Anomalie "spirituali" di Swami Lakshmana e Saradamma - Ma se il santo è famoso diventa subito un "buon" santo





Molto spesso ho notato che una volta che qualcuno è stato riconosciuto come “santo” tutti quelli che lo incontrarono, nel bene e nel male, hanno qualcosa da raccontare su di lui, magari si professano suoi discepoli, pur che -con il “santo” in vita- non avevano avuto con lui particolari rapporti, forse l’avevano ignorato, chissà, o erano stati ignorati dal “santo” stesso. 

Insomma succede come per la gente famosa del mondo una volta decollata nelle classifiche trovano sempre qualcuno pronto a dire “Ah, io lo conoscevo bene, da tanti anni ho avuto rapporti con lui, abbiamo mangiato tante volte nello stesso piatto, eravamo culo e camicia…”. Ciò avviene ancor di più se la persona esaltata, di cui ci si vanta i favori, è defunta e non può quindi controbattere o replicare. 

Credo sia successa la stessa cosa con tanti saggi che magari in vita erano vilipesi e spernacchiati e dopo -giunta la fama dopo la morte- vengono osannati vantandosi della relazione avuta con loro.

Ramana Maharshi era un saggio che visse i primi anni della sua permanenza a Tiruvannamalai come un mendicante ed i suoi estimatori erano ben pochi, giusto una banda di “sderenati” par suo… Poi l’odore della sua saggezza raggiunse i quattro quadranti della terra e tutti coloro che l’avevano conosciuto anche solo per averlo salutato per
strada, si dichiararono poi suoi ferventi devoti ed estimatori.
Ricordo che alcuni di questi “vecchi devoti” frequentavano anche l’ashram di Swami Muktananda, il mio Guru, ma lui –da buona Scimmia- diceva sempre che “un vecchio devoto è sinonimo di uno che puzza…”. 

Ed in verità cos’è la “conoscenza del Sé” se non qualcosa di perennemente fresco, eternamente nuova come esperienza? Infatti i saggi realizzati vengono definiti “Jirangivi” ovvero Eternamente Giovani, non perché “portino bene gli anni” ma semplicemente perché sono aldilà di ogni considerazione di tempo e spazio…

Non so per quale ragione ho dovuto fare questa premessa prima di raccontare l’esperienza che segue… non voglio però che quanto ho detto fuorvii l’impressione od il giudizio del lettore. Considerate queste mie parole come un inciso “generale” e godetevi il racconto di questo incontro avuto tanti anni fa con Swami Lakshmana e Saradamma,  quest'ultima  credo sia ancora in vita e bazzichi tutt’oggi in quel di Tiruvannamalai, dove si è trasferita qualche anno fa,  mi riferirono degli amici comuni.
Come si deve osservare un santo? Per capirlo vado ad incontrane uno….



Ancora una volta in viaggio, stavolta con mio figlio, in una città il cui suolo è cosparso di allume, ovunque svolazzante polveroso, lucido e nero. In questo posto poco piacevole dell’Andra Pradesh, a Gudur, vado ad incontrare un diretto "discepolo" del grande saggio Ramana Maharshi, si chiama Lakshmana Swami. Ho avuto la dritta da alcuni amici di Tiruvannamalai, tramite David Godman che ha scritto un libro su di lui (No mind, I am the Sel", e me ne parla Nigel Quigly (Upahar) che vive 6 mesi all'anno sulle pendici di Arunachala, la sacra montagna rossa simbolo di Shiva: “vai a trovare Lakshmana e Saradamma, due grandi anime che vivono a Gudur, poi noi ti raggiungiamo lì fra qualche giorno”.


Anche allora viaggiavo per l’India con mio figlio Felix, noi da soli come pellegrini alla ricerca dell’amore e della conoscenza. Partimmo senza sapere cosa avremmo trovato, il viaggio in treno non era lungo, poche ore da Madras, quando arrivammo alla stazione di Gudur era notte fonda e ci fermammo sotto una veranda al primo piano della stazione per riposare. La pace fu presto rotta da una banda di scimmie per nulla benintenzionate che ci minacciava forse pensando che così avremmo dato loro qualcosa da mangiare, non avevo nulla per rabbonirle ed ero preoccupato per Felix, dopo un po’ di ringhi e scacciamenti usciamo in fretta dalla stazione per ritrovarci in quel paesaggio lunare, di mica, con un primo raggio rosso di sole nascente che rendeva tutto ancor più alieno. Per fortuna un chai-shop era aperto e così potemmo rifocillarci. 

La prima cosa da fare quando si vuole soggiornare in un luogo è accertarsi di aver trovato una sistemazione per la notte ed appena finita la colazione salgo, sempre con il pargolo al fianco, su un riktsciò e mi faccio portare verso l’ashram del santo. Un posto in mezzo alle spine ed ai cactus, arido e quasi abitato, stradine polverose e contorte dove si trovano solo rade capanne, capre o vacche vaganti e cani randagi, tutto è piatto e cosparso di allume luccicante.

Visto da fuori il posto del santo sembra più una casa di campagna che un ashram, ci sta all’ingresso una signora indiana che ci accoglie, forse una parente di Saradamma la discepola che affianca Lakshmana nella amministrazione religiosa.

C’è anche una ragazza straniera che sta lì da un po’ di tempo e che svolge vari servizi: reception, cucina, attendenza, etc. “Lakshmana e Saradamma escono di rado ma domani verranno fuori per una cerimonia –dice- e li potrai vedere”. Mi viene data una casetta, credo l’unica oltre il cottage del santo e la portineria-foresteria dove stanno le donne.

La casetta è strapiena di bottiglie vuote, lattine, scatolame vario e cicche di sigaretta, un numero impressionante di mozziconi gettati un po’ ovunque e persino all’esterno, sul di dietro della cucina vi sono altre cicche e cartacce ed altri rifiuti. Non fa una bella impressione ma cerco di pensare positivo “forse è una prova per me, per tutte le volte che ho sporcato in casa d’altri”. Non mi perdo d’animo e facendomi aiutare da Felix raccolgo e sposto le immondizie il più possibile lontano e dove non diano fastidio alla vista ma, mi accorgo dopo, molto vicine al recinto che delimita la casa di Lakshmana, ormai è troppo tardi per pensare ad altri spostamenti, è notte, e lascio le cose così.

L’indomani c’è l’incontro o darshan con la coppia di santi, in una specie di tempietto colonnato aperto su quattro lati.

Lakshama siede e non parla, ci sono un po’ di canti guidati da Saradamma, qualche arati, una distribuzione di prasad, insomma niente di speciale. Penso comunque di fermarmi qualche giorno, almeno per aspettare gli amici che mi hanno mandato qui. La notte, rifletto pensieroso, sentendomi un po’ deluso, mi fumo due tre bidi, pensando “..non importa anche se sarebbe vietato, qui pare che hanno fumato tutti…” e mi addormento al fianco di mio figlio. Un incubo incredibile
mi afferra, un’esperienza incancellabile, mi vedo scalare una montagna di vetri rotti, debbo salire in cima ma ogni passo è doloroso e sanguinoso, avanzo arrancando ed ad un certo punto preso dallo sconforto e da una rabbia irrefrenabile inizio ad ingoiare schegge e tocchi di vetro, una sorta di sfogo autolesionista per l’impotenza e la frustrazione in cui mi trovo, la mia gola è in fiamme, penso di morire soffocato, mi sveglio di soprassalto e mi ritrovo nel letto, forse ho la febbre. Ma quella stessa mattina  la “discepola” viene a dirmi che dobbiamo lasciare la stanza perché sono attesi altri ospiti, mi sembra un po’ strano e sono veramente scocciato, mi mandano via così, ammalato, con un bambino piccolo al fianco. 

Prima di partire compare Saradamma con delle caramelle, dice “queste sono per il bambino, poi guardandomi aggiunge, sono solo per lui…”. Non fa nulla, mi dico, se c’è un messaggio dietro tutto ciò sono pronto a scoprirlo.
    Saradamma da giovane

Rifaccio la strada del ritorno, un bel pezzo a piedi, prima di trovare un risciò, divido le caramelle con Felix pensando “non può mangiarle tutte ed io ho mal di gola una caramella mi farà bene”. Fatto strano appena scendo dal triciclo che ci riporta a Gudur mi viene un conato di vomito e rigetto un liquido dolciastro, la caramella che avevo ingoiato. Infine trovo una stanza in un alberghetto, vicino ad un tempio dedicato ad Hanuman, il posto è pieno di scimmie che allungano le mani tra le sbarre della finestra.

Per alcuni giorni non posso alzarmi dal letto, non posso deglutire nemmeno la saliva, dolori lancinanti alla gola che non ho mai provato prima in vita mia, non posso bere, tantomeno mangiare, posso solo respirare a fatica ed ho la febbre, un calvario che dura diversi giorni, in compagnia delle malefiche scimmie. 

Poi arrivano gli amici di Tiruvannamalai, che vanno a stare comodamente nell’ashram, nella stessa casetta da me occupata per due notti ed in cui ebbi quel sogno.
Io e Felix restiamo all’alberghetto, pian piano mi riprendo, finché un giorno mi dicono che ci sarà un successivo incontro con Lakshmana.

L’esperienza sinora vissuta è talmente anomala che decido di andare anch’io, sempre con Felix. Stavolta il darshan è nel cottage di Lakshmana e Saradamma, ci sono solo quattro o cinque persone, ascolto in silenzio quel che vien detto, non mi importa nulla di nulla, non penso a nulla, non giudico, non trovo colpe né pregi in tutto quello che mi è successo e mi succede, resto lì un’oretta a guardare le formiche sul pavimento.

“So di non sapere” diceva Socrate.

Paolo D'Arpini



Biospiritualità - Qualità spirituali in senso naturalistico



La spiritualità solitamente è considerata un attributo di carattere umano, giacché riteniamo che solo l'uomo sia in grado di sperimentare coscienza di sé ed intelligenza discriminativa e razionale. Questa capacità possiamo anche definirla "spirito". Siccome però non esiste, su questa terra e nell'universo, cosa che possa dirsi separata, in quanto il tutto contribuisce a manifestare il "tutto",  e la vita stessa è inscindibile nelle sue varie manifestazioni (avendo radici comuni in tutte le sue forme, di qualsiasi genere e natura), si può intuire che la caratteristica della "coscienza-intelligenza" sia presente in ogni elemento vivo, che dimostra nascita crescita e morte, sia pur in diversi gradienti.

Facciamo l'esempio dello sviluppo in "intelligenza e coscienza" da parte dell'uomo. Cominciando dalla sua formazione nell'unione di spermatozoo ed ovulo, passando per la fase embrionale, alla formazione completa degli organi, alla fuoriuscita dal grembo, all'inizio della sua capacità di apprendimento e discernimento... Il passaggio attraverso questi diversi momenti evolutivi  -pur apparentemente differenti in qualità- rappresentano comunque una crescita del medesimo soggetto.


Se ciò avviene nell'uomo perché non ipotizzare che possa avvenire in ogni altra forma vitale, pur in una scala differenziata e limitata alle caratteristiche proprie  di ogni altro essere vivente? 
Dal punto di vista poetico ed emozionale, perché non considerare anche la vita di un albero come espressione spirituale della natura? Cosa c'è di male?... Innegabilmente l'albero è vivo e si esprime attraverso le sue funzioni biologiche e manifesta desideri e repulsioni, come noi umani, sia pur in misure diverse....

Se accettiamo questa premessa come un presupposto di condivisione della stessa qualità di "coscienza ed intelligenza", ecco che improvvisamente possiamo riconoscere in tutto ciò che esiste la qualità "spirituale"... Dalla sua potenzialità nella materia cosiddetta inerte alla manifestazione graduale in piante, animali ed umani.  

Noi riconosciamo lo "spirito" in quanto capacità della vita di esprimere se stessa in forme energetiche sottili.. e qui possiamo fermarci...

Paolo D'Arpini


I santi sciiti esistono... ne ho incontrato uno in Persia, ai piedi del monte Ararat


Hanno detto: "Da ogni parte c'è la luce di Dio". 
Ma gridano gli uomini tutti :"Dov'è quella luce?" 
L'ignaro guarda a ogni parte, a destra, a sinistra;ma dice una Voce:
Guarda soltanto, senza destra e sinistra!". (Rumi, santo poeta persiano)

Spesso mi son posto criticamente verso alcune posizioni assunte nei paesi islamici, che non tengono conto dei diritti delle donne e della libertà individuale. Ma a dire il vero forse lì la condizione femminile gode di maggior rispetto umano, sia pur nelle ristrettezze dell’espressione formale, altrettanto dicasi per le dignità personali godute nella vita sociale, ove è più sentita la regola del rispetto reciproco e dei valori condivisi.
Insomma l’Islam vine definito poco  “libertario” ma l’uomo comune vive in un ambito comunitario più rispettoso dei rapporti umani. E poi l’Islam non è solo Medio ed Estremo Oriente e Nord Africa possiamo tranquillamente affermare che l’islamismo si è ben inserito nelle pieghe della società occidentale e non solo per gli emigranti ma anche per gli europei “convertiti” soprattutto a causa del rispetto delle norme sociali comunitarie manifestato in questa cultura. La gente si converte all’Islam perché si sente socialmente più protetta e sviluppa una maggiore  solidarietà interna, un po' come succedeva ai cristiani della prima ora.
Questo dovrebbe far meditare i nostri preti cattolici ed i nostri sociologi che ormai si interessano solo degli aspetti “economici” del benessere…
Personalmente, come tutti ben sapete, non ho alcuna predisposizione religiosa, sono un laico, ma la mia laicità mi consente di osservare senza paraocchi ciò che avviene attorno a me. Se c’è un saggio cristiano, lo riconosco, se c’è un saggio ateo pure, se c’è un santo musulmano davanti a me anch’egli non disconosco…. E questa vuole essere la narrazione di un tale incontro, un incontro che è rimasto profondamente scolpito nel mio cuore, sia pur senza un seguito od approfondimento. Passavo in mezzo al deserto ed ho percepito un forte profumo di santità, sono rimasto inebriato ed ho continuato per la mia strada sorridendo…

Il mio incontro con il santo musulmano del monte Ararat
Qualcosa di sconvolgente per simbologia ed evento, allo stesso tempo un’esperienza di familiarità, semplicità e sorpresa. L’incontro con quel santo “sufi” avvenne parecchi anni fa, forse nel novembre del 1975, a quel tempo avevo già intrapreso un viaggio, piuttosto mi ero ritrovato in viaggio. Non proprio una decisione, una compulsione ad andare avanti. Ero così giunto, lasciata da tempo Ikaria l’isola dove cadde Icaro, inaspettatamente a pochi kilometri dal monte Ararat. Non che particolarmente volessi visitare quel monte, in verità stavo avvicinandomi alla madre India sul vecchio percorso di Alessandro Magno, via terra e con mezzi di fortuna, da solo. Quel monte era il portale attraverso il quale entrare in Persia (si chiamava ancora Persia ed era comandata dallo Scià Reza Phalevi), dovevo per forza passare di là se volevo andare avanti. Una prima avvisaglia dell’esperienza che mi attendeva, un segnale (od “omen” come dicono gli inglesi), fu allorché mi ritrovai senza più Lire sufficienti a pagarmi il bus per il confine. Veramente avevo ancora qualche dollaro spiccio e pensai di cambiarlo contattando un turco dallo sguardo onesto, a gesti gli feci capire la situazione, lui mi guardò e rifiutò i miei dollari dandomi invece un po’ di Lire, più che sufficienti per il biglietto, così, a gratis.
Soddisfatto per la buona fortuna decisi di andarmi a bere un buon tè turco prima di lasciare definitivamente la Turchia. La sala da tè era ordinata come una scacchiera e con tavoli sparsi e distanziati, dopo un po’ che stavo lì seduto, guardandomi attorno in quell’ambiente surreale, qualcuno mandò al mio tavolo dei biscotti, io dissi al cameriere “da chi vengono questi biscotti che non ho chiesto?” A gesti il cameriere mi indicò una persona di mezz’età dall’aria gentile che mi fece un sorriso, accettai i biscotti e dopo poco lo salutai andandomene al Bus Stand per superare l’ultimo lembo di Turchia .
E finalmente eccomi sotto il massiccio roccioso dell’Ararat. Dal lato turco sembra una torre nera immensa ed altissima, che parte perpendicolare, improvvisamente ergendosi dal suolo. A fianco, sotto il monte, il posto di confine, con andirivieni di gente variegata, chi viaggiava a piedi, chi su carri, chi sopra asini, su vecchi camion e pulmini, automobili nere lunghe giravano ovunque.
Questa volta mi accorgo che non son proprio solo in questo viaggio, scopro anzi una vera e propria carovana di “strani” pellegrini, o sderenati hippyes come li si vuol chiamare, gente di tutte le facce ed oltre. Faccio amicizia con uno svedese dall’aria buona, parliamo molto di spirito e di ricerca interiore. Un altro buon segno, mi dico. Passiamo così la frontiera, finalmente siamo in Persia! Che impatto maestoso la vista dell’Ararat, da questa parte esso scende pian piano in declivio, sulla costa si scorgono innumerevoli occhi, sono le finestre e le porte di una città rupestre.
Ai piedi del monte invece una specie di baraccopoli con alberghetti d'infimo ordine, cambiavalute in giro ovunque, offerte di passaggi in minibus, sguardi persi di “fatti” che zombeggiano, poche ragazze occidentali che si guardano attorno stranite, quella che mi era sembrata -quand’eravamo ancora in Turchia- una carovana, pare adesso una banda di fuggiaschi, sperduta, impossibile da decifrare.
Nessuno pensa ad andare sul monte ma io sono attratto da quelle finestre e da quel silenzio lì sopra, sembra quasi una città abbandonata…. Chiedo in giro e qualcuno mi dice che quella è la città antica, che è ancora abitata ma nessuno straniero ci và perché è troppo in alto ed è raggiungibile solo a piedi. Bene, rifletto, ecco un’occasione per rendere omaggio al monte Ararat (l’approdo dell’arca di Noè) prima di continuare il mio viaggio verso oriente. Mi appresto a salire, seguo i tornanti con decisione, la strada è vuota, penso “ma qui non c’è proprio nessuno”. Invece, guardando bene, da quei buchi scopro delle facce che mi guardano, più avanti alcuni passanti indjallabbati mi passano a fianco ignorandomi.
Tutto a un tratto ecco che appare uno strano corteo svolazzante, da lontano sembra una processione, mi avvicino ed anche il gruppo si avvicina, In mezzo scopro una figura ragguardevole, piena di attrazione magnetica, tutti la circondano come fosse un re. 
Quell’uomo ha uno sguardo terso, indossa un abito lungo con dei colori addosso, almeno mi sembrano colori o riflessi blù, improvvisamente -a circa dieci metri da me- egli si ferma ed anch’io mi fermo. Lo guardo e lui mi guarda, con la coda dell’occhio vedo che i suoi seguaci restano un po’ sorpresi, non sapendo che fare mi osservano con curiosità poi tornando con lo sguardo al loro capo. A quel punto mi rendo conto di stare davanti ad una santo, lo penso così, spontaneamente, senza ragione apparente, ma voglio anche cercare di capir meglio se è vero. Fisso intensamente quell’uomo ed anche lui mi fissa, io congiungo le mani al petto in segno di saluto, a questo punto lui fa come un gesto indicandomi, sento qualcosa al petto, il cuore batte forte in una percezione di inevitabilità, ed all’improvviso come son venuti quei dervisci tutti assieme scompaiono quasi volando.
Sono restato così in mezzo alla strada, imbarazzato, ancora una volta il deserto attorno, non un’anima viva, nemmeno un cane, chi poteva condividere con me quel momento? Non me la sentii di avvicinarmi oltre e decisi di tornare indietro, nelle retrovie, dove mi attendeva una notte insonne in una taverna sgangherata e rumorosa piena di viaggiatori d’ogni tipo (infatti c’ero anch’io). 
Eppure, quello sguardo…..

Paolo D’Arpini

La concezione giudaico-cristiana del "dio" e la visione olistico-naturalistica


"Madre, cosa posseggo io
Che possa chiamare mio?
Il mio corpo sei tu.
La mia mente sei tu.
La mia anima sei tu.
Perché dunque ti prendi gioco di me
Illudendomi che siamo separati?"
(Saul Arpino)



La frattura fra pensiero occidentale ed orientale, in merito al concetto di Dio, è avvenuta sostanzialmente con l'accettazione da parte dell'occidente della concezione giudaica di un dio creatore, fatta propria dalla religione cristiana. Fino a quel momento, diciamo fino al famoso editto di Costantino, la realtà degli dei era quella di “forze naturali” che fungevano da compensatori. Mentre per la cosiddetta “creazione” si sottintendeva la presenza di una matrice unica che veniva indicata come “natura” (“natura naturans” e “natura naturata”) e corrispondeva alla figura di “Grande Madre” della civiltà neolitica. 

Il giudaismo in verità non soltanto identificava in un dio padre il creatore ma sovvertiva anche totalmente gli antichi valori “naturalistici”, ed il cristianesimo come pure l'islamismo proseguirono caparbiamente in quel filone. A dire il vero la prima spallata alla concezione “naturalistica” della divinità fu data dalle prime popolazioni ariane che invasero buona parte del mondo antico e ciò avvenne circa diecimila anni fa, alla fine del neolitico, in tempi di molto anteriori alla nascita del credo monoteista come oggi noi lo conosciamo. 

Tuttavia ancora cinquemila anni fa nella cultura vedica, come in quella sumerica, iraniana, greca, romana, celtica, ecc., insomma in tutte le culture di origine indo-europea, pur avendo assunto forme miste (maschili e femminili) gli dei erano considerati espressioni della natura e potevano essere ingraziati attraverso sacrifici, al fine di ottenerne favori. Vigeva insomma una sorta di interscambio “do ut des” fra gli dei e l'uomo (inteso come essere umano nella sua totalità). 

Nell'ebraismo invece il rapporto era preferenziale fra un ipotetico dio creatore e signore ed il suo popolo prescelto. Ed in verità non si comprende come le menti raffinate dell'Europa antica e del vicino oriente siano state soggiogate da un pensiero esclusivo e misogino che definirei persino razzista. E' vero che la figura del Cristo si pone come salvatore di tutte le genti ma ciò avviene senza negare il bagaglio  religioso giudaico, quindi i cristiani ed i musulmani in un certo senso si son tutti convertiti all'ebraismo, pur non potendo in realtà esserlo (poiché ebrei si nasce e non si diventa). 

A mano a mano che le popolazioni europee si convertivano al concetto di un dio padre creatore si allontanavano sempre più dal pensiero orientale che continuava nella peggiore delle ipotesi a considerare la divinità come una energia compensativa. Il nome Ishwara, che sta per Signore in sanscrito, rappresenta la “forza del destino” ovvero la capacità di amministrare la legge di causa ed effetto, con relativa retribuzione karmica. Ma anche questa descrizione di dio era (ed è) in realtà una “favola” per accontentare il popolo che sentiva il bisogno di sentirsi riconosciuto nei suoi sforzi di compiere un cosiddetto “bene” sociale. Prova ne sia che in India come in Cina, ed in altri luoghi dell'oriente, perdurarono per millenni ed ancora perdurano pensieri laici come il Taoismo, il Buddismo, l'Advaita, etc. 

Pensatori come Shankaracharya, Lao Tze e Buddha sono tutt'oggi considerati all'apice della spiritualità e dell'intelligenza umana. Ed il loro pensiero, antico di millenni, è ancora fresco e giovane ed oggi è corroborato dalla moderna fisica quantistica. 

L'Assoluto esiste di per se stesso senza inizio né fine, in un unicum inscindibile, che tutto compenetra ed allo stesso tempo trascende. Se un dio appare è solo una immagine in questo “pieno/vuoto” del senza forma.

Il tentativo di far rivivere in occidente questa “conoscenza” ancestrale e preesistente a qualsiasi religione viene assunto nel tempo presente dalla cosiddetta “spiritualità laica”. Una spiritualità che si libera dalla gabbia religiosa per riscoprire la sua vera sostanza: coscienza ed intelligenza all'interno e materia e vita all'esterno. Due aspetti inscindibili della stessa manifestazione. Ma -come è chiaramente detto nelle tradizioni non-duali, taoiste e buddiste- questa conoscenza non può essere appresa attraverso lo studio, attraverso libri sacri. 

Non esistono vangeli. Esiste solo la consapevolezza e questa stessa consapevolezza è il proprio laboratorio di ricerca e di realizzazione.

In un'antica Upanishad è detto: “Dal Tutto sorge il Tutto. Se dal Tutto evinci il Tutto, sempre il Tutto rimane”. E consideriamo attentamente dove noi siamo, in qualsiasi luogo o forma, in qualsiasi tempo, non possiamo fare a meno di essere il “centro” poiché nell'infinito e nell'eterno non esiste “periferia” e separazione. Il sentimento di costante presenza indivisa, la coscienza dell’inscindibilità della vita, riconoscibile in ogni suo aspetto e componente, partendo dal “soggetto” percepente, insomma   la conoscenza "suprema", significa essere consapevoli che tutto quel che “è” lo è in quanto tale. Perché l’esistente è uno, non può esserci “altro”…

Questo sentire non implica un abbandono dell'agire e del retto comportamento nelle condizioni in cui ci si trova nell'esistenza, al contrario implica una assoluta accuratezza e capacità operativa, non macchiata dal senso di ricompensa.... (come avviene nelle cosiddette religioni monoteiste). Insomma per essere veramente liberi dai preconcetti e vivere in unità con l'esistente dobbiamo compiere il primo passo verso noi stessi, aldilà del contesto sociale e della ideologia, concentrando la nostra attenzione sulle cose che possono essere fatte, per noi stessi e da noi stessi, nell'immediato presente.

Per cominciare riponiamo fiducia nelle nostre personali capacità innate di riconoscerci nella grande espressione dell'esistenza. Questo non significa abbandono della comunità, anzi una tale consapevolezza corrisponde alla riscoperta dei valori della comunità, valori basati sulla propria autoresponsabilizzazione nei confronti di noi stessi -in primis- e successivamente verso i nostri consimili (i viventi nel loro insieme). Questo non può essere un atteggiamento sentimentale, bensì operativo, organico, definitivo e totale. Comprendente i vari piani dell'andamento vitale senza esclusione di modi e senza eccessi.

Qui parlo anche di “generosità umana” come la definiscono in Cina i taoisti, una generosità che non è semplice “benevolenza” (o nonviolenza) bensì la confacente espressione della propria natura umana, ivi compresa la capacità (o coraggio) di manifestare opposizione alla prevaricazione ed alla strumentalizzazione religiosa o politica. In quanto la “sostanza” non può essere “descrizione” e la summa teoretica non può superare la pratica.


Paolo D'Arpini


Dipinto di Franco Farina

La Grazia del Maestro, l'esperienza del Samadhi e la stabile realizzazione del Sé

I belong to everyone
No one can own me
The whole world is my home
All are my family
(Neem Karoli Baba)



.... tempo fa scrivevo ad un’amica: “..lavoro per un mezzo sderenato che si chiama Paolo D’Arpini, lo conosci?”. 

In verità identificarsi con uno specifico nome forma non corrisponde assolutamente al vero ed inoltre se ci si identifica con la “persona” non si può fare a meno di assumerne i pregi ed i difetti, di accogliere le sue sfumature e macchie, ma siamo noi Arlecchino e Pulcinella? Per questo dicevo che “io” (in quanto coscienza) lavoro per quel personaggio “Paolo D’Arpini” il quale solo attraverso la mia osservazione consapevole  può manifestarsi e compiere le nefandezze a cui è avvezzo. Allo stesso tempo gli voglio bene come voglio bene a chiunque mi si presenti davanti, che entra nella mia sfera cosciente. 

L’esperienza dello stato ultimo, della coscienza libera da identificazione, è esposta in varie scuole spirituali come: Satori, Spirito Santo, Samadhi, Shaktipat, etc. Di solito si intende che questa “esperienza” del Sé sia conseguente ad una particolare condizione di apertura in cui la “grazia” può manifestarsi ed impartire la conoscenza di quel che sempre siamo stati e sempre saremo. Purtroppo dovuto all’accumulo di tendenze mentali  “vasana” non sempre l’esperienza vissuta si stabilizza in permanente realizzazione. Il risveglio quindi non corrisponde alla realizzazione (oppure solo in rari casi di piena maturità spirituale).  E qui ci troviamo di fronte ad un paradosso, da un lato c’è la consapevolezza inequivocabile dello stato ultimo che non può mai più essere cancellata, dall’altro un oscuramento parziale di tale verità in seguito all’attività residua delle vasana che continuano ad operare nella mente del cercatore…

La conoscenza una volta rivelata prende tempo per stabilizzarsi. Il Sé è certamente  all’interno dell’esperienza diretta  di ognuno, ma non come uno può immaginare, è semplicemente quello che è. Questa “esperienza” è chiamata samadhi. Ma dovuto alla fluttuazione delle vasana, la conoscenza richiede pratica per stabilirsi perpetuamente. La conoscenza impermanente non può impedire la rinascita. Quindi il lavoro del cercatore consiste nell’eliminazione delle vasana.   Un grande aiuto in questo opera di pulizia - come affermò Ramana Maharshi- risulta nello stare in prossimità di un santo realizzato, così le vasana cessano di essere attive, la mente diventa quieta e sopravviene il samadhi. In questo modo il cercatore ottiene una corretta esperienza alla presenza del maestro.  

Per  mantenere stabilmente questa esperienza un ulteriore sforzo è necessario. Infine il cercatore  conoscerà la sua vera natura anche nel mezzo della vita di tutti i giorni. C’è uno stato che sta oltre il nostro sforzo o la mancanza di sforzo ma finché esso non viene realizzato lo sforzo è necessario.  Ma una volta assaggiata la “gioia del Sé”  il cercatore non potrà fare a meno di rivolgersi a questa ripetutamente cercando di riconquistarla. Una volta sperimentata la gioia della pace nessuno vorrà indirizzarsi verso qualche altra ricerca.

Paolo D'Arpini

    Moje di Treia. Teatro delle immagini parlanti 

Pranayama, meditazione, volontà, soffio vitale ed energia orgonica



Persino grandi maestri come Ramana Maharshi, che insegnava la via dell’autoinvestigazione come metodo per la ricerca del Sé, raccomandava una sorta di pranayama per coloro che non si sentivano pronti all’indagine diretta sul “chi sono io”. Egli consigliava l’“antha pranayama” (la regolazione interna del respiro) accompagnando le varie fasi del respiro con i seguenti stati di coscienza, o pensieri:   “Durante l’inalazione: (Koham?) chi sono io? – Durante la ritenzione del respiro: (Soham) io sono la Coscienza – Durante l’esalazione: (Naham) io non sono il corpo o la mente”. 

Facendo così il flusso dei pensieri ne risulta automaticamente controllato ma –ricordiamolo- secondo il Maharshi ed ogni altro grande maestro il più effettivo metodo era la comunione con un Essere pienamente realizzato, lo stare “in compagnia con i santi”. Ma anche qui, a parte l’implicazione spirituale annessa e connessa, si presuppone (in qualche modo) una condivisione della stessa aria, il respiro che entra ed esce dal santo viene ri-trasmesso a chi gli sta d’appresso, evidentemente impregnato dello stato coscienziale del santo.
Sappiamo che nella religione ebraica e cristiana quando viene infusa la vita da Dio all’Uomo si parla di trasmissione del “soffio vitale”.

Il respiro è energia primaria, tra l’altro esso è collegato all’olfatto che è il senso più antico, quello che ci pone direttamente in contatto con la realtà esterna. Anche se la respirazione è divenuta una funzione automatica, di cui la mente cosciente a malapena tien conto, essa resta pur sempre la principale connessione con la vita sino “all’ultimo respiro”….

Evidentemente con il respiro non si assorbe solo “aria” nell’organismo ma –come viene insegnato in varie discipline esoteriche- anche “energia vitale”. Questa fu anche la ricerca intrapresa da uno psicologo contemporaneo, Wilhelm Reich, che fece molti esperimenti e studi in tal senso. Egli definì il respiro non solo aria ma “energia orgonica” (la stessa cosa in India è chiamata “prana”). Reich afferma che l’aria è solo un contenitore ma in essa è contenuto un potere chiamato “orgone” (o “elan vital” secondo altri ricercatori francesi).

Per questa ragione, diceva Osho, quando si viene ricoverati in un ospedale ci si sente particolarmente stressati e stanchi, poiché lì c’è una ricerca spasmodica di energia vitale. Altro esempio è quello del senso di disagio e oppressione che si prova quando si staziona in mezzo ad una folla e ci si sente risucchiati, alcuni provano questa esperienza anche stando in un piccolo spazio chiuso, come un ascensore, con altre persone…. 
Probabilmente questi stati di disagio sono dovuti ad una debolezza psichica in cui si è incapaci di “proteggere” il proprio spazio vitale.

Ma il “prana” od “orgone” non è presente solo all’aperto o nell’aria esso è ovunque anche dove l’aria non può penetrare, e qui si riportano le esperienze di diversi yogi che restando sepolti per lunghissimi periodi in stato di animazione sospesa, in samadhi, senza respirazione né circolazione sanguigna, riuscivano a mantenere la vita trattenendo saldamente l’energia pranica nel corpo.

Chiaramente questa capacità di mantenere “stabile” l’energia vitale è legata alla volontà. Una proiezione di pensiero fortemente concentrata compie diversi miracoli e questo lo osserviamo anche attraverso gli studi sempre più evoluti sulla forza del pensiero: telecinesi, telepatia, teleforesi, etc. Il fatto è che già secondo il sistema yoga classico, quello di Patanjali, si collegavano tali poteri mentali alla pratica del controllo del respiro. Soprattutto nella fase prolungata
di “kumbaka” (ritenzione) in cui lo stato di coscienza è forte e determinato, per la pressione percepita allo stato vitale in sospensione.

Ma dal punto di vista della quiete mentale i santi, come Ramana Maharshi, raccomandano una respirazione regolare, con ritenzione limitata alla consapevolezza del “Soham”. Infatti nel respiro affannoso, sia nel piacere che nella paura od in altri stati mentali alterati, la mente non è mai serena ed il corpo sussulta in agonia parossistica.

Paolo D’Arpini

Misteri fantastici sul pianeta Terra - Figure animali visibili solo dall'alto in Perù



Sugli altopiani andini del Sud America, in Perù, dal cielo si vedono disegni geometrici e forme di animali invisibili da terra. Da chi sono state tracciate queste gigantesche forme chiamate geoglifi? 

La storia moderna di Nazca comincia nel 1926, quando un pilota, sorvolando quelle terre, scopre queste immense figure tracciate sul terreno. Questi geoglifi possono ricoprire vari chilometri e si trovano in pieno deserto in mezzo al nulla!

Essi sarebbero stati tracciati dalla civiltà Nazca, vissuta prima degli Inca, nel sud del Perù, tra il 300 a.C. e l'800 d. C. In realtà ci sono due siti. Il più famoso è Nazca, dal nome della civiltà che avrebbe tracciato queste immense figure. L’altro sito è Pampas de Jumana, ma Nazca è di gran lunga il più spettacolare.

L’arrivo degli scienziati

Tale evento archeologico di importanza mondiale attirò in questi luoghi numerosi scienziati, tra cui i più famosi sono Paul Kosok e Maria Reiche, due ricercatori molto importanti.

Maria Reiche (1903- 1998) è una matematica tedesca che studiò per molti anni questi geoglifi misteriosi e il loro significato enigmatico.

Alcuni geoglifi sono figurativi e rappresentano, in particolare, una scimmia, un condor, un cane, un ragno. Ci sono anche figure geometriche composte da spirali, linee ed elissi.

La cosa più strana è che queste figure occupano vaste superfici e continuano su  altopiani, colline e terreni accidentati senza che la loro rettitudine e precisione siano compromesse.

Piste di atterraggio?

Tra le forme geometriche, si notano soprattutto perfetti triangoli isosceli orientati con precisione.

Tale ipotesi sarà ripresa da vari ricercatori, che non capivano perché i Nazca avrebbero tracciato linee rette così lunghe e perfette senza un motivo preciso.

In base alle tradizioni e alle abitudini dei Nazca, niente spiegava perché avrebbero costruito queste forme rettilinee che assomigliano così tanto alle piste dei nostri aeroporti moderni!

Animali giganteschi

Oltre alle figure geometriche, anche gli animali tracciati sul terreno sono molto precisi, ma, soprattutto, si stendono per chilometri riuscendo sempre ad essere fedeli alla rappresentazione animale evocata.

Dal ragno grande 50 m al condor lungo 120 m, al suolo è disegnata tutta una serie di animali dalle proporzioni corrette. La cosa più notevole è che tali figure assumono un significato solo se viste dal cielo, anche se i Nazca, senza mezzi per volare, non potevano assolutamente vederle, neanche dalle colline circostanti.

Quale processo di produzione è stato utilizzato?

Grazie al lavoro di Maria Reiche, si conoscono meglio le tecniche di realizzazione di questi geoglifi.

Secondo tale matematica, i Nazca iniziarono a liberare il suolo dalle rocce e dalle pietre che impedivano di creare i geoglifi. In seguito tracciarono al suolo delle linee di demarcazione per ogni figura per poi disporre le pietre lungo linee precedentemente tracciate in base a disegni redatti prima.

Il come non spiega tutto

La spiegazione di Maria Reiche sembra l’ipotesi più plausibile, ma non spiega come i Nazca potevano verificare se le figure tracciate al suolo con le pietre rappresentavano davvero le forme che volevano realizzare. Quindi al momento, a livello scientifico, resta il mistero sul processo di verifica dell'opera finita.

Quindi, come hanno fatto i Nazca, o chi per essi?


I Nazca volavano?

A quell’epoca, tra il 300  a.C. e l'800 d.C., nessuna civiltà aveva i mezzi per volare, o per costruire apparecchi che potessero farlo.

Il famoso Leonardo da Vinci fu uno dei primi a disegnare un'ala volante, ma senza realizzarla e stiamo parlando del 15°  secolo.  Il primo volo ufficiale della mongolfiera dei fratelli Montgolfier ebbe luogo nel 1783 a Parigi.

E tuttavia forse i Nazca avevano trovato il modo di volare, o, almeno, di alzarsi in aria.

Secondo alcuni ricercatori, sarebbero stati in grado di creare apparecchi ad aria calda capaci di alzarsi in aria.

Nel 1975, due specialisti di areostati, l’inglese Julian Nott e l’americano Jim Woodman, crearono un pallone ad aria calda con corde e tele esistenti a quell’epoca. Il pallone si alzò fino a 90 metri, per poi cadere brutalmente rischiando di ucciderli.

La pista extraterrestre?

È a questo punto che entra in gioco la pista extraterrestre. Le ho già parlato dei disegni rettilinei simili a piste d'atterraggio. Essi acquisiscono un senso davanti all'impossibilità degli scienziati di spiegare a che cosa servono questi disegni sul terreno e al tentativo infruttuoso del pallone ad aria calda.

Tale enigma porta ovviamente all’ipotesi dello sbarco di extraterrestri sugli altopiani del Perù.  Questa è del resto l’ipotesi di uno dei più grandi specialisti di Nazca: Erich von Daniken.
 

La sua amica, 
Tara.

Il significato di Dharma, in parole spicce



Un Amico mi ha chiesto cosa sia il Dharma. Premesso che non è un argomento che si possa esaurire in un post, qui cerco di spiegarne il significato in modo semplice e con poche parole, se qualcuno volesse integrare l'argomento con un intervento sarà benvenuto.

Bisogna innanzitutto dire che la parola Dharma dal Sanscrito धर्म deriva dalla radice “dhri” ovvero “ciò che sostiene“. 


Dharma dunque è “ciò che sostiene e sostiene tutto ciò che è“. Più sinteticamente Dharma è quell’insieme di Leggi Naturali (ovvero stabilite dal Divino e non dall’uomo) che “sostengono” l’ evoluzione spirituale degli Esseri Viventi i quali, se evoluti, hanno il dovere di applicare all’attività e ai comportamenti sociali quotidiani. 

Quando la forza benefica del Dharma viene meno a causa delle azioni negative della maggior parte degli esseri umani, quando la Giustizia degli uomini non verrà più riconosciuta come valore universale ma applicata in base all’interesse, all’opportunismo dei singoli a favore dei pochi, anche il suo potere si indebolisce, l’evoluzione si blocca dando luogo ad una involuzione che inevitabilmente sfocerà nel degrado dei costumi, e nella trasgressione di ogni legge umana e morale: si verrà dunque a creare una situazione degenerativa, in cui anche gli Esseri Umani di buona volontà, verranno loro malgrado trascinati all’interno in un perverso meccanismo che sprofonderà tutto il Genere Umano nel baratro dell’ignoranza e della malvagità. 

Tutto ciò metterà in pericolo non solo l’Umanità, ma anche l’armonia del Creato. Perché ogni volta che il Dharma entrerà in decadenza per mano degli Uomini, anche l'equilibrio della Natura ne verrà coinvolto e disturbato, il percorso evolutivo si bloccherà lasciando spazio alle forze del male e del caos. Per questo motivo considero disonesto da parte di coloro che si professano Buddisti o Induisti violare le leggi naturali e Cosmiche per perseguire la ricerca del benessere psicofisico attraverso la materialità fine a sé stessa, e non attraverso la Spiritualità applicata alla "materialità".

 Grace Ārya Tārā

Buddismo radicale nel bene e nel male ed oltre...


Quando cominciamo a interessarci alla meditazione e ascoltiamo l'insegnamento di una guida spirituale, non capiamo bene di che si tratta. Non ci coinvolge veramente. Ci viene insegnato a non vedere e a non fare le cose nel vecchio modo, ma quello che ascoltiamo non arriva fin dentro la nostra mente, ascoltiamo solo con le orecchie. Il fatto è che non conosciamo noi stessi.

Perciò ci sediamo e ascoltiamo l'insegnamento, ma è solo un suono che entra nelle orecchie. Non entra dentro tanto da fare effetto. E' come un incontro di pugilato: si picchia sodo l'avversario, ma quello resta in piedi. Restiamo imprigionati nella nostra falsa auto-immagine. I saggi hanno detto che spostare una montagna è più facile che smuovere la concezione di sé.

Per spianare una montagna si può usare l'esplosivo, e poi spostare la terra. Ma la fissazione ostinata alla concezione di sé... figuriamoci! I saggi possono insegnarci fino al giorno della nostra morte, senza riuscire a scalfirla. Rimane forte e salda. Le nostre idee distorte e le cattive tendenze restano solide e immutate, anche a nostra insaputa. Perciò i saggi hanno detto che eliminare la concezione di sé e trasformare il punto di vista distorto in retta comprensione è una delle cose più difficili a farsi.

Per noi puthujjana (esseri mondani) progredire fino al livello dei kalyanajana (esseri virtuosi) è estremamente difficile. Puthujjana significa uno che è pesantemente illuso, che è all'oscuro, che è dentro fino al collo nell'oscurità e nell'illusione. La condizione del kalyanajana è un po' più leggera. Noi insegniamo come alleggerirsi, ma la gente non vuole farlo perché non si rende conto della situazione in cui si trova, del proprio stato di oscuramento. Perciò continua a brancolare in uno stato di confusione.

Se vediamo per terra un mucchio di sterco di bufalo non penseremo che è nostro e non ci verrà voglia di raccoglierlo. Lo lasceremo dove si trova perché sappiamo cos'è. E' qualcosa di molto simile. E' questo che è considerato buono dal punto di vista di chi è impuro. Il male è il cibo delle cattive persone. Se insegnate a persone del genere la bontà non se ne curano, preferiscono restare come sono perché non ci vedono nessun pericolo. Senza vedere il pericolo non è possibile correggere la situazione. Se invece lo riconoscete, pensate: "Oh! Tutto il mio mucchio di sterco non vale quanto un pezzettino d'oro". E a quel punto vorrete l'oro, non vorrete più lo sterco. Se non lo riconoscete, resterete i proprietari di un mucchio di sterco. Anche se vi offriranno un diamante o un rubino non vi interesserà.

Quello che è 'bene' per l'impuro è uguale. Oro, gioielli e diamanti sono considerati buoni nel regno degli umani. Lo sporco e il marcio sono buoni per le mosche e gli altri insetti. Se ci spruzzate sopra del profumo scapperanno via. Ciò che le persone con una visione distorta considerano buono è lo stesso. Quello è il 'bene' di chi ha una visione distorta, di chi è oscurato. Non ha un buon odore, ma se gli diciamo che puzza ribatterà che profuma. Perciò insegnargli qualcosa non è facile.

Se raccogliete fiori freschi le mosche non se ne curano. Anche a pagarle, non si avvicinerebbero. Ma dove c'è un animale morto, dove c'è qualcosa di marcio, lì invece accorrono. Non ce bisogno di chiamarle, arrivano da sole. La visione distorta è così. Trova piacere in cose del genere. Per lei, quello che puzza e che è marcio profuma. Ci sta dentro fino al collo, è immersa in cose del genere. Quello che sa di dolce per l'ape non è dolce per la mosca. La mosca non ci vede niente di buono o di utile, e non lo desidera.

La pratica ha le sue difficoltà, ma in tutto quello che facciamo si passa prima per il difficile per arrivare al facile. Nella pratica del Dhamma partiamo dalla verità di dukkha, la natura insoddisfacente di tutto ciò che esiste. Ma non appena lo incontriamo ci scoraggiamo. Non vogliamo guardarlo. Dukkha è la verità, ma facciamo di tutto per schivarla. Per lo stesso motivo non ci piace guardare le persone anziane, preferiamo guardare quelle giovani.

Se non vogliamo guardare dukkha non lo comprenderemo mai, anche se rinascessimo mille volte. Dukkha è una nobile verità. Se la affrontiamo, cominceremo a cercare un modo per uscirne fuori. Se siamo diretti in un certo posto e la strada è bloccata, ci daremo da fare per aprire un varco. Lavorando giorno dopo giorno, alla fine arriveremo dall'altra parte. Quando veniamo alle prese con i nostri problemi sviluppiamo la saggezza in modo simile. Se non vediamo dukkha non esaminiamo mai fino in fondo i nostri problemi per risolverli, ci passiamo accanto con indifferenza.

Il mio modo di educare la gente comporta un po' di sofferenza, perché la sofferenza è la via del Buddha all'illuminazione. Lui voleva che noi vedessimo la sofferenza, e che vedessimo l'origine, la fine e il sentiero. Questa è la via d'uscita di tutti gli ariya, i risvegliati. Se non passate per questa strada non c'è via d'uscita. L'unica via è conoscere la sofferenza, conoscere la causa della sofferenza, conoscere la cessazione della sofferenza e conoscere il sentiero della pratica che porta alla cessazione della sofferenza. Questo è il modo in cui gli ariya, a partire dall'entrata nella corrente, sono riusciti a venirne fuori. E' necessario conoscere la sofferenza.

Se conosciamo la sofferenza, la vedremo in tutto ciò che sperimentiamo. Certe persone credono di non soffrire granché. La pratica del buddhismo ha lo scopo di liberarci dalla sofferenza. Cosa dobbiamo fare per non soffrire più? Quando si presenta dukkha dobbiamo investigare per riconoscere le cause per cui è sorto. Poi, una volta che le conosciamo, possiamo praticare per eliminare quelle cause. Sofferenza, origine, cessazione: per arrivare alla cessazione occorre comprendere il sentiero della pratica. Allora, una volta percorso il sentiero fino in fondo, dukkha non sorgerà più. Nel buddhismo, la via d'uscita è questa.

Contrastare le nostre abitudini crea un po' di sofferenza. Di solito abbiamo paura di soffrire. Se qualcosa ci fa soffrire non vogliamo saperne. Siamo interessati a ciò che sembra essere buono e bello, mentre crediamo che qualunque cosa comporti sofferenza sia male. Ma in realtà non è così. La sofferenza è saccadhamma, è la verità. Se nel cuore c'è sofferenza, questa diventa la causa che spinge a cercare una via d'uscita. Saremo portati a riflettere. Non dormiremo tanto profondamente, perché ce la metteremo tutta per scoprire cosa sta succedendo veramente, per cercare di capire le cause e le conseguenze.

Le persone felici non sviluppano la saggezza. Sono addormentate. Un po' come un cane che mangia a sazietà. Dopo mangiato non vuole fare più nulla. Può passare tutto il giorno a dormire. Se arriva un ladro non abbaia, è troppo pieno, troppo stanco. Ma se gli date solo un po' di cibo resterà sveglio e all'erta. Se qualcuno cerca di entrare di soppiatto, salterà su e comincerà ad abbaiare. Ci avete mai fatto caso?

Noi esseri umani siamo intrappolati e imprigionati in maniera simile, e abbiamo una quantità di guai, siamo sempre pieni di dubbi, confusione e preoccupazione. Non è da ridere. E' veramente una situazione difficile e spinosa. Quindi c'è qualcosa di cui dobbiamo liberarci. Secondo la via della coltivazione spirituale dobbiamo abbandonare il nostro corpo, abbandonare noi stessi. Dobbiamo risolverci a dare la nostra vita. Possiamo considerare l'esempio dei grandi rinuncianti, come il Buddha. Il Buddha era un nobile di casta guerriera, ma fu capace di lasciarsi tutto alle spalle senza voltarsi indietro. Era erede di ricchezze e potere, ma seppe rinunciarvi.

Se parliamo del Dhamma profondo, la maggior parte della gente si spaventa. Non osa avvicinarcisi. Perfino se dico: "Non fate il male", molti non riescono a seguire. Quindi ho cercato tanti modi per spiegarlo. Una cosa che dico spesso è che non importa se siamo contenti o scontenti, felici o sofferenti, se piangiamo o cantiamo canzoni, è sempre lo stesso: vivere in questo mondo è come essere in gabbia. Anche se siete ricchi, vivete in una gabbia. Se siete poveri, siete in gabbia. Se cantate e ballate, cantate e ballate in una gabbia. Se guardate un film, lo guardate stando in gabbia.

Che cos'è questa gabbia? E' la gabbia della nascita, la gabbia dell'invecchiamento, la gabbia della malattia, la gabbia della morte. E' così che siamo imprigionati nel mondo. "Questo è mio"; "Quello appartiene a me". Non sappiamo cosa siamo veramente o cosa stiamo facendo. In realtà non facciamo altro che accumulare sofferenza. Non è qualcosa di lontano a procurarci la sofferenza, però noi non guardiamo noi stessi. Per quanta felicità e agiatezza possiamo avere, essendo nati non possiamo evitare di invecchiare, dobbiamo ammalarci e dobbiamo morire. Questo è di per sé dukkha, qui e ora.

Siamo comunque soggetti a dolore o malattia. Può succedere in qualunque momento. E' come aver rubato qualcosa. Potrebbero venire ad arrestarci in qualunque momento, perché abbiamo commesso quell'azione. La nostra situazione è questa. Siamo in pericolo, siamo inguaiati. Viviamo in mezzo ai pericoli: nascita, vecchiaia e malattia governano le nostre esistenze. Non possiamo scappare da nessuna parte per evitarle. Possono venire ad acchiapparci in qualunque momento; trovano sempre l'occasione. Quindi dobbiamo ammettere il fatto e accettare la situazione. Dobbiamo riconoscerci colpevoli. Se lo facciamo, la sentenza non sarà troppo dura. Altrimenti, soffriremo moltissimo. Se ammettiamo la nostra colpa, ce la caveremo con poco. Non resteremo in galera per molto.

Quando il corpo nasce non appartiene a nessuno. E' come questa sala di meditazione. Appena costruita vengono a starci i ragni. Vengono a starci le lucertole. Vengono a starci ogni sorta di insetti e creature che strisciano. Possono venirci a vivere i serpenti. Può venirci a stare di tutto. Non è solo la nostra sala, è la sala di tutto.

Questo corpo è lo stesso. Non è nostro. Altri ci entrano dentro e lo usano. Malattia, dolore e vecchiaia vengono ad abitarci, e noi dobbiamo abitarci insieme a loro. Quando questo corpo arriva al culmine del dolore e della malattia e alla fine si disgrega e muore, non siamo noi a morire. Perciò, non aggrappatevi a niente di tutto questo. Piuttosto, riflettete sulla questione, e a poco a poco il vostro attaccamento si esaurirà. Quando vedrete le cose correttamente, la comprensione distorta finirà.

La nascita ci ha creato questo fardello. Ma in genere non lo si vuole riconoscere. Pensiamo che non essere nati sarebbe il più grande dei mali. Morire e non nascere sarebbe il peggio che possa capitare. Ecco come la vediamo. Di solito pensiamo solo a quanto vogliamo avere in futuro. E poi desideriamo ancora: "Nella prossima vita mi auguro di rinascere fra gli esseri divini, o di rinascere come una persona ricca".

Chiediamo un fardello ancora più pesante! Però crediamo che ci farà felici. Comprendere davvero il Dhamma nella sua purezza riesce quindi molto difficile. Ci vuole un serio lavoro di investigazione.

Un modo di pensare del genere è completamente opposto all'insegnamento del Buddha. E' una via pesante. Il Buddha ha detto di lasciarlo andare e gettarlo via. Ma noi pensiamo: "Non riesco a lasciar andare". Così continuiamo a portarcelo dietro, e il peso aumenta. Dal momento che siamo nati abbiamo questa pesantezza.

Facciamo un altro passo: sapete se il desiderio ha un limite? Quand'è che sarà soddisfatto? Se ci pensate, vedrete che tanha, il desiderio cieco, non può essere soddisfatta. Continua a volere sempre di più; anche se ci procura tanta sofferenza da farci quasi morire, tanha continuerà a cercare qualcosa, perché non può essere soddisfatta.

Questo è un punto importante. Se la gente riuscisse a pensare con equilibrio e moderazione... il vestiario, ad esempio. Di quanti vestiti abbiamo bisogno? E il cibo... quanto mangiamo? Al massimo, a ogni pasto potremmo mangiare due portate, e ci basterebbe. Se sappiamo moderarci siamo felici e a nostro agio, ma non è molto comune.

Il Buddha ha dato istruzioni 'per i ricchi'. Il succo di questo insegnamento è contentarsi di ciò che si ha. E' questo che ci fa ricchi. Secondo me, è il tipo di conoscenza che vale la pena di apprendere. La conoscenza insegnata nella via del Buddha è qualcosa che vale la pena studiare, è una materia degna di riflessione.

Poi, il puro Dhamma della pratica va ancora oltre. E' molto profondo. Alcuni di voi forse non sono in grado in capirlo. Come l'affermazione del Buddha che per lui non c'è più nascita, che nascita e divenire si sono esauriti. Sono parole che mettono a disagio. Per dirla chiaramente, il Buddha ha affermato che non dovremmo nascere, perché è sofferenza. Solo su questo il Buddha si è soffermato, la nascita: l'ha contemplata e ne ha compreso la gravità. Essendo nati, ne deriva di conseguenza ogni forma di dukkha. Succede contemporaneamente alla nascita. Quando veniamo al mondo prendiamo occhi, una bocca, un naso. Tutto arriva unicamente in conseguenza della nascita. Ma se ci parlano di morire e non rinascere più, ci pare che sarebbe il massimo della disgrazia. Non vogliamo saperne. Ma l'insegnamento più profondo del Buddha è questo.

Perché ora soffriamo? Perché siamo nati. Per cui ci viene insegnato a mettere fine alla nascita. Non sto parlando solo della nascita del corpo e della morte del corpo. Fin lì è facile capire. Anche un bambino ci arriva. Il respiro si ferma, il corpo muore e resta disteso immobile. Di solito, quando parliamo di morte intendiamo questo. Ma che dire di un morto che respira? Di questo non sappiamo nulla. Un morto che può camminare, parlare e sorridere è qualcosa a cui non abbiamo mai pensato. Conosciamo solo il cadavere che ha smesso di respirare. La morte è questo per noi.

Lo stesso per la nascita. Quando diciamo che qualcuno è nato, intendiamo dire che una donna è andata all'ospedale e ha partorito. Ma il momento in cui nasce la mente... ci avete mai fatto caso, quando ve la prendete per qualche problema in famiglia? A volte nasce l'amore. A volte nasce l'avversione. Essere contenti, essere scontenti... ogni tipo di stati. Tutto questo non è altro che nascita.

Noi soffriamo solo per questo. Quando l'occhio vede qualcosa di sgradito, nasce dukkha. Quando l'orecchio ode qualcosa che piace molto, anche allora nasce dukkha. C'è solo sofferenza.

Il Buddha diceva in breve che c'è solo una massa di sofferenza. La sofferenza nasce e la sofferenza cessa. Non c'è altro. Noi ci avventiamo e la afferriamo in continuazione... ci avventiamo sul nascere, ci avventiamo sulla cessazione, senza mai capire davvero.

Quando sorge dukkha lo chiamiamo sofferenza. Quando cessa, lo chiamiamo felicità. E' sempre la stessa roba, che sorge e che cessa. Ci viene insegnato a osservare corpo e mente che sorgono e cessano. Al di fuori di questo non c'è nient'altro. Per dirla in breve, la felicità non esiste, c'è solo dukkha. Riconosciamo la sofferenza come sofferenza quando sorge. Poi, quando cessa, pensiamo che sia felicità. La vediamo e la definiamo così, ma non è vero. E' solo dukkha che cessa. Dukkha sorge e cessa, sorge e cessa; noi ci avventiamo e lo agguantiamo. Compare la felicità, e noi ce ne rallegriamo. Compare l'infelicità, e noi ce ne rattristiamo. In realtà è sempre la stessa cosa, che sorge e cessa. Nel momento del sorgere c'è qualcosa; e quando c'è la cessazione, è sparito. Ed è qui che cominciano i dubbi. Per cui ci viene insegnato che dukkha sorge e cessa e che al di fuori di questo non c'è nulla. A ben vedere, c'è solo sofferenza. Ma noi non lo vediamo chiaramente.

Non riconosciamo chiaramente che c'è solo sofferenza, perché quando si ferma vediamo la felicità. La agguantiamo e restiamo bloccati lì. Non capiamo fino in fondo la verità che tutto semplicemente sorge e cessa.

Il Buddha diceva in breve che c'è solo sorgere e cessare, e al di fuori di questo nient'altro. Parole difficili da ascoltare. Ma chi ha veramente inclinazione per il Dhamma non ha bisogno di aggrapparsi a nulla e vive in pace. Questa è la verità.

La verità è che in questo nostro mondo non c'è nulla che fa qualcosa a qualcuno. Non c'è niente per cui stare in ansia. Niente per cui valga la pena piangere, niente di cui ridere. Niente, di per sé, è tragico o delizioso. Ma è così che la gente vive le cose normalmente.

Il nostro linguaggio può essere ordinario; ci rapportiamo agli altri secondo il modo di vedere ordinario. Ma se pensiamo alla maniera ordinaria, non ci darà che lacrime.

In verità, se davvero conosciamo il Dhamma e lo vediamo continuamente, non c'è niente che sia niente in particolare, c'è solo sorgere e svanire. Non c'è reale felicità o sofferenza. Allora il cuore è in pace, quando non ci sono felicità e sofferenza. Quando ci sono felicità e sofferenza, ci sono divenire e nascita.

Di solito creiamo un certo tipo di kamma, che è il tentativo di fermare la sofferenza e produrre la felicità. E' questo che vogliamo. Ma quello che vogliamo non è vera pace: è felicità e sofferenza. Lo scopo degli insegnamenti del Buddha è praticare per creare un tipo di kamma che porti al di là di felicità e sofferenza e conduca alla pace. Ma non siamo capaci di pensare in quei termini. Riusciamo solo a pensare che la felicità ci porterà la pace. Se abbiamo la felicità, ci sembra che basti.

Perciò noi esseri umani ci auguriamo di avere in abbondanza. Se otteniamo molto, benissimo. In genere è così che pensiamo. Ci si aspetta che fare il bene porti a buoni risultati, e se li otteniamo siamo felici. Crediamo che non ci sia altro da fare, e ci fermiamo lì. Ma a che conclusione ci porta il bene? Il bene non dura. Continuiamo ad andare avanti e indietro, sperimentando il bene e il male, sforzandoci giorno e notte di afferrare quello che crediamo essere buono.

Il Buddha insegnò che prima di tutto dobbiamo rinunciare al male e praticare il bene. Dopodiché, disse che dovremmo rinunciare non solo al male ma anche al bene, non attaccarci nemmeno a quello perché è un'altra forma di combustibile. Se c'è qualcosa di combustibile, prima o poi prenderà fuoco. Il bene è combustibile. Il male è combustibile.

La gente non sopporta discorsi del genere. Non riesce a seguire. Perciò dobbiamo ricominciare dall'inizio e insegnare la moralità. Non fatevi del male a vicenda. Siate responsabili nel vostro lavoro, senza danneggiare o sfruttare gli altri. Il Buddha ha insegnato così, ma questo non basta a fermarsi.

Perché ci ritroviamo qui, in questa condizione? In conseguenza della nascita. Come ha detto il Buddha nel suo primo sermone, il 'Discorso che mette in moto la ruota del Dhamma': "La nascita è esaurita. Questa è la mia ultima esistenza. Non c'è nascita futura per il Tathagata".

Non sono molti quelli che tornano su questo punto e riflettono per capire in linea con i principi della via del Buddha. Ma se abbiamo fede nella via del Buddha, ci ripagherà. Se veramente ci affidiamo ai Tre Gioielli, praticare è facile.

Ajahn Chah

Tratto dahttp://santacittarama.altervista.org/rinunciare_bene_e_male.htm
Traduzione di Letizia Baglioni.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Dal lirythingIsTeachingUs"

Fonte: http://www.centronirvana.it/testimonianzemeditanti66.htm