Causalismo e Determinismo: Le cose succedono per caso?
Sathya Sai Baba e l'attuazione del proprio dharma "ordinario"...

L’umanità aspira per tendenza naturale ad uscire dalla sofferenza del mondo. L’attitudine fa parte del nostro DNA e il processo si chiama illuminazione.
L’uomo si pone numerosi interrogativi sul mistero della vita, ma non trova risposte e quando scopre che esiste qualcuno in grado di fornirle si precipita ai suoi piedi. Per nostra fortuna ogni tanto compare sul pianeta una guida capace di indicare la giusta strada per uscire dalla trappola il più in fretta possibile.
Non sempre la guida compare sul pianeta sotto forma di un grande condottiero spirituale. Mille personaggi, sotto le vesti di poeti e filosofi, confortano il genere umano lungo il pellegrinaggio della vita.
Queste guide – Sathya Sai Baba ne è stato un esempio – sono dotate di poteri straordinari unicamente per attirare la nostra curiosità. Sai Baba è stato chiaro: “I miracoli sono il mio biglietto da visita. Io vi do ciò che chiedete affinché un giorno mi chiediate ciò che sono venuto effettivamente a dare”.
Il ricercatore spirituale sa che il compito del maestro illuminato non è quello di risolvere i suoi problemi quotidiani con interventi eccezionali, ma di riportare a galla un insegnamento che si tramanda di generazione in generazione per conservare l’equilibrio dell’universo. L’equilibrio si mantiene semplicemente rispettando la Legge naturale del dharma.
Il ripristino del dharma, il fare ciò che va fatto in rapporto alla natura delle cose, è lo scopo della discesa sul pianeta delle grandi anime.
Questa convinzione induce a fare una considerazione. Che cos’è importante: il maestro che giunge per confortarci e guidarci oppure quello che insegna; i miracoli che compie per facilitare la nostra vita o i metodi per aderire alle verità metafisiche?
La risposta è scontata. Il maestro resta nel mondo cinquanta o cento anni, mentre il suo insegnamento sopravvivere diversi secoli. Chi ha la fortuna di vivere al tempo di una guida illuminata può sperare che egli lo accolga sul suo treno, ma chi non riuscirà a salire avrà, in ogni caso, l’opportunità di capire che cosa bisogna fare per vivere convenientemente la vita.
I discepoli che salirono sul treno del Buddha si realizzarono; coloro che restarono fedeli a Gesù, trovarono la via del Regno. Ogni maestro illuminato carica sul suo treno quanti più devoti può, ma non abbandona gli altri alla mercé del destino. L’insegnamento che lascia, infatti, in eredità al mondo conduce rapidamente alla meta.
Non si pensi dunque di doversi incollare ad un maestro o di doversi etichettare a tutti i costi col suo nome. Non è questo che Egli vuole e insiste: “Abbandonate il mio nome la mia forma e puntate all’Assoluto”. All’Assoluto si punta riconoscendo che alla base della creazione c’è il Sé universale, che noi siamo quel Sé e che la sua legge si chiama dharma.
Che cos’è il dharma? Si tratta di una Legge cosmica che prevede ciò che deve essere fatto in modo naturale come risposta ad un evento. Può essere dunque definito come il naturale comportamento operativo di un individuo.
Il maestro discende dunque sul pianeta per indurre ogni uomo ad aderire alla Legge del dharma.
La devozione ad un nome o ad una forma, qualunque essa sia è del tutto secondaria. Ciò che il maestro illuminato propone al di fuori del dharma serve, infatti, soltanto per rendere più appetitosa la colazione. I segnali colorati richiamano semplicemente l’attenzione dell’uomo verso una certa direzione, ma il maestro illuminato diventa universale soltanto quando in Lui riconosciamo la Legge naturale che fa della vita ciò che è.
Giancarlo Rosati
Fonte: http://redazionevita.altervista.org/listae.htm
Nisargadatta Maharaj disse...
Riannodare i fili che tengono uniti gli esseri viventi...
Il Libro degli Insegnamenti di Lao-tzu – Recensione
“Gli aforismi che seguono sono tratti da “Il libro degli insegnamenti di Lao Tzu”, un testo purtroppo non più ristampato e, secondo me, fondamentale al pari di “L’arte della guerra di Shun-tzu”, scritto da Thomas Cleary. Leggendoli sono certo che scatteranno nella vostra mente un sacco di associazioni.” (Nando Mascioli)
Lao-tzu disse:
Esistono tre tipi di morte innaturale. Se bevi e mangi smodatamente e tratti il corpo distrattamente e grossolanamente,allora la malattia ti ucciderà.
Se sei smisuratamente avido e ambizioso, allora sarai ucciso dalle preoccupazioni.
Se permetti che piccoli gruppi vìolino i diritti delle masse e che il debole sia oppresso dal forte, allora ti uccideranno le armi.
Lao-tzu disse:
Quando le leggi sono intricate e le punizioni severe, allora il popolo diventa infido. Quando chi sta in alto ha molti interessi,chi sta in basso assume molte pose.
Quando si cerca molto, si ottiene poco. Quando le proibizioni sono molte, si combina poco.
Lasciare che gli interessi producano altri interessi, e poi utilizzare gli interessi per fermare gli interessi, è come brandire il fuoco cercando di non bruciare niente.
Lasciare che la conoscenza produca problemi, e poi usare la conoscenza per risolverli, è come agitare l’acqua sperando di chiarificarla.
Lao-tzu disse:
Quando un paese combatte ripetute guerre e ottiene ripetute vittorie, perirà. Quando combatte ripetute guerre, il popolo si logora: quando ottiene ripetute vittorie, i capi diventano arroganti. Se capi arroganti utilizzano popoli logorati,quali paesi non periranno ?
Quando i capi, si fanno gaudenti, e quando diventano gaudenti, dilapidano ricchezze.
Quando il popolo si stanca si riempie di risentimento,e quando è pieno di risentimento smarrisce il proprio equilibrio. Quando governanti e governati raggiungono simili estremi la distruzione è inevitabile.
Pertanto, la Via della Natura richiede di ritirarsi quando si è svolto il proprio compito con successo.
Post scriptum – “…Leggendoli mi è capitato di provare uno stato che amo definire “di grazia” che credo corrisponda a quella dimensione di consapevolezza: quello stato in cui accedi momentaneamente oltre il velo della realtà terricola percependo la dimensione cosmologica…”
La morte è la fine o l'inizio? Un dialogo tratto da “Io sono Quello” di Nisargadatta Maharaj
Risposta: Il tuo corpo è figlio del tempo, non tu. Tempo e spazio sono nella mente non ti legano.
I: Ma viene il giorno che lo spettacolo è finito. L’uomo e l’universo devono finire.
R: Come il dormiente cade nell’oblio e si desta ad un nuovo mattino, o morendo si affaccia ad una nuova vita, così i mondi della paura e del desiderio si addensano e si dissolvono. Ma il testimone universale, il Sommo Sé, non dorme e non muore. Il grande cuore batte in eterno, e ad ogni battito emerge un nuovo mondo.
I: Non vi va nemmeno di vivere allora?
R: Vivere, morire: parole vuote! quando mi vedi vivo sono morto. Quando mi pensi morto sono vivo. Bella confusione.
I: Quando un uomo muore cosa accade esattamente?
R: Niente. Qualcosa diventa niente. Niente era, niente resta.
I: Spesso si muore volentieri.
R: Solo quando l’alternativa è peggiore della morte. Ma questa disponibilità a morire promana da una fonte sane: La volontà di vivere che è più profonda della vita stessa. Essere vivi non è la condizione ultima; c’è qualche cosa al di là, molto più esaltante, che non è né l’essere né il non essere. È uno stato di pura consapevolezza, oltre i confini dello spazio e del tempo. Quando cessi di credere di essere il tuo corpo-mente, la morte perde la sua terribilità, diventa parte della vita.
La gente teme di morire perché non sa cos’è la morte. Il sapiente è già morto, e ha visto che non c’era d’avere paura. Non appena conosci il tuo essere non temi più. La morte da libertà e potere. Per essere nel mondo devi morire al mondo. Allora l’universo è tuo, diventa il tuo corpo, un espressione ed uno strumento.
I: Cosa muore alla morte?
R: L’idea “io sono il corpo”. Il testimone non muore.
I: Ma per l’uomo comune la morte fa differenza.
R: Ciò che egli pensava di essere prima della morte, continua dopo. La sua autoimmagine sopravvive.
I: Invecchiamo. La vecchiaia non è piacevole: acciacchi, dolori, debolezza, e la fine che si approssima. Come si sente un saggio da vecchio?
R: Più invecchia più crescono in lui la felicità e la pace. Dopo tutto sta tornando a casa, come un viaggiatore che, prossimo all’arrivo raccoglie il bagaglio. Lascia il treno senza rimpianto.
I: Non avete paura di morire?
R: Ti racconterò come è morto il mio maestro. Dopo avere annunciato che la sua fine era prossima, smise di mangiare senza modificare il ritmo della vita quotidiana. All’undicesimo giorno, nell’ora della preghiera – stava cantando e batteva vigorosamente le mani – all’improvviso morì -tra un battere e un levare – come una candela subito spenta. Non temo la morte perché non ho paura della vita. Vivo una vita felice e morirò una morte bella. È una disgrazia nascere, non lo è morire! Tutto dipende da come guardi.
I: Supponiamo che vi giunga la notizia che sono morto. Come reagireste?
R: Sarei molto felice che sei tornato a casa. Davvero contento dal saperti fuori da questo assurdo.
I: Si ha molta paura della morte.
R: Il realizzato non teme nulla. Ma ha compassione dell’uomo che teme. Nascere, vivere e morire, è in fin dei conti naturale. Ma avere paura, no. È giusto dare attenzione all’evento.
I: Immaginate di essere ammalato: febbre alta, dolori, tremiti. Il medico vi dice che il vostro stato è serio e che vi restano pochi giorni di vita. Quale sarebbe la vostra prima reazione?
R: Nessuna. Come il bastoncino di incenso si consuma, così il corpo muore. Davvero è una cosa di pochissima importanza. Quello che conta è che non sono il corpo ne la mente. Io sono.
I: I vostri famigliari sarebbero disperati. Che cosa direste loro?
R: Ciò che si dice in questi casi: non temete, la vita continua, Dio avrà cura di voi, saremo presto di nuovo insieme; e cose del genere. Per mè tutta la faccenda, con lo scompiglio che comporta, è priva di senso, perché non sono l’entità che si immagina viva o morta. Non sono nato e non morirò. Non ho niente da ricordare o da dimenticare.
I: Cosa ne pensate delle preghiere per i defunti?
R: Prega sempre per loro. Lo gradiscono tanto. Ne sono lusingati. Il realizzato non ha bisogno delle tue preghiere. Egli è la risposta alle tue preghiere.
I: La mia domanda all’inizio riguardava lo stato dell’uomo dopo la morte. Quando il corpo è dissolto che ne è della coscienza? I sensi restano o cessano? E se cessano cosa resta della coscienza.
R: I sensi non sono che dei modi di percezione, grossolani e sottili. Alla morte i primi scompaiono e ne emergono altri più sottili. Dopo la morte la coscienza si assottiglia e si raffina. La gamma delle percezioni indotte dai sensi svanisce insieme ad essi.
In certi casi la morte è la cura migliore. Una vita può essere peggiore della morte, che solo di rado è un’esperienza spiacevole, nonostante le apparenze. Quindi abbi pena del vivo mai del morto.
I: Quando il vostro corpo morirà, resterete?
R: Nulla muore. Si immagina che il corpo esista in realtà non è.
I: E la morte libera?
R: Chi si crede nato teme molto la morte. Per chi si conosce è un lieto evento.
…Per me la morte non è una calamità, così come la nascita di un bambino non è una gioia. Il bambino va verso i guai, il morto ne è fuori. L’attaccamento alla vita è attaccamento al dolore. Amiamo ciò che ci fa soffrire. Tale è la nostra natura. Per me la morte sarà un momento di giubilo, non di paura. Piangevo quando nacqui, e morirò ridendo. Dunque non hai paura della morte!
I: Non della morte ma di morire. Immagino che sia una esperienza dolorosa e brutta.
R: Che ne sai? Potrebbe anche essere bella e piacevole. Quando sai che la morte tocca al corpo e non a tè, ti limiti ad osservare come esso ti cada di dosso via via, come un abito smesso.
I: So molto bene che la mia paura della morte è legata ad una inquietudine estranea alla conoscenza.
R: Gli uomini muoiono di momento in momento, la paura e gli spasimi della morte incombono sul mondo come una spessa nuvola. Niente di strano che anche tu abbia paura. Ma quando sai che solo il corpo muore e non la continuità della memoria in cui è riflesso l”Io sono” la paura svanisce.
Fisica e sofismi matematici...
“Tiziano Terzani: la forza della verità” – Recensione
Da dove sorgono i pensieri che passano nella nostra mente? E il senso d’identità?
La nostra vita è legata ad una serie di circostanze di cui non abbiamo il controllo ma, come diceva Nisargadatta, noi siamo parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati. Di conseguenza, essendo coscienza nella coscienza, siamo in grado di riconoscere il flusso energetico nel quale siamo immersi e far sì che il nostro pensiero e la nostra azione siano in sintonia con la qualità dello spazio-tempo vissuto. In questo perenne rimescolamento energetico, noi siamo come navigatori senza meta, o guerrieri – se preferite – liberi di affrontare il contingente senza paure. “Se temi la sofferenza – diceva un samurai – come fai a combattere?”
Dal tutto il tutto si dipana dinanzi ai nostri occhi.
Nella storia dello zodiaco cinese si racconta che dodici animali si presentano al Buddha morente ed ognuno ottenne di incarnare le caratteristiche psichiche che contraddistinguono i tre aspetti di anno, mese e ora, in base alle propensioni naturali di ogni essere vivente. Essi sono maschili e femminili e manifestano le loro caratteristiche tramite le 5 fasi di mutazione fondamentali: Terra (devozione), Metallo (giustizia), Acqua (saggezza), Legno (etica), Fuoco (costumi).
Il funzionamento è più o meno quello del caleidoscopio. Alcuni elementi colorati e tre specchietti interni. Girando il tubo si ottengono diverse composizioni. Malgrado l’esiguità delle componenti i risultati possono essere infiniti. Questo stesso concetto (traslato ai 5 elementi ed ai tre aspetti psichici incarnati) mostra la variegazione di tonalità di colore e movimento attraverso la quale la coscienza individuale si manifesta (la forma ed il nome). La coscienza di sé, che noi chiamiamo persona, è un coordinatore interno, adattato all’individuazione, il quale si appropria delle funzioni messe in atto.
Lo chiamiamo: io. Questo ‘soggetto’ (o assuntore interno) è l’apparenza identificativa individuale nella quale solitamente ci riconosciamo. Propriamente parlando questo “io” è esso stesso la “conseguenza” delle energie messe in moto dai vari elementi e dai tre archetipi incarnati, quindi è inerte (come un programma), ed è un oggetto nella coscienza.
I tre archetipi psico-emozionali, inscindibili nel loro miscuglio, rappresentano:
Il senso dell’io, ego = anno di nascita;
L’intelletto o intuizione = ora di nascita;
La memoria o esperienza = mese di nascita
Ognuno di noi manifesta una forma esemplare a tre facce (designanti le nostre caratteristiche). Le tendenze innate che si riflettono nello specchio, perennemente cangianti, sono le correnti in cui l’io si muove.
Se vogliamo osservare una cosa piccola bisogna ingrandirla attraverso il microscopio, ma se vogliamo ampliare il campo di azione dobbiamo distaccarci il più possibile dalle cose attorno a noi, in modo da percepire il senso d’insieme. Questa corsa in tondo verso l’auto-conoscenza è un vagare trasognato, un’attenzione senza risposta, solitudine e silenzio, osservazione e contemplazione, fluire limpido nei mutamenti, sorridere nel rincorrere il vuoto.
Ed ora una storiella:
“Alcuni suoi seguaci domandarono al bandito Che:”Anche per i ladri esiste una strada (Tao)?” – “Eh, certo che sì.. – rispose Che- Santità è intuire dove giace un tesoro nascosto, Eroismo è entrare per primo nella casa, Giustizia è uscirne per ultimo, Saggezza è distinguere il colpo che si può tentare, Umanità significa essere equanimi nel dividere il bottino. Al mondo non è mai esistito un gran ladro che non abbia manifestato queste qualità”. (Chuang Tze)
Attraverso le capacità riflettenti dell’organo interno (antakharana) siamo in grado di manifestare energie psicofisiche in rispondenza a quelle percepite fuori di noi. Questa rispondenza è automatica ed inevitabile, è una legge naturale. Pensare di sfuggirne il corso è assurdo come pensare di cambiare il film mentre la pellicola viene proiettata. Ma l’atteggiamento interno è importante! Infatti l’accettazione del proprio destino scioglie l ‘attaccamento all’utile ed all’inutile che ci spinge nel ciclo delle rinascite.
“Semplici attori, finché separati, poi, superata la dualità, non ha più nessuna importanza… Il fiore non ha più nome né forma è solo un fiore unico ed irripetibile nel giardino della Coscienza”.
Paolo D’Arpini
L'amore tra un dio e una dea...
Quando fate l’amore, dovete ricordare tre cose.
Una è: prima di fare l’amore, meditate. Non fate mai l’amore senza meditare, altrimenti l’amore rimarrà sessuale. Prima di incontrarvi dovete alzare il livello di coscienza, perché così l’incontro avverrà su un piano più alto. Per almeno quaranta minuti sedetevi a guardare il muro, con una luce molto fioca che dia un senso di mistero.
Setede in silenzio e non muovete il corpo, rimanete come statue.
Dopo, quando farete l’amore, il corpo si muoverà, quindi prima dategli un estremo di immobilità, in modo che prenda lo slancio per poi muoversi profondamente. Poi l’impulso diventerà così vibrante che tutto il corpo, ogni fibra, sarà pronta a entrare in movimento. Solo così è possibile l’orgasmo tantrico.
Potete mettere della musica, della musica classica andrà bene, qualcosa che dia un ritmo molto sottile al corpo.
Rendete il respiro il più lento possibile, perché quando dopo farete l’amore il respiro diventerà profondo e veloce. Quindi continuate a rallentarlo, ma senza sforzo, altrimenti non rallenterà. Semplicemente suggeritegli di rallentare.
Meditate insieme e quando vi sentirete entrambi meditativi, sarà il momento di amare. Non ci sarà tensione e l’energia fluirà. Se non vi sentite meditativi, non fate l’amore. Quando non siete meditativi, dimenticatevi completamente dell’amore.
Le persone fanno esattamente l’opposto. Molto spesso le coppie litigano prima di fare l’amore. Si arrabbiano, si tormentano a vicenda, creando ogni sorta di conflitto, e poi fanno l’amore. Cadono molto in basso a livello di coscienza, quindi ovviamente l’amore non sarà molto soddisfacente. Sarà frustrante e pieno di tensione.
La seconda cosa è: quando fate l’amore, prima di iniziare, venerate il partner e lasciate che il partner veneri voi. Quindi, dopo la meditazione, la venerazione. Mettetevi uno di fronte all’altra completamente nudi e veneratevi a vicenda, perché il Tantra non può essere tra un uomo e una donna. Può accadere solo tra un dio e una dea. È solo un gesto, ma è molto significativo. L’atteggiamento nel suo complesso deve diventare sublime in modo che voi scompariate. Inchinatevi, ornate il luogo di ghirlande di fiori. L’uomo si trasforma in Shiva e la donna in Shakti. A quel punto la vostra umanità è irrilevante, la forma è irrilevante, il nome è irrilevante: siete solo pura energia. La venerazione mette a fuoco quell’energia. E non fingete. La venerazione deve essere autentica. Non può essere solo un rituale, altrimenti vi sfuggirà. Il Tantra non è un rituale. C’è molto del rituale in esso, ma non è un rituale.
Potete ripetere il rituale meccanicamente, inchinandovi ai piedi dell’altro e toccarli, ma non vi servirà. Lasciate che sia un gesto profondamente significativo. Guardatevi davvero. Lei non è più tua moglie, non è più la tua ragazza, non è più una donna, non è più un corpo, ma una configurazione di energia. Lascia che prima diventi divina, poi fai l’amore con lei. Allora l’amore cambierà la sua qualità, diventerà divino. In questo consiste l’intera metodologia del Tantra.
Poi, la terza cosa: fate l’amore. Ma fate sì che il vostro fare l’amore sia più un accadere che un fare. L’espressione “fare l’amore” è brutta. Come si può fare l’amore? Non è qualcosa che si fa, non è un’azione. È uno stato. Puoi esserci dentro, ma non puoi crearlo. Puoi entrarci, ma non puoi farlo. Puoi amare, ma non puoi manipolarlo.
La mente occidentale cerca di manipolare tutto.
Se la mente occidentale un giorno dovesse trovare dio, persino lui sarebbe nei guai. Lo sfrutterebbe in un modo o nell’altro, lo manipolerebbe. Lo userebbero per qualche scopo, qualche scopo utilitaristico. Persino l’amore è diventato una specie di fare.
No.
Quando fate l’amore…
Osho
Tratto da: Beloved of My Heart
Nascita dello stato di Israele - Ashkenaziti, sionisti e gli ebrei originari...
Il regno di Cazaria.
È una dottrina nazionalista che non è nata dall’ebraismo, ma dal nazionalismo europeo del XIX secolo. Il fondatore del sionismo politico, Herzl, non si richiamava alla religione: “Io non obbedisco a un impulso religioso”. (Fonte: Theodor Herzl, Diaries, Londra, Gollancz, 1958 – “Sono un agnostico” (p. 54).)
(Fonte: Theodor Herzl, L’État Juif, p. 45)
(http://www.rondavid.net/Media-Watch.htm)
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http://www.circolovegetarianocalcata.it/2016/01/28/ebraicita-perduta-sheol-olocausto-e-campo-psichico/




Commento/integrazione di Vincenzo Brandi:
"Naturalmente sono d'accordo con Paolo D'Arpini. I Palestinesi sono etnicamente i discendenti degli antichi Ebrei con qualche apporto greco-romano o arabo. Il fatto che l'intera popolazione ebrea della Palestina antica sia stata deportata e dispersa dai Romani non ha nessun serio fondamento storico, anche se vi fu una massiccia emigrazione soprattutto verso Alessandria d'Egitto, Creta, Roma, e altre zone dell'Impero Romano. L'emerito professore israeliano di storia dell'Università di Tel Aviv, Shlomo Sand, nel suo documentatissimo libro "L'invenzione del popolo ebraico", ci ricorda che gli Ebrei moderni derivano in gran parte da popolazioni nord-caucasiche turco-slave, gli Askenaziti, da popolazioni berbere convertite (i Sefarditi), da Arabi di fede ebraica (i Miznahi), da Etiopi di fede ebraica (i Falasha), ecc., tutte popolazioni di rispettabilissime tradizioni storico-culturali (basti pensare all'enorme numero di scienziati e capi rivoluzionari di origine askenazita), ma comunque scarsamente coincidenti con gli Ebrei di prima della cosiddetta Diaspora. La posizione sionista di "ritorno alla Terra Promessa" è pura ideologia, che purtroppo ha causato molti danni. Speriamo si possa creare uno stato democratico unico per Ebrei e Palestinesi non-Ebrei nel territorio della Palestina storica; altrimenti questo strazio continuerà, ciao a tutti.." (Vincenzo Brandi)