L'idea della reincarnazione secondo Osho


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L’idea della reincarnazione, fiorita in tutte le religioni orientali, dice che il sé continua a spostarsi da un corpo all’altro, da una vita all’altra. Questa idea non esiste nelle religioni che sono nate dal giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo. Ma oggigiorno, perfino gli psichiatri hanno scoperto che sembra essere vero: ci si può ricordare delle proprie vite passate; l’idea della reincarnazione sta diventando popolare.

Voglio però dirvi una cosa: l’idea della reincarnazione è un concetto totalmente sbagliato.

È vero che quando una persona muore il suo essere diventa parte del Tutto. Non ha importanza se è stato un peccatore oppure un santo, in ogni caso egli si porta dietro ancora qualcosa chiamata ‘mente’, ‘memoria’. In passato non esistevano conoscenze sufficienti a spiegare che la memoria non è altro che un groviglio di pensieri e onde di pensieri, ma ora è risaputo. Ed è qui che, in diversi punti, trovo Gautama il Buddha davvero all’avanguardia rispetto ai suoi tempi. È l’unico che è d’accordo con la mia spiegazione. Ha dato dei suggerimenti, ma non ha potuto portare delle prove; a quel tempo non c’erano molti mezzi a disposizione. Egli ha detto che quando una persona muore, la sua memoria si sposta in un altro grembo - non il sé. Oggi noi possiamo comprendere che, quando muori, lasci dei ricordi nell’aria, intorno a te. Se sei stato infelice, tutte le tue miserie trovano posto un po’ qui e un po’ là, entrano in qualche altro sistema di ricordi. Oppure entrano tutte in una volta in un altro grembo - ed è per questo che qualcuno può ricordarsi del proprio passato. Non è il tuo passato. È la mente di qualcun altro che tu hai ereditato. La maggior parte della gente non ricorda niente perché non ha ereditato, in un unico blocco, il patrimonio di ricordi di un unico individuo.

Queste persone portano in sé dei piccoli frammenti di questo e di quell’altro, e sono questi frammenti che creano la tua infelicità. Tutti coloro che sono morti su questa terra sono morti infelici. Pochissimi sono morti con gioia. Pochi sono morti realizzando la non-mente. Questi individui non hanno lasciato alcuna traccia dietro di sé, e non appesantiscono nessuno con la propria memoria; semplicemente si sono dissolti nell’universo. Non hanno più una mente o un sistema di memoria. Lo hanno già dissolto nella loro meditazione. Ed è per questo che un illuminato non nasce mai.

Viceversa, la persona non illuminata, ogni volta che muore, continua a espellere ogni tipo di miseria. E così come la ricchezza attira una ricchezza maggiore, la sofferenza attira più sofferenza. Se sei infelice, perfino se è lontana chilometri, la sofferenza correrà verso di te: sei il veicolo giusto. Questo è un fenomeno assolutamente invisibile, simile alle onde radio: viaggiano intorno a te, ma non le vedi; se però hai lo strumento adatto per riceverle, immediatamente le puoi percepire. Anche prima che la radio fosse inventata, ti viaggiavano intorno. Non esiste la reincarnazione, bensì l’infelicità che si reincarna. Le ferite di milioni di persone si muovono intorno a te, in cerca di qualcuno che voglia essere infelice. Naturalmente, la felicità non lascia tracce. L’uomo di consapevolezza muore come un uccello il cui volo nel cielo non lascia tracce: né una pista, né un sentiero, il cielo rimane vuoto. La beatitudine si muove senza lasciare traccia alcuna. È per questo che non erediti nulla dai Buddha, essi semplicemente scompaiono.

Viceversa gli idioti e i ritardati continuano a reincarnarsi nelle proprie memorie che ogni volta diventano ancora più spesse.

Oggi, forse, tutto questo può essere capito e dissolto. Altrimenti l’aria diventerà così spessa di ricordi che a voi sarà impossibile vivere con gioia, ridendo. La vostra consapevolezza non ha ferite. La consapevolezza non ha traumi. La consapevolezza non conosce tristezza alcuna. La tua consapevolezza, la consapevolezza di ognuno di voi, è innocente, totalmente beata. Per riportarti in contatto con la tua consapevolezza, viene fatto ogni sforzo per distrarti dalla mente. La mente è sovraccarica delle tue miserie, delle tue ferite. E continua a creare ferite per cui, a meno che tu non sia consapevole, non riuscirai nemmeno a scoprire come fa a crearle. Proprio oggi, Anando mi parlava di Zareen, e mi diceva quanto era felice un tempo, quando da casa sua veniva in visita alla comune. Vedendo la bellezza e la libertà e la gioia in cui la comune era immersa, alla fine ha fatto un passo rivoluzionario nella sua vita, decidendo di lasciare la sua casa e di diventare parte della comune, ma da allora non è più stata altrettanto felice. Ho detto: “Anando, spiega a Zareen con parole chiare quello che è successo: se è consapevole, lo capirà senza ombra di dubbio”. Un tempo veniva qui da una casa che era buia e tetra e infelice. Era una gioia ritrovarsi in un cielo aperto. Ma da quando si è trasferita nella comune... dentro di lei, in profondità, la mente ha fatto della comune la sua casa. E tutta la sofferenza che provava nella sua casa di un tempo ha cominciato ad affiorare e ora, non avendo più nessun altro posto in cui riversarsi... una volta compreso questo fenomeno, e cioè che l’infelicità di Zareen è frutto di un concetto che lei si è sempre portata dietro e, sebbene l’ambiente sia cambiato, quel concetto non è affatto mutato... ogni tanto di certo pensa: “È meglio che ritorni a casa”. Ma non cambierà nulla. Innanzitutto la casa di un tempo sarà ancora più buia, più misera, e il marito le sembrerà più che mai un estraneo. Ma le farebbe bene per una cosa: a quel punto ritornerà nella comune e sarà felice. Perché, invece, non cercare di capire la situazione, ed essere felice ovunque tu sia? Anche perché ritornare a quella casa non dipende solo da te. Per quanto ne so, tuo marito non ti riprenderà. Lo ha detto a un sannyasin. Non lasciare che il passato ti tormenti. Sei arrivata qui, in uno spazio aperto, ora impara la strada della libertà, dell’amore e dell’amicizia. E voi tutti avete la capacità di farlo. Non c’è ragione di essere infelici. Non esistono ragioni valide che giustifichino la vostra infelicità. In effetti dobbiamo sempre cercarci un motivo valido per essere infelici, altrimenti la gente chiederebbe: “Sei matto? Ti senti infelice senza motivo?” Per cui, in qualche modo, si continuano a inventare delle buone ragioni. Ma ricorda, quelli sono solo motivi inventati. Nessuno quando sei felice ti chiede: “Perché sei felice?” Non c’è motivo per essere felice. La felicità è la nostra natura. La felicità non ha bisogno di ragioni né di cause per esistere. Questa comune deve essere una comune di comprensione, di consapevolezza, di gente che guarda i propri modelli mentali ricordandosi che non sono suoi. Tu sei un semplice testimone e il testimone è al di fuori della mente. Io ti insegno l’essere testimone. L’unico modo per uscire dai tuoi modelli di infelicità, vecchi o nuovi, è essere testimone. Dico che è l’unico modo, perché nessuno è scappato dalla mente senza diventare prima un testimone. Sii un semplice testimone, e improvvisamente ti metterai a ridere delle tue sofferenze.

Tutte le nostre sofferenze sono così superficiali... e soprattutto sono tutte prese in prestito.

Tutti si trasmettono a vicenda la propria infelicità. La gente parla in continuazione delle proprie sofferenze, dei propri guai, dei propri conflitti. Hai mai sentito qualcuno parlare dei suoi momenti di gioia? Delle sue canzoni e delle sue danze? Dei suoi momenti di silenzio e di beatitudine? No, nessuno parla di queste cose.

La gente continua a condividere ferite, e ogni volta che parli della tua infelicità con qualcuno, senza saperlo stai trasmettendo un modello di miseria. L’altra persona forse pensa che ti stia solo ascoltando, ma di fatto sta anche prendendo delle vibrazioni di infelicità, delle ferite.

Quando ho detto che portate dentro di voi ferite altrui, volevo dire che la vostra consapevolezza non ha ferite. Se tutti diventassero meditativi, svegli, al mondo non ci sarebbero ferite. Scomparirebbero semplicemente. Non troverebbero un casa, un rifugio. È una cosa possibile. Se è possibile per me, è possibile per chiunque. Nella tua domanda chiedi anche perché possiamo “accettare così facilmente le ferite altrui,” e perché è “così difficile accettare la propria buddhità”. Puoi accettare le ferite altrui perché anche tu hai delle ferite. Tu capisci il linguaggio dell’infelicità, delle ferite, della sofferenza. E chiedi perché non riusciamo ad accettare l’idea di essere un Buddha. Per prima cosa, raramente incontri un Buddha. Molto raramente un Buddha esiste sulla terra, per cui anche se lo incontrassi non capiresti il suo linguaggio. Molto probabilmente lo fraintenderesti. Tu conosci la sofferenza, e lui parla di beatitudine. Tu conosci le ferite, e lui parla della salute eterna. Tu conosci solo la morte e lui parla di eternità. In primo luogo, è difficile trovare un Buddha. In secondo luogo, è difficile capire il suo linguaggio perché non è il tuo stesso linguaggio. Altrimenti questa sarebbe la cosa più semplice al mondo: capire la propria buddhità. È così ovvia. Il tuo vero essere è già un Buddha, sei tu che hai dimenticato la strada verso il tuo essere interiore. Hai viaggiato a lungo per tante strade, ma tutte conducono verso l’esterno. E, pian piano, hai dimenticato che esiste un piccolo posto dentro di te che non hai esplorato. La meditazione non è altro che esplorazione dello spazio interiore che hai sempre ignorato. Quel piccolo spazio ti farà improvvisamente ricordare che tu sei un Buddha. 


Ma se per te non diventerà una verità cosciente il fatto che sei un Buddha... Non si tratta di un concetto, nessuno ti può convincere che sei un Buddha... non puoi essere altro! Se vai semplicemente dentro di te, l’esperienza dello spazio interiore esploderà come un riconoscimento e come un ricordo della tua buddhità. Non è una filosofia, è un’esperienza esistenziale.

Osho


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Fonte: http://www.osho.com

Buddismo e Jainismo a confronto




Attorno al 500 a.C. in India si affermarono  due filosofie propagate dai rispettivi fondatori: il Buddismo, pensato dal Gautama Buddha ed il Giainismo propagato da Mahavira.

I due fondatori, se così possiamo chiamarli, furono coevi, e molti dei loro dettami  e conclusioni filosofiche hanno una matrice comune. Basti pensare all'idea da entrambi condivisa che "l'esistenza è dolore", per cui lo scopo della pratica spirituale è essenzialmente quello di sfuggire all'illusione di Maya o Mara, attraverso una stretta pratica acetica o attraverso l'autoconsapevolezza.


Si dice che sia il Buddha che Mahavira competessero per la nomina a 24° ed ultimo  Tirthankara di questo ciclo cosmico, la gara  fu infine vinta da Mahavira,  che condusse un'esistenza veramente penitente, con la conduzione di  pratiche mortificanti estreme con cui conquistò la palma di asceta per antonomasia. 

Il Buddha inizialmente  tentò anch'egli  il percorso  dell'ascetismo  ma allorché la nomina di ultimo Tirthankara fu conquistata da Mahavira   optò per "la via di mezzo" che comunque  ebbe più successo nei secoli a venire  e si propagò  in vari paesi dell'Asia giungendo sino in Grecia  e probabilmente influenzando il proto pensiero cristiano.

Vi sono molti aneddoti riguardo la competizione tra i due "profeti", non possiamo stabilire la loro veridicità ma alcune storielle sono pure divertenti... Tutte le religioni al mondo sono costrette ad affermare di sapere tutto ciò che è possibile sapere e conoscerlo esattamente per ciò che è – non possono fare altrimenti.

I giaina dicono che il tirthankara – il loro messia – è onnisciente. Sa tutto – passato, presente e futuro – quindi tutto ciò che dice è verità assoluta. Buddha prendeva in giro Mahavira, il messia giaina. Mahavira stava diventando vecchio, ma Buddha era ancora giovane e capace di ridere e scherzare. Era ancora giovane e vivo ma  non ancora ben affermato.

Mahavira aveva una religione affermata già da migliaia di anni, forse la più antica religione del mondo. Gli indù dicono, giustamente, di possedere il libro più antico del mondo, il Rig Veda. È stato ora scientificamente provato che il Rig Veda è la scrittura più antica mai sopravvissuta. Eppure nel Rig Veda viene menzionato il primo messia del giainismo, che è prova sufficiente del fatto che il messia del gianismo era precedente al Rig Veda. Il suo nome era Rishabhadeva.  Edoveva essere morto da almeno mille anni quindi il giainismo era una religione affermata già da molto tempo.

Osho, che nacque in una famiglia giaina, ha riportato diverse storielle sugli scherzi  e le derisioni del  Buddha nei confronti di Mahavira e sulla sua presunta onnipotenza, onniscienza e onnipresenza dicendo: "Ho visto Mahavira che mendicava davanti a una casa", perché Mahavira viveva nudo e mendicava. Buddha affermava: "L'ho visto fermarsi davanti a una casa vuota. In casa non c'era nessuno, eppure quest'uomo, dicono i giaina, conosce non solo il presente, ma anche il passato e il futuro".

Buddha continuava: "Ho visto Mahavira camminare proprio davanti a me, e pestare la coda a un cane. Era mattina presto, non era ancora chiaro. Solo quando il cane è saltato su abbaiando, Mahavira si è accorto che gli aveva pestato la coda. Quest'uomo è onnisciente, eppure non sa che un cane è sdraiato a dormire proprio sul suo cammino, e che lui sta per pestargli la coda".

Ma la stessa cosa è successa a Buddha quando si è affermato. Trecento anni più tardi, quando i suoi detti e le sue affermazioni vennero raccolti per la prima volta, i discepoli misero bene in chiaro che "tutto ciò che è scritto qui è assolutamente vero, e rimarrà vero per sempre".

Eppure tra quelle affermazioni ci sono tante cose stupide che possono essere state valide venticinque secoli fa, ma che ora non hanno più senso, perché tante cose sono accadute nel corso di questi secoli.

Ma vediamo ora nei particolari quali sono le caratteristiche peculiari, le somiglianze e le differenze,  delle due forme pensiero.

Nel V secolo a.C. ci fu una vera e propria esplosione  filosofica in tutto il mondo conosciuto, infatti Mahavira, oltre che  contemporaneo di Budda, lo fu anche di Senofane, Lao tzu, Talete, Eraclito, Zarathustra, Isaia, Geremia,  egli era  un membro dell’alta aristocrazia. 23 furono  i massimi maestri (chiamati Costruttori del ponte), che lo precedettero l’ultimo dei quali, il 24°,  fu appunto  Mahavir, che significa il grande coraggioso, colui che aveva vinto paura, lussuria, ira, ecc.

Si narra che Mahavira giunse all’illuminazione al termine di dodici anni di dura tapasya  e dedicò i rimanenti trent’anni della Sua vita all'insegnamento. Rifiutò tante  false dottrine e  superstizioni che popolavano l’India; si oppose ai sacrifici animali e umani, abolì la divisione in caste e il divieto allo studio per le donne e per le classi povere. Promosse il cammino della nonviolenza, del distacco,  dell’austerità, dell’equanimità.

L’Ahimsa nel giainismo è il fulcro della più antica dottrina della nonviolenza, sistema  sorto da una "mutazione" dell’antico induismo.

Dispute all’interno della chiesa giainista finirono col provocare nel 79 a.C. due correnti: quelli vestiti di bianco e quelli vestiti di spazio (cioè nudi), da cui ebbero nacquero altre varie sette.

Benché ridotta a circa un milione e mezzo di adepti e a sei milioni di aderenti, la comunità giainista conserva una notevole importanza economica in quanto i suoi membri praticano soprattutto attività commerciali e finanziarie, perché in base alla teoria dell’Ahimsa sono loro vietati mestieri manuali, infatti in questa loro caratteristica vengono considerati i "giudei" dell'oriente.  E  malgrado il numero esiguo, rispetto al totale della popolazione, in India i giainisti occupano posizioni importanti nel mondo degli affari e in quello della ricerca. Godono anche di una certa importanza nella cultura indiana, avendo contribuito in modo significativo allo sviluppo della filosofia, dell’arte, dell’architettura, della scienza e della politica dell’intero paese.

Il giainismo ha lo scopo di guidare l’anima verso la via della liberazione per il raggiungimento del Nirvana attraverso tre mezzi: la via diritta, la conoscenza diritta, la condotta diritta. Per il gianinismo l’anima e la materia sono sostanze identiche: l’una cosciente, l’altra incosciente. Esistono due categorie di anime: quelle libere o perfette (le anime dei profeti (l’ultimo dei quali è Mahavira), e le anime trasmigranti cui comprendono gli uomini, gli animali, i vegetali, i minerali.

Il giainismo è  stato  documentato come una "religione" a sé stante nell'universo induista, ma soprattutto è una filosofia in quanto non implica divinità definite.  Secondo la sua dottrina, la filosofia giainista diventa un modo di vivere nonviolento e un modo di comprendere e codificare le verità eterne e universali che in tempi diversi si erano manifestate all’umanità e che più tardi riemergono negli insegnamenti degli uomini che avevano raggiunto l’illuminazione.

Parliamo ora del Buddha, il fondatore del buddismo. Egli nacque 2500 anni fa nel nord dell'India. Figlio di un piccolo regnante ad un certo momento lasciò il lusso della reggia per cercare di alleviare la popolazione dalla "sofferenza del vivere". Il buddismo è fondamentalmente  una prassi di vita al fine di ridurre la sofferenza dovuta sostanzialmente all'attaccamento emotivo e intellettuale.

La realtà ultima non si può descrivere e un dio non è la realtà ultima. Tutti hanno dentro di sé la facoltà di raggiungere il risveglio. Si tratta quindi di diventare quello che già si è: "Guarda dentro di te: tu sei un Buddha.

Si dice che prima di Shakhiamuni ci sono stati molti Buddha e molti ce ne saranno ancora. Il buddismo non riconosce alcuna autorità per accertare il vero, tranne l'intuizione e l'esperienza diretta  del singolo.

Ognuno deve subire le conseguenze dei propri atti e trarne ammaestramento, mentre aiuta i propri simili a raggiungere la stessa liberazione.

I monaci buddisti sono maestri ed esempi, ma in nessun modo sono intermediari tra la realtà ultima e l'individuo.

E' praticata la massima tolleranza verso ogni altra religione e filosofia, perché nessuno ha il diritto di di intromettersi nel viaggio del suo prossimo verso la meta.

Il buddismo è un sistema di pensiero, una scienza spirituale e un'arte di vivere, ragionevole e pratica e onnicomprensiva.

Per più di duemila anni ha soddisfatto i bisogni spirituali di circa un terzo dell'umanità. Esercita un fascino per l'occidente perché non ha dogmi precisi, soddisfa al tempo stesso la ragione e il cuore, insiste sulla necessità di fare affidamento su se stessi e d'essere tolleranti verso le altrui opinioni, abbraccia scienza,  filosofia, psicologia, etica e arte, ritiene che l'uomo sia il creatore della propria vita attuale e l'artefice del proprio destino.

Il buddismo non è una religione in senso stretto, in quanto priva dell'idea di un dio-persona e quindi di una teologia.  In tal senso la evoluzione  chan o zen del buddismo  ne è dimostrazione lampante. 

La chiave è la  Presenza Consapevole. Quel continuo stato di essere presenti che viene chiamato autoconsapevolezza, autocoscienza, coscienza osservante, oppure, forse impropriamente, autopresenza.  Come indicò il maestro Tilopa: "Disincagliarsi dalla rete. Chi si aggrappa alla mente non vede la verità che sta oltre la mente. Chi si sforza di praticare il Dharma non trova la verità che è aldilà della pratica. Per conoscere ciò che è aldilà sia della mente che della pratica bisogna tagliare di netto la radice della mente e, nudi, guardare; bisogna abbandonare ogni distinzione e restare tranquilli."

Paolo D'Arpini


La Dea Madre e la danza della natura...

La danza della natura... Bioregionalismo e spiritualità

I popoli arcaici, che si ispiravano al Mito dell’Origine eternamente attuale, interpretavano la vita e la morte quali aspetti inseparabili di un movimento che si ripete ininterrotto, pur senza mai ritornare all’identico. Tale concezione ciclica dell’esistenza si inabissò con l’emergere di una visione lineare, evolutiva, della vita: dal meno al più. Tuttavia essa non è del tutto sparita, giacché continua a vivere nella coscienza degli uomini che, non lasciandosi ingannare dai miraggi di una sedicente civiltà in preda all’illusione di un progresso od evoluzione illimitati, non si allontanano dai valori immutabili della Terra e del Cielo. Tra il 200 e il 1200 d.C. Tiruvalluvar, poeta del Tamil Nadu, scrisse: “Per quanto faccia, il mondo finisce sempre col tornare all’aratro perché l’agricoltura, benché faticosa, è la cosa essenziale” (“Tirukkural”, 1031).
Presso la Tradizione del Sanatana-dharma, la Via degli Avi, uno tra i due percorsi post mortem, vien detta Pitriyana; essa può essere riassunta nel modo che segue: il jiva (l’anima individuata) che sulla Terra abbia ottemperato al proprio dharma personale sale alla sfera della Luna, da dove, dopo aver beneficiato dei meriti accumulati, ritorna a questo mondo come pianta, animale o uomo. Si tratta di una Via che non disperde il jiva nella nescienza, ma nemmeno lo conduce alla Liberazione, poiché lo trattiene nell’ambito di nuovi stati di manifestazione individuati.
Il mondo della Luna (Candraloka) segna la distinzione tra gli stati superiori dell’Essere (non individuati) e quelli inferiori (individuati). La sfera della Luna ineriva quelli che presso il mondo ellenico venivano considerati i Piccoli Misteri. I Grandi Misteri riguardavano la Via del Sole (Devayana). Di ciò ci parla Apuleio nella sua celebre opera “L’asino d’oro”, in cui compare tra l’altro un bellissimo Inno alla Dea.
Il mondo storico, succeduto a quello mitico, ha però frainteso e deformato tale sapienza tradizionale, interpretandola nel senso che la terra-natura-donna va rigettata e capillarmente sfruttata se ci si vuole aprire alle esigenze di una perfettibilità illimitata: dall’ameba, all’anfibio, alla scimmia, all’uomo, al titano... al niente.
Nulla di più falso: soltanto se la Natura viene abbracciata, amata e compresa in quanto realtà inseparabile da noi stessi, essa ci permetterà di accedere agli stati sovraformali dell’Essere o, addirittura, al Risveglio nell’Ineffabile, da cui non c’è ricaduta cieca nella ruota del samsara.
Se ne evince un’enorme disponibilità a confrontarsi con la complessità delle interpretazioni dottrinali e con l’indefinita varietà delle forme. E dire che noi occidentali siamo andati in giro per il mondo per centinaia d’anni – e ancora lo stiamo facendo – ad esportare una civiltà che, nella pretesa di essere unica o, quanto meno, a tutte superiore, ha puntualmente lasciato dietro di sé una scia di distruzione, desolazione e morte.
Se è vero l’insegnamento secondo cui bisogna valutare dai frutti, che cosa ne dobbiamo dedurre? Probabilmente che dobbiamo tornare ad imparare i principi elementari della saggezza: l’Essere che anima questo individuo o che ispira questa lingua è lo stesso che anima la foglia, l’insetto, la stella e che suscita tutte le altre lingue. A livello formale vige la diversità ed una relativa gerarchia, dal punto di vista dell’Essenza, invece, Tutto è Uno.
Subramanyam

Immagine del post: "Dance of Nature" tratta da www.paintstudio.co.in

Cristianesimo giudaico delle origini e redazione dei vangeli "canonici"


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Epifanio, vescovo di Salamina in Cipro (IV sec.D.C.) , sostiene che i primi Cristiani erano chiamati Iessaei (da Iesse, padre di Re Davide,supposto antenato di Gesù) o Nazorei e produssero un "Evangelo secondo gli Ebrei" molto diverso dai Sinottici del Canone(1): il perduto Protomatteo o "Fonte Q". L´apologista Giustino Martire (circa 140-160 D.C.) scrisse il "Syntagma" (Compendio) contro le eresie, purtroppo scomparso. Dalle opere di Giustino che ci rimangono sembra che le Memorie Degli Apostoli cui fa riferimento non fossero identiche ai nostri quattro Vangeli canonici(1).

I Vangeli sono il frutto di un lungo lavoro redazionale , svolto più con un intento catetetico, in modo da venire incontro alle esigenze sociali e di culto delle prime comunità cristiane , che propriamente storico(2) e non possono essere considerati biografia nel senso moderno del termine (3). Il Vangelo di Giovanni pare sia stato composto ad Efeso dal maestro gnostico Cerinto, come ad esempio sostiene nel II secolo Gaio, presbitero di Roma (4).

Senz´altro  i Vangeli stavano assumendo la loro forma attuale proprio nel II secolo: si presume quindi che l´opera di Giustino sulle eresie facesse troppa luce su tutte le controversie che vi furono nelle comunità cristiane primitive in merito al Canone delle Sacre Scritture, perché se ne volesse ancora fare uso(1).

Un´altra delle designazioni dei Nazorei era quella di  EBIONITI (Ebìonìm) o "Poveri Uomini", dall´ebraico "Ebion" che significa appunto "Povero" (un titolo che tra l´altro si attribuivano anche gli Esseni ). Il termine "Ebion", secondo Renan, fu un sinonimo di "Santo" e "Amico di Dio"; il nome di Ebioniti fu per lungo tempo quello dei cristiani giudaizzanti della Batanea e dell´Horan (regioni ad est della Galilea), che restarono fedeli ai primitivi insegnamenti di Gesù, affermando di avere tra di loro i discendenti della Sua Famiglia (5).

Gli Ebioniti speravano in una specie di rivoluzione sociale che avrebbe innalzato il povero al disopra del ricco(1), sostenendo che "solo i poveri saranno salvati" (5). Consideravano Gesù un uomo perfetto, un grande Maestro, figlio carnale di Maria e Giuseppe, che divenne profeta e Cristo (Unto) al Suo Battesimo, quando in Lui discese lo Spirito (1). Gesù sarebbe ritornato come Messia e Re per instaurare sulla Terra un regno millenario di pace, giustizia e prosperità coadiuvato dagli Eletti di Israele(1).

Edoardo Schurè (1841-1924) sostiene che Gesù divenne Figlio di Dio all´atto del Battesimo, quando la colomba, simbolo del Femminino Celeste, o Spirito santo, si librò sul Suo capo e aggiunge che nel primitivo Vangelo Ebraico e nei primi Sinottici si leggeva in merito all´episodio: "Questi è il Mio Figlio prediletto.Oggi Io l´ho generato", cui più tardi si sostituì "in cui ho messo tutto il mio affetto" (6).

L´Ebionismo conservò la tradizione dei primi convertiti dall´insegnamento pubblico di Gesù , basandosi su una raccolta dei Suoi Detti; Egli era sì il Cristo, ma tali sarebbero stati tutti coloro che avessero, come Lui, adempiuto la Legge (la  Torah) e Paolo di Tarso si scontrò con esso nel suo sforzo di uscire dall´esclusivismo giudaico gentilizzando il Cristianesimo (1).

Gli Ebioniti, che evidentemente non avevano alcun concetto trinitario della Divinità, affermavano l´assoluta unità di Dio e l´umanità assoluta di Gesù, l´unità della Creazione, la totale priorità della Legge, in quanto espressione perfetta della volontà di Dio, aborrivano Paolo che consideravano un apostata per le sue posizioni rispetto all´osservanza della Legge da parte dei pagani convertiti (7) e  perché predicava una nuova dottrina, diversa da quella originaria, più adatta al mondo pagano. Prevalse poi la tesi paolina che considerava la Legge superata dalla Grazia e gli Ebioniti si separarono dal resto della comunità che si adeguò alle decisioni di Paolo e del suo cosmopolitismo; tra le loro guide rimasero Giacomo, il fratello del Signore (4) e Simon Pietro, che secondo antichi testi non andò mai a Roma (tesi portata avanti in funzione anti-Cattolica da Voltaire (8) e da frange pentecostali del protestantesimo americano) ma predicò solo in Oriente(1).

Gli Atti Degli Apostoli vennero compilati proprio per riconciliare il disaccordo tra Pietro e Paolo, selezionando e unendo insieme vari Atti più o meno leggendari (1) e per dimostrare una inesistente continuità di Paolo e della Chiesa con Cristo e gli Apostoli, rendendo le divergenze meno gravi di ciò che in realtà furono (4).

Alla fine del II secolo "gli Ebioniti",scrive Renan, "rimasti estranei alla vita delle altre chiese, sono dichiarati eretici e per spiegare il loro nome si inventa un preteso eresiarca di nome Ebion"(5).

Eusebio di Cesarea (ca. 265-ca. 340) riferisce nella sua "Storia Ecclesiastica" che i discendenti di Cristo ,o Desposyni (gente del Maestro), furono a capo di diverse chiese basandosi su una rigida successione dinastica; nel 318 otto loro capi incontrarono personalmente l´allora vescovo di Roma (papa Silvestro) nel Palazzo Laterano, per chiedergli di revocare le nomine dei vescovi di Gerusalemme, Antiochia, Efeso ed Alessandria per affidarle a membri del loro gruppo, nonché a considerare legittima Chiesa Madre quella di Gerusalemme. Le loro richieste furono naturalmente respinte con la motivazione che ormai la Chiesa Madre era a tutti gli effetti quella di Roma e solo essa aveva l´autorità di nominare i suoi vescovi(9).

Tra l´altro i Nazorei non conoscevano per niente il racconto dell´infanzia di Gesù a Nazareth, che venne elaborato più tardi(1): la cittadina infatti non è menzionata negli scritti degli storici e dei geografi prima del III secolo e il termine "Nazareno" deriva dall´ebraico "Nazir" ,che significa "puro", "consacrato a Dio" (nell´Antico Testamento è ben descritto il voto di Nazireato in Numeri 6,1-21 e in Giudici 13,1-7), perciò non si può escludere che il nome di Nazareth sia stato usato successivamente per giustificare un appellativo non più compreso dopo il distacco del Cristianesimo dal Giudaismo (10), o si trattò di un trucco per dissociare il Messia paolino da quello nazoreo(4). Secondo Marcello Craveri "Nazareno" potrebbe anche derivare da "Natzar" (segreto,nascosto) o da "Nèzer" (ramo,rampollo - della Casa di Davide?) o da Nasayà^ (protetto da Dio), ma non certo da Nazareth "che pare non esistesse nemmeno ai tempi di Gesù"(11).

Gli Ebioniti, la cui dottrina riuscì ad estendersi fino alla Persia e ad essere nonostante tutto molto influente in Palestina e Siria, soppravvissero fino al IV secolo assimilando concezioni gnostiche(1).

Molti insegnamenti nazareni furono recepiti dai Nestoriani , dalla Chiesa Celtica e da varie sette mediorientali (9).

 
Ricerca di Alberto Sordi




 

Bibliografia:

(1) G.R.S. Mead   "Gnosticismo e Cristianesimo delle origini"   (Melita)

(2) Enciclopedia Della Letteratura   ,vol.8, voce "Vangeli"  (De Agostini)

(3) Hegel   "Vita di Gesù",introduzione del prof. Paolo Miccoli   (Newton)

(4) David Donnini   "Nuove Ipotesi su Gesù"   (MacroEdizioni)

(5) Ernest Renan   "Vita di Gesù"   (Newton)

(6) Edoardo Schurè   "Il Sogno Della Mia Vita"   (Laterza)

(7) Umberto Delle Donne   "La Torre DiArgilla"   (Filadelfia Editrice)

(8) Voltaire   "Dizionario Filosofico"   (Newton)

(9) M.Baigent/R.Leigh/H.Lincoln   "L´eredità messianica"   (Marco Tropea Editore)

(10) Enciclopedia Nuovissima, vol.III, voce   "Gesù Cristo"

                "                 "        ,  vol.IV, voce  "Nazareth"   (Il Calendario Del Popolo)

(11) "I Vangeli Apocrifi",  a cura di 

Torre Maina - Memoria dell'Equinozio d'Autunno del 2010




"Tanto ti dimentichi sempre tutto".... ed allora per aiutarmi a ricordare almeno un po', ritiro fuori la memoria di un evento di più di 8 anni fa, settembre 2010, equinozio d'autunno e mio 51esimo compleanno. Fu un evento speciale, che suggellava il mio amore con Paolo, era si il mio compleanno, ma per me fu quasi una festa di matrimonio. Eh si, lui erano le prime volte che veniva in Emilia, qualche tempo prima avevamo celebrato il solstizio estivo a casa di Marco, a Ospitaletto. Lui aveva, ha, bisogno di questi eventi, che scandiscono il tempo (anche se facciamo la "Notte senza Tempo") e danno senso alla vita. Ormai questi eventi, negli anni, si confondono un po' nella mia mente, per fortuna che ci sono le foto e i resoconti, che però mai o quasi rileggo, ma nel caso... 

Questo evento però no, non è confondibile con altri, la durata (due giorni), la location (il Luoghetto di Nicola C. che non ho mai ringraziato abbastanza) e tanti tanti amici, venuti da vicino e da lontano:  Lucilla e la sua amica pastora col suo libro fresco di stampa, ma anche Simon Smeraldo e la sua chitarra, e tanti bolognesi, Lucia, Chester, Chicchi, Marisa, Nicola e il suo violoncello, Adriana, Antonella B. oltre a Sabine, David il veterinario, Maurizio T. e le sue galline (solo in foto), Francesca C. e i suoi meravigliosi acquarelli e il gruppo completo di allora di Aria di Stelle, che forse non si chiamava neanche così e un fotografo professionista, Mauro Terzi, con la cugina e mia grande amica Mara, che purtroppo ci fu solo nella seconda giornata ed infatti ci sono foto solo di quella. 

Mi perdonino quelli che non sono nominati. La festa fu anche occasione di disagi e veri e propri scazzi, che forse si potevano evitare, ma forse ci volevano, perché ognuno ha diritto di esprimersi per quel che sente.


Comunque furono due bellissime giornate, almeno per me, piene di amicizia, affetto, interventi interessanti e/o piacevoli, arricchenti. Meritano di essere ricordate. Paolo era pieno di energia e non stava fermo un attimo, per fare tutto il possibile per la buona riuscita dell'evento.

Caterina Regazzi





Link del programma completo della manifestazione:

Nuova speranza per un nuovo anno... secondo Omraam Mikhaël Aïvanhov

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"Generalmente il Capodanno vede la gente nelle sale da ballo e nei ritrovi notturni; tutti sono felici di salutare così l’anno nuovo, ed è per questo che lo iniziano fra i divertimenti, i piaceri e le follie. Purtroppo la maggioranza degli uomini non pensa che ci sia qualcosa da studiare, da approfondire, da trasformare; si va incontro all’anno nuovo con la salda speranza che finalmente quell’anno porterà ciò che si desidera: la vincita del primo premio alla lotteria nazionale, il matrimonio con un principe, l’eredità favolosa di una nonna o di uno zio d’America. Si cerca sempre di vivere nell’illusione, e ci si dice: “l’anno nuovo mi porterà questa o quella cosa”, e intanto si spera. 

Ma anche quell’anno passerà come gli altri, e qualche volta perfino peggio. Non si è seminato nulla e ci si attende che qualcosa germogli! Se avete piantato qualcosa avete il diritto di attendervi dei frutti, altrimenti non c’è nulla da sperare. Avete lavorato, avete coltivato la terra (la vostra terra) avete seminato e piantato qualcosa in voi stessi? Se sì, potete sperare che l’anno nuovo apporti gioia, felicità e pace, e se anche non ve le attendete, vi arriveranno. Ma se non avete mai piantato nulla e vivete nella speranza ...che speranza disperata, ve lo assicuro! Perché non è basata su nessuna legge naturale.

L’anno nuovo sembra vergine e fresco come un bimbo... ma non è assolutamente separato da quello vecchio... Di un bambino appena nato si dice che è senza macchia, innocente. Si, ma soltanto in apparenza, poiché quel bimbo, che ha già un legame con i suoi genitori, con i suoi nonni, con i bisnonni, con la società, con lo spirito del secolo, porta in sé le impronte delle vite passate, e un giorno, in una forma o nell’altra, ciò riaffiorerà. L’anno nuovo è vergine, puro e innocente, rivestito di un tessuto di un candore immacolato, ma nel momento in cui entra in contatto con l’uomo, immediatamente si colora: come l’acqua pura che scende dal cielo e che prende il colore del terreno sul quale è obbligata a scorrere.

L’anno che chiamiamo nuovo è quindi già vecchio dal principio, poiché incontra un uomo già vecchio nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti, nelle sue abitudini... che non ha provveduto a pulire i recipienti, le pentole o le brocche con le quali va a raccogliere l’acqua pura dell’anno nuovo. In ogni cucina si apprende che quando si deve versare dell’acqua pulita in un recipiente, si ha cura che questo sia pulito; se non è pulito lo si deve lavare, e a volte perfino raschiare per evitare che l’acqua si sporchi. Perfino i bambini lo sanno. Ma quando si tratta di versare dell’acqua pura nella propria anima, nella propria mente, nel proprio cuore, l’uomo non pensa a pulirsi. 

Non ha afferrato la lezione che applica giornalmente nella sua cucina; non ha compreso che anche nel mondo interiore deve seguire le medesime regole: rifiutare ciò che è sporco e conservare ciò che è puro.

Ora bisogna comprendere meglio l’anno nuovo, bisogna riceverlo con la convinzione profonda che si tratta di un essere vivente e ricco, apportatore di grandi doni, bisogna preparare ampi spazi in se stessi, accuratamente ripuliti, allo scopo di eliminare tutto il vecchiume accumulato nel proprio cuore e nella propria mente. Prima ancora che arrivi, bisogna già fare in sé posto per l’anno nuovo.

La Kabbala ci insegna che ogni giorno è un essere vivente, un essere sensibile che registra ogni nostra attività fisica e psichica. Si può dire quindi che i 365 giorni dell'anno sono come un nastro magnetico sul quale si registra giorno per giorno ciò che è buono o cattivo, ciò che è lieto o triste. Questo nastro magnetico rappresenta tutta la nostra vita durante l'anno. Ora bisogna fare due cose. La prima è tendere verso una méta sublime: realizzare il “Regno del Cielo” sulla terra, consacrando tutte le vostre forze e le vostre capacità alla realizzazione di quella méta. La seconda è essere sempre vigile e coscienti, al fine di osservare se vi avvicinate a quell’ideale oppure se ve ne allontanate. 

L’intelletto, il cuore e la volontà saranno quindi impegnati nella medesima direzione: l’intelletto è sempre perspicace, illuminato, attento, vigile e lucido; il cuore alimenta quell’alto ideale, lo desidera, lo ama ed è costantemente in comunicazione con esso; la volontà si mette al lavoro per servire il cuore e l'intelletto. In tali condizioni, qualunque siano gli ostacoli e le difficoltà, lo spirito dell’uomo trionfa sempre. Se alcuni non riescono a raggiungere realizzazioni interiori, e nemmeno esteriori, ciò vuol dire che le tre potenze Intelletto, cuore e volontà sono disunite. E’ esattamente come in una famiglia: quando il padre parte in una direzione, la madre in un’altra e i figli in un’altra ancora, cosa succede? Quella famiglia si sgretola. Ebbene le stesse leggi esistono nella famiglia interiore: il padre, l'intelletto, la pensa a suo modo; la madre, il cuore, pure ma in maniera del tutto differente e la volontà, cioè i bambini, privi di direzione, commettono sciocchezze. Fate una prova: rimettete ordine in voi stessi, nel vostro intelletto, nel vostro cuore, nella vostra volontà; unite questi tre fattori e dirigeteli verso una medesima méta: compiere la volontà di Dio. Vedrete come cambierà la vostra vita. Ciò non vuol dire che non sarete più scossi da uragani e da terremoti; no, fintanto che si vivrà sulla terra si riceveranno delle scosse, ma quelle passeranno velocemente e non lasceranno più tracce come in passato. La casa resisterà perché sarà fatta con materiali resistenti. 

Prima invece, alla minima scossa, tutto crollava. I tre fattori sono di origine divina, ognuno di essi contiene dei tesori immensi, ed una volta uniti e collegati al Cielo, rimangono in comunicazione costante col Cielo. Indicando loro la stessa méta, le grandi realizzazioni saranno possibili. Quando l’intelletto mette le sue radici nel terreno del Cielo, la luce aumenta ed egli riceve in continuità delle ispirazioni e delle rivelazioni. Quando il cuore è in unione col Cielo dove ha la sua origine, esso beve l’elisir della vita immortale, beve l’amore ed è sempre in uno stato di meraviglia e di rapimento; così diviene vasto come l’universo. E la volontà pure, che viene costantemente sollecitata, unita al Cielo diventa talmente potente da abbattere tutti gli ostacoli."

Omraam Mikhaël Aïvanhov




Antologia per un nuovo anno


"Finestra aperta spazio-temporale.."

Caro Paolo, per "chiudere" l'anno in bellezza, ho pensato di raccogliere alcune tue "citazioni" da me conservate nel corso di questi anni in cui abbiamo mantenuto un solido e vivace scambio epistolare! La ricchezza di ogni giorno si manifesta anche in tutti quei pensieri e parole che siamo in grado di offrire a tutti coloro con i quali condividiamo il momento presente, quell'attimo tangibile sussurrato dalla dimensione umana, tra Cielo e Terra! 
Auguri a te e a tutti i lettori del Giornaletto di Saul.

Antonella Pedicelli

………

L'importanza del nome

"Mia cara, hai perfettamente ragione sul nome ma anche quello fa parte del destino che ci portiamo appresso. Pensa che da ragazzo rifiutavo il mio nome Paolo perché pensavo che significasse "piccolo" ci ho
messo 30 anni a capire il vero! Tutto passa attraverso il nome è per questo che il mantra ha una così grande forza, quando si ripete OM NAMAH SHIVAYA si evoca il nome più intimo, il nome del Sé."
(13/09/2008)


Raccolta di cicche a Calcata

"Carissima Antonella, ti ricordi un altro giro di giostra di Terzani? Sembra di andare avanti così giorno per giorno con le cose che succedono senza sapere né perché né come... Un passo dopo l'altro, giornate che finiscono appena cominciate, pensieri arruffati ed allo stesso tempo indifferenza, distacco. Stasera mi sono fermato in piazza con il nipotino Sava ci siamo messi a giocare alla raccolta delle cicche per terra, con le scope e la paletta, lui spingeva ed io impalettavo. Così abbiamo recuperato un centinaio di cicche forse più. Mi sembrava di recuperare pezzi di coscienza "artefatta", cicche incastrate nei buchi delle scale della chiesa per non farle vedere all'occhio, eppure malgrado la vergogna del mostrare le cicche erano lì belle stipate, quindi il senso di colpa non aveva impedito l'occultamento del senso di colpa. Insomma abbiamo fatto un'opera di recupero della coscienza e la cosa più bella è stata il non aver intenzioni, non pensare che stavamo pulendo dove altri avevano sporcato, anzi la caccia alla cicca ci ha allertati i sensi e resi vigili e desiderosi di trovare tutte le cicche nascoste."
(23/09/2008)

Un giorno come un altro

"Ecco, di ritorno al paese vecchio di Calcata, vado a governare la maiala  (che noto un po' dimagrita), recupero un vecchio tronchetto che stava marcendo, è di un nocciolo secco che era legato ad un cancelletto nel recinto dove c'era la somara Fantina (anche Fantina è morta… da tanto tempo), con il legno sotto al braccio passo nella piazza, oggi è sabato ma l'afflusso turistico è quasi assente, un piccolo capannello all'angolo, la macchina di servizio dei carabinieri, i soliti cani randagi che stazionano sull'asfalto, gli eterni lavori di restauro e rifacimento dell'impiantito che mai finiscono…. Per fortuna i miei due gatti sembrano ignorare tutto questo turbinio di pensieri, per loro è un giorno come un altro, quando arrivo mi accolgono stiracchiandosi al sole… è arrivato il momento della colazione… finalmente!"
(25/02/2009)

Autoconoscenza...

"Lo scopo dello scritto era quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa. Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono."
26/04/2009

(Citazioni di Paolo D’Arpini, da varia corrispondenza intercorsa con Antonella Pedicelli negli anni 2008 e 2009)

La moneta "impura" e la "mitezza" di Cristo nella Spelunca Latronum


"Ogni tanto dalle "sacre" scritture traspare uno spiraglio di luce.." (G.V.)



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Qual era la moneta con la quale venivano riscosse le decime e versate le offerte nel Gran Tempio di Gerusalemme all’epoca di Cristo?

Secondo quanto stabilito dai sommi sacerdoti, in osservanza delle norme religiose giudaiche, queste non potevano essere pagate mediante le varie monete coniate dai popoli non-ebrei, in quanto considerate appunto, impure.

Per ovviare al problema, naturalmente, e con il consenso (o su iniziativa?) delle autorità religiose medesime, si era ben pensato di offrire ai fedeli-pellegrini, un appropriato servizio di cambiavalute nell’area antistante il Tempio, previa, va da sé, appropriata percentuale sul cambio –più o meno adeguato- delle monete stesse.

Si era sempre alle solite: CAMBI DELLA MONETA E MURO DEL PIANTO, PIANTO SUL MURO, MURO DI PIANTO, PIANTO DI MURI, PIANGO SEMPRE DI PIU’ COSI’ CREDERAI A TUTTO QUELLO CHE TI METTO DA VEDERE… ECC.

Per MITEZZA o mansuetudine, non deve ritenersi un atteggiamento remissivo verso ogni provocazione, bensì il TERMINE MEDIO (non matematico) fra due opposte reazioni ad essa, in conformità alla sua definizione e circoscrizione come stabilita una volta per tutte da ARISTOTELE, (Ut ait Philosophus).

Essere miti non equivale a dover sopportare ogni cosa, compreso l’insopportabile, perché si cadrebbe nel vizio deleterio dell’indolenza, mentre lasciarsi prendere dall’ira per ogni sciocchezza, è ugualmente riprorevole, rappresentando l’eccesso opposto.

La virtù della MITEZZA consiste quindi nella capacità di assegnare il giusto valore a quei fatti che devono suscitare in noi una dovuta reazione di sdegno e di conseguenza un’ira che sarebbe disonorevole non provare.

Essere mite, corrisponde quindi all’avere il retto senso di adirarsi nelle situazioni che lo richiedono, e con i veri responsabili dei fatti che in quelle situazioni si determinano.

Alla luce di queste doverose premesse, andiamo ora ad analizzare l’episodio evangelico della CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO OVVERO LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO, come riportato in Mc 11, 15-19; Mt 21, 12-17; Lc 19, 45-48; Gv 2, 12-25; nella versione più specifica nei dettagli che ne dà la mistica Maria Valtorta, nella sua complessa opera (Il Poema dell’Uomo-Dio), da considerare con attenzione e senza pregiudizi, fosse anche solamente per le osservazioni di carattere geografico e geologico del Medio Oriente antico nonché i riscontri storici ed archeologici in essa riportate, con una dovizia tale di particolari riscontrabili, da non poter certo essere attribuiti alle fantasie di una mente esaltata dal fanatismo.

Coloro i quali vorranno avere la bontà e la pazienza di leggere il brano fino in fondo, noteranno come l’autrice descriva lucidamente UNA BORSA NERA, OPERAZIONI DI STROZZINAGGIO, INTERESSI, USURA E USURAI, TRUFFA, INGANNO, VIOLENZA (E RAZZISMO INTER-RAZZIALE CONTRO I NON-GIUDEI i.e. CONTRO I GALILEI, tanto per rammentare i loro VIZI ORIGINALI a tutti quelli della loro razza che esercitano l’arte del FRIGNAMENTO ANTIRAZZISTA per mestiere da… sempre)

53. La cacciata dei mercanti dal Tempio. Gv 2, 12-25

Vedo Gesù che entra con Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, nel recinto del Tempio. Vi è grandissima folla entro e fuori di esso. Pellegrini che giungono a frotte da ogni parte della città.

Dall'alto del colle, su cui il Tempio è costruito, si vedono le vie cittadine, strette e contorte, formicolare di gente. Pare che fra il bianco crudo delle case si sia steso un nastro semovente dai mille colori. Si, la città ha l'aspetto di un bizzarro giocattolo, fatto di nastri variopinti fra due fili bianchi e tutti convergenti al punto dove splendono le cupole della Casa del Signore. Nell'interno poi è... una vera fiera. Ogni raccoglimento di luogo sacro è annullato. Chi corre e chi chiama, chi contratta gli agnelli e urla e maledice per il prezzo esoso, chi spinge le povere bestie belanti nei recinti (sono rudimentali divisioni di corde o di pioli, al cui ingresso sta il mercante, o proprietario che sia, in attesa dei compratori). Legnate, belati, bestemmie, richiami, insulti ai garzoni non solleciti nelle operazioni di adunata e di cernita delle bestie e ai compratori che lesinano sul prezzo o che se ne vanno, maggiori insulti a quelli che, previdenti, hanno portato, di loro, l'agnello.

Intorno ai banchi dei cambiavalute, altro vocio. Si capisce che, non so se in ogni momento o in questo pasquale, si capisce che il Tempio funzionava da... Borsa, e borsa nera. Il valore delle monete non era fisso.

Vi era quello legale, di certo vi sarà stato, ma i cambiavalute ne imponevano un altro, appropriandosi di un tanto, messo a capriccio, per il cambio delle monete. E le assicuro che non scherzavano nelle operazioni di strozzinaggio!... Più uno era povero e veniva da lontano, e più era pelato. I vecchi più dei giovani, quelli provenienti da oltre Palestina più dei vecchi.

Dei poveri vecchierelli guardavano e riguardavano il loro peculio, messo da parte con chissà che fatica in tutta l'annata, se lo levavano e se lo rimettevano in seno cento volte, girando dall'uno all'altro cambiavalute, e finivano magari per tornare dal primo, che si vendicava della loro iniziale diserzione aumentando l'aggio del

cambio... e le grosse monete lasciavano, tra dei sospiri, le mani del proprietario e passavano fra le grinfie dell'usuraio e venivano mutate in monete più spicciole. Poi altra tragedia di scelte, di conti e di sospiri davanti ai venditori di agnelli, i quali, ai vecchietti mezzi ciechi, appioppavano gli agnelli più grami.

Vedo tornare due vecchietti, lui e lei, spingendo un povero agnelletto che deve esser stato trovato difettoso dai sacrificatori. Pianti, suppliche, mali garbi, parolacce si incrociano senza che il venditore si commuova.

«Per quello che volete spendere, galilei, è fin troppo bello quanto vi ho dato. Andatevene! O aggiungete altri cinque denari per averne uno più bello».

«In nome di Dio! Siamo poveri e vecchi! Vuoi impedirci di fare la Pasqua, che è l'ultima forse? Non ti basta quello che hai voluto per una piccola bestia?».

«Fate largo, lerciosi.» Viene a me Giuseppe l'Anziano. Mi onora della sua preferenza. «Dio sia con te! Vieni, scegli!»

Entra nel recinto, e prende un magnifico agnello, quello che è chiamato Giuseppe l'Anziano, ossia il d'Arimatea. Passa pomposo nelle vesti e superbo, senza guardare i poverelli gementi alla porta, anzi all'apertura del recinto. Li urta quasi, specie quando esce coll'agnello grasso e belante. Ma anche Gesù è ormai vicino. Anche Lui ha fatto il suo acquisto, e Pietro, che probabilmente ha contrattato per Lui, si tira dietro un agnello discreto. Pietro vorrebbe andare subito verso il luogo dove si sacrifica. Ma Gesù piega a destra, verso i due vecchietti sgomenti, piangenti, ndecisi, che la folla urta e il venditore insulta.

Gesù, tanto alto da avere il capo dei due nonnetti all'altezza del cuore, pone una mano sulla spalla della donna e chiede:

«Perché piangi, donna?».

La vecchietta si volge e vede questo giovane alto, solenne nel suo bell'abito bianco e nel mantello pure di neve, tutto nuovo e mondo. Lo deve scambiare per un dottore sia per la veste che per l'aspetto e, stupita perché dottori e sacerdoti non fanno caso alla gente né tutelano i poveri contro l'esosità dei mercanti, dice le ragioni del loro pianto. Gesù si rivolge all'uomo degli agnelli:

«Cambia questo anello a questi fedeli. Non è degno dell'altare, come non è degno che tu ti approfitti di due vecchierelli perché deboli e indifesi».

«E Tu chi sei?».

«Un giusto».

«La tua parlata e quella dei compagni ti dicono galileo. Può esser mai in Galilea un giusto?».

«Fa' quello che ti dico e sii giusto tu».

«Udite! Udite il galileo difensore dei suoi pari! Egli vuole insegnare a noi del Tempio!». L'uomo ride e beffeggia, contraffacendo la cadenza galilea, che è più cantante e più ricca di dolcezza della giudiaca, almeno così mi pare.

Della gente si fa intorno, e altri mercanti e cambiavalute prendono le difese del consocio contro Gesù. Fra i presenti vi sono due o tre rabbini ironici. Uno di questi chiede:

«Sei Tu dottore?» in un modo tale da far perdere la pazienza a Giobbe.

«Lo hai detto».

«Che insegni?».

«Questo insegno: a rendere la Casa di Dio casa di orazione e non un posto d'usura e di mercato. Questo insegno».

Gesù è terribile. Pare l'arcangelo posto sulla soglia del Paradiso perduto. Non ha spada fiammeggiante fra le mani, ma ha i raggi negli occhi, e fulmina derisori e sacrileghi. In mano non ha nulla. Solo la sua santa ira. E con questa, camminando veloce e imponente fra banco e banco, sparpaglia le monete così meticolosamente

allineate per qualità, ribalta tavoli e tavolini, e tutto cade con fracasso al suolo fra un gran rumore di metalli rimbalzanti e di legni percossi e grida di ira, di sgomento e di approvazione. Poi, strappate di mano, a dei garzoni dei bestiai, delle funi con cui essi tenevano a posto bovi, pecore e agnelli, ne fa una sferza ben dura,

in cui i nodi per formare i lacci scorsoi divengono flagelli, e l'alza e la rotea e l'abbassa, senza pietà. Sì, le assicuro: senza pietà.

La impensata grandine percuote teste e schiene. I fedeli si scansano ammirando la scena; i colpevoli, inseguiti fino alla cinta esterna, se la dànno a gambe lasciando per terra denaro e indietro bestie e bestiole in un grande arruffio di gambe, di corna, di ali; chi corre, chi vola via; e muggiti, belati, scruccolii di colombe e

tortore, insieme a risate e urla di fedeli dietro agli strozzini in fuga, soverchiano persino il lamentoso coro degli agnelli, sgozzati in un altro cortile di certo.

Accorrono sacerdoti insieme a rabbini e farisei. Gesù è ancora in mezzo al cortile, di ritorno dal suo inseguimento. La sferza è ancora nella sua mano.

«Chi sei? Come ti permetti fare questo, turbando le cerimonie prescritte? Da quale scuola provieni? Noi non ti conosciamo, né sappiamo chi sei».

«Io sono Colui che posso. Tutto Io posso. Disfate pure questo Tempio vero ed Io lo risorgerò per dar lode a Dio. Non Io turbo la santità della Casa di Dio e delle cerimonie, ma voi la turbate permettendo che la sua dimora divenga sede agli usurai e ai mercanti. La mia scuola è la scuola di Dio. La stessa che ebbe tutto Israele per bocca dell'Eterno parlante a Mosè. Non mi conoscete? Mi conoscerete. Non sapete da dove Io vengo? Lo saprete».

E, volgendosi al popolo senza più curarsi dei sacerdoti, alto nell'abito bianco, col mantello aperto e fluente dietro le spalle, a braccia aperte come un oratore nel più vivo della sua orazione, dice:

«Udite, voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: (Deuteronomio 16, 18-20; 18, 1-2; 23, 20-21) "Tu costituirai dei giudici e dei magistrati a tutte le porte... ed essi giudicheranno il popolo con giustizia, senza propendere da nessuna parte. Tu non avrai riguardi personali, non accetterai donativi, perché i donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti. Con giustizia seguirai ciò che è giusto per vivere e possedere la terra che il Signore Iddio tuo ti avrà data". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: "I sacerdoti e i leviti e tutti quelli della tribù di Levi non avranno parte né eredità col resto di Israele, perché devono vivere coi sacrifizi del Signore e colle offerte che a Lui sono fatte; nulla avranno tra i possessi dei loro fratelli, perché il Signore è la loro eredità". Udite, o voi di Israele! Nel Deuteronomio è detto: " Non presterai ad interesse al tuo fratello né denaro, né grano, né qualsiasi altra cosa. Potrai prestare ad interesse allo straniero; al tuo fratello, invece, presterai senza interesse quello che gli bisogna".

Questo ha detto il Signore.

Ora voi vedete che senza giustizia verso il povero si siede in Israele. Non nel giusto, ma nel forte si propende, ed esser povero, esser popolo, vuol dire esser oppresso. Come può il popolo dire: "Chi ci giudica è giusto" se vede che solo i potenti sono ispettati e ascoltati, mentre il povero non ha chi lo ascolti? Come può il popolo rispettare il Signore, se vede che non lo rispettano coloro che più dovrebbero farlo? È rispetto al

Signore la violazione del suo comando? E perché allora i sacerdoti in Israele hanno possessi e accettano donativi da pubblicani e peccatori, i quali così fanno per aver benigni i sacerdoti, così come questi fanno per aver ricco scrigno?

Dio è l'eredità dei suoi sacerdoti. Per essi, Egli, il Padre di Israele, è più che mai Padre e provvede al cibo come è giusto. Ma non più di quanto sia giusto. Non ha promesso ai suoi servi del Santuario borsa e possessi. Nell'eternità avranno il Cielo per la loro giustizia, come lo avranno Mosè e Elia e Giacobbe e Abramo, ma su

questa terra non devono avere che veste di lino e diadema di incorruttibile oro: purezza e carità; e che il corpo sia servo allo spirito che è servo del Dio vero, e non sia il corpo colui che è signore sullo spirito e contro Dio.

M'è stato chiesto con quale autorità Io faccio questo. Ed essi con quale autorità profanano il comando di Dio e all'ombra delle sacre mura permettono usura contro i fratelli di Israele, venuti per ubbidire al comando divino? M'è stato chiesto da quale scuola Io provengo, ed ho risposto: " Dalla scuola di Dio ". Si, Israele. Io vengo e ti riporto a questa scuola santa e immutabile.

Chi vuol conoscere la Luce, la Verità, la Vita, chi vuole risentire la Voce di Dio parlante al suo popolo, a Me venga. Avete seguito Mosè attraverso i deserti, o voi di Israele. Seguitemi, ché Io vi porto, attraverso a ben più tristo deserto, incontro alla vera Terra beata. Per mare aperto al comando di Dio, ad essa vi traggo.

Alzando il mio Segno, da ogni male vi guarisco. L'ora della Grazia è venuta. L'hanno attesa i Patriarchi e sono morti nell'attenderla. L'hanno predetta i Profeti e sono morti con questa speranza. L'hanno sognata i giusti e sono morti confortati da questo sogno. Ora è sorta. Venite. "

Il Signore sta per giudicare il suo popolo e per fare misericordia ai suoi servi ", come ha promesso per bocca di Mosè».

La gente, assiepata intorno a Gesù, è rimasta a bocca aperta ad ascoltarlo. Poi commenta le parole del nuovo Rabbi e interroga i suoi compagni.

Gesù si avvia verso un altro cortile, separato da questo da un porticato. Gli amici lo seguono e la visione ha fine.

G. Bonconte Montefeltro - montefeltro@hotmail.it