Taoismo: "Un permanere costante nell’Essere"

“Dove io sono... è il luogo ed il momento” (Saul Arpino)


Quel che esiste ha in sé la qualità dell’Essere. E’ auto-esistente. Questo non significa che è statico. Poiché essere ed esistere sono consequenziali, in ogni trasformazione dell’esistere l’essere permane. L’essere è una “qualità” intrinseca inamovibile e stabile in ogni movimento del divenire. Questa è l’intuizione dell’ecologia profonda e della spiritualità laica ed è pienamente riscontrabile anche nel pensiero taoista.
Il Tao non si figura come una “perfetta immobilità”, esso è il substrato inscindibile di ogni mutazione, pur restando indivisibile nella sua propria natura. Le forme espressive del Tao, che si manifestano attraverso i moti energetici (Yin e Yang), sono immagini della sua pienezza in movimento, forme espressive utili a comprendere, nella simultaneità dell’infinito e contemporaneità dell’Essere, le sfaccettature degli eventi nel divenire, dei singoli aspetti trasformativi che noi riconosciamo.
Il Taoismo, pertanto, è una religione senza Dio. In verità non è nemmeno una religione, poiché non v’è nulla di separato da riunire.. e non è nemmeno teismo od ateismo poiché non può considerarsi la proiezione di un ente creatore e della sua creazione. Ciò che è semplicemente è per sua natura intrinseca.
Anche nella moderna considerazione analitico-scientifica soggetto ed oggetto non sono separabili. Pertanto il taoismo non può essere definito nemmeno una filosofia od una scienza. Esso è il semplice riconoscimento intuitivo di una lampante verità.
Fino a pochi anni addietro la scienza poneva l’accento sull’atteggiamento di “oggettività”, un modo distaccato di esaminare i fenomeni naturali, inclusa la mente, per cui essi venivano considerati “meccanismi”. Ma un universo di meri oggetti è opinabile. Se perdura il concetto separativo l’uomo si sente autorizzato a sfruttare senza remore gli “oggetti” considerati. Ma oggi stiamo scoprendo che un danno arrecato all’ambiente costituisce un danno per noi stessi, in quanto soggetto ed oggetto non possono essere disgiunti. Noi con tutto ciò che esiste siamo inseriti nello stesso “movimento”. Possiamo intervenire solo attraverso un nostro conformarci alle spinte energetiche in atto traendone nutrimento ed armonia. Nel Tao questo si chiama “immergersi nel grande flusso”.
Insomma dobbiamo lasciarci andare, con fiducia, mollando le nostre vele ai venti della natura e della vita. Poiché noi stessi siamo inseparabili dalla vita e dalla natura, e non esiste altro luogo e momento in cui stare. Questo è il luogo e questo è il momento.
Da questa osservazione sorge la spinta verso il raggiungimento, anche in termini economici e scientifici, di una tecnologia “dolce” e non invasiva, diciamo una tecnologia “ecologica” in cui è importante anche l’atteggiamento psicologico del tecnico che studia le soluzioni… Parimenti anche nella spiritualità si propone un’andatura “laica” e non proselitista, direi una visione sincretica nel considerare le varie sfaccettature del pensiero. Sapendo che ognuno attinge alla stessa fonte.
Paolo D'Arpini


La spiritualità laica è attuabile in qualsiasi condizione umana ci si trovi


Ancora una volta mi sono interrogato sull’attuazione di una spiritualità laica e di come essa possa influire sulla nostra vita quotidiana, soprattutto in considerazione che oggigiorno la nostra vita nel mondo deve corrispondere ad esigenze di efficienza e di partecipazione, in quanto nella società non sono più accettate forme di “assenza” che siano specificatamente dirette alla ricerca spirituale. 
Questo soprattutto nella consapevolezza che la spiritualità laica non può essere inserita in alcun filone “religioso” e quindi un “convento per i laici” (come lo proponeva Antonello Palieri) è di là da venire… Esistono solo comunità ed aggregazioni  per cristiani, maomettani, buddisti.. insomma per gli “impegnati” nelle religioni, e basta!
Tutto sommato ritengo che per noi laici la vita “nel mondo” sia più congeniale, anche perché la nostra ricerca non esula mai dal sé.. ed il sé è presente ovunque ed in ogni tempo… 
Ed ecco le mie riflessioni su questo tema.
L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.
Il momento che, nell’autoconoscenza, l’identità fittizia con l’agente scompare quel che resta è la pura consapevolezza del Sé. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata, più o meno come potrebbe esserlo un sogno rispetto al sognatore. A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato. In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di sé.
Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi coinvolti… Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio. Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio.
Ed inoltre anche il concetto di “destino” e di azione ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento -come già detto- che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.
La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità.
Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno. Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il sé è presente qui ed ora.
Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente. E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale . Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.
E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.
Paolo D’Arpini


Testimonianze:
Sia che continuiate a vivere in famiglia o che vi rinunciate e andiate a vivere in una foresta, la vostra mente vi perseguiterà. L’ego è la fonte dei pensieri. Esso crea il corpo e il mondo e vi fa pensare di essere un grihasta (mondano). Se rinuncerete al mondo non farete altro che sostituire il pensiero di sannyasi (rinunciante) a quello di grihasta e l’ambiente di foresta all’ambiente della famiglia. Gli ostacoli mentali però resteranno lì, anzi, in un nuovo ambiente persino aumenteranno. Non serve a nulla cambiare ambiente. L’ostacolo è nella mente, che deve essere “compresa” sia a casa che nella foresta. Se potete farlo in una foresta, perché non nella società? Allora perché cambiare ambiente? Potete impegnarvi nella ricerca anche adesso, in qualunque ambiente vi troviate.”   (Ramana Maharshi)

……

Ogni sentiero porta all’irrealtà. I sentieri sono creazioni coll’intento di trasmettere una conoscenza. Perciò i sentieri e i movimenti (religioni) non possono condurre alla Realtà poiché la loro funzione è di coinvolgerti nella dimensione dell’apprendimento, mentre la realtà viene prima di questo. (Nisargadatta Maharaj)

Vita e morte, psiche e meditazione sul Sé



People only go by the various concepts and names that have been thrown up and forget the basic principle. The principle is that within the body, consciousness and the prana or life force together are atman. I call it antahkarana, "psyche ".

It is said that somebody is dead. So what has happened? The life force has gone and the principle behind the life force- that is, this consciousness- has also disappeared. That is all that has happened. I have been explaining the principle, analyzing it, for all these years. ( i. e. Book - I am That).

But from now on, l haven't either the energy or inclination to explain all this again, so l can only say what is to be done, if anything. And the only thing is that nothing is to be done as is generally understood by the word "do", but merely to sit in contemplation and let the consciousness unfold itself, unfold the knowledge about itself. 

You have done a certain amount of homework; that is why I am still explaining whatever needs further clarification. So far, what most people do is they explain only the surface position. You are to do dhyana or meditation, and in that meditation itself the consciousness will unfold whatever knowledge is to be revealed. But people generally don't go to the root of the matter and explain the principle, which is what I have been doing all these years. ( times of " I am that").  But now I will also stop doing this for other reasons. 

(July 10, 1980)
Nishargdatta Maharaj
People only go by the various concepts and names that have been throw up and forget the basic principle. The principal is that within the body, consciousness and the prana or life force together are atman. I call it antahkarana, " psyche ".
It is said that somebody is dead. So what has happened ? The life force has gone and the principle behind the life force- that is, this consciousness-has also disappeared. That is all that has happened. I have been explaining the principle, analyzing it, for all these years. ( i. e.  Book - I am That) But from now on, l haven't either the energy or inclination to explain all this again, so l can only say what is to be done, if anything. And the only thing is that nothing is to be done as is generally understood by the word " do ",  but merely to sit in contemplation and let the consciousness unfold itself, unfold the knowledge about itself. 
You have done a certain amount of homework;  that is why I am still explaining whatever needs further clarification. So far, what most people do is they explain only the surface position. You are to do dhyana or meditation, and in that meditation itself the consciousness will unfold whatever knowledge is to be revealed. But people generally don't go to the root of the matter and explain the principle, which is what I have been doing all these years. ( times of " I am that") But now I will also stop doing this for other reasons.
 ~ Nishargdatta Maharaj

Inizio della traduzione: Si dice che qualcuno “è morto...”. E cosa cosa è successo? La forza vitale se n'è andata ed anche il principio che sta dietro a questa forza – che è la coscienza- anch'esso è scomparso. Ho spiegato questo principio, analizzandolo nei particolari, in tutti questi anni. Ma...” 

Per il resto arrangiatevi! (P.D'A.)

Saggezza cinese e l'arte della guerra di Liu Bo Wen



Il famoso consigliere militare e studioso della Dinastia Ming, Liu Bo Wen, fu una figura importante del primo periodo della dinastia Ming. Egli non era solo esperto nell’arte militare, ma anche di astronomia, geografia, scienze umane e storia, conosceva i principi per il governo dello stato ed era un coltivatore del Tao, inoltre era anche capace di predire il futuro. Liu Bo Wen è un personaggio mitico e leggendario.

Secondo la leggenda, quando era ancora giovane, Liu Bo Wen un giorno andò sulla montagna per leggere delle poesie, quando improvvisamente nella parete della montagna si aprì una porta, dalla quale usciva un suono terrificante. Spinto dal suo coraggio e dalla curiosità, Liu Bo Wen entrò e si ritrovò in una caverna profonda in fondo alla quale c’era una stanza. Sulla parete erano scritti sei caratteri [mao jin dao, chi shi qiao]. Liu Bo Wen dopo averci pensato un po’ capì: erano i tre caratteri che componevano il suo cognome, Liu, e quindi quella era una istruzione per lui. Così prese una grande pietra per bussare alla parete della stanza [questo era il significato degli altri tre caratteri].

In quel momento il muro di pietra si aprì e rivelò una scatola che conteneva quattro rotoli del Libro della Guerra. Liu Bo Wen li prese e uscì dalla caverna. Non appena fu fuori, la montagna improvvisamente si richiuse.

Anche se aveva ricevuto un libro sull’arte della guerra, il contenuto dei rotoli era molto difficile da comprendere. Per quanti sforzi facesse, Liu Bo Wei non riusciva a coglierne il significato e i principi. Così andò su tutte le famose montagne e in tutti i templi, per cercare qualcuno che fosse in grado di capire questo libro. Alla fine seduto sulla cima di una montagna vide un vecchio saggio che coltivava per diventare un immortale. Il vecchio gli disse: “Se puoi memorizzare i quattro rotoli di questo libro, ti insegnerò.”

Memorizzare i quattro rotoli del libro era una cosa molto difficile, soprattutto per chi non riusciva neppure a capire il significato quando lo leggeva. Tuttavia Liu Bo Wen non gettò la spugna, confidò nella propria capacità di essere diligente e nel talento che gli era stato dato dal cielo e raddoppiò i suoi sforzi, finchè improvvisamente una notte riuscì a memorizzare tutti i contenuti del libro. Il vecchio saggio avendolo visto studiare con tutto il cuore, gli rivelò tutta la sapienza contenuta nel libro. Così Liu Bo Wen comprese i segreti dei cielo e potè usarli per governare il paese.


Fonte: http://secretchina.com/

Psicologia transpersonale e conoscenza del Sé



Nell’analisi degli archetipi non possiamo trascurare la ricerca psichica avanzata, iniziata con Jung, proiettata negli schemi di Wilber e Grof.  
Una sintesi sul pensiero rarefatto che raggiunge il limite dell’esperimentabile. 

Nella fase più densa c’è l’Ombra che rappresenta le condizioni palesi, l’orgoglio ed il bisogno di successo, essa spinge verso l’amore romantico ed idealizzato e la sua controparte odio e sensi di colpa. 

Segue il livello dell’Ego che consente un approccio intellettuale e contribuisce alla comunicazione verbale ed al pensiero lineare e per contro inibisce la spontaneità e la vigilanza equanime. 

Nella sfera del Biosociale si sviluppa la cultura e la civiltà ed il senso di appartenenza sociale contemporaneamente si forma il senso di convenzione e di ripetitività (le tradizioni). 

Sul piano più sottile, l’Esistenziale, sorge l’intenzionalità, la fede o religione, e alla stesso tempo l’ansia esistenziale (incapacità di accettare la morte) ed il disagio metafisico; qui si percepisce duramente il dualismo primario. 

Giunti al Transpersonale sorge un distacco, una consapevolezza del significato dei miti, il prana raggiunge i chakra (sephirot) elevati, riconoscendoli simbolicamente, è a questo punto che irrompono gli archetipi primordiali ed il vuoto al limite della mente. Questo stato viene descritto da Gurdjeff come “negatività purgatoriale” una condizione preliminare alla perdita della fissità individuale ed all’assorbimento nel Sé.

Paolo D'Arpini


La morale e l'etica oscurano la spontanea compassione universale e la gioia di vita




L'etica appartiene al ragionamento e quindi alla mente logica che fornisce risposte precostituite basate su trascorse esperienze (conscio e subconscio) mentre la felicità è connaturata nell'inconscio  e risiede nella mente  analogica. 

L'Uomo, come tutti gli altri animali è felice di vivere per sua propria disposizione naturale.

Vediamo cosa dicono i recenti studi scientifici basati su tecnologie, dette ‘Brain imaging’, che permettono di vedere quali parti del cervello si mettono in funzione maggiormente durante certi pensieri, parole e azioni. Da queste ‘mappe del cervello’ risulta che il pensiero razionale e il linguaggio attivano nella maggior parte dei casi l’emisfero sinistro, che e’ simile a un computer, in quanto accumula i dati delle esperienze in memoria e li ripete su richiesta. La parte destra del cervello e’ attivata dalla musica, dal linguaggio non-verbale, che e’ fatto di intonazioni della voce, sguardi, gesti, mimica facciale, ecc. e dalla creatività, che è la combinazione originale di elementi presenti in natura…

Purtroppo nella società moderna, soprattutto in seguito al predominio della scienza razionalista (e della cultura maschilista) ha preso il sopravvento la parte giudicativa della mente, da cui la grande affermazione delle religioni monoteiste, e della arroganza dell'uso nei confronti delle altre creature e della natura (in tal senso è illuminate la lettura de "Il Limite dell'Utile" di Battaille).


Faccio un esempio concreto.  Ad una prima analisi superficiale potrà apparire strano che anche il così detto  amore per gli animali (animalismo) e  conseguente accettazione del veganesimo  siano il risultato di un ragionamento (e non una spontanea risposta di solidarietà verso le altre specie).  A dire il vero, malgrado l'animalismo ed il veganesimo   si pongano in opposizione (apparente) con la sopraffazione maschilista e patriarcale, in realtà ne sono un contraltare. Da una parte si opprime considerandolo un proprio diritto, per una ipotetica superiorità intellettuale, e dall'altra si difende in considerazione di una superiorità ideologica.

Nel Hua Hu Ching è detto: "Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L'attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l'essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata."

Nel taoismo, che non è propriamente una religione e nemmeno una filosofia, ma una forma di naturalismo vissuto senza enfasi, si indica l'astenersi dagli eccessi, sia in positivo che in negativo, come un naturale comportamento della  vita. Si comprende il bene ed il male ma non si predilige né l'uno né l'altro. Il bene (yang) ed il male (Yin) sono i due aspetti del manifestarsi della esistenza su questa terra. Ed è per questa ragione che i taoisti irridevano il buon Confucio che da razionalista convinto spingeva per un'etica sociale e politica, mentre essi si limitavano a permanere nella propria natura originale. Rispettando le propensioni naturali, non quelle  acquisite  per convenienza utilitaristica o deviazione moralistica....

La felicità è la nostra vera natura, affermava Osho, e la ricerca della felicità è solo un modo per oscurarla e nasconderla. Infatti in un antico proverbio popolare si dice "Il meglio è nemico del bene"...  poiché perseguendo l'ipotetico meglio non si vive il bene che è a portata di mano. Prova ne sia anche a livello legislativo la continua immissione di leggi nella società che non fanno altro che rendere la giustizia sempre più cavillosa ed impraticabile.

Forse andrebbe recuperato il fantastico ed il poetico anche nella nostra vita sociale e produttiva.  Quella poeticità, che nel mondo antico caratterizza la forma dell’interrogarsi dell’uomo sul reale e sul senso delle proprie esperienze, è spia significativa di una ORIGINARIA CONCORDIA tra una spontanea accettazione dell'altro (non in conseguenza di una ingiunzione religiosa) e la felicità innata.

Occorre superare il  distacco che ha portato quasi ad incancrenire il conflitto tra  poesia e  retorica, ri-pensando la credenza che  la gioia  sia il  risultato di un atteggiamento "etico", anzi  è proprio attraverso la 
 razionalità "moralistica" che essa  viene dimenticata. 

Paolo D'Arpini





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Considerazione aggiunta:

“L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche)

"Sii come un fiume...." - Insegnamento di Sathya Sai Baba



DOMANDA – Swami, puoi indicarci la Direzione che dovrebbe avere il nostro Cammino Spirituale?  Come dovrebbe procedere?

BHAGAVAN (Sathya Sai Baba) - Come il Corso di un Fiume.

DOMANDA - Quali sono le restrizioni che dovremmo rispettare?

BHAGAVAN – *Nasreyo niyamam vina*: tutto deve avere un limite, senza il quale dovrete affrontare rischi e pericoli! Il fiume che rimane entro gli argini, irrigherà meglio il terreno. Anche la vita ha due sponde: *sams'ayatma vinas'yati* (non nutrire il dubbio) e *s'raddhavan labhate* (la saggezza si ottiene con la sincerità). Il Fiume della Vostra Vita dovrebbe scorrere fra queste due sponde. La vostra Fede non dovrebbe mai essere scossa né destabilizzata. Dovrebbe, anzi, essere sempre forte e profonda. Nessuna situazione difficile, nessun momento negativo dovrebbe farvi perdere la fede.


La vita senza fede è come un vaso pieno di buchi. Sapete che basta annaffiare le radici di una pianta. Poi le radici portano l'acqua in ogni parte della pianta. Non occorre che annaffiate le singole foglie, il fusto e i rami... 
similmente, se innaffiate le radici della vita con l'acqua della Fede, essa riempirà tutti gli aspetti della vostra vita. L'albero della Vita può sostenersi da solo se lo innaffiate alle radici. 

Diversamente, l'albero si secca e muore presto. Diventa legna da ardere. Una volta che lasciate spazio al dubbio, tutto ciò che farete diverrà inutile e non darà più frutti. Allora nessuna disciplina potrà più esservi d'aiuto, se permetterete al dubbio di insinuarsi nella vostra mente.

C'era un pandit che viveva in un villaggio. Tutti i giorni, una donna gli portava il latte attraversando un fiume in barca. Un giorno la donna tardò nel portare il latte e quando finalmente arrivò, il pandit le chiese che cos'era accaduto. La donna rispose: “Rispettabile pandit, mi sono potuta imbarcare solo con la seconda partenza della barca, perché il barcaiolo ha dato la precedenza ad un gruppo di anziani del villaggio. Per questo motivo ho fatto tardi.” Il pandit le disse: “Ascolta! Non occorre che tu attraversi il fiume in barca. Puoi portare il latte sulla testa e guadare il fiume cantando il Nome Divino: allora le acque si apriranno per lasciarti passare e non dovrai aspettare la barca.


”La donna credette nelle parole del pandit ed il giorno seguente, effettivamente, giunse in perfetto orario. Il pandit rimase sbalordito, non riuscì a credere alla spiegazione della donna e decise di verificare di persona.


Le disse: “Bene, ora mentre torni indietro io ti seguirò per vedere se, cantando il Nome di Dio, le acque ti lasciano passare.” Giunsero così alla riva del fiume.
La donna cominciò a cantare il Nome Divino e ad attraversare il fiume ed anche il pandit voleva fare lo stesso. Quindi sollevò la veste fino alle ginocchia per non bagnarsi il dhoti e cominciò a camminare. Improvvisamente fu colto da un dubbio: sarebbe sprofondato nelle acque? 
Il suo dubbio diventò realtà... ed egli affondò!
La Fede permise alla donna di attraversare il fiume, mentre il dubbio fece affondare il pandit.

La sponda dall'altra parte della vita è sraddha, la sincerità, la costanza, che conferiscono jnanam, la saggezza. Sarete sinceri soltanto se amate il lavoro che svolgete. Dovreste avere piena fede ed amore per diventare sinceri. Uno studente non può superare un esame se non ha fiducia nelle sue capacità di lettura, se non ha amore per la materia e se non la studia con sincerità. Quindi, la sincerità, l'amore e la fiducia sono i fattori fondamentali per avere successo in qualunque campo. Anche un uomo di commercio, un avvocato, un medico, debbono avere sradda per riuscire nella loro professione. Quindi, per sviluppare saggezza occorrono sincerità e costanza. 


Quale tipo di saggezza dovreste sviluppare? Non quella legata legata al corpo, al materiale, al terreno. È la conoscenza pratica, anubhava-jnana, che si ottiene con la sincerità e la costanza. Pertanto, l'assenza di dubbio e la sincerità sono le due sponde che dovrebbero arginare il fiume della vita. Chi dubita è destinato a soccombere (samsayatma vinashyati) e chi è sincero e fedele ottiene la saggezza (sraddhavan labhate jnanam).

Diventa un Flauto nelle mani del Signore. Lascia che il Suo Respiro passi attraverso di te, producendo una Musica deliziosa, che scioglierà i cuori di tutti. Arrenditi a Lui; diventa cavo, senza ego. Allora Egli Stesso verrà e ti prenderà, carezzevolmente. Egli applicherà te, il Flauto, alle Sue labbra, e soffierà attraverso di te il Suo Dolce Fiato. PermettiGli di suonare qualsiasi canzone Gli piaccia...

Sathya Sai Baba




(Testo redatto da Lasu Mira)

Biospiritualità - Il senso dell'io in quanto coordinatore biologico



Il senso dell’io è solo un concetto nella mente, un pensiero aggregativo che si forma attraverso il processo di auto-consapevolezza psicofisica. Potremmo definirlo un coordinatore interno alla coscienza che presume di conoscere, attraverso la memoria accumulata,  il “corretto” comportamento da manifestare in determinate situazioni vitali. Ovviamente tale presunzione è arbitraria e basata sulla memoria. Non è altro che una variante istintuale, un pensiero costante e ripetitivo di un immaginario sé, attraverso il quale la mente ritiene di poter operare delle scelte deliberate.

Nel contesto generale della vita umana tale atteggiamento è funzionale a determinare comportamenti e giudizi giustificati, con la finalità di creare “forme pensiero” condivise, nella sfaccettatura di apparenti punti di vista differenziati.

Se percepiamo l’insostanzialità dell’io, in quanto spurio assuntore della coscienza individuale, possiamo anche comprendere che la sua permanenza è del tutto innecessaria al funzionamento empirico. Per cui una mente svuotata del pensiero “io” è decisamente libera e in grado di esprimere risposte adeguate ad ogni situazione ed in ogni condizione della vita. Senza l’identificazione corpo/mente la Coscienza permane nella sua natura impersonale ed universale, infallibile e aldilà di ogni dualismo.

Avendo superato persino la relatività dell’istinto e della ragione.

Se l’io cerca di percepire il suo limite pensando di poterlo superare come può riuscire nell’intento..? Può l’io uccidere l’io? No di sicuro.. a questo punto l’io si arrende .. ma interviene un fattore non considerato.. inatteso. Un qualcosa che sta prima della ragione e prima dell’istinto, vogliamo chiamarlo “grazia”? Vogliamo chiamarlo “intima natura”?

Ed una volta percepita e realizzata la propria vera natura, il Sé, come possiamo tornare a identificarci con l’abito? (mi riferisco al corpo/mente).

Finché si resta nel dominio della mente l’idea stessa che possa esserci uno stato aldilà della mente risulta aliena ed inconcepibile.

Il funzionamento nell’estensione spazio-temporale sicuramente esiste.. ma non è necessario che avvenga attraverso una specifica “identificazione” con un soggetto formale (tale è l’io ordinario attraverso il quale viviamo in una condizione divisa: io e tu, nero e bianco, etc.).

Emancipazione corrisponde a “riconoscimento” di quello “stato” in cui identità e unitarietà dell’Essere si manifestano integralmente.

Di fatto nell’Ecologia Profonda, e più specificatamente nella Spiritualità Laica, si evoca questa Unitarietà.. che è innegabile. Ma la sentiamo nostra? La pratichiamo? La osserviamo fino al midollo del nostro Sé ed è coscientemente realizzata?

Diceva Nisargadatta Maharaj: “..noi non possiamo essere altro che una parte integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera possiamo esserne separati..”.
Da ciò ne consegue che il senso dell’io separato è semplicemente la capacità di esprimere il concetto di scelta. Che poi questa scelta appartenga realmente all’io è opinabile e analizzando in profondità appare una semplice assunzione.

Ora, però, un’intuizione si è affacciata ai bordi della coscienza, lasciamo che prenda forma, per suo conto, come è giusto che sia, senza rincorrerla oltre.

Paolo D’Arpini


L'ombelico del mondo e l'energia universale che tutto manifesta e compenetra

"La nostra vita non è separata dalla Vita. La nostra esistenza
individuale è parte dell’Esistenza totale, inscindibilmente connesse,
inseparabili..." (Saul Arpino)




C’è nell’induismo una bellissima immagine che raffigura il Creatore,
Brahma, attaccato con un cordone ombelicale a Vishnu. Vishnu in questo
caso raffigura l’Uno da cui tutto procede (e non soltanto il
Conservatore). Ed anche noi siamo collegati all’ombelico del cosmo,
poiché siamo un’espressione vitale dell’interezza della vita,
dipendenti dalla Sorgente.

In una forma di meditazione zen ci si concentra sull’ombelico, hara in
giapponese, che viene considerato il punto d’incontro dell’energia
vitale, ki. Nel Tantra quel punto corrisponde al chakra in cui brucia
il fuoco eterno, Manipura (plesso solare). Secondo altre scuole la
base di collegamento con l’infinito, di cui siamo la manifestazione, è
indicato in altre aree o chakra: nella base della colonna spinale, nel
cuore, nella ghiandola pineale o sulla sommità della testa (la
fontanella).

Poco importa la sua ipotetica “ubicazione” –che è solo una convenienza
descrittiva in quanto come può essere “ubicato” quello che tutto
contiene?- ciò che conta è che sicuramente per ognuno di noi esiste un
“Centro”, una radice che nutre il nostro essere. Possiamo non esserne
consapevoli ma il “Centro” esiste e si esprime in forma di Coscienza.

Secondo Abraham Maslow “l’attuazione di sé” significa divenire
consapevoli di questo “Centro”.

Vivere lontano dal proprio “Centro”, che è il ponte che unisce la
nostra esistenza individuale con quella Universale, corrisponde al
sentirsi separati, “gettati su questo mondo” –usando le parole di
Sartre. Ovvero ritenersi estranei e privi di radici con l’esistenza.
Da ciò deriva una condizione di perenne inquietudine, che cerchiamo di
soddisfare con i desideri e le scelte, ma il risultato é solo
frustrazione, paura, incertezza e lotta… ed è una lotta che conosce
solo sconfitta! Infatti come ci si può ribellare o tentare di
modificare la vita quando noi stessi siamo una sua emanazione?

Perciò, nella spiritualità laica, la realizzazione, l’integrità, la
“santità” (se preferite questo termine) consiste nel risiedere nel
proprio “Centro”. Nel lasciarsi andare in profondità sino alle radici
dell’Io.

E’ difficile? Sembra impossibile?

In verità è la cosa più semplice di questo mondo, poiché –come
affermava Ramana Maharshi- non possiamo fare a meno di essere quel che
già siamo, basta divenirne consapevoli: “Scendete alle radici stesse
dell’io. Sperimentate ciò che siete nel profondo”.

“Qualsiasi cosa è stata oggetto di esperienza, ed accettata, può
essere anche trascesa; qualsiasi cosa venga repressa, e non accettata,
non potrà mai essere trascesa” (Osho)

“La gioia consapevole nel mondo è la stessa dell’estasi nel Samadhi
(assorbimento trascendente nel Sé)” (Shivasutra)

“Io ed il Padre mio siamo Uno…” (Gesù)



Paolo D'Arpini

Macellazione e frollatura... e la carne è in tavola




In attesa che il Governo si muova con una legge etica potete firmare la petizione online dell’Enpa:

Al Ministro della Salute – Al Comitato Nazionale di Bioetica. I
sottoscritti cittadini CHIEDONO: l’abolizione della deroga concessa in
Italia con il decreto legislativo 333/98 con la quale si concede di
effettuare la macellazione rituale ebrea e musulmana che provoca
terrore e sofferenze indicibili agli animali. La macellazione rituale
prevede che l’animale debba essere ancora cosciente quando con una
lama affilata vengono recisi esofago, trachea e vasi sanguigni fino al
totale dissanguamento, con una morte lenta ed atroce. Firma on line:
http://www.enpa.it/it/



Il destino della carne morta

Subito dopo la macellazione la carne ha caratteristiche di scarsa
commestibilità che migliorano con la frollatura a causa del rigor
mortis e dello stato strutturale delle proteine muscolari. La
frollatura si svolge mediante mantenimento dei quarti a 0-4 °C e ad
un’umidità relativa del 75% per un periodo di 10-14 giorni dopo la
macellazione. La frollatura è una proteolisi attuata da enzimi di
origine microbica e tissulare e permette alla carne di acquisire un
maggior grado di tenerezza e succosità, una perdita di colore. Lo
sviluppo moderato di sostanze aromatiche (chetoni, aldeidi, ammoniaca,
ammine, idrogeno solforato, ecc.) conferiscono alla carne una maggiore
serbevolezza. Un’elevata carica microbica iniziale, un prolungamento
della frollatura e un’alterazione delle condizioni ambientali rendono
tali processi di tipo degenerativo e causano il deperimento della
carne per putrefazione.

La proteolisi e la putrefazione sono due processi fra loro
strettamente correlati in quanto il primo è il preludio al secondo e,
in parte, si sovrappongono con intensità via via crescente della
putrefazione. La proteolisi consiste nella rottura della struttura
primaria delle proteine e, quindi, nello sviluppo di catene
polipeptidiche più piccole e di amminoacidi liberi. In generale la
proteolisi porta ad un aumento della digeribilità delle proteine (che
non possono essere assorbite dall’organismo come tali, ma solo se
“spezzettate” nei loro elementi costituenti, gli aminoacidi – anche
quelle vegetali- n.d.r.) ma, anche, ad una potenziale riduzione del
loro valore nutritivo. La putrefazione propriamente detta consiste
invece nella distruzione degli amminoacidi, con conseguente sviluppo
di composti fortemente aromatici derivati dal metabolismo dell’azoto
(ammoniaca, ammine, cadaverina, putrescina, ecc.) e dello zolfo
(idrogeno solforato, mercaptani). I primi sono responsabili di odori
pungenti e sgradevoli che ricordano, ad esempio, il pesce marcio, i
secondi degli odori sgradevoli che ricordano le uova marce.
(Wikipedia)……………..

Baba Muktananda come io l'ho conosciuto... in piena libertà

L'Ashram di Swami Muktananda negli anni '70 del secolo scorso


Come posso raccontare l’incontro avuto con me stesso, come potrei descrivere l’io dinnanzi all’Io? Questo riconoscimento del Sé avviene come stabilito dal destino. Per me accadde allorché mi trovai dinnanzi al mio Guru Muktananda. Ma definire un “qualcuno” Guru è una limitazione alla verità, poiché Guru non è semplicemente una persona ma è la Coscienza unitaria che anima e si manifesta in ogni persona. Quella Coscienza io sono. Ma prima di giungere a questa “consapevolezza di Sé” dovrò fare molta strada indietro nel tempo, per raccontare spezzoni e spezzoni del mio sogno, della mia identificazione con l'immaginario “io” che ho creduto di essere per tanto tempo. Questo discorso metafisico è alquanto strano, non c’è altri che il “Sé” eppure quando si prefigura un “io” automaticamente la mente produce un soggetto che si ritiene attore ed usufruitore di ogni esperienza vissuta, questo io, od ego, è un’identità riflessa nello specchio della coscienza, è un’immagine speculare che non potrà mai essere il vero “Io” eppure ne rappresenta le caratteristiche, in quanto coscienza, come ogni immagine speculare…

Lascio da parte ogni tentativo goffo di descrivere l’indescrivibile e mi soffermo sull’aspetto riferibile di quell’incontro con il Sé, quel momento di realizzazione e di assoluta libertà e presenza che avvenne… presente ora come allora e come sempre sarà….. Ma quella meravigliosa “ri-unione” non poteva avvenire che nel momento stabilito dal fato, non poteva succedere ad esempio nel 1970 allorché Swami Muktananda visitò Roma e soggiornò in una semplice casa di Via Trionfale presso una semplice famiglia, di italiani "qualsiasi", la famiglia di Giacomo e Giovanna Pozzi. In quel tempo stavo ancora godendo dell’assoluta creatività del mio piccolo io. Dovevo spogliarmi di quelle vesti per mezzo di un viaggio a ritroso, nell’abbandono dell’identificazione, un viaggio che fisicamente mi portò ad attraversare tutta l’Africa, sino a perdere ogni voglia di essere qualcuno o qualcosa ed infine mi consegnò davanti a me stesso, ed allo stesso identico momento di fronte al Guru Swami Muktananda.


Immagine correlata

Accadde nel giugno del 1973. E qui di seguito brevemente vi riferisco il primo approccio di questo incontro…..



In viaggio verso il Sé.

Ce l’ho fatta, ho giusto i cento dollari per il passaggio (o poco più)
ma sono sulla nave che mi porta in India, dopo aver attraversato
l’Africa equatoriale in un viaggio epico e misterioso, con mezzi di
fortuna e facendo la manche per il sostentamento spiccio. Mi sono
spacciato per “scrittore in esilio” ho chiesto soldi a tutti senza
vergogna e i soldi mi sono stati dati, in Costa d’Avorio, Alto Volta,
Togo, Dahomey, Camerun, Congo Brazzà, Congo Belga, Impero
Centrafricano, Ruanda, Tanzania, Kenia… Eccomi, dopo esser rimasto
sotto il sole nella spiaggia di Malindi, per un mese buono, ospite di
un’amica, Walda, in un bellissimo cottage sul mare con l’unico compito
di fumare il narghilè e giocare con la sabbia, infine mi sono stufato
e con gli ultimi risparmi mi compro un biglietto di terza classe sul
cargo che collega Mombasa a Bombay. Insomma il viaggio continua e,
senza volerlo, non avendo altro posto dove andare, vado in India la
terra dei Guru….

E’ l’estate del 1973, dopo dieci giorni di mal di mare sbarco a Bombay
il 23 giugno. Lo ricordo bene perché era quello il giorno del mio 29°
compleanno. Dopo l’Africa mi sembrava di non voler conoscere più
altro, cosa andavo a fare in India con tutti quei guru che vivevano di
storie raccontate? Molto scettico, quasi ostile, verso tutto
quell’interesse paraspirituale che era sorto in Europa dopo il ’68…..
Ed io il ’68 l’avevo fatto, ed anche il ’69, il ’70 e tutti gli anni a
seguire, insomma avevo vissuto nel vortice, ero un intellettuale, un
illuminato, che ci andavo a fare in mezzi ai guru?

Già, immaginavo che ci fossero guru ad ogni angolo di strada pronti ad
imbambolare la gente con le loro litanie. "Niente paura, io son laico
di natura, li smaschererò tutti.."  mi dicevo, e così pensando appena
fuori del porto mi ritrovo su un calesse che corre a velocità
stratosferica verso l’area centrale di Bombay, dove sta il grand-hotel
Taj Mahal e gli alberghetti per occidentali.

Una fortuna pazzesca, non c’è posto in nessun albergo a poco costo e
vado a bazzicare nella hall del Rex Hotel (a quel tempo abbastanza
quotato), lì incontro subito due ragazze, una è italiana e si chiama
Pupa l’altra italo-americana e si chiama Francis. Attacco bottone,
sono specialista in questo, e trovo posto a gratis nel letto di Pupa e
mi tengo buona Francis per un dopo. Potete immaginare la mia
meraviglia allorché scopro che le due donzelle vengono proprio
dall’ashram di un “famoso” guru, che dicono chiamarsi Muktananda, ma
io non l’ho mai sentito nominare. Indago astutamente su di lui e
siccome le ragazze mi invitano ad andarlo a conoscere accetto pensando
che finalmente potrò confrontarmi con un guru. Immaginatevi uno che si
è fatto tutta l’Africa, in mezzo a mille pericoli, sommosse,
aggressioni, baruffe, fame, sete, paura, sonno, malaria, erba, insomma
tutto quanto possa forgiare un uomo, renderlo sicuro di sé –entro un
certo limite s’intende- uno che ha viaggiato e sa, conosce le
situazioni ed i pensieri della gente, un sopravvissuto a se stesso,
quell’uomo, io, si trova a doversi togliere gli stivali per entrare
dentro il tempio del guru. Sì, togliere gli stivali, praticamente
spogliarsi impedirsi una via di fuga, umiliarsi….

Non c’è nulla da fare o ti togli gli stivali o non entri, questa è la
regola. Me li sono tolti, perché son più forte persino degli stivali,
non ne ho bisogno.. ed entro nel tempio. Stanno cantando un canto
dolce, dicono che durerà una settimana di seguito,  il “mantra” lo
conosco l’avevo già sentito sulla nave che mi portava in India cantato
sulla tolda da gruppi estatici di indiani accompagnati dall’harmonium
a soffietto. Qui è la stessa cosa, ma c’è più sintonia, la melodia è
trascinante, ed a me piace cantare, mi metto a cantare anch’io… E
mentre canto, e passa il tempo, insondabilmente mi ritrovo presente a
me stesso. Ma star seduto per terra sul pavimento così a lungo mi fa
venire una voglia incredibile di andare a pisciare, sto per alzarmi ma
una voce interna a quel punto mi ordina “puoi andare a pisciare solo
dopo esserti inchinato”. Come, inchinarmi io? Cos’è questa nuova
barzelletta che mi frulla in testa? Resto bloccato non posso muovermi
son controllato da una forza sconosciuta, anzi ri-conosciuta, passa
altro tempo ed alla fine debbo cedere non ce la faccio più, mi
inchino, come ho visto fare qualche altro, di fronte ad una statua
nera, sopra c’è scritto “Om Namah Shivaya”. Stranamente non resto
impressionato dall’esperienza, mi pare che non abbia importanza è
stato solo un momento di debolezza.

Ed ora l’incontro con il guru. E’ scesa la sera, abbiamo già cenato,
Muktananda sta seduto sui gradini della sua dimora in un cortile
interno dell’ashram. Vedo delle persone che passano in fila davanti a
lui e chiedo a qualcuno “Di che si tratta? Che succede?” – “Oh, il
maestro sta distribuendo il prasad” Curioso mi metto anch’io in fila
pensando, finalmente potrò vedere in faccia questo guru, ma la notte è
buia non vi sono luci se non qualche lumino qua e là, all’improvviso
mi trovo di fronte al guru, non vedo nemmeno la sua forma solo
un’ombra nell’ombra, un’intuizione mi si staglia però nitida nella
mente, inequivocabile ed inconfondibile “Ecco, mi ha riconosciuto!” Ma
subito dopo “com’è possibile non l’ho neanche mai visto..” .
Abbacinato ed imbambolato, resto fermo lì davanti mentre Muktananda mi
spinge un qualcosa sulla mano, resto immobile, pietrificato, finché
qualcuno da dietro la fila mi spintona per farmi procedere. Nella mano
ritrovo un pezzo di dolce al latte. Che farne? Indovino che la cosa
migliore sia di mangiarmelo. Com’era buono!

Paolo D’Arpini


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Consigli spirituali

Se uno si atteggia a maestro ma non è mai stato discepolo, sappi che è
solo una pestilenza.

L’Universo è perché tu sei, Dio è perché tu sei. Oh amico perché
ignori te stesso per cercare un altro?

Quegli parla molte lingue, ha visitato numerosi paesi, ha ottenuto
vari titoli e grande successo. Ma – oh amico – se egli non gode la
gioia dell’anima è solo un accattone.

Nella mia ricerca della verità ho viaggiato a lungo, ho interrogato
parecchia gente e visitato vari luoghi sacri, ma nessuna risposta
giunse. Poi mi son fermato ed ho trovato la verità, dentro di me.

Se cancelli “io” tu diventi l’Io.

Una prostituta che vende il suo corpo per guadagnarsi da vivere è
sicuramente meglio di uno yogi che usa la sua conoscenza per farsi un
nome, salire nella scala sociale, godere di piaceri mondani o
conquistare ricchezze.

Sii amico del maestro che ti eleva al suo stesso livello, che ti
affranca dalla trappola di nome e forma e ti rende libero come se
stesso.

Se una goccia d’acqua si fonde nell’oceano non è più una goccia, è l’oceano.

Oh amico, se vuoi restare in pace non usare furbizia con il tuo maestro.

Non fuggire perché temi le difficoltà, ovunque tu vada le difficoltà
ti seguiranno, ricordalo.

Oh amico, tu sei nato nel ventre di donna, sei cresciuto succhiando il
suo latte, perché distruggi te stesso accusandola?

Se cerchi l’amore, la bellezza ed il rispetto nella tua vita,
controlla i tuoi sensi.

Un mendicante che ha una mente serena vive meglio di un imperatore.

Oh amico, altisonanti titoli quali eccellenza, onorevole, reverendo o
conquistare gli omaggi del mondo, son tutti fiori di plastica e
null’altro, se il messaggio della saggezza non è presente.

Ognuno cerca il posto od il rapporto ideale. Rendi il tuo stesso cuore
ideale, perché vagare di porta in porta?

Swami Muktananda



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Video collegato. Sadguru Ki Arati:  https://www.youtube.com/watch?v=0rGEPcX8nrA