Sincretismo necessario e principium individuationis


Caro Paolo D’Arpini, leggo con interesse il tuo Giornaletto di Saul che raggiunge i suoi lettori con ammirevole puntualità. Naturalmente non leggo proprio tutto, ma in ogni numero trovo sempre scritti in consonanza con i miei interessi.
Mi trovo in sostanziale accordo con la chiave di lettura delle vicende politiche italiane ed estere; meno con la demonizzazione del Cristianesimo.  
Vedi ad esempio questo testo da te pubblicato: “Io condanno il cristianesimo, io levo contro la chiesa cristiana la più terribile accusa che mai un accusatore abbia pronunciato. Essa è per me la più grande di tutte le corruzioni pensabili, essa ha voluto l’estrema corruzione possibile. La chiesa cristiana non ha lasciato intatto niente nel suo pervertimento, ha fatto di ogni valore un non-valore, di ogni verità una menzogna, di ogni onestà un’abiezione dell’anima. Questa eterna accusa contro il cristianesimo io voglio scriverla dovunque ci siano dei muri – ho dei caratteri che faranno vedere anche i ciechi… Io dichiaro il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande e più intima depravazione, l’unico grande istinto di vendetta per cui nessun mezzo è abbastanza velenoso, segreto, sotterraneo, meschino; lo dichiaro l’unico immortale marchio d’infamia dell’umanità.” Friedrich Nietzsche 
Secondo me, nelle religioni bisogna distinguere ciò che è di origine divina da ciò che è interpretazione umana. Secondo la visione del Sanatana-dharma, infatti, i vari fondatori di religioni – Maometto, Cristo, Buddha, ecc. – sono “avatar”, ovvero epifanie divine consapevoli, svincolate dal karma. Credo che le religioni abbiano tutte un duplice aspetto: salvifico e imprigionante. Tutt’altra cosa è “seguire” (si fa per dire) la Via della Liberazione.
Nella speranza di porgere un contributo gradito, ti invio una mia breve prosa poetica "I hate the white man"

Subramanyam


I hate the white man
Parli di inciampi il mattino mentre il pennello del sole sparge oro sulle cime delle colline. Muovi disordinatamente le braccia nel vuoto e chiami ciò progettare, fare storia, girare la ruota del progresso, in accordo con presunti “disegni” prometeici. In realtà sei un trastullo tra le dita del Fato oscuro.
No, non ti si può prendere sul serio. Nemmeno un sasso si degnerebbe di sostenerti sul sentiero, mentre cammini sforzandoti di martirizzare quel che ti circonda. Eppure scrivi libri, apri “nuove” vie di conoscenza, acceleri particelle, promuovi terrorismi, stipuli trattati di pace basati su inviolabili diritti umani che sei il primo a non rispettare, scateni guerre umanitarie, rendi invivibile ogni angolo del pianeta e getti nella fogna l’armonia.
I hate the white man, cantava il giovane Roy Harper dopo essere stato “curato” con elettroshock, psicofarmaci, psicoterapie riabilitative ed altre nefandezze simili. Lo si voleva costringere nella camicia di forza del bravo killer dei talebani di turno o del perfetto cittadino emancipato da ogni superstizione.
Sì, I hate the white man! Non centra però il colore della pelle. Che sia bianco, ebano, olivastro o giallo, non importa. Quel che lo contraddistingue è un’ansia acefala di fare, di convertire, di imporre, di dominare, di catalogare: una specie di cancro che da dentro gli si espande intorno, contagiando tutto quel che tocca. Eppure, se lo si guarda attentamente, non è più di un microbo teometrico incapacitato all’autoconoscenza: un microbo balbettante dimentico della sua natura divina, anteriore a qualsiasi mensura o cogitatio.
For I hate the white man and his plastic excuse: aborrisco il bugiardo irriducibile, l’ipocrita, lo sfruttatore depravato, e così non mi allontano dalla terra, inalo l’inebriante trasparenza dell’aria, pianto alberi, sulle orme di Elzéard Bouffier, cucino pane sul fuoco, parlo con gazze e ghiandaie, ripristino meridiane, contrastando per quanto possibile il suo barbaro dilagare.
Tutto ha un termine, tutto si capovolge, tutto si trasforma e passa. Perciò di te, uomo bianco, vedo già il rovinare tra bagliori atomici e stupide bestemmie. Altri torneranno con dita di betulle a riparare i tuoi danni; si chineranno sulle voragini, sulle acque screziate da colori tossici, raccoglieranno la disperazione per evaporarla alla luce.
Non è necessario andare lontano a cercare gli ultimi indigeni da civilizzare. Lo sprezzante occhio cibernetico del Grande Fratello s’è appannato: non sa vedere l’indigeno che redige queste note, né quelli che, in accordo con un sapere mai svanito, pregiano la bellezza e la gioia nel grido del falco.

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