Causalismo e Determinismo: Le cose succedono per caso?

 


Nella Fisica “classica” ed in tutte le Filosofie realiste e materialiste ogni cosa avviene per una causa precisa (Causalismo) ed ogni avvenimento si svolge necessariamente in un modo predeterminato dalle leggi naturali (Determinismo). Se conosciamo bene queste leggi possiamo anche prevedere gli eventi futuri.
 
Il primo concetto fu espresso già 2500 anni fa dalla splendida frase dell’atomista Leucippo: “Nulla avviene nell’Universo che non abbia una causa ed una ragione”. Il secondo è stato espresso con chiarezza dal fisico e matematico Laplace, vissuto in epoca napoleonica:” se conoscessimo in un certo istante la posizione e lo stato fisico di ognuna delle particelle che costituiscono l’Universo, potremmo prevedere che succede nei momenti successivi”.
 
Quando non si ha una conoscenza così grande della realtà, bisogna ricorrere a metodi probabilistici come quelli a cui ricorsero Maxwell e Boltzmann nella Teoria cinetica dei gas. Lo stesso Laplace sviluppò una matematica probabilistica. Poincaré, che fu un determinista coerente, diceva che parliamo di “caso” solo quando non abbiamo sufficienti informazioni per determinare le cause degli eventi. Il “caso” è solo la misura della nostra ignoranza. Per Planck nella termodinamica le leggi macroscopiche sono causate da precisi moti deterministici delle singole particelle. Poiché non siamo in grado di seguire i singoli moti, ricorriamo a distribuzioni statistiche di energia e leggi statistiche, peraltro molto esatte.
 
Il grande fisico e fisiologo tedesco dell’800 Helmholtz diceva che nelle stesse condizioni esterne si hanno sempre gli stessi effetti e che da questi, mediante successivi ragionamenti teorici, bisogna sempre determinare delle leggi generali e delle cause finali. Era convinto della teoria atomica e che i fenomeni fossero dovuti ad interazioni di particelle elementari.
 
Tutti i grandi fisici “classici”,  Galilei,  Newton,  Boltzmann, Einstein, Schrödinger sono stati deterministi. Secondo Adorno, tutta la filosofia realista, tesa a stabilire un contatto con la realtà, è intrinsecamente deterministica.
 
Tutto cambia negli anni ’20 del secolo XX quando  Heisenberg mette a punto il suo famoso “Principio di Indeterminazione”, secondo cui è impossibile misurare con eguale precisione i valori di due grandezze correlate, come la posizione e la velocità di una particella sub-atomica. Con una serie di forzature filosofiche questo fatto (che nessuno ha contestato) non viene più riferito alle sole misure, ma assume significati fisico-filosofici più profondi.
 
I fisici quantistici “ortodossi”, della scuola di Bohr ed Heisenberg, cominciano a sostenere posizioni prima “indeterministiche” e poi apertamente anti-deterministiche. Sostenevano che non sappiamo nulla sulla traiettoria delle particelle sub-atomiche. Tra un’apparizione e l’altra l’elettrone si muoverebbe a caso. Il futuro di un sistema fisico è imprevedibile perché il comportamento delle particelle su piccola scala è imprevedibile. Secondo il fisico spagnolo Arroyo Perez, nella fisica quantistica l’esistenza stessa degli oggetti, come elettroni e fotoni, è questione di fede. Si prevede solo che un certo esperimento darà un certo risultato, ma senza investigare attraverso quale processo ciò avviene.
 
Secondo Adorno Heisenberg mette in forse non solo il determinismo, ma anche il principio stesso di causa. Per gli indeterministi due eventi si susseguono, ma ciò non ci autorizza a dire che l’uno è causa dell’altro. Secondo il fisico teorico Bricmont, autore del bel libro “Quantum,  Sense and Nonsense” sulla Fisica Quantistica, oggi il determinismo in Fisica non esiste più. A questo stato di cose Einstein reagì energicamente dichiarando polemicamente che “Dio non gioca a dadi”, ed anche: “se le cose succedono a caso allora invece che il fisico vorrei fare il croupier”.
 
Anche per quanto riguarda gli aspetti ondulatori della realtà i fisici quantistici “ortodossi” considerano le onde come “onde di probabilità”, che ci indicano dove con un certo grado di probabilità si trovi un elettrone. Essi si discostano dalle idee di De Broglie, sostenitore del determinismo, che considerava l’onda come qualcosa di reale e di materiale. Dello stesso parere era Schrödinger, la cui famosa equazione doveva indicare qualcosa di reale, mentre per Max Born indicava solo una probabilità di esistenza di una particella in un certo istante ed in un certo punto.
 
Alcuni fisici, come il fisico spagnolo Jesus Navarro Faus, assumono una posizione intermedia distinguendo tra causalismo e determinismo. Se esiste una possibile causa, non è detto che avvenga l’evento previsto: se gettiamo semi in un campo alcuni producono pianticelle, altri no.. Si tratta – però – di un pessimo esempio: evidentemente si svilupperanno i semi che trovano un terreno più fertile o più ricco d’acqua: quindi la spiegazione c’è. Più calzante un altro esempio fatto dagli indeterministi, secondo cui, pur essendovi delle leggi precise della decadenza radioattiva, in cui conosciamo il ritmo con cui le particelle si staccano dall’atomo, non sappiamo quale particella, tra le tante, si staccherà per prima.
 
Già nell’antichità Epicuro, pur essendo un tardo allievo della scuola atomista, si staccò dal pensiero rigidamente determinista del maestro Democrito, affermando che gli atomi cadono tutti nella stessa direzione per il loro peso, salvo ad assumere a volte arbitrariamente un’inclinazione che permette loro di toccarsi. Questa asserzione - che costituiva il nucleo della Tesi di Filosofia dello studente Karl Marx - è in realtà molto lontana dalla fisica moderna: come Mach ed Einstein ci hanno insegnato, non esiste nessuno spazio assoluto e nessuna direzione privilegiata (mentre per il più coerente Democrito gli atomi sono da sempre in moto in tutte le direzioni). La ragione per cui Epicuro introduce una deviazione arbitraria è tesa a spezzare il determinismo per introdurre, per motivi morali, la possibilità del Libero Arbitrio. 
 
Preferiamo pensare che in un mondo essenzialmente deterministico, dove certamente non possiamo cambiare i moti delle galassie e la rotazione della Terra, e nemmeno cambiare individualmente il corso della Storia, ci sia permesso, dopo che l’evoluzione ci ha fornito un cervello dotato di autocoscienza e capacità di decisione, di prendere almeno delle limitate decisioni di ordine sociale, politico ed individuale. Ma questa è una materia molto complessa che lasciamo ai filosofi della morale.
 
Vincenzo Brandi





Sathya Sai Baba e l'attuazione del proprio dharma "ordinario"...



L’umanità aspira per tendenza naturale ad uscire dalla sofferenza del mondo. L’attitudine fa parte del nostro DNA e il processo si chiama illuminazione.

L’uomo si pone numerosi interrogativi sul mistero della vita, ma non trova risposte e quando scopre che esiste qualcuno in grado di fornirle si precipita ai suoi piedi. Per nostra fortuna ogni tanto compare sul pianeta una guida capace di indicare la giusta strada per uscire dalla trappola il più in fretta possibile.

Non sempre la guida compare sul pianeta sotto forma di un grande condottiero spirituale. Mille personaggi, sotto le vesti di poeti e filosofi, confortano il genere umano lungo il pellegrinaggio della vita.

Queste guide – Sathya Sai Baba ne è stato un esempio – sono dotate di poteri straordinari unicamente per attirare la nostra curiosità. Sai Baba è stato chiaro: “I miracoli sono il mio biglietto da visita. Io vi do ciò che chiedete affinché un giorno mi chiediate ciò che sono venuto effettivamente a dare”.

Il ricercatore spirituale sa che il compito del maestro illuminato non è quello di risolvere i suoi problemi quotidiani con interventi eccezionali, ma di riportare a galla un insegnamento che si tramanda di generazione in generazione per conservare l’equilibrio dell’universo. L’equilibrio si mantiene semplicemente rispettando la Legge naturale del dharma.

Il ripristino del dharma, il fare ciò che va fatto in rapporto alla natura delle cose, è lo scopo della discesa sul pianeta delle grandi anime.

Questa convinzione induce a fare una considerazione. Che cos’è importante: il maestro che giunge per confortarci e guidarci oppure quello che insegna; i miracoli che compie per facilitare la nostra vita o i metodi per aderire alle verità metafisiche?

La risposta è scontata. Il maestro resta nel mondo cinquanta o cento anni, mentre il suo insegnamento sopravvivere diversi secoli. Chi ha la fortuna di vivere al tempo di una guida illuminata può sperare che egli lo accolga sul suo treno, ma chi non riuscirà a salire avrà, in ogni caso, l’opportunità di capire che cosa bisogna fare per vivere convenientemente la vita.

I discepoli che salirono sul treno del Buddha si realizzarono; coloro che restarono fedeli a Gesù, trovarono la via del Regno. Ogni maestro illuminato carica sul suo treno quanti più devoti può, ma non abbandona gli altri alla mercé del destino. L’insegnamento che lascia, infatti, in eredità al mondo conduce rapidamente alla meta.

Non si pensi dunque di doversi incollare ad un maestro o di doversi etichettare a tutti i costi col suo nome. Non è questo che Egli vuole e insiste: “Abbandonate il mio nome  la mia forma e puntate all’Assoluto”. All’Assoluto si punta riconoscendo che alla base della creazione c’è il Sé universale, che noi siamo quel Sé e che la sua legge si chiama dharma.

Che cos’è il dharma? Si tratta di una Legge cosmica che prevede ciò che deve essere fatto in modo naturale come risposta ad un evento. Può essere dunque definito come il naturale comportamento operativo di un individuo.

Il maestro discende dunque sul pianeta per indurre ogni uomo ad aderire alla Legge del dharma.

La  devozione ad un nome o ad una forma, qualunque essa sia  è del tutto secondaria.  Ciò che il maestro illuminato propone al di fuori del dharma serve, infatti, soltanto per rendere più appetitosa la colazione. I segnali colorati richiamano semplicemente l’attenzione dell’uomo verso una certa direzione, ma il maestro illuminato diventa universale soltanto quando in Lui riconosciamo la Legge naturale che fa della vita ciò che è.

Giancarlo Rosati


Fonte: http://redazionevita.altervista.org/listae.htm

Nisargadatta Maharaj disse...



"La maggior parte dei libri religiosi dovrebbe rappresentare la parola di una persona illuminata. Comunque una persona illuminata dovrebbe parlare sulla base di certi concetti che trova accettabili. Ma la notevole distinzione della Bhagavad Gita è che il Signore Krishna ha parlato dal punto di vista che lui è la fonte di ogni manifestazione, cioè dal punto di vista non del fenomeno, ma del noumeno, dal ... punto di vista "la manifestazione totale sono Io stesso".
Questa è l'unicità della Gita. Considera cosa deve essere accaduto prima che qualsiasi antico testo religioso fosse registrato. In ogni caso, la persona illuminata deve aver avuto pensieri che deve aver messo in parole e le parole usate potrebbero non essere state del tutto adeguate per trasmettere i suoi pensieri esatti.
Le parole del maestro sarebbero state ascoltate dalla persona che le ha registrate, e ciò che ha registrato sarebbe stato sicuramente secondo la sua comprensione e interpretazione. Dopo questa prima annotazione manoscritta, varie copie sarebbero state fatte da più persone e le copie avrebbero potuto contenere numerosi errori. In altre parole, ciò che il lettore legge in un determinato momento e il tentativo di assimilare potrebbe essere molto diverso da quello che era veramente inteso essere trasmesso dal maestro originale.
Aggiungete a tutto ciò le interpolazioni inconsapevoli o deliberate di vari studiosi nel corso dei secoli, e capirete il problema che sto cercando di trasmettervi. Mi è stato detto che lo stesso Buddha parlava solo in lingua maghadi, mentre il suo insegnamento, come registrato, è in pali o in sanscrito, cosa che avrebbe potuto essere eseguita solo molti anni dopo; e quello che ora abbiamo del suo insegnamento deve essere passato attraverso numerose mani. Immagina il numero di modifiche e aggiunte che devono essersi introdotte in esso per un lungo periodo.
C'è quindi da meravigliarsi che ora ci siano divergenze di opinione e controversie su ciò che il Buddha ha effettivamente detto o intendeva dire? In queste circostanze, quando vi chiedo di leggere la Gita dal punto di vista del Signore Krishna, vi chiedo di rinunciare immediatamente all'identità con il complesso corpo-mente durante la lettura. Vi chiedo di leggerlo dal punto di vista che voi siete la coscienza animatrice - la coscienza di Krishna - e non l'oggetto fenomenico a cui dà la sensibilità - in modo che la conoscenza che è la Gita può esserti veramente rivelata. Capirai allora che nel Vishva-rupa-darshan ciò che il Signore Krishna mostrò ad Arjuna non era solo il suo Svarupa, ma lo Svarupa - la vera identità - di Arjuna stesso e quindi di tutti i lettori della Gita.
In breve, leggi la Gita dal punto di vista del Signore Krishna, come la coscienza di Krishna; ti accorgerai allora che un fenomeno non può essere "liberato" perché non ha esistenza indipendente; esso è solo un'illusione, un'ombra.
Se la Gita viene letta con questo spirito, la coscienza, che si è erroneamente identificata con il costrutto corpo-mente, diventerà consapevole della sua vera natura e si fonderà con la sua fonte".
Nisargadatta Maharaj



Riannodare i fili che tengono uniti gli esseri viventi...




“Paolo, tu parli spesso del “dharma”. Il tuo è agire da rompighiaccio e da seminatore. Il mio, e credo di averlo capito alcuni mesi fa, è quello, nel mio piccolo, di unire le persone, farle incontrare, dando loro l’opportunità, se lo vogliono e se io “ci ho azzeccato” di conoscersi, di scambiarsi idee, esperienze, affetto, aiuto, amore e chi più ne ha più ne metta. Credo proprio sia questo il mio compito in questa “esperienza” che è la vita. E’ come se io fossi una tessitrice, ma di quelle che fanno i tappeti persiani, o le reti da pesca (mi vengono queste due immagini) . Io faccio qualche nodo e a volte mi riesce, a volte vengono dei groppi oppure il nodo è troppo sottile e si lacera o semplicemente, non tiene. Io ci provo, ma è proprio una tendenza che non posso non considerare, anche a costo di “non farmi i fatti miei”. A me pare che viviamo in un’epoca in cui c’è molta solitudine oppure sono io che la sento così e non è facile fare da collante. Ma è questo che io mi sento di fare. Con ciò, è ovvio, vado incontro anche ad un mio bisogno, cerco di fare qualcosa di giusto e buono prima di tutto per me stessa, mi sembra di dare un sia pur piccolo senso a questa vita, che ha senso già per il fatto di esserci e di darmi modo di respirare”.

Scrivevo questo nel 2010, oggi cosa è cambiato, per me, se qualcosa è cambiato? Il discorso del “fare rete” ormai è opinione diffusa, tutti usano questo termine ed io, dal canto mio, mi sento un po' “svuotata” in questo senso. Sono un po' stanca, gli anni passano e si fanno sentire sempre di più, anche se in fondo non sono poi così tanti. E, nonostante non abbia mai cercato un riconoscimento, forse cercavo comunque dei frutti delle mie azioni, e questi frutti mi sembrano alquanto scarsi rispetto agli sforzi. Mi pare che tutto sommato Paolo sia molto più efficiente da questo punto di vista. Non so com'è. magicamente, da quando conosco lui, ho conosciuto tante belle persone, alcune persone le ho anche perse, ma si vede che doveva andare così.

Però lo stesso credo che ci sia da fare ancora un passo, il passo successivo al completamento dell'opera di riavvicinamento degli esseri umani, nel mio, nel nostro piccolo, ovviamente. Quello di creare un legame, in modo da potersi sentire fratelli e sorelle.
Sarà perché sono figlia unica, che queste figure mi sono sempre mancate e le sono sempre andate cercando, in un'amica, un amico, un fidanzato, un marito, una figlia. Lo so, è sbagliato, ognuno deve avere il ruolo che gli compete, ma, scusate, non posso fare a meno di desiderare di avere accanto a me alcune persone e da poterle considerare tali. E apprezzo la lettura di un libro come quello della Freedman che, pur un po' noiosetto a tratti, parla della civiltà dei Moso, una popolazione cinese, che segue l'organizzazione matrilineare, ma non è solo che lì la donna “dirige” la situazione, ma le famiglie sono composte prevalentemente dalla madre e dai suoi figli. Il marito se c'è c'è, ma può anche non esserci. Certo, in una famiglia piccolissima come la mia, sarebbe stato un po' difficile ricostruire una struttura del genere.

Qualche giorno fa una persona che apprezzo molto mi ha detto:” Tu sei una persona che si prende cura degli altri”. A volte è vero, mi piace prendermi cura degli altri, se questi altri mi risuonano e mi sembra che possano aver bisogno di una mia carezza. Del resto possiamo vedere la cosa anche da un altro punto di vista: un certo Gesù (ammesso che sia esistito, ma quel che importa è il messaggio) disse: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” e se ammettiamo (e chi non lo farebbe?) che questo sia un insegnamento vero, basterebbe che ognuno o almeno la maggior parte degli esseri umani lo facesse proprio, per ribaltare la situazione di competitività, egoismo che stiamo vivendo. Personalmente desidero quella carezza, desidero riconoscermi nello sguardo amorevole dell'altro, desidero sentire che dentro di me c'è la stessa “cosa” che c'è nell'altro.

Forse sarà anche un desiderio di accettazione, il mio, e ci sto lavorando.

Certo, non tutto è nelle nostre mani, nelle nostre possibilità, ci sono esseri che dell'egoismo hanno fatto il loro sistema ed a livelli molto importanti e che coinvolgono le sorti della umanità intera, ma secondo me bisognerebbe cominciare a dare loro meno importanza, meno cibo e agire come se si fosse di un altro mondo e credo sia possibile in questo modo creare una società parallela, più “umana” e “naturale”. Sarà possibile se si riacquisteranno il senso della fratellanza e della comunanza.

Caterina Regazzi - Rete Bioregionale Italiana



Mio commentino: ”Veramente bello questo articolo di Caterina, invita a sentirsi tutti parte della grande comunità umana. Mi piacciono anche le foto che sono state scattate a Calcata, quando ancora abitavo lì, nel 2009...” (P.D'A.)

Il Libro degli Insegnamenti di Lao-tzu – Recensione

 


“Gli aforismi che seguono sono tratti da “Il libro degli insegnamenti di Lao Tzu”, un testo purtroppo non più ristampato e, secondo me, fondamentale al pari di “L’arte della guerra di Shun-tzu”, scritto da Thomas Cleary. Leggendoli sono certo che scatteranno nella vostra mente un sacco di associazioni.” (Nando Mascioli)


Lao-tzu disse:
Esistono tre tipi di morte innaturale. Se bevi e mangi smodatamente e tratti il corpo distrattamente e grossolanamente,allora la malattia ti ucciderà.
Se sei smisuratamente avido e ambizioso, allora sarai ucciso dalle preoccupazioni.
Se permetti che piccoli gruppi vìolino i diritti delle masse e che il debole sia oppresso dal forte, allora ti uccideranno le armi.


Lao-tzu disse:
Quando le leggi sono intricate e le punizioni severe, allora il popolo diventa infido. Quando chi sta in alto ha molti interessi,chi sta in basso assume molte pose.
Quando si cerca molto, si ottiene poco. Quando le proibizioni sono molte, si combina poco.
Lasciare che gli interessi producano altri interessi, e poi utilizzare gli interessi per fermare gli interessi, è come brandire il fuoco cercando di non bruciare niente.
Lasciare che la conoscenza produca problemi, e poi usare la conoscenza per risolverli, è come agitare l’acqua sperando di chiarificarla.


Lao-tzu disse:
Quando un paese combatte ripetute guerre e ottiene ripetute vittorie, perirà. Quando combatte ripetute guerre, il popolo si logora: quando ottiene ripetute vittorie, i capi diventano arroganti. Se capi arroganti utilizzano popoli logorati,quali paesi non periranno ?
Quando i capi, si fanno gaudenti, e quando diventano gaudenti, dilapidano ricchezze.
Quando il popolo si stanca si riempie di risentimento,e quando è pieno di risentimento smarrisce il proprio equilibrio. Quando governanti e governati raggiungono simili estremi la distruzione è inevitabile.
Pertanto, la Via della Natura richiede di ritirarsi quando si è svolto il proprio compito con successo.


Post scriptum – “…Leggendoli mi è capitato di provare uno stato che amo definire “di grazia” che credo corrisponda a quella dimensione di consapevolezza: quello stato in cui accedi momentaneamente oltre il velo della realtà terricola percependo la dimensione cosmologica…”




La morte è la fine o l'inizio? Un dialogo tratto da “Io sono Quello” di Nisargadatta Maharaj



Interrogante: La mia morte si avvicina.
Risposta: Il tuo corpo è figlio del tempo, non tu. Tempo e spazio sono nella mente non ti legano.
I: Ma viene il giorno che lo spettacolo è finito. L’uomo e l’universo devono finire.
R: Come il dormiente cade nell’oblio e si desta ad un nuovo mattino, o morendo si affaccia ad una nuova vita, così i mondi della paura e del desiderio si addensano e si dissolvono. Ma il testimone universale, il Sommo Sé, non dorme e non muore. Il grande cuore batte in eterno, e ad ogni battito emerge un nuovo mondo.

I: Non vi va nemmeno di vivere allora?
R: Vivere, morire: parole vuote! quando mi vedi vivo sono morto. Quando mi pensi morto sono vivo. Bella confusione.
I: Quando un uomo muore cosa accade esattamente?
R: Niente. Qualcosa diventa niente. Niente era, niente resta.

I: Spesso si muore volentieri.
R: Solo quando l’alternativa è peggiore della morte. Ma questa disponibilità a morire promana da una fonte sane: La volontà di vivere che è più profonda della vita stessa. Essere vivi non è la condizione ultima; c’è qualche cosa al di là, molto più esaltante, che non è né l’essere né il non essere. È uno stato di pura consapevolezza, oltre i confini dello spazio e del tempo. Quando cessi di credere di essere il tuo corpo-mente, la morte perde la sua terribilità, diventa parte della vita.
La gente teme di morire perché non sa cos’è la morte. Il sapiente è già morto, e ha visto che non c’era d’avere paura. Non appena conosci il tuo essere non temi più. La morte da libertà e potere. Per essere nel mondo devi morire al mondo. Allora l’universo è tuo, diventa il tuo corpo, un espressione ed uno strumento.

I: Cosa muore alla morte?
R: L’idea “io sono il corpo”. Il testimone non muore.
I: Ma per l’uomo comune la morte fa differenza.
R: Ciò che egli pensava di essere prima della morte, continua dopo. La sua autoimmagine sopravvive.
I: Invecchiamo. La vecchiaia non è piacevole: acciacchi, dolori, debolezza, e la fine che si approssima. Come si sente un saggio da vecchio?
R: Più invecchia più crescono in lui la felicità e la pace. Dopo tutto sta tornando a casa, come un viaggiatore che, prossimo all’arrivo raccoglie il bagaglio. Lascia il treno senza rimpianto.

I: Non avete paura di morire?
R: Ti racconterò come è morto il mio maestro. Dopo avere annunciato che la sua fine era prossima, smise di mangiare senza modificare il ritmo della vita quotidiana. All’undicesimo giorno, nell’ora della preghiera – stava cantando e batteva vigorosamente le mani – all’improvviso morì -tra un battere e un levare – come una candela subito spenta. Non temo la morte perché non ho paura della vita. Vivo una vita felice e morirò una morte bella. È una disgrazia nascere, non lo è morire! Tutto dipende da come guardi.

I: Supponiamo che vi giunga la notizia che sono morto. Come reagireste?
R: Sarei molto felice che sei tornato a casa. Davvero contento dal saperti fuori da questo assurdo.
I: Si ha molta paura della morte.
R: Il realizzato non teme nulla. Ma ha compassione dell’uomo che teme. Nascere, vivere e morire, è in fin dei conti naturale. Ma avere paura, no. È giusto dare attenzione all’evento.

I: Immaginate di essere ammalato: febbre alta, dolori, tremiti. Il medico vi dice che il vostro stato è serio e che vi restano pochi giorni di vita. Quale sarebbe la vostra prima reazione?
R: Nessuna. Come il bastoncino di incenso si consuma, così il corpo muore. Davvero è una cosa di pochissima importanza. Quello che conta è che non sono il corpo ne la mente. Io sono.

I: I vostri famigliari sarebbero disperati. Che cosa direste loro?
R: Ciò che si dice in questi casi: non temete, la vita continua, Dio avrà cura di voi, saremo presto di nuovo insieme; e cose del genere. Per mè tutta la faccenda, con lo scompiglio che comporta, è priva di senso, perché non sono l’entità che si immagina viva o morta. Non sono nato e non morirò. Non ho niente da ricordare o da dimenticare.

I: Cosa ne pensate delle preghiere per i defunti?
R: Prega sempre per loro. Lo gradiscono tanto. Ne sono lusingati. Il realizzato non ha bisogno delle tue preghiere. Egli è la risposta alle tue preghiere.

I: La mia domanda all’inizio riguardava lo stato dell’uomo dopo la morte. Quando il corpo è dissolto che ne è della coscienza? I sensi restano o cessano? E se cessano cosa resta della coscienza.
R: I sensi non sono che dei modi di percezione, grossolani e sottili. Alla morte i primi scompaiono e ne emergono altri più sottili. Dopo la morte la coscienza si assottiglia e si raffina. La gamma delle percezioni indotte dai sensi svanisce insieme ad essi.
In certi casi la morte è la cura migliore. Una vita può essere peggiore della morte, che solo di rado è un’esperienza spiacevole, nonostante le apparenze. Quindi abbi pena del vivo mai del morto.

I: Quando il vostro corpo morirà, resterete?
R: Nulla muore. Si immagina che il corpo esista in realtà non è.

I: E la morte libera?
R: Chi si crede nato teme molto la morte. Per chi si conosce è un lieto evento.
…Per me la morte non è una calamità, così come la nascita di un bambino non è una gioia. Il bambino va verso i guai, il morto ne è fuori. L’attaccamento alla vita è attaccamento al dolore. Amiamo ciò che ci fa soffrire. Tale è la nostra natura. Per me la morte sarà un momento di giubilo, non di paura. Piangevo quando nacqui, e morirò ridendo.  Dunque non hai paura della morte!

I: Non della morte ma di morire. Immagino che sia una esperienza dolorosa e brutta.
R: Che ne sai? Potrebbe anche essere bella e piacevole. Quando sai che la morte tocca al corpo e non a tè, ti limiti ad osservare come esso ti cada di dosso via via, come un abito smesso.

I: So molto bene che la mia paura della morte è legata ad una inquietudine estranea alla conoscenza.
R: Gli uomini muoiono di momento in momento, la paura e gli spasimi della morte incombono sul mondo come una spessa nuvola. Niente di strano che anche tu abbia paura. Ma quando sai che solo il corpo muore e non la continuità della memoria in cui è riflesso l”Io sono” la paura svanisce.




Commento: "I patriarchi dello Zen insegnavano che se qualcuno non vive dentro di sé l’insegnamento che trasmette, esso diventa falso. Sri Nisargadatta ha cambiato la vita di molti di coloro che hanno ascoltato e compreso le sue parole. Ho letto i libri in cui sono stati trascritti i suoi colloqui con i visitatori, proprio perché aveva realizzato e viveva in pienezza ciò che comunicava. Un autentico realizzato dei nostri tempi identificato con l’Assoluto nell’unità con il Tutto. Benché non fosse erudito e non conoscesse il sanscrito, i suoi insegnamenti collimano con l’essenza del Vedanta che racchiude le più alte vette dell’Advaita, la Filosofia non dualista. Per chi desidera approfondire, Io sono Quello è un testo illuminante che conduce in un viaggio interiore alla conoscenza di Sé. (Filippo Falzoni Gallerani)

Fisica e sofismi matematici...



 
Nella storia del pensiero scientifico si possono segnalare alcuni celebri scontri tra teorie fisiche e teoremi matematici. Alla fine dell’800 il grande fisico viennese Ludwig Boltzmann aveva sviluppato il Secondo Principio della Termodinamica sottolineandone l’aspetto di irreversibilità dei fenomeni fisici (i fenomeni avvengono sempre in un senso: il passato non può tornare). L’irreversibilità era espressa dall’aumento continuo di un parametro, l’Entropia, che era legato alla probabilità che un fenomeno accadesse in un certo senso, e non in senso opposto.
 
Una serie di obiezioni – basate essenzialmente su considerazioni matematiche - vennero alle tesi di Boltzmann, sia da parte dell’amico e collega Joseph Loschmidt (1821-1895) negli anni ‘70, e successivamente dal matematico Ernst Zermelo (1871-1953) negli anni ’90 dell’800. Il primo chiedeva come mai l’Universo si trasformasse irreversibilmente nel tempo, visto che le leggi della meccanica adoperate da Boltzmann sono reversibili col tempo, cioè possono procedere nei due sensi. Boltzmann rispose che si trattava di un “sofisma” di tipo matematico perché, se è vero che i fenomeni meccanici teoricamente possono avvenire nei due sensi secondo le leggi della meccanica nella loro espressione matematica, nella realtà fisica le cose sono diverse e sono legate alla probabilità. Se un palloncino pieno di gas Elio si buca e si sgonfia, e le molecole contenute si disperdono nell’atmosfera, è molto improbabile che esse tornino dentro il palloncino spontaneamente e lo rigonfino, anche se nessuna legge meccanica lo vieti. Il fatto è che un’analisi statistica della probabilità mostra che certi avvenimenti sono enormemente più probabili di altri per cui la realtà si evolve sempre in un senso.
 
Il secondo contestatore era il matematico Zermelo, anche lui creatore di un sistema logico-matematico nel 1919, poi perfezionato dal collega Fraenckel. Egli faceva notare che l’Universo – se si considera un tempo sufficientemente grande, sia verso il passato, sia verso il futuro - tenderebbe inevitabilmente a ripetere ciclicamente tutte le stesse possibili configurazioni globali, per cui non si capisce perché l’Entropia dovrebbe crescere sempre nello stesso senso. Boltzmann rispose in modo articolato; ma la parte più interessante della sua risposta è quella in cui calcola che i tempi considerati da Zermelo sarebbero enormemente maggiori della vita stessa dell’Universo che conosciamo, per cui nessuno potrà mai verificare che le sue estrapolazioni teoriche si verifichino realmente. È sulla situazione reale attuale che il fisico deve indagare, lasciando i “sofismi” ai matematici.
 
Anche Einstein e il logico Gödel nelle loro passeggiate a Princeton discutevano di queste cose. Gödel affermava che il tempo è circolare. Andando avanti indefinitamente si sarebbe tornati al punto di partenza; ma il suo amico Einstein era molto scettico ed affermava che il tempo era quella “cosa” che si misura con gli orologi. Non esiste un tempo assoluto creato da Dio al momento della Creazione, come pensava Sant’Agostino, ma solo un confronto tra quello che accade ed avvenimenti che si ripetono, come il passare delle stagioni, degli anni, e delle lune piene, le oscillazioni di un pendolo, o gli scatti del meccanismo di scappamento di un orologio caricato a molla.
 
Anche le equazioni della Fisica Quantistica sono reversibili rispetto al tempo: cioè il tempo potrebbe girare in senso opposto. L’unica differenza con la fisica “classica” è che bisogna invertire anche assi e cariche elettriche (cosiddetta “simmetria CPT”). Un elettrone negativo può tornare indietro e diventare positrone positivo. Ma anche i fisici quantistici affermano che il tempo è irreversibile se si considera la termodinamica, e scorre sempre in un senso.
 
Vincenzo Brandi



“Tiziano Terzani: la forza della verità” – Recensione

 



Recensione del  libro di Gloria Germani   “Tiziano Terzani: la forza della verità.” 

Per dirla con le parole dell’autrice: “Perché tanta insistenza?  Perché Terzani è – a mio avviso – il più grande saggio o filosofo dei nostri tempi.
Dopo Tiziano Terzani:  La rivoluzione dentro di noi Decrescita, digiuno, nonviolenza (Longanesi 2008 – TEA 2012), che  esaminava in dettaglio il messaggio di Terzani nella sua parte critica e in quella rivoluzionaria e costruttiva, l’economista francese Serge Latouche ha voluto inserire la sua figura nella prestigiosa collana “I Precursori della Decrescita” (Terzani, La rivoluzione della coscienza, Jaca book 2014) e, oltre a presentare un’antologia  di testi selezionati, il libro traccia il ruolo innovativo di Terzani nello smascherare miti e stilemi  che erroneamente danno corpo al pensiero economicista dominante e alle sue inevitabili  crisi.
Con la biografia intellettuale "Tiziano Terzani: La forza della Verità" di Gloria Germani (Edizioni Punto di Incontro), ripercorriamo la seconda meta del Novecento soprattutto dall’ottica dei paesi colonizzati e oggi  globalizzati. Il ritorno alla Natura, Grande Maestra, alla semplicità e all’abbondanza frugale saranno il punto di arrivo di Terzani, in piena sintonia con Gandhi, ma in totale distacco dalla Fabbrica del Consenso costituita dal giornalismo e dai Mass Media.
Spero che questo  libro possa costituire un potente spunto di  riflessione per i nostri difficili tempi.”
Grazie per l’attenzione,  Silvia Brugnaro


Da dove sorgono i pensieri che passano nella nostra mente? E il senso d’identità?

 


La nostra vita è legata ad una serie di circostanze di cui non abbiamo il controllo ma, come diceva Nisargadatta, noi siamo parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati. Di conseguenza, essendo coscienza nella coscienza, siamo in grado di riconoscere il flusso energetico nel quale siamo immersi e far sì che il nostro pensiero e la nostra azione siano in sintonia con la qualità dello spazio-tempo vissuto. In questo perenne rimescolamento energetico, noi siamo come navigatori senza meta, o guerrieri – se preferite – liberi di affrontare il contingente senza paure. “Se temi la sofferenza – diceva un samurai – come fai a combattere?”

Dal tutto il tutto si dipana dinanzi ai nostri occhi.

Nella storia dello zodiaco cinese si racconta che dodici animali si presentano al Buddha morente ed ognuno ottenne di incarnare le caratteristiche psichiche che contraddistinguono i tre aspetti di anno, mese e ora, in base alle propensioni naturali di ogni essere vivente. Essi sono maschili e femminili e manifestano le loro caratteristiche tramite le 5 fasi di mutazione fondamentali: Terra (devozione), Metallo (giustizia), Acqua (saggezza), Legno (etica), Fuoco (costumi).

Il funzionamento è più o meno quello del caleidoscopio. Alcuni elementi colorati e tre specchietti interni. Girando il tubo si ottengono diverse composizioni. Malgrado l’esiguità delle componenti i risultati possono essere infiniti. Questo stesso concetto (traslato ai 5 elementi ed ai tre aspetti psichici incarnati) mostra la variegazione di tonalità di colore e movimento attraverso la quale la coscienza individuale si manifesta (la forma ed il nome). La coscienza di sé, che noi chiamiamo persona, è un coordinatore interno, adattato all’individuazione, il quale si appropria delle funzioni messe in atto.

Lo chiamiamo: io. Questo ‘soggetto’ (o assuntore interno) è l’apparenza identificativa individuale nella quale solitamente ci riconosciamo. Propriamente parlando questo “io” è esso stesso la “conseguenza” delle energie messe in moto dai vari elementi e dai tre archetipi incarnati, quindi è inerte (come un programma), ed è un oggetto nella coscienza.

I tre archetipi psico-emozionali, inscindibili nel loro miscuglio, rappresentano:

Il senso dell’io, ego = anno di nascita;
L’intelletto o intuizione = ora di nascita;
La memoria o esperienza = mese di nascita

Ognuno di noi manifesta una forma esemplare a tre facce (designanti le nostre caratteristiche). Le tendenze innate che si riflettono nello specchio, perennemente cangianti, sono le correnti in cui l’io si muove.

Se vogliamo osservare una cosa piccola bisogna ingrandirla attraverso il microscopio, ma se vogliamo ampliare il campo di azione dobbiamo distaccarci il più possibile dalle cose attorno a noi, in modo da percepire il senso d’insieme. Questa corsa in tondo verso l’auto-conoscenza è un vagare trasognato, un’attenzione senza risposta, solitudine e silenzio, osservazione e contemplazione, fluire limpido nei mutamenti, sorridere nel rincorrere il vuoto.

Ed ora una storiella:

“Alcuni suoi seguaci domandarono al bandito Che:”Anche per i ladri esiste una strada (Tao)?” – “Eh, certo che sì.. – rispose Che- Santità è intuire dove giace un tesoro nascosto, Eroismo è entrare per primo nella casa, Giustizia è uscirne per ultimo, Saggezza è distinguere il colpo che si può tentare, Umanità significa essere equanimi nel dividere il bottino. Al mondo non è mai esistito un gran ladro che non abbia manifestato queste qualità”. (Chuang Tze)

Attraverso le capacità riflettenti dell’organo interno (antakharana) siamo in grado di manifestare energie psicofisiche in rispondenza a quelle percepite fuori di noi. Questa rispondenza è automatica ed inevitabile, è una legge naturale. Pensare di sfuggirne il corso è assurdo come pensare di cambiare il film mentre la pellicola viene proiettata. Ma l’atteggiamento interno è importante! Infatti l’accettazione del proprio destino scioglie l ‘attaccamento all’utile ed all’inutile che ci spinge nel ciclo delle rinascite.

Nell’ignoranza ci identifichiamo con i personaggi e ci consideriamo autori e responsabili del gioco vissuto, con guadagno e perdita, la verità è che il nostro io, la coscienza individuale, la persona da noi incarnata, è solo un’immagine. Il risultato di un automatismo distratto e di una identificazione illusoria. Questo dobbiamo comprendere bene se non vogliamo che la mente ci imbrogli. Non cadiamo nel delirio dell’io separato, anche se la coscienza che lo anima è vera sin d’ora e siamo già dotati del capitale iniziale per quella “conoscenza di sé” è assurdo e ridicolo pensare di “ottenerla” – strettamente parlando non è possibile. Essa è già integralmente manifesta qui ed ora e quindi non perseguibile come ottenimento altro. Se ci sentiamo attratti da questa “conoscenza” occorre dire che non c’è corso o spiegazione o esperimento che possa trasmetterla, può essere solo riconosciuta (risvegliata) per “simpatia” nel momento della maturazione. Siccome non è un “conseguimento” continuiamo ad “andare avanti a fiuto”.

“Semplici attori, finché separati, poi, superata la dualità, non ha più nessuna importanza… Il fiore non ha più nome né forma è solo un fiore unico ed irripetibile nel giardino della Coscienza”.

Paolo D’Arpini

 

L'amore tra un dio e una dea...

 


Quando fate l’amore, dovete ricordare tre cose.

Una è: prima di fare l’amore, meditate. Non fate mai l’amore senza meditare, altrimenti l’amore rimarrà sessuale. Prima di incontrarvi dovete alzare il livello di coscienza, perché così l’incontro avverrà su un piano più alto. Per almeno quaranta minuti sedetevi a guardare il muro, con una luce molto fioca che dia un senso di mistero.

Setede in silenzio e non muovete il corpo, rimanete come statue.

Dopo, quando farete l’amore, il corpo si muoverà, quindi prima dategli un estremo di immobilità, in modo che prenda lo slancio per poi muoversi profondamente. Poi l’impulso diventerà così vibrante che tutto il corpo, ogni fibra, sarà pronta a entrare in movimento. Solo così è possibile l’orgasmo tantrico.

Potete mettere della musica, della musica classica andrà bene, qualcosa che dia un ritmo molto sottile al corpo.

Rendete il respiro il più lento possibile, perché quando dopo farete l’amore il respiro diventerà profondo e veloce. Quindi continuate a rallentarlo, ma senza sforzo, altrimenti non rallenterà. Semplicemente suggeritegli di rallentare.

Meditate insieme e quando vi sentirete entrambi meditativi, sarà il momento di amare. Non ci sarà tensione e l’energia fluirà. Se non vi sentite meditativi, non fate l’amore. Quando non siete meditativi, dimenticatevi completamente dell’amore.

Le persone fanno esattamente l’opposto. Molto spesso le coppie litigano prima di fare l’amore. Si arrabbiano, si tormentano a vicenda, creando ogni sorta di conflitto, e poi fanno l’amore. Cadono molto in basso a livello di coscienza, quindi ovviamente l’amore non sarà molto soddisfacente. Sarà frustrante e pieno di tensione.

La seconda cosa è: quando fate l’amore, prima di iniziare, venerate il partner e lasciate che il partner veneri voi. Quindi, dopo la meditazione, la venerazione. Mettetevi uno di fronte all’altra completamente nudi e veneratevi a vicenda, perché il Tantra non può essere tra un uomo e una donna. Può accadere solo tra un dio e una dea. È solo un gesto, ma è molto significativo. L’atteggiamento nel suo complesso deve diventare sublime in modo che voi scompariate. Inchinatevi, ornate il luogo di ghirlande di fiori. L’uomo si trasforma in Shiva e la donna in Shakti. A quel punto la vostra umanità è irrilevante, la forma è irrilevante, il nome è irrilevante: siete solo pura energia. La venerazione mette a fuoco quell’energia. E non fingete. La venerazione deve essere autentica. Non può essere solo un rituale, altrimenti vi sfuggirà. Il Tantra non è un rituale. C’è molto del rituale in esso, ma non è un rituale.

Potete ripetere il rituale meccanicamente, inchinandovi ai piedi dell’altro e toccarli, ma non vi servirà. Lasciate che sia un gesto profondamente significativo. Guardatevi davvero. Lei non è più tua moglie, non è più la tua ragazza, non è più una donna, non è più un corpo, ma una configurazione di energia. Lascia che prima diventi divina, poi fai l’amore con lei. Allora l’amore cambierà la sua qualità, diventerà divino. In questo consiste l’intera metodologia del Tantra.

Poi, la terza cosa: fate l’amore. Ma fate sì che il vostro fare l’amore sia più un accadere che un fare. L’espressione “fare l’amore” è brutta. Come si può fare l’amore? Non è qualcosa che si fa, non è un’azione. È uno stato. Puoi esserci dentro, ma non puoi crearlo. Puoi entrarci, ma non puoi farlo. Puoi amare, ma non puoi manipolarlo.

La mente occidentale cerca di manipolare tutto.

Se la mente occidentale un giorno dovesse trovare dio, persino lui sarebbe nei guai. Lo sfrutterebbe in un modo o nell’altro, lo manipolerebbe. Lo userebbero per qualche scopo, qualche scopo utilitaristico. Persino l’amore è diventato una specie di fare.

No.

Quando fate l’amore…

 Osho


Tratto da: Beloved of My Heart 

Nascita dello stato di Israele - Ashkenaziti, sionisti e gli ebrei originari...

 



I veri discendenti della Israele biblica, di quel popolo che ha abbracciato la fede di Cristo e di Maometto poi, e sono rimasti da sempre nella Terra Santa, e sono proprio i Palestinesi. Gli Israeliani lo sanno!
Gli ebrei del nostro tempo appartengono a due gruppi principali:
1) I SEFARDITI (ebrei pressappoco “semiti”) discendenti degli ebrei che dall’antichità erano vissuti in Spagna, sino a quando alla fine del quindicesimo secolo, vennero espulsi e si insediarono nei Paesi costieri del Mediterraneo, nei Balcani e in misura minore nell’Europa occidentale.
2) Gli ASHKENAZITI (ebrei non-semiti) da “Ashkenaz” termine che nel testo biblico indica un popolo che viveva da qualche parte nelle vicinanze del monte Ararat e dell’Armenia.
DUNQUE SI PUO’ BEN AFFERMARE CHE NON ESISTE NESSUN ANTISEMITISMO SE NON QUELLO MANIFESTATO CONTRO GLI ARABI.

Il regno di Cazaria.
All’epoca in cui Carlo Magno veniva incoronato imperatore d’Occidente, l’estremo limite orientale dell’Europa tra il Caucaso e il Volga era governato da uno stato ebraico, noto come L’IMPERO DEI CAZARI. Fonti soprattutto ebraiche ci riferiscono che nel suo momento di massima potenza, tra il settimo e il decimo secolo, questo impero ebbe una certa qual influenza sui destini dell’Europa medievale. Il paese abitato dai Cazari, una popolazione di origine turca, occupava una posizione strategica sul vitale passaggio tra il Mar Nero e il Mar Caspio, nel 740 il Re, la Corte e la classe militare si convertirono al Giudaismo che divenne la religione di Stato dei Cazari (per motivi politici cioè per non assoggettarsi né all’Impero Romano d’oriente né al Califfato di Baghdad).
Dopo la fine e la distruzione dell’Impero Cazaro (tra il XII e XIII secolo) gli insediamenti Cazari si vennero a trovare in Crimea, Ucraina, Ungheria, Lituania e soprattutto in Russia e Polonia.
Uno dei maggiori studiosi dell’origine cazara degli ebrei è il professore di storia ebraica medievale all’Università di Tel Aviv A.N. POLIAK. Nel suo libro Cazaria del 1944 nell’introduzione egli scrive (in ebraico) che:
“I fatti richiedono un nuovo tipo di impostazione sia del problema relativo ai rapporti tra l’ebraismo cazaro e le altre comunità ebraiche, sia nel considerare fino a che punto si possa ritenere questo ebraismo (cazaro) il nucleo del grande insediamento ebraico in Europa orientale…. I discendenti di questo insediamento – quelli che rimasero dov’erano, quelli che emigrarono negli Stati Uniti o in altri paesi e quelli che sono andati in Israele – costituiscono oggi la grande maggioranza degli ebrei di tutto il mondo”
Si suppone quindi che la grande maggioranza degli ebrei vissuti nel mondo provengano dall’Europa orientale e siano perciò di origine prevalentemente Cazara, e ciò il altri termini significa che i loro antenati non provengono dal Giordano ma dal Volga, non da Canaan ma dal Caucaso, dal punto di vista genetico sarebbero perciò più strettamente legati alle tribu degli Unni e dei Magiari che al seme d’Abramo, Isacco e Giacobbe. E questa nostra conoscenza delle origini cazare della maggior parte degli ebrei del mondo, toglie finalmente e una volta per tutte, ogni pur minima credibilità alla leggenda da loro ossessivamente reiterata, secondo la quale essi sarebbero la “stirpe eletta”.
NASCITA DEL SIONISMO
Nel 1896 nasce in Europa il sionismo fondato dall’agnostico Theodor Herzl, il sionismo è una dottrina politica, un movimento ateo nazionalistico, completamente opposto alla vera fede Ebraica, e fin dalla sua nascita, proponeva la creazione di un “focolare ebraico”.
È una dottrina nazionalista che non è nata dall’ebraismo, ma dal nazionalismo europeo del XIX secolo. Il fondatore del sionismo politico, Herzl, non si richiamava alla religione: “Io non obbedisco a un impulso religioso”. (Fonte: Theodor Herzl, Diaries, Londra, Gollancz, 1958 – “Sono un agnostico” (p. 54).)
Ciò che gli interessa non è propriamente la “terra santa”: prende in considerazione allo stesso modo, per i suoi obiettivi nazionalistici, l’Uganda, la Tripolitania, Cipro o l’Argentina, il Mozambico o il Congo. (Fonte: Op. cit., passim)
Ma, di fronte all’opposizione dei suoi compagni di fede ebraica, egli prende coscienza dell’importanza della “grande leggenda” (”mighty legend” (Diaries, I, 9 giugno 1895, p. 56), che “rappresenta un richiamo di irresistibile potenza”.
(Fonte: Theodor Herzl, L’État Juif, p. 45)
Col passare degli anni, mentre i veri Ebrei (ortodossi) si oppongono a questo movimento politico, il Sionismo riscuote sempre più successo nelle alte sfere di potere, proprio perché il sionismo rappresentava già un’organizzazione colonialista, infatti la DICHIARAZIONE DI BALFOUR fatta dal Governo Britannico (1917) promette il cosiddetto focolare ebraico in Palestina. Tale dichiarazione è stata eseguita
1) 1) da una potenza Europea (Inghilterra)
2) 2) riguardo un territorio non-Europeo.
3) 3) In totale dispregio della presenza e dei desideri della popolazione nativa.
Nel 1919 in seguito alla Commissione americana KING-CRANE, ciò che è venuto fuori con chiarezza è che i sionisti mirano al completo dispossesso degli abitanti della Palestina sotto varie forme, nessun dirigente Britannico consultato dalla Commissione ritiene che il progetto sionista possa essere realizzato senza il ricorso alle armi.
(http://www.rondavid.net/Media-Watch.htm)
I sionisti non fecero mistero delle loro intenzioni e difatti già nel 1921 il dottor Eder, membro della Commissione sionista, dichiarava bruscamente alla Corte d’Inchiesta:
“Ci può essere solo uno stato, in Palestina, ed è quello ebraico, così come non vi può essere uguaglianza nella collaborazione tra Arabi ed “ebrei” (sionisti). Vi sarà una preponderanza ebraica (sionista) non appena i numeri della razza siano sufficientemente aumentati” A quel punto egli chiese che solo agli ebrei fosse concesso di portare armi.
La proposta del 1947 di creare uno “Stato Ebraico” in Palestina, fu approvata alla prima votazione solo dagli stati Europei (stati colonialisti), dall’America (eretta sul colonialismo e sul genocidio degli autoctoni), dall’Australia e Nuova Zelanda (Stati fondati su precetti colonialistici; mentre la maggioranza degli Stati membri dell’ONU, cioè gli stati Asiatici e Africani (con l’eccezione del Sud Africa anch’esso fondata sul colonialismo e l’Apartheid) VOTARONO CONTRO.
Quando la questione fu rimessa ai voti nella sessione plenaria del 29 Novembre 1947, forti pressioni statunitensi in modi mafiosi, riuscirono ad ottenere l’approvazione della “spartizione” della Palestina, soltanto da altri tre stati: Le Filippine (Asia), Haiti (Centro-America) e Liberia (Africa) tre paesi oppressi dal debito estero e facile preda di intimidazioni e pressioni.
L’11 Maggio 1949 l’ONU, per volontà degli U.S.A. ammette lo “Stato” di Israele a 3 condizioni (mai rispettati dagli Israeliani)
1) 1) Non toccare lo Statuto di Gerusalemme
2) 2) Permettere agli Arabi Palestinesi di tornare a casa loro
3) 3) Rispettare le frontiere fissate dall’accordo di spartizione.
Parlando proprio di questa risoluzione ONU, il fondatore dello stato di Israele, David Ben Gurion dichiarò:
“Lo Stato di Israele considera che la risoluzione delle Nazioni Unite del 29 Novembre 1947 è nulla e non sussistente”
Per Israele l’ONU esiste solo nella misura in cui serve i suoi fini e suoi interessi, altrimenti non esiste affatto, proprio come lo ha dimostrato nel 1949 e ora nel 2006 con la distruzione del Libano.
STORIA ANTICA DELLA TERRA SANTA.
Prima che gli Ebrei vi emigrassero intorno al 1800 a.C. la terra di Canaan (attuale Palestina) era abitata da Cananei, la civiltà Cananea fiorì in tutta l’area mediorientale dalla Palestina, al Libano, parte della Siria e dell’attuale Giordania. Coloro che restarono tra le colline di Gerusalemme dopo l’uscita degli ebrei dalla Palestina costituivano un pot-pourri: pagani e convertiti al Cristianesimo, discendenti di Arabi, Persiani, Samaritani, Greci e vecchie Tribù Cananee, Gebustee e Filistee. (Marcia Kunstel e Joseph Albright).
Quello dei Regni Ebraici fu solo uno dei tanti periodi storici, e il più breve, dell’Antica Palestina: I regni di Davide e Salomone, su cui i sionisti basano le loro richieste territoriali, durarono per soli 73 anni….poi caddero. Anche se consideriamo l’intera vita degli antichi regni ebraici, dalla conquista di Canaan da parte del Re Davide nel 1000 a.C. alla cacciata di Giuda nel 586 a.C. arriviamo solo a 414 anni di dominio ebraico (Illene Beatty, Arab and Jew in the Land of Canaan).
Tutti i sionisti sostengono che la Palestina, prima dell’invasione sionista, era una terra deserta, ma ciò è ASSOLUTAMENTE FALSO, infatti, oltre alla notorietà della Palestina (Filastin), nell’intero mondo islamico per la sua bellezza e fertilità (ancora prima del VII secolo d.C.), l’alto commissario britannico per la Palestina, John Chancellor affermò che in questo paese “tutte le terre coltivabili erano occupate e che nessuna terra coltivabile in possesso della popolazione autoctona avrebbe potuto essere ceduta ad ebrei (sionisti immigranti) senza creare una classe di agricoltori disoccupati”




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http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2014/10/chi-sono-gli-ebrei-sionismo-ebraismo.html

http://www.circolovegetarianocalcata.it/2013/12/25/storia-di-come-e-nato-il-sionismo-ovvero-se-gli-ebrei-non-sono-ebrei-ma-khazari-convertiti/

http://www.circolovegetarianocalcata.it/2016/01/28/ebraicita-perduta-sheol-olocausto-e-campo-psichico/
  1. Commento/integrazione di Vincenzo Brandi:

    "Naturalmente sono d'accordo con Paolo D'Arpini. I Palestinesi sono etnicamente i discendenti degli antichi Ebrei con qualche apporto greco-romano o arabo. Il fatto che l'intera popolazione ebrea della Palestina antica sia stata deportata e dispersa dai Romani non ha nessun serio fondamento storico, anche se vi fu una massiccia emigrazione soprattutto verso Alessandria d'Egitto, Creta, Roma, e altre zone dell'Impero Romano. L'emerito professore israeliano di storia dell'Università di Tel Aviv, Shlomo Sand, nel suo documentatissimo libro "L'invenzione del popolo ebraico", ci ricorda che gli Ebrei moderni derivano in gran parte da popolazioni nord-caucasiche turco-slave, gli Askenaziti, da popolazioni berbere convertite (i Sefarditi), da Arabi di fede ebraica (i Miznahi), da Etiopi di fede ebraica (i Falasha), ecc., tutte popolazioni di rispettabilissime tradizioni storico-culturali (basti pensare all'enorme numero di scienziati e capi rivoluzionari di origine askenazita), ma comunque scarsamente coincidenti con gli Ebrei di prima della cosiddetta Diaspora. La posizione sionista di "ritorno alla Terra Promessa" è pura ideologia, che purtroppo ha causato molti danni. Speriamo si possa creare uno stato democratico unico per Ebrei e Palestinesi non-Ebrei nel territorio della Palestina storica; altrimenti questo strazio continuerà, ciao a tutti.." (Vincenzo Brandi)