"I may bring destruction only..." - Scambio epistolare dal Giornaletto di Saul del 27 marzo 2009

 


Una volta, diversi anni fa,  ero alla presenza di  Etain Addey, durante un incontro bioregionale tenuto a Pratale. Ricordo che Etain mi rimproverò di portare scompiglio e disaccordo ad ogni incontro a cui partecipassi e mi chiese "perché non cerchi di essere più costruttivo? Porta elementi di coesione invece che di divisione?".  Al che  le risposi "...posso portare con me solo distruzione…".

Sto ancora meditando su quella risposta, anche perché  so che il senso di quelle parole non  è letterale, ma che in esse è celato un significato diverso, più profondo. Con questa considerazione in mente stamattina presto mi sono alzato per scrivere qualcosa da inserire nel blog di Saul Arpino, avevo già in mente di condividere  uno scambio epistolare, un commento con commento, fra me e Roberto. Tra l’altro in tema di scissione continua del sé debbo dirvi che Roberto è un altro mio nome, che per un periodo usai anche nei documenti ufficiali, sulla patente, codice fiscale, etc. poi decisi di cancellarlo ma non potei cancellare il mio rapporto con vari altri Roberto che incontrai nella mia vita. Infatti il Roberto di cui sotto leggerete è uno dei pezzi del mio destino crudele, è il mio "grillo parlante". 

Lettera ricevuta da Roberto:
"…il nuovo ed il vecchio sono solo un'illusione, il leader del mio partito non ha mai fatto battaglie generazionali e il mio partito non ha mai avuto sezioni giovanili (salvo poi fare un mare di altre cazzate...). Il nuovo cos'è? Il parto in ospedale piuttosto del parto in casa o le centrali nucleari invece delle candele o il... si stava meglio quando si stava peggio, o il "io questo a mio padre non l'avrei mai fatto..". Hagakure ammonisce che c'è del buono in ogni generazione, il mio pessimismo costruttivo sente puzza... nipote e figlio sono la stessa persona salvo che il nipote di Paolo D'Arpini non vuole pagare le colpe (o i conti...) del nonno!? Per cui i D'Arpini sono uno proprio perché sono due! io questo l'ho sempre saputo sennò non si sarebbe spiegato il cognome plurale.
Vi saluto con affetto."

Mia rispostina: 
"Ed in fondo chi è questo ipotetico o inesistente "Saul Arpino", autore del Giornaletto di Saul? (http://saul-arpino.blogspot.com/).  Sono convinto che non servirebbe un alter ego... od un passaggio di consegne del genere "largo ai giovani".  In ogni caso, come spesso succede, il nuovo è il vecchio ed il vecchio è il nuovo! Ma non c'entra nulla con il nonno od il nipote, anche se  c'è un fondo di verità nel mio essere nipote di Paolo D'Arpini, in quanto lo sono veramente, contemporaneamente vedo me stesso come nonno che sta lasciando un'eredità dell'essere... al nipote rinato, in forma di un vecchio/nuovo  "Saul Arpino".
Forse il discorso è poco chiaro. Ti ricordi la storia della fondazione del Circolo VV.TT. (derivante da Vecchi Tufi)?
Ebbene... Ma a questo punto non specifico oltre altrimenti il significato diventa una spiegazione e questo non vale nulla rispetto all'ipotetico "nuovo/vecchio" Saul Arpino (riedizione di un possibile me stesso in altra forma)…"

Paolo D'Arpini  (o Saul Arpino?)












Articolo collegato:  https://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2021/11/notiziari-della-rete-bioregionale.html

Un passo dopo l'altro... (per arrivare dove siamo sempre stati...!)

La terapia è in noi..?

L’io

Affinché sia compiuto un passo evolutivo è necessario emanciparsi dall’io. Questo corrisponde a una struttura storico-culturale, con la quale frequentemente ci identifichiamo. La si può figurare come una gabbia, anche in senso lato, come un contenitore entro il quale viviamo incantesimi, sogni, suggestioni. A questo proposito, vale l’orizzonte che Truman Burbank buca con il bompresso della barca. Lì, accade il momento in cui si accorge che tutto quanto aveva vissuto era strumentale ad un discorso non suo. Si accorge che ciò che aveva creduto di sé, del prossimo, della vita non era che una finzione. Che il suo ruolo, le sue scelte, ciò che entro quell’orizzonte difendeva e contestava, non erano altro che quella gabbia.


Il sé

Da quel momento può, possiamo, recuperare il sé. Quella profondità di noi alla quale ci era impedito l’accesso. Quella condizione di forza e libertà dalla debolezza. Così, liberi dall’obbligata identità che credevamo di essere e dal ruolo che credevamo di dover rappresentare, possiamo riconoscere che pari magia nera accade agli altri. Allora, non siamo più definitivamente lorenzo, ugo, nestore e taddeo, né insegnante, professionista e artigiano; siamo invece terminali della natura, foglie necessarie all’albero della vita, che per le necessità della storia e, per cultura del momento e del luogo, abbiamo avuto nomi e svolto ruoli.


Creatori del mondo

Emanciparsi dall’io è emanciparsi dai giudizi con i quali ci identifichiamo e reifichiamo il mondo. È prendere coscienza che qualunque mondo e realtà noi descriviamo siano solo un’espressione di noi stessi, di tutti i vincoli storici e culturali, di tutti i sentimenti e le emozioni che esistono solo dentro noi.

E una volta consapevoli della struttura egoica? Se procediamo nell’osservazione di ciò che ci muove e dell’origine dei nostri giudizi, possiamo arrivare a prendere coscienza che gli autori della nostra condizione siamo nuovamente noi. Potremmo vedere, toccare, quando e perché ci generiamo malessere – fino alle malattie – e quando e perché restiamo nel benessere, indipendentemente dalla nostra condizione sociale, ruolo, stato di salute. Ovvero, uno stato di difficoltà o prostrazione tende ad essere da noi alimentato in funzione di quanto non riconosciamo in noi stessi l’origine di quello stesso stato. Tende a crescere cioè attribuendo al fuori da noi la responsabilità della nostra condizione.

Abbiamo permanenti ed innumerevoli opportunità quotidiane per osservare, vedere, come varia il nostro e altrui stato in funzione del sentimento che viviamo, che vivono. Più precisamente in funzione dell’identificazione di sé con un certo sentimento. Che tenderà ad essere positivo (amore), o negativo (odio) in funzione del giudizio espresso sul mondo.


L’assunzione

Assumersi la responsabilità alla quale qui si allude, non ha a che vedere con le responsabilità morali, giuridiche e tutte quelle normate dai codici di procedura civile o penale. Non ha a che vedere con le consuetudini storico-culturali. Queste sono produzione egoiche. Limitarsi a queste e alla loro logica corrisponde a rimanere invischiati nell’opprimente perimetro dell’io, nella suggestione della cultura. Sono responsabilità che fanno testo solo nella gabbia vera e del cielo finto di Truman Burbank. Anche se queste ci danno ragione o torto, diritto o dovere per sostenere la nostra posizione, possiamo – e, in contesto evolutivo, dobbiamo – assumerci la responsabilità di ciò che ci ha ferito, dobbiamo arrivare a riconoscere che quella ferita è implicita nel giudizio con la quale l’abbiamo identificata. Compiere il passo è dunque anche riconoscere che quella pena aveva bisogno proprio della nostra struttura per attuarsi. In un’altra struttura o concezione avrebbe mancato il bersaglio, non avrebbe ferito. Non vuol dire dover sparire, delegittimare la propria storia, significa sfruttare l’opportunità per divenire invulnerabili a colpi prima esiziali.


Le pretese

Nel contesto di questo discorso è opportuno accennare alla pretesa. È una forma di giudizio che ci impone di attendere ciò che ci aspettiamo, in quanto solo a mezzo della realizzazione dell’epilogo previsto e desiderato manteniamo o cresciamo il nostro benessere. Scoprire le pretese che serpeggiano nelle nostre affermazioni è scoprire la logica dell’io. E contemporaneamente i suoi punti deboli, dove può essere smascherato. Diversamente, resteremo preda di forze invisibili con le quali non c’è partita. Le quali ci tengono al guinzaglio di dipendenze e abitudini, di consuetudini e leggi. Con le quali non abbiamo altro destino che sopperire, naturalmente soffrendo.


L’allenamento

Il gradiente di emancipazione dall’io viene sempre espresso dalle nostre affermazioni, dalle nostre prassi. Restare concentrati, non essere più disturbati da quanto ci distraeva, non reagire, mantenere l’ascolto sono espressioni che tendono a dimostrarlo. Senza illudersi di una crescita lineare e permanente della nostra capacità di invulnerabilità. La presa di distanza dalla dimensione egoica è da allenare. Ricadute nella gabbia stretta e tetra sono da considerare eventualità possibili. Quando si verificano, il lutto, la sofferenza che implicano, per durata e intensità saranno proporzionalmente ridotte in funzione del gradiente di emancipazione che saremo in grado di sfruttare.


Il punto di attenzione

Come l’identificazione con il sentimento che viviamo, il punto di attenzione tende a determinare la realtà. La riduce a ciò che conviene per tutte le autoindulgenze che ci concediamo. Anche di questo è opportuno prendere consapevolezza. Anzi necessario, se si aspira a liberarsi dalla sofferenza che certe nostre attenzioni ci procurano.


Il tempo

Nella nostra e altrui biografia, così come nel nostro e altrui presente, possiamo osservare che nel dolore il tempo si dilata se lo viviamo come infinito, si riduce se ci facciamo presente che avrà un termine. Insieme al tempo e nello stesso modo varierà la dimensione della sofferenza. È una magia che vale sempre. Il tempo, che è fermo nel qui ed ora, ci incalza negli in affanni dei ruoli che crediamo siano dei noi che dobbiamo rappresentare e difendere, costi quel che costi. Fino all’arrocco, all’arrampicarci sui vetri, a sopraffare, a mentire, a ignorare, a negare, a fingere, a non riconoscere, a odiare. Come detto, la realtà che crediamo di osservare non è che un prodotto della nostra inconsapevole proiezione.


Rinunciare?

Tutto ciò non implica un’accettazione passiva, mortificata, non conduce all’alienazione della frustrazione. Non si realizza a mezzo della rinuncia dei nostri interessi, delle nostre passioni. Tutto ciò permette di lottare con maggior creatività, ovvero con la disponibilità del meglio di noi stessi. Un meglio che, anche se tende, pur con alti e bassi, ad implementare la nostra invulnerabilità, ci fornisce informazioni su noi stessi, normalmente nascoste sotto strati di moralismi, orgoglio, interessi personali, vanità. Essere in grado di essere ciò che siamo nel momento, mondati dalle suggestioni di valori e ideologie piccole e grandi, dell’istante e delle epoche, contingenti e idiosincrasiche, è assai funzionale alla miglior gestione delle vicende della vita, alle scelte da compiere. Non significa che non si dovrà più ubbidire a consuetudini non nostre o non condivise. Piuttosto che, anche in quelle circostanze, la rinuncia a noi stessi sarà compiuta con consapevolezza e fino al punto che consentiremo. Ciò eviterà di attribuire responsabilità ad altri qualora quella scelta dovesse portare ad inconvenienti.


Il vittimismo

Il vittimismo si nasconde in noi con pari abilità delle pretese. Se da un lato è un urlo, come la malattia, una richiesta di attenzione e soccorso, dall’altro è espressione di inidoneità al contesto in cui esso emerge attraverso noi. Se cronico, è una sorta di patologia profonda. Riconoscerlo come tentacolo che ci trattiene nella miseria spirituale è riconoscerlo come argomento dell’io. Nascondere a noi stessi il nostro vittimismo e sostenere le ragioni che lo hanno provocato è impedirci di compiere il passo, concreto, carnale, che a parole sappiamo affermare, che intellettualmente abbiamo compreso. Ma ritenere la comprensione intellettuale il punto di arrivo è ancora muoversi nella pseudo conoscenza che domina sotto il cielo di cartone di Seaside, la città di Truman. Ci dà ragione, tutte le ragioni. Conforta, spinge e supporta le nostre azioni e prima ancora i nostri pensieri. Da questi nasce il mondo che crediamo di osservare. Il mondo autoreferenziale delle consuetudini. Che hanno certo una ragione storica, ma che altrettanto fanno dell’uomo un pupazzo mosso da fili che non controlla. Ricreare è necessario, capire non conta nulla.


Tutto in un istante

Riducendo la nostra vita e quella di chi ci sta a cuore ad un istante, la vorremmo consumata nel malessere, nella tristezza, nella recriminazione, nel rancore? A questo si allude con la vita è un dono. Rifiutarlo o non riconoscerlo è spenderlo nel peggior modo per noi e per il prossimo. Dunque sono doni i giorni e i momenti. È questo ciò che avviene, liberati dal satanico possesso della nostra creatività, tanto lusingata quanto circoscritta dai demoni dell’ego.



Invulnerabilità

L’emancipazione dall’io implica un processo di evoluzione che permette di riconoscere come ridurre il livello della vulnerabilità, ovvero, delle occasioni in cui l’energia che scorre in noi si arresta, si inceppa ritorcendosi fino a generare tristezza, malesseri cronici e malattie, veri corto-circuiti e separazioni dal cosmo.


La conoscenza

Quanto finora accennato è relativo all’emancipazione dall’io come forma definita di un’identità e di un ruolo e nel quale ci identifichiamo. Prima che questa parità, prima dello sfondamento del cielo di cartone, si compia, la conoscenza è analitica, settoriale, razionale e superficiale, nonostante le profondità specifiche, tecniche che può raggiungere. Progettare un ponte, delineare la struttura atomica e così via, ne sono esempi ed emblemi.

Ad emancipazione compiuta, ed incluse tutte le oscillazioni o ricadute alle quali siamo soggetti, accediamo alla conoscenza del nostro sé. In questa è implicita una conoscenza che non ha nulla di razionale. Essa si verifica a mezzo di dimensioni estetiche, la cui caratteristica è di transitare su ponti emozionali. Ne sono espressione gli asceti, gli artisti, i poeti. Ne siamo espressione tutti quando cogliamo la natura che rappresentiamo, le doti e i limiti che abbiamo e che hanno gli altri, lo stato emozionale e motivazionale in cui ci troviamo e in cui si trovano glia altri e la combinazione di forze che crea gli eventi, la necessarietà dei cosiddetti errori compiuti. In questa conoscenza è ancora presente la dimensione storica dell’io, seppur privato del dominio al quale eravamo sottomessi.

Molti di noi, forse tutti, vantiamo l’esperienza dello stato di grazia. È una condizione in cui sperimentiamo cosa significa muoversi attraverso il sentire. Riconosciamo che possiamo essere ciò che stiamo facendo, ossia senza più un io attore al quale ubbidire. Nonché l’elevato gradiente di creatività, qualità e successo che si libera. Non significa buttare a mare i saperi, ma evitare che ci sovrastino o castrino. Contemporaneamente, prendiamo coscienza di cosa impone muoversi attraverso norme e vanità. Prendiamo coscienza che nell’elenco Pro e Contro, con il quale cerchiamo di arrivare alle scelte, non siamo presenti, che siamo vicariati dalla cultura e dalle consuetudini. Nominare e classificare impedisce la meraviglia della relazione, della scoperta. Così il bimbo e l’adulto che afferrano una noce, non fanno che un alienato gesto. Il medesimo bimbo e la medesima persona realizzano una diversa realtà quando non sono dominati dalla consuetudine delle nominazioni e classificazioni.

Quando anche l’io storico svanisce, abbiamo accesso al Sé universale. Se prima la dimensione duale era ancora presente, ora si vive solo l’unità, l’eternità, l’infinito. Una conoscenza che può essere descritta come flusso energetico che anima il cosmo. Che dà forma alla storia materiale. Che solo le arroganze della storia egoica interrompono. Si compie senza alcuno che agisca per realizzarla. Ogni argomento storico non le fornisce più alcun supporto, semmai la riduce a stati che la contraddicono e la negano. Quando non hanno l’intento di ciarlatanizzarli utilizzando la cosiddetta scienza. La quale non è che un sistema autoreferenziale che fa coincidere la verità solo con ciò che è in grado di misurare e ripetere sempre identicamente. Dalla quale, la fisica quantistica e la teoria delle stringhe e, soprattutto, la filosofia che con esse emerge, prendono le distanze ed affermano i limiti della meccanica classica che ancora oggi tutti accreditano come sola modalità di conoscenza del mondo.

È questo il passo compiuto dagli uomini di conoscenza, che attraversa la soglia del mondo duale, oltre il quale c’è luce, beatitudine, bellezza, partecipazione al Tutto e amore incondizionato. A mezzo del quale siamo tutto ciò che esiste, l’infinito e quanto lo compone senza bisogno di un luogo e un tempo definito dove essere.

Il passo mancato

Chi critica la ricerca spirituale in quanto processo individuale non si avvede dell’incommensurabile valore sociale che essa implica. Parafrasando quanto ci riferisce Carlos Castaneda in merito a Don Juan, si può arrivare a ricreare la verità che le strade che non hanno un cuore non portano a conoscenza.

Lorenzo Merlo



Ramana Maharshi – Hitler e la “dispensazione” karmica...



Ramana Maharshi lasciò il corpo nel 1950, molti dei suoi detti ed insegnamenti furono raccolti durante il periodo in cui in Europa imperversava la seconda guerra mondiale. Qualcuno si è chiesto qual’era il parere di Ramana Maharshi riguardo la figura di Hitler.

Qualcuno  ha anche “strumentalizzato” alcune affermazioni che vengono attribuite al saggio (vedi ad esempio: https://tresmontes7.wordpress.com/2007/11/30/ramana-maharshi-speaks-about-adolf-hitler/).

Comunque alcuni riferimenti in tal senso sono riportati sui testi che raccontano i dialoghi di Ramana Maharshi con i suoi devoti durante gli anni della guerra.

Ad esempio questa citazione, presente in un libro di memorie del maggiore inglese in pensione Chadwick, che era un residente fisso dell’Ashram e che sembra egli udì durante una discussione informale su quel tema: “Ramana Maharshi seemed unconcerned regarding World War II. He is reported to have once remarked, “Who knows but that Hitler is a divine instrument...?” (Chadwick, 35).

“Ramana Maharshi non sembrava preoccupato per quanto riguardava la seconda guerra mondiale. Si segnala che una volta egli avrebbe osservato, “Chi lo sa, se Hitler è  uno strumento divino.?” (Chadwick, 35).

Siamo tutti strumenti divini, secondo Ramana, nella misura in cui abbiamo uno scopo o missione da eseguire che è stata a noi affidata dal Dispensatore divino (Ishwara). 

Anche Adolf Hitler in tal senso era l’agente per consentire a milioni di persone di compiere il loro destino karmico. Se milioni di persone hanno meritato di soffrire e morire in una determinata epoca, qualcun altro deve incarnarsi al loro fianco con il karma di essere il mandante di quella sofferenza. Accettare di compiere il proprio destino anche in funzione del coinvolgimento di altri innumerevoli destini, indipendentemente che l’agente sia un “uomo di conoscenza” (Jnani) od un semplice strumento, implica solo che certe cose dovevano accadere in quel modo ed in quel periodo, e che Hitler aveva il karma per farle accadere. Tutte le persone coinvolte era attori sul palcoscenico, che recitavano un copione che era stato scritto e assegnato dal Dispensatore divino. Ogni persona coinvolta in quel drammatico evento in qualche modo si era individualmente guadagnata la sua parte attraverso azioni passate (karma).

Questa la visione nell’ottica di causa/effetto.

Ritengo però che quanto affermato ab initium nella citazione riportata da Chadwick (”Ramana Maharshi non sembrava preoccupato per quanto riguardava la seconda guerra mondiale.”) sia “corretto”, in quanto espressione riferita ad un saggio, che non si preoccupa degli eventi che accadono nel mondo, poiché li vede svolgersi come in un sogno.

Paolo D’Arpini



La via dell’Amore e la via della Conoscenza...




La via dell’Amore -diceva il grande saggio Ramana Maharshi- è valida tanto quanto quella della Conoscenza.

 L’aiuto imponderabile che viene dal Maestro, si definisce “Grazia” ed esiste… è la spinta spirituale che consente alle anime di tornare al “Padre”, che è il Sé, … la “Grazia è sempre presente ma il cercatore talvolta non è pronto a riceverla, dovuto -come detto- alle tendenze oscuranti- poi pian piano a causa delle sofferenze conseguenti agli errori ripetutamente commessi (karma) il cuore del cercatore si “apre” alla verità… ed alla Grazia ed all’Amore ed alla Conoscenza…. il Maestro, il Padre, la Grazia, la Conoscenza…. sono espressioni della stessa Verità, che il cercatore infine realizza come propria natura intrinseca, forme del suo stesso Sé.

Ed inoltre: …è pur vero che viviamo in un mondo in cui l’esistenza appare composta di innumerevoli esseri, in ultima analisi però siamo tutti Uno. Per quanto riguarda la crescita spirituale e la Realizzazione del Sé i maestri ci sono di aiuto, essi indicano la strada e provvedono -sulla base delle nostre necessità evolutive e del nostro karma- a rimuovere gli ostacoli che si frappongono sul cammino. Ma  il lavoro del cercatore è necessario, poiché la realizzazione non può essergli data ma deve sortire di per sé al suo interno. Questo lavoro è una condizione indispensabile, anche se dal punto di vista finale dell’assoluto non c'è mai un momento in cui il Sé non sia presente… e lo stesso Ramana, in altri contesti, dichiarava che “un giorno riderai dei tuoi stessi sforzi per ottenere quel che già sei…”…

La pura mente, liberata dal senso dell’io separato, è lo stesso Sé. Non esistono due Sé. IL Sé essendo l’unica realtà non può essere ottenuto con sforzi, esso è sempre presente, il lavoro spirituale è rivolto alla purificazione della mente, finché ci si rende conto che una mente separata dal Sé non è mai esistita… Era solo un riflesso, un gioco nella coscienza. Qui non parlo di “congetture” ma di reale esperienza… che supera ogni concetto religioso o mondano o psicologico che sia…

Ma qui una precisazione è necessaria. Cosa si intende per Sé?  E' lo Spirito che tutto compenetra, nell’advaita si definisce  Atman. Preciso: allorché si parla del Sé già siamo in uno stato di dualità. Come dice Lao Tzu: il Tao che può esser detto non è il vero tao. Dal punto di vista concettuale, quindi con una descrizione all’interno della mente duale, il Sé rappresenta l’assoluta consapevolezza non consapevole di sé, ovvero l’Assoluto uno senza secondo. Il sé individuale (anima) è il riflesso nella mente di quella consapevolezza. E qui si chiede cosa è la mente? E’ quel potere di riflessione che consente al Sé di manifestarsi nelle infinite forme (Maya o Shakti. – Tempo spazio energia). Siccome il riflesso delle immagini manifestate ha come substrato il Sé, si può dire -come diceva Shankaracharya- che il mondo è irreale se visto come separato dal Sé, ma diviene reale se visto come il Sé. Il realizzato non è quindi una persona ma è il Sé, Come un qualsiasi personaggio del sogno al momento del risveglio smette di esistere in quanto “individuo del sogno” e si risveglia come il soggetto sognatore. La similitudine è imperfetta… come detto sopra…. Realizzazione quindi non è altro che risvegliarsi alla propria vera natura, essendo sempre stati quel Sé...

Paolo D'Arpini



«La Storia la scrivono i vincitori»... ?

 


E' detto: «La Storia la scrivono i vincitori». In altre parole, la narrazione storica viene modellata da chi detiene il potere in funzione degli obiettivi che ha, a volte addirittura inventandosi fatti mai accaduti, altre volte omettendo vicende pur importanti.
Così è sempre stato. Ma man mano che ci si avvicina ai nostri giorni questo fenomeno si è sempre più accentuato e sofisticato. 

Prendiamo ad esempio la seconda guerra mondiale. 

Si sa che il Giappone attaccò a sorpresa la flotta Usa a Pearl Harbour, anche se non fu così.

Si sa che i tedeschi aprirono lager per prigionieri, oppositori politici, ebrei, zingari eccetera. Viene raccontato soltanto raramente e con poca enfasi dei lager giapponesi e anche di quelli statunitensi.

Si sa che i soldati italiani si comportarono bene ovunque andarono (italiani brava gente), anche se compirono efferatezze e massacri in Africa e nei Balcani. 

Si sa che Hitler era il nemico da battere. Eppure nei primi due anni di guerra era alleato con Stalin e dalla metà degli anni Venti in poi la sua ascesa era stata finanziata e supportata da élite, banche e multinazionali statunitensi, cosa che proseguì anche durante la guerra, quando i due Paesi erano diventati nemici. 

Si sa che Evita Peròn era una gran donna amata dal popolo, così come il suo consorte Juan, omettendo che Evita era una convinta nazista e che Juan era grande ammiratore di Mussolini.

Il mio ruolo è quello di pormi domande, è quello di dubitare, di indagare dove percepisco intrighi e falsità. Mi è capitato un giorno di imbattermi in alcune migliaia di pagine dei servizi segreti sovietici, quelli che entrarono per primi nel bunker di Hitler. E poi in centinaia di documenti prodotti tra il 1945 e il 1947 da Cia, Fbi e MI6. Un'enorme quantità di informazioni riservate, di altissimo livello e spesso di prima mano che trattavano tutti un medesimo argomento: Hitler morì il 30 aprile del 1945 a Berlino? Con la consapevolezza da parte di tutti i responsabili di quei quattro servizi segreti che solo con la morte del Fuhrer la guerra poteva dirsi conclusa e vinta.

Franco Fracassi 








"HITLER 1945, LA FUGA, I SEGRETI, LE BUGIE" (che ho scritto insieme alla mia collega Paola Pentimella Testa) non è solo un libro d'inchiesta, è un libro che ha la spudoratezza di voler ristabilire la verità storica, ma anche un libro che ha l'ambizione di raccontare una incredibile vicenda degna di una spy story, di un thriller, di un romanzo di avventura e di una storia fatta legami segreti e inconffessabili. Un libro che non parlerà solo di Hitler ma anche di molti dei protagonisti militari, politici, economici e finanziari dell'epoca. Chi lo leggerà potrà darsi anche alcune risposte a tanti interrogativi che hanno costellato la storia del dopoguerra e della guerra fredda.

 franco fracassi  - francofracassi1@gmail.com

Il crocifisso come simbolo del supplizio di Gesù non è mai esistito... ma resta attaccato ai muri

 


Ancora una volta debbo tornare sul tema del crocifisso nei luoghi pubblici: "Un Cristo esibito come un feticcio non è più Cristo".  Ma, con la sentenza di II grado del 18 marzo 2011, l’Europa ha dato ragione al governo italiano (ed implicitamente alla chiesa cattolica), quando la Grand Chambre ha assolto l’Italia accettando la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso nella aule scolastiche (caso Lautsi).

Quindi il crocifisso continuerà a restare affisso nei luoghi pubblici, in rappresentanza di Gesù Cristo e del vaticano, pur che -in verità- la croce non è mai stata usata come patibolo, soprattutto non lo è stata ai tempi in cui si presume Gesù sia vissuto e morto. Eventualmente fu usata per esecuzioni successive, impartite dagli stessi cristiani a “infedeli”, “eretici”, “oppositori” del regime papalino, e puniti pubblicamente con questa speciale sevizia.

Sulla esistenza fisica di Gesù ormai un sempre maggior numero di studiosi esprime dubbi -se non certezze contrarie. Tutti d’accordo invece sul fatto che la croce è un emblema inventato dai cristiani stessi, diversi secoli dopo la presunta morte del Cristo.

Nei vangeli si parla dello “stauros”, volendo indicare il patibolo ove morì Gesù, che è un semplice palo conficcato nel terreno usato a quel tempo per giustiziare i criminali. Pertanto se Gesù fosse stato giustiziato, miticamente o storicamente che sia, non sarebbe mai stato affisso ad una struttura a forma di croce, a braccia aperte.

Gli studiosi della bibbia sono consapevoli dell’errore pacchiano di traduzione del termine “stauros” ma non sono riusciti a rimediare a questo errore, ad esempio nel XVIII secolo diversi vescovi anglicani raccomandarono di eliminare tutti i simboli a forma di croce, ma non furono ascoltati.

Nell’iconografia cristiana non appaiono croci sino al tardo settimo secolo, sino ad allora Gesù era simboleggiato in forma di pesce, o rappresentato come un pastore, e mai raffigurato su una croce. La presunta visione della croce avuta da Costantino nel cielo, il momento della sua battaglia contro Massenzio, avvenuta nel quarto secolo, non si riferisce ad uno strumento di esecuzione capitale, si trattava bensì della lettera greca “X”, proveniente dall’iniziale della parola Xpicrtoa. E a dirla tutta l’idea della morte di Gesù sulla croce, in quanto vittima sacrificale per salvare l’umanità, è ripresa para para dalla simbologia Mitraica, e fu cooptata dal cristianesimo primitivo, come metodo di integrazione culturale, allo stesso modo in cui furono cooptate altre simbologie ed immagini del mondo pagano, ivi compreso il giorno di natale, che era il “natalis sol invictus” dei Romani….

Ma non voglio qui affrontare un discorso troppo ampio sulle origini, miti e furbizie del cristianesimo. Mi limito a constatare ed a evidenziare che il simbolo della croce non può essere collegato alla figura di Gesù.. al massimo potrebbe essere collegato all’uso improprio di questo strumento utilizzato dai cristiani stessi per tormentare i loro nemici…

Per cui consentire il crocifisso nelle scuole equivale a trasmettere un’immagine di morte e persecuzione praticata in nome del “salvatore”…. ed i cristiani che ostentano la croce stanno facendo pubblicità alla religione dell’inquisizione e della tortura.


Paolo D’Arpini



Dal Kali Yuga al Satya Yuga - Con la Religione della Natura fiorisce l’Età della Verità….



Fine del matriarcato ed inizio dell’età dei conflitti – Riflessioni sul disfacimento morale e sociale nel rapporto maschile-femminile in vista dell’esaurimento del Kali Yuga.

Dobbiamo partire da una notizia di cronaca recentissima in cui si indicano i paesi che si affacciano sull’oceano indiano (Pakistan, India, Somalia, ecc.) come i luoghi in cui maggiormente la donna soffre di persecuzione e violenza. Ciò fa pensare e riflettere sull’inversione di tendenza nel rapporto maschile-femminile che proprio in questa area vide la nascita della parità dei generi e del rispetto verso il femmineo.
Infatti, verosimilmente, sia sulle coste dell’Africa che nell’India pre-ariana, il matrismo originario sorse e prosperò.

Ma oggi osserviamo che il cambiamento nelle relazioni fra il maschile ed il femminile può essere considerato un termometro per misurare il decorso della malattia nella specie umana. Tale malattia prese origine con l’avvento dell’era oscura, definita in India Kali Yuga, che si fa risalire a circa 5000 anni fa. L’inizio di qust’era, che corrisponde al termine della guerra descritta nel Mahabarata, diede avvio ad un lento processo di degrado che portò la società egualitaria e sacrale, fino allora vigente in quasi tutto il mondo conosciuto, a deteriorarsi sotto l’influsso sempre più pressante del patriarcato e dell’avvalorazione del senso del possesso.

In Europa quello stesso periodo, definito tardo neolitico, descritto con dovizia di particolari dalla studiosa ed archeologa Marija Gimbutas si concluse con l’affermarsi del potere maschile esercitato con la violenza e con la perdita della libertà femminile (tramite l’acquisto della donna a scopo riproduttivo, guerre di razzia, perpetuazione della patrilinearità, etc.). Contemporaneamente abbiamo notizia di simili eventi accaduti anche nell’antica civiltà cinese, ove prese il sopravvento il modello prevaricatorio e controllativo del mondo femminile. Tale momento viene anche evocato nel Libro dei Mutamenti relativamente alla descrizione dell’esagramma “Il farsi Incontro” in cui si immagina il femminile che spontaneamente va incontro al maschile e di conseguenza ne riceve un giudizio negativo. Allo stesso tempo, nella lettura dei commenti, si evince che questo “farsi incontro” rappresentava il modo di funzionamento antecedente nella società. Tale mutazione nello stile dei rapporti intergenerici (uomo-donna) è stato considerato l’inizio dell’era dei conflitti (traduzione corretta del significato di Kali Yuga) e chiude la precedente era dell’incertezza (Dvapara Yuga).

Ora dobbiamo esaminare come gli antichi saggi accuratamente descrissero le caratteristiche dell’era corrente evocando una serie di avvenimenti e tendenze che sono facilmente riconoscibili in questo momento storico. Senza voler evocare calendari Maya o altre descrizioni apocalittiche più o meno credibili, riportiamo, in ogni caso, alcune affermazioni storiche certificate, vecchie di migliaia di anni.

“Trovandosi immersi nell’ignoranza, sicuri di sé, ritenendosi saggi, gli sciocchi si aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco” (Mundaka Upanishad)

“Ora difatti è proprio l’età del ferro, né mai gli uomini cesseranno di soffrire il giorno, per le fatiche e le miserie, e la notte di struggersi per le gravi angosce che gli dei gli daranno. Né allora il padre sarà simile ai figli, né i figli al padre, né l’ospite sarà caro all’ospite, l’amico all’amico, il fratell al fratello come nel tempo passato. Essi avranno in dispregio i genitori, appena cominceranno ad invecchiare, li insulteranno con parole villane; né essi, ai genitori invecchiati, daranno il necessario per vivere, usando il diritto del più forte; infine saccheggeranno a vicenda le città. E allora non vi sarà più gratitudine per l’uomo giusto, ma piuttosto si terrà in onore l’uomo artefice di mali, la giustizia sarà nelle sue mani; il pudore non esisterà più. Il malvagio recherà danno all’uomo dabbene, agli uomini miseri sarà compagna la gelosia, amante del male dall’odioso aspetto… e non ci sarà più scampo dal male” (Esiodo, Opere e giorni).

Nel Linga Purana, antico testo Shivaita, vengono descritti gli uomini del Kali Yuga come tormentati dall’invidia, irritabili, settari, indifferenti alle conseguenze dei loro atti. Sono minacciati da malattie, da fame, da paura e da terribili calamità naturali. I loro desideri sono mal orientati, la loro scienza è usata per fini malefici. Sono disonesti.
In questo tempo sono in declino i nobili e gli agricoltori mentre la classe servile pretende di governare e di condividere con i letterati il sapere, i pasti, le sedie e i letti. I capi di stato sono per lo più di infima origine. Sono dittatori e tiranni.

“Si uccidono i feti e gli eroi. Gli operai vogliono avere ruoli intellettuali. I ladri diventano Re, le donne virtuose sono rare. La promiscuità si diffonde. La terra non produce quasi nulla in certi posti e molto in altri. I potenti si appropriano dei beni pubblici e cessano di proteggere il popolo. Sapienti di bassa lega sono onorati e partecipano a persone indegne i pericolosi segreti delle scienze. I maestri si degradano vendendo il sapere. Molti trovano rifugio nella vita errante.

“Verso la fine dello yuga gli animali diventano violenti (perché sfruttati n.d.r.).
Gli uomini dabbene si ritirano dalla vita pubblica. Anche i sacramenti e la religione sono in vendita. I mercanti disonesti. Sempre più numerose le persone che mendicano o cercano lavoro. Quasi tutti usano un linguaggio volgare e che non tiene fede alla parola data. Individui preminenti senza moralità predicano agli altri la virtù. Regna la censura… Nelle città si formano associazioni criminali. L’acqua potabile mancherà, così pure la frutta. Gli uomini perdereanno il senso dei valori. Avranno mali al ventre, ed i capelli in disordine. Verso la fine dello yuga l’aspettativa di vita non andrà oltre l’adolescenza,. I ladri deruberanno i ladri. Molti diverranno letargici e intorpiditi, le malattie saranno contagiose. Topi, serpenti e insetti tormenteranno gli uomini. Uomini affamati e impauriti si troveranno nei pressi del fiume Kausichi.
Alla fine di questa era un po’ ovunque nel mondo si diffonderanno i praticanti di riti sviati. Persone non qualificate si spacceranno da esperti. Gli uomini si uccideranno l’un l’altro e uccideranno i bambini, le donne e gli animali. I saggi saranno condannati a morte”.

Tuttavia, ancora secondo il Linga Purana, alcuni uomini potranno raggiungere in breve tempo la perfezione. In un certo senso il Kali Yuga è un periodo privilegiato. I primissimi uomini delle ere antecedenti, ancora prossimi al divino, erano saggi in una società di saggi. Ma gli ultimi uomini, questi del Kali-yuga, avvicinandosi all’annientamento, si avvicinano anche al principio in cui tutto ritorna alla sua fine. In mezzo alla decadenza morale, alle ingiustizie, alle guerre, ai conflitti sociali e alla persecuzione del femmineo, che caratterizzano la fine di questo yuga, il contatto con il divino, per via discendente, diviene più immediato.

In una società dove tutto è già perfetto, gli atti vengono compiuti automaticamente nel bene, mentre in una società degradata occorre discriminazione e coraggio.

Troviamo descrizioni di una tale fine di un’epoca persino in testi apocalittici giudeo-cristiani, compreso quello di S. Giovanni, che evidentemente si ispirano alle stesse fonti antiche sopra menzionate.

In uno Shiva Purana, nel Rudra Samhita, di molto precedente l’epoca cristiana, viene detto: “La fine del mondo attuale sarà provocata da un fuoco sottomarino, nato da un’esplosione simile a quella di un vulcano, che consumerà l’acqua che i fiumi hanno riversato nell’oceano. L’acqua traboccherà dall’oceano e inonderà la terra.”.

Abbiamo visto che, tra i fenomeni caratteristici del Kali Yuga troviamo la comparsa di false religioni antropocentriche che allontanano l’uomo dal suo ruolo sulla Terra e servono di pretesto alle sue predazioni, ai suoi genocidi, e lo portano infine al suicidio collettivo. Le religioni della città prendono il sopravvento sulla religione della Natura, questo è l’inizio della decadenza, che corrisponde all’affermarsi delle religioni monoteiste. Si trattava di creare delle fedi illusorie che pervertissero la vera religione della Natura. Ad esempio la creazione di queste nuove religioni (o ideologie) è avvenuta in India nella forma del giainismo e del buddismo, in Cina in forma di confucianesimo e in occidente come cristianesimo e nel medio oriente come islamismo.

Queste religioni, quali che siano stati il carattere e le intenzioni dei fondatori originari, sono diventate essenzialmente religioni “di stato”, a carattere moralistico. Hanno dato modo a un potere patriarcale centralizzato di imporre un elemento di unificazione e controllo su popolazioni diverse. Ovunque, queste religioni, pur parlando di amore, uguaglianza, carità, giustizia, sono invero pretesto e strumento per conquiste culturali e materiali. 

Il massacro delle popolazioni avvenuto in varie parti del mondo in mome delle religione, è un dato storico innegabile.

La posizione della donna in tutte queste religioni è secondaria e perciò giustifica l’oppressione di genere. Se e quando il femmineo sacro e la spiritualità della Natura riusciranno a trovare un autonomo e sincero modo espressivo nella nostra società, l’era oscura, e dei conflitti, potrà considerarsi conclusa.

Paolo D’Arpini



Bibliografia:

Mahābhārata – Sri Veda Vyasa
I Ching – Libro dei Mutamenti (AA.VV.)
Shiva e Dioniso, di Alain Danielou
Il Linguaggio della Dea – Marija Gimbutas
Opere e giorni – Esiodo
Shiva Purana, Rudra Samhita, Linga Purana – Antichi testi Shivaiti
Mundaka Upanishad – Vedanta




Commento di Caterina Regazzi: "In un’epoca in cui tutti si sciacquano la bocca parlando di Amore, semplicità, ritorno alla Natura, le donne devono solo continuare ad essere e a fare quello che, silenziosamente, sono state ed hanno fatto in tutti questi secoli oscuri: esseri dedite a dare la vita, a custodirla, a coltivarla e a farla crescere; dare amore, affetto e amicizia incondizionati.
Basterebbe che gli uomini prendessero esempio da noi donne rivalutando pienamente il periodo del matriarcato: niente guerre e distruzione, solo cura di sé, degli altri esseri viventi, umani e non, in una parola, della Vita.
Le donne, però, non devono farsi imbrogliare dal mito del potere e dell’autonomia personale, smettendo di copiare il maschio nel suo stile competitivo, nella ricerca dell’affermazione di sé."

Caterina Regazzi racconta: "La mia nascita... in Vita senza Tempo"



...sono nata il 24 settembre 1959, nella Bilancia e felice di esserlo (o nella stagione del  Cane, per l’oroscopo cinese). La corrispondenza, avuta con Paolo D'Arpini, e pubblicata sul libro a quattro mani  “Vita senza Tempo”, edito da Viverealtrimenti, raccoglie diverse lettere che ci siamo scambiati, da metà 2009 a metà 2010 circa, una parte sono di quando ancora non c’eravamo incontrati ed una parte successiva all’incontro.  Ne ho rilette alcune poche sere fa e mi sono sembrate ANCORA belle e piene di sentimenti; Amore per gli altri, per Paolo, per me, per la Natura, la Vita.

Ed ora un brano tratto dal libro, quello del 24 settembre 2009, giorno del mio 50esimo compleanno!


24/09/09
Caro Paolo, bella giornata oggi, complice anche il sole e i tuoi auguri mattinieri.
Sono stata a visitare un utente per me nuovo. Il posto era bellissimo ed è stato anche un po‟ difficoltoso raggiungerlo, in cima ad una collina, con una strada sterrata che era tutta una buca e lì vitelli, vacche, manze, cavalli, maiali (ma di questi si sentivano solo i grugniti), galli e galline, un cane border collie che mi ha accolto festosamente e che io, con piacere ho ricambiato con carezze. Ero tentata di dire al figlio del proprietario che mi ha ricevuto se per caso non avessero bisogno di una custode. Abbiamo avuto uno scambio di informazioni e opinioni su varie cose inerenti l’allevamento delle vacche da latte. Questi sono i momenti in cui apprezzo e sono felice del mio lavoro. ……………

Ieri, tra le altre cose, un’amica mi ha raccontato la “storia” di una sciarpa rossa. Quando noi siamo “attenti” cogliamo cose che altrimenti ci sfuggirebbero. Se siamo aperti e ben disposti nei confronti degli altri cogliamo sorrisi, saluti e fiori e bei colori. Se usciamo di casa tristi o peggio ancora incazzati, vedremo solo la sporcizia ed il “brutture” di cui comunque il mondo è pieno, non guarderemo in faccia nessuno o se lo guarderemo vedremo solo visi tristi e indifferenti. Se diamo appuntamento in una grande piazza ad un‟amica che non vediamo da trent‟anni e che temiamo di non riconoscere e lei ci dice: «indosserò una sciarpa rossa», al momento dell‟appuntamento vedremo tante sciarpe rosse. Mi aveva mandato gli auguri scrivendomi: «per i primi 50 anni hai lavorato la tua terra, d‟ora in avanti raccoglierai solo fiori»…ed è quello che sto facendo.

Buon compleanno a me!

Caterina Regazzi

………………………

Nota integrativa:

Sono nata il 24 settembre. Mia madre, Gina, diceva che sono nata alle 7 e mezza di mattina, ma, come giustamente mi faceva notare Paolo, il parto non avviene in un attimo, ma dura un certo numero di ore, di più o di meno e la stessa nascita dura diversi minuti.
Sempre mia madre raccontava che il suo era stato un travaglio lungo e laborioso, tanto che chi l’assisteva ad un certo punto paventò l’ipotesi di ricorrere al forcipe e lei, fiera e battagliera, avendo assistito, durante il suo lavoro di infermiera, occasionalmente in sala parto, all’uso di questo strumento si ribellò, gridando: “Nooooo!!!! Il forcipe, no! Piuttosto fatemi il cesareo!”.
Chissà, forse aveva visto quei bambini, estratti a forza dal canale del parto, con la loro testolina un po’ schiacciata e non voleva che mi succedesse altrettanto.
Mia madre era una che all’estetica ci guardava molto e non so come avrebbe sopportato una figlia neonata con la testa a pera (commento mio acido, in realtà la mia povera, cara mammma era preoccupata delle possibili conseguenze neurologiche).
Comunque, anche senza forcipe, visto che alla fine, grazie anche alle incitazioni dell’ostetrica è riuscita a farmi uscire per la via naturale, avevo la faccia cianotica e la testa allungata.
Non ero certo una bellezza, ma ero una femmina, e di questo credo proprio che fosse felice: le femmine si prendono cura dei genitori anziani e lei così aveva intenzione di fare e così ha fatto con sua madre (ma in cambio ed in anticipo, mia nonna ha fatto per lei per 10 anni, fino a che non se ne è andata, e lo ha fatto in fretta – un mese appena con un’influenza che ne portò via tanti quell’anno – la cuoca e la baby sitter ed anche di più).
Come tanti neonati forse per qualche secondo non ho pianto e non ho neanche respirato. Devi sentire prima l’ossigeno che cala nel sangue, quell’ossigeno che fino a un minuto prima ti arrivava attraverso il cordone ombelicale che ora è stato tagliato (che bello che deve essere ora nascere, non te lo tagliano subito ma ti mettono sulla pancia di tua madre con ancora il cordone attaccato, siete due, ma siete UNO, neanche tu Viola quella fortuna lì, ma io ci ho provato).
Quindi è arrivata la sculacciata a testa in giù, di prassi allora in questi casi. Capivi subito che la vita poteva anche essere dura……… e allora si che ho pianto.
Mio padre, Fausto, appena mi ha vista ha esclamato: “Che brutta!”
Mio padre e mia madre dopo avermi raccontato diverse volte questo momento non proprio entusiasmante della mia vita, mi rassicuravano dicendo che dopo mezz’ora – un’ora, ero già “bellina”.
Tutta questa premessa per dire che , se sono uscita nel mondo alle 7 e 30 di mattina, la discesa deve essere iniziata almeno nella serata del giorno precedente, quindi il 23 settembre. Quindi è giusto che la festa duri per due giorni.
Così come la nascita è un processo che dura per un certo periodo di tempo (ore), così, anzi, a maggior ragione, lo è la gravidanza (mesi) e dato che la gravidanza dura circa 9 mesi e siccome io sono nata a termine, mi piace pensare che, essendo nata il 24 settembre, sia stata concepita il 24 dicembre, notte della vigilia di Natale.
Mia madre all’epoca era infermiera in ospedale e doveva fare turni di notte e festivi. Quella notte, essendo sposata da poco più di un anno, sarà forse stata dispensata almeno dal turno prefestivo notturno. L’amore l’avranno fatto di notte (c’era quel cerbero di mia nonna Annetta in casa con loro) ben chiusi dentro la loro camera sul letto che ancora oggi esiste ed è a Treia.
Lei raccontava che dopo un anno e mezzo di coito interrotto le venne il dubbio che potessero anche essere una coppia non fertile e quindi propose a mio padre di “fare la prova” dicendo “magari stiamo tanto attenti per niente!”
Ma a me, oggi, piace pensare che, per festeggiare il Natale, mia madre abbia pensato che quel giorno era buono per cercare un figlio anche lei, maschio o femmina che fosse.
C.R.

Caterina bambina con la nonna a Treia


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Recensione del libro Vita senza Tempo:   https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2015/10/24/vita-senza-tempo-di-caterina-regazzi-e-paolo-darpini-recensione/

Max Planck e l'inizio della “Fisica Quantistica”

 


Il grande fisico tedesco Karl Ernest Ludwig Max Planck, nato a Kiel nel 1858, e poi divenuto semplicemente Max Planck, è stato uno dei fisici che ha maggiormente contribuito agli sviluppi “rivoluzionari” della fisica contemporanea. La sua principale scoperta, quella relativa al “quanto” di energia, peraltro perfezionata e chiarita nei suoi aspetti più significativi da Einstein, ha avuto conseguenze sia fisiche che filosofiche di grande importanza, che hanno dato inizio alla cosiddetta “Fisica Quantistica”(1)(2)(3)(4).

Dopo essere subentrato a Kirchhoff  nella cattedra di Fisica Teorica a Berlino nel 1889, Planck si dedicò allo studio del secondo principio della Termodinamica, già studiato da Clausius (N. 78), di cui dette una sua definizione relativa al fatto che era impossibile costruire una macchina che trasformi integralmente calore in lavoro meccanico. Volendo dare un respiro teorico più generale a questo principio, Planck cominciò a studiare il cosiddetto “corpo nero”, cioè un corpo capace di assorbire interamente le radiazioni ricevute, di qualsiasi “frequenza”, e riemetterle integralmente secondo la legge stabilita da Kirchhoff (N. 84), cui si deve la stessa definizione di “corpo nero”.

Lo studio di questo corpo (ottenuto in realtà con un recipiente chiuso con pareti interne annerite e dotato solo di una piccola fessura da cui potevano uscire le radiazioni emesse all’interno) aveva un’importanza teorica, ma anche pratica. Infatti serviva anche ad effettuare misure atte a determinare gli standard di luminosità in un’epoca in cui la grande azienda fondata da Werner Siemens produceva grandi quantità di lampade elettriche in Germania. Per questo era stato fondato l’Istituto Imperiale di Fisica e Tecnica dove operavano, tra gli altri, i fisici Rubens e Kurlbaum.

Dal punto di vista teorico, oltre alla legge di Stefan-Boltzmann (da noi già citata nel numero dedicato a Boltzmann: N. 94), che affermava che l’intensità della radiazione totale emessa dal “corpo nero” è proporzionale alla quarta potenza della temperatura assoluta, il fisico tedesco Wilhelm Wien (1864-1928), aveva sviluppato  altre due leggi: la prima affermava che la lunghezza d’onda a cui si aveva la massima intensità di emissione era inversamente proporzionale alla temperatura assoluta; la seconda legge, di tipo “esponenziale”, (che è quella che interessa in questo caso) forniva l’intensità della radiazione in funzione della frequenza della radiazione (o, se si preferisce, in funzione della “lunghezza d’onda” che è inversamente proporzionale alla frequenza).

Planck, da parte sua, stava elaborando una sua legge basata su un modello che comprendeva degli “oscillatori” diffusi sulla superficie del corpo nero capaci di assorbire e riemettere radiazioni.

Tuttavia si trovava in grande difficoltà perché le teorie elettromagnetiche indicavano che l’intensità della radiazione sarebbe dovuta aumentare indefinitamente all’aumentare della frequenza, mentre i dati sperimentali mostravano un picco. Nel 1900, Planck apprese dall’amico Rubens che i risultati sperimentali in suo possesso per grandi lunghezze d’onda (cioè nel campo delle radiazioni infrarosse) non si accordavano alla Legge “esponenziale” di Wien, mentre i risultati (per grandi lunghezze d’onda) coincidevano con quelli di una formula che il fisico inglese Rayleigh (N. 88) stava mettendo a punto in quel periodo. La formula ideata da Rayleigh divenne poi la Legge di Rayleigh e Jeans in quanto ottenuta in collaborazione con l’altro fisico britannico James Jeans (1877-1946).

Tuttavia quest’ultima legge – a sua volta - non andava bene per lunghezze d’onda molto piccole, cioè per le alte frequenze. Planck allora modificò la propria formula fino ad adattarla sia alla basse che alle alte frequenze. Per ottenere questo risultato – divenuto in seguito “storico” - Planck utilizzò i metodi probabilistici già usati da Boltzmann per mettere a punto la sua teoria dell’Entropia (N. 94), ed ipotizzò che l’energia trasmessa con le radiazioni non fosse continua, ma divisa in quantità finite, benché piccolissime. A queste quantità minime, ma perfettamente definite, fu dato il nome di “quanto d’azione”. Planck dimostrò che questo quanto era diverso per ogni tipo di radiazione, ma che il suo valore energetico era sempre proporzionale alla frequenza caratteristica della radiazione secondo un numero costante universale (cioè valido sempre e dovunque) detto “costante di Planck”, che vale 6,62 x !0-34Joule x secondo.

Poiché nella formula di Planck erano presenti sia la costante di Planck, “h”, sia quella detta di Boltzmann “k”, che compare anche nella legge probabilistica dell’Entropia e nella legge dei gas perfetti (N. 94), dalla misura delle radiazioni del corpo nero fu possibile calcolare sia la costante di Planck che quella di Boltzmann, ed anche il numero di Avogadro (che è il numero di molecole che compare in una “mole” di gas, ovvero in circa 22,4 litri in condizioni normali) che compare nella formula dei gas perfetti. Utilizzando considerazioni elettrochimiche fu possibile anche dare una valutazione precisa della carica dell’elettrone. Planck ottenne per le sue ricerche – la cui importanza non fu compresa subito - il Premio Nobel solo nel 1918.


La divisione dell’energia in quanti elementari, considerata inizialmente quasi come un artificio di calcolo, ebbe 5 anni dopo una geniale spiegazione fisica ad opera di un giovane sconosciuto fisico tedesco, che lavorava all’ufficio brevetti di Zurigo, Albert Einstein. Egli presentò nel 1905 alcune memorie di cui una riguardava l’effetto fotoelettrico scoperto da Rudolf Hertz (vedi N. 81), e cioè la capacità delle radiazioni elettromagnetiche di adeguata frequenza di estrarre elettroni dalla struttura atomica della materia. Queste risultanze erano state confermate dalle esperienze del 1902 dell’altro fisico tedesco Philipp Lenard (1862-1947), poi Premio Nobel nel 1905 per queste stesse ricerche. La memoria di Einstein (che gli fruttò il Premio Nobel solo nel 1921) aveva il titolo: ”Su un punto di vista euristico circa l’emissione e la trasformazione di luce” (altre memorie di Einstein riguardavano invece la teoria della relatività speciale, i moti browniani, e l’equivalenza massa-energia, come vedremo nel prossimo numero).

Einstein fece notare che l’estrazione degli elettroni non dipendeva dall’intensità totale della radiazione, ma solo dalla frequenza. Per frequenze elevate, cui corrispondono secondo la formula di Planck valori del quanto di energia più elevati, l’estrazione dell’elettrone è possibile. I quanti, quindi, sono dei veri pacchetti concentrati di energia che agiscono come proiettili sugli elettroni strappandoli agli atomi. Più tardi, nel 1926, questi pacchetti di energia privi di massa furono chiamati “Fotoni” dal greco antico “Fos”, cioè “luce”.

Questa spiegazione fu all’inizio criticata dallo stesso Planck che riteneva che Einstein fosse andato troppo oltre, ma poi la spiegazione e le previsioni teoriche di Einstein furono confermate da una serie di esperienze, come quelle fatte dall’americano Robert Millikan (1868-1953) tra il 1914 ed il 1916. Successivamente nel 1922 un altro statunitense, Arthur Compton (1892-1962), poi anche lui Premio Nobel nel 1927, dimostrò che bombardando elettroni con raggi X, si aveva un effetto di perdita di energia radiante (Effetto Compton) perfettamente spiegabile come dovuta ad un rimbalzo dei fotoni costituenti i raggi X sugli elettroni.                

Le scoperte di Planck e di Einstein sono alla base dei modelli atomici successivi, come quello celeberrimo di Bohr, in cui l’emissione o l’assorbimento di energia da parte di un atomo avviene secondo valori energetici ben definiti a causa del salto di un elettrone da un’orbita ad un’altra e ha aperto la strada alla fisica quantistica in cui gli scambi energetici avvengono in maniera non continua ma per salti(3)(4). La teoria quantistica conferma inoltre un principio filosofico materialista già evidenziato nell’antichità da Democrito e Leucippo: e cioè che in fisica, a differenza di quanto avviene in matematica e geometria, la natura è divisa in particelle e procede per salti. Gli antichi atomisti avevano già affermato che la materia è caratterizzata da nuclei indivisibili, o “atomi”. Dopo Planck ed Einstein si può dire che anche l’energia risulta atomizzata. L’atomo di luce, il fotone, cioè la quantità minima che una radiazione può dare, ha un’esistenza reale intuita già da Newton con la sua teoria “corpuscolare” della luce, e già intuita 2000 anni prima dallo stesso Democrito che parlava di atomi “più leggeri” che colpivano gli occhi.

Al principio del ‘900 si è scoperto che anche la corrente elettrica è atomizzata, essendo costituita da “elettroni”, particelle cariche elettricamente 1800 volte più leggere dell’atomo più leggero (quello di idrogeno). Lo stesso Planck fu sostenitore della teoria atomica, già accettata da Galilei, Newton, Bruno e Gassendi nel ‘600, e ripresa con forza da Dalton, Avogadro, Cannizzaro, Mendeleev e molti fisici e chimici nell’800.

Planck polemizzò vivacemente con Mach, negatore della presenza degli atomi, e sostenitore di una fisica fenomenica che non investigasse sulle strutture reali sottostanti alle apparenze fenomeniche. Per questa sua attitudine “realista”, che lo vide schierarsi dalla stessa parte di Lenin, sostenitore di una Scienza realista e determinista (cioè basata sul principio che esiste una realtà esterna a noi in cui si verificano fenomeni indipendenti da noi che funzionano da cause di altri fenomeni) , Planck, che era politicamente un liberale conservatore (ma che ebbe sempre un atteggiamento critico verso il Nazismo), fu “riabilitato” anche nella Germania Democratica (DDR) che volle partecipare insieme alla Germania Occidentale alle celebrazione del suo anniversario nel 1958.

A questa cerimonia che si tenne in due giorni sia a Berlino Est che Ovest, partecipò per la DDR Gustav Hertz, premio Nobel nel 1925 e nipote di Rudolf Hertz (scopritore delle onde elettromagnetiche), e per la Germania Ovest Heisenberg, Hahn e molti altri celebri fisici e chimici. Planck è morto a Gottinga nel 1947 dopo aver dovuto subire la fucilazione del figlio Erwin coinvolto nel 1944 nell’attentato contro Hitler. In suo onore il massimo istituto di ricerca tedesco è intitolato “Max Planck”.

(questo articolo è tratto dal libro “Conoscenza, Scienza e Filosofia” di V. Brandi)




(1) RBA, “Le Grandi Idee della Sc. – Planck”

(2) L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

(3) RBA, “Le Grandi Idee della Sc. – Einstein”

(4) RBA, “Le Grandi Idee della Sc. – Heisenberg”