L'origine dell'ebraismo è la religione dei Sumeri



Nei testi sumeri di circa 6000 anni fa si parla del dio EN.LIL, che
aveva l’epiteto di ILU.KUR.GAL, ovvero “Signore della grande
montagna”; egli aveva tre figli, uno dei quali si chiamava ISH.KUR o
“Signore della montagna”, difatti il glifo KUR in sumero significa
“montagna” mentre ISH è un gioco di parole che deriva dall’unire
l’accadico ISHA (signore) con la desinenza cananea ISH (montagna),
glifo che viene tradotto in accadico con SHADDU, e che si evolverà in
ebraico in El Shaddai, dove El vuol dire “Signore”, mentre Shaddai
significa “montagna”. Questo è l’epiteto con cui Dio si presenterà per
la prima nell’Antico Testamento, quando in Genesi 17: 1,2 disse ad
Abramo: «Io sono El Shaddai, cammina alla mia presenza e sii
perfetto».


Ishkur prenderà il nome di Hadad in accadico, mentre per i cananei
diventerà Baal Hadad. Gli Assiri cercarono di concretizzare il primo
tentativo di monoteismo sul dio semitico Baal, tuttavia resosi conto
che questo dio non era idoneo ad assurgere a tale funzione a causa
della sua tradizione secolare, nonché dell’importanza che la sua
figura ricopriva nel Pantheon cananeo, capirono che sarebbe stato
arduo far traslitterare su di esso le caratteristiche di altre
maggiori divinità. La soluzione per un passaggio dal politeismo al
monoteismo fu trovata quindi facendo prendere in sposa al dio Baal la
sua sorellastra Asherah, ed il figlio nato dalla loro unione fu
chiamato Yaw El, dove possiamo subito notare l’assonanza con il dio
biblico Yahweh. Fu così fatto traslitterare, questa volta con
successo, il tentativo di monoteismo dal dio fenicio Baal a Yahweh,
tanto che ritroviamo in entrambi lo stesso epiteto di Cavaliere delle
nubi. Difatti il dio fenicio Baal lo ritroviamo in un testo
proveniente da Ugarit e risalente al XIV secolo a.C., dove si legge:
Per sette anni possa Ba‘al essere assente,
per otto anni il Cavaliere delle Nubi!
CTA 19: IV: 204-205; KTU 1.19: IV: 42-43


Come è possibile notare dalle tavolette ugaritiche, Baal è
identificato con l’epiteto di Cavaliere delle nubi, lo stesso che, di
fatto, ritroviamo in Salmi 68: 5 attribuito al dio biblico Yahweh:
Cantate, o dèi! Inneggiate, o suoi cieli!
Spianate la strada al Cavaliere delle Nubi!
In Yahweh gioite
ed esultate dinanzi a lui!
Salmi [LXVIII: 5]
Questo epiteto, di derivazione semitica, è la prova che Yahweh sia
nato dalla traslitterazione del dio fenicio Baal, derivazione a sua
volta di quell’ISH.KUR sumerico. Non solo: per completare il processo
di sincretismo Asherah, madre di Yahweh, fu data in sposa a suo
figlio, come evidenziato, oltre che da numerosi ritrovamenti
archeologici, anche da una iscrizione paleo ebraica risalente all’VIII
secolo a.C. e recentemente rinvenuta nei pressi di Kuntillet ‘Ajrud,
dove si legge:
Ti benedico tramite Yahweh di Samaria e la sua Asherah
Iscrizione Paleoebraica


Gli invasori Hyksos-Ebrei, adoratori del dio Baal, come raccontato da
Manetone conquistarono l’Egitto nel 1750 a.C., scegliendo Seth per
affinità elettive con il loro dio. Dopo le due cacciate del primo e
secondo Esodo, gli Ebrei promuoveranno il nuovo dio Yahweh eliminando
i riferimenti a sua madre, ed in seguito moglie, Asherah, come
testimoniato da numerosi riferimenti biblici (cfr. I Samuele 7: 4 e
12: 10; II Re 10: 19; II Re 11: 18). L’esatta interpretazione
dell’epiteto biblico “El Shaddai”, che designerebbe Yahweh come un dio
delle montagne, è peraltro confermata anche da numerosi riferimenti
biblici:
I Re 20: 23 – «Ma i servi del re di Aram dissero a lui: “Il loro dio è
un dio delle montagne»
Salmo 67: 14-17 – «Dio ha scelto a sua dimora il monte di Basan, il
monte delle alte cime; il Signore lo abiterà per sempre»


(Fonte notizie: http://apocalisselaica.net/)

Chan (Zen) e "l'incomunicabilità" della verità intrinseca



Quando ci troviamo nella condizione di cercare di capire se una certa
situazione, una dichiarazione, un evento, o qualsiasi altra cosa,
siano veri o falsi, di solito siamo portati a farlo basandoci sul
nostro presumibile giudizio, nonché appellandoci fideisticamente alla
nostra capacità di comprensione. Però, dato che in questa
manifestazione universale non esiste nessun punto di riferimento
definitivo ed assoluto a cui potersi appellare, il crisma di verità
assoluta non può essere dato a nulla che non sia dimostrabile e
dimostrato come tale. E poiché la prassi della dimostrazione ricade
anch’essa nell’area della possibilità ma non della certezza, siamo di
nuovo al punto di partenza. Non c’è nulla, in questo mondo oggettivo,
che possa sostenere un esame inquisitorio, che sia applicato al fine
di stabilire la sua verità effettiva.

Pertanto, quando poi veniamo attratti da filosofie e speculazioni
dottrinarie che trattano dello spinoso problema di una Verità
soggiacente la nostra povera mente umana, incapace di cogliere una
immediata certezza dell’assioma appreso, si adagia utilitaristicamente
su una presunta verità di comodo che, almeno, mette fine
momentaneamente al dilemma. In questo modo, la maggior parte degli
individui è stata portata a credere a verità più o meno trascendenti,
imponendo loro un atto di fede senza opposizione, anche perché per
poter negare una certa verità rivelata occorre averne un’altra pronta
e dimostrabile, e ancor più palese della precedente. Cosa che non solo
non è sempre possibile, ma addirittura, spesso la faccenda apre
interminabili spirali di irrisolubilità logica, cosicchè la speranza
di cogliere una verità definitiva si rivela, il più delle volte,
un’impresa assolutamente impossibile.

Ecco perché lo Zen (e nella fattispecie il Ch’an, cioè lo Zen
originario) trova il modo di appianare questa problematica, tentando
di mettere d’accordo le contrastanti opinioni e dichiarando che la
Verità Assoluta non può mai essere dimostrata se viene portata
all’esterno della nostra vera natura originaria, dove essa fatalmente
risiede. Quindi, la soluzione del problema è stata ottenuta proprio
con l'eliminazione dello stesso. Non si può assolutamente parlare di
una Verità esprimibile che sia la stessa per tutti, quando questa
viene estratta e portata fuori dalla sua sede naturale, e cioè la
mente stessa quando è in assoluto silenzio ed immobilità…

Voglio qui rammentare la parabola, anche se non serve ripeterla
interamente, dei quattro ciechi che un giorno, a modo loro, decisero
di voler conoscere com’era fatto un elefante. Basterà ricordare che
ciascuno dei ciechi, avendo toccato con le mani ognuno una parte
diversa, arrivò alla conclusione che l’elefante era simile a qualcosa
che assomigliava a quella determinata parte. Quindi la verità di
ciascuno, pur sperimentata personalmente, non collimò e non si
dimostrò essere uguale a quella di tutti gli altri. Anche se,
nell’attimo intimo e silenzioso in cui ognuno ebbe la propria
esperienza, la VERA verità si era manifestata nella mente di ciascuno
di essi, mandando il suo luminoso riflesso coscienziale. Perché quella
immediata consapevolezza e la consapevolezza di esserne
istantaneamente consapevoli, ERA LA VERA VERITA’. Ma purtroppo, non
appena essi vollero farla fuoriuscire per comunicarla e per
confrontarla con quella degli altri, immediatamente la persero,
cominciando a questionare e litigare e la verità divenne personale,
falsa ed erronea.

Allora, avendoci il Ch’an rivelato come poter conoscere la Verità,
bisognerà imparare a riconoscerla ed a custodirla nel silenzio della
propria mente, aiutati in questo dai Buddha e Bodhisattva, dai
compassionevoli antichi maestri e dagli eterni instancabili amici del
Dharma. I quali, ancora oggi, si danno da fare per aiutare gli esseri
ad arrivare a questa Verità, tentando così di far loro raggiungere la
realizzazione dell’illuminazione. Di conseguenza, è assai importante
che le persone che credono in ciò che è stato detto, si affrettino ad
arrivare allo stadio dell’auto-consapevolezza - secondo il metodo del
Ch’an,- o di un qualunque altro metodo simile, finché ci vien data la
possibilità di potercisi avvicinare. Invece, coloro che non ci credono
dovranno purtroppo correre più in fretta, perché il Ch’an non si
fermerà ad aspettarli, e ciò significa che costoro potranno avere di
nuovo questa possibilità, se saranno fortunati e se lo meriteranno,
probabilmente soltanto fra molte, molte vite. ...

Aliberth Meng (Alias: Alberto Mengoni)


Erreur spirite di René Guénon - Recensione




“…non si diffonderà mai troppa luce per dissipare tutte le emanazioni
provenienti dal «Satellite oscuro»”




 L’enigmatica frase con cui René Guénon conclude la
prefazione del suo Erreur spirite costituisce un chiaro esempio di
linguaggio simbolico, modalità espressiva che comunica nella sua
sinteticità una serie di significati differenti ma univoci, tutti
richiamanti il medesimo tema, sia pure su piani e con valenze diverse.
Ma avendo la capacità di interpretare quel linguaggio, possedendone
per così dire la chiave, si potrà essere in grado di comprendere tutti
i significati, più o meno reconditi, che quell’espressione raccoglie
in sé, nella sua stratificazione e varietà simbolica.

Nel contesto dell’opera in questione il valore di quell’espressione è
infatti importante, così come le esatte parole utilizzate che, come
vedremo, non sono affatto casuali, richiamandosi a ben precisi
riferimenti.

L’attività dello spiritismo porta con sé notevoli rischi, risiedenti
soprattutto nel contatto passivo con elementi del cosiddetto mondo
intermedio, costituiti da parti residuali di aggregati ormai in stato
di dissoluzione, senza più alcun valore per un autentico percorso di
crescita spirituale. Il luogo, inteso come “stato dell’essere”, da cui
queste influenze filtrano è proprio il cosiddetto “satellite oscuro”,
la “luna infernale”, simboleggiato dal cono d’ombra che la Terra
proietta nello spazio cosmico in opposizione ai raggi del Sole.

Prima di proseguire ci sarà utile un breve accenno al simbolismo
lunare. La Luna, come si sa, è il “primo morto”, l’astro che scompare
per poi riapparire rinnovato; sono risaputi quindi i suoi legami con i
mutamenti, i ritmi vitali, i cambiamenti di stato e di forma. La Luna
presiede alla formazione degli organismi, ma anche alla loro
decomposizione [1]. È da una parte il regno dei morti, ricetto di
forme di vita in dissolvimento, ma dall’altra anche luogo della
rigenerazione, in cui nuove forme prendono vita, per perpetuare il
perenne circolo dell’esistenza. Questo simbolismo era ben noto fin dai
tempi più remoti, trovando infine nel De facie in orbe lunae di
Plutarco la sua espressione più compiuta.

La Luna, signora della vita e della morte, è il luogo dove le anime
trovano il loro soggiorno – temporaneo – prima di proseguire il
cammino verso altre destinazioni.

“Ogni anima, irrazionale o razionale che sia, una volta lasciato il
corpo è destinata a vagare nello spazio tra la terra e la luna per un
periodo variabile. Le anime ingiuste e sfrenate pagano il fio delle
loro colpe; le virtuose è sufficiente che trascorrano nella parte più
mite dell’aria, i cosiddetti prati di Ade, un tempo determinato, atto
a mondarle e purificarle dai miasmi che esalano dal corpo come da un
soffio malsano.” [2]

La sorte è diversa a seconda del valore delle anime, del loro
particolare “peso specifico”. Se a qualcuna sono riservati i prati di
Ade, ad altre spetta l’abisso di Ecate:

“… come la nostra terra contiene golfi profondi ed estesi — da questa
parte c’è quello che penetra verso di noi attraverso le colonne
d’Eracle, all’esterno stanno il Caspio e le rientranze del mar Rosso,
— così quei tratti sono le profondità e concavità della luna. La
maggiore tra queste ha nome “recesso di Ecate” ed è il luogo dove le
anime pagano e ricevono il fio di ciò che subirono o commisero dopo
essere divenute demoni; le due di forma allungata sono dette “porte” e
le anime le attraversano ora in direzione della faccia lunare rivolta
al cielo ora al contrario dirette a quella che dà sulla terra.” [3]

Questo abisso è una regione oscura dove l’anima soffre, mondandosi dei
residui della vita trascorsa, un soggiorno di prova, di dissolvimento
e di liberazione dalle scorie:

“Che la luna misuri l’ombra della terra con pochi dei suoi diametri
non dipende dalle dimensioni ridotte dell’ombra stessa ma dall’impeto
ardente con cui essa affretta il suo corso per attraversare
rapidamente la regione oscura, onde estrarne le anime dei buoni; e
queste frattanto gridano e incalzano perché nell’ombra non riescono
più a sentire l’armonia celeste. Contemporaneamente dal basso tra
gemiti e lamenti salgono lungo l’ombra le anime dei purganti.” [4]

Una sorta di Purgatorio quindi, ma anche un vero inferno per chi non
riesce a liberarsi, ancora legato ai desideri terrestri o ormai
irrimediabilmente traviato.

Temi questi ripresi e abbondantemente sviluppati da Stanislas de
Guaita nella sua monumentale La Clef de la Magie Noire, opera a cui
Guénon attingerà a più riprese per il suo Erreur spirite.

In modo particolare è sviluppato il tema della sorte postuma dei
composti sottili dell’essere umano e della loro relazione con
l’ambiente planetario terrestre. Le idee tradizionali trovano un loro
sviluppo e una sistemazione compiuta: i temi plutarchei si legano alle
moderne tematiche dello psichismo e della medianità:

“L’Anima bruta, questa bassa regione della psiche umana e cosmica” …
“questo orbe, reale e simbolico ad un tempo, che circonda il pianeta e
gravita attorno a noi; il satellite oscuro (così lo chiamano gli
adepti di una sapiente fraternità occidentale): ecco la riserva comune
delle anime degli animali non incarnati – e il magico ricettacolo di
una pseudo-spiritualità, più letale per l’anima di tutto il
materialismo abbietto dei sapienti teofobi contemporanei.” [5]

Tutti gli elementi residuali che stazionano nel cono d’ombra sono
quindi un vero e proprio serbatoio, un insieme disorganico di forze,
correnti e volontà che, in varia maniera, interferendo con il mondo
umano può portare disordine e confusioni di ogni tipo.

“Altre anime, in numero minore, non reagiscono, ma accettano, senza
sforzarsi di uscirne, la miserabile condizione in cui stanno, e così
perpetuano la loro prova passeggera non aspirando ad altro che a
nutrirsi di esalazioni terrestri”… “Tali sono gli Elementari che si
manifestano talvolta durante le sedute spiritiche” … “D’altronde, per
manifestarsi sul piano oggettivo, gli Elementari hanno bisogno, come
gli altri lemuri, della forza psichica che normalmente gli manca, così
si abbeverano il più possibile alla fonte equivoca e spesso fangosa
della medianità.” [6]

Tale “ambiente cosmico”, nella sua dimensione infera è quindi
riservato a enti che manifestano pienamente la loro natura infra-umana
nel “barattare la loro eredità immortale in cambio di un feudo
d’iniquità nel regno del “Satellite oscuro”, e diventare i legionari
dell’Ombra, i demoni malvagi dell’orbe magnetico inferiore.” [7]

La questione, quindi, oltrepassa il semplice e contingente tema dello
spiritismo, coinvolgendo elementi molto più importanti anche se di non
facile individuazione, dato il loro essere ed agire occulti.

Stante la difficoltà nel definire compiutamente la portata delle
emanazioni del “Satellite oscuro” è  comunque possibile operare tra
esse una fondamentale distinzione in due grandi categorie. In primo
luogo quella delle semplici forze, elementi larvali, “complesso degli
elementi inferiori che l’essere ha in qualche modo lasciato dietro di
sé” [8] in cerca di oggettivazione, di contatti con quella che fu la
realtà a cui un tempo appartennero. In secondo luogo quella degli
esseri, intelligenti e personali, di origine non necessariamente
umana, che manovrano queste forze per i loro scopi (vitali o
egemonici) nei loro rapporti con il mondo degli uomini [9].

Ed è da questo punto di vista che possiamo parlare di
contro-iniziazione, contatto e legame, tramite “catena”, di uomini con
realtà non materiali, legate alla pseudo spiritualità del più basso
psichismo cosmico. Come ci ricorda de Guaita, sono proprio i “mauvais
daimones che diventano i maestri e gli iniziatori dei maghi neri di
quaggiù, potendo, grazie ai loro complici viventi sulla terra,
ottenere sempre nuove provviste di forza disponibile” [10]. Ogni
associazione terrestre ne rispecchia una simile, nell’Invisibile,
retta dalle medesime forze. Si tratta di cerchie operative, che
agiscono praticamente tramite procedimenti che si possono definire
come magici, tesi per lo più a creare e diffondere correnti di idee e
immagini, pensieri che le moltitudini poi crederanno propri (su come
queste cerchie possano operare ce se ne potrà fare un’idea con la
scena descritta nel canto LXXIV del racconto fantastico Le Crocodile
di Louis-Claude de Saint-Martin). Si tratta della famosa creazione di
états d’esprit che Guénon tratterà nel 1914 in maniera precisa nelle
sue Réflexions à propos du “Pouvoir Occulte”, considerandola alla
stregua di una vera e propria infezione, chiaramente psichica, che
nulla ha di naturale o spontaneo. Ecco la seconda e più grave
emanazione del “Satellite oscuro”, quella da cui soprattutto oggi
siamo completamente ignari e privi di difese.

Renzo Giorgetti

(heliodromos.it)

[1] A riguardo si veda il capitolo IV del Trattato di storia delle
religioni di Mircea Eliade, in particolare i §§ 53-54.

[2] Plutarco, Il volto della luna, Milano, Adelphi, 1991, p.109.

[3] Idem, p.111.

[4] Idem, p.111.

[5] S. de Guaita, La Clef de la Magie Noire, Parigi, Carrè, 1897,
p.354. Traduzione nostra.

[6] Idem, pp.611-612.

[7] Idem, p.613.

[8] R. Guénon, Errore dello spiritismo, Milano-Trento, Luni, 1998, p.60.

[9] A riguardo si veda anche lo scritto a firma Arvo intitolato Sulla
«contro-iniziazione», in Introduzione alla magia, vol.1, a cura del
Gruppo di Ur, Roma, Mediterranee, 1987, p.257-266.

[10] S. de Guaita, idem, p.612.

L'amore, come via spirituale, secondo Osho




L'amore è doloroso perché apre la strada all'estasi. L'amore è doloroso perché trasforma: l'amore è cambiamento. Qualsiasi trasformazione è dolorosa perché occorre lasciare il vecchio per il nuovo. Il vecchio è familiare, sicuro; il nuovo è assolutamente sconosciuto. Nel nuovo ti muoverai in un oceano mai esplorato.

Per questa ragione nasce la paura; quando lasci il vecchio mondo - confortevole, sicuro - nasce il dolore. È lo stesso dolore che prova il bambino quando esce dal ventre della madre. La paura dell'ignoto, l'insicurezza dell'ignoto, la sua imprevedibilità, ti spaventano moltissimo.

Ma non si può avere l'estasi senza passare per l'agonia. Per purificare l'oro, esso deve passare attraverso il fuoco.

L'amore è fuoco.

È proprio a causa del dolore che l'amore procura, che milioni di persone vivono una vita senza amore. Anche loro soffrono, ma la loro è una sofferenza inutile. Soffrire per amore non è soffrire invano. Soffrire per amore è creativo: ti porta ai livelli più alti di consapevolezza. Soffrire senza amore è un totale spreco, non ti porta da nessuna parte.

L'amore più alto richiede che tu sia aperto. Richiede che tu sia vulnerabile. Devi lasciar andare la tua armatura, ed è doloroso. Non devi stare sempre in guardia, devi abbandonare la mente e i suoi calcoli. Devi rischiare, devi vivere pericolosamente. L'altro può ferirti - è per questo che hai paura di essere vulnerabile. L'altro può rifiutarti - è per questo che hai paura dell'amore.

Evitando la situazione, non puoi crescere. È necessario accettare la sfida. Occorre entrare nell'amore. È il primo passo verso dio, e non può essere aggirato. Quelli che cercano di evitare lo spazio dell'amore, non raggiungeranno mai dio.

È una necessità assoluta, perché diventi consapevole della tua totalità solo quando vieni stimolato dalla presenza dell'altro, quando la tua presenza viene rafforzata dalla presenza dell'altro, quando vieni aiutato a uscire dal tuo mondo chiuso, narcisista, e portato fuori sotto la volta infinita del cielo.

L'amore è un cielo, vastissimo. Essere in amore vuol dire mettere le ali. Ma naturalmente, il cielo infinito fa paura.

Inoltre lasciare andare l'ego è molto doloroso perché ci hanno insegnato a coltivarlo. Pensiamo che l'ego sia il nostro unico tesoro. L'abbiamo protetto, decorato, l'abbiamo lucidato in continuazione e, quando l'amore bussa alla porta, tutto ciò che ci occorre per innamorarci è mettere da parte l'ego: è doloroso, certo. È il lavoro di tutta la tua vita, è tutto ciò che hai creato, questo ego orrendo, questa idea che sei separato dall'esistenza.

La verità è che tu sei parte del tutto. Il tutto ti penetra, il tutto respira in te, pulsa in te, il tutto è la tua stessa vita. L'amore ti dà la prima esperienza di armonia con qualcosa che non è il tuo ego. L'amore ti insegna per la prima volta che puoi entrare in armonia con qualcuno che non è mai stato parte del tuo ego.

Se puoi essere in sintonia con una donna, con un amico, con un uomo, se puoi essere in sintonia con il tuo bambino o con tua madre, perché non puoi esserlo con tutti gli esseri umani? E se essere in armonia con una sola persona ti dà tanta gioia, quale sarà il risultato se sarai in armonia con tutti gli esseri umani? Ma se puoi entrare in sintonia con tutti gli esseri umani, perché non anche con gli animali e le piante? Un passo porta al successivo. L'amore è una scala: inizia con una persona, e finisce col tutto.

L'amore è l'inizio, dio è la fine. Aver paura dell'amore, aver paura dei dolori della crescita che l'amore procura, vuol dire rimanere chiusi in una cella oscura. L'uomo moderno vive in una cella oscura: è narcisista. Il narcisismo è l'ossessione più grande della mente moderna. L'amore crea problemi; puoi evitarli, evitando l'amore. Ma quelli sono i problemi essenziali! Bisogna affrontarli, viverli e passarci attraverso per andare oltre. L'unico modo per andare oltre è di passarci attraverso.

L'amore è l'unica cosa che valga la pena di fare. Tutto il resto è solo un mezzo, ma l'amore è il fine. Quindi, per quanto sia doloroso, entra nell'amore. Se non entri nell'amore - come hanno deciso molte persone - rimani intrappolato all'interno di te stesso. Allora la tua vita non è un pellegrinaggio, non è un fiume che va verso l'oceano; la tua vita è una pozza stagnante, sporca, e molto presto resteranno solo lo sporco e il fango.

Per rimanere limpido, devi continuare a fluire. Il fiume rimane pulito perché scorre.
Le persone che non amano si addormentano, diventano stagnanti, e prima o poi - più prima che poi - iniziano a puzzare perché non hanno nessun posto dove andare. La loro è una vita morta. L'uomo moderno si trova in questa situazione, e per questo motivo nevrosi di ogni genere, follie di ogni genere, sono dilaganti. Il disagio psicologico ha preso proporzioni epidemiche.

Questa nevrosi nasce dal tuo ristagnare, dal tuo narcisismo. Forse non ti uccidi prendendo del veleno o saltando dall'alto di una rupe o sparandoti, ma puoi suicidarti in modo molto lento, e questo è proprio ciò che accade. Pochissime persone si suicidano tutte di un colpo. Gli altri hanno scelto un suicidio lento, graduale: muoiono a poco a poco. Ma la tendenza al suicidio è diventata quasi universale. Non è vita questa, ma la causa, la causa fondamentale, è che abbiamo dimenticato il linguaggio dell'amore. Non siamo più così coraggiosi da buttarci nell'avventura chiamata amore.

La gente è interessata al sesso, perché il sesso non è pericoloso. È il fenomeno di un momento, non occorre coinvolgersi. L'amore è coinvolgimento, è impegno. Non è un fenomeno del momento. Quando ha messo le radici, può durare per sempre. Può diventare un impegno che dura tutta la vita.

L'amore è doloroso, ma non evitarlo. Se lo eviti, perdi la più grande opportunità di crescere. Entra in esso, con tutta la sua sofferenza, perché grazie alla sofferenza arriva una grande estasi. Sì, c'è agonia, ma da questa agonia nasce l'estasi. Sì, dovrai morire come ego, ma rinascerai come dio, come buddha.

L'amore ti darà il primo assaggio del Tao, del Sufismo, dello Zen. Ti darà la prima prova che dio esiste, che la vita non è priva di significato.

Quelli che dicono che la vita non ha significato sono quelli che non hanno conosciuto l'amore. In effetti stanno dicendo che nella loro vita è mancato l'amore. Lascia che ci sia il dolore, lascia che ci sia la sofferenza. Passa attraverso la notte oscura, e arriverai a una bellissima alba. Solo nel grembo della notte oscura, il sole può evolversi. Solo attraverso la notte oscura arriva il mattino.

Osho

Ipotesi sull'origine della monolatria giudea e l'Uno della civiltà dell'Indo e del Saraswati




Si ritiene nella storiografia ufficiale  che i Sumeri si stabilirono
in Mesopotamia attorno al 6.000 avanti cristo (anche se altre fonti
anticipano quella data, soprattutto le fonti indiane, che fanno
risalire l'esodo al periodo descritto nel Mahabarata e che dovrebbe
essere il momento dello sprofondamento del fiume Saraswati e della
città di Dwarka, la capitale di Krishna, che alcuni storici  ritengono
avvenuto attorno al 10.000 avanti Cristo)... Comunque è certo che
i Sumeri sono ariani come gli stessi persiani e la loro "cosmogonia" è
una variante della religione vedica..

Infatti  i Sumeri sono una popolazione di cultura e lingua indoeuropea
(o perlomeno originaria del nord India). La loro civiltà era
probabilmente collegata alla mitica civilizzazione dell'Indo e del
Saraswati, di cui sono stati trovati reperti e testimonianze che
risalgono a  migliaia di anni antecedenti la nostra era. Una civiltà
antichissima la cui origine -in parte e cripticamente- è stata anche
narrata nei testi sacri indiani (Veda, Ramayana e Mahabarata). Questa
remota cultura per cause sconosciute fu distrutta, o si estinse,
alcuni dicono in seguito ad una disastrosa guerra, altri in seguito al
prosciugamento del fiume Saraswati (di cui recentemente via satellite
è stato individuato l'antico percorso, che passava nell'attuale
Rajastan ), altri ancora parlano di un deterioramento dovuto all'uso
improprio di poteri psichici... Comunque sia la cultura della valle
dell'Indo si era propagata verso il Gandhara, Persia e Mesopotamia e
raggiunse l'Europa, fornendo la matrice per la affermazione della
lingua indoeuropea in questo continente...

Ma la cosa misteriosa relativa a questa civilizzazione  è che quasi
mezzo secolo fa alcuni archeologi americani ed inglesi trovarono,
attraverso una campagna di scavi in Mesopotamia, una grande quantità
di tavolette di argilla del periodo sumero. Dieci anni dopo si riuscì
a "decifrarle".

Il risultato fu sconvolgente, soprattutto per i ben pensanti di allora
e soprattutto per i credenti delle dottrine filosofiche e religiose
che conosciamo.

Questi testi  infatti fornivano notizie di popoli antecedenti
all'Epopea di Gilgamesh, opera quest'ultima già tradotta nel 1873
dall'inglese George Smith, che già forniva elementi circa l'origine
delle nostre civiltà.

Oltre a ciò alcune tavolette di argilla davano informazioni precise su
latitudine e longitudine di una porzione della volta celeste indicando
un pianeta esterno al nostro sistema solare.  Molti scienziati
all'inizio non diedero credito agli sviluppi di tale ricerca, ma
dovettero ricredersi perché le informazioni contenute in queste
tavolette di argilla erano troppo precise e "scientifiche" per uomini
vissuti diverse migliaia di anni fa.




Molte di queste tavolette, rigorosamente originali (qualcuno
all'inizio aveva pensato ai soliti falsi, ma poi le datazioni sia al
carbonio 14 che con i più recenti sistemi della termoluminescenza e
dell'archeomagnetismo fugarono ogni dubbio) sono conservate nei musei
americani, inglesi e tedeschi.

Dalla traduzione di queste tavolette di argilla si evince addirittura
che degli esseri evoluti, successivamente chiamati dei, sarebbero
intervenuti nel modificare il DNA umano per migliorarlo.

Si aprì così a livello mondiale un dibattito, oggi più che vivo, su
chi siamo e su chi ci ha perfezionato e sulle antiche credenza
filosofiche e religiose, tutte da rivedere.

Da questa scoperta archeologica eccezionale si cominciò a comprendere
come i testi sacri dell'ebraismo sono imitazioni e modifiche di opere
antecedenti. Conoscenze antiche che  i sumeri diffusero in tutto il
mondo del Mediterraneo. Quindi oggi è in atto una completa
rivisitazione del nostro Mosè e dello stesso Yahweh, nonché delle
storie narrate nella Bibbia.


Insomma  la Bibbia non è altro che un rifacimento tardivo di antiche
teorie religiose pre-esistenti, i cui estensori e  "costruttori",
secondo la lettura di queste tavolette, si chiamavano Anunnaki, Elohim
per la Bibbia. E il dio monolatrico Yahweh è una  derivazione dell’Ish
sumerico.  Da notare che anche  in sanscrito Isha sta per "Signore".


Paolo D'Arpini



Nel mondo delle favole