america­ne, autore della prima perizia scientifica sulla chimica delle «camere a gas» di Ausch­witz), presentato nel gennaio 1999 al Sundance Film Festival di Park City, Utah, lo sterminazio­nista van Pelt: «Se si dimostrasse che i revisionisti dell’Olo­causto hanno ragioneperde­remmo la percezione che abbiamo della Seconda Guerra Mon­diale, perderemmo la per­ce­zio­ne che ab­bia­mo della democra­zia. La Secon­da Guerra Mondiale fu una guerra mora­le, una guerra tra il Bene e il Male. Se da questo quadro rimuo­vessimo il punto nodale della guerra, il nocciolo che risponde al nome diAusch­witz, allora ogni altra cosa ci diverrebbe incomprensi­bileFinirem­mo tutti in manicomio» (01:23:30, tempo in minuti, secondi e inquadra­tura).

Altrettanto quasi incredibile – due anni prima su Weltwoche 30 gen­naio 1997 – il detto Avraham Burg: «Nehmen wir an, daß eines Tages Frieden herrscht; dann wer­den sich Juden und Israelis fragen müssen: Können wir als Juden ohne den Feind überleben? Können wir überleben ohne einen Hitler, der für uns defi­niert, wer wir sind?Supponiamo che un giorno regni la pace; ebrei e israeliani dovranno chiedersi: Possiamo sopravvi­ve­re, come ebrei, senza il nemico? Possiamo sopravvi­vere senza un Hitler che definisca, per noi, chi noi siamo?».

«L’idea di “popolo eletto”, che in apparenza è perentoria» – scrive l’«itali­co» ex sessantot­ti­no Stefano Levi Della Torre – «invece è tremula e costitu­ti­va­mente senza fondamen­to [...] Martin Buber ha osservato che gli ebrei sono il grup­po umano a cui è richie­sto più insistentemente di definirsi e di giustifi­care la propria esistenza. È una richiesta che però non viene solo dall’e­sterno, ma anche dall’interno (io stesso sto cercando di rispondere a una tale doman­da). È curioso che una delle i­dentità col­letti­ve più antiche abbia una zona indefinibile nel suo centro. Questo punto indecifra­bile si potrebbe forse riassu­mere così: un cuore antico che si fonda sul fu­turo. Dalla Torah scritta e orale si potrebbe dedurre che gli ebrei più che un popolo sono la pro­messa di un popolo 

[...] L’”elezione” è dunque “necessa­ria” in quanto implica una missione universale; e il sentirsi necessari, e perciò insostitui­bili ed esclusivi, è un fattore potente dell’ostina­zione a vivere e durare».

Come «apartness was the price of uniqueness, la separatezza fu il prezzo dell’unicità» (Rabbi W. Gunther Plaut) e come «la soffe­renza è dunque la chiave del necessario bi­polarismo che ha per­mes­so a Israele di scoprire la propria identità e di disidentifi­car­si dall’Egitto» (Rabbi Adin Steinsaltz) e cioè da tutti portatori del Male (il più grande e recente dei quali è stato il «nazismo»), così l’Unicità viene oggi conferita dalla Sofferenza Somma, dal­l’Evento Imparagona­bile: «Unique suffering confers unique entitle­ment, Una sofferenza unica conferisce una facoltà e un diritto unici [...]

Non la sofferen­za degli ebrei, ma il fatto che ebrei soffrirono è ciò che rese unico l’Olocau­sto.

Detto altri­menti: l’Olocausto è speciale perché gli ebrei sono speciali» (Fin­kelstein), per cui la pretesa all’Uni­cità Olocaustica non è che «a distaste­ful secular version of chosenness, una sgradevole versione secolarizzata del­l’e­le­zione» (il detto Schorsch, presiden­te dello Jewish Theologi­cal Seminary). «Togliere il pri­vilegio [sic] della male­di­zio­ne» – completa il top-giornalista «francese» Jean Daniel  Bensaïd, 61  ricalcando il concetto di «orgoglio dello sterminio» giustamente fustigato dal revisioni­sta omeopatico Ernst Nolte (II) – «significa an­che to­gliere quello dell’elezione».

      Integrationsfunktion, «funzione integrativa», definisce Wolff­sohn tale mag­giore e conclusiva valen­za, quella stessa che ha fatto notare nel Seicento a Baruch Spinoza come sia stato proprio l’odio delle genti ciò che ha impedito il dissolvimento degli ebrei nella diaspora, quella stessa che ha fatto apprezzare nel 1895 a Theodor Herzl il sen­so educativo del­l’«an­ti­semiti­smo», fenomeno funzio­nale alla forti­fi­cazio­ne del gruppo ebraico e non viatico alla sua dissoluzione: «Io lo considero un movimen­to uti­le per il caratte­re degli ebrei [...] Soltanto le avversità hanno il potere di educa­re».

Storicamente, aggiunge MacDonald (II), l’ostilità antiebraica è sempre stata «un poten­te strumento per ottenere il ricompatta­mento del gruppo e legittimare la continuità del giudaismo. I capi dell’e­braismo sono stati sempre ben consci di tale funzione dell’antise­miti­smo. Ad esempio, nel 1929, il dottor Kurt Fleischer, capo del­l’ala liberale della comunità ebraica berline­se, asserì che “l’antise­mitismo è il flagello che Dio ci ha mandato per guidarci compatti e saldarci tra noi”. I capi religiosi dell’ebraismo hanno dunque amplificato o perlomeno fortemente enfatizzato le dimen­sioni del­l’antise­mitismo per rinfor­za­re la solidarietà del gruppo [have also exaggerated or at least strongly emphasized the extent of anti-Semitism in order to reinforce group solidarity].
“La ADL, al pari del losangelino Simon Wiesenthal Cen­ter, ha costruito il suo appello al finanzia­mento sull’abilità di raffigurare gli ebrei come circondati da nemici sempre sul punto di lanciare minacciose campagne antise­mite. La ADL ha uno staff professionale per ampli­ficare i pericoli, e talora lascia che nel mondo ebraico persistano pregiudizi razziali o politici al fine di influenza­re su come esso rappresenterà i potenziali pericoli” (Michael Lerner, direttore di Tikkun).
La coscienza religiosa ebraica s’incentra per considere­vole ampiez­za sulla memoria della persecu­zione. La per­secuzio­ne è un tema centrale di solennità come la Pasqua, Chanuk­kah, Purim e lo Yom Kippur [...] Lo storico [«inglese»] sir Louis B. Namier si è spinto talmente lontano da affermare che non ci fu mai una storia ebraica, ma “solo un marti­rologio ebraico”. Quando l’eminente sociologo Michael Walzer afferma che “mi insegnarono la storia ebraica come un lungo racconto di esilio e persecu­zio­ne… la storia dell’Olo­causto si legge a ritroso”, egli sta esprimen­do non solo la percezione che della propria storia ha la massima parte degli ebrei, ma anche rappre­sentan­do una potente tendenza della storiografia accademica ebraica, la cosiddetta tradizione “lacri­mevole” della storiografia ebraica. Negli ultimi anni, l’Olocausto ha assunto un ruolo primario in questa autoconcettualizzazione».

Nulla allo­ra di che stupirsi se gli ebrei – eterni capri espiatori, eterni innocenti, eterni Servi Sofferenti dell’Altissimo – che ante­pongono la Fanta­smatica Olocaustica e la realtà di Israele alle favole dell’Eso­do e del confe­ri­mento del­la Torah tocchino l’83%, cinque volte più numerosi di coloro che so­sten­gono il contra­rio. Nulla ancora di che stupirsi delle rivoluzionarie opi­nio­ni dell’orto­dosso Marvin Hier (­iperatti­vo nel marzo 1993 a rampognare il progetto di beatificazio­ne di Pio XII, da lui defi­ni­to «il Papa del silenzio» per non avere mai ac­cennato alla Shoah): «The Holo­caust is a tragedy most Jews can relate to, while kee­ping kosher or obser­ving [the Sabbathis alien, L’Olo­causto è una tragedia che può unire quasi tutti gli ebrei, mentre mangiare kasher od osservare il Sabato è straniero/margina­le».

Parimenti su spon­da «laica» ammonisce Max Lerner, co­lumnist del Wa­shin­gton Times i cui articoli vengono ripresi da decine di quotidiani: «Quello che è avvenuto è che il significato dell’Olo­cau­sto è oggi la principale forza unificatri­ce degli ebrei, di qualunque nazio­na­lità siano – ebrei osservanti o no, sioni­sti o no, filo-israeliani o no. Chi tocca l’Olocau­sto, tocca tutti costoro. Volenti o nolenti essi sono divenu­ti i Guardiani dell’Olo­cau­sto, at­tenti a che la sua memoria non venga dis­sa­crata, attenti a far rispettare [anche «co­strin­gere a, imporre, rafforza­re»: to enforce] il “mai più” implicito in esso. In un senso sinistro [in a grim sense], non sono stati loro a scegliere tale ruolo: è il ruolo che li ha scelti». Come ­l’Olocau­sto, lo Stato Ebraico, conclude Leo W. Schwarz, ha in sé un dinamismo di ine­guagliabi­le potenza, talché «trove­rem­mo impossibi­le catalo­gare “scientifica­mente” l’intero complesso di forze, emozioni e idee cui ha dato vita».

Complesso di suggestioni assolutamente centrale per l’intero ebraismo­, com­ples­so ormai disancorato dal concreto scorrere degli eventi per assurgere a dimensionifan­ta­storiche per le quali la pretesa degli studiosi revisionisti di indagare usando i parametri storici applicabili a qualsiasi altro evento costitui­sce, semplice­men­te, un’intollerabile 
bestemmia. Come scrive il doctor of phi­lo­sophy Halberstam: «Quando gli American Jews parla­no di Dio e dei suoi rapporti con gli ebrei, il loro pensiero corre subito all’Olo­cau­sto. Detto altrimenti: l’Olocau­sto ha tra­sformato in teologo ogni ebreo [...] La questione centrale nella teologia dell’Olo­causto è la teodicea, il problema del male: Come può un Dio che ama, un Dio asso­lu­­tamente buono, per­mettere il male nel mon­do? [...] L’orto­dossia tradizionale riaf­fer­ma che la Shoah è stata un altro segno dello scontento di Dio verso i suoi ebrei ribelli – soffriamo a causa dei nostri peccati. Questa devastazione è stata, forse, la punizione più terribile in una sequela di disastri, ma non un qualcosa di teologica­mente distinto da essi. Altri teologi, come Richard Ruben­stein, vanno in tutt’altra direzione. Auschwitz, dice Ruben­stein, fu semplice­mente troppo. Parlare di un Dio che ama dopo che un mi­lione e mezzo di bambini ebrei furono brucia­ti e gasati a morte [sic, in successio­ne: «after the burning and gassing to death»] è stato semplice­mente osceno – il Dio della tradi­zione ebraica è morto nei campi di stermi­nio. Il poeta Yaakov Gladstein ha scritto: “La Torah ci fu data sul Sinai e ci fu ripresa a Lubli­no”».

In tal modo, «se c’è qualcosa che marchia uno come nemico degli ebrei, è la sua negazione dell’Olocau­sto. È l’estrema bestemmia. Nessun altro atteg­giamento offende a tal punto la sensi­bilità degli ebrei contempo­ra­nei. Si può passar sopra e sottiliz­zare su ogni altra dichiarazio­ne dalla sinistra alla destra, non su chi minimizza la Shoah [...] Per gli ebrei non è un sem­plice altro punto di vista, ma la dimostrazione di una man­canza di sensibilità che sconfi­na nella crudeltà. Raramente un ebreo scende a discutere su questo aspetto, sebbene qualcuno sia peri­colosa­mente arrivato a dare aiuto e sostegno ai negazio­nisti [...] Poiché, da parte degli ebrei, la Shoah è oggi lo sfondo di ogni discorso – dozzine di libri sulla cala­mità continuano ad essere editi ogni anno – dobbiamo esaminare in dettaglio i limiti e le costrizioni a tali sfide [...] Per molti ebrei della mia età, l’Olocausto è la nostra introduzione al giudaismo [...] Ci costrin­ge a pensare da ebrei, per molti di noi, per la prima volta [...] Insieme alla creazione dello Stato di Israele, la Shoah è il massi­mo evento degli ultimi due millen­ni di storia ebraica, ed è acca­duta soltanto una generazione fa. Per diversi aspetti la Shoah è indubbiamente il peggiore even­to della storia umana, ed è acca­du­to ai nonni, agli zii, alle zie e ai cugini degli ebrei america­ni».

Nulla possono quindi contare, per l’agire/sentire degli American Jews e di tutti i figli di Giacobbe, i moniti espressi su Haaretz, il 16 marzo 1988 in “Dimenti­care”, dall’ex oloscam­pa­to decenne ausch­witziano Yehuda Elka­na, direttore a Tel Aviv del­l’I­stituto per la Storia della Scienza e della Filosofia, e a Gerusalemme dell’Isti­tuto Van Leer: «Un clima in cui un’inte­ra nazione fa dipendere il proprio rapporto col presente e la propria visione del futuro dagli insegnamenti del passato è un pericolo per il futuro di ogni società che, come in ogni altro paese, vuol vivere in relativa tranquillità e sicurez­za [...] anche la stessa democrazia è minacciata, se il ricordo delle vittime del nazi­smo ha un ruolo attivo nel processo politico. Tutti i regimi fascisti con le loro ideologie l’hanno capito [...] Quando si adopera la sofferenza del passato come argomento poli­tico, è come se si chiamassero i morti ad allearsi nel processo democra­tico dei vivi [...]


Il perico­lo maggiore per il futuro di Israele lo vedo nel fatto che l’Olocausto è stato inculcato sistematicamente nella coscienza dell’opinione pubblica israeliana; e questo colpisce particolar­mente la gran parte della popolazione che non ha vissuto l’Olocau­sto, come anche la generazione dei figli nati e cresciuti in questo paese. Per la prima volta capisco quali tristi conseguenze comporta il fatto che ogni bimbo israe­liano venga inviato a Yad Va­shem, e non una sola volta. Cosa pensia­mo di ottene­re, iniziando a tali esperienze dei fragili bimbi? La nostra ragione, i nostri stessi cuori erano chiusi e non volevano capire, ma da loro abbiamo preteso: “Ricor­date­vi!” A che scopo? Cosa deve farne un bambino, di tali ricordi? Probabil­mente, molti di loro intendono queste immagini orrorifiche come appelli al­l’odio.

Il “Ricordatevi” ha po­tu­to essere interpre­tato come invito ad un cieco odio perenne. Può ben essere che la pubblica opinione mondiale si ricordi ancora a lungo. Non sono certo, ma in ogni caso un tale far ricordare non dovrebbe essere nostro compito. Ogni nazio­ne, anche la tedesca, deve decidere da sé, nel contesto delle sue riflessio­ni, se vuole ricordare. Noi invece dobbiamo dimenticare. Per i capi della nazione non vedo compito politico o pedago­gico maggio­re del comin­cia­re dav­ve­ro a dedi­carsi a formare il futuro, e non a occu­par­si mattina e sera dei simboli, delle commemora­zioni e dell’in­se­gnamento del­l’Olo­causto. Dob­bia­mo respin­gere dal­la nostra vita la dittatura della memoria storica».

Ed ancora, inter­vi­stato nel marzo 1994: «Bisogna rimettere in di­scus­sione il concetto di umanesi­mo, poiché esso postula l’esisten­za di un qualcosa come la “naturaumana”, concetto occi­dentale, eredità del secolo diciottesi­mo e dei Lumi, al quale, per quanto mi tocca, non credo affatto [...] Il culto del genoci­dio, particolar­mente per quelli che non l’hanno vissuto, non ha fatto altro che generare tra gli ebrei un’insopportabile hybris morale [gli ortodossi starnuti­rebbero: chutzpah]. Peggio, ha imbri­gliato tutta le creatività, sosti­tuen­dola con un’arroganza che pretende di legittimarsi attraverso un’eterna persecuzio­ne. 

In Israele più la memoria della Shoah è ossessiva, col suo corteo di mani­po­lazioni politiche, più il livello intellettuale si abbassa, nelle università, nella musica, nelle arti. La letteratura soltanto è risparmia­ta, ma per quanto? [...] Sono i singoli che devono gestire la loro memoria, non la società.

Che giova, ad esempio, alle vitti­me l’apertu­ra di luoghi turistici, a Washing­ton come a Los Angeles, sotto forma di musei del­l’O­locausto? Io non so se Israele neces­sitasse davvero del processo Eichann. Ciò che però so è che quel proces­so ci ha causato dei danni, ha risve­gliato in noi lo spirito di vendetta. Peggio ancora, ci ha illuso che questa vendetta fosse possibile. Per me sono assurde le visite dei liceali, organizzate oggi dalle scuole israeliane ad Auschwitz. Provocano devastazioni morali. Rafforza­no, tra i giovani, l’impressione che il mondo sia contro di loro. Con tale culto della me­moria il mio paese, Israe­le, ha inoltre avuto un’influsso estrema­mente nefasto su tutte le comunità diaspori­che»

(in realtà, Rabbi Michael Goldberg concorda serafico che «the prosecution’s chief aim was essentially an edu­ca­tio­nal one, sostan­zial­mente lo scopo principale dell’accusa fu di educare. Si cercò, attraverso la testimo­nianza dei soprav­vis­suti, di far sì che i giovani israeliani si identificas­sero con le vittime; alla fine lo scopo fu raggiunto»).

Iconoclasta il pur apprezzabile Elkana? Ma nient’affatto, ché un vero ebreo non può essere, per defini­zio­ne, iconoclasta, ma solo apostata. Ed El­kana apo­stata proprio non è; cerca solo di difendere gli inte­ressi del suo po­po­lo, minacciati dalla sempre meno tollerabi­le arro­gan­za dei suoi portapa­ro­la. Qualche revi­sionista potrebbe scorgere nelle sue parole un segno della vittoria delle tesi tanto a lungo sofferte dagli spiriti liberi; la conclusione non è tuttavia così semplice, poiché nessun vero ebreo sarebbe ingenuo a tal punto. 

Nessuna ammissione fa infatti, il nostro Elkana, sulla sostanza del problema.
Dia­spora, Olocausto e Stato d’Israele – vale a dire ebrai­smo, giu­daismo e sioni­smo – sono non solo concetti ma realtà insepara­bili. Chi, per difetto d’infor­mazione, debolezza intellet­tua­le, tatticismo operativo o nell’illu­sione di fuggire la ridicola e devastante accusa di «antisemi­ti­smo» (vedi, per tutti, il Theo­dorakis del­l’intervi­sta rilasciata ad Ari Shavit) si voglia unicamente antisionista e non anche anti­ebrai­co e an­ti­giudai­co, non solo si scon­trerà sempre con la più che giusti­ficatadiffi­denza degli Arruola­ti, ma soprattutto pregiudi­cherà ogni sforzo per com­prende­re l’es­senza ideo­lo­gica e l’azione po­litica del giudai­smo. E quindi, per esprimere un fondato giu­di­zio sul passato, capi­re il presente, di­scer­ne­re le prospettive per l’avve­ni­re.

Gianantonio Valli   

(Estratto da: Holocaustica religio)


Nota 61.   Jean Daniel/Bensaïd, nato in Algeria nel 1920, è masso­ne, docente di filoso­fia e scrittore, corrispon­den­te di New Republic, giornalista a Le Monde e L’Ob­ser­va­teur, fondatore e direttore del settimanale Le Nouvel Observa­teur, organo della «gauche caviar, sinistra al caviale» (similmente detta: radical chic o «cham­pagne left, sinistra allo champagne» o «lobster liberals, progressisti all’arago­sta»), articolista sul confra­tel­lo italiano la Repubblica, membro del direttivo della pri­ma­riaAgence France Pres­se, amministra­tore del quotidiano Le Matin de Paris e del Museo del Louvre, intimo «consigliere» del presidente francese François Mit­ter­rand.

Bibliografia
Salvadori R.G. (I), 1799, Gli ebrei italiani nella bufera antigiacobina, Giuntina, 1999
Pellicani L. (II), Miseria del marxismo – Da Marx al Gulag, SugarCo, 1984
Segre V.D. (IV), Le metamorfosi di Israele, UTET Libreria, 2006
Nolte E. (II), Intervista sulla questione tedesca, Laterza, 1993
MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism,Praeger, 1998

Articoli precedenti sulle “Valenze dell’olocausto

Zodiaco cinese - 31 gennaio 2014… ritorna il Cavallo di Legno - Caratteristiche e consigli in armonia con l'I King


Cavallo di legno - Dipinto di Antonio Paolo Granato

Secondo il calendario lunare cinese  dopo un'assenza di 60 anni, ritorna  l’Anno del Cavallo di Legno che inizia il 31 gennaio 2014 per terminare il 18 febbraio 2015. 
Le date dell’inizio e della fine non sono mai uguali, un po’ come succede per il computo della Pasqua. Poiché il calendario cinese considera 13 lune nuove e il capodanno combacia con l’ultimo giorno che precede la successiva lunazione. Il precedente anno del Cavallo di Legno risale al 1954, quindi per tutti nati di quell’anno si compie un giro completo della ruota, essi entrano nel 60esimo anno di età. Infatti il ciclo dei 12 archetipi rapportati ai 5 elementi richiede un periodo di 60 anni per compiere un giro completo, ciò significa che al 60° compleanno si ripropongono condizioni del tutto simili a quelle presenti al momento di nascita.
La collana archetipale del sistema cinese è rappresentata da dodici animali, significativi della psiche universale. Si narra, ma è una leggenda, che questi animali si presentassero in sequenza al Buddha morente ed in riconoscimento del loro omaggio il Risvegliato dedicò ad ognuno, in alternanza Yang e Yin, un anno del ciclo, in una spirale evolutiva continua ed infinita.
Il Cavallo è il simbolo eclettico della libertà di pensiero e di azione ed il Legno simboleggia l’etica e l’empatia. Afferma il Cavallo: “… Non sono inceppato da vincoli mondani, né oppresso da mete vincolanti…”. Durante quest’anno quindi vinceranno le tendenze all’entusiasmo ed all’ottimismo. Saremo spinti verso il passaggio, l’attraversamento della frontiera, dall’inconscio collettivo al pragmatismo personale. Nel sentore di una nuova primavera sentiremo che “tutto è possibile”. Affermò Paracelso: “La luce della natura non mente, ma se siamo inoperosi e dimentichiamo l’amore ci verrà tolto anche ciò che crediamo di avere”. Questo sarà perciò un anno “spirituale”, in cui la forza chiara esprime la sua energia. L’energia del Cavallo è simboleggiata nell’I Ching dall’esagramma Kien, che significa il Creativo, particolarmente inspirante per procedere speditamente ed indefessamente verso il bene.
Rappresenta l’energia Yang nel massimo della sua espressione. Corrisponde alla forza primordiale luminosa, spirituale, salda, attiva. Applicato al mondo umano l’esagramma designa l’azione creativa del santo e saggio, del sovrano degli uomini, il quale desta in essi, mediante la sua forza, la natura superiore intrinseca.
La Sentenza:
Il Creativo opera sublime riuscita,
propizio per perseveranza.
Significato. L’inizio di tutte le cose sta, per così dire, in forma di idee che debbono realizzarsi, ma nel Creativo è insito il potere di conferire una forma a questi archetipi delle idee, ciò è espresso con la parola “riuscita”. Questo processo è rappresentato con un’immagine presa dalla natura: “le nubi vanno, e la pioggia opera, ed ogni singolo essere fluisce verso la propria forma”.
Questa durata nel tempo è l’immagine della forza inerente al Creativo. Il saggio ne trae modello da seguire per acquisire durevole efficacia nel suo operato. Il saggio si rende forte eliminando da sé tutto ciò che abbassa ed è volgare.

Paolo D’Arpini

Siamo a cavallo....

Memoria (scomoda) senza un "Giorno" e altri olocausti dimenticati


Particolare di una foto aerea di un lager alleato per prigionieri di guerra tedeschi.

“Mai così tanta gente era stata messa in prigione. Il numero dei prigionieri fatti dagli alleati era senza precedenti nella storia. I Sovietici fecero prigionieri circa 3,5 milioni di europei, gli Americani circa 6,1 milioni, i Britannici circa 2,4 milioni, i Canadesi circa 300.000, i Francesi circa 200.000. Milioni di giapponesi furono catturati dagli Americani nel 1945, più altri 640.000 circa dai Sovietici”.

Non appena la Germania capitolò l’8 Maggio 1945, il governatore americano, il Generale Eisenhower, divulgò una “corrispondenza urgente” in tutta la vasta zona sotto il suo comando, facendo diventare per i civili tedeschi un crimine passibile di pena capitale il fatto di dare da mangiare ai prigionieri. L’ordine, tradotto in tedesco, fu inviato ai governi delle province, con istruzioni di trasmetterlo immediatamente alle autorità locali. Copie di questi ordini sono state recentemente rinvenute in vari paesi vicino al Reno. Il messaggio (ripreso da Bacque nel suo libro) diceva fra l’altro: “in nessuna circostanza approvvigionamenti di viveri dovranno essere raccolti fra gli abitanti del luogo con l’intento di darli ai prigionieri di guerra. Coloro che violeranno questa disposizione e coloro che tenteranno di aggirarla consentendo che qualcosa arrivi ai prigionieri, mettono se stessi a rischio di fucilazione”.
L’ordine di Eisenhower fu esposto anche in inglese, tedesco e polacco nella bacheca del quartier generale del governo militare in Baviera, firmato dal Capo di stato maggiore del governatore militare di Baviera. In seguito fu affisso in polacco a Straubing e a Regensburg, dove si trovavano numerose compagnie di soldati polacchi nei campi vicini. Un ufficiale dell’Esercito americano che lesse quest’ordine nel Maggio 1945, scrisse che “era l’intenzione del comando d’armata, per quanto riguarda i campi dei prigionieri di guerra tedeschi nella zona americana, dal Maggio 1945 fino alla fine del 1947, di sterminare il più alto numero possibile di prigionieri di guerra fintanto che la cosa rimaneva al di fuori del controllo internazionale”.
La politica dell’esercito americano era di affamare i prigionieri, secondo il parere di numerosi soldati americani che si trovavano sul posto. Martin Brech, professore di filosofia in pensione del Mercy College di New York, che fu guardiano ad Andernach nel 1945, ha raccontato che un ufficiale gli disse che “era la nostra politica di non dare da mangiare a questi uomini”. I 50 – 60.000 uomini ad Andernach morivano di fame, vivendo senza ripari in buche scavate nella terra, tentando di nutrirsi con dell’erba. Quando Brech passò loro di nascosto del pane attraverso il filo spianto, un ufficiale gli ordinò di smettere. In seguito Brech vece avere loro dei viveri, si fece catturare e lo stesso ufficiale gli disse: “se lo rifai verrai fucilato”. Brech vide dei cadaveri venire portati via dal campo “dal camion di servizio”, ma non gli dissero mai quanti erano, dove venivano sepolti e come.
Il prigioniero Paul Schmitt fu ucciso nel campo americano di Bretzenheim dopo essersi avvicinato al filo spianto per vedere sua moglie ed il figlioletto che gli portavano un cesto di viveri. I Francesi non furono da meno: Agnès Spira fu uccisa da sentinelle francesi a Dietersheim nel Luglio 1945 per aver portato del cibo ai prigionieri. Il suo memoriale vicino a Budesheim, scritto da uno dei figli, dice: “il 31 Luglio 1945, mia madre mi fu strappata improvvisamente e inaspettatamente a causa delle sue buone azioni nei confronti dei soldati prigionieri”. La nota nel registro della chiesa cattolica dice semplicemente: “una morte tragica, uccisa a Dietersheim il 31.07.1945. Sepolta il 3.08.1945”.  Martin Brech vide con sorpresa un ufficiale appostato su di una collina ad Andernach che sparava su donne tedesche che fuggivano correndo nella vallata sottostante. Il prigioniero Hans Scharf vide una donna tedesca con i suoi due bambini venire verso una sentinella americana nel campo di Bad Kreuznach, portando una bottiglia di vino. Lei chiese alla sentinella di dare la bottiglia a suo marito che si trovava appena oltre il filo spinato. La sentinella si portò alla bocca la bottiglia e quando fu vuota la gettò a terra ed uccise il prigioniero con cinque colpi d’arma da fuoco.
Numerosi prigionieri e civili tedeschi videro le sentinelle americane bruciare il cibo portato dalle donne. Di recente, un ex prigioniero descrisse quanto segue: “Le donne della città più vicina portarono del cibo nel campo. I soldati americani lo confiscarono facendone un solo mucchio, versandovi sopra della benzina bruciandolo”. Eisenhower stesso ordinò che il cibo venisse distrutto, secondo lo scrittore Karl Vogel che era il comandante del campo tedesco, nominato dagli americani nel campo N° 8 a Garmisch-Partenkirchen. Nonostante i prigionieri ricevessero soltanto 800 calorie al giorno, gli americani distruggevano il cibo davanti al cancello del campo.

James Bacque, Crimes and Mercies: the Fate of German Civilians Under Allied Occupation, 1944-1950. (Crimini e pietà: il destino dei civili tedeschi sotto l’occupazione alleata, 1944-1950), pag. 41-45, 94-95
“Il 20 Aprile era un giorno di forte maltempo. La pioggia e la neve si mescolavano al gelido vento del nord che spazzava la vallata del Reno fino al campo, situato in pianura. Dietro ai fili spinati ci attendeva uno spettacolo orribile: stretti fortemente gli uni agli altri per riscaldarsi, circa 100.000 detenuti stravolti, apatici, sporchi, emaciati, dallo sguardo vuoto, vestiti in uniformi grigie, se ne stavano in piedi, impantanati nel fango fino alle caviglie. Qui e la si intravedeva un bianco sporco che, in un secondo momento, si rivelò essere uomini con la testa o le braccia fasciate da bende, o semplicemente da una manica di camicia. Il comandante tedesco di divisione ci informò che i prigionieri non mangiavano da più di due giorni e che l’approvvigionamento di acqua rappresentava un importante problema proprio mentre a meno di 200 metri il Reno scorreva a letto pieno”.
“Resoconto di una visita ad un campo di prigionia di prigionieri di guerra tedeschi nelle mani dell’esercito americano”, del Colonnello James B. Mason e il Colonnello Charles H. Beasley, del Servizio Sanitario Militare degli Stati Uniti, pubblicato nel 1950.
“Nell’Aprile 1945, centinaia di migliaia di soldati tedeschi, malati catturati negli ospedali, invalidi, donne ausiliarie e civili furono fatti prigionieri. A Rheinberg c’era un detenuto di 80 anni e un altro di 9 anni. Avendo come sola compagnia una sete atroce ed una fame lancinante, i prigionieri morivano di dissenteria. Senza sosta, un cielo ben poco clemente, rovesciava su di essi, per settimane, torrenti di pioggia. Gli invalidi scivolavano nel fango come degli anfibi, bagnati e congelati fino alle ossa. Senza il minimo riparo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, giacevano sulla sabbia di Rheinberg, abbandonati alla disperazione, oppure si addormentavano sfiniti dentro alle loro buche le cui pareti cedevano, prima di sprofondare nell’eternità”.

Heinz Janssen, Prigionieri di guerra a Rheinberg, 1988
“Non potevamo nemmeno stenderci completamente. Restavamo seduti tutta la notte, pigiati gli uni contro gli altri. Ma niente era peggio della mancanza di acqua. Per ben tre giorni e mezzo non ci è stata data acqua. Bevevamo la nostra urina. Il gusto era orribile, ma che cosa potevamo fare altrimenti? Alcuni di noi abbassavano la testa al suolo e lo leccavano per tentare di ricavarne un po’ di umidità. Mentre ero già molto debole e riuscivo soltanto a mettermi sulle ginocchia, ci hanno finalmente distribuito dell’acqua. Penso che sarei morto senza quell’acqua. E il Reno si trovava appena oltre i fili spinati. Attraverso il reticolato, le sentinelle ci vendevano acqua e sigarette. Una sigaretta costava 900 Marchi. Ho visto morire migliaia di miei compagni. Portavano via i loro corpi su dei camion”.

George Weiss, testimonianza raccolta da James Bacque, 1988
“Ci tenevano in recinti con filo spinato, all’aria aperta e praticamente senza cibo. Le latrine erano costituite da assi gettate sopra a delle fosse, vicino ai fili spinati.  Per dormire non avevamo altra scelta che scavare un buco per terra con le nostre mani e poi di stringerci gli uni contro gli altri nel fondo. Non avevamo praticamente spazio vitale. A causa della malattia, gli uomini dovevano defecare per terra. Ben presto, molti di noi si sono sentiti troppo deboli per alzarsi i pantaloni prima che fosse troppo tardi. I nostri vestiti erano infettati e così anche il fango nel quale bisognava camminare, sedersi e coricarsi. All’inizio non c’era acqua, a parte la pioggia; nel giro di due settimane fu possibile averne un po’ tramite un rubinetto. La maggior parte di noi non aveva un recipiente per raccoglierla e potevamo ingurgitarne solo un po’ dopo ore di coda e talvolta anche dopo una notte di attesa. Dovevamo camminare in mezzo alle buche, sui mucchi di terra molle dovuti agli scavi dei prigionieri per ripararsi. Era facile cadere dentro alle buche, ma non altrettanto facile uscirne. In quella primavera piovve quasi di continuo in questa parte della valle del Reno. Per oltre la metà del tempo abbiamo avuto pioggia. Per più della metà del tempo non abbiamo avuto niente da mangiare. Per il resto ci veniva data una piccola razione K. Dalla lista stampata sulla confezione mi rendevo conto che ci veniva dato solo un decimo del contenuto di queste razioni prodotte in America. In definitiva noi ricevevamo forse il 5% di una normale razione dell’esercito americano. Mi sono lamentato col comandante del campo, un americano, dicendogli che stava violando la Convenzione di Ginevra, ma questi mi ha risposto semplicemente: “dimentica la convenzione, tu non hai alcun diritto”. Nel giro di qualche giorno, uomini in buona salute al loro arrivo al campo, erano già morti. Ho visto i nostri compagni trascinare numerosi cadaveri fino ai cancelli del campo, dove veniva ammassati uno sull’altro, stessa cosa succedeva su un camion che li portava via”.

Charles von Luttichau, testimonianza raccolta da James Bacque, 1988
“Siccome eravamo circa una trentina, credevamo che il viaggio sarebbe durato un giorno, invece abbiamo viaggiato per tre giorni interi, senza uscire, completamente chiusi. Guardavamo attraverso delle piccole fessure per sapere dove ci trovavamo. Dopo tre giorni arrivammo a Rennes. Nel campo c’erano più di 100.000 prigionieri, all’incirca lo stesso numero degli abitanti della città. Nelle baracche c’erano dei letti, i primi che vedevamo dopo settimane. Erano in legno, sovrapposto su tre piani, senza niente, ne paglia ne nient’altro. Si dormiva sulle assi. Era la prima volta che avevamo un tetto sulla testa da quando eravamo stati catturati. Avevamo trascorso tre settimane a Kreuznach, sul terreno, senza il permesso di accendere un fuoco o di scavare buche, e il nostro solo lavoro durante il giorno era quello di fare la coda per un po’ d’acqua. Questa veniva portata da dei contadini dentro a dei barili ma talvolta si esauriva prima ancora di essere messa nei barili perché la gente faceva dei buchi nei tubi e si affrettavano a bere. Il cibo mancava totalmente. Quando arrivavano i piselli, venivano divisi fra di noi e, una volta fatte le parti, ne restavano alcuni a testa. Tutti contavano e se ce n’erano sei a testa, beh allora si aspettava di arrivare a sei e mezzo.
Siamo rimasti a Rennes per otto mesi. Quando gli americani hanno lasciato il campo, ebbero un comportamento schifoso nei confronti dei francesi, i quali si sono vendicati su di noi. Avevo trovato un pezzo di tessuto in una delle baracche e potevo scriverci sopra. Mi sono accorto di capire tutto quello che scrivevo ma, una volta che lo cancellavo, questo si cancellava anche dalla mia memoria. Non ricordarsi le cose era il primo segno di sfinimento. Era terribile, cancellavo e non ero più in grado di ricordare ciò che avevo appena scritto e compreso. Non ero depresso, era soltanto la malnutrizione. Poi, quando la debolezza la faceva veramente da padrona e che il minimo movimento ci faceva svenire, si calcolava quanto tempo si restava svenuti. La malnutrizione era diventata così grave che il benché minimo gesto, fatto troppo velocemente, ci faceva svenire. Il cibo era talmente raro che le persone in generale erano ammalate e quando ci ammalavamo ci portavano all’ospedale. Quando le persone venivano portato in ospedale non le vedevamo mai ritornare. Dei 100.000 prigionieri detenuti a Rennes, ce ne fu sicuramente una parte che morì e anche una buona parte, ma io non ho mai trovato il benché minimo cimitero.
Non abbiamo mai visto la Croce Rossa. Nessuno è mai venuto ad ispezionare il campo per due anni. La loro prima visita avvenne nel 1947 per portarci delle coperte. Si mangiava l’erba che cresceva fra le baracche. I francesi non erano i soli responsabili di ciò che succedeva nei campi in Francia poiché avevano ricevuto molti tedeschi con la salute già  considerevolmente compromessa in seguito a maltrattamenti ricevuti in Germania (nei campi americani)”.

Heinz T., testimonianza raccolta da James Bacque
“ Che peccato non averne potuto ammazzare di più “.
Lettera di D. Eisenhower al Generale Marshall, Maggio 1943, dopo la resa delle forze dell’Afrika Korps (questa frase fu in seguito soppressa dalle edizioni ufficiali della sua Corrispondenza)
“ E’ esattamente come nelle fotografie di Buchenwald e Dachau “.
Rapporto del Cap. Julien, 3° Reggimento tiratori scelti algerini, Luglio 1945
“Ero molto stupito di vedere che i nostri prigionieri erano deboli ed emaciati come quelli che avevo visto nei campi di concentramento nazisti. Il giovane comandante ci disse con tono calmo che lui privava deliberatamente i prigionieri del cibo e dichiarò: “Questi nazisti vengono finalmente ripagati nella stessa moneta!”. Era talmente convinto di comportarsi in modo corretto che non sollevammo alcuna polemica in sua presenza”.

Robert Murphy (consigliere politico civile del Gen. Eisenhower), dopo la visita ad un campo di prigionia durante l’estate del 1945.
“ La situazione dei prigionieri di guerra tedeschi in Europa è diventata disperata e rischia di diventare uno scandalo dichiarato. Nel corso delle ultime settimane, molti francesi, ex prigionieri dei tedeschi, mi hanno inviato note di protesta relative al trattamento che il governo francese impone ai prigionieri di guerra tedeschi. Ho incontrato Pradervand (principale Delegato del Comitato della Croce Rossa in Francia, il quale mi ha detto che la situazione dei prigionieri tedeschi in Francia è, in numerosi casi, peggiore di quella dei campi di concentramento tedeschi. Mi ha mostrato delle foto di scheletri viventi e lettere provenienti da comandanti di campi francesi che hanno richiesto di essere sollevati da questa responsabilità in quanto non riescono ad avere nessun aiuto dal governo francese e non sopportano di vedere i prigionieri morire d’inedia. Pradervand ha bussato a tutte le porte nell’ambito del governo francese senza ottenere però il benché minimo risultato”.

Lettera di Henry W. Dunning (responsabile della Croce Rossa americana) indirizzata al Dipartimento di Stato, il 5 Settembre 1945
“Apprendiamo che in alcuni campi (francesi), buona parte del cibo, in linea di massima sufficiente e destinata ai prigionieri di guerra, viene dirottato dalla sua destinazione; che si vedono camminare scheletri viventi simili a quelli dei deportati nei campi tedeschi e che i morti per inedia sono numerosi; che apprendiamo che capita a questi prigionieri di essere picchiati selvaggiamente e sistematicamente; apprendiamo che vengono impiegati alcuni di questi sfortunati per dei lavori di sminamento senza fornire loro l’apparecchiatura necessaria e ciò li rende dei condannati a morte più o meno a breve termine. Bisogna che queste pratiche cessino”.

Editoriale del Figaro, 19 Settembre 1945
“Questi prigionieri (nelle mani dei francesi) sono 600.000. 200.000 sono inabili al lavoro, di questi: a) 50.000 sono da rimpatriare in base alle convenzioni (invalidi, ciechi, pazzi, tubercolosi, anziani ecc.); b) 150.000 perché soffrono di grave denutrizione. La situazione dei 200.000 prigionieri di guerra sopra menzionati è così precaria, sia dal punto di vista alimentare che da quello sanitario e del vestiario, da poter dire, senza essere pessimisti, che non riusciranno a sopportare i rigori dell’inverno. Per rimediare a questa situazione è necessario che venga intrapresa un’azione energica urgente”.

Lettera di J.P. Pradervand (Capo delle delegazioni della Croce Rossa Internazionale) al Gen. De Gaulle, 26 Settembre 1945
“Mentre oggi si parla di Dachau, fra dieci anni in tutto il mondo si parlerà di campi come……… Il nostro corrispondente cita quello di Saint-Paul d’Egiaux. Ma sembra che questo giudizio sia valido per molti campi francesi di prigionieri dell’Asse”.

Jacques Fauvet, nel Le Monde, 30 Settembre/1° Ottobre 1945
“Le condizioni di prigionia dei prigionieri tedeschi nell’ambito del teatro europeo, espongono (il governo degli Stati Uniti) a delle gravi accuse di violazione della Convenzione di Ginevra”.

Lettera di B. Gufler, del Dipartimento di Stato, 11 Gennaio 1946
“La definizione di eliminazione non è eccessiva se si considera che il numero di queste morti supera ampiamente tutte quelle subite dall’esercito tedesco sul fronte occidentale tra il Giugno 1941 e l’Aprile 1945”

Dr. Ernest F. Fisher Jr., colonnello in pensione ed ex responsabile storico dell’esercito degli Stati Uniti, 1988
“La storia considera solo i fenomeni di massa. Senza il grande numero di morti nei campi, la storia non avrebbe citato niente. Per impedire che il loro crimine fosse divulgato e trasformato in evento storico, bastava agli americani e ai francesi nascondere l’enormità di un disastro che solo loro potevano valutare. Ci riuscirono”.

James Bacque, Gli Altri Lager, 1989
L’atteggiamento del Generale De Gaulle:
“In qualità di capo del governo e capo delle forze armate, capitava senza dubbio a De Gaulle di parlare di questo problema col suo capo di Stato Maggiore della Difesa Nazionale, il Maresciallo Alphonse Juin, lui stesso al corrente della delicata situazione che riguardava i campi. Consigliato dal Maresciallo Juin, De Gaulle si rifiutò di ricevere Pradervand (Delegato della Croce Rossa Internazionale) ed offrì alla stampa mondiale, agli inizi del mese di Ottobre, una importante conferenza stampa nel corso della quale affrontò molto prudentemente il contenzioso franco-americano relativo al trasferimento dei prigionieri. Un atteggiamento tutto sommato poco sorprendente quando sappiamo che il Gen. De Gaulle aspettava la consegna quotidiana di migliaia di tonnellate di materiale bellico e di viveri (da parte degli americani). Charles De Gaulle era molto preoccupato dai problemi di politica interna, dal bisogno di instaurare la propria autorità in una Francia divisa e ansiosa di riconquistare il suo impero coloniale. Il destino di un milione di prigionieri tedeschi non aveva un gran peso sulla bilancia.
I viveri non mancavano, ma invece che essere distribuiti agli uomini che avevano fame, venivano venduti dagli ufficiali al mercato nero, con la sorpresa e la costernazione di uomini onesti come il sindaco di Bascons, Raoul Laporterie, che osò rischiare la propria carriera criticando il Gen. De Gaulle, il che gli portò effettivamente delle conseguenze.
Il Generale De Gaulle avrebbe potuto facilmente evitare numerose morti smettendo di aggiungere ulteriori prigionieri a quelli che già perivano d’inedia. Il Maresciallo Juin avrebbe potuto convincerlo ad agire di conseguenza. Il Generale Buisson (direttore del servizio dei prigionieri di guerra) fu in un qualche modo vittima, come i prigionieri, di una politica futile e viziosa inflitta dai detentori del potere che altri non erano che il Gen. De Gaulle e il Maresciallo Juin. A chi spetta la gloria, tocca la vergogna”.

James Bacque, Gli Altri Lager, 1989
Carne da macello per la guerra d’Indocina
“I francesi affamarono deliberatamente dei prigionieri in modo da provocare il loro “impegno volontario” nella Legione Straniera. In effetti, un certo numero di legionari che combatterono in Indocina erano prigionieri di guerra tedeschi trasferiti nei campi francesi nel 1945 e nel 1946”.

James Bacque, Gli Altri lager, 1989
“Siamo rimasti a Rennes otto mesi. Per tutto questo tempo avevamo capito perché ci avevano fatto venire qui. La Francia aveva bisogno di soldati. Avevano un grosso problema in Indocina e volevano ricorrere alla loro Legione Straniera. Agenti tedeschi al servizio dei francesi si erano infiltrati tra di noi per reclutare dei soldati. I soldati che si erano impegnati ad entrare nella Legione furono messi in un altro campo vicino e li si poteva vedere. Nel giro di due settimane, essendo stato meglio nutriti, avevano un aspetto più robusto, mentre noi diventavamo sempre più deboli. Si poteva vederli giocare a calcio e cantare e il tutto a due passi da noi”.

Heinz T., testimonianza raccolta da James Bacque.

Fonte del testo francese:

Traduzione a cura di Gian Franco Spotti

Pre quantum - Dove scompaiono materia ed energia.. ed anche spazio e tempo



Seguitiamo nel viaggio che ci  fa arrivare in un posto dove non solo la materia e l'energia sono scomparsi ma lo sono anche spazio e tempo.

Il nostro corpo deve avere una origine oltre la quarta dimensione. In questa regione non ci sono né prima e ne dopo, neppure il concetto di grande o piccolo, siete arrivati nell'utero dell'universo, la regione del pre-quantum dove non esiste alcuna dimensione e esistono tutte le dimensioni. Siete in nessun posto e in tutti i posti.

Voi ancora esistete nei vari livelli che avete attraversato--quantum, subatomico, atomico, molecolare, cellulare collegati da una invisibile intelligenza con il posto dove vi trovate ora. Ognuno di questi livelli è una trasformazione, completamente diversa dal livello precedente o successivo e solo qui tutti i livelli sono ridotti alla comune origine.

Ponderate per un momento questo esercizio per assorbire la lezione:
- Il corpo tridimensonale che sentiamo attraverso i nostri 5 sensi è un miraggio.
- Ogni singola particella di materia è composta da più di 99,9999 % di spazio vuoto.
- Il vuoto tra due elettroni è in proporzione un vuoto come lo spazio tra due galassie.
- Se andate sufficientemente dentro il tessuto della materia e dell'energia, arriverete all'origine dell'universo. Tutti gli avvenimenti nello spazio-tempo hanno una fonte comune che è al di fuori della realtà che noi percepiamo.
-Oltre il quantum, il vostro corpo esiste come pura creativa potenzialità, come un multistrato processo controllato dall'intelligenza.
Deepak Chopra


(Anche se non facile, spero che possiate percepire la nostra collocazione con tutti i vari strati che ci sono tra noi e l'origine di tutto. Roberto Anastagi)