"La fine di Israele" di Ilan Pappè - Segnalazione libraria...





Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina: «Stiamo assistendo all’inizio della fine dello Stato di Israele». Dopo il 7 Ottobre e il genocidio a Gaza, il progetto sionista in Palestina – il tentativo secolare dell’Occidente di imporre uno Stato ebraico in un Paese arabo – è destinato a una «disintegrazione inevitabile». È la tesi del celebre storico israeliano Ilan Pappé che, dopo opere considerate pietre miliari nella storiografia del conflitto israelo-palestinese, in questo nuovo volume sposta lo sguardo sul futuro di Israele e della Palestina. 

Diviso in tre parti, nella prima – Il collasso – Pappé esamina il fallimento del cosiddetto “processo di pace” ed evidenzia le fratture profonde che minacciano la stabilità di Israele: l’ascesa del sionismo religioso, le crescenti divisioni all’interno della società israeliana, l’allontanamento dei giovani ebrei dal sionismo, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale alla causa palestinese, la crisi economica e la messa in discussione dell’invincibilità militare di Tel Aviv. 

Nella seconda parte – La strada per il futuro – l’autore delinea sette mini-rivoluzioni cognitive e politiche necessarie per costruire un avvenire migliore per tutti gli abitanti della Palestina storica: da una nuova strategia per il movimento nazionale palestinese alla giustizia transitoria e riparativa sul modello sudafricano, dal diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alla ridefinizione dell’identità collettiva ebraica. 

Nella terza parte – La Palestina del dopo-Israele, anno 2048 – Pappé offre una preziosa visione di speranza e riconciliazione. Immagina un domani in cui le mini-rivoluzioni hanno avuto successo e descrive come potrebbe essere la vita in uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato. Summa dell’analisi storico-politica di Pappé, La fine di Israele è un contributo fondamentale per comprendere l’insostenibilità del progetto sionista e la via possibile per la pace in Palestina.



Annotazioni: 

«La fine di Israele è un capolavoro, una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere la disintegrazione del progetto sionista e le sue conseguenze. Pappé, uno dei massimi studiosi del conflitto israelo-palestinese, è autore di libri innovativi e fondamentali. Anche questo non fa eccezione».
Chris Hedges

«Quando pensi che sia già stato detto tutto, Ilan Pappé ti offre questo libro illuminante, originale e, soprattutto, pieno di speranza».
Eyal Weizman

«Ilan Pappé è il più coraggioso, più onesto, più incisivo degli storici israeliani».
John Pilger

”Il gioco cosmico dell’uomo” di Giuliana Conforto - Segnalazione libraria


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Giuliana Conforto - Astrofisica


Pochi sono consapevoli dei tempi eccezionali che stiamo vivendo: pochi ma sufficienti per aiutare se stessi e l’intera umanità; sono quelli che Vangeli e film come ”Matrix” chiamano gli ”eletti”, quelli che cercano la verità. Gli eletti si sentono diversi fin dalla nascita, non si adeguano alla ”realtà” di questo mondo vorrebbero cambiarlo ma non sanno come fare.

Imboccare la via dell’ evoluzione è un ”cambiare” che è in realtà diventare se stessi; è ESSERE, ovvero: RIFLETTERE NEL MONDO IL PROPRIO MESSAGGIO GENETICO IN TUTTA LA SUA INTEGRITA’.


L’incontro fatale con un professionista, che ristabilisce il contatto con il vero sé, è il passo necessario per chi cerca la via. E’ un evento che imprime una svolta all’ esistenza del potenziale ”eletto”; l’evidenza che TUTTO CIO’ CHE HA SEMPRE SAPUTO E SENTITO E’ VERO e non solo sogno o vaga fantascienza.


Tuttavia ”per imboccare la via” dice Morpheus (il professionista di ”Matrix”), ”sapere non basta”. Bisogna aprire la porta interna, sciogliere quella barriera che è la paura di essere diversi e quindi non accettati dagli altri.


Gli ”eletti” sono pochi, ma non pochissimi: forse alcuni milioni o decine di milioni. Sparsi come il sale ovunque nel pianeta, immersi in ”realtà” familiari e sociali che negano tutto ciò che gli ”eletti” sentono. La sfida è CREDERE IN SE STESSI, OSARE ESSERE DIVERSI, RISPETTARE LE PROPRIE ABILITA’, SVILUPPARE I PROPRI TALENTI;    NON ADATTARSI quindi al sistema che organizza ogni attimo della così detta ”vita”. Gli ”eletti” sono ”enzimi” di una trasformazione planetaria che consentirà a tutti LIBERTA’, PROSPERITA’, UNITA’ e COMUNIONE CON LA NATURA.

Dal libro: ”Il gioco cosmico dell’uomo” di Giuliana Conforto



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"La Spiritualità del Corpo" di Alexander Lowen... - Segnalazione libraria

 




È solo nella perfetta armonia tra corpo, mente ed emozioni che possiamo raggiungere un senso di integrità morale e personale, di amore per gli altri e di rapporto col divino.

Lowen estende il rapporto mente-corpo ampliandolo fino ad abbracciare la spiritualità, intesa però non nel convenzionale senso religioso bensì come la ricerca di un'armonia tra corpo, mente ed emozioni, cioè di una condizione che Lowen chiama lo 'stato di grazia'.

Alexander Lowen, fondatore della bioenergetica ci spiega come raggiungere l'equilibrio, in cui risiede lo 'stato di grazia' che tutti desideriamo e che è così difficile da raggiungere nella vita odierna.

“Con il loro amore reciproco gli esseri umani possono emulare l'amore che Dio ha per l'uomo. Dio non è soltanto onnisciente, è anche onnipresente, è in tutti noi. I mistici ed i religiosi di ogni fede hanno scritto che Dio è nel cuore dell'uomo. Quando sentiamo l'amore nel nostro cuore, siamo in comunione con Dio”

Alexander Lowen



Urge abbattere la gerarchia maschilista che domina la chiesa... si dia spazio al femminile...


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Si sa che nella Chiesa la donna è sempre stata emarginata.
Già dai primi inizi, nella comunità apostolica, dove Paolo la sottomette all’uomo in termini forti: «come Cristo è capo dell’uomo, così l’uomo è capo della donna». Dove le impone il velo: una tradizione della sinagoga ebraica che è durata poi per millenni e infine è caduta in disuso. Dove le impone rudemente di tacere nell’assemblea. Ma anche Pietro si esprime in termini analoghi.
Il Concilio Vaticano II, almeno di passaggio, riconosce la «perfetta eguaglianza di uomo e donna […] in quanto persone umane», l’«identica dignità a immagine di Dio» (GS 9, 29; ripresa con forza dal nuovo Catechismo, 369-370).
Ma quando nel 1958 la Chiesa luterana di Svezia apre alla donna l’ufficio di pastore; poi le chiese episcopaliane d’America, a partire dal 1974; la Chiesa anglicana, prima in Canada, poi in Inghilterra, nel 1975 (e in seguito anche l’ufficio di vescovo più o meno in tutta la Riforma), allora la cattolica Congregazione per la dottrina della fede pubblica un documento, Inter insigniores, del 15/10/1976, in cui interdice alle donne il sacerdozio: la funzione gerarchica, e tutta la struttura gerarchica è riservata al maschio («Il Regno-Documenti», 22, 1977, n. 348, pp. 98-102)..
E quali argomenti adduce?
che la scelta del Cristo stabilisce un modello, indica una volontà precisa (una mera illazione);
che v’è una tradizione continua e universale (la stessa dell’asservimento della donna);
che essendo la Chiesa sposa di Cristo, lo sposo dev’essere maschio (ridicolo abuso di un linguaggio simbolico);
che l’incarnazione è avvenuta nel sesso maschile, e così deve avvenire la santificazione. Ma il Cristo si è fatto uomo e ha scelto come apostoli solo uomini perché la donna in Israele non era circoncisa, e quindi propriamente non apparteneva al popolo di Dio; non poteva studiare la torah, la sacra legge ebraica, non poteva parlare nella sinagoga, né testimoniare in giudizio; non aveva alcuna prerogativa o diritto nella vita pubblica.
Ma è chiaro che Dio non è né maschio né femmina, e tale è il Figlio che si fa uomo;
che, se si fa maschio, è solo per le ragioni contingenti addotte sopra.
Ragioni che ora l’umanità ha superato, riconoscendo la parità e pari dignità di uomo e donna.
Che attende allora la Chiesa cattolica a riconoscere appieno questa parità, abbattendo una gerarchia fatta tutta di maschi, introducendo la donna nel sacerdozio e nell’episcopato? Che attende a superare infine questa emarginazione.?
Prof. Arrigo Colombo
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Con l’adesione di Paolo D’Arpini







Le lampade sono diverse la luce è la stessa...

 


Dieta alimentare e spiritualità...


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Il saggio  Ramana Maharshi a chi gli chiedeva quale fosse il modo più semplice per “raggiungere” la consapevolezza di Sé (nel senso dell’autorealizzazione) consigliava l’autoindagine, attraverso l’interrogarsi “chi sono io”. E se qualcuno insisteva per avere delle norme esteriori di comportamento allora consigliava di assumere solo cibo “satvico” e in quantità moderata.

Il cibo “satvico” è in effetti la cosiddetta dieta vegetariana, quella più vicina all’alimentazione naturale dell’uomo. L’uomo è nato frugivoro, la sua conformazione anatomica è simile a quella degli altri frugivori: suini, scimmie antropomorfe, etc. Questi animali, come dovrebbe essere per l’uomo, si nutrono essenzialmente di semi, proteine vegetali, verdure, frutta, tuberi, latte materno, integrando il tutto – di tanto in tanto – con qualche altro prodotto di origine animale, come ad esempio il latte di altri mammiferi, piccole quantità di miele, uova e simili. Eccezionalmente e per scopi integrativi essi fanno anche uso di moderate quantità di pesce o carne. Ovviamente, nella dieta “satvica”, consigliata ai ricercatori spirituali, la carne non è compresa, poiché il cadavere, essendo un composto organico in putrefazione, è considerato un alimento “tamasico” (oscurante) per la mente. Tra l’altro gli animali sono considerati a tutti gli effetti muniti di “anima” e quindi visti come esseri spirituali simili all’uomo. Cibarsene è considerata perciò una forma di “cannibalismo”.

La filosofia dei Veda – scrive Steven Rosen nel suo illuminante libro Il vegetarianesimo e le religioni del mondo – riconosce appieno agli animali la capacità di raggiungere stati di spiritualità elevata. Si tratta di una tradizione religiosa che non promuove soltanto il vegetarismo, ma anche l’uguaglianza spirituale di tutti gli esseri viventi. Il vegetarismo in effetti non è altro che la conferma di questa consapevolezza: tutti gli esseri viventi sono spiritualmente uguali. Tra l’altro, nell’induismo vengono indicate anche altre ragioni per cui è necessario astenersi dall’ingerire cadaveri perché nell’atto di cibarsi dell’altrui carne si crea un legame karmico con la violenza e la morte.

Malgrado vi siano indicazioni di sacrifici cruenti da compiere una o due volte all’anno persino il Corano esalta la compassione e la misericordia di Allah — chiamato al-Raham, ovvero “l’infinitamente misericordioso” — nei confronti di tutti gli esseri da lui creati, senza eccezioni. Lo stesso profeta Maometto, che presumibilmente era vegetariano e amava gli animali, disse: «Chi è buono verso le creature di Dio è buono verso se stesso».

Per quanto riguarda l’Ebraismo, nella Genesi l’alimentazione prescritta all’uomo è chiaramente vegetariana: «Ecco vi do ogni vegetale che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto che produce seme: saranno il vostro cibo» (1, 29). E ancora nella Genesi si legge: «Non dovreste mangiare la carne, con la sua vita, che è il sangue». E infatti, secondo le leggende bibliche, il popolo d’Israele si mantenne vegetariano per dieci generazioni, da Adamo a Noè. Solo dopo che il diluvio universale ebbe distrutto tutta la vegetazione, si narra che Dio diede al “suo” popolo il permesso temporaneo di mangiare carne. Poi, per ristabilire l’alimentazione vegetariana, quando gli israeliti lasciarono l’Egitto, Dio fece cadere la manna, un alimento vegetale adatto a nutrirli durante il loro duro viaggio. Ma, poiché gli israeliti continuavano a chiedere con insistenza la carne, Dio gliela concesse, insieme però a una peste fatale che colpì tutti coloro che ne mangiarono.

Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, e quindi il Cristianesimo, l’insegnamento di Gesù (nato di origine essena, una setta che praticava il vegetarismo) è stato a tal punto censurato nelle numerose traduzioni e revisioni dei Vangeli che sono quasi sparite le tracce della sua compassione e del suo completo amore per tutte le creature viventi, che si esprimevano anche nel non mangiare carne di alcun tipo, in armonia con la tradizione degli Esseni. In un “Vangelo secondo Giovanni” tramandato dagli Esseni e dalle Chiese cristiane d’Oriente ma rifiutato dalla Chiesa cattolica, si insegna l’assoluta nonviolenza nei confronti degli animali ed è vietato esplicitamente di mangiare carne: «Mangiate tutto ciò che si trova sulla tavola di Dio: i frutti degli alberi, i grani e le erbe dei campi, il latte degli animali ed il miele delle api. Ogni altro alimento è opera di Satana e conduce ai peccati, alle malattie e alla morte». I primi cristiani erano vegetariani. E lo furono anche i veri Padri della Chiesa, come san Giovanni Crisostomo, San Girolamo, Tertulliano, San Benedetto, Clemente, Eusebio, Plinio e molti altri.

Ma quando il Cristianesimo volle diventare la religione di Stato dell’Impero Romano, durante il concilio di Nicea vennero radicalmente alterati i documenti originali. I “correttori” nominati dalle autorità ecclesiastiche eliminarono dai vangeli qualsiasi riferimento al non mangiare carne: tradussero con il termine «carne», per ben diciannove volte, il termine greco originale «cibo” e scelsero la versione «dei pani e dei pesci” a quella, contemporanea a Cristo, del miracolo della «moltiplicazione dei pani e della frutta”. Ciononostante anche in seguito alcuni santi cristiani sono stati vegetariani. Basti pensare al più famoso di tutti, san Francesco, il quale, nel suo amore per tutte le creature viventi, si nutriva esclusivamente di pane, formaggio, verdure e acqua di fonte.

La compassione che sta alla base di ogni “fede” va ricercata interiormente, e mangiare carne, diceva Lev Tolstoi, «è immorale perché presuppone un’azione contraria al sentimento morale, quella di uccidere. Uccidendo, l’uomo cancella in se stesso le più alte capacità spirituali, l’amore e la compassione per le altre creature». Quindi, a che serve giustificare o preferire una religione all’altra? Sono le persone che fanno la differenza! Sono tutti quegli uomini e quelle donne “compassionevoli” che non si limitano a riti esteriori ma che nutrono compassione per se stessi e per tutte le altre creature. Insomma, ricapitolando, l’Induismo, l’Ebraismo, l’Islamismo e il Cristianesimo contengono di fondo lo stesso messaggio di compassione e nonviolenza, ricordo anche le parole del Buddha nel Dhammapada: «In futuro, alcuni sciocchi sosterranno che io ho dato il permesso di mangiare carne,e che io stesso ne ho mangiata, ma io non ho permesso a nessuno di mangiare carne, non lo permetterò ora, non lo permetterò in alcuna forma, in alcun modo e in alcun luogo».

Paolo D’Arpini - Comitato per la spiritualità laica

 






"L'oscura notte dell'anima" ed il risveglio spirituale in senso laico...

 


Tempo addietro un cercatore mi pose una domanda in merito al risveglio dell'anima dopo quella che i mistici chiamano "l'oscura notte dell'anima".  Risposi alla sua domanda con queste parole:   “Caro cercatore, le rispondo sulla base della mia esperienza personale. Una volta ottenuto il Risveglio, ed avuta un'esperienza del Sé, quel che accade è che il nostro spirito (o Coscienza) percepisce la verità sul proprio essere.  Questo fulgido momento d'illuminazione se avviene in una mente totalmente purificata dalle tendenze innate e dai desideri e paure regressi riconduce l'io al Sé ed al superamento di ogni dualismo: “Io sono quel che sono e che sempre sono stato e sempre sarò”. 

Questa esperienza se definitiva può essere chiamata “Realizzazione” e possiamo averne un esempio concreto leggendo quanto avvenne a Ramana Maharshi, nel momento in cui egli stabilmente si fuse nel Sé. Se la mente del cercatore -invece- conserva ancora tracce di ignoranza nascosta, vasanas e samskaras inespresse, ecco che con il Risveglio inizia un processo di espulsione di questi fattori oscuranti. Non possiamo sapere come essi siano incistati nella nostra anima e quanto è necessario scavare nell'inconscio per poterli portare in superficie e quindi eliminarli, ma stia tranquillo che la cosa avviene spontaneamente, in seguito al “risveglio in atto”. 

Questo processo può essere a volte doloroso e può ben essere chiamato “l'oscura notte dell'Anima”. Ma se non si perde la fiducia in se stessi, nel proprio Maestro, e si persevera nella ricerca con costanza, sincerità ed onestà, allora il processo sarà come qualsiasi altra “nuttata, che ha da passà”... e quindi non è poi così grave. L'amore e la devozione all'ideale offrono un grande aiuto.”

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica




Articolo collegato: https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-esperienza-spirituale-e-la-stabile-realizzazione-del-se).

Ahura Mazda. Demone o Dio?...

 

L’antica cultura della Persia fra storia e psicostoria.


A Bombay è tutt’oggi fiorente  la comunità Parsi composta dai discendenti dei sacerdoti zoroastriani che fuggirono dalla Persia, isola di cultura e civiltà ariana, con l’avvento in quel paese dell’islam. La religione di Ahura Mazda  è basata sull’adorazione del fuoco sacro  mentre i riti funerari prevedono l’esposizione dei cadaveri su alte torri affinché siano divorati dagli uccelli. Aria e fuoco sono due dei cinque elementi presenti  nella tradizione sacrale ariana ed infatti la civiltà iraniana è indubbiamente di origine indoeuropea. Sull’antichità e sull’origine di questa civiltà ancora si sta discutendo, essendovi diverse teorie sulla sua formazione. 

Alla luce di recenti scoperte fatte nella valle dell’Indo e del Saraswati, attualmente in territorio pachistano, risulta che esisteva  circa 12.000 anni a.C.  una fiorente civiltà con città e porti grandiosi. Il fiume Saraswati, il cui  antico percorso è stato individuato con i sistemi satellitari, si essiccò circa settemila anni a.C. e da quel  momento iniziò un esodo, in diverse fasi, della popolazione sino  all’abbandono definitivo degli antichi insediamenti, la civiltà dell’Indo si spostò da un lato verso la valle del Gange e dall’altra  in Persia ed in Mesopotamia e successivamente in Europa... Tutto ciò coincide con quello che viene definito il termine ultimo della cultura matristica e l’inizio del patriarcato. 

Infatti nelle antichissime città di Moenjio Daro ed Harappa, molto estese e ricche di zone verdi, non vi erano tracce di grandi palazzi o templi che lasciassero intendere un potere centralizzato, tipico del patriarcato, mentre vi erano servizi e abitazioni simili per tutti  gli abitanti (parecchie centinaia di migliaia), tra l’altro una caratteristica importante era il sistema idrico e fognario diramato sistematicamente in tutto il centro urbano.

Vi  è  poi un altro riscontro storico basato sulla narrazione dei Veda, sul riconoscimento delle varie divinità, che precedentemente erano di carattere ctonio. Ciò che   lascia perplessi, infatti, è che in sanscrito, la lingua nobile dell’India,  i demoni, ovvero le divinità ctonie, sono chiamati “asura” mentre  in Persia il nome “asura”  denota la divinità principale (vedi appunto il nome di Ahura Mazda). Un’altra particolarità è che in sanscrito i demoni sono detti “rakshasa” che tradotto letteralmente significa “protettori” e tali  erano considerate le divinità della natura nel periodo matristico. 

Insomma pare che in Persia fosse rimasta più a lungo che in India  la tradizione antecedente, come ad esempio accadde a Creta rispetto al resto della Grecia già dominata dall’ondata ariana di  configurazione patriarcale.  L’ultima ondata di lingua e cultura indoeuropea furono gli Hittiti (ed anche i Sinti) che avevano la conoscenza della lavorazione del ferro e della ruota a raggi, cose ancora sconosciute in Mesopotamia e nel mediterraneo.   

In Persia, zona di transito, la religione di Ahura Mazda  aveva perciò mantenuto alcuni elementi del periodo matristico antecedente e questa religione all’arrivo degli islamici  ritornò alla terra madre, in India. Un’altra particolarità che lascia supporre l’origine matristica della religione di Ahura Mazda è anche la posizione femminile che non è strettamente subordinata al potere maschile, molto accentuato invece nelle altre religioni.

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica




"Non preoccuparti di salvare queste canzoni

e se uno dei nostri strumenti dovesse rompersi, non importa.

Noi siamo caduti in un posto dove tutto è musica.

L’arpeggio e le note del flauto si levano nell’aria

e se anche l’arpa del mondo bruciasse

vi sarebbero ancora altri strumenti nascosti.

Quest’arte del canto è schiuma  di mare.

Questi moti gentili sorgono da una perla del fondo marino,

essi nascono da una radice forte e potente che non vediamo.

Ora basta con le parole.

Apri la finestra nel centro del tuo cuore

e lascia che gli spiriti volino dentro e fuori…"


 Rumi santo poeta persiano del 13° secolo.

Negare noi stessi non ha senso... Restiamo ciò che siamo sempre stati...

 


"La mente (ego) tende ad appropriarsi delle esperienze vissute. Naturalmente non è necessario, al fine di realizzare la nostra vera natura, "negare" l'identità fisiologica (nome-forma) ma dobbiamo integrarla con il Tutto, anche perché ne facciamo parte ed il Tutto è inscindibile. Vedi il concetto di “ologramma”, in cui ogni parte che compone l'immagine è costituita dalla totalità dell'immagine stessa. Illudersi di essere separati dal Tutto significa cadere nel dualismo separativo. Il nome-forma è come un'onda che sorge sul mare dell'Assoluto, il quale è appunto il substrato necessario all'esistenza dell'io. Realizzare che l'io è solo il Sé riflesso nello specchio della mente è la chiave della Conoscenza"  (Saul Arpino)


Il  "riconoscimento" della nostra vera natura avviene come nel passaggio dal sogno alla veglia, è naturale ed  intrinseco in ognuno di noi. Quando sogniamo siamo immersi nel sogno e quella è per noi la sola realtà… Quando giunge il momento del risveglio ci sono delle avvisaglie che ci fanno percepire l’imminente cambiamento di stato. Come dire, abbiamo sentore dell’imminente uscita dall’illusione del sogno. Certo questa è semplice analogia poiché nel sogno e nella veglia, che sono condizioni mentali, non vi è vera illuminazione e realizzazione. Quel “risveglio” di cui parlo è l’intima essenza indivisibile, inavvicinabile dalla mente, ma la sua realtà è intuibile e sperimentabile nello stato di pura consapevolezza.

Nel processo di ritorno che sospinge ogni singolo essere verso quella pura consapevolezza avvengono vari miracoli e misteriosi cambiamenti. L’adattamento ai nuovi stati di coscienza coinvolge sempre e comunque tutto il corpo massa della specie, ma nella nostra dimensione umana noi siamo abituati al funzionamento a locomotiva, ovvero due passi avanti ed uno indietro, anche definito crescita per tentativi ed errori. Per questa ragione sembra che l’evoluzione manchi di linearità e continuità. Nella nostra civiltà abbiamo vissuto vari momenti che sembravano paradisiaci, che mancavano però di una comprensione olistica. Un po’ come avviene nel mondo animale in cui la spontaneità  regna sovrana ma la coscienza è carente nella auto-consapevolezza e nella ragione.

Insomma dobbiamo poter integrare l’intuizione e la ragione  nel nostro funzionamento e ciò fatto possiamo procedere a dimenticare il processo sperimentale per poter vivere integralmente l’esperienza in se stessa. Osservatore ed osservato non possono essere separati.

Per ottenere questo risultato le religioni consigliano la via “dell’amare il prossimo tuo come te stesso” mentre le filosofie gnostiche indirizzano verso l’auto-conoscenza.

Non scindiamo queste due vie, teniamole strette come due remi della nostra barca che ci aiutano ad uscir fuori dal pantano del “dualismo”.
  
In fondo, come possiamo considerare che qualcosa sia al di fuori di noi stessi? 

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

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Alchimia ieri ed oggi...

 


Introduzione generale al discorso: “Se tu considerassi con giudizio maturo in che modo opera a Natura, non avresti bisogno dei volumi di tanti Filosofi, perché, a mio giudizio, è meglio imparare proprio dalla Natura maestra piuttosto che dai discepoli” [Da: Il nuovo Lume chimico, di Il Cosmopolita.]

La definizione di Alchimia nella Piccola Enciclopedia Mondatori del 1951 è la seguente: “Pseudo scienza che aveva per scopo la ricerca di una sostanza capace di trasmutare in oro i metalli vili e di dare ali uomini l’ eterna giovinezza. Giustamente disprezzata dagli spiriti migliori, (Dante, Petrarca), diede però origine alla chimica moderna”.

Questa definizione è quanto mai significativa per due ordini di ragioni. La prima riguarda il livello culturale. Negli anni cinquanta, invero, malgrado la presenza di studi anche molto accurati sulla materia, che avevano percorso la fine dell’ottocento ( con l’esplodere della teosofia e lo sviluppo degli studi sulle scienze esoteriche ed iniziatiche ) e tutta la prima parte del novecento, con gli approfondimenti sulla materia di Guénon, Jung, Burkhardt, Eliade, Evola, Servadio e tanti altri, la cultura razionalista dominante non sapeva vedere oltre li aspetti puramente meccanicistici del fenomeno.

Oggi, dopo solo mezzo secolo di diffusione di conoscenze avanzate, e malgrado il predominio di un “pensiero unico” molto guardingo e sospettoso, nessuna persona di una certa cultura potrebbe accettare sull’ Alchimia una definizione tanto rozza e superficiale. Alternativamente, da parte clericale, l’Alchimia è a tutt’oggi collegata con l’astrologia, la magia e l’occultismo in una condanna che individua nell’attuale ritorno d’interesse per queste vie della conoscenza ( che in realtà mai hanno abbandonato il pensiero umano), l’invasione della “cosiddetta cultura dell’irrazionale”.

Si legge infatti, nell’editoriale della Civiltà Cattolica n.3223 del 6 ottobre 1984 che con cultura dell’irrazionale…”…Si designa un insieme di dottrine e di pratiche abbastanza diverse tra loro quali sono l’astrologia, la chiromanzia, la numerologia, la magia, lo spiritismo, l’esoterismo, l’occultismo, ma accomunate dal carattere dell’irrazionalità. Vogliamo qui studiare l’estensione ed i tratti più notevoli di questo fenomeno, chiedendoci quali sono i motivi della sua esplosione, le esigenze ed i bisogni cui risponde, ed i problemi che pone alla fede cristiana. E’ noto, del resto, che il cristianesimo ha sempre dovuto lottare fin dall’inizio contro le dottrine e le pratiche divinatorie, magiche e spiritiche”.

Premesso che proprio quest’ultima frase è ampiamente contestabile, trattandosi di pratiche presenti a tutt’oggi nell’armamentario religioso corrente, anche se presentate con altri nomi, è doveroso comunque sottolineare quanto le pratiche arbitrariamente chiamate irrazionali costituiscano una modalità di conoscenza e penetrazione del reale che urta contro il sistema di amministrazione del sacro proprio delle forme clericali. Queste forme di conoscenza sono tornate prepotentemente alla ribalta attraverso le nuove conoscenze prodotte da mezzo secolo di intensa attività di ricerca in tutti i campi dello scibile. Dalla antropologia culturale, alla psicologia del profondo, alla geoarcheologia,  alle scienze matematiche, all’astronomia, all’esplorazione nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande, alle decifrazioni dei linguaggi della Natura, compresa l’interpretazione delle interpretazioni dei suoni, alla scoperta/invenzione del DNA con tutti i suoi risvolti impliciti. E’ evidente che tutte queste nuove acquisizioni costituiscono le basi di un movimento rivoluzionario di dimensioni globali e totalitarie, patrocinato anche dalla fisica quantistica e dalla sua prima conseguenza, la Sincronicità di Jung, Chopra e Pauli ( sintesi perfetta dell’incontro fra la chimico-fisica, la medicina e la psicologia del profondo, già preannunciato negli anni trenta nel campo medico, ma nell’ottica di una medicina olistica, da Alexis Carrell e da Nicola Pende, assieme loro allievi in una concezione biocostituzionale denominata NeoIppocratismo ) capace di scardinare il tacito accordo instaurato all’epoca del processo a Galileo, fra i propugnatori di una scienza sperimentale che rinuncia aprioristicamente alla metafisica ed i sostenitori di una concezione dualistica della realtà, secondo la quale la vita immateriale è di competenza esclusiva del Clero. Ad ulteriore chiarimento della questione, è necessario ricordare che questo tacito accordo fra gli inquisitori e l’inventore del metodo scientifico era stato preceduto per pochi anni dal rogo di Giordano Bruno, sostenitore, a ragione, dell’Unicità ed organicità dell’Universo.

Natura reale dell’Alchimia.  L’Alchimia non è proto-chimica. La segretezza apparente dei suoi simboli e dei suoi codici non è conseguenza di una repressione, come da sempre si crede. Infatti si tratta di un sistema comunicativo che non può arrivare a chiunque. D’altronde, anche oggi, i simboli della chimica profana possono essere compresi esclusivamente da coloro che l’hanno studiata per lunghissimi anni.

Il simbolismo è fine a se stesso. Il disegno alchemico è facilmente riconoscibile perché costituisce una forma artistica del tutto autonoma, come dimostra il MUTUS LIBER. Non è solo scienza occulta o solo ermetismo. E’ un pensiero autonomo che si tramanda dalla più profonda antichità, come è dimostrato da una storia filosofica del tutto parallela a quella della filosofia ufficiale.

Scrivono Jollivet e Castellot [ Storia della scienza alchimica]: "All’alba del XIX secolo, il materialismo trionfante, smarritosi per lì amore smodato dell’analisi, negò quest’alchimia alla quale torna questo stesso secolo, avido, nella sua decadenza, di misticismo e di sintesi. Le ricette chimiche fecero respingere l’equazioni ermetiche, si volle la Luce per tutti e si ottenne l’oscurità universale, giacché, sebbene il sole brilli per tutti, non può penetrare negli occhi dei ciechi."

Scrive Maurice Aniane [Note sull’Alchimia]: “L’Alchimia, contrariamente a ciò che riferiscono gli storici delle scienze, non è mai stata, se non nei suoi aspetti decaduti, una chimica balbettante. Era una scienza sacramentale per la quale le apparenze materiali non avevano alcuna autonomia, ma rappresentavano solamente la condensazione di realtà psichiche e spirituali”.

L’Universo è Uno e lo spirito permea la materia.

A questo è giunto il moderno pensiero scientifico, confermando la Tradizione Alchemica. Lo Spirito che permea la materia si manifesta all’uomo in tutte le forme possibili. Infatti, se la Natura può essere dipinta, fotografata, scolpita o cantata in prosa ed in poesia, i numeri della Natura si possono trasformare in una cosa sola: in Musica. Basta compiere la semplice operazione di mettere in relazione ogni cifra, ogni proporzione, con i parametri numerici del Suono: l’altezza, la durata, l’intensità, il timbro, l’Armonia.  

Giorgio Vitali, chimico e ricercatore olistico



Il movimento ebraico, Neturei Karta, auspica il dissolvimento dell'entità sionista d'Israele...

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Domanda di AP.: Assistiamo ad una ripresa delle ostilità contro la popolazione palestinese.  E' in continuo aumento  il numero di morti e di feriti. Il numero è destinato a crescere. Quale la sua reazione a tutto questo?
Rabbino Ahron Cohen: Noi restiamo orripilati di fronte a questo spargimento di sangue in Palestina. L’unica vera soluzione per porre termine a tutto questo sarebbe un accordo per la dissoluzione pacifica e totale dello Stato illegittimo conosciuto col nome di “Israele” e la sua sostituzione con un governo che sia accettabile per i Palestinesi. Al momento questo è solo un sogno. E tuttavia, più l’idea circolerà in seno alla comunità internazionale, prima finirà con l’essere considerata come la sola strada da seguire.
AP: Il suo movimento è conosciuto per la sua posizione di radicale opposizione all’esistenza dello Stato di Israele. Perché pensate questo?
RAC: In poche parole, dal punto di vista della legge religiosa ebraica, uno “Stato” contraddice la nostra fede in ragione della condanna del popolo ebraico all’esilio e all’impossibilità di avere un proprio Stato. Crearlo è stata una ribellione contro la volontà dell’Onnipotente. Da un punto di vista umanitario, noi ci opponiamo con tutte le forze all’atto di colonizzazione di un paese che ha già un suo popolo e al fatto di privare questo popolo della libertà, delle sue risorse e del suo habitat.
AP: Il conflitto israelo-palestinese ha fatto colare tanto sangue, e anche tanto inchiostro e saliva… ma senza approdare ad una ipotesi di soluzione. Che cosa secondo lei potrebbe porre termine al conflitto?
 RAC: Credo di avere già risposto a questa domanda. Posso solo aggiungere che il sionismo è stato agli esordi totalmente respinto dalla maggioranza del popolo ebraico, da laici e capi religiosi. Purtroppo il successo della spettacolare propaganda dei sionisti e l'appoggio di frange cristiane statunitensi è riuscito a rovesciare la situazione.
AP: Quali iniziative intendete intraprendere per favorire una migliore comprensione tra i due popoli, palestinese e israeliano?
RAC: Occorre diffondere il messaggio del nostro movimento, Neturei Karta (*), secondo cui il giudaismo e il sionismo nazionalista laico sono due concetti incompatibili.
                                                                                 
Una manifestazione di Neturei  Karta per la liberazione della Palestina

AP: Le vostre iniziative hanno finora avuto sufficiente eco?
RAC: Poco eco, ma efficace, e sempre più diffuso.
AP: Vi sono manifestazioni in tutto il mondo di cittadini di confessione ebraica che si svolgono senza che i media dominanti ne parlino. Come spiega questo black out?
RAC: A causa dell’incredibile peso e dell’influenza esercitata dalla lobbie sionista che diffonde l’idea falsa che antisionismo equivalga ad antisemitismo, al fine di soffocare ogni voce dissonante…
AP: Perché si punta il dito contro la comunità musulmana ogni qualvolta vengono commesse delle azioni antisioniste?
RAC: Ancora una volta, ciò si deve alla propaganda sionista e alla sua influenza
(Intervista di M.El-Ghazi)


Neturei Karta è formata da un gruppo di ebrei ortodossi, radicalmente antisionisti, che auspicano lo smantellamento dello Stato di Israele