Storia patria - L'Italia dopo il trattato di pace di Parigi del 1947



Il 29 luglio del 1946 alle ore 16,30, si inaugura a Parigi, nel Palazzo del Lussemburgo, nelle sale dell'ex Senato Francese, la CONFERENZA DEI 21, con un discorso inaugurale del Presidente del Consiglio francese, George Bidault, iniziato con un saluto a nome del popolo francese e del governo ai delegati delle Nazioni Unite ed amiche, convenuti a Parigi per la prima grande conferenza che
DEVE DISCUTERE LA SISTEMAZIONE DEL MONDO DOPO LA GUERRA.

Tralasciamo la sistemazione di altri Stati, che sarebbe qui lunga e noiosa, e occupiamoci invece quella inerente l'Italia. Dell'Italia sconfitta !
Una sistemazione quella "DEI 21" che però è stata già decisa, senza neppure interpellare l'Italia.
La partenza per Parigi di una delegazione italiana avverrà solo il 7 agosto, con un De Gasperi piuttosto pessimista.
Alla partenza del 7 AGOSTO 1946 con la delegazione (assieme a Saragat, Corbino e Bonomi) imbarcandosi sull'SM.75, a un redattore dell'Ansa che gli chiedeva qualcosa circa le prospettive ottimistiche del viaggio, De Gasperi non era molto fiducioso: "Non so nemmeno se parto come imputato. Direi che la mia posizione è per quattro quinti quella di imputato come responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto, per un quinto quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato come principio, ma nel testo si tiene invece conto dei quattro quinti, rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli ALLEATI. Tutto lo sforzo che bisogna fare, mira a ricordare agli ALLEATI che li abbiamo chiamati così perchè li abbiamo creduti tali"  (comun. Ansa, 7 agosto 1946, ore 10.25)
Un sunto dello schema del futuro TRATTATO di PACE di cui parla De Gasperi, prima di partire .
(Dal comunicato diramato dall'Ansa il 29 luglio 1946, ore 23.30)
"" Londra - 29 Luglio 1946
La frontiera italiana seguirà quella che risultava al 1° gennaio 1938 con le seguenti modifiche.
* La frontiera con la Francia sarà modificata al passo del Piccolo San Bernardo (2 chilometri), sul plateau del Moncenisio, sul monte Thabor-Chamberton (5 chilometri), nelle valli del Tinea, di Vesusia e Roja.
* Frontiera italo-jugoslava. Tutto il territorio ad est della "linea francese" sarà ceduto dall'Italia alla Jugoslavia. Sarà costruito i territorio Libero di Trieste entro la linea francese, limitato da una linea che congiunge Duino alla linea francese. L'integrità e l'indipendenza del Territorio Libero di Trieste saranno assicurate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il governatore sarà nominato da Consiglio di sicurezza dopo le consultazioni con l'Italia e la Jugoslavia.

* L'Italia cede alla Jugoslavia il comune di Zara e tutte le isole della Dalmazia.
* L'Italia cede alla Grecia le isole del Dodecanneso.
* L'Italia si accorderà con l'Austria per garantire il libero movimento di passeggeri e merci tra il Tirolo settentrionale e orientale.
* L'Italia rinuncia a tutti i diritti e i titoli, sui possedimenti territoriali in Africa, Libia, Eritrea e Somalia.
* L'Italia riconosce la sovranità e l'indipendenza dell'Europa.
* L'Italia riconosce la sovranità e l'indipendenza dell'Albania
* Riparazioni. L'Italia pagherà all'Unione Sovietica riparazioni per cento milioni di dollari. Le richieste di riparazione da parte di altre potenze, in particolare della Francia, della Jugoslavia, della Grecia e dell'Albania saranno prese in considerazione in sede di conferenza della pace.""
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De Gasperi giunto a Parigi (dopo tre giorni di anticamera) prese la parola alle ore 16 del 10 AGOSTO dinnanzi ai rappresentanti dei 21 stati vincitori: e fu la parola di un vinto che si sentiva e si poteva sentire vincitore, un italiano che parlava per il popolo suo, con una tale altezza morale, da farsi da accusato ad accusatore, da umiliato a maestro di coloro che umiliato volevano in lui un intero popolo di alta civiltà.

Questo lo storico discorso: (integrale)

"Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l'essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.

Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali?

Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire. 

Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest'ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell'Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l'Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell'ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d'accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l'uso della forza (come proclama l'articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al "principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri", come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente "l'integrità territoriale e l'indipendenza politica", tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L'Italia avrebbe subìto delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale.

Si può credere che sia così?

Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio. 

In un congresso di pace è estremamente antipatico parlar d'armi e di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza.

Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche dell'occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva.
Nè questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo.

Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo.

Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi così detti ex satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex nemici. Esso suona: "considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato ... ".

Ora non v'ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di mmensi sacrifici, senza l'intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l'abile azione clandestina degli uomini dell'opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclama: "L'Italia fu la prima delle Potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone". 

"L'Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche". 

Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un governo designato liberamente dal popolo, attraverso l'Assemblea Costituente della Repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico?
La stessa domanda può venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: "delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania". Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del "Corpo Italiano di Liberazione", trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e "last but non least" dei partigiani, autori soprattutto dell'insurrezione del nord.

Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana. 

Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto. 

Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: "un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra" e quanto fosse profetica la parola di Stimson, allora Ministro della guerra americano: "La resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze". 

Me è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che seguono. 

Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già compensata coll'appoggio promesso all'Italia per l'entrata nell'ONU; compenso garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l'esempio dell'Italia antifascista. 

Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall'inizio da una psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate.

Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva fatta propria quando, il 23 aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava "una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti". 

Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico.

Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse salvaguardato. 

Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero; a tale scopo disponeste la costituzione di una Commissione d'inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il risultato dell'inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio 1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve, le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti jugoslavi, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l'affannosa ricerca del compromesso e, quando lasciai Parigi, correva voce che gli Anglo-Americani, abbandonando le linee etniche, si ritirassero su quella francese. 

Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo 180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; soprattutto essa escludeva dall'Italia Pola, e le città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste all'Italia.

Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse della linea francese non più la frontiera tra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto "Territorio libero di Trieste" con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo, nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia il 30 giugno telegrafavo ai Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com'è progettata, non è accettabile e specialmente l'esclusione dell'Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile alla coscienza nazionale italiana. 

La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla, aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete ansiosi della pace del mondo. 

Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con 334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe, secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato sarebbe tributario della Jugoslavia e dell'Italia in misura eguale per la forza elettrica, comunicherebbe con il suo hinterland con tre ferrovie slave ed una italiana. Le spese necessarie per il bilancio ordinario sarebbero da 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe toccare il miliardo.

Trieste ed il suo porto dall'Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche di conserve, non solo sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidii (anche le linee di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua ombra sull'attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, mantenere l'ordine in uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale? 

Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l'ONU ad arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale? 

Voi rinserrate nella fragile gabbia d'uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi, schierati tutti all'intorno a 8 chilometri di distanza, e gli italiani che tendono il braccio attraverso un varco di due chilometri? 

Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l'Europa Centrale? Ma allora il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un'amministrazione internazionale, non uno Stato; un'impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica!

Per correre il rischio di tale non durevole spediente, voi avete dovuto aggiudicare l'81% del territorio della Venezia Giulia agli jugoslavi (ed ancora essi se ne lagnano come di un tradimento degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del nuovo Stato); avete dovuto far torto all'Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonata alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? i loro beni potranno venire confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all'estero, mentre l'italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca. 

L'effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) eche il totale degli italiani esclusi dall'Italia, calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente.

A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani dell'Istria - ho presente una sottoscrizione di Pola - che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime? 

Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato di un anno la questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare altrettanto per la questione giuliana? C'è sempre tempo per commettere un errore irreparabile. Il Trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. E' una pace provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi. Altre questioni rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, per esempio, che i nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l'art. 67 di codesto Trattato, il quale impone all'Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e i cittadini germanici fino alla data dell'8 maggio 1945, dopo cioè che l'Italia era in guerra con la Germania da diciannove mesi. 

I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma che possiamo reclamare dalla Germani per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremmo semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento per provare che il completo assestamento d'Europa non può avvenire che dopo la pace con la Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del Trattato; l'Italia accetterà di fare i sacrifici che può. 

Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli jugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una collaborazione, perché senza questo spirito le formule del Trattato rimarranno vuote. 

Non è a dire con ciò che per tutto il resto il Trattato sia senz'altro accettabile.

Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l'art. 69 che concede ad ogni Potenza Alleata o Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani all'estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite. L'applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate soprattutto se - come non dubito - si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all'art. 62 ci si impone una rinuncia contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri. 

logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di occupazione, previste all'epoca dell'armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità economiche, me nei modi che di tale capacità tengano conto. 

In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che si facciano gravare sull'economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali Paesi. Se le clausole del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché l'Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all'estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l'insolvenza e la perdita della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e sociale dell'ONU? 

Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro - seduta del 10 maggio - la proposta di affidare all'Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In tale attesa, purché non si chiedano rinuncie preventive, non facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell'attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci attendiamo che l'amministrazione di quei territori durante l'anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale, affidata almeno per un'equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché decine e decine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi.

Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte nella Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt'oggi sotto propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello spirito degli accordi Cunningham - De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a restituzioni o compensi. 

Signori Ministri, Signori Delegati,

per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dell'Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex-nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo.

Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti.

Da una parte egli deve esprimere l'ansia, il dolore, l'angosciosa preoccupazione per le conseguenze del Trattato, dall'altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace.

Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, l'uno già Presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l'evoluzione democratica dell'altro dopoguerra, il secondo Presidente dell'Assemblea Costituente Repubblicana, vittima ieri dell'esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell'Assemblea a cui spetterà di decidere se il Trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano.

Signori Delegati,

grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all'indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni Paese che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una mèta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla.

E' in questo quadro di una pace generale e stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d'Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano".

Dopo l'intervento il rappresentante jugoslavo Kardelj chiese all'assemblea quarantott'ore di riflessione. O forse per ridurre la portata storica del discorso.
Le sedute proseguiranno fino al 7 settembre con delle rivendicazioni jugoslave e italiane.  Solo il 3 ottobre  nella seduta del comitato politico territoriale si approverà una proposta di compromesso avanzata  dalla delegazione francese per conciliare i punti di vista divergenti circa lo Statuto e la posizione internazionale del Territorio Libero di Trieste.
La votazione avverrà il 9 ottobre approvando gli articoli relativi alle frontiere italo-jugoslave ed italo-francese e quello relativo all'accordo italo-austriaco per il Tirolo.
Approvato (senza nemmeno votazione) anche l'articolo sulle ex colonie; l'Italia deve rinunciare ad ogni titolo e diritto sulle stesse.

Il 15 ottobre 1946 la Conferenza della pace si chiude. Insoddisfatte sia l'Italia che la Jugoslavia.
I punti controversi sono 8 e verranno discussi, riprendendo la Conferenza a New York l'8 Novembre.

I punti cotroversi:
1 Frontiere dell'Italia con la Jugoslavia
2 Proposta di inclusione nel trattato di una clausola che riporti l'accordo italo-austriaco per l'Alto Adige.
3 Garanzia dei diritti umani per le popolazioni dei territori ceduti dall'Italia in base al trattato
4 Regime provvisorio per Trieste e proposta per il territorio libero e il porto franco
5 Riparazioni pagabili dell'Italia all'Albania, all'Etiopia, alla Grecia ed alla Jugoslavia
6 Compenso per i danni alle proprietà alleate in Italia
7 Mezzi idonei a superare le difficoltà derivanti dall'applicazione del trattato
8 Clausola intesa a stabilire che nessun paese alleato possa godere dei vantaggi della pace qualora rifiuti di firmare il trattato
L'America che mira a dare a Trieste la possibilità di provvedere a se stessa economicamente propone un regime provvisorio in attesa della formazione di un governo.
Il 6 DICEMBRE a New York,  inaspettatamente il Consiglio dei ministri ha raggiunto un accordo su tutte le questioni di primaria importanza quali lo statuto di Trieste. E stata approvata anche la formula presentata dal rappresentante francese per le riparazioni che dovranno essere pagate dall'Italia e dalla Bulgaria.
L'Italia dovrà pagare: 100 milioni di dollari all'unione Sovietica, 125 milioni di dollari alla Jugoslavia, 105 milioni alla Grecia, 5 milioni all'Albania, 25 milioni all'Etiopia.

Il 13 DICEMBRE si è raggiunto anche l'accordo completo su tutti i punti ancora in sospeso dei cinque trattati di pace (con l'Italia, la Finlandia, la Romania, l'Ungheria e la Bulgaria) e si è chiusa la sessione newyorkese dopo sei settimane di lavori.

IL 10 FEBBRAIO 1947 A PARIGI
L'ITALIA FIRMA
IL DEFINITIVO TRATTATO DI PACE
 182 pagine con  90 articoli  e 16 note annesse
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Il 18 maggio 1949 l'Assemblea delle Nazioni Unite bocciava nel suo complesso il compromesso Bevin-Sforza per accettarne in verità una sola parte: quella che pianificava il futuro di Cirenaica e Fezzan. Per entrambe le regioni libiche si prevedeva una trusteeship (amministrazione fiduciaria) internazionale con responsabilità alla Gran Bretagna nel caso della Cirenaica, e alla Francia per il Fezzan.


L'accordo che il ministro degli esteri italiano era riuscito a strappare al suo corrispettivo inglese in un'atmosfera internazionale fluida, sostanzialmente disinteressata alle questioni italiane, prevedeva che Roma recuperasse Tripolitania e Somalia, seppure solo per un'amministrazione fiduciaria, rinunciando però, come visto, alle altre parti della Libia, e all'Eritrea che veniva ceduta e Etiopia e Sudan. Per quanto in gran parte consolatorio, l'accordo venne suonato da Sforza come una vittoria della diplomazia italiana. La popolazione, atterrita nell'orgoglio nazionale da un Trattato di pace severo e umiliante non avrebbe sopportato una declassificazione come quella che le grandi potenze avrebbero voluto infliggerle attraverso la distruzione dell'impero coloniale - così pomposamente chiamato dal duce- faticosamente costruito perchè desse all'Italia quel lustro di grande potenza di cui fin dalla fine dell'800 si era avvertita la necessità.

Il compromesso raggiunto con la Gran Bretagna sembrava rispondere a quest'esigenza colta dai leaders politici, attenti ad ascoltare, in un momento molto delicato per il paese, l'umore della popolazione ferita dalla guerra. Quella che veniva giudicata la vittoria londinese di Sforza non poté però concretizzarsi. Di fronte ai membri dell'Assemblea delle Nazioni Unite, infatti, l'accordo anglo-italiano trovò una consistente opposizione che ebbe però la meglio solo grazie al voto negativo espresso all'ultimo momento dal delegato di Haiti.

Nelle memorie dei testimoni, la votazione assume un sapore faceto. Il ministro Sforza ricorda: "Tragicomico apparve quello che si seppe negli Stati Uniti e qualche ora dopo in Europa: cioè che il solo voto contrario che fece fallire il progetto presentato dall'Inghilterra e calorosamente appoggiato dalla Francia [è da notare che le due potenze erano interessate all'approvazione del progetto in quanto da esso ne avrebbero ricavato l'amministrazione fiduciaria della Cirenaica la Gran Bretagna, e quella del Fezzan la Francia] e dagli USA, fu dato dal rappresentante di Haiti, un tipo di cui le personalità più serie di Haiti ammisero, quasi scusandosi, che quella sera "era ubriaco e comunque non sapeva nulla della Somalia."

Altra versione degli stessi fatti è quella data dall'Ambasciatore Tarchiani: "Quel rappresentante, ottenuto un relativamente lauto compenso per cambiare parere all'ultima ora, bevve un doppio whisky ed entrò nell'aula per votare contro.". 
Verrebbe da dire che non poteva esserci conclusione più intonata. Il colonialismo italiano, con la sua storia fatta di tentativi falliti e di episodi che tutto esprimevano fuorché la virilità di un paese banalmente interessato a mostrare i propri, peraltro avvizziti, muscoli, tramontava in modo così ridicolo. L'italia che aveva perso, firmando il Trattato di pace, i territori conquistati durante il fascismo: Albania, Etiopia oltre alle isole del Dodecaneso e Rodi, ritornava così ad essere un paese senza colonie come all'inizio della sua storia unitaria, e improvvisava in quel momento una sorta di spirito a favore della liberazione dei popoli, assolutamente senza radici storiche se non quella nuovissima della bocciatura del piano Bevin-Sforza.

Fino a pochi giorni prima della sconfitta patita per colpa del cosiddetto ubriaco di Haiti, il personale di Palazzo Chigi si era impegnato totalmente nella difesa della presenza italiana in Africa, nobilitata attraverso una costruzione teorica che tentava di presentarla come nodo centrale della storia statale e non come residuo del recente passato fascista. Nel biennio '47-49 questi temi trovarono diffusione in numerosi settori del mondo politico e dell'opinione pubblica, concordi nel sostenere la necessità per l'Italia di mantenere le proprie colonie giudicate come l'unico mezzo per continuare a essere presenti nel Mediterraneo.

La convinzione della necessità di avere dei territori oltremare andava però riqualificata e dotata di argomenti validi, in grado cioè di ridare credibilità ad un colonialismo tutt'altro che privo di ombre. Era un'operazione piuttosto difficile e che in ogni caso avrebbe potuto fornire solo una nuova facciata, visto che la storia non poteva essere riscritta. Si cercò così di puntare sullo sforzo fatto dall'Italia per imprimere una direzione di progresso alle economie arretrate di Libia, Eritrea, Etiopia, Somalia, e ancora si parlò di valorizzazione delle risorse locali, di necessità di salvaguardare gli interessi dei connazionali residenti in Africa e dell'idea di missione civilizzatrice. Erano argomenti che riprendevano nella sostanza i concetti utilizzati dal fascismo per giustificare l'impresa etiopica e si scontravano con la verità storica che raccontava di violenze e soprusi legati sia alla conquista dell'Etiopia sia a quella precedente della Libia. Nonostante la loro manifesta pretestuosità queste argomentazioni trovarono il sostegno sia del governo sia delle opposizioni e diventarono la base di quella politica di cooperazione con i paesi arabi che costituì in quegli anni, e fino al maggio '49, la strategia mediterranea.

L'accanimento con il quale Palazzo Chigi sostenne la linea coloniale, anche quando "era divenuto ormai chiaro che gli alleati non avevano nessuna intenzione di dare soddisfazione all'Italia", dipendeva dalla convinzione, ormai instaurata anche nell'opinione pubblica, che l'affermazione della tesi coloniale equivaleva alla sopravvivenza dell'Italia come potenza. Un'equazione quest'ultima, pericolosa quanto sbagliata, che avrebbe creato al momento della perdita definitiva dei possedimenti africani una forte delusione e un'impressione di sconfitta totale. Comunque, fino a quel momento del maggio '49, le autorità italiane fecero di tutto per indurre le potenze vincitrici a non umiliare l'Italia anche sul fronte coloniale.

A più riprese si tentò di mercanteggiare l'adesione al sistema atlantico con la richiesta di amministrazione della Libia, dell'Eritrea e della Somalia, "senza rendersi conto che da parte degli alleati questa possibilità era ormai esclusa, e forse non era mai stata presa in considerazione". Purtroppo però solamente alcuni esponenti della classe diplomatica come l'Ambasciatore a Parigi, Pietro Quaroni, e quello a Washington, Alberto Tarchiani, dimostrarono lungimiranza denunciando l'ostinazione coloniale del governo come anacronistica.

Nell'ottobre 1947 Quaroni scriveva al Ministro degli Esteri Sforza: "Bisogna che noi cominciamo col dire che noi vogliamo che le nostre ex colonie siano indipendenti, indipendentissime: che cominciamo col dire come sarà e come dovrebbe essere organizzato questo Stato nuovo che dovrà prendere vita sul territorio delle nostre ex colonie; e come noi intendiamo aiutare nel più breve tempo possibile questo Stato nuovo ad essere del tutto indipendente". 
Secondo l'Ambasciatore la lotta per la difesa delle colonie era persa in partenza perché combattuta con armi logore. Essa doveva dunque essere abbandonata, sia per non continuare a investire energie importanti in una battaglia assurda, sia per la convenienza di lasciare il campo coloniale nel modo più indolore e proficuo. Le riflessioni profetiche di Quaroni non ottennero però ascolto, così, forse più che altro per pararsi dalle accuse di debolezza che piovevano dall'opposizione, che non per convinzione personale, i titolari di Palazzo Chigi proseguirono fino all'aprile '49 sulla linea della rigidità e della rivendicazione globale di tutti i possedimenti. Solo allora la diplomazia italiana decise di tentare la strada del compromesso.

Fu abbandonata l'intransigenza dei mesi precedenti e si arrivò (il 6 maggio) all'accordo stipulato tra i due ministri degli esteri, di cui si è parlato sopra. La delusione e l'amarezza per la bocciatura all'ONU dell'accordo Bevin-Sforza furono tanto più profonde in quanto alla questione dei possedimenti africani il governo aveva legato il concetto di sopravvivenza del Paese come potenza. Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri ritenevano personalmente preferibile abbandonare la partita (in questo si allineavano con il parere dell'Ambasciatore a Parigi Quaroni), ma agivano in senso contrario per evitare ulteriori umiliazioni ad un'opinione pubblica che già ferita da un durissimo trattato di pace non voleva accettare l'idea di rinunciare ai possedimenti africani. 
Nei giorni successivi alla bocciatura del piano anglo-italiano da parte delle Nazioni Unite, il governo fu travolto dalle critiche mosse sia dall'opinione pubblica, profondamente colpita da quella che come si è già visto era considerata una sconfitta, sia dall'opposizione di destra che lo accusava di scarsa incisività. Oltretutto, il governo doveva trovare il modo di difendersi dalle accuse dei comunisti che mettevano in rilievo come l'adesione al Patto Atlantico non avesse rafforzato la posizione italiana nel mondo, anzi avesse messo, così sembrava, il futuro del Paese nelle mani di Washington e Londra. Questo attacco congiunto delle forze politiche e dell'opinione pubblica provocò alla fine di maggio una vera e propria svolta che portò ad un completo ripensamento della politica mediorientale italiana.

L'obiettivo ultimo rimaneva inalterato: confermare la presenza del paese nel Mediterraneo, mentre gli elementi predisposti per raggiungerlo subivano una completa revisione. La nuova strategia doveva adeguarsi ad una situazione completamente mutata e doveva farlo in fretta. Perciò quella che maturò nel giro di pochi giorni fu una svolta imposta dalla serie di continui fallimenti e non da un processo autonomo di ripensamento. "La nuova politica era figlia di una situazione di debolezza e dell'esigenza di capovolgere in segno positivo una circostanza negativa: l'anticolonialismo era la risposta italiana alla crisi del suo colonialismo."

La presentazione ufficiale della nuova linea ebbe luogo il 31 maggio. Il presidente del Consiglio ne illustrò i contenuti ai delegati libici ed eritrei di passaggio a Roma nel viaggio di ritorno da Lake Success. De Gasperi dichiarò che il governo italiano intendeva favorire la piena indipendenza delle sue antiche colonie, indipendenza che a suo avviso poteva realizzarsi immediatamente per l'Eritrea e la Libia e a breve scadenza per la Somalia. Sui motivi di questo ripiegamento non ci sono dubbi. Esso fu causato dalla necessità di far fronte ad una sconfitta che altrimenti avrebbe portato l'Italia all'esclusione totale dal Mediterraneo. Ponendosi su questo piano il paese anticipava involontariamente i risultati di un anticolonialismo crescente, sebbene agli esordi, che nei successivi dieci anni avrebbe portato alla fase più proficua della decolonizzazione.

Grazie a questa svolta l'Italia si ripresentava in Medio Oriente come la paladina dei paesi arabi, il ponte fra Europa e Africa. Così l'opzione anticoloniale diventava uno strumento positivo per una politica di avvicinamento al mondo arabo, che mostrava buone possibilità di riuscita proprio perché adesso il paese avrebbe potuto meglio comprendere le aspirazioni di autonomia e indipendenza di quei popoli, ancora sottoposti a limitazioni di sovranità. Nell'impostare questa nuova politica, le autorità italiane non dovevano però sottovalutare gli inconvenienti che essa portava con sé. Innanzitutto dovevano stare molto attente a che l'anticolonialismo non venisse interpretato come nuovo colonialismo mascherato dalle buone intenzioni; in secondo luogo, dovevano dimostrare agli alleati come una politica filoaraba fosse compatibile con gli impegni atlantici.

Si chiedeva cioè all'Italia di sciogliere l'eterno dilemma della sua politica estera che ormai per tradizione era divisa tra slancio europeistico e velleità mediterranee. La soluzione fu trovata nell'assunzione da parte dell'Italia di una nuova funzione di cooperazione e mediazione tra oriente e occidente. I grossi vantaggi economici e politici che potevano essere offerti da una penetrazione nel mondo arabo acquistavano adesso maggior valore poiché sembravano in grado di porre il paese come anello di collegamento tra la civiltà europea e quella araba.
"Tradotta su un piano concreto, l'aspirazione italiana era di assumere la leadership di un processo di rinnovamento morale e culturale del mondo mediterraneo, agendo da punto di raccordo fra civiltà occidentale e civiltà araba. Su questo terreno avveniva la saldatura tra interessi nazionali e interessi della comunità atlantica e europea."

Oltretutto, non era da trascurare il fatto che con questa politica l'Italia avrebbe contribuito a creare una barriera capace di respingere eventuali pressioni sovietiche sul Medio Oriente. Era su questa natura anticomunista della sua manovra che il governo insisteva per raccogliere i consensi degli alleati occidentali. Altre circostanze sembravano poi confermare la bontà della scelta proaraba. Esasperato dalla questione palestinese, il nazionalismo arabo aveva reso difficili i rapporti con quelle potenze che come la Gran Bretagna e la Francia avevano dominato per lungo tempo la zona, e aveva fatto sorgere dei sospetti anche sulla presenza americana, pregiudicata, agli occhi degli arabi, dalla tendenza ad appoggiare Israele.

Sicché tutto sembrava aprire nuovi spazi ad un paese come l'Italia che potendo contare su un'ottima posizione geografica e su una multiforme tradizione di contatti ed associazioni con il mondo arabo sembrava essere, almeno giudicando da queste premesse, l'ideale sostituto delle vecchie potenze coloniali. La realizzazione di queste premesse ipotetiche era però resa difficile se non impossibile dalla debolezza strutturale del paese e dal ristretto margine che il gioco politico internazionale lasciava all'Italia.
La scarsa influenza diplomatica che Roma avrebbe potuto esercitare sulle discussioni inerenti i delicati equilibri del settore mediorientale era la conferma del perdurare di quella povertà di risorse economiche e politiche che ostacolava la realizzazione degli obiettivi di palazzo Chigi. Tenendo conto, più o meno consapevolmente di tutti questi elementi, il governo italiano si apprestava a realizzare una politica filoaraba che puntava sugli scambi culturali ed economici.

La seconda guerra mondiale e il nuovo ordine internazionale che era seguito alla conclusione del conflitto avevano imposto un nuovo equilibrio e nuove dinamiche tra gli stati. La decolonizzazione, peraltro fenomeno non nuovo, faceva il suo ingresso come uno dei protagonisti della nuova epoca e costringeva l'Europa a guardare in faccia una realtà nella quale il centro politico dell'universo non era più il vecchio mondo. Nella definizione dei due blocchi contrapposti si ridisegnava un equilibrio di potere all'interno del quale la "piccola" Italia sarebbe stata costretta a muoversi con molta attenzione.
La politica estera veniva ripensata da De Gasperi e Sforza e il Mediterraneo vedeva riconfermata la sua centralità. Con i nuovi strumenti indicati dall'assetto postbellico, Roma si apprestava a proseguire, senza soluzione di continuità, una politica mediterranea che fin dall'inizio della storia unitaria del paese si era presentata come un elemento di grande importanza e interesse.

I PRECEDENTI

Negli anni che vanno dal 1861 alla seconda guerra, questa tendenza a espandersi verso i paesi arabi del Medio Oriente venne perseguita con una politica di conquiste che assomigliava del tutto al colonialismo in quanto ne usava gli strumenti e le giustificazioni, pur allontanandosi da esso per le sue dimensioni, diciamo, ridotte. In un'epoca (gli ultimi venticinque anni dell'800) in cui Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e, in misura minore Stati Uniti, conquistavano il mondo in nome della diffusione di un superiore progresso europeo, dell'espansione economica, del raggiungimento di una dimensione di grande potenza che poi avrebbe avuto riflesso nell'equilibrio tra gli stati del vecchio centinente, la giovane Italia costruiva a fatica se stessa senza dimenticarsi, seppure in seconda battuta, dell'importanza di riqualificare la sua posizione tra i colossi europei.

Così, più per acquisire un prestigio inesistente che per convinzione radicata nelle menti dei capi della diplomazia, negli anni '80 del XIX secolo anche Roma tentò un approccio, tuttavia rivelatosi maldestro, al colonialismo di conquista. Proprio perchè improvvisato e condotto senza la ricchezza economica di cui le altre potenze potevano disporre, il colonialismo italiano soffrì oltretutto della posizione debole che il Paese occupava tra gli altri stati del continente. In buona sostanza questa condizione di debolezza e povertà costrinse Roma ad una politica coloniale episodica riproposta di quando in quando senza criterio. Il fatto di non essere una grande potenza legò sicuramente, almeno in parte, le mani all'Italia.

Più di una volta, e basti ricordare la rinuncia forzata alla Tunisia, dichiarata terra di espansione francese durante il congresso di Berlino del 1878, nell'ambito di una politica tra stati condotta in nome della diplomazia segreta che stabiliva assetti e sistemazioni a tavolino, il paese dovette accettare, seppure a malincuore, di rimanere estraneo e intoccato dalle manovre con le quali il mondo intero veniva spartito.

Il primo atto della storia coloniale italiana fu l'acquisto della baia di Assab nel mar Rosso, nel 1869. Il governo anticipò i fondi mentre l'armatore genovese Rubattino, spinto dalla prospettiva di un incremento del traffico commerciale nel Mediterraneo, che sembrava realizzabile dopo l'apertura avvenuta in quello stesso anno del canale di Suez, diede la sua copertura all'impresa. Realizzando un'idea lanciata da Giuseppe Sapeto, un ex-missionario che aveva a lungo viaggiato e vissuto in Africa orientale, l'Italia poneva le basi dell'espansione nel continente nero. L'acquisto della baia di Assab, una striscia di terra di 6 chilometri costata allo stato 30.000 lire, avvenne il 15 novembre 1869 ma rimase per lungo tempo priva di seguito. L'arida ed assolata costa del mar Rosso apparteneva all'Egitto che protestò energicamente e cancellò in breve ciò che l'Italia aveva fatto per rendere visibile la sua presenza.

Peraltro si capì ben presto che gli interessi economici erano ben limitati e il commercio verso l'oriente alquanto faticoso e privo di reale sostegno da parte delle autorità. Furono motivazioni, queste ultime, che bastarono a frenare ogni successiva iniziativa. Solo nel 1882, lo stato italiano rilevò a Rubattino la concessione sulla baia egiziana e riorganizzò, ampliandoli attraverso nuovi acquisti, i possedimenti africani dell'Italia. Ne seguì, tre anni dopo, la facile occupazione di Massaua andata a buon fine più per la rinuncia a difendersi decisa dai capi abissini impegnati nel contrasto con i sudanesi che minacciavano di occupare la parte settentrionale dell'Etiopia, che per il puro merito dell'azione orchestrata da Roma.

Fin da questi primi passi, il colonialismo italiano mostrava di non essere ben congegnato e finalizzato, di non avere motivazioni economiche serie e di non godere, oltretutto, dell'appoggio della popolazione, per la maggior parte ostile a imprese tanto costose quanto pretestuose. La conferma di quanto appena affermato non tardò a venire. Incoraggiato dalla conquista di Massaua il governo di Roma organizzò una successiva espansione che si scontrò con il contingente indigeno guidato dal ras Alula. Questi uomini, di cui la preparazione a combattere fu costantemente sottovalutata attaccarono il fortino italiano a Dogali infliggendo, il 26 gennaio 1887, al colonnello De Cristoforis una sonora sconfitta che costò la vita a molti giovani. L'episodio allarmò l'opinione pubblica italiana e suscitò un'ondata generale di proteste che ben indicavano quanto poco radicata fosse l'adesione ad un colonialismo complessivamente non condiviso da un paese ancora troppo giovane per porsi velleità di potenza. La sufficienza con la quale il governo aveva gestito questa prima prova di conquista non bastò però per modificare un atteggiamento basato totalmente su vane speranze affidate alla presunta ignoranza di una popolo, quello abissino, reputato primitivo.

Il trattato di Uccialli, stipulato tra l'Italia e il negus Menelik dal governo di Crispi nel 1889, fu infatti interpretato da Roma come una sorta di via libera all'espansione italiana nella regione.
Il Primo ministro, uomo determinato a fare del suo paese una potenza di rilevanza mondiale, riaprì la partita coloniale nel 1893. Appena tornato al governo pensò che oltretutto un nuovo tentativo di conquista fosse un buon sistema per distrarre l'opinione pubblica dalla crisi economica e dalla fortissima tensione sociale causata dalla rivolta dei Fasci siciliani.
Nei tre anni successivi, i segni incoraggianti furono veramente pochi, ma questo non servì a fermare o a far indietreggiare Crispi. Convinto che nulla avrebbe potuto fermare la corsa dell'Italia verso la conquista del suo "posto al sole", il capo del governo indicò come obiettivo la conquista dell'Etiopia.
Il negus Menelik, che con il trattato di Uccialli tutto pensava di aver concesso fuorché il protettorato italiano sull'intera zona, raccolse tutte le sue forze e si preparò allo scontro. La battaglia di Adua fu combattuta il 1° marzo 1896 da un contingente italiano tre volte inferiore alle forze messe insieme dal negus. Queste ultime costrinsero i loro avversari ad una resistenza disperata e infine ad una pietosa ritirata: 5000 italiani e 1000 eritrei persero la vita. La sconfitta ebbe anche immediate ripercussioni sul governo. Crispi si dimise salutando per sempre gli scranni governativi sui quali non si sarebbe più seduto e stendendo al contempo un velo su ogni impresa espansionistica. Lo sostituì Di Rudinì: un uomo di destra deciso anticolonialista con inclinazioni pacifiste.

Le imprese africane furono abbandonate e il governo si limitò a firmare con Menelik una pace sommaria. Qualche anno più tardi le terre eritree vennero riorganizzate di pari passo ai primi tentativi di allargamento verso la Somalia. Era un tentativo per non abbandonare definitivamente i sogni imperiali che sarebbero risorti solo dopo avere curato e dimenticato le ferite patite a Dogali e Adua. Nel 1911 il governo guidato da Giolitti giudicò che era giunto il momento per riprendere in mano il discorso interrotto con la sconfitta del 1896.
Erano ormai passati 15 anni e quella stessa borghesia, quella parte del Parlamento che aveva ostinatamente rifiutato le improvvisate conquiste africane, ora appoggiava compatta e supportata da una valida e incessante campagna di stampa la nuova fase del vecchio colonialismo. Si arriva con la logica a immaginare che la Libia dei primi anni del '900, ovvero il paese più povero del Mediterraneo di allora non fosse un bocconcino appetibile. Prima della scoperta dei giacimenti di petrolio il territorio di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan era solo, come venne chiamato, un immenso scatolone di sabbia. Le falde acquifere, quasi inesistenti, il clima torrido che provocava continue carestie, non permettevano di certo la pianificazione di un'agricoltura produttiva che facesse concorrenza a quella dell'Italia meridionale diventando così la nuova casa dei molti cittadini che migravano, a quei tempi, verso Germania e Stati Uniti. In conclusione la Libia non poteva essere un buon investimento per l'economia del paese.

Ma il fascino che emanava era dato dal fatto di essere l'unico paese africano ancora libero da legami coloniali. Francia e Gran Bretagna, Belgio e Olanda avevano occupato buona parte dei territori del grande continente nero realizzando un sistema coloniale che nel caso della prima tendeva a sostituirsi ai locali indicando loro una nuova forma di governo, una nuova economia, una nuova classe dirigente e governativa formata per lo più da francesi disposti a trasferirsi, mentre nel caso del Regno Unito puntava ad una gestione meno invasiva basata sulla fiducia accordata agli indigeni legati alla potenza imperiale da trattati in vario modo vincolanti.
La debole e povera Italia doveva così, qualora avesse voluto, accontentarsi delle briciole. L'unico territorio ancora disponibile nel 1911 era la Libia e questo sembra l'unico vero motivo alla base della scelta di trasformare quell'arido deserto prima della scelta del territorio da conquistare. Perché un paese che aveva già avuto risultati disastrosi in materia di conquiste e che oltretutto aveva raggiunto un buon livello di sviluppo economico avrebbe dovuto tentare nuovamente la strada del colonialismo? La risposta è facile se si pensa che questo tipo di imprese anche in passato avevano avuto il solo scopo di distrarre l'opinione pubblica da situazioni complicate attinenti alla politica interna. Lo sviluppo industriale conseguito dal paese provocò in quegli anni di inizio secolo un forte aumento della conflittualità sociale.

I movimenti operai acquistavano una certa importanza e le destre nazionaliste chiedevano che l'Italia ponesse fine in qualche modo alla condizione per la quale gli alleati europei, Austria-Ungheria e Germania, nonostante la triplice Alleanza stipulata nel 1882 imponesse consultazioni preventive in caso di espansione oltre i confini statali, si erano potuti permettere di decretare l'annessione della Bosnia-Erzegovina all'Austria senza interpellare Roma. Praticamente ciò che le destre chiedevano era la fine della debolezza che costringeva il paese a stare ai margini delle relazioni e delle decisioni internazionali, che costringeva a rinunciare al completamento della propria unità territoriale e che costringeva, oltretutto, molti italiani a lasciare il paese per cercare lavoro altrove. In questa situazione molto fluida e mutevole ebbero fortuna le teorie dello scrittore Enrico Corradini, secondo cui il contrasto fondamentale non era più quello fra le diverse classi all'interno di un paese bensì quello tra paesi ricchi e poveri, tra "nazioni capitalistiche" e "nazioni proletarie", cioè con un'eccedenza di popolazione rispetto alle risorse economiche.

Applicata all'Italia, questa teoria portava a una contrapposizione nei confronti delle democrazie occidentali, a una ripresa dell'iniziativa coloniale che avrebbe dovuto assorbire le spinte sociali indirizzandole verso gli obiettivi imperiali. In questo clima politico si costituì un movimento nazionalista che basandosi sulle idee di Corradini si diede nel 1910 una struttura organizzata con la fondazione dell'Associazione nazionalista italiana. Confluivano, in quest'ultima, elementi eterogenei ma d'accordo nella convinzione che l'Italia dovesse elevarsi dalla condizione di potenza di secondo rango attraverso un'impresa coloniale che ne avrebbe mostrato il valore.
Questo gruppo che si ispirava in tutto e per tutto alle idee di Corradini aprì, dalle colonne del nuovo periodico romano "L'idea nazionale" una martellante campagna di stampa in favore della conquista della Libia. Rafforzati dall'appoggio dato loro dai gruppi legati alla Banca di Roma, che da tempo era impegnata in una penetrazione economica nella regione africana, i membri dell'Associazione nazionale contribuirono non poco a spingere l'Italia verso l'intervento che ebbe luogo nel 1911 in seguito alla imminente estensione al Marocco del protettorato francese.

Nel settembre di quello stesso anno, Giolitti mandò in Libia un contingente di 35.000 uomini che si scontrò in un primo momento con la reazione dell'Impero turco, tutore nominale della regione africana. La guerra fu più lunga del previsto e vide l'allargamento delle ostilità alle isole di Rodi e del Dodecaneso. Solo nell'ottobre 1912 la pace di Losanna consegnava nelle mani italiane la Libia. La guerra in realtà, nonostante in patria si dicesse che il paese africano fosse ormai sotto la sovranità del governo di Roma, non cessò dopo la pace, ma continuò per lungo tempo.
Le popolazioni nomadi della zona non si arresero al passaggio di sovranità decretato dalla pace di Losanna e continuarono una resistenza che costò vite umane e denaro ad un'Italia che nel frattempo pubblicizzava il bel risultato. Negli anni successivi, tutto ciò che si era atteso dalla conquista di un proprio impero coloniale mostrò la propria vacuità. Non ci fu nessun beneficio economico e pochissimi italiani furono disposti a colonizzare un deserto che certo non reggeva il confronto con le promesse e le speranze che sapevano regalare l'idea di una migrazione negli Stati Uniti o in Francia.
Oltretutto neanche le motivazioni politiche trovarono soddisfazione. Giolitti che aveva creduto di pacificare i contrasti sociali interni al paese e di mettere a tacere le spinte estreme dei gruppi di destra, per poi riprendere il suo riformismo basato sul controllo e la cristallizzazione delle dinamiche interne ed esterne al Parlamento, lasciò la guida del governo nel maggio 1914 di fronte alla constatazione che a nulla era valso il suo tentativo di soluzione di contrasti sociali che era giusto l'Italia vivesse in quel momento di fermento diffuso a tutta l'Europa.

Chiusa la campagna di Libia e concretamente sepolta la possibilità di integrare il territorio africano nelle dinamiche di crescita dello stato italiano, il colonialismo visse di nuovo un momento di totale oblio. Fu un momento, a dire il vero, parecchio lungo, che durò fino al 1935. Questa episodicità del colonialismo italiano, come si è già detto, denuncia l'incapacità del paese a perseguire con una certa continuità una presunta vocazione coloniale vagamente e genericamente civilizzatrice per niente presente negli interessi e nelle facoltà di uno stato troppo debole e di marginale importanza. E conferma allo stesso tempo la volontà di usare le imprese coloniali come mezzo attraverso il quale dare prestigio al paese.

In questa accezione rientra anche la prova "trionfale" che portò Mussolini alla conquista dell'Etiopia. Analizzando i moventi dell'impresa troviamo una stupefacente coincidenza tra quelli addotti dal regime fascista e quelli che 15 anni prima avevano spinto l'Italia giolittiana ad un'analoga impresa. Ancora ritornano le mire di grandezza, adesso più accentuate trattandosi di un regime totalitario o che almeno aspirava ad esserlo, e ancora parliamo della conquista dell'Etiopia come di un pretesto per distrarre la popolazione dalle difficoltà economiche giunte in Italia con la crisi che alcuni anni prima, nel 1929, aveva catastroficamente colpito gli Stati Uniti. Fu diversa l'adesione dell'opinione pubblica, in verità uguale a quella tenuta nei confronti dei tentativi coloniali ottocenteschi.

Nel '35 l'Italia non sentiva la necessità di un'impresa che sarebbe costata molto ad un paese già in crisi. Le vicende della conquista dell'Etiopia furono così seguite con un certo disinteresse fino al giorno in cui, la decisione della Società delle Nazioni di applicare sanzioni economiche al paese, accusato di avere attaccato senza motivo uno stato libero, provocarono un'ondata di patriottismo che riuscì a coinvolgere, nel nome della difesa di una nazione alla quale per invidie insane la comunità internazionale tentava di impedire la conquista di un proprio impero, intellettuali antifascisti come Benedetto Croce.
I giornali fecero anche di più, dalle loro pagine inneggiavano "l'italia guerriera".


Nonostante le difficoltà causate dalle sanzioni, l'Italia riuscì comunque a conquistare l'Etiopia il 6 maggio 1936, quando le truppe capeggiate dal maresciallo Badoglio entrarono trionfalmente ad Addis Abeba. La vittoria, che diede a Mussolini la corona di imperatore, fu un indubbio successo politico sul piano interno. Molti italiani ebbero la sensazione che finalmente il paese avesse acquisito uno status di grande potenza anche a dispetto e contro i colossi occidentali. In realtà il contingente fascista ebbe la meglio contro un esercito formato da uomini non abituati a combattere, mal equipaggiati e decisamente molto meno numerosi. Questa prova perciò non poteva essere letta come una verifica della forza italiana. Le successive vicende avrebbero mostrato che la penisola non era in grado di affrontare uno scontro con una grande potenza, ma la vittoria conseguita in Etiopia dette a Mussolini la sensazione di poter condurre una politica aggressiva e lo spinse a consolidare il legame in precedenza abbozzato con la Germani nazista. L'ultima impresa coloniale della storia italiana prerepubblicana ha infatti come unico movente la necessità di tenere il passo dell'alleato con il quale dal maggio 1939 il regime mussoliniano aveva stipulato il cosiddetto "Patto d'acciao".

La successiva occupazione dell'Albania fu infatti un tentativo unilaterale messo in piedi dal duce per cercare di porsi come polo di potere a fianco del dittatore tedesco che a quell'epoca aveva già annesso al suo impero l'Austria e si apprestava a concludere l'occupazione dei Sudeti.

La catastrofe della guerra azzerò ogni conto. L'Italia trattata alla stregua di nazione sconfitta perse automaticamente il diritto alle colonie conquistate durante il ventennio fascista e vide messa in discussione la presenza nelle colonie prefasciste. Ciò che successe negli anni dopo la guerra lo abbiamo già visto all'inizio di questa trattazione che si potrebbe concludere con una riflessione sul dilemma di una nazione costretta a comportarsi come una potenza per acquisirne il rango, ma assolutamente incapace, per debito strutturale e debolezza cronica, di giocare in quel ruolo.

(Ndr. - Ed anche all'ONU, questa debolezza cronica si farà sentire. Probabilmente le due potenze che erano alleate all'Italia, Germania e Giappone, e che uscirono dal Grande Conflitto perdenti (ma non proprio del tutto umiliate come l'Italia) riusciranno a sedersi fra i 5 membri permanenti all'Onu, accanto all'Inghilterra e alla Francia. 

ILARIA TREMOLADA

BIBLIOGRAFIA
Le guerre coloniali del fascismo, a cura di Angelo del Boca, Laterza, Roma-Bari, 1991.
Mussolini e la conquista dell'Etiopia, di Renato Mori, Le Monnier, Firenze, 1978.
Libia ed Etiopia nella politica coloniale italiana (1918-1919), di Vanni Clodimiro, Quaderni dell'Istituto di Studi Storici, 1986.
Guerre italiane in Libia e in Etiopia, di Giorgio Rochat, PAGVS, Padova, 1991.
La conquista dell'Etiopia, di Paolo Gentizon, Hoepli, Milano, 1937.
La politica estera dell'Impero, di Fulvio D'Amoja, Cedam, Padova, 1967.
Venti anni di politica estera, di Paolo Cacace, Bonacci, Roma, 1986.
Il colonialismo italiano, di Giorgio Rochat, Loescher, Torino, 1988.
L'età degli imperi, 1875-1914, di Eric Hobsbawm, Laterza, Roma-Bari, 2000.

"Shaktipat, il risveglio di Kundalini.."



La divina energia (Shakti) una volta risvegliata lavora incessantemente e permanentemente nel discepolo. Questa è l'Energia che sempre cresce, che sempre più manifesta la sua gloria. Energia divina è solo un altro nome per Volontà divina. Così meravigliosa è questa Energia che è perfetta in ogni sua parte come nella sua interezza. Una volta che la Coscienza è stata risvegliata gli effetti della Grazia si manifestano sino al compimento finale della totale liberazione." (Swami Muktananda in risposta alla domanda: l'effetto di Shaktipat è temporaneo o permanente?)

Le notizie qui riportate sono informazioni pratiche, sicuramente utili... Ad esempio per gente come me che non sapeva nulla di risveglio della Coscienza.  Durante il mio primo soggiorno a Ganeshpuri, nell'estate del 1973, sperimentai il "risveglio della Kundalini" alla presenza del mio Guru, a volte credevo di impazzire o che che ci fosse lsd nel cibo, per il tipo di esperienze che avevo giornalmente..  


Era importante sapere, anche intellettualmente e psicologicamente, cosa stesse accadendo dentro di me... Per fortuna potei leggere il libro di Muktananda che parlava delle sue esperienze durante il processo di risveglio,  da lui vissuto con il suo Guru Nityananda,  e questo fu un grande aiuto. Più avanti, tornato in Italia, feci una traduzione completa del suo libro, che però in Italia fu pubblicato in una versione diversa dalle Edizioni Mediterranee (Il Gioco della Coscienza). 

Di seguito ho inserito un breve stralcio di un altro testo,Satsang with Baba,  con domande e risposte  sui risvolti spirituali del risveglio di Kundalini.

(P. D'A.)




Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l'ha ricevuta?

Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos'è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.

Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.

Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.

Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti  puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.

Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo...

Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l'energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.

Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l'inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.

Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972



(Traduzione di Paolo D'Arpini)


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Commento di Caterina Regazzi: 

 “Bellissimo avere un risveglio della coscienza senza sapere nulla del risveglio della coscienza! Se fosse sempre così! Ora con tutto questo parlarne (a volte leggo con un misto di divertimento, curiosità e scetticismo su FB botta e risposta su risveglio, risvegliati e autocompiacimento del proprio stato di "consapevolezza avanzata"), secondo me e per me faccio fatica a togliermi dalla mente il condizionamento alla ricerca, all'esame del percorso, mentre il percorso si dovrebbe srotolare come una matassa ben arrotolata e non come una matassa ingarbugliata, e poi c'è chi alza la propria bandiera e dice: "questo percorso è meglio di questo, è più serio, è più profondo, ecc. ecc." L'attenzione, l'auto-osservazione rischiano di essere sviate, condizionate da questa pletora di situazioni, parole...”

Guarire, di David Servan-Schreiber - Recensione



Guarire. Una nuova strada per curare lo stress, l'ansia e la depressione senza farmaci né psicanalisi di David Servan-Schreiber 

Eccovene qualche pagina. Buona lettura!

Capitolo 4
Il legame con gli altri

"Se non sono responsabile per me, chi lo sarà? Ma se lo sono per me stesso soltanto, che cosa sono? E se non me ne preoccupo abbastanza adesso, allora quando?" (Hillel, Le Traité des Pères)

La vita è una lotta. Ed è una lotta che non vale la pena di condurre solo per sé. Il nostro spirito ricerca sempre un senso oltre i confini della sua “fatica di essere sé”, per riprendere la bella espressione del sociologo Alain Ehrenberg. Per perseverare nello sforzo di vivere, gli serve una ragione che vada oltre la semplice sopravvivenza.

In “Terra degli uomini”, Saint-Exupéry (autore del “Piccolo Principe” NdR) racconta di quando il pilota Henry Guillaumet si perse con il suo areo sulla Cordigliera delle Ande. Per tre giorni Guillaumet marciò dritto davanti a sé in un freddo glaciale, a un certo punto cadde nella neve a faccia in giù.
Questa sosta imprevista gli permise di capire che se non si fosse rialzato subito non lo avrebbe fatto mai più. Però, stremato, sentiva di non averne più voglia: ormai lo allettava solo l'idea di quella morte dolce, indolore, gradevole. Nella sua testa aveva già detto addio alla moglie e ai figli e sentito per l'ultima volta tutto l'amore che provava per loro. Poi un pensiero lo colse all'improvviso: se non si fosse ritrovato il suo corpo, la moglie avrebbe dovuto aspettare quattro anni prima di incassare l'assicurazione sulla vita.

Subito dopo, aprendo gli occhi, Guillaumet vide una roccia emergere dalla neve cento metri più in là: se si fosse trascinato fino a quel punto, pensò, il suo cadavere sarebbe stato un po' più visibile, forse l'avrebbero scoperto prima. Per amore dei suoi cari, Guillaumet si tirò su. Ma adesso era quell'amore a spingerlo e lui non si fermò più, percorrendo ancora centottanta chilometri sulla neve prima di raggiungere finalmente un villaggio. Più tardi dichiarò: “Quello che ho fatto io, non l'avrebbe fatto nessun animale al mondo”. Quando la sua sopravvivenza non era più stata un motivo valido per continuare a lottare, a dargli la forza di resistere erano intervenuti l'amore e la sua coscienza degli altri. 

Oggi ci troviamo nel pieno di una tendenza mondiale all'individualismo “psicologico”, o “sviluppo personale” i cui grandi valori sono l'autonomia, l'indipendenza, la libertà, l'espressione di sé. Questi aspetti sono diventati talmente centrali che se ne servono addirittura i pubblicitari, che ci fanno acquistare la stessa cosa che compra il nostro vicino persuadendoci che averla ci rende unici. “Sii te stesso” gridano le pubblicità di abiti e profumi. “Esprimi il tuo io” suggerisce lo slogan di una marca di caffè. “Pensa diversamente”, ordina quello di un'azienda produttrice di computer. Negli Stati Uniti, per attirare nuove reclute, si è messo su questa strada perfino l'esercito, che pure non è esattamente il simbolo dei valori individuali: “Siate tutto quello che volete essere” promettono i poster pubblicitari, sullo sfondo di carri armati in manovra nel deserto.

Certo, questi ideali in irrefrenabile ascesa dopo le rivoluzioni americana e francese della fine del XVIII secolo hanno portato molti benefici e sono al centro della nozione di “Libertà” cui teniamo tanto. Ma più avanziamo in questa direzione, più constatiamo che anche l'indipendenza ha un suo prezzo: l'isolamento, la sofferenza, la perdita di significato. Mai come oggi siamo stati liberi di separarci da un coniuge che non sopportiamo più, e il tasso di divorzi nelle nostre società tocca il 50%. E mai come oggi abbiamo traslocato: negli Stati Uniti si stima che una famiglia cambi casa mediamente ogni cinque anni. Liberati dai legami, dai doveri, dagli obblighi verso gli altri, non siamo mai stati così liberi di trovare la nostra strada, dunque di rischiar di ritrovarci soli e smarriti. Questa è senza dubbio una delle ragioni per cui nel corso degli ultimi cinquant'anni l'incidenza della depressione in Occidente è andata costantemente aumentando. 
Ricordo un'anziana signora che andavo a visitare a domicilio perché aveva paura a muoversi, Soffriva di enfisema e doveva essere sempre collegata alla bombola di ossigeno. Ma il suo problema più serio era la depressione: a settantacinque anni non c'era più niente che la interessasse, si sentiva svuotata, ansiosa e aspettava la morte. Naturalmente dormiva male, non aveva appetito e passava le giornate a compiangersi. Eppure, non potevo fare a meno di restare impressionato dalla sua intelligenza e dalla sua evidente competenza in molti campi. Per molto tempo la signora era stata assistente di direzione e da lei emanavano un'aria di precisione e un'autorità naturale che persistevano nonostante le sue condizioni. Un giorno le dissi: “So che lei si sente molto male e che ha bisogno di aiuto, ma è anche una donna con tante qualità che potrebbero essere estremamente utili alle persone che ne sono prive. Che cosa fa per aiutare gli altri?” Lei fu molto stupita del fatto che il suo psichiatra le facesse una domanda del genere. Ciò nonostante, la vidi quasi rianimarsi e una luce di interesse le brillò negli occhi. Dopo il nostro colloquio, decise di impegnare qualche ora per insegnare a leggere ad alcuni bambini poveri. Non fu facile, perché spostarsi le causava notevoli difficoltà, e non tutti i piccoli che seguiva si dimostravano riconoscenti, per non parlare di quelli caratterialmente difficili. Ma quell'impegno diventò una parte importante della sua vita. Le diede un obiettivo, la sensazione di essere utile, e l'ancorò nuovamente alla comunità da cui l'età e l'invalidità l'avevano staccata.

Tutte le strade partono da Roma... e vanno altrove



Tutte le strade portano a Roma... o forse il contrario? Forse tutte le strada partono da Roma e vanno altrove.. dico io.

E lo dico a ragion veduta, infatti pur essendo nato a Roma ecco che il destino mi ha fatto lasciare irrimediabilmente la patria avita mettendomi sulla strada del pendolarismo in quel territorio che un tempo fu Stato della Chiesa. Faccio avanti ed indré fra le Marche e l'Emilia Romagna....

Però non dimentico le origini.. e anche quest'anno festeggerò il Natale di Roma, il più semplicemente possibile, nella città di Treia, che la mia compagna Caterina Regazzi mi ha fatto conoscere, anche lei come me nata a Roma e da essa fuggita (o scacciata?) alla ricerca di...

Lo storico latino Varrone riporta la nascita di Roma al 21 aprile del 753 a.C. ma siccome la giornata fu macchiata da un fratricidio, Romolo uccise Remo, o forse per ragioni legate alla qualità del tempo, questo giorno era considerato nell’antico calendario romano “nefasto puro”. Ciò non ostante il 21 aprile da tempo immemorabile era festeggiato con le cerimonie dette “Palilia”, le feste dedicate a Pales antica dea italica protettrice dei pascoli, importanti per l’economia agricola pastorale, in quel giorno la campagna romana veniva benedetta con le ceneri provenienti da un fuoco di paglia per purificare le messi e gli armenti. Mi sembra che questo rito valga la pena di essere ricordato, anche per riportare l’attenzione ai bisogni primari dell’uomo e sul come soddisfarli in modo naturale. Per questa ragione sarei felice se questo Natale di Roma fosse onorato in modo allargato –diffuso, come si dice oggi- in tutto il territorio che un tempo fu romano, senza delineare uno specifico areale ma lasciando alla fantasia di ogni abitante il compito di come e dove svolgere la funzione sacrale commemorativa, dimenticando il fratricidio legato al senso del possesso e del potere e ricordando invece la sacralità dei luoghi che contribuirono al sostentamento dei romani. Ritorniamo al grande magma della vita in cui ogni luogo è sacro e rappresentativo della Terra. Roma sorse con un messaggio di superamento delle etnie e delle appartenenze, riportiamo l’attenzione al calderone magico dei primordi, che è la Terra stessa – come dice Marina Canino, ricercatrice delle origini della romanità – in cui ritrovarsi vivi nella circolazione delle cose e delle persone, un fluire che porta ricchezza, e non nella distribuzione schematica e programmatica di un sistema politico-economico-religioso mal sopportato da tutti, ma in silenzio….

Alla ricerca di un “nuovo respiro” e di "un’altra dignità umana” ci incontriamo a Treia il tardo pomeriggio del 21 aprile 2015 nei giardini di San Marco davanti all'obelisco per  meditare sul nostro presente di romani senza radici.... 

Paolo D'Arpini, Circolo Vegetariano VV.TT. 




Info e prenotazioni: Tel. 0733/216293

circolo.vegetariano@libero.it 



Invece per chi ha ancora le radici nell'Urbe, consiglio la partecipazione agli eventi organizzati dagli amici di Costellazione della Lira. 
L'incontro si svolgerà  21 aprile 2015 alle ore 12,00 sotto il monumento a Simon Bolivar sul Monte Sacro a Roma in via Falterona. (vedi: http://altracalcata-altromondo.blogspot.it/2015/04/roma-il-terzo-giuramento-del-monte-sacro.html

 

Alienazione e riavvicinamento al sano rapporto "uomo natura animali"



Il rapporto -secondo me- “ideale” (o se preferite “ecologico”) con gli animali e le piante non è né quello "emozionale" che abbiamo con  i pets, né quello "utilitaristico" con gli animali erbivori, sfruttati negli allevamenti industriali (o peggio ancora con quelli usati nei laboratori medici della vivisezione). 

Tenere gli animali in salotto o torturarli e mangiarli  è  il contraltare di una relazione falsa ed ipocrita. Entrambi questi  approcci sono modi scriteriati di rapportarci con gli animali. Noi stessi -tra l’altro- siamo animali, quindi abbiamo bisogno di avere un contatto "equilibrato" con i nostri “fratelli e sorelle” di altra specie. Se è chiaro questo… allora comprenderete tutto il resto…

Non teniamo gli animali in gabbia (per sfruttarli fisicamente) e nemmeno nei divani (per sfruttarli psicologicamente).

Dobbiamo trovare una via di mezzo che non sia il risultato di un senso di colpa o di un bisogno psicologico e nemmeno di una totale cecità ecologica ed etica.  

Purtroppo la vita malsana e virtuale della società moderna, che si svolge in contesti urbani distaccati dalla natura,  ci porta a dover avere un rapporto con gli animali molto finto. Ce li portiamo in casa, come  ho visto fare persino con maiali e conigli, serpenti, topi, etc.… Oppure li ignoriamo, in quanto appaiono davanti a noi solo in forma di pezzi di carne. I pochi selvatici residui si arrabattano a vivere nel loro habitat, alla meno peggio, sempre più ristretti. Da quell'habitat "naturale"  noi  siamo esclusi (perché non più avvezzi a vivere nelle poche foreste rimaste) e pensiamo di conoscerli solo perché li guardiamo alla TV o su internet. 

Ripeto, non sono entusiasta nell’assoggettare nuove specie alla cattività… però se alcune specie di animali non venissero tenute in cattività sarebbero destinate alla scomparsa, per via della eliminazione dal pianeta di un ambiente idoneo (l’uomo occupa sempre di più ogni spazio vitale). Insomma andremmo verso un ulteriore impoverimento della biodiversità. Inoltre c’è il fatto che -dal punto di vista evolutivo- alcune specie di animali in simbiosi con l’uomo hanno trovato vantaggi nella cattività (sia per la diffusione, sia per l’avanzamento intellettuale e coscienziale).

Siamo tutti in una grande bolgia chiamata vita e non sta bene scindere gli uni dagli altri… No quindi allo sfruttamento incondizionato ma sì al contatto empatico. Sono favorevole ad una via di mezzo. L’uomo, da animale istintuale e raccoglitore di cibo sparso, si è trasformato in un lavoratore che ricava attraverso il suo ingegno cibo e modi di crescita. 

Il lavoro ha affrancato l’uomo dalla “bestialità” pur costringendolo a nuovi parametri di debolezza e alienazione? Non lo sappiamo, ma la situazione è questa!  Il fatto è che  sia nei rapporti fra esseri umani che nel rapporto con gli animali dovremmo trovare un modo “equanime” di poter esprimere il contatto e la collaborazione senza dover ricorrere a perversioni. 

Avrete compreso che -a questo punto-  il sano rapporto uomo natura animali è un fatto di sopravvivenza generale della vita sul pianeta in un modo simbiotico, con opportuni aggiustamenti e con opportune riflessioni sui valori della vita stessa…

Siamo in una scala evolutiva che in parte noi umani abbiamo percorso, ci manca ancora molto per arrivare alla cima della comprensione, possiamo però aiutare coloro che sono ai primi gradini senza doversi vergognare… Sapendo che il loro bene è anche il nostro. Questo vale per le piante, per l’aria, per le risorse accumulate sulla terra nei milioni di anni, per il nostro passato nella melma e per il nostro futuro nelle stelle. Per aspera ad astra!

Paolo D'Arpini

La "civiltà" dell'immondizia



Il nostro futuro non può continuare a riempire le città di immondizia, rifiuti industriali, inquinamento... Questo è pacifico, e non dico niente di nuovo, cosi come dire che la “qualità” deve prendere il posto della “quantità”. Tale concetto infatti lo si può annoverare ormai tra il “luoghi comuni”. Siamo tutti annoiati dal sentire parlare per “luoghi comuni” ma di fatto non facciamo niente per smentirli o trasformarli in concetti che valgono il tempo stesso che si “spreca” o “utilizza” per pronunciarli.

Il consumismo sfrenato del popolo (per generare interessi) si traduce direttamente in consumo energetico (petroli che sta per finire) se non si inverte questo processo con la decrescita (e sostituendo la moneta debito con la moneta di proprietà del popolo). Cerchiamo di capire la causa per una volta e non soffermiamoci a combattere solo l’effetto. Non si può avere la botte piena la e la moglie ubriaca. 


Dobbiamo fermare la crescita.

Infatti la crescita indiscriminata (auspicata dal sistema finanziario) non ha un piano strategico volto al benessere dell’uomo presente e futuro e alla “qualità” della sua vita, ma solo di generare mercato per far muovere soldi (non importa come). Ricordiamo che ogni 100,00 euro, tutti gli italiani devono riconoscere una tassa (adesso) del 2% a dei banchieri privati. Quindi è chiaro che la lungimiranza dei banchieri si ferma al verificare la “quantità” di economia che si riesce a fare al fine di farsi riconoscere gli interessi, tutto il resto non sono bazzecole dei poveri idealisti. La qualità significa fermarsi a riflettere, significa cose che durano, significa tempo libero, significa cultura, significa costruire cose che durino nel tempo (contro l’obsolescenza programmata).

Tutto questo significa ridurre la “quantità”....

Giuseppe Turrisi

Medicina d'altri tempi - Pozione antibiotica millenaria risulta ancora efficace




Affascinante (ri)scoperta scientifica! Trovato in uno dei libri più antichi di medicina inglese un rimedio in grado di distruggere il 90% dei batteri, resistenti ai moderni antibiotici, MRSA. La pozione è stata scoperta in un polveroso manoscritto del medioevo, conservato alla British Library, e i ricercatori dell’Università di Nottingham l’hanno tradotta, riprodotta e testata. Il medicinale vecchio di mille anni, tutt’ora efficace come antibatterico, è stato presentato al congresso annuale della ‘Society for General Microbiology’ a Birmingham.

La pozione veniva usata nel Medioevo contro le infezioni agli occhi, una sorta di collirio ‘ante litteram’ a base di aglio, cipolla, vino e bile di stomaco di mucca, può oggi sconfiggere il Mrsa, lo Stafilococco aureo resistente alla meticillina. Un nemico invisibile che senza un opportuno trattamento può diventare molto pericolo. Questi gli ingredienti, da far macerare insieme per 9 giorni a 4°C. Il rimedio è risultato efficace solamente se preparato in modo completo, al di là dei singoli componenti.

Il manoscritto è il Bald’s Leechbook ed è considerato uno dei primi testi di medicina conosciuti: un giacimento prezioso di antichi rimedi, unguenti e trattamenti. Nel libro – riporta il ‘Telegraph‘ – c’erano tutte le istruzioni per riprodurre il ‘mix’ e farne una soluzione topica da applicare sull’occhio. Si consiglia di lasciare il rimedio a purificare per 9 giorni, in infusione in un vaso d’ottone, prima del suo utilizzo. Nessuno dei ricercatori si aspettava che la pozione potesse funzionare anche nel 21esimo secolo. E sono rimasti davvero stupiti nello scoprire durante i test sui topi che non solo l’unguento può curare l’orzaiolo, un’infiammazione delle ghiandole sebacee alla base delle ciglia, ma soprattutto combattere il superbatterio.

“Eravamo davvero meravigliati dei nostri risultati – spiegano – Visto quello che accadeva negli esperimenti in laboratorio, crediamo che la ricerca medica moderna possa beneficiare anche della conoscenza del passato in gran parte contenuta negli scritti antichi anche non scientifici”.

Gli scienziati dell’Università di Nottingham hanno ricreato quattro lotti separati della pozione, ribattezzata il ‘collirio di Bald’ dal nome del manoscritto, utilizzando ogni volta gli ingredienti freschi suggeriti dalla ricetta medioevale. Nessuno dei singoli elementi (aglio, cipolla, vino e bile di stomaco di mucca) ha avuto un effetto misurabile sul batterio Mrsa, ma se combinati secondo la ricetta ne hanno cancellato sui topi usati nell’esperimento.

I ricercatori ritengono che l’effetto antibatterico della pozione medioevale sia dovuto appunto “alla combinazione” dei vari ingredienti e “al metodo di fermentazione. Ma sono necessarie ulteriori ricerche per indagare come e perché funziona”, concludono.

 Dioni aka Riccardo Lautizi

Resistenza e Liberazione - 25 aprile 2015: "Appello per l'uscita dell'Italia dalla NATO"




Era un 25 aprile di 70 anni fa.. ma quel giorno non aveva ancora
assunto le valenze ed i significati che oggi gli vengono attribuiti…
La vicinanza con gli eventi drammatici che portarono alla caduta
definitiva del fascismo, avvenuta con l’uccisione di Benito Mussolini
“attorno” al 28 aprile 1945, era troppo calda nella coscienza degli
italiani ancora divisi psicologicamente dalla sanguinosa guerra
civile.

I miei ricordi della guerra sono molto sbiaditi, anche perché quando
nacqui era quasi conclusa… ma un qualcosa la ricordo, un dialogo che
avvenne tra me e mio padre, una mattina in cui la mia curiosità
infantile sulla potenza delle armi fu soddisfatta. Chiedevo a mio
padre: “Papà cosa c’è di più potente di un fucile” – “Un cannone” – “E
più forte del cannone?” “un bombardamento aereo” – “e più forte del
bombardamento?” – “una bomba atomica” – “e più forte della bomba
atomica?” – “più forte della bomba atomica.. c’è solo la stupidità
dell’uomo”. E con ciò il discorso si concluse e compresi il
significato della guerra…

Eppure nella storia umana non sempre gli uomini in armi hanno
significato aggressione ed oppressione, a volte è successo che alcune
comunità si dovessero difendere da aggressioni esterne. Avvenne ai
primordi della civiltà, sin dalla fine del neolitico, momento in cui
le pacifiche comunità matristiche furono attaccate da orde di
guerrieri patriarcali che pian piano riuscirono a conquistare e
dominare il mondo con la forza delle armi. Certo nelle comunità
matristiche ci fu opposizione, alcuni componenti di quelle comunità
-sia uomini che donne- combatterono in difesa della loro cultura
pacifica e contro la prevaricazione maschilista. Probabilmente proprio
dal ricordo di questi combattimenti nacque la leggenda delle amazzoni,
donne combattenti di una società tutta al femminile. Ma anche
successivamente in varie situazioni si poté distinguere fra
aggressione e difesa. Da notare, ad esempio la strenua difesa della
confederazione greca che si oppose all’invasione persiana. Oppure la
difesa dei primi nuclei civili della Cina che si difendevano alle
incursioni e dalle razzie dei mongoli, fra l’altro proprio questa
pressione esterna contribuì a far nascere una coscienza nazionale
cinese.

Ed ancora della Cina antica voglio parlare. In quella civilizzazione
c’era l’usanza della coscrizione obbligatoria per la guerra di difesa
e quell’antica usanza, di creare una forza nata dal popolo, è ben
descritta in uno degli esagrammi del Libro dei Mutamenti, l’I Ching,
un testo che si fa risalire ad almeno cinquemila anni fa. Questo
esagramma si chiama Shih, che significa “esercito”. E sentite il suo
significato: “Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine
dell’Esercito. Così il nobile magnanimo verso il popolo accresce e
nutre le masse”

L’immagine dell’esagramma L’Esercito (Shih n. 7) è molto chiara
nell’indicarne il significato. Infatti nell’antichità, in virtù della
coscrizione popolare, i soldati erano presenti nella società come
l’acqua sotto la terra. Ed avendo cura della prosperità del popolo si
otteneva un esercito valoroso. Ed ancora nel commento alla prima
linea. “Un esercito deve servire in buon ordine ed armonia e per
giusta causa. Se ciò non avviene incombe sciagura”.

E ritorniamo al 25 aprile. In verità la cosiddetta “resistenza”
potrebbe essere vista una esemplificazione dell’esagramma Shih. Il
popolo, ribellandosi, aveva costituito una forza per opporsi
all’invasione tedesca. Ma non tutto è oro quel che luccica… infatti è
vero che questa forza popolare combatté contro lo straniero occupante,
non rappresentando comunque la maggioranza degli italiani, perché in
verità questa forza “partigiana” stava aiutando un’altra invasione,
quella angloamericana, che poi si affermò stabilmente ed ancora è
presente sul nostro suolo patrio, in forma di nuclei armati della
NATO.

Dal punto di vista della “sostanza” l’Italia il 25 aprile del 1945 si
liberò da una occupazione, quella nazista, pur feroce ed oppressiva,
per accollarsi quella americana che comunque ha portato con sé un
corollario di gravi sciagure – che non voglio qui menzionare per non
fare la lagna. Però una almeno la vorrei menzionare.

Con la sudditanza ai voleri NATO e con l’acquiescenza alle sue volontà
guerresche pian piano è venuta a mancare la spinta interna ed anche la
“ragione” di un esercito basato sul servizio popolare. Oggi l’esercito
è divenuto una forza mercenaria, mandata a combattere qui e lì sul
pianeta per soddisfare le esigenze degli alleati atlantici, e che
perciò non rappresenta più il “popolo italiano”.

Non sono d’accordo con il sistema corrente di delegare la “difesa
della patria” (scusate l’inadatto eufemismo) ad un esercito a tutti
gli effetti “privato” di forze prezzolate e di specialisti in
aggressione. Credo che eventuale difesa (dico “difesa”…) della nostra
terra e dei suoi abitanti non possa essere delegata a “volontari”
professionisti. E soprattutto che tale difesa e salvaguardia
dell’onore nazionale non possano risultare dalle continue guerre di
aggressione sostenute dai nostri governi e che ledono il principio
stesso costituzionale di rinuncia alla guerra.

Con le armi atomiche e chimiche di distruzione di massa, che ormai
contraddistinguono il sistema militare delle nazioni egemoni, la
presenza di un esercito mercenario è solo un invito all’aggressione. E
la presenza sul suolo patrio di basi munite di arsenali atomici e di
missili (sotto il diretto controllo alieno) non aiuterebbe
assolutamente la causa della difesa della nostra patria.

Perciò sento che in occasione di questo 25 aprile 2015 sia opportuno
chiedere al governo la totale smobilitazione delle forze armate e
l’abbandono della partecipazione alla NATO, facendo dell’Italia una
nazione neutrale pacifica e permettendo, attraverso il risparmio così
effettuato, di affrontare la corrente congiuntura economica.


Paolo D'Arpini



Petizione per l'uscita dell'Italia dalla NATO:
https://www.change.org/p/la-pace-ha-bisogno-di-te-sostieni-la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale

Origini del cristianesimo - Riferimenti storici e notizie presunte sulla figura di Gesù



Non desta alcuna difficoltà il fatto che sia vissuta una persona di nome Gesù; il problema nasce quando si vuole identificare questa persona con il Cristo messia dei vangeli, che è una costruzione teologica.


Di Gesù le uniche cose certe sono che era ebreo e circondato da una componente zelota (rivoluzionaria antiromana), come inequivocabilmente si estrapola dall'analisi filologica dei nomi degli stessi apostoli. Ma non è detto che Gesù fosse un rivoluzionario, magari dovette accettare tali personalità all'interno della sua cerchia. E' vero che ci sono degli studi che lo riconducono a un rivoluzionario. Ma non si può essere certi.


Per quanto qualcuno si affanni in teorie, quale fosse il suo reale insegnamento non è dato sapere.

Per argomentare in questo modo bisogna conoscere studi INDIPENDENTI di filologia, di critica testuale e di analisi comparata dei testi. Altrimenti si dicono sciocchezze (affettuoso).


1) i Vangeli sono anonimi (copie di copie di copie di copie), di datazione incerta, opere teologiche DI PARTE, scritti per convertire. Soprattutto: contraddittori, pieni di anacronismi, inesattezze, città inesistenti che vengono spostate in riva ai laghi, scritti da ignoranti in storia e geografia.
All'inizio vi erano decine di vangeli e migliaia di manoscritti (dati poi alle fiamme dai cristiani), finché, nel II secolo, Ireneo di Lione dice che ne vengono scelti 4 perché 4 sono i punti cardinali (renditi conto), e vengono attribuiti ai 4 evangelisti, che NON li hanno mai scritti. Prima di questo momento Non esistevano i vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni.
Le cose stanno così, e se serve produco citazioni ACCADEMICHE INDIPENDENTI di tutti gli studiosi di fama internazionale.

2) Nemmeno la chiesa esibisce più il testimonium flavianum come prova. Tutti gli studiosi INDIPENDENTI confermano che il passo è falso, perché INTERPOLATO per motivi per cui non posso dilungarmi, ma se serve lo faccio.
Le altre testimoniante si dicono "dipendenti", 4 righe senza valore che non parlano di Gesù, ma dei cristiani. Nel I secolo, a Roma, non c'erano i cristiani, ma gli ebrei messianici che aspettavano il messia. "Messia" significa "unto", "christos" in greco. Le testimonianze non parlano di Gesù, non ti confondere, ma di un unto. E come ti ho già detto sono inconsistenti. Non mi posso mettere a parlarti di tutte (ma se serve lo faccio), prendiamo per esempio quella di Tacito.

Tacito (56- 120 d.C) scrisse Annales e Historiae.
- Annales (Libro 15): Nerone si inventò dei colpevoli e perseguitò i cristiani. L'origine di questo nome è cristo (unto), condannato dal PROCURATORE P. Pilato, e la Giudea luogo di origine di quel male.


- Historiae: parla degli ebrei fino alla distruzione del Tempio da parte dei romani del 70 d.C.
Tacito fu consul suffectus, praetor e fece parte del quindecemviri sacris faciundis, un collegio con i compiti, tra l'altro, di CONTROLLO sui culti stranieri. Date queste alte cariche, egli aveva accesso agli Acta senatus (verbali del senato) e agli acta diurni populi romani (verbali giornalieri): avrebbe dovuto sapere che Pilato era PREFETTO, non procuratore. Non lo sapeva invece lo scriba che ha inserito il passo. In Historiae Tacito non dice nulla di cristo, e questo non può essere, dopo che in Annales ha definito la Giudea "luogo di origine di quel male" e soprattutto dal momento che doveva controllare i culti stranieri.


Il padre della chiesa Tertulliano ( II-III secolo) dimostra (Apologeticum) di aver letto il Libro 15 di Tacito perché lo commenta, ma non sa nulla di Nerone, e di cristo, altrimenti avrebbe argomentato e soprattutto utilizzato a suo favore lo scritto.


Tacito non scrisse mai quel passo.

Fabrizio Splendori


Fabrizio Splendori

Post Scriptum:

"Gli Ebrei non consideravano proprio
gli altri popoli. Quando si parla di tutta la terra vuol dire, al
massimo, i popoli a loro conosciuti. Il resto è costruzione successiva
teologica. Infatti, il Vangelo di Matteo VIETA IL PROSELITISMO E IL
RAPPORTARSI CON I PAGANI:

Matteo 10,5-6:
"Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani;
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele".

Matteo 15,22-26:
"Ed ecco una donna Cananea (non ebrea), che veniva da quelle regioni,
si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia
è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse
neppure una parola (alla faccia del salvatore del mondo).
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi
come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che
alle pecore perdute della casa di Israele (e solo per loro)». Ma
quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli (gli ebrei)
per gettarlo ai cagnolini» (umilia la donna, paragonandola a una
cagna)."

Articolo di riferimento: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2015/04/luci-anzi-ombre-sulla-figura-del-gesu.html