La teoria delle Ere Cosmiche e l'inizio dello Yuga Nero




La versione ristretta dei quattro Yuga di René Guénon(1) è ad usum
Delphini. Le scritture puraniche (il "quinto Veda"(2)) affermano che
l'ultimo Yuga nero ebbe inizio alla mezzanotte del 18 febbraio
(secondo il calendario giuliano), ovvero del 14 gennaio (secondo il
calendario gregoriano) del 3102 a. C., il giorno stesso, sostengono
molti hindu, della dipartita fisica di Krishna. E si estenderà per la
durata di 432.000 anni, concludendosi dunque nel 428.899 (oggi, lo
ricordo, siamo il 10 aprile del 2015). Il bello (si fa per dire), a
dar ascolto al Brahma-vaivarta Purana, è che all'inizio di questo
intervallo temporale sarebbero incastonati 10.000 anni di "età
dell'oro", i primi dell'"alba" del Kali Yuga - che dura in totale
36.000 anni -, a loro volta divisi in due periodi di 5.000 anni
ciascuno, quello di "Ganga sulla Terra" e quello dei "devoti sulla
Terra"(3). Noi ci troveremmo (poco più che) all'esordio del secondo.
Si pensi a cosa potrà succedere ai nostri lontanissimi eredi (cosa si
faranno l'un l'altro e come infieriranno sul mondo) - ammesso che a
quel tempo esista ancora l'Homo sapiens sapiens - a partire dal 6.900,
quando entreremo nel Kali Yuga vero e proprio, nerissimo.

Secondo le ipotesi scientifiche attuali ci vogliono ancora 5 miliardi
di anni per la "fine dei tempi" della Terra. Allora il Sole collasserà
e i pianeti del suo sistema, compreso il nostro, diverranno freddi
sassolini vaganti nello spazio. Siamo quasi a metà strada tra la
nascita di Gaia (4 miliardi 550 milioni di anni or sono) e il suo
annientamento(4). Quattrocentotrentaduemila anni sono in fondo una
bazzecola.

Anche su questo genere di argomenti si sono sviluppate discussioni
chimeriche. Ognuno degli interpreti (Guénon è uno dei tanti) propone
una sua versione basata sul presupposto che gli scritti originali non
dovrebbero essere presi alla lettera. Sulla questione il più famoso, e
anche il più autorevole, dei revisionisti fu Sri Yukteswar, guru di
Paramahansa Yogananda. Parlò di un fraintendimento ad opera degli
stessi maestri antichi, sicché in realtà le quattro ere si
estenderebbero secondo la seguente (enormemente ridotta) durata: Satya
Yuga 4800 anni, Treta Yuga 3600 anni, Dwapara Yuga 2400 anni, Kali
Yuga 1200 anni. Nella sua visione noi oggi non ci troveremmo affatto
all'interno del Kali Yuga (che sarebbe iniziato nel settembre del 499,
per poi concludersi nel settembre del 1699), bensì nella fase
ascendente del Dwapara Yuga (egli concepisce l'avvicendarsi degli Yuga
in modo opposto rispetto alla tradizione dell'induismo: la fine
dell'età nera non porterebbe al riavvicendarsi degli Yuga a partire
dal Satya - Krita - Yuga, bensì a un ritorno progressivo verso di
esso), che si protrarrà fino al settembre del 4099 (inizio, a suo
dire, del Treta Yuga)(5). Ma la letteratura sacra relativa alle
quattro epoche terrestri, ovvero alla divisione di ogni Mahāyuga, è
inequivocabile(6).

Il Kali Yuga dura 432.000 anni. Siamo appena all'inizio di quest'era di pece.

E' soprattutto nel 2° capitolo(7) del 12° Canto(8) del S'rîmad
Bhâgavatam o Bhâgavata Purâna(9) che la letteratura vedica parla
dell'Età Nera relativamente all'argomento in questione(10). Gli anni
di Kali, e ancor di più quelli che la tradizione attribuisce agli Yuga
precedenti, sono sembrati anche ad alcuni studiosi moderni dell'India
inverosimili solo perché viviamo tutti, Occidente e Oriente, dentro
un'accelerazione del tempo (che in realtà conferma proprio la visione
tradizionale) secondo cui epoche di questa portata, a maggior ragione
se relative al futuro della storia umana, appaiono inaccettabili,
improponibili. Non così per l'occhio e la mente aperti verso
l'infinito dell'indiano dei Veda. Allo stesso modo ci risulta estranea
la visione ciclica e radicalmente non-progressista di quegli antichi
saggi, opposta alla concezione lineare giudaico-cristiana nella quale,
volenti o nolenti, siamo immersi dall'alba al tramonto, dalla culla
alla tomba. Sempre rimanda, la seconda, a un'evoluzione collettiva
(non importa, tra l'altro, in mezzo a quali orrori, a quante Vandee e
Hiroshima tale fantapercorso si snodi), da un piccolo a un grande, da
un peggio a un meglio, dal "male" al "bene"... in
tesi-antitesi-sintesi ascendenti... agita senza tregua la carota
davanti alla bocca dell'umanità che vaneggia dentro l'illusorio
("'rete' divina, jāla, nella quale sono impigliati tutti gli esseri
viventi, ciascuno legato dal proprio nodo"(11))... la prima,
viceversa, contempla il tutto e sa che esso contiene sempre gli
opposti, e che tutto eternamente ritorna... e che l'unica fuoriuscita
dalla gabbia del determinato spetta come possibilità all'individuo
durante il corso delle esistenze. Il male non è il bene, ma, come i
due poli di una calamita, entrambi sono necessari. E questo per
sempre.

L'Età Nera si conclude, alla fine del suo crepuscolo di 36.000 anni,
con la fine stessa del mondo unita allo svanire di qualunque
ricordo(12), lavacro attraverso cui la rinascita fa tornare all'Età
paradisiaca, allo Yuga della Verità(13). Ma nel tempo immenso dei
cicli cosmici (i quattro Yuga, Mahāyuga, durano un battito di ciglia
dell'eternità) la Notte succede al Giorno, così come il Giorno alla
Notte. Un kalpa (mille Mahāyuga) è il Giorno di Brahma, seguito dal
kalpa della Notte di Brahma, durante la quale avviene la distruzione
parziale dell'universo (pralaya). Dopo cento Anni di Brahma
(Mahākalpa) giunge la distruzione totale (mahapralaya) che dura per
altri cento Anni di Brahma. Essi precedono il suo risveglio e ritorno
glorioso alla vita(14). Eterna. La visione ciclica è la medesima dei
Greci, nostri padri(15): all'età dell'oro (Kṛtayuga), quella di
"un'aurea stirpe di uomini mortali" che "come dèi passavan la vita con
l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla
miseria" e "tutte le cose belle (...) avevano"(16), succede l'età
dell'argento (Tretāyuga), l'età del bronzo (Dvāparayuga), l'età degli
eroi e infine l'età del ferro (Kaliyuga). Così in Platone, così in
Ovidio. Una volta aperto l'otre da Pandora, verso l'involuzione, non
l'evoluzione corre l'uomo. Che tuttavia, alla fine del ciclo, rinasce
come "puer" divino (Virgilio), rinnovato, rigenerato. Torna l'età
dell'oro, donde si potrà solo decadere.


Joe Fallisi






NOTE

(1) Cfr. http://www.gianfrancobertagni.it/…/renegue…/ciclicosmici.htm.

(2) Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Purāṇa.

(3) Cfr. http://veda.harekrsna.cz/encyclopedia/kaliyuga.htm.

(4) Ricordo che la vita media dell’uranio impoverito è di 4.468
milioni 109 anni (cfr. http://www.uranioimpoverito.it/cosa_e.htm),
poco meno dell’età stessa del nostro pianeta, le cui prime forme
multicellulari hanno fatto la loro comparsa 2,1 miliardi di anni or
sono.

(5) Cfr. http://www.minsobooks.com/…/Yuga_Theory_Of_Sri_Yukteswar_in….
La concezione di una risalita progressiva dall'ultima alla prima età è
viceversa presente nella tradizione giainista: "Le terre d'azione sono
soggette a un ciclo temporale diviso in due fasi, discendente e
ascendente, ciascuna a sua volta divisa in sei ere di durata
variabile. La prima era della fase discendente dura 4×1014 eoni
(sāgaropama); la durata delle ere successive diminuisce sino ai 21.000
anni dell'ultima fase. La durata massima della vita umana scema in
proporzione, assieme con il livello di moralità e prosperità degli
esseri; nella fase ascendente le ere si ripetono in ordine invertito.
I tīrthaṃkara, i salvatori, appaiono sulle terre d'azione in numero di
24 per ogni fase."
(http://www.treccani.it/…/asia-india-americhe-la-scienza-in…/); "Il
jainismo, come tutti gli altri sistemi religiosi indiani, concepisce
il tempo come ciclico. Il suo movimento, paragonato a quello di una
ruota, è diviso in kalpa, periodi di lunghissima durata che si
ripetono indefinitamente. Ogni giro si divide in due fasi inversamente
simmetriche, l'una discendente, l'altra ascendente, con una
suddivisione in 6 stadi che scandiscono la discesa da ere di
grandissima e poi grande prosperità fino allo stato di miseria e poi
di grandissima miseria, e l'ascensione inversa dalla grandissima
infelicità alla grandissima beatitudine. Nel corso di ciascuna delle
due fasi vivono 24 Tīrthaṃkara, insieme a tutto un corteggio di grandi
personaggi che ricordano il repertorio leggendario brahmanico. I più
antichi sono colossali, i più recenti hanno dimensioni più umane: le
rappresentazioni plastiche mostrano fino a qual punto essi abbiano
tratti stereotipati. Ci troviamo attualmente nel quinto stadio - di
miseria - di una fase discendente. Alla fine del terzo stadio è nato
Ṛṣabha, 'il primo Signore' (Ādinātha), che è all'origine della
civilizzazione dell'umanità. Nel quarto sono vissuti gli altri 23
profeti, tra cui Pārśva (che è rappresentato con la testa sormontata
dal settuplo cappuccio di un cobra) e Vardhamāna Mahāvīra, il cui
nirvāṇa avrebbe avuto luogo 75 anni e 8 mesi e mezzo prima dell'inizio
del quinto stadio."(http://www.treccani.it/…/jainismo_(Enciclopedia_delle_Scie…/);
"Secondo il credo giainista, l'universo non venne mai creato, né
cesserà mai di esistere. È eterno ma non immodificabile, poiché passa
attraverso una serie infinita di alternanze o oscillazioni. Ognuna di
queste oscillazioni verso il basso o verso l'alto viene divisa in sei
epoche del mondo (yugas). L'epoca attuale è la quinta di una di queste
'oscillazioni', che è un movimento verso il basso. Queste epoche o
'oscillazioni' sono note come 'AARO' ovvero 'Pehelo Aaro' o Prima
Epoca, 'Beejo Aaro' o Seconda Epoca, e così via. L'ultima è la
'Chhatho Aaro' o Sesta Epoca. Tutte queste epoche hanno una durata
fissa di migliaia di anni. Quando questa raggiungerà il suo punto più
basso, anche il giainismo stesso verrà perso nella sua interezza.
Quindi, nel corso della prossima oscillazione verso l'alto, la
religione giainista verrà riscoperta e reintrodotta da nuovi capi
chiamati Tirthankaras (letteralmente 'creatori di passaggi' o
'cercatori di guadi'), solo per essere persa nuovamente alla fine
della prossima oscillazione verso il basso, e così via. In ognuna di
queste alternanze temporali incredibilmente lunghe, ci sono sempre
ventiquattro Tirthankara. Nell'epoca attuale, il ventitreesimo
Tirthankar fu Parshva, un asceta e insegnante, le cui date
tradizionali di nascita e morte sono 877-777 a.C., ovvero 250 anni
prima della morte dell'ultimo Tirthankar, Mahavira nel 527 a.C. I
giainisti lo considerano, come tutti gli altri Tirthankar, come un
riformatore che invocò un ritorno a credenze e pratiche in linea con
la filosofia eterna e universale sulla quale si dice sia basata la
fede. Il ventiquattresimo e ultimo Tirthankar di questa epoca è noto
con il titolo di Mahāvīr, il Grande Eroe (599-527 a.C.). Anch'egli fu
un insegnante asceta vagabondo che tentò di richiamare i giainiti alla
pratica rigorosa della loro antica fede. (...) S. Vernon McCasland,
Grace E. Cairns e David C. Yu descrivono la cosmologia giainista nel
seguente modo: 'Nella tradizione giainista, il primo insegnante della
religione, Rishabha, visse nel terzo periodo di Avasarpini, durante il
quale metà delle cose del ciclo del mondo stanno peggiorando. Dal
momento in cui si iniziò a trovare il male, si sentì la necessità di
un insegnante chiamato un Tirthankara perché le persone potessero far
fronte ai problemi della vita. Nel quarto periodo, i mali
proliferarono così tanto che altri ventitré Tirthankara arrivarono al
mondo per insegnare alle persone come combattere il male e raggiungere
il mokṣa. L'età contemporanea, parte del quinto periodo, è
'interamente malvagia'. Ora, gli uomini non vivono più di 125 anni, ma
la sesta epoca sarà persino peggiore. 'La durata della vita dell'uomo
sarà solo tra i sedici e i venti anni e la sua altezza sarà ridotta a
quella di un nano. . . . Ma poi il lento movimento verso l'alto della
seconda metà del ciclo del mondo, Utsarpini, comincerà. Ci sarà un
pronto miglioramento finché, nella sesta era, i bisogni dell'uomo
saranno soddisfatti da alberi desiderosi, e l'altezza dell'uomo sarà
di sei miglia, e il male sarà per sempre sconosciuto.' Comunque, alla
fine le cose degenereranno nuovamente, con una ripetizione di
Avasarpini; Usarpini ritornerà ancora una volta, in un ciclo eterno,
secondo la cosmologia giainista.' (McCasland, Cairns, and Yu,
Religions of the World, New York: Random House, 1969: pages 485-486)"
(http://it.wikipedia.org/wiki/Giainismo).

(6) Cfr. http://veda.wikidot.com/vedic-time-system. Consiglio
vivamente la lettura di questa pagina, molto interessante anche in
relazione all'astronomia-astrologia, e dalla quale si comprende come
tanto nell'infinitesimo respiro del giorno, quanto nell'arco smisurato
delle ere per gli antichi Maestri indiani il principio da cui ogni
pulsazione temporale scaturisce sia sempre il moto degli astri,
risieda in cielo. Una stringata, ma pregnante sintesi delle medesime
conoscenze e concezioni la si può ritrovare in
http://www.hknet.org.nz/cycleOages.html. Cfr. anche, a proposito del
Kâla, il tempo eterno,
cosmico,http://www.srimadbhagavatam.org/glossary/k.html….

(7) "Disperazione e speranza nell'età della
disputa",http://www.srimadbhagavatam.org/canto12/chapter2.html.

(8) "L'età del deterioramento",http://www.srimadbhagavatam.org/canto12/c12-contents.html.

(9) Importantissimo testo sacro indiano:http://www.srimadbhagavatam.org/.

(10) "I nomi delle ere cosmiche derivano dall'antico gioco dei dadi,
portato probabilmente dagli arii in India ed estremamente popolare
(tanto che gli è addirittura dedicato un inno profano all'interno del
Ṛgveda). Kŗta era ovviamente il colpo migliore, Kali quello sempre
perdente." (http://it.wikipedia.org/wiki/Yuga). Sulle caratteristiche
dell'Età Nera v.http://www.hinduism.co.za/kaliyuga.htm. Qui di seguito
un efficace riassunto:

"Problemi che sorgono nel Kali Yuga

Durante quest’epoca si assiste ad uno sviluppo nella tecnologia
materiale, contrapposto però ad un’enorme regressione spirituale. Kali
Yuga è l’unico periodo in cui l’irreligione/ateismo è predominante e
più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro
virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) sono
presenti negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla
ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del
potente; parole come “carità” e 'libertà' vengono pronunciate spesso
dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una
generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la
liberazione dall'ignoranza, il Moksha, si fanno sempre più rare a
causa del generico declino spirituale dell'umanità.

Guerre
La guerra 'civilizzata' (con precise norme di correttezza e di onore)
è stata dimenticata, e gli umani combattono come gli Asura e i
Rakshasa. A differenza degli altri Yuga, in cui era normalità cessare
i combattimenti dal tramonto all’alba, cremare le vittime e riflettere
sulla guerra, i combattimenti dell’età di Kali si protraggono
costantemente, spinti soltanto dal desiderio di vittoria. Aumenta
inoltre il sadismo.

Nobiltà / rispetto
Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro
intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la
ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica
sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto
sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno
rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo
della vita sia quello di ottenere rispetto, quindi diventando ricco o
fisicamente forte.

Cambiamenti nelle persone
Nonostante l’età, gli esseri umani diventano inferiori in altezza e
più deboli fisicamente, così come mentalmente e spiritualmente. C’è
una diffusione di falsi dèi, idoli e maestri. Molte persone mentono, e
si dichiarano profeti o esseri divini. Inoltre, ognuno modifica a
propria discrezione i significati/concetti di digiuno, meditazione e
austerità, così da indurre nelle persone la loro necessità; comunque,
facendo questo, essi non seguono il rigoroso codice morale dei Veda,
per cui difficilmente guadagneranno qualcosa.

Cambiamenti nelle donne
Le donne in questa epoca diventano lascive ed immorali per natura.
Nonostante in un primo momento siano trattate come inferiori ai maschi
ed abusate, più avanti nel tempo cominciano a rivestire ruoli
importanti in politica ed in altri affari, e questo culmina in sempre
maggiori scontri di ego con gli uomini. Le donne cominciano a tradire
i propri mariti e ad avere relazioni extra-coniugali. I divorzi
incrementano, con sempre più bambini cresciuti da un unico genitore.
Molte donne intraprendono l'adulterio e la prostituzione.

Condizioni delle caste
Nella prima fase del Kali Yuga, si crea discriminazione tra le caste,
in particolare contro gli shudra; gradualmente, però, la scala
sociale, come il sistema della morale, si inverte, e i brahmini e gli
kshatriya diventano i più discriminati, finché l'unica casta che
rimane è quella degli shudra.

Condizioni dei Brahmana
La maggior parte dei brahmana cessa di ufficiare cerimonie religiose;
come tutti gli altri, perdono la loro moralità, si cibano di carne
(persino di quella di mucca), e assumono sostanze proibite; perdono
rispetto e dignità, e quando i mleccha dovrebbero offrire sacrifici,
non li offrono, o invece di offrire frutta, acqua, e altre sostanze
pure offrono carne o ricchezze materiali. Solo pochi si isolano dal
resto del mondo per seguire Dio, e il loro numero diminuirà a mano a
mano che il Kali Yuga si avvia alla conclusione. L'ultima famiglia
brahmana esistente vivrà a Shambhala, dove in seguito nascerà Kalki.

Condizioni degli Kshatriya
Gli kshatriya, la casta regale e guerriera, diviene corrotta e perde
il suo potere politico; i loro capi diventano furfanti, criminali e
terroristi, e cercano di usare il loro residuo potere per sfruttare il
popolo: gli stessi re diventano dei ladri, che preferiscono rubare dai
loro sudditi piuttosto che proteggerli e difenderli. Dalle classi
inferiori emergono nuovi capi, che fondano dittature e perseguitano i
religiosi, gli intellettuali e i filosofi.

Condizioni dei Vaishya
I vaishya, che rappresentano la borghesia, composta di mercanti e
uomini d'affari, diventano disonesti e inventano nuovi crimini come
frodi e contraffazioni; i commercianti diventano egoisti e pensano a
soddisfare i propri desideri invece di quelli del consumatore, e
quelli che non lo diventano non riescono a sopravvivere e falliscono.

Condizioni degli Shudra
Gli shudra perdono ogni rispetto per le caste superiori, e diventano
anzi loro la casta più rispettata nel Kali Yuga. Dopo i primi 10000
anni dello Yuga, diventeranno l'unico varna, o casta; anche se cambia
il loro stato sociale non migliorano da un punto di vista spirituale."
(http://it.wikipedia.org/wiki/Kali_Yuga)

(11) http://www.multiversoweb.it/rivista/n-05-svelo/il-‘velo-di-maya’-un’invenzione-dell’occidente-605/.

(12) La fine del mondo comporta l'oblio di tutta la storia - è come se
il ritorno al Paradiso terrestre esigesse una mente sgombra da ogni
gravame, innocente e pura (cfr.
http://it.wikipedia.org/wiki/Kali_Yuga). Un concetto analogo di
"amnesia cosmica", riferito però all'origine sempre rinnovantesi
dell'intero universo, si trova nella teoria cosmologica del "Gran
rimbalzo" elaborata dal fisico Martin Bojowald
(cfr.http://it.wikipedia.org/wiki/Big_Bounce).

(13) Il più recente Krita Yuga (o Satya Yuga) iniziò, secondo le
scritture vediche, 3.888.000 anni a.C., per concludersi 2.160.000 anni
a.C. Durante il suo arco temporale (1.728.000 anni) sappiamo che
abitarono in Africa due nostri lontani progenitori: gli
Australopitechi (ominidi vissuti all'incirca dai 4 ai 2 milioni di
anni or sono) e l'Homo habilis (da 2.33 milioni a 1.4 milioni di anni
fa circa). A loro spettò l'ultima Età aurea. La prossima comincerà nel
428.899. Se a quel tempo esisterà ancora la sottospecie Homo sapiens
sapiens è una domanda cui non si può rispondere.

(14) "L'unione di sensibili, elementi, organi e mente costituisce
l'Uovo dal quale ogni Universo si sviluppa. Quest'Uovo (il brahmāṇḍa)
riposa sulle Acque ed è abitato da Brahmā, maschile, che è l'Embrione
d'oro (Hiraṇyagarbha) menzionato per la prima volta nel decimo maṇḍala
del Ṛgveda. Brahmā, in quanto creatore, foggia l'interno dell'Uovo,
descritto sopra; Viṣṇu, in forma di Nārāyaṇa, steso sul Serpente
cosmico (Śeṣa, il quale a sua volta galleggia sulle Acque) in quanto
conservatore, sostiene l'Uovo; Śiva, in quanto distruttore, lo
annienta al momento appropriato. Tutti e tre non sono altro che
manifestazioni della divinità suprema in forme caratterizzate
rispettivamente dalle qualità della passione, della bontà e della
tenebra. Il ritmo delle creazioni, conservazioni e distruzioni di
ciascun Universo ‒ poiché nell'infinità del brahman, che include
l'infinità del Tempo, infiniti Universi vengono di continuo
all'esistenza, sono conservati e sono distrutti ‒ è controllato dalla
vita del Brahmā di ciascun Universo. Brahmā vive 100 'anni'; ogni
'anno' consiste di 360 'giorni' e 360 'notti' (in questo si riflette
l'idea della ruota di 720 figli in coppie menzionati in Ṛgveda, I,
164); ciascun 'giorno' e ciascuna 'notte' corrispondono a un'era
(kalpa) di 4.320.000.000 di anni umani. La vita di un Brahmā consiste,
dunque, di 72.000 kalpa, o 311.040.000.000.000 di anni umani.
All'inizio di ogni kalpa, o 'giorno' di Brahmā, dispari, Egli crea
(nel primo) o ricostruisce (negli altri) l'interno dell'Uovo
(brahmāṇḍa); alla fine di ogni 'giorno' di Brahmā, Śiva distrugge il
contenuto del brahmāṇḍa al di sotto del Maharloka; durante ogni
'notte' di Brahmā, Egli dorme; alla fine dell'ultima 'notte', l'Uovo
torna a dissolversi nelle Acque circostanti. All'interno del kalpa, il
tempo è suddiviso in 1000 mahāyuga, ciascuno dei quali costituito da
4.320.000 anni umani; alla fine di un mahāyuga, gli esseri viventi
sulla superficie della Terra sono tutti distrutti. Il kalpa è anche
suddiviso in 14 manvantara, alla fine di ciascuno dei quali i sette
ṛṣi e gli dèi, a cominciare da Indra, sono distrutti. Ciascun
manvantara consiste di 71 mahāyuga o 306.720.000 anni umani. Poiché 14
manvantara contengono soltanto 4.294.080.000 anni umani, i restanti
25.920.000 anni necessari per completare i 4.320.000.000 di anni di un
kalpa sono divisi in 15 parti uguali di 1.728.000 anni, chiamate
Crepuscoli (sandhyā); una sandhyā è collocata prima del
primomanvantara e un'altra è posta a seguito di ciascun manvantara.
Ogni mahāyuga è suddiviso in quattro parti disuguali, tra loro in
rapporto di 4:3:2:1; le loro durate corrispondono dunque,
rispettivamente, a 1.728.000 anni (il Kṛtayuga, di durata pari a
quella di una sandhyā), 1.296.000 anni (il Tretāyuga), 864.000 anni
(il Dvāparayuga) e 432.000 anni (il Kaliyuga). Un periodo di
estensione identica si ritrova nei miti babilonesi. Secondo
l'astronomo babilonese Beroso, 432.000 anni (in notazione
sessagesimale, 2,0,0,0 anni) equivalgono alla durata del governo dei
re antidiluviani. Tale periodo è alla base dell'intero sistema dei
kalpa. Alla fine di ogni yuga, all'interno del mahāyuga, ha luogo la
distruzione degli esseri umani, le cui caratteristiche, come quelle di
altri elementi della creazione, degradano al susseguirsi degli yuga.
Le distruzioni più importanti nel presente mahāyuga furono quelle
compiute da Paraśurāma alla fine del Tretāyuga e da Kṛṣṇa alla fine
del Dvāparayuga; la prossima distruzione, a opera di Kalkin, avrà
luogo alla fine del Kaliyuga. I Purāṇa esprimono dunque una concezione
grandiosa dell'Universo, il quale è soggetto a creazioni e ricreazioni
periodiche, a declini graduali e a distruzioni parziali o
catastrofiche, distribuite ciclicamente nel corso di lunghi periodi di
tempo. Ogni Universo, poi, si riflette in un numero infinito di
repliche esatte. In questa visione straordinaria confluiscono elementi
derivati dai miti cosmogonici vedici, dalle speculazioni upaniṣadiche,
dalla filosofia del Sāṃkhya, dai culti postvedici di Śiva e Viṣṇu,
dalle credenze cosmologiche iraniche, dai concetti babilonesi di tempo
e infine, dall'ordinamento greco dei pianeti."
(http://www.treccani.it/…/asia-india-americhe-la-scienza-in…/);
"Nell'Induismo (...), un kalpa dura 4,32 miliardi di anni, cioè un
'giorno di Brahma' e misura la durata del mondo (...). Il kalpa è a
sua volta diviso in altre ere che si susseguono e ripetono
ciclicamente a loro volta (...). Un kalpa equivale a mille mahāyuga,
l'insieme dei quattro yuga comprese le 'albe' e i 'crepuscoli'
intermedi (sandhi). Ogni kalpa è poi diviso in 14 'periodi di Manu'
(manvantara o manuvantara), ognuno dei quali dura 306.720.000 anni.
Due kalpa costituiscono un giorno e una notte di Brahma. Un 'mese di
Brahma'" contiene "30 di questi giorni e notti, 259,2 miliardi di
anni. Secondo il Mahabharata, 12 mesi di Brahma (da 360 giorni e notti
di Brahma) costituiscono un 'anno di Brahma' o 'anno divino' e 100
anni di Brahma costituiscono un ciclo di vita dell'universo o vita di
Brahma, chiamato mahākalpa ('grande kalpa'). Ad oggi sarebbero passati
cinquanta anni di Brahma e ci troviamo nel cosiddetto
shvetavaraha-kalpa del cinquantunesimo anno di Brahma. Alla fine di
ogni giorno di Brahma (kalpa) sovviene una notte di Brahma, della
stessa durata del giorno (1 kalpa), durante la quale avviene una
parziale distruzione del mondo (pralaya) per opera del fuoco,
dell'acqua o del vento. Dopo ogni mahākalpa (100 anni di Brahma),
Brahma muore e avviene una distruzione totale dell'universo
(mahapralaya), che dura quanto è durata la vita di Brahma: 100 anni di
Brahma. Dopo tale periodo, Brahmā rinasce e si ripete nuovamente il
ciclo. Nella Bhagavad Gita, il Signore Krishna così spiega ad Arjuna
la teoria dell'evoluzione e dell'involuzione durante i cicli cosmici:
'Quando sanno che la durata completa di un giorno di Brahmā è di mille
eoni, e di mille eoni la sua notte, gli uomini conoscono veramente che
cos'è un ciclo cosmico. Quando viene il giorno, tutti gli esseri
distinti procedono dall'indistinto; quando viene la notte, è in esso
altresì che si risolvono, in ciò che è detto l'indistinto. Questa
stessa moltitudine di esseri, dopo esser venuta più e più volte
all'esistenza, figlio di Pṛthā, si riassorbe suo malgrado, quando
viene la notte; essa torna a sorgere quando torna il giorno. Ma al di
là di questo non manifestato, esiste un altro non manifestato, eterno
che, anche quando tutti gli esseri periscono, non perisce. È detto
l'Imperituro, il Non Manifestato; è Lui che si proclama essere il fine
supremo. Quando lo si è ottenuto, non si rinasce più. È la mia sede
suprema.' (Bhagavad Gita, Canto VIII, versi 17-21) E ancora: 'O figlio
di Kuntī, alla fine di un eone tutti gli esseri vanno a questa mia
natura [cosmica], poi, all'inizio di un eone, io li emano di nuovo.
Padroneggiando la mia natura cosmica, io emetto sempre di nuovo tutto
questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della mia
natura.' (Bhagavad Gita, Canto IX, versi 7,8)"
(http://it.wikipedia.org/wiki/Kalpa).
Cfr.http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/60136.

(15) Cfr. Le Opere e i Giorni di Esiodo, metà dell'VIII sec. a.C.

(16) Ibid., versi 109 e sgg.

C. G. Jung: 'Ricordi, sogni, riflessioni'



"Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima
dell'anima, aperta sull'originaria notte cosmica che era anima assai
prima che esistesse una coscienza dell'io, e che sopravviverà come
anima a tutti i prodotti della coscienza dell'io, giacché ogni
coscienza dell'io è isolata e conosce il singolo in quanto divide e
separa e vede solo ciò che ha rapporto con questo io. La coscienza
dell'io consta di pure limitazioni, anche quando si estende sino alle
più lontane nebulose stellari. Ogni coscienza divide: ma col sogno noi
480 penetriamo nell'uomo più profondo, universale, vero ed eterno,
ancora immerso in quella oscurità della notte pr imitiva in cui egli
era il tutto e tutto era in lui, nella natura priva di ogni
differenziazione e di ogni "essere io".

Da una tale profondità, collegante il tutto, nasce il sogno,. per
quanto infantile, grottesco e anormale esso sia."
"I sogni non sono invenzioni intenzionali e volontarie, ma fenomeni
naturali che sono proprio ciò che rappresentano. Essi non ingannano,
non mentono, non falsificano, non nascondono nulla, ma enunciano
ingenuamente ciò che essi sono e ciò che essi intendono. Sono
irritanti e ci portano su strade sbagliate unicamente
perché non li comprendiamo. Essi non ricorrono ad artifizi per celarci
qualcosa, ma dicono ciò che forma il loro contenuto, nel modo per essi
più chiaro possibile.
Possiamo anche capire la ragione per cui sono così strani e difficili.
L'esperienza, infatti, ci mostra che si sforzano sempre di esprimere
qualcosa che l'io non sa e non capisce."


(Estratto dal libro)

Sincronicità e causalità, secondo C.G. Jung



La sincronicità non è più enigmatica o più misteriosa di quanto lo siano le discontinuità della fisica. Soltanto la radicata convinzione dell'onnipotenza della causalità crea difficoltà alla comprensione e fa apparire impensabile che possano verificarsi o esistere eventi privi di causa. Ma essi esistono e dobbiamo definirli 'atti creativi' nel senso di una creatio continua, di un coordinamento che in parte si ripete da sempre, in parte sporadicamente e che non può venire dedotto da nessun antecedente constatabile. Bisogna ovviamente guardarsi dal considerare acausale ogni evento la cui causa sia ignota. Il ricorso al concetto di acausale è ammissibile soltanto nei casi in cui una causa non è neppure pensabile. 

Questo 'essere pensabile' tuttavia è un concetto che esige una strenua critica. Per esempio: se l'atomo corrispondesse al suo concetto filosofico originario, la sua scindibilità sarebbe impensabile. Coincidenze significative sono pensabili come puri casi. Ma quanto più si assommano e quanto più grande e più precisa è la corrispondenza, tanto più diminuisce la loro probabilità, e tanto più cresce la loro impensabilità: vale a dire, non possono più valere come puri e semplici casi, ma- in mancanza di una possibile spiegazione causale- debbono essere concepiti come ordinamenti. La mancanza di una possibile spiegazione non deriva qui, come abbiamo già rilevato, solo dal fatto che la causa è ignota, ma dal fatto che non c'è una causa pensabile coni nostri mezzi intellettivi. 


È il caso che si verifica necessariamente quando spazio e tempo perdono il loro significato, o sono diventati relativi, perché in tali circostanze diventa impossibile stabilire, anzi addirittura pensare in generale, una causalità, la quale presuppone, per esistere, spazio e tempo. 


Per questi motivi mi sembra necessario introdurre accanto a spazio tempo e causalità, una categoria che non solo rende possibile caratterizzare i fenomeni di sincronicità come classe particolare di eventi naturali, ma che comprende anche il contingente come un qualcosa che da un lato è generale ed esiste sempre, e che dall'altro è la somma di molti atti individuali di creazione che si realizzano nel tempo. 


C.G. Jung   ('La sincronicità')

Luci (anzi ombre) sulla figura del Gesù storico



La Chiesa cristiana e cattolica è per l’appunto la Chiesa del Cristo Gesù, morto in croce per la nostra salvezza. Ma chi era “Gesù Cristo”? I Vangeli ci parlano di un mite pacifista, figlio unigenito di Dio capace di compiere incredibili miracoli, accondiscendente verso il potere politico (“date a Cesare quel che è di Cesare”), contrario ad ogni forma di violenza, portatore di un messaggio di amore, fratellanza e solidarietà.

Esistono le prove storiche che dimostrano come tutto questo sia una menzogna! “Gesù il Nazareno” era in realtà un guerriero Nazoreo, un ribelle insurrezionalista, uno Zelota di Gàmala (non Nazareth) che voleva liberare con le armi la Palestina dall’invasore romano.

Il vero “Gesù” era dunque un Cristo, cioè un Unto, colui che è stato dichiarato Re di Israele per mezzo di una cerimonia di unzione. Era colui che, come un tempo fece Re David, doveva liberare lo stato di Israele.

Il vero “Gesù” era anche un sacerdote esseno, faceva cioè parte di quella casta sacerdotale che predisse l’avvento del Cristo che avrebbe scacciato i romani e fondato il “Regno dei Cieli”, cioè lo stato di Israele.

Tra il 30 e il 40 d.C., “Gesù Cristo” capeggio una rivolta a Gerusalemme al termine della quale fu catturato e crocifisso dai romani che lo accusavano giustamente di lesa maestà. La rivolta di “Gesù” fallì probabilmente anche per il mancato appoggio finale del popolo ebreo, sfinito dalle carestie di quegli anni.

Nel 70 e 135 d.C. Gerusalemme venne distrutta per ben due volte, ponendo definitivamente fine alle speranze indipendentiste del popolo ebreo.

Fu così in quel periodo che il popolo ebreo accusò gli Esseni di avere profetizzato una “falsa profezia” in merito all’avvento del Cristo, liberatore e Re di Israele.

Per difendersi da queste accuse, gli Esseni risposero al popolo ebreo che la profezia era giusta: il “Cristo Salvatore” era stato “Gesù” che però aveva fallito per colpa del popolo ebreo che non gli aveva dato l’appoggio necessario nel momento cruciale.

Nasce così il mito di “Gesù Cristo”, il Salvatore già sceso in terra che non era stato riconosciuto: il Cristo tradito e abbandonato dal popolo ebreo (che in seguito verrà simboleggiato anche dalla figura dell’apostolo traditore Giuda).

È questo il primo passo che porterà la religione Essena a trasformarsi nella religione cristiana.

Nel corso del II e III secolo, le varie chiese essene sparse per tutto l’impero (finanziate e divenute prospere grazie agli ebrei zeloti emigrati nel corso del I secolo, ai quali gli esseni avevano dato ospitalità in cambio del loro lavoro e del loro denaro) incominciarono a fondere la propria religione con quella dei popoli indigeni.

Le religioni misteriche orientali ed ellenistiche erano piene di uomini-dio, figli di vergini, resuscitati dopo tre giorni, che devono tornare alla fine dei tempi per combattere l’ultima battaglia tra Bene e Male, ecc…

In queste religioni, gli adepti bevono il sangue delle “ostie” (cioè il sangue degli animali sacrificati) che nel momento rituale diveniva “sangue di dio”.

Gli Esseni revisionisti sostituirono questo rito costoso e complesso, con quello ben più economico e facile di bere semplice vino, “sangue di Dio”.
Questo però impose agli Esseni di trasformare il loro “Gesù Nazoreo” (ordine sacerdotale a cui era vietato bere vino) in “Gesù Nazareno”, proveniente da Nazareth.

La fase finale della trasformazione di Gesù in quello attuale, e la definitiva trasformazione della religione Essena nella attuale Chiesa Cristiana, fu quando nel IV secolo l’imperatore Costantino scelse di imporre una religione a tutto l’impero. Costantino voleva una religione pacifista e scelse quella cristiana perché basata su un economico rito (bere il vino) che ne permetteva l’accesso a tutta la popolazione.

L’alleanza tra i “Padri della Chiesa” e Costantino prevedeva che quest’ultimo avrebbe concesso enormi poteri ai primi, in cambio però la religione cristiana doveva assumere definitivamente i connotati di una religione accondiscendente verso il potere politico: ecco che il guerriero Zelota di Gàmala (che avrebbe volentieri ucciso Cesare con le sue stesse mani) diventa il mite pacifista di Nazareth che dice “date a Cesare quel che è di Cesare”.

Affinché la religione potesse diffondersi presso i romani ed i pagani, il “Gesù terrorista Nemico di Roma” doveva trasformarsi nell’“agnello di Dio”, amico dei gentili, figlio di Dio morto in croce per la salvezza di tutta l’umanità.
Era anche necessario discolpare i romani della morte di Gesù e dunque viene inventata la favola di “Pilato che si lava le mani”.

È questa l’origine della più grande menzogna di tutti i tempi, sulla quale da secoli si regge il potere dalla Chiesa cristiana.


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LA VERA PATRIA DI “GESU’”


Nei Vangeli viene detto che Gesù fu soprannominato “Nazareno” e ciò viene giustificato per via della sua provenienza da Nazareth. Essa è descritta nelle Sacre Scritture come una città con sinagoga (in Luca 4: 16 è scritto: “Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere”). Eppure le ricerche degli storici e archeologi moderni hanno dimostrato che gli unici resti di Nazareth risalenti al I secolo d.C. sono degli antichi sepolcri tombali. La legge ebraica di quei tempi vietava l’edificazione di centri abitati nei pressi di cimiteri e zone sepolcrali poiché vigeva la superstizione che tali luoghi portassero sfortuna.
Nessun reperto archeologico e nessuno storico del I sec. d.C. riferisce di una città di nome Nazareth. Neppure Giuseppe Flavio (che nelle sue opere ha nominato e descritto migliaia di città e villaggi della Palestina, finanche i più piccoli e sperduti) sembra conoscere la città di Nazareth.
Se per assurdo Nazareth fosse davvero esistita ai tempi del Cristo, essa sarebbe stata un piccolissimo villaggio e non certo il fiorente centro commerciale, protetto dalle imponenti mura fortificate, che necessariamente avrebbe dovuto essere una città con sinagoga (e relativa casta sacerdotale da mantenere!).
Ma la prova decisiva che la “Nazareth del Nuovo Testamento” non è la vera Nazareth ci viene fornita dagli stessi Vangeli, i quali così descrivono la città di Gesù: “All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furon pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era costruita, per gettarlo giù dal precipizio.” (Luca 4: 28,30). Ma Nazareth non è affatto costruita sulla cima di un monte né sulla cima di un precipizio: Nazareth è in pianura, 35 Km. a sud del lago di Tiberiade.
Esiste una città (che al tempo di Gesù era un fiorente centro commerciale, munito di mura fortificate e di una sinagoga) posizionata a 10 Km. dal lago, rispetto al quale si collocava ad est dello stesso. Questa città si ergeva sulla cima di un monte, questa città era sul ciglio di un precipizio: questa città è Gàmala nel Golan ed è la “vera identità” della “finta Nazareth” dei Vangeli. Infatti nel Vangelo di Luca (4: 31) è scritto: “Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e il sabato ammaestrava la gente.”
“Poi discese a Cafarnao” ha senso solo se Gesù partì da Gàmala la quale si trova su un monte 15 Km a nord di Cafarnao (situata in pianura). Nazareth invece si trova in pianura ed è situata 32 Km a sud di Cafarnao.
Da Gàmala (su un monte) a Cafarnao (in pianura, 15 Km a sud di Gàmala) l’espressione “discese” avrebbe avuto senso sia dall’alto in basso (sul livello del mare) che da nord a sud.
Da Nazareth (in pianura) a Cafarnao (in pianura, 32 Km a nord di Nazareth) l’espressione “discese” non avrebbe avuto alcun senso sia inteso dall’alto in basso (sul livello del mare) che inteso da nord a sud.
Inoltre dall’espressione usata nel Vangelo, si evince che Nazareth sarebbe situata nei pressi di Cafarnao e pertanto nei pressi del lago di Tiberiade. Invece Nazareth dista ben 35 Km. dal lago di Tiberiade.
Infine l’evangelista Matteo ci dice (19: 1): “Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.”
In questo brano si dice che la Giudea è, rispetto alla Galilea, al di là del Giordano. Cosa non vera perché la Galilea e la Giudea sono entrambe ad occidente del Giordano. Le ipotesi sono due:
1) I Vangeli hanno fatto un clamoroso errore geografico (collocando Giudea e Galilea sulle rive opposte del Giordano).
2) Gesù ha davvero attraversato il Giordano, e i Vangeli hanno riportato un falso punto di partenza e/o un falso punto di arrivo finale nello spostamento di Gesù.
Se Gesù da Cafarnao (in Galilea) si fosse diretto a Gàmala (invece che in Giudea) avrebbe dovuto per forza attraversare il Giordano. Una delle due ipotesi è per forza vera e pertanto non risulta difficile credere che i Vangeli abbiano mentito anche quando riferiscono che la città patria di Gesù era situata in Galilea e non in Gaulanitide (dove era Gàmala).
Perché Gàmala si è trasformata in “Nazareth” nella finzione delle Sacre Scritture cristiane? Per scoprirlo bisogna indagare le origini del cristianesimo!


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LA STORIA DEI VERI CRISTI


Nell’anno 6 d.C. l’imperatore incaricò Quirino di effettuare il censimento dei beni della Palestina. Ciò fu la causa scatenante di moti e ribellioni capeggiate da un gruppo di farisei integralisti nazionalisti: gli Zeloti. Gli Zeloti videro nel censimento un insopportabile atto di prepotenza degli invasori pagani che volevano spremere con le tasse e ridurre in schiavitù il popolo di Israele il quale doveva avere un solo padrone: Dio.
Il capo e fondatore del movimento zelota fu Giuda di Gàmala detto il Galileo (non perché fosse davvero Galileo ma per via del fatto che la Galilea era in quel tempo il centro nevralgico delle ribellioni). Giuda il Galileo era figlio di Ezechia di Gàmala, discendente della ex-famiglia regnante degli Asmonei, che venne ucciso da Erode il Grande.
Giuda fu l’iniziatore di quel movimento che avrebbe in seguito generato il cristianesimo: il messianismo. In virtù della sua discendenza Asmonea, Giuda il Galileo divenne il messia davidico, il pretendente al trono che (come un tempo fece re David) doveva liberare la Palestina dall’invasore romano e fondare il “Regno di Dio”, cioè lo Stato di Israele.
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio ci racconta che, alla morte di Giuda, i suoi figli divennero anche loro messia davidici, capeggiando a loro volta ribellioni e battaglie violente e sanguinarie con lo scopo di annientare i romani e divenire i nuovi re della Giudea prima, e di tutta la Palestina dopo. Per questa ragione i figli di Giuda vennero tutti uccisi dai soldati romani: Theudas venne catturato e decapitato intorno al 45 d.C., Giacomo e Giuseppe vennero crocifissi tra il 46 e il 48 d.C., mentre il figlio più piccolo, Menahem, venne ucciso al termine della guerra iniziatasi nel 66 e che si concluse nel 70. d.C. con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio.
L’ultimo discendente di Giuda di Gàmala fu Eleazar figlio di Giairo del quale Giuseppe Flavio ci dice che aveva legami di stretta parentela con Menahem. Eleazar (al termine della guerra del 70 d.C.) si rifugiò con un migliaio di Zeloti nella fortezza di Masada dove resistette ai romani per circa 3 anni. Alla fine, quando non c’erano più speranze di salvezza, Eleazar convinse tutti i suoi uomini a suicidarsi gettandosi nel vuoto, piuttosto che cadere nella mani dei romani: fu così che un migliaio di persone si suicidarono in massa, dopo avere bruciato tutti i viveri e i beni affinché non potessero impossessarsene i nemici.
L’ultimo messia davidico fu Simon bar Kochba (il “figlio della stella”) che nel 135 d.C. capeggiò una guerra contro i romani che si concluse con un’ulteriore distruzione di Gerusalemme e del tempio e con la fine definitiva del messianismo.

Cosa c’entra tutto questo con Gesù e con le origini del cristianesimo? Per prima cosa c’entra Gàmala, che oltre ad essere la “vera Nazareth dei Vangeli” è stata anche la patria di Giuda il Galileo e dei suoi figli. Gesù è stato crocifisso, punizione che i romani riservavano solo per coloro che avevano minacciato la stabilità dell’impero romano. È forse una pura coincidenza che Gesù, la cui vera città era Gamala patria degli Zeloti, sia stato crocifisso, pena riservata dai romani proprio agli Zeloti? Per coloro che non fossero ancora convinti che Gesù è stato uno Zelota crocefisso dai romani per lesa maestà, è il momento di analizzare un’ulteriore prova che porta in tale direzione: i rotoli di Qumran.


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LA VERITA’ DEI ROTOLI DI QUMRAN

I rotoli di Qumran sono antichi rotoli di pelle ritrovati, nel 1947, all’interno di antiche giare nascosta in alcune grotte che si trovavano in una zona desertica a circa 30 Km. dalle rive desertiche del mar Morto. Alcuni di questi rotoli sono dei veri è propri documenti che descrivono il culto, i rituali e la vita degli abitatori di quelle grotte: gli Esseni.
Gli Esseni erano dei sacerdoti che vivevano in condizioni di estrema povertà e privazione, considerando che solo liberandosi dai bisogni del corpo (la materia era per loro solo un’ingannevole illusione e prigione dell’anima) era possibile entrare in contatto con il proprio spirito e con Dio. I rotoli del mar Morto hanno evidenziato straordinarie somiglianze ma anche profonde differenze con il culto cristiano.
Le somiglianze consistono in un’impressionante coincidenza tra il linguaggio dei Rotoli e quello dei Vangeli, in merito ad espressioni (sono solo alcuni esempi) quali “figli della luce” e “figli delle tenebre”, le “acque vive”, ecc… Inoltre i tratti essenziali del pensiero esseno hanno incredibili comunanze con quello di Giovanni Battista e di Gesù: i toni apocalittici ed escatologici espressi dall’idea dell’imminenza dell’avvento del Regno (Stato di Israele), l’obbligo di non giurare e l’elogio della povertà, ecc… Esistono, inoltre, incredibili somiglianza tra i riti esseni e quelli cristiani: gli Esseni praticavano battesimi immergendo il capo in vasche battesimali in un modo estremamente simile a quello praticato da Giovanni Battista; gli Esseni praticavano dei riti eucaristici nel corso dei quali il Sacerdote spezzava il pane e beveva il vino per primo, seguito dopo dagli adepti, ecc…
Abbiamo detto, però, che esistevano anche profonde differenze tra gli Esseni ed i cristiani: gli Esseni credevano che il contatto con Dio potesse essere ricercato solo tramite una personale indagine interiore volta a liberarsi dagli inganni del corpo. Per gli Esseni, l’idea di un sacerdote che fa da tramite tra credenti e Dio (principio fondante del cristianesimo) era un concetto assurdo. Così come era assurda (e blasfema) l’idea di un dio-uomo poiché la carne è illusione, peccato, mentre Dio è puro spirito. L’idea di un Dio che si fa corpo era per loro una mostruosità ed era per loro raccapricciante l’idea di “mangiare Dio” attraverso il pane o di berne il sangue attraverso il vino.

Ma torniamo a Gesù ed al cristianesimo. Gli Esseni, come gli Zeloti, credevano nell’avvento di un messia davidico che doveva scacciare, con le armi, il nemico romano e fondare lo Stato di Israele. Per questa ragione, nel I sec. d.C. gli Esseni aiutarono gli Zeloti e il loro aiuto fu fondamentale: essi profetizzarono l’avvento del messia liberatore incoraggiando così il popolo a sostenere la lotta del movimento zelota.
Insomma, non solo Gesù visse a Gamala, patria degli Zeloti, non solo fu crocifisso (pena riservata dai romani a chi si macchiava di lesa maestà, come facevano gli Zeloti)… ma Gesù fu anche discepolo di quel Giovanni Battista che predicò e visse in quella stessa piccola zona geografica desertica dove predicarono e vissero gli Esseni, alleati degli Zeloti. Esseni con i quali Gesù e Giovanni Battista condividevano un gran numero di principi etici e religiosi, con i quali condividevano le stesse attese, lo stesso linguaggio e la stessa terminologia!
Sembra un po’ troppo per essere una semplice “coincidenza”! Ma se Gesù fu uno Esseno-Zelota ribelle, come ha fatto a trasformarsi nel mite uomo-dio che dice “Date a Cesare quel che è di Cesare”? La risposta va ricercata nell’essenismo “revisionista” che nacque in seguito al fallimento del messianismo. Gli “Esseni revisionisti” furono sacerdoti che, per ragioni di opportunità, tradirono e gradualmente stravolsero i principi religiosi esseni.


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COME NASCE IL MITO DI GESU’


Durante il I secolo d.C. ci furono numerose battaglie tra Zeloti e romani che si concludevano spesso con la crocifissione di migliaia di ebrei. I pochi che riuscirono a salvarsi, furono costretti ad emigrare all’estero e un po’ in tutto l’impero. Gli Esseni fornirono anche qui un grande aiuto agli Zeloti: piccoli gruppi esseni, infatti, erano emigrati e sparsi un po’ in tutto l’Impero. I sacerdoti vivevano di preghiera e duro lavoro nei campi. Gli emigrati Zeloti venivano ospitati dagli Esseni che trovavano loro un lavoro per vivere. Gli Zeloti potevano così organizzare gruppi di ribellione anche all’estero. Gli Esseni pretendevano in cambio, però, che i loro ospiti divenissero adepti del movimento esseno. Ciò comportava che tutti i loro averi (anche il denaro) finisse nelle casse degli Esseni per il bene e ad uso di tutta la comunità. Il numero crescente di Zeloti emigrati, e la vita estremamente povera condotta dagli Esseni, fece sì che le comunità essene sparse per il mondo divenissero sempre più ricche e potenti.
Quando alla fine del 70 d.C. Gerusalemme e il suo tempio furono distrutte (a ancor peggio quando vennero distrutti una seconda volta, nel 135 d.C., alla fine della guerra dell’ultimo messia davidico: il “figlio della stella”) gli Esseni dovettero difendersi da un’accusa infamante che gli veniva rivolta dal popolo ebraico: quella di avere fatto una profezia sbagliata poiché non era giunto nessun messia a salvarli e liberarli (come invece gli Esseni avevano profetizzato).
Per difendersi gli Esseni ribaltarono l’accusa: la profezia era giusta, il messia era già passato (inosservato) ed aveva fallito per colpa del popolo ebraico che non riconoscendolo non gli aveva dato l’appoggio necessario!

Nasce così il “mito di Gesù”, il messia che non era stato riconosciuto dagli ebrei che lo avevano abbandonato nelle mani dei romani. A creare questo mito furono gli “Esseni revisionisti” i quali avevano sparse in tutto l’impero (grazie ai soldi dei fuggiaschi Zeloti) le prime potenti Chiese “pre-Cristiane”.
Nel corso del II e III secolo d.C. per tutto l’impero avvenne una grande diffusione orale in merito alle gesta di “Gesù”. I vari gruppi “Esseni revisionisti” modificarono la loro religione in una costante trasformazione. Al fine di facilitare la diffusione della religione presso i popoli pagani ed ellenistici, i primi “esseno-cristiani” fusero il messia davidico con i miti delle religioni ellenistiche, misteriche e pagane preesistenti le quali erano piene di uomini-dio nati da Vergini, scesi in Terra per salvarci, morti e resuscitati dopo tre giorni.
Queste religioni elleniche-orientali prevedevano riti durante i quali gli adepti bevevano il sangue delle “ostie”, cioè degli animali sacrificati sull’altare. Questi riti erano molto costosi. Gli Esseni revisionisti ebbero un lampo di genio: trasformare il costosissimo rito in un economico rito consistente nel bere il vino, “sangue di Dio”. Con questa strategia (–1: trasformare la propria religione in una religione simile a quelle elleniche-orientali – 2: trasformare il costoso rito di bere il sangue animale in un economico rito di bere il vino) gli Esseni revisionisti attirarono un gigantesco numero di fedeli. Per fare questo, però, gli Esseni dovettero trasformare il “Gesù Nazoreo” in “Gesù di Nazareth” poiché ai Nazorei era vietato bere il vino. Fu allora che la religione Essena divenne definitivamente la Religione Cristiana (ciò avvenne tra la seconda metà del II secolo e il III) .
Fu così che nel IV secolo l’imperatore Costantino (il quale decise di unificare tutte le religioni misteriche degli uomini-dio, Salvatori dell’umanità, in un’unica religione per farne la religione dell’Impero) scelse la religione Cristiana per una ragione fondamentale: diversamente dalle altre religioni che prevedevano costosissimi riti di sacrificio animale (durante i quali i fedeli bevevano davvero il sangue degli animali sacrificati pensando così di bere il sangue del Dio a cui tale animale veniva sacrificato), la religione Cristiana si basava su un economico rito di pane e vino che facilitava la diffusione presso tutto il popolo.
In compenso, i “Padri della Chiesa Cristiana” dovettero definitivamente trasformare il “messia davidico” (il rivoluzionario che doveva liberare con la spada e con il sangue la Palestina dall’oppressore pagano) nel mite uomo-dio che dice “Date a Cesare quel che è di Cesare”. Diversamente un “Nemico di Roma” non avrebbe potuto essere accettato e poi diffuso presso i romani ed i pagani (bisognava anche discolpare i romani dalla morte di Gesù, e allora viene inventata la favola di “Pilato che si lava le mani” e dei giudei “carnefici di Gesù”).
Costantino ci guadagnò la diffusione di una religione che rendeva il popolo più succube e accondiscendente al potere imperiale, i “Padri della Chiesa Cristiana” ci guadagnarono 1700 anni di dominio sulle coscienze di miliardi di uomini.


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IL VERO “GESU’"

Il vero “Gesù Cristo” non si chiamava “Gesù”. Era probabilmente un Cristo rivoluzionario che tra il 30 e il 40 d.C. capeggiò una rivolta a Gerusalemme al termine della quale il popolo ebreo non gli diede l’appoggio necessario per vincere contro i romani: è questo il vero “tradimento” degli ebrei (simboleggiato anche dalla figura simbolica dell’apostolo traditore Giuda!) che fa da sfondo alla favola degli ebrei che abbandonano Gesù nelle mani di Pilato. 
Il vero “Gesù” era probabilmente il primogenito di Giuda il Galileo che i “Padri della Chiesa” (i quali hanno custodito per secoli gli scritti storici di Giuseppe Flavio, il principale testimone di quegli anni, e di molti altri importanti storici dell’epoca) hanno fatto sparire dalla Storia, censurando, modificando e aggiungendo falsità apocrife nei documenti storici. È anche possibile che “Gesù” (la cui morte, in tal caso, sarebbe stata postdatata dai “falsari cristiani”) sia stato lo stesso Giuda di Gàmala. Tuttavia il soprannome di “Nazareno” dato a Gesù fa pensare che il vero Cristo sia stato davvero il figlio primogenito di Giuda, il quale aveva fatto voto di nazireato (ecco la vera origine del termine “Nazareno”), una prestigiosissima carica sacerdotale essena che si raggiungeva solo dopo aver dato prova di grandi capacità di superiorità dello spirito sul corpo. È per dimostrare tale capacità che “Gesù” affrontò i “40 giorni nel deserto”, per divenire un Nazareno, cioè un Nazireo o Nazoreo o Nazri. Ma i Nazirei avevano degli obblighi, tra i quali non tagliarsi mai i capelli e non bere mai vino. Per questo gli “Esseni revisionisti” dovettero eliminare tale titolo (e trasformarlo in una falsa provenienza geografica da Nazareth): il loro “Gesù” doveva bere il vino affinché la loro religione potesse, nel processo di radicale trasformazione (al fine di facilitare la diffusione presso i popoli ellenici-orientali e quelli pagani), inglobare i preesistenti culti misteri ellenistico-orientali i quali prevedevano che i fedeli bevessero il sangue (che nel momento rituale diveniva sangue di Dio) delle vittime animali sacrificate (questo era il significato originale della parola “Ostia”, che in seguito diverrà un pezzo di pane). Per facilitare la diffusione presso un maggior numero di persone, gli “Esseni revisionisti” pensarono bene di trasformare il “sangue di Dio” in vino, molto più economico, facilmente reperibile e “psicologicamente accettabile” da parte dei credenti che dovevano berlo (non tutti accetterebbero facilmente di bere il sangue sgorgante dal corpo maciullato di un animale, mentre bere il vino o masticare un pezzo di pane è molto più semplice). 
In seguito, all’epoca di Costantino, i “Padri della Chiesa” furono ben felici di fare sparire una volta per tutte Gàmala e il suo Nazireo.

È anche possibile che gli uomini realmente esistiti ispiratori del mito di Gesù siano stati in realtà due: da un lato il Nazireo figlio di Giuda (cioè il Cristo: l’Unto, colui che è dichiarato Re di Israele per mezzo di una cerimonia di unzione) e dall’altro una figura più spiccatamente sacerdotale, il cui compito non era di combattere con la Spada ma di diffondere la Parola.


Tale teoria è avallati dagli scritti esseni, i quali riferiscono che i messia erano due: il messia davidico (Re di Israele) e il messia sacerdotale, discendente di Aronne.
(Fonte: http://www.focus.it/)

Calcata infuocata in una metaforica rinascita con Tsuei Ning decapitato per errore - Una memoria di Paolo D'Arpini



Questo è il resoconto di una recita (di matrice cinese antica)  andata in scena in  piazza a Calcata,  ai primi di luglio 2008, dal titolo "Tsuei Ning decapitato per errore". Inutile dire che interpretavo la parte di Tsuei Ning ma -per mancanza di truppe scelte- anche quella del bandito, ladro ed ubriacone,  "non ricordo più il nome" che fu la causa della sua morte,  infine anch'egli pagò il fio delle sue colpe, finendo sul patibolo. Questa doppia interpretazione fu per me molto importante, sia perché, non calcando più le scene da parecchi anni, dovetti sottostare ad una intensa preparazione "disciplinare", sia perché -per la prima volta (più tardi successe ancora)- impersonai il malfattore e la vittima contemporaneamente (pur in sequenze diverse).  

La cosa comportava uno spostamento di atteggiamento recitativo (dal lato sinistro al lato destro del cervello) che mi aiuto molto a comprendere praticamente la teoria "yin e yang".   Dal punto di vista organizzativo (della recitazione) questa commedia  fu la prima della nuova compagnia "Il Cinabro", fondata dal Wilton Sciarretta. Sciarretta era stato anche l'animatore del primo gruppo teatrale di Calcata, denominato Vecchi Tufi (da cui successivamente nacque il nostro Circolo VV.TT., che sta appunto per Vecchi Tufi) nell'ormai lontano 1978.   Ma lasciamo da parte queste illazioni filosofico storiche e veniamo al dunque, ecco di seguito quanto scrissi per presentare l'opera in questione: 
  
Annuncio. Giovedì 3 e venerdì 4 e giovedì 10 e venerdì 11 luglio 2008   - Recita in piazza a Calcata
Fuoco: elemento che presiede al Costume. Proiezione di immagini e forme pensiero. Capacità di osservazione e di visione. Trasformazione dei sentimenti e delle emozioni in luce intellettuale. Fuoco è l’elemento di questo periodo secondo l’oroscopo cinese. Perciò:

Calcata è in fiamme con  “Tsuei Ning decapitato per errore”.

“Io sono l’esperta viaggiatrice del labirinto,  la veggente dell’impossibile, il mio cuore è colmo di potenti magie e sa gettare incantesimi… (autopresentazione della Scimmia)”

Il 10 ed 11 luglio 2008 ultime due repliche del ciclo teatrale della nuova compagnia Il Cinabro di Calcata. Lo spettacolo messo in scena è “Tsuei Ning decapitato per errore” tragedia cinese di epoca Song (X° secolo d.C)- Ingresso libero uscita a pagamento (volontario). Regia di Wilton Sciarretta.


Esperimento di tetro sociale di piazza in cui recitano 14 attori dilettanti, con l’ausilio di atrettanti tecnici e supporters, tutti  abitanti nel paese. La recita si tiene alle 21.30 in Piazza Umberto I° al Centro Storico di Calcata.

Commento.
La commedia dell’arte è stata la prima vocazione artistica di Calcata, la prima associazione culturale fondata nel borgo si chiamava I Vecchi Tufi e si cimentava in spettacoli teatrali da strada, questo avveniva alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso. Da quel primo esperimento, per espansione, discesero tutte le altre associazioni e gruppi. Persino il Circolo vegetariano di Calcata discende dai Vecchi Tufi, infatti si chiama VV.TT.
In riconoscimento di quella matrice e per tentare di “ricomporre i cocci” -come si dice in gergo- i vecchi tufi si sono riuniti, aggregando nuove forze ed anche gli opponenti di un tempo, per sperimentare una sinergia alchemica, un paradigma sociale e culturale, basato sulla consapevolezza che non si “può vendere l’anima al denaro od alla vanità”. Per questo l’esperimento  della rinascita si svolge modestamente e forse anche un po’ mestamente (per le antiche diatribe non ancora sanate e per l’utilizzazione forzata dell’immagine di Calcata a fini speculativi).
“Ridere quando c’è da ridere e piangere quando c’è da piangere” è il motto di questa commedia “Tsuei Ning decapitato per errore” messa in scena dalla nuova compagnia Il Cinabro (simbolo alchemico taoista), per significare che dal male si può trarre un bene che dal veleno se ne può ricavare medicina, purché “nella vita di tutti i giorni non si parli a vanvera od a sproposito e non si giudichi avventatamente”. Gli attori, musicisti, tecnici ed aiutanti son tutti residenti nel borgo di Calcata, assieme fanno un bel gruppo  di persone giovani e vecchie senza distinzione di sesso o mestiere. Un po’ come agli inizi del ri-abitare Calcata in cui, come ho scritto in Epopea del Circolo VV.TT., (http://www.circolovegetarianocalcata.it/epopea-del-circolo/) abbiamo sperimentato un “Apprendimento di un nuovo modo di rapportarsi, una socializzazione semplificata senza scale gerarchiche né poteri stabiliti, una compartecipazione in base alla funzione svolta e alla capacità espressiva”.

Resoconto finale. 
L’11 luglio 2008 è stata effettuata l’ultima replica di “Tsuei Ning decapitato per errore”, per la regia di Wilton Sciarretta, dalla Compagnia il Cinabro composta da 14 attori non professionisti e diversi “tecnici” tutti paesani residenti.

La prova alchemica si è tenuta qui a Calcata vecchia e per tutti i 4 giorni della manifestazione, malgrado fossero feriali, c’è stato sempre il pieno. Alcuni compaesani hanno assistito anche a due o tre repliche, molti son venuti dai paesi vicini, soprattutto da Faleria e Mazzano, altri son giunti appositamente per assistere a questo “miracolo scenico” -come è stato descritto da uno spettatore- da molto lontano… c’è stata la partecipazione persino di una Consigliera di Stato, diversi giornalisti nazionali, donne ed uomini di cultura, esponenti di teatro e di arte, bambini, famiglie, giovani e vecchi, per un totale di almeno 1000 persone, più degli abitanti di Calcata. Tutti sono rimasti commossi ed hanno apprezzato il forte messaggio morale ed etico contenuto nella “tragedia” (che ha fatto però ridere in più punti, come e logico per una vera tragedia…).
Il senso della storia è che: “Non si può giudicare dalle apparenze e soprattutto non si può parlare a sproposito, facendo scherzi malsani e bugiardi, pena la perdita della vita e dell’onorabilità” -ed anche- “In questo tempo in cui la morale viene sopraffatta dal desiderio di ricchezza e successo occorre meditare sul significato vero della vita”. E questo è stato detto più di mille anni fa…. figuriamoci cosa avrebbe detto l’autore (ignoto di epoca Song) se fosse vissuto ai nostri giorni… ?!
Comunque il messaggio è stato raccolto… molti gli spettatori commossi ed anche divertiti, e tutti assieme hanno sempre contribuito assieme agli attori a spostare le sedie e rismontare la scenografia che ogni sera veniva rimontata.
Ringrazio il popolo di Calcata, soprattutto gli abitanti che hanno creduto in questo esperimento sociale, per la credibilità che hanno voluto dare al nostro messaggio. Fra le persone che hanno assistito c’è sempre stata attenzione e simpatia, abbastanza numerosi anche i visitatori del Paese Nuovo fra cui voglio menzionare il maestro Leonello Sestili, del centro diurno polivalente, e l’esponente locale del PD, Alessandra Pandolfi, le “alte cariche istutuzionali” locali che non hanno “potuto” partecipare sono comunque perdonate! .
Stamattina (13 luglio 2008) la piazza era vuota, dopo la grande verve ed emozione di ieri notte, ma il senso di presenza era ancora forte e la gente per strada sorrideva, questo è il risultato più bello!

Paolo D’Arpini





Post Scriptum: Alla menzionata esponente del PD locale, Sandra Pandolfi,  portò fortuna la partecipazione, infatti ora è  il  sindaco di Calcata.

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Servizio fotografico di Gustavo Piccinini

Nuova coscienza e veleni nucleari



“… E il segreto sta anche alla base delle centrali nucleari e agli enormi interessi che vi gravitano intorno. Il potere politico, quello che manda gli eserciti ad uccidersi a vicenda, costruisce le centrali nucleari in nome dell’economia e del progresso e ciò è un grande, vergognoso inganno. Il loro maggior segreto è che, in tutte le parti del mondo, non sono ancora riusciti ad eliminare con sicurezza le scorie radioattive di queste centrali. I bidoni gettati nella Fossa dell’Atlantico avveleneranno il mare quando, fra qualche decennio, esploderanno. Ma chi se ne cura?…” (antropologo-teosofo Bernardino del Boca dal libro “IL SEGRETO” PAG. 210 – ediz. 1986)
“(…) Ma allora perché c’è la corsa al nucleare? il nucleare è anche militare e allora, siccome le società non democratiche si basano sulla violenza, e le società democratiche si basano sulla truffa e sull’inganno, bisogna convincere le persone che lo Stato opera solo a fin di bene, non prepara la guerra e se c’è una guerra è solo in risposta ad un’aggressione esterna. Il nucleare civile è un modo per occultare il nucleare militare e anche per far vedere che il nostro bilancio della difesa è piccolo perché tanto una parte della spesa della difesa militare viene addossata ai bilanci di altri ministeri, questo viene fatto anche in Italia, Per fare le bombe atomiche bisogna avere le tecnologie adatte, avere il materiale esplosivo pronto, cosicchè in caso di necessità sia possibile costruire un ordigno in una settimana. (….) la Francia avendo risorse minori rispetto a quelle degli Stati Uniti e della Russia ha creato delle centrali d’uso duale in cui recuperano parte dei costi vendendo l’energia. Quindi non è vero che l’energia nucleare costa meno, l’energia nucleare francese viene venduta sottoscosto perché è il sottoprodotto di una produzione militare. Adesso che i pericoli di guerra aumentano, gli interessi di vari paesi si orientano nuovamente verso il nucleare, anche perché sono stati inventati nuovi tipi di armi nucleari diverse da quelle precedenti che richiedono nuovi tipi di impianti ed ecco la necessità di costruire queste nuove centrali. Se si guardasse solamente al problema dell’energia l’idea di costruire impianti nucleari è così assurda che non verrebbe in mente a nessuno.(…)” (prof. Emilio del Giudice, fisico, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e dell’International Institute of Biophisics di Neuss (Germania) – 3-2-2008 – Convegno “Pianeta Terra – Ass. Saras Milano)
“(…) Il nucleare civile serve a quello militare. Gli strumenti progettuali e le conoscenze tecnologiche per le applicazioni pacifiche sono derivati dal know-how militare. Costruire centrali nucleari è sempre stata una comoda strada per ammortizzare i costi del nucleare militare. Non solo: il nucleare civile a sua volta favorisce la proliferazione orizzontale del nucleare militare. Si tranquillizza il mondo con l’obiettivo dichiarato di costruire un impianto civile e così si può lavorare in pace alla costruzione di testate nucleari (…) Grazie al programma nucleare civile si evitano tanti problemi. Tutto diventa più facile…..Le centrali nucleari producono plutonio come scarto. Si ritrova, in percentuale variabile, nelle scorie radioattive. 1 Kg di plutonio –una pallina da ping pong- ha la potenza di 20.000 tonnellate di tritolo, quanto basta per distruggere una città. Per una bomba H si impiegano, in media, 5 kg. di plutonio: una centrale elettronucleare di 1.000 megawatt produce circa 250 Kg annui di plutonio da cui si possono ricavare 40-50 bombe atomiche. Il nucleare civile è un ottimo paravento che permette di lavorare indisturbati sul nucleare militare. La tecnologia nucleare ha costi enormi. Le centrali nucleari servono ad ammortizzarli, riducendo i costi del plutonio per uso militare. La ricaduta civile del nucleare militare riduce l’enorme saldo negativo che gli armamenti inducono nel bilancio dello stato. Ecco quindi che le potenze nucleari impongono il nucleare civile che anche se fosse l’energia meno costosa –il che non è- e, anche se fosse completamente sicura –il che non è- resta una soluzione eticamente inacettabile - (prof. Angelo Baracca, professore di fisica Università di Firenze – Comitato “Scienziati contro la guerra” relazione 15-10-2008)
“…Tra il 1943 e il 1945 a Los Alamos- USA, il maggiore centro di ricerca nucleare, 600.000 dipendenti lavoravano in modo compartimentale (succede anche in medicina) così nessuno sapeva che cosa si stesse costruendo. Il fisico Robert Oppenheimer fu processato e condannato a morte perché voleva che le ricerche fossero note a tutti in quanto riteneva che la scienza fosse patrimonio dell’umanità. Fu salvato dalla comunità scientifica internazionale che insorse contro il governo statunitense (…) Le centrali nucleari sono state costruite oltre che per fabbricare bombe anche per fabbricare motori nucleari da utilizzare nei sommergibili e nelle portaerei consentendo a questi mezzi riserve di energia di 2 0 3 anni (…) quindi il nucleare civile è una stampella di quello militare (,,,) Più si creano reattori raffinati più aumentano i rischi. (…) La sicurezza nucleare è una menzogna.“ (prof. Luigi Sertorio, docente di Ecofisica Università di Torino; ha lavorato 15 anni a Los Alamos USA e 3 anni nella divisione ambientale della NATO Europa – conferenza 26-4-2011 – Torino – Le bugie nucleari)
Dal libro “La Dimensione Umana” ediz. 1971 dell’antropologo-teosofo Bernardino del Boca: pag. 272: “…Ci sono libri scientifici che sono un esempio di come agisce il pensiero analogo: sembrano libri scritti con serietà e serenità ma se si usa la propria coscienza, cioè se invece di accettare passivamente quei pensieri si pensa con la propria mente, si rimane spaventati per le orribili implicazioni che contengono. Non ci devono perciò stupire i risultati delle indagini degli esperti dell’intelligenza, secondo i quali, nonostante che in questi ultimi 50 anni la scienza e la tecnica abbiano prodotto nella vita umana i più sbalorditivi e rivoluzionari cambiamenti che hanno imposto la cultura a tutti, l’intelligenza media nel mondo sta calando invece di aumentare. Il nostro concetto di intelligenza è anch’esso molto limitato dalla nostra attuale dimensione umana e ne abbiamo un esempio nel modo di agire delle grandi potenze. Da secoli si dice che si fanno le guerre sotto la spietata spinta del bisogno, ma oggi le grandi potenze spendono negli armamenti cifre astronomiche che se usate per soddisfare i bisogni dei popoli sottosviluppati e dei poveri toglierebbero dalla terra ogni motivo di aggressività…”
pag. 66: “…Finchè non sarà fatta una sintesi tra i vari rami della scienza e non si sarà sottoposta questa sintesi alla luce della spiritualità, il fenomeno umano non potrà essere compreso nella sua finalità e nemmeno nelle sua espressione individuale”
pag. 239: “….U Thant, ex Segretario Generale del’Onu: “ La verità, la grande capitale verità, per quel che riguarda le nazioni sviluppate del giorno d’oggi, è che esse possono avere quasi nel più breve tempo immaginabile tutte le risorse che vogliono. Non sono più le risorse quelle che limitano le decisioni. Sono le decisioni quelle che determinano le risorse. E questo è un cambiamento rivoluzionario –forse il più rivoluzionario- che il genere umano abbia conosciuto”.
Per prendere le nuove decisioni sul futuro del pianeta è necessario avere una nuova mentalità. Chi è schiavo del bisogno o delle ricchezze, del potere o della sua posizione sociale, chi si identifica con i valori creati dall’egoismo e dall’ingiustizia, non può prendere le nuove decisioni, poiché è schiavo di troppe paure. Ma i pensieri che rendono possibile l’emancipazione dell’uomo dall’ignoranza, dall’egoismo e dalla paura hanno una forza irresistibile poiché essi sorgono dallo stesso lento fluire della Vita verso il formarsi del nuovo piano di coscienza
Paola Botta Beltramo