Vita biologica, nichilismo e ricerca spirituale


Collage di Vincenzo Toccaceli

Dal cospetto della nostra ricerca – qualunque essa sia – ho da tempo difficoltà ad evitare un pungente compagno di viaggio. Si chiama nichilismo. Non di rado è acuto. Spesso riesce a sciogliere nel suo acido anche le architetture più solide e belle. 

Non ha riguardo per niente, ma non mente mai. Merita rispetto. Uno dei suoi trucchi – ma la realtà è maschera, lo sapevamo già – sta nel portarti a traguardare le cosiddette “cose” da un punto di vista utile alla sua causa. Così, senza fretta e senza accorgerti ti ritrovi a riconoscere che, per esempio, la questione, quando è intellettuale, qualunque questione, non contiene alcuna verità, tranne che è solo dialettica. 

Cioè, tanto più la tua esposizione – qualunque ne sia il suo oggetto – è opportuna all’interlocutore tanto più sembrerà vera. Viceversa, quanto più la tua esposizione è inadeguata a coniugarsi con la biografia alla quale è destinata, tanto più – anche l’oggetto più esclusivo, sacro, bello, necessario, avrà tutte le chanches per non essere comunicato. Anzi, per non essere.

Ipotizzando che il suo spirito (del nichilismo) abbia pari diritto di ogni altro (se così non ipotizzassimo, affermeremmo che l’unica realtà è dualistica), potremmo condividerne l’essenza. Che non è quella di appiattire a niente tutto ciò che ci appare come qualcosa, ma è quello di farci presente che elevare qualcosa al di sopra di altro è il vincolo necessario alla coscienza di sé. In questa misura, una volta consapevoli di noi stessi, non possiamo che essere arbitrari. Secondo lui, ogni arbitrio è arrogante. Secondo lui ogni arbitrio ha bisogno di forza. E ogni forza ne sopprima altre. (Un po’ come la democrazia. 


Una volta concepita, non possiamo rinunciarvi, nonostante i suoi ideali siano imbrattati e mostruosamente trasformati dalla burocrazia. Così, pur immaginando quanto sarebbe bello vivere in uno stato snello, agile veloce, non siamo nelle condizioni di realizzarlo se non uccidendola, la democrazia. Se non tornando a concezioni totalitaristiche. in questo caso democrazie a totalitarismo sono ridotti ad esigenze. In sé è come se non avessero differenze sostanziali.)

In questa misura non si può non eleggere a “soluzione” della disperata (o disgraziata?) condizione che ci tocca la proposta degli anarchici verdi. Loro sostengono che dallo scaturire del linguaggio in poi, tutta la realtà viene simbolizzata. E’ lì che ci stacchiamo dall’Uno originario. E’ li che si verificano le condizioni della realtà duale. E’ li che iniziano le biografie. E’ l’ì che l’agricoltura, l’arte, il linguaggio, e altro, non sono che espressioni umane che più di altre dimostrano quanto ci siamo allontanati dall’Uno.

Effettivamente ci sono momenti in cui mi sembra di essere riuscito a seminarlo (il nichilismo). E’ proprio quando capita di essere nel qui ed ora. Cioè nella condizione di non poter più esprimere alcuna dialettica, di non poter più dire “io”. Una condizione animale. Infatti è priva di arte, di cultura, di intermediazione intellettuale, di elaborato razionale, il cui linguaggio non è in grado di produrre sopraffazione se non per le esigenze di sopravvivenza (biologica?). 


Una condizione dove il sentire governa sul capire, oppostamente allo standard. Dove a condurre è la passione. Ma quei ritorni all’Uno non sono e non mi pare possano essere permanenti. Almeno in colui (tutti noi) che ha consapevolezza di sé.


Così, anche la proposta anarchica per quanto condivisibile, pare – a me – inaccessibile, se non solo temporaneamente. Temporaneità che, è vero, può estendersi e dilatarsi per qualcuno di noi, ma solo con la complicità del prossimo. Ma qui siamo ai privilegi o a qualcosa del genere.

Ecco. O è una questione dialettica e se non lo è, come fa ad essere una questione più meritevole delle sue antagoniste? In fondo non sono proprio queste a permetterne l’esistenza? Parlare di antagonismo è uno dei modi in cui ti accorgi che credevi d’essere solo e invece lui, il nichilismo, era solo zitto e fermo ad aspettarti. 

Magari per spingerti verso l’idea dei primitivismi e poi ridere con te (e di te) quando ti accorgi che la loro prospettiva è sì buona, ma solo dialetticamente. Quando ti accorgi che anche per quella solo la passione fideistica potrebbe mantenerne la verità. Ma puoi essere permanentemente in condizione di passione, inetto a calcolare? Al momento non mi pare possibile, salvo che perdere lo status di uomo. Comunque, alla fine, poi lui ride con soddisfazione e tu con disperazione.

L’alchimia del nichilismo è forse fisiologica delle menti dei grandi numeri consapevoli, della cultura. Forse, seguendo l’indicazione dei primitivismi, e non solo, riuscire a realizzare piccole società (gruppi “chiusi” con meno di 100 persone) la loro proposta diviene anche praticabile. Forse, ma forse, più che liberarci di quella tagliente e acuta amicizia, potremmo avere un futuro dove l’humus del nichilismo non ha terreno per essere.


Basterà deintellettualizzare la cultura o servirà l’autoironia?

Eh sì!
Sennò come uscire vivi dalla considerazione che, chi condivide queste note, non è che colui il quale le trova a lui stesso opportune. E che chi le trova blasfeme non fa altro che prenderne le distanze e così rinunciare all’Uno una volta di più? Non fa altro che eleggere la storia ad unica verità?

Non so se sono andato fuori tema. Non ne avevo comunque l’intenzione. Grazie per l’ascolto.

Lorenzo Merlo

……..

Mia rispostina:

Caro Lorenzo, son contento del tuo intervento, è un arricchimento sostanziale al discorso sulla Spiritualità Laica. Spesso da me definita anche “Spiritualità atea”.
Il nichilismo è una espressione del pensiero agnostico che, dal punto di vista intellettuale, merita il nostro rispetto e considerazione. Partire dal dubbio è sempre motivo di approfondimento. Infatti solo il chiedersi, il dubitare la sostanza di ogni asserzione, ci permette di ulteriormente scavare all’interno della nostra psiche. 

Questo è un buon esercizio e ci consente di giungere al limite estremo, quel punto magico, in bilico fra la mente e la non-mente, che nello zen chiamano la porta del “satori”. Trovarsi lì nel vuoto senza aver ancora stabilito la propria identità può essere pericoloso (e lo ha dimostrato lo stesso Nietzsche) eppure se non giungiamo a quel punto limite, o attraverso l’intelletto o attraverso la rottura degli schemi intellettivi, come possiamo realizzare l’esperienza del Sé? 

Ti chiedi se questa esperienza possa essere definitiva e permanente.. Ebbene, sì lo è. E non perché ci si arriva attraverso un processo di “sbandamento” (chiamalo pure ricerca) ma solo perché l’esperienza del Sé è la sola e vera esperienza costante e permanente.. è la nostra vera natura ed è inalienabile. 

Qualsiasi cosa appaia nella mente, qualsiasi pensiero, sensazione, desiderio, disperazione o vuoto.. appare per mezzo del substrato della coscienza, la coscienza è la costante, mentre i pensieri sono sovrimposti… Il momento che riconosciamo, realizziamo (é meglio perché significa rendere reale) questo banale fatto automaticamente siamo quel che siamo sempre stati e che sempre saremo…

La logica a volte aiuta… e capirai da te che non ci è possibile assolutamente sfuggire a questa coscienza che noi siamo.

Paolo D’Arpini



2 commenti:

  1. Scrive Lorenzo Merlo:

    "Ho inserito il commento qui sotto ma non è comparso nel blog.
    Se credi puoi aggiungerlo tu. Tuttavia a me basta parlare con te.

    Ciao Paolo,
    dalle tue note, prendo “esperienza del sé”. Su questa, ti chiedo. L’esperienza di sé - alla quale ritengo di averne avuto accesso”, non è mediata da noi stessi, con la nostra biografia, dunque con le nostre più recondite infrastrutture nei confronti delle quali, scavando una vita, potremmo mai trovarne il fondo? È mediata perché quando essa viene alla coscienza, la coscienza per essere ha bisogno della storia, cioè di noi, vale a dire, di quelle infrastrutture senza fondo. Se così fosse, eleggere ‘l’esperienza di sé a verità superiore potrebbe essere il risultato di un altro trucco della realtà. Così, come quando da ragazzi, ogni “quarto d’ora” ci esplodeva un eureka perché finalmente avevamo capito davvero come stavano le cose?

    A presto
    grazie per l’attenzione" (Lorenzo Merlo)

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  2. Mio commento: Ho inserito come commento il tuo scritto, caro Lorenzo, che certamente merita una risposta. Ma credo che questo discorso lo abbiamo già affrontato in altre occasioni, in verità quando mi riferisco "all'esperienza di Sé" non penso ad una intuizione o "realizzazione" passeggera dell'io che esamina se stesso ma alla scomparsa dell'io ordinario corrispondente alla mente che si interroga.

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