Jorge Maria Bergoglio lancia il sinodo sulla sinodalità

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Si è appena concluso il Sinodo (A)massonico della dea Pacha mama, che Bergoglio ha già preannunciato per un futuro più o meno prossimo un altro Sinodo sulla sinodalità.

Sembra un gioco di parole, ma quando si muove Bergoglio c’è da tremare. Un tal Sinodo, infatti, fa subito pensare che sul termine sinodalità ci sia poca chiarezza e, dunque, un sinodo sulla sinodalità avrebbe come punto di partenza un fondamento assai debole, passibile di qualsiasi stravolgimento e rivolgimento.

Vieppiù questa supposta confusione sul termine sinodalità porterebbe a pensare ad un’approvazione e ad un rafforzamento dell’attuale versione del Sinodo, come passepartout per aprire e scardinare qualsiasi porta, facendosi latori di tutto ed il contrario di tutto. Il Sinodo (A) massonico ne è una prova inconfutabile.

La sinodalità, infatti, tanto conclamata e declamata a parole, è stata per l’occasione assai poco applicata. Il contestatissimo Instrumentum laboris è stato redatto, per esempio, da una manciata di perone appartenenti al REPAM, la rete ecclesiale panamazzonica, mentre le nomine dei padri sinodali sono state fatte a senso unico, quasi tutte di parte bergogliana, leggi: Spadaro ed il card. Marx.

Il tutto ovviamente condito col grano e con l’olio della solita stampa schierata, fatta di pennivendoli di regime, i cui commenti entusiasti hanno finito col tralasciare punti interrogativi e parecchie perplessità di una certa consistenza, sia sulle tematiche che sulla metodologia di intervento degli stessi padri sinodali, come se si trattasse di una pura e semplice assemblea parlamentare e non invece di un con-venire dei padri sinodali su temi essenziali, quali per esempio l’assoluta fedeltà alla dottrina e alla tradizione, senza le quali non può esserci sinodalità, dal momento che è Cristo stesso che sinodalizza i padri convocandoli e costituendoli in unità. Quisquiglie, direbbe Bergoglio! Anzi “cosetta”, come ama teologicamente esprimersi in punta di lingua “papa imbroglio”.

Una di quelle tante “cosette” che hanno consentito a Bergoglio, durante il precedente Sinodo sulla famiglia di scardinare, con una nota a piè di pagina dell’Esortazione post sinodale Amoris Laetitia, “la grandezza di due millenni”, ovvero quel comandamento divino secondo il quale “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito (Mt 19-6). Perfino quel giornalista pacato che è Vittorio Messori, si è dovuto alla fine sbilanciare affermando durante un’intervista che “l’impressione è che Bergoglio metta le mani su quello che invece un Papa dovrebbe difendere…”.

Ma tant’è.

Quisquiglie,  anzi “cosetta”. Cosette delle quali sarebbero prigionieri, a dire sempre di Bergoglio, quelle “elite” cattoliche che “non amano nessuno, credendo di amare Dio”. Eppure perfino all’interno del suo ben orientato Sinodo (A) massonico, non sono mancate quelle “elite” cattoliche, il cui voto contrario per poco non faceva naufragare il punto 111 del documento finale, ovvero l’ordinazione al sacerdozio dei cosiddetti viri probati: su 181 votanti, con un quorum fissato a 121 voti, i “placet” sono stati 128, i “non placet 41”, e gli astenuti 11. La cosetta ha stizzito non poco il povero Bergoglio, che ha dovuto suo malgrado ingoiare il rospo.

L’obiettivo primario, naturalmente, era quello di aprire all’ordinazione di “viri probati” in Amazzonia, per estendere poi la novità alla Chiesa universale: “Proponiamo di stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente, nel quadro della Lumen gentium par. 26, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente e fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana mediante la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica”.

Insomma un giro di parole, tortuoso e pieno zeppo di paletti e condizioni restrittive per ottenere una maggioranza appena risicata.

Non parliamo poi delle cosiddette rivoluzioni liturgiche che prima, durante e dopo il Sinodo (A) massonico hanno imperversato all’interno delle mura vaticane e di alcune chiese italiane. Una su tante, quella del Sacro Cuore – e sottolineo Sacro Cuore – di Verona, dove il parroco ad un certo punto della cosiddetta veglia del Bien Vivir, ha fatto leggere all’interno della Chiesa – e sottolineo all’interno della Chiesa – la preghiera idolatrica della Pacha mama, divinità Inca: “Pachamama di questi luoghi, bevi e mangia a volontà questa offerta, affinché sia fruttuosa questa terra. Pachamama buona madre, Sii propizia!! Sii Propizia!! Fa’ che i buoni camminino bene e non si stanchino. Fa’ che la semente spunti bene, che non succeda nulla di male, che il gelo non la distrugga, che produca buoni alimenti. A te lo chiediamo: donaci tutto. Sii propizia!! Sii propizia!!”.

Chiaro? Ma l’offerta suprema non è il Sacrificio eucaristico durante la Santa Messa? E la preghiera che Cristo ci ha insegnato non è il Padre Nostro? Dimenticavo: questa è “cosetta” da elite cattoliche. Dal vangelo secondo Bergoglio… Parola di Bergoglio. Peraltro, la tradizione della Chiesa è ricca di preghiere nei quattro tempora, rivolte a Dio creatore per rogare la sua benedizione sui frutti della terra.

E la differenza non è poca, sol che consideriamo come i martiri cristiani si siano sempre rifiutati anche a prezzo della propria vita di sacrificare agli idoli, come ad esempio offrire una scrofa gravida a Cerere/Demetra. Il prete della parrocchia veronese che ha rivendicato e fatto suo il gesto idolatrico, non ha fatto altro che obbedire pedissequamente alle disposizioni della Conferenza Episcopale Italiana che si occupa di missioni, presieduta dal Vescovo di Bergamo mons. Francesco Beschi.

Siamo arrivati all’abominio? Forse che sì, forse che no. Un fatto è certo. Per questo ed altro Bergoglio è stato eletto, per soddisfare le bramosie gesuitiche di una Massoneria pseudo spirituale che va molto a braccetto con il sincretismo New Age e la Teologia della liberazione ora camuffata da teologia indio.

Ce lo rammenta anche il noto vaticanista della Stampa, Marco Tosatti, che nel 2015 riprende una biografia sul card. Godfried Danneels scritta da Jurgen Mettepenningen e Karin Schelkens, secondo cui il cardinale belga avrebbe lavorato per anni per esautorare Benedetto XVI al fine di avviare una drastica riforma della Chiesa, la “mafia di San Gallo “, come ha narrato lo steso Danneels, una loggia super segreta di cui facevano parte Carlo Maria Martini, il vescovo olandese Van Luyn, i cardinali tedeschi Walter Kasper e Karl Lehman, l’italiano Achille Silvestrini e quello Britannico Basil Hume.

Il card. Martini, oltre che gesuita sarebbe stato iniziato alla massoneria, voce peraltro confermata anche dal Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, Gioele Magaldi, nel volume: Massoni. Società a responsabilità limitata (Chiarelettere editore). Ma sul sig. Bergoglio, chiamato a traghettare la comunità dei fedeli lungo un cammino di “fratellanza, di amore, di fiducia tra noi” (parole di Bergoglio), non pesano solo le ombre del progressismo e della Massoneria, ma anche una sua collusione con la dittatura militare argentina. Un’accusa sconcertante lanciata dal giornalista e scrittore argentino Horacio Verbitsky, le cui prove sono raccolte nel volume “L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina”, pubblicato in Italia nel 2006 per i tipi della Casa editrice Fandango.

Sarà a causa di questa collaborazione con i militari argentini che Marcantonio Colonna (pseudonimo) ha vergato il volume “Il Papa dittatore”? Uno dei passaggi del libro che più hanno destato scalpore è quello in cui l’autore solleva il velo sul giudizio su Bergoglio scritto nel 1991 dal superiore generale della Compagnia di Gesù, l’olandese Peter Hans Konvelbach, morto nel 2016, nel corso delle consultazioni segrete pro o contro la nomina dello stesso Bergoglio a Vescovo ausiliare di Buenos Aires.

Scrive lo pseudo Marcantonio Colonna: “Il testo della relazione non è mai stato reso pubblico, ma il seguente resoconto è stato rilasciato da un sacerdote che ha avuto accesso ad essa prima che scomparisse dall’archivio dei gesuiti. Padre Konvelbach accusava Bergoglio di una serie di difetti, che vanno dall’uso abituale di un linguaggio volgare alla doppiezza, alla disobbedienza nascosta sotto una maschera di umiltà e alla mancanza di equilibrio psicologico. Nell’ottica di una sua idoneità come futuro vescovo, la relazione ha sottolineato che come provinciale era stata una persona che aveva portato divisione nel suo ordine”.

Così è se vi pare, direbbe ancora oggi Pirandello. E chi meglio di lui saprebbe riscrivere oggi in commedia la doppiezza del Bergoglio, uno nessuno centomila? Tutto prende sul serio e di tutto se la ride, proprio come lo scrittore e commediografo siciliano. Ma è un sorriso, per dirla con Machiavelli, che “drento non passa”.

E’ lo sberleffo di un narcisista ed egocentrico che finge di amare gli uomini, ma che in realtà svende al mondo.

Amen. Giuseppe Bracchi

I “semi” della vita giungono dallo spazio

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E’ ormai scientificamente appurato che i “semi” della vita giungono dallo spazio veicolati da meteore e comete. Ci sono voluti decenni, ma più esattamente due millenni e 5 secoli, per accettare la teoria di Anassagora che già nel 496 a.C. asseriva che la vita venisse dalle stelle. Sua infatti la teoria della pluralità dei mondi, ossia l'universo è pervaso da forme caotiche di spore e semi che se ben allineate e indirizzate possono formare pianeti e stelle e la vita. Il tutto grazie al NOUS un qualcosa che presiede la costruzione dell'universo e il suo sviluppo. Pensate che questo si diceva 2500 anni fa. 

Poi, però, giunse la grande censura delle religioni monoteiste che asseriscono ancora che l’uomo fu creato sulla Terra da un Dio supremo che manipolò un conglomerato di fango. Questa “storia” ce la siamo portata avanti fino a qualche decennio fa, poi la scienza, in particolare l’astronomia e la genetica, con stretto rigore scientifico, ci ha dimostrato tutta un'altra cosa e così la teoria della Panspermia Cosmica è stata riconsiderata. L’evento che riaprì la teoria di Anassagora fu la tremenda pandemia della febbre spagnola che solo nell’emisfero nord del pianeta causò in pochi anni più di 20 milioni di morti. Tutto iniziò dopo la prima guerra mondiale, negli anni 2019/20, dove alcuni scienziati ipotizzarono che i virus che causarono la grande pandemia della febbre spagnola fossero giunti dallo spazio a seguito di due passaggi cometari avvenuti precedentemente (1910). 

Questo convincimento degli scienziati di allora fu possibile perché questa pandemia colpì persone che da tempo vivevano isolate sulle montagne dei Pirenei e della Alpi e, quindi, senza contatti con altri individui. Questa ipotesi, comunque, fu subito contestata da gran parte del mondo scientifico ancora fortemente dipendente del dogmatismo della chiesa cristiana. Tuttavia la ricerca scientifica sul rapporto atmosfera terrestre e spazio profondo andò comunque avanti e nel 1960 la scienza ufficiale dichiarò la possibilità di interazione tra lo spazio e il nostro pianeta perché nel cosiddetto vuoto spaziale erano presenti Polimeri organici complessi. Più tardi, verso la fine del 1970, la scienza affermava che la Glicina, l'aminoacido più semplice, è presente nelle nubi interstellari. 

E questa scoperta riaprì definitivamente la questione della Panspermia cosmica, infatti sappiamo che gli Aminoacidi sono i mattoni della vita perché unendosi formano le Proteine (vedi nota alla fine dell’articolo). 10 Nel 1974 lo scienziato Chandra Wickramasinghe, dell’Università gallese di Cardiff e allievo di Fred Hoyle, pubblicò uno studio in cui dimostrava scientificamente che la polvere dello spazio e in particolare quella delle comete sarebbe di origine organica. 

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Tale teoria rivoluzionaria alla fine è stata accettata dal mondo scientifico. Secondo lo scienziato molte forme d’influenza virale non nascono sul nostro pianeta, “ma piovono dal cielo sotto forma di polvere che contiene spore di virus…” A partire dagli anni’90 finalmente la scienza cominciò a rivedere con serietà metodologica quanto 2.500 anni fa asseriva il filosofo greco Anassagora. 

Furono così resi noti i pensieri e gli sperimenti del passato e in particolare fatti conoscere gli scritti del 1845 del medico, fisico e filosofo tedesco Hermann von Helmholtz che dicevano: « Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un'origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all'altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile. » Le scoperte sia in laboratorio che fuori hanno continuato a fornire elementi di riflessione, come il ritrovamento di un meteorite trovato tra i ghiacci dell’Antartide, secondo il quale per gli scienziati proveniva da Marte e che al suo interno conteneva fossili unicellulari. 

Un altro punto a vantaggio della teoria che la vita viene dallo spazio arrivò grazie a due sonde spaziali che hanno raggiunto due corpi astrali vaganti all’interno del nostro sistema solare. La prima è stata la Sonda Rosetta dell’ESA che ha fatto atterrare nel 2014 il suo lander su 67/P Churyumov-Gerasimenko, nucleo di una cometa e l’ultima, ad agosto di quest’anno, una sonda giapponese sull’asteroide Ryugu. In tutti e due i casi dai primi esami dei dati inviati sulla Terra si sono rilevate forti presenze di molecole organiche. Un’altra importante dimostrazione che la vita viene dallo spazio fu vissuta direttamente da Accademia Kronos, perché nata in casa nostra ed esattamente all’Università della Tuscia di Viterbo. Alcuni anni fa, infatti, in collaborazione con la NASA furono spediti nello spazio muschi ed alghe in appositi alloggi per essere poi esposti all’esterno della stazione orbitante, per un periodo di 6 mesi. Lo scopo era di valutare se questi muschi e queste alghe microscopiche potessero resistere ai raggi gamma, al vento solare e ai forti sbalzi di temperature siderali dai – 190 ai + 100° C. 

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Al ritorno sulla Terra questi campioni, per grande meraviglia degli scienziati, avevano resistito e, dopo un po’, ripreso a svilupparsi. Lo scienziato italiano che aveva gestito tutto l’esperimento è l’attuale prof. Silvano Onofri, fisico e biochimico tra i più esperti al mondo nello studio dei batteri estremofili. I risultati di questo esperimento furono presentati 7 anni fa a Viterbo in un convegno organizzato  da Accademia Kronos. Bene a questo punto siamo ormai consapevoli che la vita non è sorta spontaneamente sul nostro pianeta, ma che è arrivata dallo spazio sotto forma di proteine o, forse, di batteri o, ancora, di esseri unicellulari più complessi. Elementi questi che trovando qui sulla Terra “terreno fertile” nei milioni e milioni di anni hanno creato la vita come oggi la conosciamo. 

Quindi lasciamo da parte le “favole” della creazione e guardiamo invece con occhi liberi da bende dogmatiche la realtà che ci circonda. Dobbiamo quindi dire all’astronomia, alla genetica e ad altre scienze, grazie perché finalmente ci hanno consentito di uscire fuori dall’oscurantismo di 2000 anni e, liberi da ogni preconcetto, poter finalmente incamminarci verso la strada che dovrebbe condurci verso la verità. Oggi questo lo possiamo fare e dire tranquillamente, forse al tempo di Giordano Bruno saremmo finiti al rogo. 
(ELM)

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NOTE DI APPROFONDIMENTO Le proteine sono macromolecole, grandi molecole, costituite da catene di molecole più semplici, gli amminoacidi, unite tra loro attraverso un legame chimico, il legame peptidico. Gli amminoacidi sono 20, tutti diversi tra loro, ed è possibile ottenere un infinito numero di proteine a seconda del tipo, del numero e dell'ordine di sequenza con cui vengono legati i diversi amminoacidi. Il nostro organismo riesce a sintetizzare alcuni degli amminoacidi necessari per costruire le proteine, ma non è capace di costruirne altri, che vengono perciò definiti essenziali e devono essere introdotti con gli alimenti. In chimica gli 11 amminoacidi sono molecole organiche che nella loro struttura recano sia il gruppo funzionale amminico (delle ammine) (-NH2) sia quello carbossilico (degli acidi carbossilici) (-COOH). Panspermia dal Greco: πανσπερμία da πᾶς, πᾶσα, πᾶν (pas, pasa, pan) "tutto" e σπέρμα (sperma) "seme" **  

(Fonte: A.K. Informa N. 44)

Nagarjuna e la negazione dei fenomeni

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Gent.mo Paolo, Buonasera. Spero stia bene..... Posso disturbarLa? Volevo riapprocciarmi alla pratica e studio dell'insegnamento del Buddha. Volendo bypassare tutte le tradizioni postume; qual è il sutta/scritto che più di ogni altra identifica l'essenza del Dhamma? Qualsiasi Sua indicazione sarà da me estremamente apprezzata. La ringrazio infinitamente e Le auguro ogni bene... (S.P.)"

Mia rispostina: "Gentile S.P.: Lo stesso  Buddha  aveva messo in guardia dall'assolutizzare la propria dottrina, considerandola altro che un semplice mezzo per raggiungere la liberazione ("una zattera per attraversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda").  - Continua: 

Nagarjuna e la negazione dei fenomeni.

"Nomen est Omen" dicevano i latini... e loro sì che se ne intendevano poiché per loro, come per tutte le popolazioni di cultura indoeuropea, il nome portava  con sé un significato. Mica come al giorno d'oggi in cui i nomi si portano appresso solo la storia di un ipotetico "santo" della cristianità.

No, una volta, per gli antichi popoli pre-cristani il nome  stabiliva una qualità, era una sorta di auspicio, di "emblema" con il quale il nuovo nato veniva insignito.  Ed allora vediamo quale è il destino assegnato a "Nagarjuna" analizzando il suo nome. Tanto per cominciare Naga, che sta anche per nudo, indica un serpente. Un sacro cobra, una divinità (non quel serpente demoniaco della bibbia), mentre Arjuna  significa letteralmente "il puro".

Sia nell'accezione di "nudo" che di "puro" si sottintende una pulizia, una sincerità, una onestà, una semplicità.. insomma una saggezza. E Nagarjuna confermò queste qualità. Tanto per cominciare egli nacque (probabilmente),  nel II secolo d.C. in Andhra Pradesh, in una famiglia di brahmani.  Secondo una tradizione nacque sotto un albero di Terminalia Arjuna, fatto che determinò la seconda parte del suo nome. La prima parte, Naga, lo si deve ad un viaggio che avrebbe condotto, sempre secondo alcune leggende, nel regno dei naga, i cobra divini, posto sotto l'oceano, per recuperare i Prajñāpāramitā Sūtra ad essi affidati dai tempi del Buddha Shakyamuni.

Certo queste son tutte storielle aggiunte per dare lustro ma sicuramente di vero c'è che Nagarjuna fu un grande filosofo e conoscitore della realtà. Sia i seguaci del Madhyamaka sia gli studiosi  di quella scuola riconoscono Nagarjiuna come il suo fondatore. Più in generale si può dire che sia stato uno dei primi e principali pensatori originali del Mahāyāna, di cui sistematizza l’idea  della non sostanzialità di tutti  gli  elementi  della realtà fenomenica.

I suoi scritti  ancora oggi rappresentano una vetta quasi insuperata di concettualizzazione  del metafisico. In termini che ai giorni nostri furono ripresi da filosofi come Friedrich Wilhelm Nietzsche o -volendo restare in un ambito "indiano"- dal grande propugnatore dell'Advaita moderno: Nisargadatta Maharaj. Ecco cosa disse di lui Osho, un altro maestro dei nostri tempi: "Nagarjuna fu uno dei più grandi Maestri che l'India abbia mai prodotto, del calibro del Buddha, Mahavira e Krishna. E Nagarjuna era un genio raro. A livello intellettuale non esiste paragone possibile con nessun altro al mondo. Capita raramente un intelletto così acuto e penetrante."

Nagarjuna, oltre l'impermanenza temporale,  indicò una ulteriore qualità nella non sostanzialità dei fenomeni: essi erano vuoti anche di una loro identità in quanto dipendevano uno dall'altro sul piano temporale.  Tutti i fenomeni  sono quindi privi di sostanzialità, poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente. Egli esprime la sua posizione in quella che è  un'opera capitale del buddhismo: le Madhyamakakarika, Stanze della via di mezzo. Evidentemente riportata da suoi seguaci, come avvenne per i detti del Buddha, poiché  Nagarjiuna  riteneva che il linguaggio è inevitabilmente illusorio in quanto prodotto di concettualizzazioni ed è per questa ragione che egli rifiutò sempre di definirsi detentore di una qualsivoglia dottrina. Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione di pensiero.  E l'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se alla vacuità viene  attribuita una identità.

Lo stesso  Buddha  aveva messo in guardia dall'assolutizzare la propria dottrina, considerandola altro che un semplice mezzo per raggiungere la liberazione ("una zattera per attraversare un fiume, che va abbandonata appena si è arrivati all'altra sponda").

Di seguito alcune  citazioni che possono aiutare il lettore a comprendere meglio il  punto di vista di Nagarjuna:

"La coproduzione condizionata, questa e non altra noi chiamiamo la vacuità. La vacuità è una designazione metaforica. Questa e non altro la via di Mezzo.La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto"

"Se il mondo fosse non vuoto, non si potrebbe né ottenere ciò che non si possiede già, né mettere fine al dolore, né eliminare tutte le passioni."

"Se gli illuminati non appaiono e se gli uditori sono spariti, un sapere spontaneo si produce allora isolatamente negli Svegliati solitari"

Paolo D'Arpini

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Fisica e fisiologia - L'opera di un grande scienziato tedesco: Herman Helmholtz


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FISICA E FISIOLOGIA NELL’800: HELMHOLTZ, DU BOIS RAYMOND, BERNARD. IL RILANCIO DEL MATERIALIMO IN GERMANIA E LE CRITICHE DI ENGELS.

Nel corso dell’800 si svilupparono soprattutto in Germania studi di fisiologia, cioè relativi al funzionamento dell’organismo vivente, non solo nei riguardi di funzioni materiali come la digestione, ma anche relativamente alle implicazioni psicologiche. Spesso questi studi, come già per quelli più specificamente biologici e chimici, si accompagnarono ad un rilancio del materialismo dopo la stagione idealistico-romantica dell’inizio del secolo.

Già il naturalista Alexander Humboldt  aveva affermato – coerentemente con le sue posizioni atee e materialiste – che i fenomeni biologici sono frutto di trasformazioni chimiche della materia; che tutte le trasformazioni che avvengono in natura dipendono solo dalla natura stessa, fino alla generazione del pensiero; che la scienza è una relazione tra osservatore ed oggetto osservato. Sullo stesso piano si posero il medico olandese Jacob Moleschott (1822-1893), trasferitosi in Germania e seguace della filosofia di Feuerbach (vedi N. 79), ed il medico tedesco Carl Vogt (1817-1895), che partecipò alla rivoluzione del 1848. Posizioni simili furono assunte da altri due medici: Ludwig Buchner (1824-1899) sostenne posizioni empiriste, materialiste e deterministe, affermando che il pensiero è intrinseco alla materia; Heinrich Czolbe (1819-1873) affermò che bisogna rifiutare tutto ciò che non ricade nell’esperienza sensibile e – come Hume – dichiarò che non esistono differenze tra qualità “primarie” e “secondarie”; affermò – come Herbart - che le qualità non sono soggettive, ma sono già tutte contenute negli oggetti. Non mancarono però tentativi di unire meccanicismo e spiritualismo come fatto dal medico e filosofo Hermann Lotze (1817-1881).

Massimo fisiologo tedesco, e tra i maggiori e più versatili scienziati del secolo, fu il già citato ( al N. 77) Herman Helmholtz (1821-1894). I suoi interessi hanno spaziato dalla medicina alla fisica, dalla termodinamica all’elettromagnetismo, fino a coinvolgere anche il campo della musica e della sensibilità musicale. Helmholtz, terminati gli studi di medicina, fu professore di anatomia presso l’Accademia d’Arte di Berlino e poi professore di fisiologia e patologia presso l’Università di Konigsberg (oggi Kaliningrad) nella Prussia Orientale. Successivamente insegnò anatomia e fisiologia anche presso le Università di Bonn e Heidelberg. Nel 1870 fu ammesso all’Accademia delle Scienze della Prussia. Infine, nel 1888, divenne presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica e Tecnica.

Partendo dai suoi studi di medicina e fisiologia, ed in particolare dagli studi sulla produzione di calore nei corpi viventi e sui processi di fermentazione e decomposizione dei corpi morti, già nei suoi anni giovanili Helmholtz perfezionò e mise a punto (nel 1847) il principio fondamentale della fisica detto di Conservazione dell’Energia, già enunciato da Meyer, ma in modo imperfetto. Questo principio, strettamente collegato al Primo Principio della Termodinamica (vedi N. 77), afferma che l’energia si può trasformare ma non essere creata dal nulla o distruggersi. Il concetto, di grande rilevanza anche filosofica, permise ad Helmholtz di basare anche i suoi studi di fisiologia su basi strettamente materialiste eliminando i pregiudizi basati su una presunta “forza vitale” dei corpi viventi (come sostenuto da Muller ed altri: vedi N. 83). Helmholtz dette un contributo fondamentale anche alla formulazione e comprensione del Secondo Principio della Termodinamica. In una conferenza del 1854 “Sull’Azione reciproca delle Forze Naturali” il grande scienziato spiegò che tutte le forme di energia (meccanica, elettrica, chimica, ecc.) tendono a degradarsi in calore. Quando il processo si compirà completamente ogni processo naturale si fermerà (morte termica dell’Universo, di cui parleranno anche Boltzmann e altri grandi fisici).

Nel campo della fisiologia Helmholtz studiò la propagazione degli impulsi nervosi, riuscendo anche a determinarne la velocità (circa 27 m/sec). Importanti furono anche i suoi studi sulle caratteristiche dei suoni, in particolare sul cosiddetto timbro sonoro dovuto alle cosiddette armoniche (suoni di frequenza doppia, tripla, quadrupla, ecc. di una nota fondamentale) ed al fenomeno della risonanza, e quindi sulle caratteristiche della musica, e sulla capacità fisiologiche dell’orecchio di percezione dei suoni musicali, tutti concetti riassunti nell’opera “Teoria delle Sensazioni Tonali come Base Fisiologica della Teoria Musicale”. Un suo strumento per la misura delle risonanze acustiche e delle armoniche è ancora adoperato in alcuni tipi di casse acustiche ed in alcuni motori automobilistici per ottimizzare la fuoriuscita dei gas di scarico. Gli aspetti fisiologici della percezione sonora furono riassunti anche nell’opera del 1862: “Le Sensazioni Sonore”.

Di particolare importanza furono i suoi studi sul funzionamento dell’occhio grazie anche all’invenzione di speciali strumenti come l’Oftalmoscopio atto allo studio del cristallino e della retina. Nel “Manuale di Ottica Fisiologica”, scritto tra il 1856 ed il 1866, Helmholtz, ispirandosi anche alle teorie di Muller sull’energia dei nervi, affermò che i sensi reagiscono agli stimoli esterni e studiò il comportamento delle singole terminazioni nervose. Rispolverando la teoria di Young sulla capacità delle singole terminazioni “coniche” dell’occhio di registrare singoli colori (rosso, verde, violetto) che poi il cervello combina (vedi N. 70), affermò più in generale che le terminazioni nervose reagiscono a segni regolari da parte di fenomeni regolari. Da un punto di vista filosofico queste scoperte lo portarono ad apprezzare filosofie empiriste, come quelle di Locke, Stuart Mill ed Herbart, respingendo l’innatismo kantiano (pur apprezzando alcuni aspetti della filosofia kantiana). In polemica con Muller, che sosteneva che la retina ci dà direttamente un’idea spaziale, Helmholtz sostenne che la percezione dello spazio è un’inferenza multisensoriale che si apprende anche attraverso il tatto. Questi processi della nostra mente non hanno nulla di spirituale. Anche la memoria è un fenomeno materiale e la conoscenza, nonché il principio di “causa”, si basano sulla fiducia che i fenomeni materiali siano uniformi e ripetitivi. Altri studi di Helmholtz sui vortici aprirono la strada ad uno sviluppo importante dell’idrodinamica, cioè allo studio del movimento dei fluidi, e gettarono le fondamenta della moderna meteorologia. Anche nel campo elettromagnetico Helmholtz dette importanti contributi, inventando anche uno strumento (bobina di Helmholtz) per la creazione di un campo magnetico uniforme.

Collaboratore ed amico di Helmholtz fu il fisiologo Emil Du Bois-Raymond (1818-1896), che fondò insieme a lui la Società di Fisica nel 1845 e si interessò della fisiologia dei muscoli, basata secondo lui su stimoli elettrici trasmessi alle fibre muscolari da molecole polarizzate elettricamente. Altro importante fisiologo e biologo del secolo fu il francese Claude Bernard (1813-1878), allievo di Magendie (vedi N. 66), che sostenne, nell’opera del 1865 “Introduzione allo studio della Medicina Sperimentale”, la necessità di eseguire accurati esperimenti per capire il funzionamento dei singoli organi e la concatenazione di fenomeni relativi a vari organi che permette la vita. Egli dimostrò – con esperimenti su animali - che nel fegato si forma il Glicogeno, polimero degli zuccheri. Da questo poi gli zuccheri solubili affluiscono nel sangue. Comprese anche che il pancreas secerne sostanze atte a scindere i grassi in acidi grassi e glicerina, e gli amidi in zuccheri solubili. Non mancano però negli scritti di Bernard suggestioni metafisiche relative ai fenomeni vitali, e ricerca di presunte conoscenze alternative alla scienza, sulla scia di correnti irrazionaliste e spiritualiste, antimaterialiste ed antipositiviste, che imperversarono soprattutto verso la fine dell’800, come vedremo in prossimi numeri. Anche negli scritti di Du Bois-Raymond si possono trovare sorprendenti critiche al metodo scientifico che non potrebbe rispondere all’esigenza di una conoscenza globale.

Di genere completamente diverso furono invece le critiche rivolte al materialismo di Helmholtz, e di altri pensatori tedeschi di cui abbiamo scritto prima, da parte di Engels che ne criticò l’attitudine meccanicista e rivolta verso un materialismo acritico, mentre il compagno di Marx auspicava una forma di “materialismo dialettico” derivato da un “rovesciamento” materialistico della dialettica di Hegel. 

Vincenzo Brandi

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  1. L. Geymonat, “Storia del Pensiero Fil. e Sc.”, op. cit. in bibl.
  2. C. Singer, “Breve Storia del Pensiero Sc.”, op. cit. in bibl.
  3. RBA, “Le Grandi Idee della Sc. – Helmholtz”, op. cit. in bibl.
  4. F. Engels, “Dialettica della Natura”, ed. GAMADI ed Einaudi, op. cit. in bibl.

La poligamia e la poliandria sono naturali ? Il parere di Osho Rajneesh


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DomandaOsho, quando mi innamoro di un uomo, per gli anni in cui dura, non provo attrazione per nessun altro. Ma per l’uomo non è lo stesso. Anche se è felice e soddisfatto e vuole stare con me, di tanto in tanto ha le sue storie con altre donne. Comprendo la natura diversa dell’uomo e della donna. Comprendo anche che ogni relazione d’amore ha i suoi picchi e le sue valli. Tuttavia, a tratti continuo a provare tristezza. Lascio all’uomo una certa libertà di movimento. I miei amici dicono che mi rendo così disponibile che l’uomo mi dà per scontata e io perdo il rispetto per me stessa.  Osho, è vero? Non è chiaro per me. Posso dire che non mi aspetto nulla da un uomo, ma tu mi conosci meglio. Puoi per favore commentare?
 
Osho: Neelam, ci sono molti elementi nella tua domanda. Innanzitutto, un malinteso sulla natura dell’uomo. Pensi, come molte persone al mondo, che l’uomo sia poligamo e che la donna sia monogama. Pensi che la donna voglia vivere con un uomo, amare un uomo, dedicarsi ed essere totalmente devota a un uomo, ma che l’uomo abbia una natura diversa, che voglia anche amare altre donne, di tanto in tanto.
La realtà è che entrambi sono poligami. La donna è stata condizionata dall’uomo per migliaia di anni a pensare di essere monogama. E l’uomo è molto astuto, ha sfruttato la donna in molti modi. Uno dei modi è stato dirle che l’uomo è, per natura, poligamo. Tutti gli psicologi e tutti i sociologi sono d’accordo sul fatto che l’uomo sia poligamo e nessuno di loro dice la stessa cosa della donna.
La mia comprensione è che entrambi sono poligami. Se una donna non si comporta in modo poligamo, è per educazione, non per natura. È stata così totalmente condizionata e da così tanto tempo che il condizionamento le è entrato nel sangue, nelle ossa, nel midollo. Perché lo dico? Perché in tutta l’esistenza, tutti gli animali sono poligami.
Sarebbe davvero sorprendente se l’intera esistenza fosse poligama e solo la donna avesse una natura eccezionale. Nell’esistenza non ci sono eccezioni. Ma dal momento che la donna ha dovuto dipendere dall’uomo finanziariamente, l’uomo l’ha mutilata in molti modi: le ha tagliato le ali, le ha tolto la libertà e la capacità di contare su se stessa. Ha preso la responsabilità sulle sue spalle, mostrando grande amore, dicendo: “Non devi preoccuparti, mi prenderò io cura di te”. Ma, nel nome dell’amore, ha preso la libertà della donna. 
Per secoli non ha permesso alle donne di essere istruite, di essere qualificate in alcun modo, in alcun mestiere, in alcuna abilità: la donna deve essere finanziariamente dipendente dall’uomo. Le ha portato via anche la libertà di movimento: non può spostarsi liberamente come fa l’uomo, è confinata in casa. La casa è quasi la sua prigione.
In passato era costantemente incinta, perché su dieci bambini, nove morivano. Per avere due, tre figli, una donna doveva essere continuamente incinta per tutto il tempo in cui era in grado di riprodursi. Una donna incinta diventa ancora più dipendente economicamente: l’uomo diventa il suo custode. 
L’uomo è colto, ben informato, mentre la donna non sa nulla. È stata tenuta all’oscuro, perché la conoscenza è potere: ecco perché la donna è stata privata della conoscenza.
E visto che è un mondo di uomini, sono tutti d’accordo nel mantenere la donna in schiavitù.
Lo hanno realizzato con un’intelligenza molto sofisticata. Le hanno detto che essere monogama è la sua natura. Non esiste una psicoanalista, o una sociologa donna che possa confutare questa teoria: se l’uomo è poligamo, perché la donna dovrebbe essere monogama? 
L’uomo ha aperto la strada alla sua poligamia: ha istituito le prostitute. Era un fatto accettato in passato: nessuna moglie avrebbe mai obiettato al fatto che suo marito, di tanto in tanto, frequentasse una prostituta. Si pensava che fosse naturale per l’uomo.
Ma io vi dico che entrambi sono poligami. Tutta l’esistenza è poligama. Deve esserlo: la monogamia è una noia! Per quanto bella possa essere una donna, per quanto bella possa essere una persona, dopo un po’ ti stanca: la stessa geografia, la stessa topografia. Per quanto tempo devi vedere la stessa faccia? Succede così che passano gli anni e il marito non guarda più sua moglie con interesse nemmeno per un solo istante.
Il mio approccio è naturale e semplice. Non voglio matrimoni nel mondo dell’Uomo Nuovo. Il matrimonio è un fenomeno così brutto e marcio, così distruttivo, così inumano. Da una parte rende schiava la donna e dall’altra crea l’orribile istituzione delle prostitute. Le prostitute servono a salvare il matrimonio, altrimenti, l’uomo inizierebbe a scherzare con le mogli degli altri. È un dispositivo sociale, in modo che l’uomo non si vada a impegolare con la moglie di un altro: ci sono altre belle donne disponibili...

Tratto da: Osho, The Golden Future, Cap. 32 

"Oriente vs Occidente" - Percorsi spirituali a confronto


L'articolo che segue è il primo di una  rubrica dal titolo "Oriente vs Occidente"  che apparirà nei prossimi numeri della rivista laica "Non Credo" diretta da Paolo Bancale.  
Inizio con alcune considerazioni generali, ammettendo inoltre  che già dal titolo stiamo  determinando un'affermazione "impropria". La specie umana non può essere suddivisa in razze e ciò vale anche dal punto di vista culturale e spirituale. Se l'uomo si è fisicamente differenziato, nel colore epidermico e nelle fattezze somatiche, ciò è dovuto semplicemente all'adattamento al luogo, alla latitudine in cui si è insediato. Che egli  appartenga ad un'unica specie lo dimostra inequivocabilmente la sua capacità di fertilizzarsi e riprodursi unendosi a qualsiasi altro essere umano di qualsiasi etnia.    
Prima della grande diaspora  l'uomo ha sviluppato comuni modi espressivi, anche dal punto di vista del pensiero, e come esistette una lingua originaria, il così detto "nostratico", parimenti  si sviluppò un sentire emozionale condiviso, che possiamo definire spiritualità naturale. I modi espressivi di questa spiritualità mutarono attraverso i millenni in base alle differenziazioni sociali ed ambientali, oltre che genetiche,  che vennero a crearsi nei diversi gruppi stanziatisi nel cosiddetto Oriente ed Occidente. 
Ma oriente rispetto a cosa? Occidente rispetto a cosa? Il pianeta è una palla che gira ed il trovarsi in oriente o in occidente è solo una considerazione utilitaristica.  Ogni religione è stata “creata” per confondere, mentre per fare chiarezza occorre distinguere, rinunciando a posizioni ideologiche precostituite. 
“Solve et coagula” – “Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire” (Goethe). Ma attenzione un conto è il giudizio ed un altro la discriminazione…
Malgrado  la ammissione di incongruenza descrittiva tra quella cultura che noi definiamo occidentale (meglio chiamarla mediterranea con sue diramazioni in America ed in Australia ed in parte anche in Africa) e quella che si è sviluppata  ed affermata in Asia (soprattutto in Cina, India, Giappone, Mongolia,  etc.) di fatto   si è venuta a creare nei secoli una radicale differenziazione.
La differenza sostanziale sta nel fatto che in oriente  si contempla  l’esistenza di un “Dio” assoluto ed onnipervadente, trascendente e immanente  che, essendo la sola presenza reale, comprende in sé ogni aspetto del manifesto e dell’immanifesto. Tutto esiste nell'Uno "non essendovi altro all'infuori di Quello". 
Mentre il Dio, meglio definito “arconte”, delle religioni monolatriche che prevalgono in occidente (giudaismo, cristianesimo ed islam) è frutto di una  assunzione e proiezione mentale dualistica. Un Dio diverso dalle sue creature e dalla sua creazione  di cui egli  è giudice ed osservatore esterno.  
La “religione” occidentale  dovrebbe in effetti essere definita "separazione"  e questo suo  dividere ha l'evidente funzione di sostenere i suoi  sacerdoti, papi, rabbini e mullah che utilizzano per fini speculativi il moto naturale, presente in ogni essere umano, del “ritorno” all'Uno! Essi hanno compiuto il più grande imbroglio, verso se stessi ed il loro prossimo, essi hanno  svolto la funzione ingannatrice separando ciò che è inseparabile per poi pretendere di volerlo”ri-unire” attraverso il perseguimento di un dettame religioso e la promessa di una “salvezza” riservata ai “credenti”.
In verità non v’è alcun obbligo a restare impantanati in un “credo” (il momento che ne abbiamo capito le conseguenze). Solo colui che insiste nel voler credere è compartecipe e succube di quel credo. Come chi vuole dividere l'umanità in razze elette e razze inferiori non è in grado di comprendere od accettare l'unitarietà della specie.
Eppure, non è il credere un semplice pensiero, una opinione? Quindi perché restare avvinghiati ad un qualcosa che è mera illusione, un emblema della separazione? Ed in questo caso viene persino oscurata quella naturale spiritualità di cui parlavamo all'inizio,  sostituendo  lo “spirito universale”  con la caparbietà e l’illusione egoica  di ritenersi separati.
Durante i vari appuntamenti che seguiranno  in questa rubrica cercherò comunque  di non entrare nel merito della  veridicità o falsità  delle religioni. Dal punto di vista della laicità di pensiero il credere è una libera scelta personale, quindi: “de gustibus non est disputandum!”. Cercherò comunque di aprire una fessura discriminativa, analizzando i vari modi espressivi delle religioni o delle filosofie che si sono affermate e conservate in Oriente ed in Occidente.  
La prima differenza sostanziale verte nel metodo di ricerca spirituale.  In occidente si predilige il credere, mentre in oriente prevale l’esperimentare. Il credere è statico ed è il risultato della memoria e dell’accettazione cieca, l’esperimentare è  dinamico ed è il risultato di una azione e di una discriminazione selettiva.
L’unica verità incontrovertibile è quella corroborata dalla propria esperienza… ma a meno che non si abbia una rivelazione diretta interiore affermare di credere in una religione è un esercizio mentale di volontà ed è privo di ogni sostanzialità. Cosa diversa nel caso di esperienza diretta o “realizzazione”. Siccome la “realizzazione” avviene nel Sé, e non è conseguenza di una ipotetica "salvazione" esterna,  possiamo tranquillamente affermare che  la “verità intrinseca” è l’unica reale verità, tutto il resto essendo semplice proiezione mentale.
Taluni, i  professionisti della religione, che prevalgono nelle fedi monolatriche,  ritengono che la pratica spirituale sia una sorta di “occupazione” come quella di uno studente o di un lavoratore che deve espletare specifici compiti per “ottenere” la salvazione. Questo atteggiamento “volontaristico” crea spesso aspettative e dal punto di vista spirituale addirittura allontana dalla vera conoscenza, poiché ci si fissa sul mezzo senza guardare il soggetto che vuole raggiungere la conoscenza.
Il vero  soggetto è il nostro stesso Sé ma noi lo ignoriamo e lo rendiamo un “oggetto” da perseguire. E  questo è il gioco dell'ego che si traveste da poliziotto per cercare il ladro che egli stesso è.
A proposito di questo “gioco” ricordo la frase pronunciata dal re Janaka di Videha *)  che, dopo aver ascoltato e compreso l’insegnamento nondualistico impartitogli dal suo guru Vasishta, esclamò: “Ora ho compreso chi è il ladro e lo sistemerò immediatamente” (riferendosi alla tendenza a identificarsi con il corpo-mente che ritiene di compiere l’azione).
Insomma la foga nello svolgere il cosiddetto “dovere” religioso e la compulsione a praticare per ottenere risultati attraverso la volontà e la penitenza, può procurare forme di dipendenza e di illusione “spirituale” ed è una devianza rispetto alla sincera ricerca interiore.
Questo avviene quando ci si lega ad una setta, quando si aderisce ad una specifica religione e ci si affida alle indicazioni di un ipotetico “salvatore” o pontefice. Sembra che alcune persone abbiano bisogno di sentirsi “radicate” e affratellate in un gruppo compatto (spesso succede con i cristiani ed i maomettani, e simili fedi), soprattutto se stanno vivendo momenti di vuoto affettivo o di altro genere (preoccupazioni mondane, senso di mancanza o inadeguatezza, etc.).
Però mettersi contro apertamente o denigrare le scelte compiute da tali persone non le aiuta a comprendere la causa del loro bisogno di riempire un buco, che risiede nella loro incapacità di accettare se stessi per quel che sono senza pensare di voler forzatamente modificare lo stato di cose o la propria natura in funzione di un ipotetico ottenimento “altro”.
L’accettarsi soltanto può interrompere il meccanismo del desiderio e della paura, perché accettando si comprende la situazione vissuta nella sua interezza e la risposta confacente sorge spontanea. Ma l’accettazione talvolta è anche dolorosa. Questo riguarda ognuno di noi che vive nel mondo. Ma vivendo consapevolmente nel mondo si può comprendere la natura del mondo e della coscienza.
Comunque non si può definire od impartire una “cura” universale per le diverse anomalie di interpretazione della propria realtà, dicendo “fai questo o fai quello”. A volte abbiamo anche bisogno di perderci per poi ritrovarci. Ognuno deve poter crescere a modo suo.
Per sviluppare la chiarezza interiore ci vuole discriminazione e distacco. L’auto-indagine è la via più diretta per individuare il “ladro” che ci deruba della Consapevolezza (trascinandoci nel mondo della dissociazione e della speculazione).
L'auto-indagine non richiede altri aiuti se non la rimembranza e l’attenzione rivolta al Sé. in questo abbandono ed in questo arrendersi al proprio Sé sorge l’amore, e la comprensione di ciò che realmente noi siamo, aldilà della forma e del pensiero.
E di questo parleremo in seguito...
Paolo D’Arpini  
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spiritolaico@gmail.com

Brevi cenni biografici sull'autore: Paolo D'Arpini,  nato a Roma il 23 giugno del 1944, ha vissuto  in  momenti diversi  sia nella sua città natale che in Verona, poi a Calcata per 33 anni. Il suo percorso discriminativo lo portò ben presto ad abbandonare ogni studio nozionistico dedicandosi a sviluppare forme di ricerca diretta, prima in campo culturale e successivamente in quello spirituale (in chiave laica).  Ha compiuto in passato avventurosi viaggi in Africa  ed in Asia, soggiornando lungamente in India, dove incontrò il suo maestro spirituale Muktananda e altri saggi. Approfondì la conoscenza spirituale, in primis con l'esperienza diretta,  ed anche  attraverso  lo studio comparato di varie discipline e filosofie, sia dell'estremo oriente che dell'occidente.  E' autore di diversi libri ed articoli che trattano questi temi e collabora stabilmente  con il bimestrale Non Credo. Dal 2010 si è trasferito a Treia, nella casa della sua amata compagna Caterina Regazzi.

Nota: *) il Re Janaka fu un regnante illuminato vissuto circa 5000 anni prima di Cristo, all’epoca in cui è ambientato il Ramayana. Janaka era il re dell’attuale Janakpur e il padre di Sita che divenne la moglie di  Sri Rama (Avatar  di Vishnu).

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Shivaismo e Vishnuismo. Nondualismo e dualismo nella filosofia induista

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I due filoni più significativi dell'induismo classico sono lo Shivaismo ed il Vishnuismo, che prendono il nome dai loro capostipiti ovvero Vishnu  il Conservatore e Shiva  il Distruttore.  A dire il vero nella Trimurti indiana c'è anche una terza divinità, Brahma che è il Creatore,  il quale  non ha però nessuna scuola al suo seguito.  Spesso alcuni amici spiritualisti mi chiedono come mai nella filosofia indiana non vengano dedicati templi a Brahma, ossia all'aspetto creativo della Divinità?

Tanto per cominciare occorre spiegare che la Trimurti letteralmente significa «colui che è dotato di tre aspetti». Con tale termine si allude ad un Ente che aduna in sé, come un’unica divinità, tre aspetti di tre divinità differenti. I tre importanti Deva archetipi: Brahma, Vishnu e Shiva  sono riconducibili allo stesso e unico Dio detto anche Īśvara o Saguna Brahman.   Ma questo ancora non spiega la scomparsa di Brahma dal culto ufficiale.

Esistono miti e leggende  che tendono a comprovare la supremazia di Vishnu sugli altri dèi della trimurti e per spiegare il motivo per cui il dio Brahma non è oggetto di culto in India. Esistono ovviamente miti e tradizioni shivaite che sostengono esattamente il contrario e cioè che Shiva è il più grande tra gli dèi, che è l’Assoluto, il principio di tutte le cose. Insomma lo Skanda Purana, Il Lingam Purana o il Vayu Purana narrano  questa  storia:

All’origine dei tempi, quando niente era stato creato o, più precisamente, nel periodo che intercorreva tra la distruzione/assorbimento dell’Universo e la creazione di un nuovo universo, Vishnu stava sdraiato sul serpente Ananta convinto di essere il più potente dio. All'improvviso apparve però   Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu, il nuovo nato dichiarò di essere il creatore dell’universo, colui dal quale tutte le cose sarebbero state create. Tra i due dèi nacque una disputa.  Ma mentre la discussione  andava avanti, nell’immensità degli spazi si sentì un rombo assordante, un fragore accompagnato da un fascio di luce, e comparve improvvisamente una colonna rifulgente che dagli inferi arrivò fino agli spazi superni trafiggendo gli oceani e la terra. Era un lingam infinito e splendente, fiammeggiante e possente che lasciò stupefatti e terrificati i due dèi.


“Ma cos’è?” si domandarono attoniti Vishnu e Brahma. Per capirlo  Vishnu si trasformò in cinghiale e si gettò nell’oceano, Brahma si trasformò in oca selvatica e volò negli spazi celesti. Il loro viaggio durò più di mille anni, ma per quanto si sforzassero, non riuscirono a raggiungere le estremità della colonna di fuoco che continuava a crescere.
Ritornati in superficie i due si guardarono, Vishnu ammise di non essere riuscito a trovare l’inizio del lingam, Brahma invece, che voleva vincere la sfida, mentì dicendo di essere arrivato in vetta al lingam fiammeggiante.  In quel momento però nella colonna di fuoco si aprì una fenditura dalla quale uscì Shiva, il signore del lingam,  che si auto manifestò e proclamò la propria supremazia come Assoluto, come creatore, preservatore e distruttore dell’universo e di tutto ciò che esiste inclusi i due dèi che a quel punto, prostrati al cospetto del grande dio, lo adorarono riconoscendone la supremazia.

Ma non finì qui. Shiva infatti lanciò un'anatema contro Brahma che aveva mentito sostenendo falsamente di aver raggiunto la vetta del lingam di fuoco. Nessun culto sarebbe più esistito in suo onore. E così fu.

Facendo un'analisi più approfondita sulla tradizione del Sanatana Dharma scopriamo però che sia Vishnu che Shiva sono in realtà due divinità antecedenti alla cultura vedica brahmanica, portata in India dall'invasione ariana di popolazioni pastorali e guerriere provenienti dal Caucaso, le stesse che in epoca tardo neolitica invasero l'Europa cancellando la cultura matristica preesistente sostituendola con la loro cultura patriarcale e con le loro divinità maschili. 

Infatti nella tradizione vedica indiana scopriamo la presenza di  Indra, il dio della folgore (equivalente a Giove) come capo degli dei, Varuna, il dio degli espansi  (equivalente a Poseidone), Agni il dio del fuoco (equivalente a Vulcano), etc. Vishnu e Shiva (quest'ultimo con il nome di Rudra) furono inseriti successivamente nel Pantheon vedico. Dal che si presume che queste fossero divinità autoctone assorbite solo più tardi nel Gotha. In particolare va fatta la considerazione che  Rudra (un aspetto di Shiva) era considerato un dio terribile, evidentemente mal visto dai primi brahmani. Della presenza molto antica in India di questa divinità ne abbiamo le prove in seguito agli scavi compiuti a Mohenjo Dharo ed Harappa nella valle dell'Indo (ora Pakistan) ove furono rinvenute sue immagini  in cui esibisce lunghe corna e indossa pelli di animali, egli era infatti considerato il Signore degli animali (Pasupata).  

Stranamente la cultura Vedica che in un primo tempo tentò di colonizzare l'India a mano a mano che i secoli passavano dovette reintegrare le antiche divinità autoctone finché addirittura queste  non assunsero la predominanza  su tutti gli altri dei importati.  Così forte fu il cambiamento  dal che  si può  intuire come mai il creatore Brahma non fu più oggetto di adorazione, egli restò solo come appellativo appiccicato alla casta dei sacerdoti, detti appunto brahmani, che in verità divennero officianti dei culti  di Vishnu e Shiva.

La storia di Vishnu si perde anch'essa nella notte dei tempi, sue incarnazioni principali, tra le  numerose altre,  furono Rama e Krishna, due personaggi divini, comparabili al nostro Cristo, vissuti diverse migliaia di anni prima dell'era cristiana. Ad essi vennero dedicati le due principali epiche indiane il Ramayana ed il Mahabharata che assieme ai Veda vengono considerate le scritture indiane sacre per eccellenza.  Anche a Shiva sono dedicate parecchie sacre scritture, come gli Shiva Purana ed altri  testi più recenti scritti dal saggio  Shankaracharya che viene considerato una sua  emanazione.

Se dovessimo in poche parole esaminare e descrivere  gli aspetti che contraddistinguono questi due filoni di pensiero induisti possiamo dire che Vishnu rappresenta la devozione all'ideale, il dovere del compiere il bene, l'amore verso il prossimo, l'aderenza all'etica, etc. Shiva invece rappresenta il Maestro, il Guru primordiale, che impartisce la conoscenza del Sé, ed indirizza gli adepti verso la realizzazione dell'Assoluto non-duale.

Sia ben chiaro che in entrambe le tradizioni vi sono stati santi e realizzati, poiché come è detto in vari contesti e scritture la devozione e la conoscenza sono come due ali che aiutano l'uomo a sollevarsi dall'ignoranza e dalla animalità.

L'approccio vishnuita comunque parte dall'adorazione dualistica, definita  Dvaita Vedanta (Vedanta dualistico)  che appartiene al sentiero della Bhakti (devozione).  Dal punto di vista delle credenze questo  è il sentiero  che ha una maggiore affinità con le religioni di origine semitica:  ebraismo, cristianesimo e islam. Cioè i fedeli credono in un Dio personale denominato Vishnu (o le sue incarnazioni Rama e Krishna). Nell'ebraismo questa funzione è rivestita in parte da Mosè, nel cristianesimo da Gesù e nell'islamismo dal profeta Maometto. 

Nella mitologia dualistica vishnuita, come nelle religioni semite, le anime restano sempre separate dal loro creatore ed il massimo bene possibile è l'ascesa ad un "paradiso" in cui godere permanentemente  della presenza divina.

Chiaro però che  tale  paradiso, quasi un luogo spazio-temporale,  occorre guadagnarselo, con opere di fede, di speranza e di carità, ed il visto d'accesso  viene rilasciato dalle incarnazioni  divine, gli Avatar, da qui la necessità di essere a loro devoti per ingraziarsene i favori. Non tutta la filosofia vishnuita è totalmente dualistica esiste anche il Vishishtadvaita, ovvero il non dualismo differenziato. Comunque il  Vishnuismo   è legato alla formulazione di un Dio personale, una forma religiosa  semplice da accettare da parte di persone che non comprendono od ignorano le alte speculazioni filosofiche upanishadiche, ma sentono l'esigenza di un dialogo con il mondo divino. Ecco perché il Vishnuismo dualista si contrappone alla filosofia Advaita Vedanta (Vedanta non-dualistico),  affine allo Shivaismo.

La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il divino è differente dai jiva e dalla prakriti (natura). I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro. La metafisica dvaita formula due categorie, alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto.  Vishnu è sì interpretato come un Dio personale, ma nell'accezione più alta non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica, ma si manifesta attraverso i suoi avatar, fra cui Rama e Krishna sono i suoi principali impersonificatori.

Per fortuna in India tutte le scuole sono considerate valide al fine di una evoluzione personale,  ogni scuola conduce i suoi allievi sino al punto in cui la loro mente è in grado di accettare una verità, quindi tutte sono utili all'evoluzione. Un po' come avviene nella cultura scolastica in sui si va avanti dalla scuola d'infanzia sino all'università seguendo una trafila d'insegnamento che non esclude i diversi aspetti educativi, dalle  asticciole alle elucubrazioni scientifiche più profonde.  Ma alla fine la "laurea", ovvero la realizzazione di Sé, non viene raggiunta per l'accumulo di conoscenze bensì per il sorgere di  una esperienza  mistica trascendentale che si fa strada nel cuore del ricercatore sino al punto di superare ogni concettualizzazione.

Nello Shivaismo, in effetti,  esiste lo stesso un approccio devozionale, ma viene indirizzato verso lo Shiva interiore, il Sé, ovvero l'essere-coscienza che noi tutti siamo,  come ben descritto nel mantra impartito da Shankaracharya:  "Shivo-ham", Io sono Shiva. Ma questa, esposta da Shankaracharya, può essere intesa come la forma più pura dello Shivaismo,  non intesa  ovviamente come un  sistema monastico  o sacerdotale  nella tipica struttura religiosa induista. 

Comunque, dal punto di vista della ricerca interiore, non vedo sostanziali differenze tra la via della spiritualità laica di cui spesso faccio menzione e lo Shivaismo, soprattutto nella sua forma kashmiri.  La definizione stessa di   “spiritualità laica” serve a  stabilire la sua assoluta e totale indipendenza da ogni credo (ateismo compreso). In verità diverse forme di spiritualità laica sono riconoscibili nello shivaismo del Kashmir e nell’adavaita vedanta che di tale spiritualità  sono  le espressioni più antiche...

Shankaracharya, dicevamo, è una delle manifestazioni di Shiva. Shiva dal punto di vista tradizionale viene considerato l’aspetto della Trinità preposto alla distruzione. Ma tale distruzione è indirizzata soprattutto verso l’ego, ovvero quell’identità separata che impedisce all’uomo di riconoscersi Uno con l’Assoluto. Perciò Shankara, che uno degli appellativi di Shiva, sta a significare “favorevole, propizio” . Egli è l’Assoluto stesso, l’amore indicibile che sorge dal principio “Io” privo di ogni identificazione, la pura consapevolezza di Sé (in sanscrito Atman). Shiva viene anche definito: “Satyam-Shivam-Sundaram” cioè Vero, Auspicioso e Incantevole.

Non si può affermare che il Nondualismo possa venir perfezionato, ma per quanto concerne il modo descrittivo possiamo dire che questa affermazione è appropriata nel caso degli insegnamenti  di Ramana Maharshi, il saggio che visse ai piedi di Arunachala, la montagna sacra emanazione di Shiva (che si dice essere il residuo della colonna di fuoco descritta all'inizio di questo articolo), ove egli restò in ritiro permanente nella prima metà del secolo scorso. Ramana è universalmente riconosciuto come il moderno divulgatore dello Shivaismo nondualista oltre i confini dell’India. Egli, nella strofa X del suo ‘Quaranta Versi sull’Esistenza’ così afferma: “Non vi è conoscenza separata dall’ignoranza, non vi è ignoranza separata dalla conoscenza. Di chi sono questa conoscenza e quest’ignoranza? Vera Conoscenza è quella che conosce la coscienza che conosce, che è il principio base”.  

Paolo D'Arpini - spiritolaico@gmail.com

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