“La fine del mondo inizia con la fine della biodiversità…”



Le mutazioni genetiche artificiali sono irreversibili ed incontrollabili, una volta che sono state immesse nuove varietà geneticamente modificate tutte le altre piante consimili sono destinate ad imbastardirsi con conseguente “vizio” riproduttivo ed incapacità di offrire una sicura difesa alle malattie, contrariamente a quanto dichiarato dai produttori, e di rispondere in modo adeguato alle variazioni climatiche o ambientali. Gli OGM sono una bomba ad orologeria che ha già iniziato a scandire il tempo… avvertendoci che il momento della “esplosione” è quasi giunto…

Infatti in natura le mutazione genetiche avvengono spontaneamente e quelle che risultano favorevoli alla sopravvivenza ed allo sviluppo delle specie si mantengono mentre quelle sfavorevoli sono destinate a scomparire. Al contrario le mutazioni genetiche provocate artificialmente dall’uomo sono funzionali a imprimere nelle specie caratteristiche che sono favorevoli agli interessi dell’uomo e non delle specie in se stesse o dell’ambiente che le ospita.

La contaminazione del Polline da OGM e, soprattutto, il Trasferimento Genico Orizzontale di parti del DNA transgenico, da una specie all’altra, rappresentano una minaccia per la salute, l’ambiente, le tradizioni agricole dei popoli.

Infatti i mali provocati dagli OGM non sorgono solo nelle inevitabili mutazioni e contaminazioni delle specie vegetali.. La globalizzazione nel settore agricolo impone una concorrenza così feroce e tecniche agronomiche e produttive che siano in grado di ridurre sempre più i costi di produzione. Anche in Italia quindi vi è la corsa ad una agricoltura intensiva e monocolturale, che ha impedito la tipica rotazione agraria ed ha favorito l’insorgenza di malerbe infestanti e parassiti resistenti. Da qui l’uso di veleni. La tecnica degli OGM non fa altro che confermare e consolidare questo tipo di agricoltura intensiva monocolturale, che punta tutto alle rese ettaro, ma ci toglie i sapori e gli odori tipici dei nostri prodotti agricoli.

Forse, forse è ancora possibile bloccare il processo di imbastardimento e cancellazione della vita a noi conosciuta…. però occorre far presto, prima che sia troppo tardi, occorre disinnescare la bomba, interrompendo l’immissione di nuove specie OGM nell’ambiente. Occorre impedire la diffusione di tali coltivazioni…

L’Italia può ancora fare qualcosa magari avvalendosi delle peculiarità del suo ambiente mediterraneo e montano, proponendosi come un paese conservatore di antiche sementi e della biodiversità bioregionale. E questo vuole essere un invito al Governo in carica per dichiarare la nostra penisola un’ “Oasi OGM Free”. Una sorta di riserva mondiale della natura. Un tempio della Natura.

Paolo D’Arpini – Rete Bioregionale Italiana



Giudizio accademico sul sistema giudaico etnocentrico

Scrive Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla California State University: “…il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razionalizzano quale religione, altro non è che «una strategia evolu­zionistica  specializzata [...] sostanzialmente centrata sulla difesa del gruppo», massimo tra i paradigmi di etnocentrismo e competizione per il successo economico-riproduttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] 

Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]». 

Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudaismo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della etnia ebraica; fu una religione "nazionale" non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927]. Di conseguenza, convertirsi “non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – essere adottati dalla razza ebraica”» (in MacDonald I), ribadendo che «possiamo concepire il giudaismo soprattutto come un’invenzione culturale, mantenuta in vita dai controlli sociali che operano per strutturare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’interno del gruppo il comportamento sia nei confronti dei membri del gruppo sia nei con­fronti degli estranei [that rationalizes ingroup beha­vior both to ingroup members and to outsiders]» (in MacDonald II)”



BIBLIOGRAFIA:

MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994

MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998

MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998

MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000

MacDonald K. (V), prefazione alla nuova edizione di The Culture of Critique, 1stbooks Library (in proprio), 2002, in csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html

MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

Osho e le sofferenze amorose...



L’amore è doloroso, perché crea la strada per la beatitudine. L’amore è doloroso, perché trasforma; l’amore è mutazione. Ogni trasformazione sarà dolorosa, perché il vecchio deve essere abbandonato per il nuovo. Il vecchio è familiare, certo, sicuro; il nuovo è assolutamente sconosciuto. Ti addentri in un oceano inesplorato. Non puoi usare la mente con il nuovo; con il vecchio la mente è abile. La mente può funzionare solo con il vecchio; con il nuovo, la mente è completamente inutile.

Quindi sorge la paura e, lasciando il vecchio mondo, comodo e sicuro, il mondo della convenienza, sorge il dolore. È lo stesso dolore che prova il bambino quando esce dal ventre della madre. È lo stesso dolore che prova l’uccello quando esce dall’uovo. È lo stesso dolore che proverà l’uccello quando tenterà di volare per la prima volta.

La paura dell’ignoto e la sicurezza del noto, l’insicurezza dell’ignoto, l’imprevedibilità dell’ignoto, spaventano moltissimo.

E poiché la trasformazione sarà dal sé a uno stato di non sé, la sofferenza è molto profonda. Ma non puoi avere l’estasi senza attraversare un’agonia. Se l’oro vuole essere purificato, deve passare attraverso il fuoco.

L’amore è il fuoco.

È a causa del dolore dell’amore che milioni di persone vivono una vita senza amore. Anche loro soffrono e la loro sofferenza è inutile. Soffrire nell’amore non è soffrire invano. Soffrire nell’amore è creativo, ti porta a livelli di coscienza più elevati. Soffrire senza amore è assolutamente uno spreco; non ti porta da nessuna parte, ti fa rimanere nello stesso circolo vizioso.

Un essere umano senza amore è narcisista, è chiuso. Conosce solo se stesso. E quanto può conoscere se stesso se non ha conosciuto l’altro? Perché solo l’altro può funzionare da specchio. Non conoscerai mai te stesso senza conoscere l’altro. L’amore è molto fondamentale anche per la conoscenza di sé. Una persona che non ha conosciuto l’altro in un amore profondo, in una passione intensa, nell’estasi assoluta, non potrà mai sapere chi è, perché non avrà uno specchio in cui vedere il proprio riflesso.

La relazione è uno specchio e più puro è l’amore, più elevato è l’amore, migliore è lo specchio, più pulito è lo specchio. Ma l’amore più elevato ha bisogno che tu sia aperto. L’amore più elevato ha bisogno che tu sia vulnerabile. Devi abbandonare la tua armatura; questo è doloroso. Non devi stare costantemente in guardia. Devi abbandonare la mente calcolatrice. Devi rischiare. Devi vivere pericolosamente. L’altro può ferirti; da qui nasce la paura di essere vulnerabili. L’altro può rifiutarti; questa è la paura nell’essere innamorati.

Il riflesso di te stesso che troverai nell’altro può essere brutto e da qui nasce l’ansia. Quindi eviti lo specchio. Ma evitando lo specchio non diventerai bello. Evitando la situazione non crescerai nemmeno. La sfida deve essere raccolta.

Bisogna innamorarsi. Questo è il primo passo verso dio e non può essere aggirato. Coloro che cercano di saltare il passo dell’amore non raggiungeranno mai dio. È assolutamente necessario, perché diventi consapevole della tua totalità solo quando sei provocato dalla presenza dell’altro, quando la tua presenza è rafforzata dalla presenza dell’altro, quando sei trascinato fuori dal tuo mondo chiuso e narcisistico, sotto il cielo aperto.

L’amore è un cielo aperto. Essere innamorati è essere in volo. Ma certamente, il cielo sconfinato incute paura.

E abbandonare l’ego è molto doloroso, perché ci hanno insegnato a coltivare l’ego. Pensiamo che l’ego sia il nostro unico tesoro... 




da: Osho, ll segreto, ed. Del Cigno

Vitaccia cavallina... - Corri uomo corri...



Forse il pettine sta stringendo nodi da tempo attesi da qualcuno, inattesi da molti. Si mostrano espressioni che nulla hanno a che vedere con la matrice culturale che ci avviluppa e gestisce le sinapsi. Ne sono un’opposizione, visto che ne implicano una critica. Espressioni eterodosse nei confronti di ciò che abbiamo appreso, studiato, voluto, alimentato, e trasmesso. Nei confronti della pellicolare superficie dell’umana potenza creativa.

Non si tratta di un cambio di registro classificabile sotto la formula “novità”. Uno strillo inflazionato, ordinariamente impiegato dalla società dello spettacolo (pubblicità, informazione, cultura, commercio), obbligata a fare uso a dosi crescenti pur di tirare avanti la consumistica messinscena.

Riguarda semmai il cosiddetto cambio di paradigma, nel cui cuore si trova una critica all’assolutismo del materialismo. Una realtà tanto strutturale delle nostre costituzioni da rendersi normalmente invisibile. Se, non ha senso al pesce cosa ne pensa dell’acqua, ne ha a chi ha preso coscienza che quell’acqua, ci struttura, ci compone, ci limita. Resterà il docile bue sotto il giogo una volta presa coscienza della propria potenza? Una volta presa coscienza di sé?

Ma la critica al materialismo non è per niente una novità. Quella finora espressa dalla narrazione condivisa è stata perlopiù intellettual-speculativa. Limitata al campo del sapere cognitivo: niente d’incarnato, di estetico, di radicale. Di carnale, in senso costitutivo. In quanto si esprime nei sentimenti, nel fare, nel pensare, nel concepire.

Insieme al materialismo, fanno corpo il razionalismo, il meccanicismo e lo scientismo. Territori atrocemente disumani in cui gli individui sono facili prede di superstizioni, incantesimi ed effimeri valori. Destinati così alla perdizione. Il culto dell’avere e quello della tecnologia hanno eletto ad universale il progresso materiale. Abbindolate come i primitivi dagli specchietti, ignare di sé, le persone si sono buttate a testa bassa e gomiti alti nella corsa all’oro. Il successo plebiscitario l’ha resa tanto efficace traino cultural-politico, quanto solida matrice di tutta l’intelligenza messa in campo per il podio. Ma la dedizione richiesta da quel processo ha svuotato di energie vitali tanto la cultura quanto la politica. Lasciandoci ruotare come blasfemi sufi in una spirale, senza apparente via d’uscita. Proprio come per il pesce.


Nessuna novità

Se le ragioni storiche del dominio del materialismo sono a disposizione di qualunque onestà intellettuale e se tutti possono osservare che le epoche storiche, di qualunque stirpe si voglia, scaturiscono per opposto, quei segni nuovi, inizialmente citati, in via di moltiplicazione, fanno auspicare e immaginare l’avvicendamento alla genia del materialismo. Non si tratta di ucciderlo, solo di declassificarlo a relativo e strumentale. Relativo come opposto ad assoluto e strumentale in quanto, tanto funzionale alla vita amministrativa, quanto disastroso in quella relazionale.

L’urbanistica storica del materialismo e le sue architetture pare stiano scricchiolando sotto il peso di crescenti consapevolezze che ne riconoscono il limite operativo e il vincolo creativo. Prese di coscienza sostanziali che riguardano l’io e il sé, il prossimo e la società, l’educazione e il benessere profondo, il lavoro come campo dei nostri talenti, l’ambiente non più come oggetto da preservare ma come habitat relazionale di noi stessi, la terra come organismo, la vita come dono. Cose vecchie rimaste impopolari. O massacrate dai canoni delle religioni. Ne aveva parlato la caverna di Platone, più anticamente i Veda, i Toltechi, Zoroastro e, più recentemente, Cristo. Naturalmente anche molti altri, ma tutti zittiti dalla storia e dalla vulgata, evidentemente inette alla cruna dell’ago. Visioni rimaste a narrazione d’appendice relegate nelle pieghe delle vicende umane. Mortificate ma mai del tutto sopite. Il respiro esoterico le proteggeva rendendole occulte ai più. Questi equivocavano e fraintendevano. E non perdevano occasione di deridere e torturare chi non abiurava simili fandonie. Miracoli, piombo che diventa oro, resurrezione, autoguarigione, chiaroveggenza, via! Tutto ammassato nella fossa comune del razionalismo, del materialismo, della verità ortodossa. Modalità utile per governare più che per far crescere popoli e società.


Arcobaleno. Ma di cartone

Il Potere temporale dei papi fu atroce campione in carica per molti anni. L’Illuminismo permise di radunare idee che condussero le politiche dagli Stati personali agli Stati nazione. Poi, la sua vulgata che, da allora, ha inseminato di sé ogni capillare della cultura. Fino al punto che sii razionale è il monito che tutti pronunciano senza timore di sbagliare. Cultura che, così inebriata dalla novità che la liberava dai demoni delle tradizioni sapienziali, non ha esitato a gettar via il sudicio passato, senza accorgersi del bambino di conoscenza che vi era in mezzo. Quindi, l’apoteosi della Scienza. Così inebriata di sé da perdere di vista immediatamente l’autoreferenzialità da cui era nata. La Rivoluzione industriale sorse di lì a poco, nutrita da nient’altro che da materia, prima o seconda non cambia. Con quei prodromi appena detti, si trovò al galoppo sui cavalli alati della verità finalmente trovata. Prese possesso del concetto di progresso. Una vicenda ancora in essere che ebbe come irripetibile caricatura materialistica il Tina (There is no alternative) della ferrea Lady.

Lo scientismo, ovvero la scienza come sola sede della verità, come sola autentica indagine del reale che meriti rispetto e guidi degnamente il sapere degli uomini, nonostante l’avversione degli scienziati, si attestò sul gradino più alto della verità. Quello al quale tutti gli uomini, e anche i dentifrici – che sono infatti scientificamente testati – guardavano con ammirazione, finalmente sereni d’aver trovato ciò che da sempre l’uomo andava cercando. Per un buon tempo, perfino gli umanisti provarono cocciutamente a trovare la quadratura tra umanità e modello scientifico. La Tecnologia, figlia della Scienza ha avuto vita facile. Nella sua discesa verso noi si è capillarizzata senza incontrare ostacolo alcuno e ha monopolizzato le menti. Tutti giocano con il nuovo dispositivo che non gli fa più sbagliare strada, che dice che ora é a Ulaanbaatar, che gli calcola interessi degli investimenti e permette di fare on line ciò che prima richiedeva le gambe. “E che risparmio di tempo, ragazzi”. Del suo lato B, della dipendenza che implica e relativa assuefazione e patologie, naturalmente nessun accenno da parte dei nostri amati commercianti, della nostra amata informazione.


Vita virtuale

Se prima gli attrezzi analogici venivano usati e posati a fine servizio, ora quelli digitali, surrogati di affetto e assuefatori di attenzione, bruciano l’energia creativa e permangono in noi, scimmia sulla schiena di ogni dipendenza. La permanente attesa di novità come sola soddisfazione entro un orizzonte vuoto di progetti autentici, e la compulsiva masturbazione digito-tattile sono di pari tossico peso solo allo stretto tempo con il quale con reiterata famelicità si consuma tanto la news pubblica o privata, quanto l’algida e ossessiva palpazione di uno smart-qualcosa.

Il ciclo desiderio-soddisfazione-desiderio ha subito un’accelerazione. In tempo analogico era già spiritualmente esiziale. Nonostante ciò celebrato dalle politiche economiche in quanto motore del commercio, quindi del Pil e del suo benessere. Ora, nel tunnel digitale, alla concezione della vita e di sé più ho meglio è si affacciano psico-patologie legate alla stabilità individuale, al senso di sé. L’equilibrio emozionale necessario a costruire persone compiute, che sappiano sentire se stesse per trovare la strada, per educare se stesse dai propri errori, è venuto meno. È venuto liquido. L’effimero e l’apparenza, nonché i modelli unici che vi sono veicolati, sono aspetti che accompagnano l’infanzia e la crescita delle persone. Sono diavoli che intralciano il riconoscimento della propria dimensione, direzione, identità. Sono voluttuose sirene che favoriscono il transito di valori e di pensieri funzionali al controllo esogeno delle nostre vite e al consumo di merci ad obsolescenza programmata. Entrambi destini scelti per noi prodotti dai detentori della comunicazione. Che umanesimo può venire fuori da questa matrice dai tratti industriali a controllo digitale? Che può restare della cultura analogica, la cui fondamentale caratteristica costitutiva era di essere sempre a misura d’uomo?


Il punto

E questo è il punto. Si va nella direzione opposta a ciò che serve agli uomini per escogitare una modalità di società che sia progressivamente libera dai conflitti. Da ciò che gli serve per evolvere. Un’evoluzione che nulla ha a che vedere con il cosiddetto progresso. Essa riguarda il riconoscimento di sé, ovvero di quella natura universale che impedisce di sviluppare politiche ed idee di sopraffazione, di alienazione, di infelicità, malesseri e malattie. Se prima l’identità aveva la cultura nazionale come solido plinto d’appoggio, ora siede sul ribollire di attrazioni che non riconosce ma ritiene necessario inseguire. La rincorsa è permanente, il nichilismo la affianca. Finirà sfiancata e facile preda disposta a tutto per una sopravvivenza vuota, nella quale i poteri e i talenti latenti di ognuno non avranno più le doti per affacciarsi agli uomini che hanno accettato di sottostare a condizioni di vita schiavistiche in cambio di un benefit. Che hanno lasciato l’infinito che siamo in cambio di una sua edulcorata scheggia.


Dove corrono i cavalli

Inconsapevoli della propria autoreferenzialità, ciò che scienza e materialismo riescono a misurare con il loro strumentini e ragionamentini diviene realtà, il resto dell’infinito semplicemente non esiste. Ma è proprio oltre la loro reificazione che si trova l’uomo. Le coordinate cartesiane possono rappresentarne le forme ma non hanno competenze per tracciarne lo spirito. Scienza e materialismo non sanno che tutto si genera per amore e che l’interesse personale ne inficia il valore, la bellezza, la qualità. E così, spogliarsi degli orpelli culturali entro i quali nascondiamo noi stessi, ai quali ci sentiamo sottomessi, fino all’incapacità e all’impotenza di mostrarci per quello che siamo, ci è impedito. Avvolti dalle fascinose sirene dei vizi capitali non sappiamo riconoscere le energie che emettiamo, né quelle emesse dal prossimo. Privi della basilare sensibilità della vibrazione della vita sopperiamo con la brutalità in tutte le sue forme e modi.

La realtà esaurita nella sua materialità e forma è come un film osservato da un bimbo preoccupato per gli indiani che muoiono. Identificarsi in esso è ciò che ci vincola ad una condizione del tutto estranea alle potenzialità di serenità e benessere che abbiamo. È necessario prendere le distanze dalla realtà con la quale ci siamo identificati, è necessario riconoscere le occulte identicità tra noi piuttosto che le evidenti differenze. Necessario riconoscere che siamo dei Truman Burbank. Che i saperi cognitivi uccidono la conoscenza. Che questa è già in noi. Perché se non lo faremo seguiteremo, a testa alta e petto in fuori per mostrare la collezione di mostrine, ad avanzare nella direzione opposta a dove corrono i cavalli.

Lorenzo Merlo



...prima del cristianesimo e della democrazia...

 


Molti secoli prima dell’avvento del cristianesimo e della cosiddetta "democrazia", vigeva una fratellanza molto diversa nel comportamento umano, riferito ad un periodo antecedente ai tiranni della storia Occidentale, mentre in Asia erano diffuse credenze fondate sul “non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te”.  


Allora non c’erano i corrotti e corruttori, non c’erano i bulli e i bulloni, non c’era la casta di privilegiati, non c'erano le finte "elezioni", non c’era il potere dell’ingiustizia, non c’era la preghiera come remissione dei propri peccati, e non c’era neanche la necessità del perdono, gli uomini si comportavano degnamente di fronte alla propria coscienza dove il Sole e tutta la Natura rappresentava l’amore e la vita in un mistero Divino impenetrabile.

Ed oggi?

La religione non funziona?

La politica non funziona?

La sanità non funziona?

Le pensioni non funzionano?

La scuola non funziona?

L'industria non funziona?

Il lavoro non c’è più.

La povertà e l'ingiustizia rappresentano il fallimento della società.

La sola cosa che funziona perfettamente nel Paese e il costante arretramento della nostra civiltà.

L’Italia sta vivendo un lungo periodo di incapacità ideologiche del Potere, orchestrate in simbiosi tra la Giustizia e il Clero, evadendo le responsabilità e le giuste punizioni per i tanti anni di continui errori con speculazioni, furti e imbrogli di ogni genere, che mirano a sostituire le persone nei punti chiave senza intervenire sul sistema, il quale continua a disseminare penose sofferenze e suicidi, trascinando l’Italia  alla rovina.

Dai grandi uomini del passato descritti nei libri di scuola come esempio di capacità e di amor patrio, tradotti in un popolo di masochisti senza futuro, pazzamente rappresentati da persone avvitate nella corruzione, nella speculazione e nell’ignoranza.

Dinanzi a un quadro simile, sarebbe più redditizio formare un nuovo pensiero politico per raccogliere tutte le persone di buon senso nella formazione di un Partito denominato “il Partito del WC” che tradotto in Italiano può significare tante cose, ma sono certo che riceverebbe molti assensi perché l’uso del WC tradizionale potrebbe anche essere inteso come una importante funzione fisiologica di prima necessità, soprattutto per coloro che soffrono di intestini a causa di abusi alimentari tendenti ad approfittare nell’arte dell’arraffare o nella libera corruzione Politica che ha distrutto il Paese.

Con il Partito del WC provvisto di sciacquone, ogni tanto potremo tirare la cordicella per ripulire il Water prima che infetti l’intero edificio o l’intera Nazione.

Nella politica e nella religione serve gente fresca con il pensiero rivolto all’innovazione fondata sull’etica e sull’onestà, per salvare una nave molto prossima alla deriva.

Anthony Ceresa






Treia. Gli ulivi hanno fruttificato...

 


Era il 2 od il 3 gennaio 2010 allorché misi piede per la prima volta a Treia. (http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/07/la-prima-volta-treia-come-si-ruppe-il.html)

La mia adorata compagna Caterina venne a prelevarmi a Calcata e mi portò fino a questa cittadina marchigiana da cui la sua famiglia era originaria. Qui nella casa di Caterina ebbi la netta sensazione che avrei trovato il mio "buen retiro", il rifugio in cui ripararmi dalle gelide folate di vento calcatese, che ancora mi soffiava nelle orecchie. Non che a Treia non ci fosse vento, anzi dal punto di vista meteorologico ce n'era anche di più e più freddo, ma il senso di riparo che provavo in questa casa e soprattutto il sentirmi libero dalle incombenze calcatesi, di guru obbligato all'infamia,  mi aveva sollevato lo spirito...

Avevo finalmente trovato il luogo adatto per continuare la mia ricerca bioregionale e spirituale.

Di lì a poco mi trasferii definitivamente a Treia, e per farvi vivere le sensazioni che anch'io vissi in quei primi momenti vi invito a leggere questa memoria: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/05/treia-la-casa-sulla-roccia-e-le-campane.html

Questa breve premessa per spiegarvi come una volta insediatomi a Treia non potessi far a meno di imparare a conoscerla e ad amarla, per quello che è... nel bene e nel male. Il bene è senz'altro preponderante, sia dal punto di vista ambientale che sociale, ma anche qui -soprattutto in seguito al generale degrado subito dalla società italiana negli ultimi  anni- la crisi e il senso di scollamento sociale si fa sentire.

In parte il disagio è dovuto all'estraneazione dovuta alla paura  del contagio  che  attanaglia gli animi della popolazione  ma anche alla  carenza di input culturali e sociali. 
 Purtroppo non posso esimermi dal prestare attenzione all'allarme lanciato da tante nobili anime che qui vivono,  il  loro amore per il luogo e per la comunità  mi ha coinvolto, mi ha attirato e spinto verso la insospettata necessità di compiere un  dovere umano verso la società treiese che mi ospita. 

La buona occasione per promuovere lo spirito comunitario è giunta in seguito al lavoro indefesso svolto, nell'ambito delle attività portate avanti dall'associazione Auser Treia,  soprattutto  da due cari amici, Andrea Biondi e Chiara Teloni, due insegnanti e neo contadini che si sono impegnati a promuovere e realizzare una biblioteca  pubblica e gratuita nella sede del locale  Circolo  Auser, che dai primi di ottobre 2021 è  accessibile alla cittadinanza  
(Vedi: https://www.facebook.com/bibliotecaausertreia). 


Questa iniziativa, presentata in occasione della celebrazione di San Francesco, sento che abbia ricevuto le sue benedizioni, come pure le hanno ricevute le olive del nostro orticello, dal 4 ottobre sono  pronte per la raccolta. 

Paolo D'Arpini


 Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo.    Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti  ed  inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima..." (Ramana Maharshi)

NASCITA DELLA PSICOFISICA, PSICOLOGIA E PSICANALISI



Il grande sviluppo delle scienze “esatte” (come la fisica o la chimica) nell’800 convinse molti studiosi ad impostare anche le nascenti scienze “umane” su basi scientifiche. Grande sviluppo ebbero nell’800 gli studi di psicofisica e psicologia (già iniziati nel ‘700) che però talvolta ebbero caratteristiche disomogenee: molte ricerche seguirono metodi sperimentali, ma altre si ispirarono a considerazioni filosofiche non sempre legate alla realtà(1).

Principale centro di questi studi fu la Germania, anche sulla spinta della filosofia materialista di Herbart (N. 71). Negli anni intorno al 1860 Ernst H. Weber e Gustav T. Fechner   studiarono con metodi sperimentali i rapporti tra stimolo esterno ed intensità delle sensazioni, argomento centrale della “psicofisica”, stabilendo delle leggi sperimentali ed anche una scala logaritmica per gli stimoli, come viene ancora usata in acustica con la scala dei Decibel.  Wilhelm Wundt (1832-1920), allievo di Helmholtz, svolse anch’egli esperimenti su sensazioni, tempi di reazione agli stimoli, ed intensità dell’attenzione, rinunciando a sperimentare su attività mentali superiori tipiche della “psicologia” (come ragionamento, linguaggio, giudizio, memoria, emozioni), oggetto secondo lui solo di filosofia.

Anche l’olandese Franciscus Donders (1818-1889), autore dell’opera “Cronometria Mentale” del 1860, svolse ricerche sperimentali sui tempi di reazione basate sul metodo detto della “sottrazione”, in cui erano confrontati tempi relativi a stimoli semplici con tempi relativi a stimoli composti, o necessitanti di una scelta. Questo metodo, abbandonato per molti decenni, è stato poi ripreso nell’ambito della moderna “Psicologia cognitiva”, affermatasi nella seconda metà del ‘900.

 Hermannn Ebbinghaus (1830-1909) e Georg E. Müller (1850-1934) svolsero invece studi sperimentali sulla memoria. Il primo effettuò anche misure dell’intelligenza dei bambini, mentre il secondo si avvicinò poi alle idee di Mach (N. 95), che valorizzava le sensazioni come dati primari della conoscenza, ed a quelle della “Gestalt”, movim̈ento di cui ci interesseremo più avanti, che privilegiava i processi mentali coscienti (non automatici).

Su posizioni neo-kantiane si pose Ewald Hering (1834-1918), che si interessò essenzialmente di percezione visiva: ritenne – infatti - che la percezione dello spazio fosse innata ed immediata (“Innatismo”), a differenza della posizione degli empiristi (cui si ispiravano anche Helmholtz Wundt) secondo cui era di origine empirica, ed era frutto di un processo di apprendimento attraverso esperienze ripetute. Anche Karl Stumpf (1848-1916), che si interessò di percezione visiva e psicologia della musica, fu sostenitore dell’Innatismo neo-kantiano e si avvicinò anche alla Fenomenologia di Husserl (N. 99) ed al pensiero – anch’esso vicino alla Fenomenologia - di Franz Brentano (1838-1917) che sosteneva il concetto di “intenzionalità della coscienza” che si rivolgerebbe a contenuti anche non derivati dalla realtà, ed a rappresentazione di giudizi ed affetti.

Il filosofo “empirio-criticista” Richard Avenarius (che già vedemmo al numero precedente su posizioni simili a quelle di Mach), pur riconoscendo che coscienza ed esperienza dipendono dal sistema nervoso centrale, fu avversario di ogni “meccanicismo” e sostenne l’esistenza di dati fisico-percettivi indipendenti dal sistema nervoso, a metà strada tra fisico e psichico, che rappresenterebbero una specie di “esperienza pura” (concetto in cui è evidente l’influenza della Fenomenologia).

Le teorie di Mach ed Avenarius furono riprese da Oswald Külpe (1862-1915) – fondatore della Scuola di Würzburg - che fu influenzato anche dalla Fenomenologia di Husserl ed esaminò stati di coscienza non direttamente legati all’esperienza. Egli riteneva che spazio e tempo fossero aspetti solo fenomenologici e fu sostenitore del metodo introspettivo (cioè guardare entro sé stessi) per determinare i meccanismi psicologici. Külpe fu influenzato – come anche il già citato Stumpf – dal pensiero di Brentano. Anche Christian Von Ehrenfels (1795-1876), continuatore dell’opera di Brentano, fu influenzato dal pensiero di Mach: sostenne (come faranno anche i membri della Gestalt) che la “forma” dello spazio e del tempo è diversa dai singoli elementi che lo compongono.

All’inizio del ‘900 l’inglese Edward Titchener (1867-1927), allievo di Wundt, poi trasferitosi negli Stati Uniti, si interessò alla struttura della mente (Strutturalismo), vista come intreccio di elementi distinti: sensazioni, affetti, e concetti.  Contrario allo strutturalismo fu il filosofo statunitense William James (1842-1910) di cui scrivemmo già in precedenza (N. 98). Egli, soprattutto nell’opera del 1890 “Principi di Psicologia”, vide nell’attività della coscienza, nelle sue motivazioni e nei processi di apprendimento, un processo continuo, non divisibile in elementi separati, di adattamento all’ambiente (Funzionalismo).

All’inizio del ‘900 nasceva anche la psicologia della “Gestalt”, cioè della “forma” (in tedesco), in quanto i membri del gruppo che prese questo nome ritenevano che nel processo percettivo la mente riuscirebbe a scegliere la forma migliore completando con un processo cosciente e continuo, configurazioni percettive parziali incomplete. L’iniziatore di questa corrente, il ceco Max Wertheimer (1880-1943), sosteneva nel 1912 che il movimento ci appare come un tutto unico, e non come una serie di sensazioni staccate. Il pensiero si rivolge sempre ad una totalità organizzata. Un altro membro del gruppo, Wolfgang Kohler (1887-1967) sosteneva che la percezione della forma è un tutt’uno, ed è immediata, e che le dinamiche fisiche, neurologiche e psicologiche seguono percorsi analoghi. Sarebbe così superato il conflitto mente-corpo. I membri della Gestalt, tra cui si distinse anche Kurt Koffka (1886-1941), sotto l’influenza della Fenomenologia, valorizzavano l’esperienza immediata, negando l’importanza fondamentale delle esperienze precedenti e dei processi analogici che ne derivavano, ed affermando che l’atto dell’intelligenza è immediato (una specie di illuminazione). Kohler (che si trasferì poi negli USA come Koffka e Wertheimer) effettuò anche esperimenti con gli scimpanzè privi di singole prove specifiche (come il superamento di labirinti, ecc.) per dimostrare che l’intelligenza degli animali è capace di una valutazione intuitiva diretta e complessiva dei problemi. La corrente della Gestalt rifiutava l’automatismo dei processi inconsci privilegiando i processi coscienti.

Contemporaneamente in Inghilterra Francis Galton (1822-1911), influenzato da Darwin, dette grande importanza all’ereditarietà; fece studi statistici sui comportamenti umani e ricerche sulle associazioni mentali inconsce; effettuò test mentali che ebbero poi grandi sviluppi negli Stati Uniti. Anche Alfred Binet (1857-1911), in Francia, fece misurazioni dell’intelligenza dei bambini, anch’esse molto apprezzate negli USA. In quest’ultimo Paese la psicologia si orientò sempre più verso la psicometria e la psicologia del lavoro, e poi, sotto l’influsso del filosofo Dewey, verso la psicologia “funzionale” già adottata da James, cioè intesa come adattamento all’ambiente. Sotto l’influenza dell’evoluzionismo si moltiplicarono gli esperimenti sulla capacità degli animali di apprendere e risolvere problemi dopo esperienze ripetute (come trovare l’uscita da gabbie e labirinti, ecc.) come quelli condotti dallo psicologo americano E. L. Thorndike (1874-1949) ed il tedesco trasferitosi negli USA Jacques Loeb (1859-1924).

Un altro americano H. Spencer Jennings (1868-1947) dimostrò che, contrariamente a quanto molti ritenevano, anche gli organismi più semplici erano dotati di un certo grado di coscienza e capacità di apprendimento. Anche John B. Watson (1878-1958), autore nel 1913 del manifesto della nuova filosofia “behaviorista”, cioè basata su studi di comportamento (“behavior” in inglese) che ebbe grande sviluppo negli anni ‘20, fece esperimenti sulla capacità di animali di superare un labirinto utilizzando la memoria di precedenti esperienze. Questi studi – come abbiamo visto, contestati dalla Gestalt – erano basati sul concetto che il comportamento è una risposta della mente (vista come una “scatola nera”) agli stimoli ambientali, e derivavano dalla psicologia “funzionale” di Dewey e James e dall’evoluzionismo. Una forma di “comportamentismo sociale”, che teneva conto degli stimoli dell’ambiente sociale. fu quella sviluppata da George Herbert Mead(1863-1931) negli anni ‘30.

Una base molto materialista e sperimentale ebbe anche la psicologia russa, i cui principali esponenti furono Ivan Sechenov (1829-1905), che sostenne che ogni azione psichica è causata da uno stimolo materiale, e Ivan P. Pavlov (1849-1936), nemico giurato di ogni “psicologia fumosa”. Celeberrimi sono gli esperimenti effettuati da quest’ultimo sui cani, i cui succhi gastrici si attivavano automaticamente, anche in assenza di cibo, se veniva ripetuto un segnale acustico che in precedenza era stato utilizzato in connessione con la distribuzione di cibo (teoria dei Riflessi Condizionati, sperimentata anche da Watson). Pavlov sosteneva che questo comportamento valeva anche nel caso dell’uomo per il quale esisteva anche un livello superiore, in cui i “segnali” significativi che causavano i riflessi erano simbolizzati attraverso il linguaggio.

In definitiva si può affermare che la psicologia è avanzata tra ‘800 e inizio ‘900 sia su un terreno sperimentale (Fechner, Weber, Wundt, Helmholtz, Donders, Pavlov, Thorndike, Watson, ecc.), sia seguendo suggestioni di filosofie neo-kantiane, fenomenologiche, ed empirio-criticiste (Hering, Külpe, Stumpf, Brentano, Ehrenfels, la Gelstat, ecc.) contenenti anche elementi irrazionalistici ed idealisti. Come vedremo, il complesso di questi studi influenzerà anche la psicologia e la filosofia del ‘900 inoltrato, in cui si affermeranno il “Costruttivismo”, la nuova psicologia sovietica (scuola storico-culturale), e soprattutto la “Psicologia cognitiva”, di cui ci occuperemo in un prossimo numero.

Un discorso a parte merita la nascita della Psicanalisi ad opera di Sigmund Freud (1856-1939), argomento troppo complesso per potèr essere trattato adeguatamente in questa sede. Freud, neurologo viennese ebreo poi emigrato a Londra per sfuggire ai Nazisti, era ateo e di cultura laica, e riteneva di doversi affidare ad un’indagine sperimentale attraverso lo studio dei sintomi mostrati da persone affette da isteria o nevrastenia (atti involontari, associazioni verbali, contenuti dei sogni, ecc.), come emerge ad esempio negli “Studi sull’Isteria” scritti insieme a Joseph Breuer.

 Riteneva che la naturale propensione della specie umana al desiderio sessuale già dall’età infantile, se rimossa per evitare conflitti tra desideri e realtà, avrebbe creato tensioni dolorose che potèvano essere scaricate indirettamente da attività mentali inconsce (“Es”). Freud presupponeva anche la presenza di un “Io” parzialmente cosciente, di una coscienza etica superiore (“Super-Io”) e la possibilità di una presa di coscienza attraverso un processo (curativo) di analisi. È discutibile se Freud sia pienamente riuscito nel suo intento, ma è da rimarcare l’atteggiamento antimetafisico e sperimentale che fanno della sua originale ricerca un tentativo apprezzabile, che ha dato luogo ad interessanti sviluppi e conferme, anche se non sempre adeguatamente trattato dai continuatori della sua opera.

Vincenzo Brandi 


Articolo tratto da "Conoscenza, scienza e filosofia"

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(1) L. Geymonat, “storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

Perché il Dalai Lama tutto sommato piace alla chiesa...?



Come mai Papa Bergoglio non sparla del Dalai Lama (anche se lo snobba)?

Il motivo è semplice. Il Dalai Lama è sullo stesso piano degli altri religiosi cattolici, ortodossi ed affini. Il Dalai Lama non è un mistico ma un religioso ed un politico come il papa romano.
Ha una visione nobile della vita, ma poiché non sostiene a spada tratta solo il misticismo, non è considerato un avversario come tutti gli altri che fanno del misticismo la loro ragione di vita (Osho, Ramakrishna, Ramana Maharshi, Sai Baba, ecc.).

Il mistico è poco  interessato alle conoscenze scientifiche, se non per dire :"Ecco! Quello che la scienza ha scoperto
oggi lo dicevano i mistici di ventimila anni fa". Il Dalai Lama, invece,  è  attratto dalla scienza come qualsiasi uomo che vive nel Mentale. Il mistico che vive la maggior parte della sua giornata nella dimensione superiore, invece non se ne interessa molto.

Come capo religioso, il Dalai Lama è una persona squisita che tutti vorrebbero avere come amico, come fratello, ma è un religioso, come il papa romano. Ognuno di loro difende la propria religione. Il Dalai Lama non rinuncerebbe a credere nella reincarnazione e il papa non rinuncerebbe a credere nella resurrezione di Gesù.

Il primo è un uomo straordinario, il secondo molto sagace, ma sono entrambi interessati alla propria religione e, in questo senso, l'uno non è più  sottile dell'altro. La loro vita e le scelte sono governate da condizionamenti che essi accettano e ai quali difficilmente rinuncerebbero.

Per quanto il Dalai Lama sia più aperto, positivo e consapevole del papa romano, la sua strada è quella religiosa e non spirituale. Vi sembrerà un assurdo, ma domandiamoci se il Dalai Lama, per quanto intelligente e squisito, segua effettivamente l'insegnamento del Buddha. E non mi riferisco all'aspetto morale. Mi riferisco a quello metafisico, perché è di quello  che stiamo parlando.

I Maestri illuminati sono spirituali, mentre i loro rappresentanti sono religiosi. È una regola fissa, purtroppo. Tra il pensiero del papa e quelli di Gesù c'è un abisso. Tra quello del Dalai Lama e del Gautama Buddha c'è il ritualismo.

Anna Dossena



Nel "fare non fare" non v'è realizzazione...

"Un vero sufi siede assieme ai compagni, si alza e mangia, dorme, compra e vende al mercato, si sposa e partecipa alla società, e tuttavia mai per un momento dimentica Dio..." (Abu Sa'id ibn Abi al-khayr)



Mi scrive un'amica esprimendo i suoi dubbi "sul comportamento ideale da assumere al fine del compimento spirituale, seguendo l'esempio dei santi..." 

Le ho risposto dicendole che non si può dare una regola sulla base del  comportamento  di un santo. Il realizzato non si identifica più con un io, riferito al corpo ed alla mente, ma ha anch'egli un prarabdha karma (un destino della vita corrente) come qualsiasi altro essere umano. Persino ritenere che ci siano realizzati e non realizzati nella visione del santo è illusorio, poiché nella sua esperienza tutto è Uno ed indivisibile. 

A questo punto come si può ritenere che qualsiasi azione umana possa rappresentare una linea di demarcazione tra il presunto realizzato ed il presunto ignorante? Quello che i santi raccontano della loro vita è solo l'aspetto esteriore del loro specifico prarabdha karma, niente a che vedere con l'ipotetico "fare o non fare" ai fini della  "realizzazione".

Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare diversi santi e dal loro comportamento ho ricevuto un insegnamento universale, mai in antitesi con le esigenze della mia vita. Loro hanno vissuto la loro vita nel modo che era loro dovuto, come io sto vivendo la mia vita nel modo che mi è dovuto. Ciò vale per chiunque. Inutile arrabattarsi sul fare non fare.

Quando si parla di ricerca spirituale non si intende il perseguire un sentiero codificato, una normativa fideistica, un’appartenenza ad un credo; il cercatore spirituale è semplicemente colui che guarda se stesso, colui che riconosce il Tutto in se stesso e se stesso come il Tutto.

Da questo punto di vista la ricerca spirituale può essere considerata un fatto strettamente personale. Conciliare la propria via personale con quella di chiunque altro significa saper fluire senza ostruire, apprendere e trasmettere senza pretendere, insomma si tratta di fare la pace con noi stessi e con gli altri.

 Paolo D'Arpini



“In accordo con il Prarabdha karma di ogni persona, l’Ordinatore controlla il destino delle anime in accordo con le loro azioni passate. Qualunque cosa sia destinata a non accadere non accadrà, per quanto ci provi. Qualunque cosa sia destinata ad accadere accadrà, per quanto si possa provare a fermarla.” (Ramana Maharshi)

Osho: "Iniziazione alla Meditazione" - Abstract



La meditazione è un cammino verso l'eternità. Ed è un viaggio senza fine, eterno, nel senso che la porta si apre e continua ad aprirsi... fino a divenire l'universo. La meditazione sboccia e fiorisce, e continua a farlo fino ad abbracciare il cosmo intero nella sua fioritura. Il viaggio è eterno: inizia, ma non ha mai fine. Non ci sono gradi di illuminazione. Una volta conseguitala essa è presente. È come tuffarsi in un oceano di sensibilità. Saltate, divenite tutt’uno con esso, come una goccia che cade nell'oceano e vi si confonde, ma ciò non significa che abbiate conosciuto tutto l'oceano. Il momento è assoluto: è il momento in cui l’ego viene abbandonato, L'istante dell’eliminazione dell'Io, l’attimo della morte dell’ego. È assoluto e totale. Per quanto vi riguarda è perfetto. Ma per quanto riguarda l’oceano (per quel che concerne il divino) si tratta soltanto di un momento iniziale, l’inizio di un processo che non avrà mai fine. Vi è una cosa da ricordare: l'ignoranza non ha principio,ma ha un termine.

Non riuscirete mai a scoprire dove ha avuto inizio la vostra ignoranza. Ve la trovate accanto da sempre; da sempre essa vi circonda. Non ne scoprirete mai l'inizio: non c’è principio. L'ignoranza non possiede un punto iniziale, ma ha un termine. L’illuminazione comincia, ma non finisce mai. I due punti vengono a coincidere; sono in realtà lo stesso. L’inizio dell'lluminazione e la fine dell’ignoranza coincidono. È un unico punto, un punto pericoloso a due facce: l'una è rivolta a un'ignoranza che dura da sempre e l’altra all’inizio di un’illuminazione che non avrà mai fine.

Conseguite cosi l'illuminazione, eppure non la raggiungete mai. Pervenite ad essa, vi ci immergere, divenite tutt'uno con essa, eppure l’ignoto è sempre là, nella sua immensità. È questa la sua bellezza e il suo mistero.

Se con l’illuminazione tutto divenisse noto, non ci sarebbe più alcun mistero. Se cosi fosse, l’intera faccenda diverrebbe sgradevole. Dissolto completamente ogni arcano, tutto sarebbe morto. L’illuminazione non è « conoscere » in questo senso. Non è conoscere come suicidio. È conoscere come apertura a sempre maggiori misteri. « Conoscere » significa quindi avere nozione del mistero, esserne consapevoli. Non significa averlo risolto una volta per tutte: l’illuminazione non è il possesso di una formula matematica per cui tutto ora vi è noto. Il conoscere dell’illuminato significa piuttosto essere giunti al punto dove il mistero è divenuto definitivo.

Avete riconosciuto che questo è il fondamento di ogni mistero; l’avete conosciuto come mistero esso stesso. Ora l'arcano è divenuto tale che non avete più alcuna speranza di risolverlo. Ora lasciate ogni speranza. La vostra, però, non è sfiducia, non è disperazione. Avete soltanto compreso la natura del mistero.

L’arcano è tale da essere insolubile; il mistero è tanto fitto che è assurdo finanche sforzarsi di svelarlo. Cercare di far luce in esso con i mezzi dell’intelletto non ha senso. Siete arrivati al limite delle vostre possibilità razionali. L’intelletto ora cede le armi e si comincia a conoscere. È qualcosa di completamente diverso dal conoscere scientifico. La parola « scienza » significa - è vero - acquisizione di conoscenza, ma qui il senso è quello di penetrare a svelare gli arcani, mentre il conoscere religioso significa assolutamente l’opposto. Non si tratta, in esso, di indagare e rendere manifesta la realtà; tutt’altro. Anche quanto già si conosceva ridiventa in questa dimensione misterioso, comprese le cose di tutti i giorni sulle quali eravate certi, assolutamente certi, di sapere tutto. Ora perfino la porta è scomparsa. Tutto, in un certo senso, diviene inaccessibile... infinito e irresolubile.

Il conoscere va concepito in questo senso: è partecipare dell’esclusivo mistero dell'esistenza, dire si all’arcano della vita. L’intelletto non ha ora alcuno spazio per le sue teorizzazioni. Siete faccia a faccia con il mistero, e l'incontro è esistenziale... non per il tramite della mente, ma tramite voi stessi, tramite la totalità di voi stessi. Lo sentite con ogni parte del vostro essere: il vostro corpo, gli occhi, le mani, il cuore, l’intera vostra personalità giunge in contatto con il mistero assoluto. Questo è soltanto un inizio. La fine non verrà mai, poiché la fine sarebbe demistificante.

Questo è l’inizio dell’illuminazione. Non vi sarà mai fine, ma questo è l’inizio. Capite che l'ignoranza è finita, ma non ci sarà un termine a questo stato illuminato della mente. Siete saltati ormai in un abisso senza fondo.

Potete concepire il processo in tanti modi quanti sono i punti di vista. Se si perviene a questo stato mentale attraverso kundalini, sarà un’interminabile fioritura. I mille petali del sahasrara non sono realmente mille: « mille » sta a indicare semplicemente un numero superiore a ogni immaginazione. È un simbolo. Significa che i petali di kundalini che si stanno schiudendo sono infiniti. Continueranno a schiudersi, a schiudersi e a schiudersi. Assisterete al loro primo sbocciare, ma non ne vedrete mai la fine. Non c'è limite al processo. Si può giungere a questo punto attraverso kùndalini o per altre vie. Kundalini non è indispensabile.

Coloro che conseguono l'illuminazione per altre vie giungono allo stesso punto; differirà soltanto il nome, il simbolo sarà diverso. Le vostre rappresentazioni mentali varieranno poiché questo non è evento che si possa descrivere, e poiché quanto è possibile descrivere non corrisponde esattamente a quanto sta accadendo. La descrizione non è che un’allegoria, è per forza di cose metaforica. Potete dire: "È come un fiore che si schiude"... ma non c'è affatto alcun fiore. La vostra sensazione è però esattamente quella di essere un fiore che sta cominciando a sbocciare. La sensazione è né più né meno quella dell’aprirsi. Ma qualcun altro potrebbe esprimersi altrimenti. Potrebbe ad esempio dire: «È come lo spalancarsi di una porta... di una porta che dà sull'infinito e che non cessa mai di aprirsi». E chi più ne ha più ne metta.

I tantrici adottano una simbologia sessuale. Loro possono usarla! Dicono: « È un incontro, un'unione senza fine ». Quando il Tantra afferma che « è proprio come nel maithuna (rapporto sessuale)», quanto intende è «un incontro dell'individuo con l’infinito... ma interminabile, eterno».

Il fenomeno si può rappresentare anche in questa forma, ma ogni rappresentazione è destinata a essere metaforica. Ogni rappresentazione è simbolica; non può che essere cosi. Ma quando dico «simbolico», non intendo certo che un simbolo non abbia significato.

Un simbolo ha significato fintantoché è soltanto la vostra individualità, che l’ha concepito e l’adotta, a essere in causa. Vi sarebbe impossibile rappresentarvi la cosa altrimenti. Una persona che non ha mai amato i fiori, che non ha mai imparato a conoscerli, che passando fra i fiori non li ha mai degnati di uno sguardo, che per l'intera sua vita non ha mai avuto nulla a che spartire col «regno floreale », non potrà certo sentire l’illuminazione come lo sbocciare di un fiore. Se però voi l’avvertite in questo modo, ciò ha una quantità di significati. Vuol dire che il simbolo vi è congeniale, che corrisponde in un modo o nell’altro alla vostra personalità.

Osho