...prima del cristianesimo e della democrazia...

 


Molti secoli prima dell’avvento del cristianesimo e della cosiddetta "democrazia", vigeva una fratellanza molto diversa nel comportamento umano, riferito ad un periodo antecedente ai tiranni della storia Occidentale, mentre in Asia erano diffuse credenze fondate sul “non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te”.  


Allora non c’erano i corrotti e corruttori, non c’erano i bulli e i bulloni, non c’era la casta di privilegiati, non c'erano le finte "elezioni", non c’era il potere dell’ingiustizia, non c’era la preghiera come remissione dei propri peccati, e non c’era neanche la necessità del perdono, gli uomini si comportavano degnamente di fronte alla propria coscienza dove il Sole e tutta la Natura rappresentava l’amore e la vita in un mistero Divino impenetrabile.

Ed oggi?

La religione non funziona?

La politica non funziona?

La sanità non funziona?

Le pensioni non funzionano?

La scuola non funziona?

L'industria non funziona?

Il lavoro non c’è più.

La povertà e l'ingiustizia rappresentano il fallimento della società.

La sola cosa che funziona perfettamente nel Paese e il costante arretramento della nostra civiltà.

L’Italia sta vivendo un lungo periodo di incapacità ideologiche del Potere, orchestrate in simbiosi tra la Giustizia e il Clero, evadendo le responsabilità e le giuste punizioni per i tanti anni di continui errori con speculazioni, furti e imbrogli di ogni genere, che mirano a sostituire le persone nei punti chiave senza intervenire sul sistema, il quale continua a disseminare penose sofferenze e suicidi, trascinando l’Italia  alla rovina.

Dai grandi uomini del passato descritti nei libri di scuola come esempio di capacità e di amor patrio, tradotti in un popolo di masochisti senza futuro, pazzamente rappresentati da persone avvitate nella corruzione, nella speculazione e nell’ignoranza.

Dinanzi a un quadro simile, sarebbe più redditizio formare un nuovo pensiero politico per raccogliere tutte le persone di buon senso nella formazione di un Partito denominato “il Partito del WC” che tradotto in Italiano può significare tante cose, ma sono certo che riceverebbe molti assensi perché l’uso del WC tradizionale potrebbe anche essere inteso come una importante funzione fisiologica di prima necessità, soprattutto per coloro che soffrono di intestini a causa di abusi alimentari tendenti ad approfittare nell’arte dell’arraffare o nella libera corruzione Politica che ha distrutto il Paese.

Con il Partito del WC provvisto di sciacquone, ogni tanto potremo tirare la cordicella per ripulire il Water prima che infetti l’intero edificio o l’intera Nazione.

Nella politica e nella religione serve gente fresca con il pensiero rivolto all’innovazione fondata sull’etica e sull’onestà, per salvare una nave molto prossima alla deriva.

Anthony Ceresa






Treia. Gli ulivi hanno fruttificato...

 


Era il 2 od il 3 gennaio 2010 allorché misi piede per la prima volta a Treia. (http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/07/la-prima-volta-treia-come-si-ruppe-il.html)

La mia adorata compagna Caterina venne a prelevarmi a Calcata e mi portò fino a questa cittadina marchigiana da cui la sua famiglia era originaria. Qui nella casa di Caterina ebbi la netta sensazione che avrei trovato il mio "buen retiro", il rifugio in cui ripararmi dalle gelide folate di vento calcatese, che ancora mi soffiava nelle orecchie. Non che a Treia non ci fosse vento, anzi dal punto di vista meteorologico ce n'era anche di più e più freddo, ma il senso di riparo che provavo in questa casa e soprattutto il sentirmi libero dalle incombenze calcatesi, di guru obbligato all'infamia,  mi aveva sollevato lo spirito...

Avevo finalmente trovato il luogo adatto per continuare la mia ricerca bioregionale e spirituale.

Di lì a poco mi trasferii definitivamente a Treia, e per farvi vivere le sensazioni che anch'io vissi in quei primi momenti vi invito a leggere questa memoria: http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/2011/05/treia-la-casa-sulla-roccia-e-le-campane.html

Questa breve premessa per spiegarvi come una volta insediatomi a Treia non potessi far a meno di imparare a conoscerla e ad amarla, per quello che è... nel bene e nel male. Il bene è senz'altro preponderante, sia dal punto di vista ambientale che sociale, ma anche qui -soprattutto in seguito al generale degrado subito dalla società italiana negli ultimi  anni- la crisi e il senso di scollamento sociale si fa sentire.

In parte il disagio è dovuto all'estraneazione dovuta alla paura  del contagio  che  attanaglia gli animi della popolazione  ma anche alla  carenza di input culturali e sociali. 
 Purtroppo non posso esimermi dal prestare attenzione all'allarme lanciato da tante nobili anime che qui vivono,  il  loro amore per il luogo e per la comunità  mi ha coinvolto, mi ha attirato e spinto verso la insospettata necessità di compiere un  dovere umano verso la società treiese che mi ospita. 

La buona occasione per promuovere lo spirito comunitario è giunta in seguito al lavoro indefesso svolto, nell'ambito delle attività portate avanti dall'associazione Auser Treia,  soprattutto  da due cari amici, Andrea Biondi e Chiara Teloni, due insegnanti e neo contadini che si sono impegnati a promuovere e realizzare una biblioteca  pubblica e gratuita nella sede del locale  Circolo  Auser, che dai primi di ottobre 2021 è  accessibile alla cittadinanza  
(Vedi: https://www.facebook.com/bibliotecaausertreia). 


Questa iniziativa, presentata in occasione della celebrazione di San Francesco, sento che abbia ricevuto le sue benedizioni, come pure le hanno ricevute le olive del nostro orticello, dal 4 ottobre sono  pronte per la raccolta. 

Paolo D'Arpini


 Una società è l’organismo; i suoi membri costituenti sono gli arti che svolgono le sue funzioni. Un membro prospera quando è leale nel servizio alla società come un organo ben coordinato funziona nell’organismo.    Mentre sta fedelmente servendo la comunità, in pensieri, parole ed opere, un membro di essa dovrebbe promuoverne la causa presso gli altri membri della comunità, rendendoli coscienti  ed  inducendoli ad essere fedeli alla società, come forma di progresso per quest’ultima..." (Ramana Maharshi)

NASCITA DELLA PSICOFISICA, PSICOLOGIA E PSICANALISI



Il grande sviluppo delle scienze “esatte” (come la fisica o la chimica) nell’800 convinse molti studiosi ad impostare anche le nascenti scienze “umane” su basi scientifiche. Grande sviluppo ebbero nell’800 gli studi di psicofisica e psicologia (già iniziati nel ‘700) che però talvolta ebbero caratteristiche disomogenee: molte ricerche seguirono metodi sperimentali, ma altre si ispirarono a considerazioni filosofiche non sempre legate alla realtà(1).

Principale centro di questi studi fu la Germania, anche sulla spinta della filosofia materialista di Herbart (N. 71). Negli anni intorno al 1860 Ernst H. Weber e Gustav T. Fechner   studiarono con metodi sperimentali i rapporti tra stimolo esterno ed intensità delle sensazioni, argomento centrale della “psicofisica”, stabilendo delle leggi sperimentali ed anche una scala logaritmica per gli stimoli, come viene ancora usata in acustica con la scala dei Decibel.  Wilhelm Wundt (1832-1920), allievo di Helmholtz, svolse anch’egli esperimenti su sensazioni, tempi di reazione agli stimoli, ed intensità dell’attenzione, rinunciando a sperimentare su attività mentali superiori tipiche della “psicologia” (come ragionamento, linguaggio, giudizio, memoria, emozioni), oggetto secondo lui solo di filosofia.

Anche l’olandese Franciscus Donders (1818-1889), autore dell’opera “Cronometria Mentale” del 1860, svolse ricerche sperimentali sui tempi di reazione basate sul metodo detto della “sottrazione”, in cui erano confrontati tempi relativi a stimoli semplici con tempi relativi a stimoli composti, o necessitanti di una scelta. Questo metodo, abbandonato per molti decenni, è stato poi ripreso nell’ambito della moderna “Psicologia cognitiva”, affermatasi nella seconda metà del ‘900.

 Hermannn Ebbinghaus (1830-1909) e Georg E. Müller (1850-1934) svolsero invece studi sperimentali sulla memoria. Il primo effettuò anche misure dell’intelligenza dei bambini, mentre il secondo si avvicinò poi alle idee di Mach (N. 95), che valorizzava le sensazioni come dati primari della conoscenza, ed a quelle della “Gestalt”, movim̈ento di cui ci interesseremo più avanti, che privilegiava i processi mentali coscienti (non automatici).

Su posizioni neo-kantiane si pose Ewald Hering (1834-1918), che si interessò essenzialmente di percezione visiva: ritenne – infatti - che la percezione dello spazio fosse innata ed immediata (“Innatismo”), a differenza della posizione degli empiristi (cui si ispiravano anche Helmholtz Wundt) secondo cui era di origine empirica, ed era frutto di un processo di apprendimento attraverso esperienze ripetute. Anche Karl Stumpf (1848-1916), che si interessò di percezione visiva e psicologia della musica, fu sostenitore dell’Innatismo neo-kantiano e si avvicinò anche alla Fenomenologia di Husserl (N. 99) ed al pensiero – anch’esso vicino alla Fenomenologia - di Franz Brentano (1838-1917) che sosteneva il concetto di “intenzionalità della coscienza” che si rivolgerebbe a contenuti anche non derivati dalla realtà, ed a rappresentazione di giudizi ed affetti.

Il filosofo “empirio-criticista” Richard Avenarius (che già vedemmo al numero precedente su posizioni simili a quelle di Mach), pur riconoscendo che coscienza ed esperienza dipendono dal sistema nervoso centrale, fu avversario di ogni “meccanicismo” e sostenne l’esistenza di dati fisico-percettivi indipendenti dal sistema nervoso, a metà strada tra fisico e psichico, che rappresenterebbero una specie di “esperienza pura” (concetto in cui è evidente l’influenza della Fenomenologia).

Le teorie di Mach ed Avenarius furono riprese da Oswald Külpe (1862-1915) – fondatore della Scuola di Würzburg - che fu influenzato anche dalla Fenomenologia di Husserl ed esaminò stati di coscienza non direttamente legati all’esperienza. Egli riteneva che spazio e tempo fossero aspetti solo fenomenologici e fu sostenitore del metodo introspettivo (cioè guardare entro sé stessi) per determinare i meccanismi psicologici. Külpe fu influenzato – come anche il già citato Stumpf – dal pensiero di Brentano. Anche Christian Von Ehrenfels (1795-1876), continuatore dell’opera di Brentano, fu influenzato dal pensiero di Mach: sostenne (come faranno anche i membri della Gestalt) che la “forma” dello spazio e del tempo è diversa dai singoli elementi che lo compongono.

All’inizio del ‘900 l’inglese Edward Titchener (1867-1927), allievo di Wundt, poi trasferitosi negli Stati Uniti, si interessò alla struttura della mente (Strutturalismo), vista come intreccio di elementi distinti: sensazioni, affetti, e concetti.  Contrario allo strutturalismo fu il filosofo statunitense William James (1842-1910) di cui scrivemmo già in precedenza (N. 98). Egli, soprattutto nell’opera del 1890 “Principi di Psicologia”, vide nell’attività della coscienza, nelle sue motivazioni e nei processi di apprendimento, un processo continuo, non divisibile in elementi separati, di adattamento all’ambiente (Funzionalismo).

All’inizio del ‘900 nasceva anche la psicologia della “Gestalt”, cioè della “forma” (in tedesco), in quanto i membri del gruppo che prese questo nome ritenevano che nel processo percettivo la mente riuscirebbe a scegliere la forma migliore completando con un processo cosciente e continuo, configurazioni percettive parziali incomplete. L’iniziatore di questa corrente, il ceco Max Wertheimer (1880-1943), sosteneva nel 1912 che il movimento ci appare come un tutto unico, e non come una serie di sensazioni staccate. Il pensiero si rivolge sempre ad una totalità organizzata. Un altro membro del gruppo, Wolfgang Kohler (1887-1967) sosteneva che la percezione della forma è un tutt’uno, ed è immediata, e che le dinamiche fisiche, neurologiche e psicologiche seguono percorsi analoghi. Sarebbe così superato il conflitto mente-corpo. I membri della Gestalt, tra cui si distinse anche Kurt Koffka (1886-1941), sotto l’influenza della Fenomenologia, valorizzavano l’esperienza immediata, negando l’importanza fondamentale delle esperienze precedenti e dei processi analogici che ne derivavano, ed affermando che l’atto dell’intelligenza è immediato (una specie di illuminazione). Kohler (che si trasferì poi negli USA come Koffka e Wertheimer) effettuò anche esperimenti con gli scimpanzè privi di singole prove specifiche (come il superamento di labirinti, ecc.) per dimostrare che l’intelligenza degli animali è capace di una valutazione intuitiva diretta e complessiva dei problemi. La corrente della Gestalt rifiutava l’automatismo dei processi inconsci privilegiando i processi coscienti.

Contemporaneamente in Inghilterra Francis Galton (1822-1911), influenzato da Darwin, dette grande importanza all’ereditarietà; fece studi statistici sui comportamenti umani e ricerche sulle associazioni mentali inconsce; effettuò test mentali che ebbero poi grandi sviluppi negli Stati Uniti. Anche Alfred Binet (1857-1911), in Francia, fece misurazioni dell’intelligenza dei bambini, anch’esse molto apprezzate negli USA. In quest’ultimo Paese la psicologia si orientò sempre più verso la psicometria e la psicologia del lavoro, e poi, sotto l’influsso del filosofo Dewey, verso la psicologia “funzionale” già adottata da James, cioè intesa come adattamento all’ambiente. Sotto l’influenza dell’evoluzionismo si moltiplicarono gli esperimenti sulla capacità degli animali di apprendere e risolvere problemi dopo esperienze ripetute (come trovare l’uscita da gabbie e labirinti, ecc.) come quelli condotti dallo psicologo americano E. L. Thorndike (1874-1949) ed il tedesco trasferitosi negli USA Jacques Loeb (1859-1924).

Un altro americano H. Spencer Jennings (1868-1947) dimostrò che, contrariamente a quanto molti ritenevano, anche gli organismi più semplici erano dotati di un certo grado di coscienza e capacità di apprendimento. Anche John B. Watson (1878-1958), autore nel 1913 del manifesto della nuova filosofia “behaviorista”, cioè basata su studi di comportamento (“behavior” in inglese) che ebbe grande sviluppo negli anni ‘20, fece esperimenti sulla capacità di animali di superare un labirinto utilizzando la memoria di precedenti esperienze. Questi studi – come abbiamo visto, contestati dalla Gestalt – erano basati sul concetto che il comportamento è una risposta della mente (vista come una “scatola nera”) agli stimoli ambientali, e derivavano dalla psicologia “funzionale” di Dewey e James e dall’evoluzionismo. Una forma di “comportamentismo sociale”, che teneva conto degli stimoli dell’ambiente sociale. fu quella sviluppata da George Herbert Mead(1863-1931) negli anni ‘30.

Una base molto materialista e sperimentale ebbe anche la psicologia russa, i cui principali esponenti furono Ivan Sechenov (1829-1905), che sostenne che ogni azione psichica è causata da uno stimolo materiale, e Ivan P. Pavlov (1849-1936), nemico giurato di ogni “psicologia fumosa”. Celeberrimi sono gli esperimenti effettuati da quest’ultimo sui cani, i cui succhi gastrici si attivavano automaticamente, anche in assenza di cibo, se veniva ripetuto un segnale acustico che in precedenza era stato utilizzato in connessione con la distribuzione di cibo (teoria dei Riflessi Condizionati, sperimentata anche da Watson). Pavlov sosteneva che questo comportamento valeva anche nel caso dell’uomo per il quale esisteva anche un livello superiore, in cui i “segnali” significativi che causavano i riflessi erano simbolizzati attraverso il linguaggio.

In definitiva si può affermare che la psicologia è avanzata tra ‘800 e inizio ‘900 sia su un terreno sperimentale (Fechner, Weber, Wundt, Helmholtz, Donders, Pavlov, Thorndike, Watson, ecc.), sia seguendo suggestioni di filosofie neo-kantiane, fenomenologiche, ed empirio-criticiste (Hering, Külpe, Stumpf, Brentano, Ehrenfels, la Gelstat, ecc.) contenenti anche elementi irrazionalistici ed idealisti. Come vedremo, il complesso di questi studi influenzerà anche la psicologia e la filosofia del ‘900 inoltrato, in cui si affermeranno il “Costruttivismo”, la nuova psicologia sovietica (scuola storico-culturale), e soprattutto la “Psicologia cognitiva”, di cui ci occuperemo in un prossimo numero.

Un discorso a parte merita la nascita della Psicanalisi ad opera di Sigmund Freud (1856-1939), argomento troppo complesso per potèr essere trattato adeguatamente in questa sede. Freud, neurologo viennese ebreo poi emigrato a Londra per sfuggire ai Nazisti, era ateo e di cultura laica, e riteneva di doversi affidare ad un’indagine sperimentale attraverso lo studio dei sintomi mostrati da persone affette da isteria o nevrastenia (atti involontari, associazioni verbali, contenuti dei sogni, ecc.), come emerge ad esempio negli “Studi sull’Isteria” scritti insieme a Joseph Breuer.

 Riteneva che la naturale propensione della specie umana al desiderio sessuale già dall’età infantile, se rimossa per evitare conflitti tra desideri e realtà, avrebbe creato tensioni dolorose che potèvano essere scaricate indirettamente da attività mentali inconsce (“Es”). Freud presupponeva anche la presenza di un “Io” parzialmente cosciente, di una coscienza etica superiore (“Super-Io”) e la possibilità di una presa di coscienza attraverso un processo (curativo) di analisi. È discutibile se Freud sia pienamente riuscito nel suo intento, ma è da rimarcare l’atteggiamento antimetafisico e sperimentale che fanno della sua originale ricerca un tentativo apprezzabile, che ha dato luogo ad interessanti sviluppi e conferme, anche se non sempre adeguatamente trattato dai continuatori della sua opera.

Vincenzo Brandi 


Articolo tratto da "Conoscenza, scienza e filosofia"

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(1) L. Geymonat, “storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

Perché il Dalai Lama tutto sommato piace alla chiesa...?



Come mai Papa Bergoglio non sparla del Dalai Lama (anche se lo snobba)?

Il motivo è semplice. Il Dalai Lama è sullo stesso piano degli altri religiosi cattolici, ortodossi ed affini. Il Dalai Lama non è un mistico ma un religioso ed un politico come il papa romano.
Ha una visione nobile della vita, ma poiché non sostiene a spada tratta solo il misticismo, non è considerato un avversario come tutti gli altri che fanno del misticismo la loro ragione di vita (Osho, Ramakrishna, Ramana Maharshi, Sai Baba, ecc.).

Il mistico è poco  interessato alle conoscenze scientifiche, se non per dire :"Ecco! Quello che la scienza ha scoperto
oggi lo dicevano i mistici di ventimila anni fa". Il Dalai Lama, invece,  è  attratto dalla scienza come qualsiasi uomo che vive nel Mentale. Il mistico che vive la maggior parte della sua giornata nella dimensione superiore, invece non se ne interessa molto.

Come capo religioso, il Dalai Lama è una persona squisita che tutti vorrebbero avere come amico, come fratello, ma è un religioso, come il papa romano. Ognuno di loro difende la propria religione. Il Dalai Lama non rinuncerebbe a credere nella reincarnazione e il papa non rinuncerebbe a credere nella resurrezione di Gesù.

Il primo è un uomo straordinario, il secondo molto sagace, ma sono entrambi interessati alla propria religione e, in questo senso, l'uno non è più  sottile dell'altro. La loro vita e le scelte sono governate da condizionamenti che essi accettano e ai quali difficilmente rinuncerebbero.

Per quanto il Dalai Lama sia più aperto, positivo e consapevole del papa romano, la sua strada è quella religiosa e non spirituale. Vi sembrerà un assurdo, ma domandiamoci se il Dalai Lama, per quanto intelligente e squisito, segua effettivamente l'insegnamento del Buddha. E non mi riferisco all'aspetto morale. Mi riferisco a quello metafisico, perché è di quello  che stiamo parlando.

I Maestri illuminati sono spirituali, mentre i loro rappresentanti sono religiosi. È una regola fissa, purtroppo. Tra il pensiero del papa e quelli di Gesù c'è un abisso. Tra quello del Dalai Lama e del Gautama Buddha c'è il ritualismo.

Anna Dossena



Nel "fare non fare" non v'è realizzazione...

"Un vero sufi siede assieme ai compagni, si alza e mangia, dorme, compra e vende al mercato, si sposa e partecipa alla società, e tuttavia mai per un momento dimentica Dio..." (Abu Sa'id ibn Abi al-khayr)



Mi scrive un'amica esprimendo i suoi dubbi "sul comportamento ideale da assumere al fine del compimento spirituale, seguendo l'esempio dei santi..." 

Le ho risposto dicendole che non si può dare una regola sulla base del  comportamento  di un santo. Il realizzato non si identifica più con un io, riferito al corpo ed alla mente, ma ha anch'egli un prarabdha karma (un destino della vita corrente) come qualsiasi altro essere umano. Persino ritenere che ci siano realizzati e non realizzati nella visione del santo è illusorio, poiché nella sua esperienza tutto è Uno ed indivisibile. 

A questo punto come si può ritenere che qualsiasi azione umana possa rappresentare una linea di demarcazione tra il presunto realizzato ed il presunto ignorante? Quello che i santi raccontano della loro vita è solo l'aspetto esteriore del loro specifico prarabdha karma, niente a che vedere con l'ipotetico "fare o non fare" ai fini della  "realizzazione".

Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare diversi santi e dal loro comportamento ho ricevuto un insegnamento universale, mai in antitesi con le esigenze della mia vita. Loro hanno vissuto la loro vita nel modo che era loro dovuto, come io sto vivendo la mia vita nel modo che mi è dovuto. Ciò vale per chiunque. Inutile arrabattarsi sul fare non fare.

Quando si parla di ricerca spirituale non si intende il perseguire un sentiero codificato, una normativa fideistica, un’appartenenza ad un credo; il cercatore spirituale è semplicemente colui che guarda se stesso, colui che riconosce il Tutto in se stesso e se stesso come il Tutto.

Da questo punto di vista la ricerca spirituale può essere considerata un fatto strettamente personale. Conciliare la propria via personale con quella di chiunque altro significa saper fluire senza ostruire, apprendere e trasmettere senza pretendere, insomma si tratta di fare la pace con noi stessi e con gli altri.

 Paolo D'Arpini



“In accordo con il Prarabdha karma di ogni persona, l’Ordinatore controlla il destino delle anime in accordo con le loro azioni passate. Qualunque cosa sia destinata a non accadere non accadrà, per quanto ci provi. Qualunque cosa sia destinata ad accadere accadrà, per quanto si possa provare a fermarla.” (Ramana Maharshi)

Osho: "Iniziazione alla Meditazione" - Abstract



La meditazione è un cammino verso l'eternità. Ed è un viaggio senza fine, eterno, nel senso che la porta si apre e continua ad aprirsi... fino a divenire l'universo. La meditazione sboccia e fiorisce, e continua a farlo fino ad abbracciare il cosmo intero nella sua fioritura. Il viaggio è eterno: inizia, ma non ha mai fine. Non ci sono gradi di illuminazione. Una volta conseguitala essa è presente. È come tuffarsi in un oceano di sensibilità. Saltate, divenite tutt’uno con esso, come una goccia che cade nell'oceano e vi si confonde, ma ciò non significa che abbiate conosciuto tutto l'oceano. Il momento è assoluto: è il momento in cui l’ego viene abbandonato, L'istante dell’eliminazione dell'Io, l’attimo della morte dell’ego. È assoluto e totale. Per quanto vi riguarda è perfetto. Ma per quanto riguarda l’oceano (per quel che concerne il divino) si tratta soltanto di un momento iniziale, l’inizio di un processo che non avrà mai fine. Vi è una cosa da ricordare: l'ignoranza non ha principio,ma ha un termine.

Non riuscirete mai a scoprire dove ha avuto inizio la vostra ignoranza. Ve la trovate accanto da sempre; da sempre essa vi circonda. Non ne scoprirete mai l'inizio: non c’è principio. L'ignoranza non possiede un punto iniziale, ma ha un termine. L’illuminazione comincia, ma non finisce mai. I due punti vengono a coincidere; sono in realtà lo stesso. L’inizio dell'lluminazione e la fine dell’ignoranza coincidono. È un unico punto, un punto pericoloso a due facce: l'una è rivolta a un'ignoranza che dura da sempre e l’altra all’inizio di un’illuminazione che non avrà mai fine.

Conseguite cosi l'illuminazione, eppure non la raggiungete mai. Pervenite ad essa, vi ci immergere, divenite tutt'uno con essa, eppure l’ignoto è sempre là, nella sua immensità. È questa la sua bellezza e il suo mistero.

Se con l’illuminazione tutto divenisse noto, non ci sarebbe più alcun mistero. Se cosi fosse, l’intera faccenda diverrebbe sgradevole. Dissolto completamente ogni arcano, tutto sarebbe morto. L’illuminazione non è « conoscere » in questo senso. Non è conoscere come suicidio. È conoscere come apertura a sempre maggiori misteri. « Conoscere » significa quindi avere nozione del mistero, esserne consapevoli. Non significa averlo risolto una volta per tutte: l’illuminazione non è il possesso di una formula matematica per cui tutto ora vi è noto. Il conoscere dell’illuminato significa piuttosto essere giunti al punto dove il mistero è divenuto definitivo.

Avete riconosciuto che questo è il fondamento di ogni mistero; l’avete conosciuto come mistero esso stesso. Ora l'arcano è divenuto tale che non avete più alcuna speranza di risolverlo. Ora lasciate ogni speranza. La vostra, però, non è sfiducia, non è disperazione. Avete soltanto compreso la natura del mistero.

L’arcano è tale da essere insolubile; il mistero è tanto fitto che è assurdo finanche sforzarsi di svelarlo. Cercare di far luce in esso con i mezzi dell’intelletto non ha senso. Siete arrivati al limite delle vostre possibilità razionali. L’intelletto ora cede le armi e si comincia a conoscere. È qualcosa di completamente diverso dal conoscere scientifico. La parola « scienza » significa - è vero - acquisizione di conoscenza, ma qui il senso è quello di penetrare a svelare gli arcani, mentre il conoscere religioso significa assolutamente l’opposto. Non si tratta, in esso, di indagare e rendere manifesta la realtà; tutt’altro. Anche quanto già si conosceva ridiventa in questa dimensione misterioso, comprese le cose di tutti i giorni sulle quali eravate certi, assolutamente certi, di sapere tutto. Ora perfino la porta è scomparsa. Tutto, in un certo senso, diviene inaccessibile... infinito e irresolubile.

Il conoscere va concepito in questo senso: è partecipare dell’esclusivo mistero dell'esistenza, dire si all’arcano della vita. L’intelletto non ha ora alcuno spazio per le sue teorizzazioni. Siete faccia a faccia con il mistero, e l'incontro è esistenziale... non per il tramite della mente, ma tramite voi stessi, tramite la totalità di voi stessi. Lo sentite con ogni parte del vostro essere: il vostro corpo, gli occhi, le mani, il cuore, l’intera vostra personalità giunge in contatto con il mistero assoluto. Questo è soltanto un inizio. La fine non verrà mai, poiché la fine sarebbe demistificante.

Questo è l’inizio dell’illuminazione. Non vi sarà mai fine, ma questo è l’inizio. Capite che l'ignoranza è finita, ma non ci sarà un termine a questo stato illuminato della mente. Siete saltati ormai in un abisso senza fondo.

Potete concepire il processo in tanti modi quanti sono i punti di vista. Se si perviene a questo stato mentale attraverso kundalini, sarà un’interminabile fioritura. I mille petali del sahasrara non sono realmente mille: « mille » sta a indicare semplicemente un numero superiore a ogni immaginazione. È un simbolo. Significa che i petali di kundalini che si stanno schiudendo sono infiniti. Continueranno a schiudersi, a schiudersi e a schiudersi. Assisterete al loro primo sbocciare, ma non ne vedrete mai la fine. Non c'è limite al processo. Si può giungere a questo punto attraverso kùndalini o per altre vie. Kundalini non è indispensabile.

Coloro che conseguono l'illuminazione per altre vie giungono allo stesso punto; differirà soltanto il nome, il simbolo sarà diverso. Le vostre rappresentazioni mentali varieranno poiché questo non è evento che si possa descrivere, e poiché quanto è possibile descrivere non corrisponde esattamente a quanto sta accadendo. La descrizione non è che un’allegoria, è per forza di cose metaforica. Potete dire: "È come un fiore che si schiude"... ma non c'è affatto alcun fiore. La vostra sensazione è però esattamente quella di essere un fiore che sta cominciando a sbocciare. La sensazione è né più né meno quella dell’aprirsi. Ma qualcun altro potrebbe esprimersi altrimenti. Potrebbe ad esempio dire: «È come lo spalancarsi di una porta... di una porta che dà sull'infinito e che non cessa mai di aprirsi». E chi più ne ha più ne metta.

I tantrici adottano una simbologia sessuale. Loro possono usarla! Dicono: « È un incontro, un'unione senza fine ». Quando il Tantra afferma che « è proprio come nel maithuna (rapporto sessuale)», quanto intende è «un incontro dell'individuo con l’infinito... ma interminabile, eterno».

Il fenomeno si può rappresentare anche in questa forma, ma ogni rappresentazione è destinata a essere metaforica. Ogni rappresentazione è simbolica; non può che essere cosi. Ma quando dico «simbolico», non intendo certo che un simbolo non abbia significato.

Un simbolo ha significato fintantoché è soltanto la vostra individualità, che l’ha concepito e l’adotta, a essere in causa. Vi sarebbe impossibile rappresentarvi la cosa altrimenti. Una persona che non ha mai amato i fiori, che non ha mai imparato a conoscerli, che passando fra i fiori non li ha mai degnati di uno sguardo, che per l'intera sua vita non ha mai avuto nulla a che spartire col «regno floreale », non potrà certo sentire l’illuminazione come lo sbocciare di un fiore. Se però voi l’avvertite in questo modo, ciò ha una quantità di significati. Vuol dire che il simbolo vi è congeniale, che corrisponde in un modo o nell’altro alla vostra personalità.

Osho 



Il bisogno di "spazio" cambia con le situazioni vissute...



I confini dello spazio personale cambiano molto da persona a persona, a seconda delle culture e degli ambienti. Nel 2020 la pandemia ha introdotto un elemento del tutto nuovo che ha inciso sul nostro livello di comfort quando siamo in presenza di altre persone. Mantenere una distanza fisica è stata per mesi una delle poche cose che potevamo fare per limitare il rischio di infezione. I consueti spazi personali improvvisamente erano diventati “sbagliati”.

Questo cambiamento è illustrato molto bene dall’anticipazione di uno studio di Daphne Halt e colleghi di Boston, Massachusetts. I ricercatori pensano che le nostre preferenze sugli spazi personali non solo ci raccontino molto degli effetti della pandemia, ma possano essere usati come indicatori per monitorare il ritorno alla normalità.

Gli autori sostengono che l’aumento dei limiti personali perfino nella realtà virtuale, dove non esiste alcun rischio di infezione, possa essere indicativo di cambiamenti nella rappresentazione neuronale della “zona di sicurezza” che circonda il nostro corpo e nei circuiti sensorio-motori del cervello che assolvono al compito di mantenerci al sicuro.

Esiste la possibilità che questo aumento persista anche oltre la pandemia; ma è altrettanto possibile che il nostro bisogno di spazio ritorni a livelli prepandemici una volta risolto il problema. La scala in base alla quale sono state misurate le distanze sociali non ha precedenti, e quindi è difficile fare previsioni su come queste si assesteranno in futuro.

Spiritual Informa - Edizione N. 388/12 



Non si può amare in continuazione...


Nella coscienza umana è penetrata in profondità l’idea che se ami una persona, deve essere così ventiquattr’ore su ventiquattro. Questa è una totale assurdità. Se ami davvero una persona, ci saranno momenti in cui vorrai essere assolutamente solo. Se non ami, non ci sono problemi, perché anche insieme alla persona sei solo. Non c’è problema. Si può vivere in mezzo alla folla ventiquattr’ore su ventiquattro e non c’è problema, perché in mezzo alla folla si è soli. In quale altro luogo si può essere più soli? Facendo il pendolare in treno con migliaia di persone sei solo. A New York, a Bombay, a Londra, camminando per le strade sei solo. Nel momento in cui sei con un amico che ami, non sei più solo.

Questo è il significato dell’amore: siete insieme. Quando siete insieme, a volte vorreste essere soli, perché ogni cosa ha un ritmo. È proprio come mangiare: non puoi mangiare di continuo; devi fare una pausa tra un pasto e l’altro di sei, otto ore.

L’amore è cibo, è nutrimento. Quindi, quando sei innamorato di una persona arriva sempre il momento in cui sei saturo, sazio. È il momento di alzarti dal tavolo da pranzo. Anzi, prima che la tua pancia sia completamente piena, alzati. Lascia un po’ di spazio. E la stessa regola dovrebbe essere osservata tra amanti: quando iniziate a sentire che vi state avvicinando a un punto di sazietà, lasciatevi in pace a vicenda; altrimenti oltre quel punto vi verrà la nausea.

Nessuno lo dice, perché sembra duro e brutto dire all’amante che stare insieme fa venire la nausea. Ma io devo dirvi la verità. La verità è: c’è un momento in cui stare insieme fa venire la nausea e succede solo quando sei innamorato, altrimenti no. Perché da innamorati vi mangiate a vicenda, letteralmente: vi nutrite entrambi dell’energia dell’altro. Ecco perché l’amore è così nutriente. Ma poi arriva un punto oltre il quale, se continui a mangiare, devi vomitare. Quel vomito è la lotta, lo scontro.

E il problema è maggiore con gli uomini che con le donne; anche questo deve essere compreso. L’amore per un uomo è solo una parte della sua vita; ha molte altre cose da fare. L’amore per una donna è tutta la sua vita. Se fa qualcos’altro è solo perché ama: cucina, prepara la casa, pulisce, fa mille altre cose. Magari compone musica, poesia, pittura, ma in fondo lo fa perché ama. Queste sono solo le sue espressioni dell’amore. Se ama un uomo, dipinge i muri e mette dei quadri ai muri per rendere bella la casa. Ma la sua preoccupazione non è la bellezza della casa; la sua preoccupazione è l’uomo che ama.

L’amore è tutta la vita per una donna. Per l’uomo non è così. Per l’uomo l’amore è una delle tante cose. Vuole scrivere poesie, non perché ama; vuole dipingere, non perché ama: la pittura ha un suo valore completamente separato dall’amore. Stanco della pittura, della musica, vuole innamorarsi profondamente in una sorta di oblio; questo è il suo riposo. Osserva la differenza: l’amore per l’uomo è il suo luogo di riposo. Quando è stanco del mondo, di mille altre cose, vuole sprofondare nell’energia di una donna, nel suo calore, e scomparire.

Ma ricorda: vuole amare solo perché così si riposa e può tornare a dipingere, a scrivere poesie, a fare musica o a ballare. L’amore è un bisogno fondamentale per lui, ma per fare altre cose. Per le donne è esattamente l’opposto: fanno altre cose perché amano. Se una donna non ama smette di fare qualsiasi cosa.

Se l’uomo deve scegliere tra l’amore e la poesia, sceglie la poesia; può rinunciare all’amore, ma non può rinunciare alla poesia. Non è un caso che tutti i grandi scienziati, tutti i grandi poeti, tutti i grandi mistici fossero non sposati. Per necessità hanno dovuto rimanere da soli, perché la richiesta della donna è di amore totale e loro sono già impegnati totalmente in qualcos’altro. Possono amare una donna e godere di quell’amore, ma non sceglierebbero mai la donna contro la pittura, è impossibile. Preferiscono scegliere la pittura e lasciare che l’amore ne faccia le spese.

Questa differenza deve essere compresa e una volta compresa le cose diventano molto chiare.

 


da: Osho, God’s Got a Thing About you 

XX Settembre 1870 - “Alla breccia di Porta Pia sono entrati i bersaglieri…”



XX Settembre, ricordate? Ricorre l’anniversario della presa di Roma, ovvero si festeggia la breccia di porta Pia attraverso la quale i “nostri” bersaglieri poterono penetrare in città. 

Il papa Pio IX aveva emesso una scomunica su chi avesse consentito l’accesso degli stranieri nella città eterna.. e siccome i militi piemontesi erano tutti ferventi cattolici e non si trovava nessuno disposto ad accollarsi la maledizione papale, l’ordine di aprire il fuoco e praticare la fessura fu impartito da un ufficiale ebreo, così le anime cristiane furono salve e il merito della presa di Roma restò ai giudei.


Questo fatto simbolico ancora “pesa” sull’unità d’Italia. Sono in molti a criticare quel 20 settembre 1870 che consegnò l’Italia intera ai Savoia. Una dinastia di poca qualità. Ma almeno, con la breccia di Porta Pia è finito questo strazio delle scomuniche papaline! Infatti il 20 settembre si celebra la caduta del potere temporale del papato (o meglio dire il suo ridimensionamento).

Accadde con l’entrata strombettante dei bersaglieri dalla breccia di Porta Pia. “Alla breccia di Porta Pia sono entrati i bersaglieri…” faceva il ritornello della canzoncina allegra che si cantava una volta nelle scuole il 20 settembre, ed io l'ho cantata. Oggi non si canta più comunque la data resta a segnare un momento cruciale della nostra storia patria e dell’affermazione (sia pur per un breve momento storico) dei valori della laicità dello stato: “..perché niun savio dell’avvenire – reo di verità discoperta – s’inginocchiasse a un prete..”. Diceva il poeta evidentemente riferendosi alla disavventura di Galileo Galilei, costretto a piegarsi dinnanzi al papa ed a rinnegare la verità dei fatti per salvarsi la pelle.

Parlando di eretici mi sovviene anche l’eretico per antonomasia, nato il 21 settembre del 1452, Gerolamo Savonarola il quale si scontrò con il papa Alessandro VI (il Borgia) e finì sul rogo… Per lui niente cerimonie di commemorazione anche se Gramsci così lo ricorda: “Chi lo ritiene uomo del medioevo non tiene conto della sua lotta al potere ecclesiastico che voleva rendere indipendente Firenze dal potere feudale della chiesa”.

La storia è solo un racconto. L’angolazione del giudizio sui fatti esaminati dipende solo dalla propensione emozionale a vedere le cose per come le sentiamo vere. Sappiamo però che la storia non è mai qualla raccontata e nemmeno quella percepita con le budella.

La storia, anche nella migliore delle ipotesi, è un mosaico di piccoli particolari ed eventi disgiunti che solo all’analisi successiva appaiono consequenziali… " è comunque fondamentale, assolutamente fondamentale, capire e conoscere i fatti. Non credo al relativismo, credo alla verità e la differenza di punti di vista, nella sua infinita varietà, può essere, tra l’altro, tra due errori, tra un errore ed una verità e tra due verità" (Luca Zolli)

Nella nostra vita abbiamo lo stimolo di rispondere adeguatamente alle occasioni più diverse che ci capitano e non possiamo dire che il filo conduttore sia la nostra volontà di ottenere i risultati che ci siamo prefissati… Succede quel che succede e poi noi esprimiamo il nostro parere: ho fatto questa cosa e mi piace, ho fatto quella cosa e non mi piace… In realtà nessuno fa nulla c’è solo un’intersecazione e commistione di forze diverse che agiscono attraverso di noi. Quel che resta sono i semplici fatti, non le ragioni o le intenzioni. Comunque tendiamo ad esaminare quei fatti con la nostra visione personale ed il nostro senso del giudizio.

La vita è tutta una meravigliosa sorpresa e voler stabilire il suo significato è semplice arroganza! Questa la mia opinione…

Saul Arpino, alias Paolo D’Arpini



Società al disarmo. Finisce il culto degli antenati ed anche quello dei successori...


Il culto degli antenati in molte delle civiltà antiche è stato il fattore coagulante per la conservazione del senso di comunità. In Cina, ad esempio, era assurto quasi a religione, infatti il confucianesimo non è altro che un sistema morale basato sul rispetto delle norme “gerarchiche” di padre/figlio – sovrano/suddito. In qualche modo questo sistema, che garantisce un ruolo alle generazioni della comunità, ha assicurato in oriente come in occidente, una crescita ordinata e rigorosamente etica della società, pur con le pecche di inevitabili eccessi, esso ha mantenuto quel processo solidaristico nato nei clan matristici anteriori, e successivamente trasmesso al patriarcato.

Questa concezione è andato avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è un repentino mutamento d’indirizzo e la sortita dei modelli utilitaristici ed esclusivi.

Coincide con l’inizio dell’era industriale e dell’economia di mercato e con la comparsa dei grossi insediamenti urbani, le metropoli., che già avevamo visto l’abbozzarsi nel modello imperiale di Roma poi ripreso negli Stati Uniti d’America.

La scintilla del nuovo paradigma sociale ed economico -secondo me- è una diretta conseguenza della grande crisi del 1929 che da una parte costrinse migliaia di famiglie all’urbanizzazione forzata ed all’abbandono del criterio piccolo-comunitario e all’adozione di modelli sociali strumentali. Una nuova programmazione sociale ed economica basata sulla capacità collettiva di produzione e sul consumo di beni superficiali (coincide con la nascita della Coca Cola, delle sigarette, delle fibre sintetiche, della diffusione di automobili ed altri macchinari). Come ripeto questo modello non fu specificatamente perseguito ma l’inevitabile conseguenza di una accettazione di gestione produttiva “finalizzata” -da parte degli individui operativi- e la demandazione agli organi amministrativi delle funzioni solidali e sociali.

Questo procedimento trovò la sua affermazione anche in Europa a cominciare dagli anni ‘50 (malgrado le prove generali dei primi del secolo in Inghilterra) e pian piano si espanse al resto del mondo occidentalizzato, meno che in sacche di necessaria “arretratezza” che oggi definiamo “terzo o quarto mondo”. Ma questo terzo o quarto mondo sta anch’esso pian piano assumendo il modello utilitaristico ed il risultato è il totale scollamento familiare e sociale con l’interruzione dell’agricoltura ed artigianato e venuta in luce di schegge impazzite di società aliena a se stessa. Avviene nelle cosiddette megalopoli di venti o trenta milioni di abitanti, con annesse baraccopoli e periferie senza fine. La solidarietà interna delle piccole comunità è morta mentre si son venute a stratificare categorie sociali che hanno poco o nulla da condividere con “l’umanità”.

Nelle grandi città industrializzate e consumiste da una parte c’è la classe dei produttori “attivi” e dall’altra quella dei cittadini “passivi”, ovvero i bambini e gli anziani. Lasciamo per il momento in sospeso la discussione degli attori in primis, i cosiddetti produttori ed operatori, e vediamo cosa sta avvenendo nelle categorie passive, degli usufruitori inermi od assisiti.

I bambini sono forse i più penalizzati giacché verso di loro è rivolto il maggior interesse redditizio e di sviluppo, sono i “privilegiati” delle nuove formule di ricerca di mercato ed allo stesso tempo abbandonati a se stessi, in seguito alla totale mancanza di solidarietà interna in ambito familiare e sociale. Con poche prospettive reali di crescita evolutiva in intelligenza ed interessi futuri, i bambini si preparano ad essere la “bomba” della perdita finale di collegamento alla realtà organico-psicologica tra uomo natura ambiente. Già in essi assistiamo alla quasi totale incapacità di relazionarsi con una realtà sociale e materiale, sostituita da una “realtà virtuale e teorica”. Ora finché le generazioni che son nate dagli anni ‘50 sino al massimo degli anni ‘80 sono in grado di reggere il colpo della produzione utilitaristica questa massa di “imberbi passivi” può ancora mantenere una ragione almeno consumistica, dopodiché la capacità di sopravvivenza si arresta ineluttabilmente, assieme al volume operativo dei genitori…..

L’altra categoria, passiva per eccellenza, è quella degli anziani ed invalidi, i pensionati, che sopravvivono senza speranza già sin d’ora, preda di violenze sempre più diffuse, di furti e truffe e di strumentalizzazioni della loro condizione vittimale (perseguita da enti ed associazioni che sorgono per “proteggerli” dagli abusi….). Nella società solidaristica antecedente gli anziani avevano una precisa ragione sociale nella trasmissione della cultura e delle esperienze necessarie alla vita, convivendo in ambiti familiari in cui non c’era separazione fra bambini, giovani e vecchi. Ora gli anziani son d’impiccio e finché possono arrangiarsi da soli, bene, poi diventano oggetto di mercato per gli assistenti sociali, per gli ospizi e per colf spesso senza scrupoli o finti operatori assistenziali che mungono alle loro misere pensioni, inoltre -recentemente- son sempre più vittime di “enti morali” fasulli e ladri. E questo perché gli anziani non hanno più posto né tutela nella società.

Come faranno i cinquantenni di oggi a garantirsi la sopravvivenza se la struttura sociale è così degradata? Nella loro  vecchiaia, non saranno assistiti né dalla società nè dai loro figli e -forse- sarà proprio per questo inconsapevole sospetto che molti rifiutano di aver figli e si atteggiano ad eterni “ragazzi”. Oggi si è “giovani di belle speranze” sino a cinquant’anni e poco più e poi improvvisamente si precipita nell’inferno dell’anzianità e dell’abbandono.  

Insomma “finché ce la fai a barcamenarti con le tue forze bene e poi ciccia al culo!” Forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio.

La soluzione -secondo me- sta nel superamento dei modelli consumistici e dello schema familiare di coppia moderna, in primis, per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, contemporaneamente abbandonando l’ampliamento dei grandi agglomerati urbani e rinunciando ai parossismi culturali (musiche preconfezionate, televisioni, sport idioti, giochetti virtuali, etc) in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello. Insomma si parla ancora di ecologia profonda e di spiritualità laica.

Paolo D’Arpini