I giornali e l'approfondimento delle notizie... Quale futuro per la carta stampata?


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C'è chi dice che "la gente si è disaffezionata alla carta stampata per via delle bugie o mezze verità che dicono e ben gli sta", ma io credo che il calo delle vendite dipenda più che altro da una questione di costume. Mio padre comprava il giornale tutti i giorni e tutti i giorni lo leggeva dall'inizio alla fine. Oggi anche se i giornali dicessero la verità chi lo farebbe? Gli italiani non sono un popolo di consumatori di programmi televisivi? E questi dicono la verità o non dicono invece spesso quello che il potere ritiene sia la versione ufficiale da trasmettere?

Stiamo attaccati al pc per una, due, tre ore al giorno, chi avrebbe tempo di leggere un giornale? Il pc ti offre tante notizie, pareri, discussioni in cui puoi anche intervenire, la carta stampata non da queste possibilità...E poi, chi ha il tempo materiale di andare all'edicola, acquistare il giornale e approfittare per scambiare qualche parola con l'edicolante di quartiere, e poi leggerlo... intanto dove? In ufficio? Ma tra i doveri dell'impiegato o dirigente o funzionario di un qualsiasi ufficio pubblico o privato non c'è il dovere di essere informati su quello che succede nel mondo, non parliamo poi su quello che succede alla propria squadra del cuore (secondo me tra i quotidiani più venduti e letti ci sono quelli sportivi, almeno da quello che vedo al mattino nei vari bar). 

A mala pena, usando ovunque il computer, si riesce a dare una sbirciatina a qualche pagina di qualche quotidiano on-line. In molti uffici i computer sono bloccati e si possono consultare solo i siti che hanno un'attinenza con le proprie attività. E quando a sera si arriva a casa stanchi, chi ha ancora voglia di leggere il giornale? Mi viene in mente lo stereotipo del marito che ritornato a casa dopo un'estenuante giornata di lavoro, si mette in poltrona, apre il giornale per dargli una scorsa, mentre la moglie si affaccenda in cucina a preparare la cena.  Ma queste situazioni, purtroppo o per fortuna, non esistono più.

Comunque per ritornare ai quotidiani cartacei, non trovo disdicevole che lo stato li finanzi, vista la loro residua utilità pubblica, purché siano sottoposti ad una valutazione di merito, più che altro sul genere di argomenti trattati. Certo non è semplice una valutazione del genere, si rischierebbe di considerare un quotidiano o l'altro in maniera parziale, difficilmente giusta ed obiettiva. Impossibile poi direi sarebbe dare questo "premio" in base alle verità comunicate o alle bugie espresse.

In effetti, essendo ormai così diffusa l'informatizzazione anche tra le persone "anziane", credo che il destino della carta stampata sia segnato. L'informazione in questo modo rischia però di diventare sempre più superficiale. 

L'approfondimento di un argomento, quando non trattato in un vero e proprio libro, è difficile da seguire fino in fondo su uno schermo di un computer, di un tablet o peggio ancora di uno smartphone e si rischia di leggere le prime righe per poi passare oltre. La stessa notizia o lo stesso argomento poi, per essere "digerito" fino in fondo, dovrebbe essere affrontato su diverse fonti, che potrebbero in questo modo essere confrontate. Speriamo che l'informatizzazione dell'informazione porti almeno il vantaggio di permettere alla popolazione una maggiore attenzione agli argomenti che a tutti dovrebbero interessare: politica, ambiente, vita sociale, cultura, (spiritualità)...

Ringrazio fin d'ora chi ha letto fin qui!

Caterina Regazzi

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Mio commentino: "L'analisi di Caterina, sull'utilità attuale dei Giornali cartacei, è perfettamente condivisibile. Ritengo però, a differenza di quanto da lei affermato "sul destino segnato della carta stampata", che i giornali potrebbero avere ancora uno scopo, quello dell'approfondimento dei temi e della conservazione della memoria. Dal punto di vista della cronaca potrebbero anche scomparire ma come forma di indagine, di studio, di ricerca sui fatti e sulle ipotesi trattate (di qualsiasi argomento) potranno ancora avere un'utile funzione. Anche per la migliore comprensione dei temi trattati. Certo in questo caso dovrebbero trasformarsi in antologie del pensiero..." (P.D'A.)

27 gennaio e l’olocausto quotidiano…

 


«Un giorno i nostri figli ci chiederanno: “Tu dov’eri durante l’Olocausto degli animali? Che cosa hai fatto per fermare questi crimini orribili?”. A quel punto non potremo usare la stessa giustificazione, per la seconda volta, dicendo che non lo sapevamo» Helmut F. Kaplan

Il 27 gennaio di ogni anno si ricordano le vittime dell’olocausto: ebrei, omosessuali, zingari e avversari politici che furono imprigionati nei campi di concentramento nazisti. Parecchi di loro perirono di stenti e di angherie, di esperimenti medici disumani, di fame, etc.

Quello non fu il primo olocausto e nemmeno l’ultimo, sembra infatti che l’uomo abbia la tendenza al genocidio e di tanto in tanto questo “vizio” si manifesta, contro i suoi simili scomodi da sopportare. Non voglio qui però enumerare tutti gli stermini compiuti ed in corso contro l’umanità… sarebbe un’azione politica impropria visto che molto spesso sono le stesse cosiddette “democrazie” a metterli in atto. C’è già chi provvede a fare questo lavoro di scoperchiatura dei sepolcri imbiancati e non voglio rubar loro il mestiere.

Eppure qualcosa vorrei dire.  Ci professiamo tutti democratici, almeno a parole, anche se, più o meno consciamente, continuiamo a tollerare il dominio di un sistema economico-culturale che nulla ha da invidiare al nazismo. C’è un razzismo quotidiano che imperversa e ci condiziona, dal linguaggio alle abitudini alimentari. Diceva un amico vegetariano, Francesco Pullia: “C’è una presunta ‘normalità’ che gronda sangue e risulta inaccettabile. Parafrasando un noto aforisma di Adorno, Auschwitz inizia ogni volta che passando da un bancone di un supermercato, dalla vetrina di una pellicceria o ci sediamo per mangiare facciamo le spallucce e diciamo che si tratta ’solo di animali’. Se si da per scontata l’esistenza di un mattatoio, non ci si può stupire o indignare degli stermini di massa che hanno infangato i secoli. Siamo circondati da migliaia di Buchenwald, Birkenau, Dachau…”

Per un senso universale di giustizia occorre ricordare, con la ricorrenza del 27 gennaio, tutte le vittime cadute per mano dell’uomo, in seguito all’accecamento dovuto ad una ideologia, ad una religione, ad una golosità… Vittime sempre innocenti, sempre mutilate e vilipese in nome di un “interesse superiore” o della ragion di stato o… della culinaria.

Nel mondo, secondo gli ultimi dati disponibili, si allevano oltre 1 miliardo e 300 milioni di bovini, 2 miliardi e 700 milioni di ovini e caprini, 1 miliardo di suini, 12 miliardi di polli e galline e altro pollame. Solo di bovini, ogni anno in Italia si macellano circa 4.700.000 animali. Ci troviamo in un mondo dove nessun politico parla degli animali massacrati tutti i giorni a milioni, dove i segnali di madre natura non vengono ascoltati nonostante i suoi continui avvertimenti…

Il menefreghismo e l’ignoranza penso siano i nostri veri nemici ma sono convinto che dobbiamo aprire gli occhi a più persone possibili, dobbiamo smetterla con l’olocausto continuato. Cominciando dal rifiuto personale all’essere compartecipi dello sterminio a cui vengono sottoposti i nostri “fratelli minori” e delle sue conseguenze sul nostro modo di vivere e sul nostro pianeta. Forse solo allora potremo sperare in un vero cambiamento per una società che possa vivere in armonia con animali e natura senza odio, guerre, razzismo… un razzismo che comincia a tavola!

Alcuni potranno scandalizzarsi del mio paragone sugli stermini compiuti contro l’umanità rispetto a quelli verso il mondo animale… ma, pensiamoci bene, non è anch’esso un animale l’uomo? Non siamo noi tutti umani animali, definiti evoluti, che in seguito alla nostra presunta “intelligenza” siamo stati in grado di dominare tutte le altre e la nostra stessa specie? Non siamo noi animali che assoggettano tutto ciò che è vivo, che usano con mercimonio altri esseri umani e non umani, che distruggono l’habitat e gli elementi, che cancellano dalla loro coscienza l’appartenenza comune alla vita? Sì, siamo animali… che hanno cancellato la memoria!

Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Favole spirituali di Rabiya...


Autoconoscenza, karma e destino...



L’io individuale (ego) sorge dal riflesso della coscienza nello specchio della mente. Una sovrimposizione identificativa con l’oggetto osservato. L’oggetto è il corpo-mente che reagisce in relazione (al contatto) con gli altri oggetti esterni.
Il momento che, nell’autoconoscenza, l’identità fittizia con l’agente scompare  quel che resta è la pura consapevolezza del Sé. Non è perciò necessario, al fine della realizzazione, che le immagini -il mondo e l’osservatore- scompaiano, è sufficiente che la falsa identità con l’oggetto/soggetto riflesso (ego) scompaia. Ciò significa che il mondo può tranquillamente continuare a manifestarsi non essendo percepito come realtà separata. A questo punto il Sé e la sua manifestazione sono visti come la stessa identica cosa mentre il senso dell’io separativo (del me e dell’altro) viene obliterato. In fondo il dualismo è soltanto ignoranza di Sé.
Il saggio osserva le azioni svolgersi senza che vi sia alcuna propensione o intenzione o giudizio in lui. Spontaneamente ogni cosa avviene confacentemente e conseguentemente al “destino” designato. Il destino è la risposta alla naturale interazione (e predisposizione) dei vari elementi coinvolti… Siccome tutto succede automaticamente non vi è alcuna “preferenza” nell’agire del saggio. Anzi il suo stesso agire è (apparentemente) intenzionale solo agli occhi degli “altri”, giacché per il saggio ogni cosa accade di per sé. Ogni evento vissuto accade semplicemente in sua presenza e lui ne è il testimone silenzioso e distaccato. Il suo agire (o stato) può essere paragonato al sonnambulismo, od al sonno da sveglio.
Ed inoltre anche il concetto di “destino” e di azione ha un senso unicamente nella mente dell’osservatore ancora identificato con l’esterno, ovvero di un ego che si identifica con l’agente e con le sue azioni. Ma il momento  che tale identificazione è distrutta ogni altro concetto collegato scompare.
La saggezza consiste nel rimanere immune dalla illusione dopo aver compresa la verità. La paura dell’agire e delle sue conseguenze (karma) permane solo in chi vede la pur minima differenza fra sé e l’altro. Finché esiste l’idea che il corpo/mente è l’io non si può essere espressione di verità.
Ma certamente è possibile per chiunque, ed in ogni condizione, conoscere la propria vera natura poiché essa è assolutamente vera e reale, è l’unicum per ognuno. Infatti lo stato di puro Essere è comune a tutti ed è la diretta esperienza di ciascuno. Vivere la propria vera natura questo si intende per auto-realizzazione, poiché il Sé è presente qui ed ora.
Il pensiero di sentirsi separati è il solo ostacolo alla realizzazione dell’Essere onnipervadente ed onnipresente. E pure dal punto di vista empirico identificarsi con l’agente (ego) è un impedimento al buon funzionamento dell’apparato psicosomatico, nel contesto del funzionamento globale . Per cui già l’accettazione intellettuale della verità è una forma liberatoria dalla propensione intenzionale (razionale) ad agire. Ciò che è destinato ad accadere accadrà.  E’ nell’esperienza di ognuno che arrovellarsi nella domanda è un handicap a trovare la risposta.
Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica

P.S.  Secondo la mia esperienza il rapporto con un realizzato non ha lo scopo della trasmissione di qualsivoglia dottrina o insegnamento spirituale bensì di percepire il “tocco” o “profumo” della sua realizzazione. Le sue parole sono solo un sotterfugio per trasmettere la sua “grazia” (non c’è altra parola più pertinente ed appropriata)…
Paolo D'Arpini  e Amma Anasuya Devi a Jillelamudi


Il gatto zen... di Taisen Deshimaru



Un samurai era molto infastidito da un topo che aveva preso domicilio nella sua camera. Qualcuno gli disse: «Ti occorre un gatto». 

Il samurai ne cercò uno nel vicinato. Quello che trovò era bello, forte, molto impressionante. Ma il topo si dimostrò più furbo e, più vivo di lui, si fece gioco della sua forza.

Il samurai adottò un secondo gatto, molto astuto. Sospettoso, il topo non si mostrò più, se non quando il gatto dormiva.

Allora, portarono dal samurai un altro gatto, quello di un tempio zen. Aveva l’aria distratta, mediocre, banale e sonnecchiava tutto il tempo. Il samurai pensava: non sarà certo questo che mi sbarazzerà del topo!

Ora, il gatto, sempre pigro, tranquillo, indifferente, ben presto non ispirò più timore al piccolo topo. Questo passava e ripassava vicino a lui senza fare più attenzione. Un giorno, improvvisamente, con un colpo di zampa, fu intrappolato.

Così banale è il monaco zen.

Taisen Deshimaru



Articolo in cui si parla di scienza, vaccini, odissee nello spazio, ecc....

 


La Scienza occidentale, ed in particolare le scienze esatte, è un edificio costruito a partire dalla rivoluzione culturale e dallo studio della Natura partito circa 2500 anni fa, dalle ricerche scientifiche e matematiche riprese in età ellenistica soprattutto tra il III e II secolo a.C. , e soprattutto dal grande sviluppo che vi è stato dalla fine del 1500 fino ai nostri giorni (passando da una serie di studi sviluppati anche nel mondo arabo quando l’Europa era avvolta nell’oscurità). 
 
Lo spettacoloso sviluppo scientifico degli ultimi 4 secoli è in relazione certamente alla grande avanzata politica della borghesia, in particolare di quella capitalistica, ma si può dire che sia diventato in un certo senso patrimonio di tutta l’umanità, sia per il suo valore di conoscenza, sia per le sue applicazioni tecniche che sarebbero in grado di rendere migliore la vita della specie umana.
 
Durante la fase di ascesa della borghesia, in particolare durante il periodo dell’Illuminismo, quando questa classe era ancora rivoluzionaria e fiduciosa verso il futuro, la Scienza è stata tenuta in grandissima considerazione. Questa considerazione si è mantenuta nei secoli XIX e XX attraverso il pensiero scientista e positivista, anche se a volte grossolano ed ingenuo, ma già nell’800 si sono poi avvertite anche una serie di crepe nella fiducia verso la Scienza attraverso il manifestarsi di ideologie e filosofie pre-romantiche, romantiche, irrazionaliste e spiritualiste.
 
Per quanto riguarda le filosofie più irrazionaliste ed individualiste, che parlano dell’angoscia e dei desideri dell’Uomo, del suo sgomento davanti al Nulla (Schopenhauer,  Kierkegaard,  Nietzsche, Bergson, Heidegger, Jaspers, ecc.). , L. Geymonat avanzava la tesi, in buona parte condivisibile, che esse si manifestano nel seno stesso della borghesia trionfante nel momento in cui si rende conto che non può assicurare con la Scienza ed il Progresso eguaglianza, libertà, felicità  e benessere a tutta l’umanità come promesso con la solenne Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nel 1789, per l’esplodere delle contraddizioni di classe. Le classi privilegiate, almeno in parte, non sono più interessate al disvelamento pieno della realtà ed alla ricerca della verità, da raggiungersi con la Ragione, la Scienza e la Conoscenza, e si abbandonano, almeno in parte a suggestioni anti-scientifiche, misticheggianti, o che esprimono volontà di potenza.
 
Elementi irrazionalisti sono riscontrabili anche nel “pragmatismo” statunitense (Pierce, James, Dewey). Questi filosofi – criticati da Russell – non ricercano la verità nella conoscenza, ma il risultato nella lotta per la vita. Una teoria mitico-religiosa, mistica ed irrazionalista può essere più utile di una teoria scientifica se risulta più efficace per il successo nella vita e nel mondo.
 
Esiste poi una critica più di tipo sociale ad antiborghese. Già nel ‘700 Rousseau critica la Scienza ed il progresso che ci renderebbero più schiavi. Questo atteggiamento ricompare negli scritti di Adorno ed Horkheimer, come la “Dialettica dell’Illuminismo” e di Marcuse (“L’uomo ad una Dimensione”) in gran voga nella contestazione del ’68, specie a Berkeley e negli USA. I movimenti più radicali coinvolgono la Scienza nella loro critica al Capitalismo. La Scienza e la tecnologia servono ad aumentare la produttività del lavoro ed ad aumentare i profitti dei gruppi capitalisti. L’aumento e la diversificazione dei generi di consumo, ottenuto con la Scienza e la tecnologia, servono a mantenere alto il tasso di profitto anche in settori dove è inferiore il capitale fisso. La Scienza serve a produrre armi, oltre che prodotti innovativi nel settore nucleare, dell’industria spaziale, delle auto elettriche, computer economici diffusi, informazione, prodotti elettronici, che allargano i mercati.
 
Una critica specifica riguarda l’Ecologia. La Scienza ed i suoi sviluppi tecnologici sarebbero intrinsecamente inquinanti e violerebbero continuamente gli equilibri naturali; e costituirebbero un enorme spreco di risorse naturali. La sfiducia nella Scienza è stata simbolicamente rappresentata in modo artistico nel bel film del grande regista statunitense Stanley Kubrick “2001, Odissea nello Spazio” dove il primo strumento usato da un ominide per “allungare” e rinforzare il braccio (un osso) diventa subito un arma letale per uccidere il nemico, e subito dopo si trasforma in un’astronave dove il potente computer di bordo creato dall’Uomo si ribella all’Uomo, e tutto finisce in una confusa misticheggiante ed improbabile “rivelazione” finale. 
 
Chi scrive ritiene che in realtà è sempre necessario affrontare questi argomenti come una questione di scelte politiche. La Scienza di per sé è portatrice sempre di valori positivi per i suoi contenuti di conoscenza della realtà e verità. Il problema è il suo utilizzo, che può essere finalizzato ad aumentare i profitti di gruppi ristretti, o a costruire armi micidiali, o a distruggere con incoscienza la Natura, o viceversa a produrre cose utili alla Donna ed all’Uomo, ad alleviare la loro fatica, a curare le loro malattie. Il problema è vedere se l’attuale assetto economico politico capitalista ed imperialista, caratterizzato da guerre di aggressione, diseguaglianze abissali, ed enormi bolle finanziarie, possa assicurare uno sviluppo positivo per l’umanità; o se piuttosto sia necessario un sistema socialista ed egualitario tra donne ed uomini, e tra paesi diversi.
 
Nel campo dell’Ecologia non si può certamente tornare a situazioni pre-tecnologiche o a tecnologie primitive o superate, o assumere posizioni neo-romantiche verso la Natura. Si tratta di trovare un giusto equilibrio tra tecnologie innovative che permetta di salvare l’ambiente e contemporaneamente assicurare un tenore di vita dignitoso a tutta la popolazione mondiale.
 
Questo comporta ovviamente delle scelte: Alcune di queste scelte possono essere individuali: Einstein e Lise Meitner non vollero partecipare alla progettazione della bomba atomica nonostante fossero ebrei ed antinazisti; Oppenheimer si tirò indietro quando il governo USA decise di produrre la bomba all’Idrogeno, e fu processato per questo; il grande scienziato sperimentatore autodidatta Faraday si rifiutò di progettare armi chimiche per la Guerra di Crimea a metà dell’800. Ma la scelte che contano sono quelle politiche collettive che solo la lotta politica, sorretta da un’adeguata conoscenza scientifica del mondo ed una cultura umanistica, pacifista, ecologista ed egualitaria, può attuare.
 
Le scelte non possono però essere mosse da fattori emotivi ed irrazionalistici, ma devono sempre essere sorrette da Scienza e Conoscenza. Solo la conoscenza scientifica può farci valutare attentamente i pro e i contro delle varie tecnologie disponibili. L’uso spropositato dei combustibili fossili fa aumentare i gas serra e la temperatura del pianeta. Il nucleare – peraltro vietato in vari paesi – non fa aumentare i gas serra, ma pone il problema di eventuali disastrosi incidenti e quello dello smaltimento delle scorie che restano radioattive per migliaia di anni. Le tecnologie “pulite” vanno valutate attentamente perché tanto pulite non sono. Come smaltiremo miliardi di batterie elettriche scariche inquinanti provenienti da auto elettriche? E ci saranno guerre per il Litio, elemento essenziale per le batterie, come ci sono state guerre per il Petrolio? Il recente colpo di stato in Bolivia, paese ricchissimo di Litio, forse è legato anche all’abbondanza di questo elemento nel paese? La Repubblica Democratica del Congo è stata insanguinata per anni, con milioni di morti, da una guerra scatenata da minoranze etniche sostenute da Ruanda, Uganda, con gli USA dietro le quinte, per il controllo dal Coltan, materiale indispensabile per i cellulari e altri apparecchi elettronici. E disseminare eventualmente le nostre coste di generatori elettrici a vento off-shore non sarebbe inquinante?
 
La Scienza ci permette di fare delle scelte. La reazione naturale che avviene nel Sole, in cui l’Idrogeno si trasforma in Elio, produce un’enorme quantità di energia. Questa reazione può essere usata in forma esplosiva nelle bombe termonucleari all’Idrogeno, ma potrebbe essere usata anche per produrre energia sostanzialmente pulita, se fossero portati a termine gli studi sui reattori a fusione che durano da 60 anni. La chimica oggi produce materiali plastici inquinanti ed è stata usata anche per produrre gas asfissianti per usi militari, ma potrebbe anche essere utilizzata per produrre nuovi medicinali avanzati e svariati oggetti di uso comune biodegradabili e non inquinanti, o nel trattamento dei rifiuti.
 
Un argomento particolare in questa discussione sono gli Organismi Geneticamente Modificati ed i vaccini. Abbiamo già parlato dei pericoli di inquinamento dovuti agli OGM in agricoltura e dell’uso spregiudicato e vessatorio nei confronti dei contadini che ne fanno la multinazionali del settore. Ma bisogna valutare tutti gli aspetti senza aver paura di Scienza e tecnologia. Se si trovasse il modo di utilizzare le manipolazioni genetiche in favore dell’umanità, per aumentare la produzione agricola in modo sicuro e verificato, o anche, ad esempio, per usi medici per combattere malattie genetiche rare e meno rare, non ci si dovrebbe chiudere in timori irrazionali.
 
Lo stesso discorso vale per i vaccini che oggi traversano un periodo di particolare impopolarità. Certamente bisogna discutere razionalmente sulla reale utilità dei vaccini per malattie leggere come le influenze meno aggressive, o sulla possibilità di allergie ed effetti secondari, o sulla reale necessità di imporne per legge vaccini solo sperimentali con metodi apertamente vessatori, come il “green pass”, come è avvenuto nel caso della pandemia COVID. È però un dato storico accertato che alcuni vaccini hanno debellato, almeno nei paesi dove sono stati usati, malattie che falciavano milioni di vite. Mi riferisco in particolare alle malattie virali come il Vaiolo, la Poliomielite, il Morbillo, la Rosolia, che non possono essere curate in altro modo perché il virus resiste ad altri tipi di farmaci. Ma il discorso vale anche per alcune malattie batteriche, come la Difterite, che uccideva milioni di bambini. La controprova è fornita dal dato statistico che questa malattia uccide fino ad un bambino su 20 nei paesi africani in cui non è attuata la vaccinazione; e anche in Russia, nel caos seguito alla caduta dell’URSS in cui non si effettuavano più vaccinazioni, la mortalità infantile per Difterite aumentò in poco tempo vertiginosamente.
 
Un altro settore che desta giusta inquietudine è quello della Bionica in cui le facoltà umane sono aumentate con l’uso di protesi, chip inserite nel cervello ed altre parti del corpo, collegamenti uomo-macchina. Tuttavia tecniche del genere, ancora in fase sperimentale potrebbero servire a combattere malattie gravi quali lo SLA, i morbi di Parkinson e l’Alzheimer, la perdita della vista e dell’udito, oltre alla possibilità di aumentare alcune facoltà umane positive come l’attitudine all’apprendimento. Un discorso a parte più approfondito meriterebbe l’Intelligenza Artificiale, che, se applicata razionalmente ed in maniera pianificata secondo criteri socialisti, potrebbe alleviare il disagio e le fatica di gran parte dell’umanità. Se però la IA è applicata come oggi da gruppi capitalistici neo-liberisti potenti per ragioni di mero profitto, rischia di aumentare le diseguaglianze sociali e distruggere un gran numero di posti di lavoro.
 
Tornando ai problemi ecologici più generali, bisogna ricordare che siamo ormai circa 7 miliardi sulla Terra. Il pianeta rischia di scoppiare, e non c’è tecnologia innovativa che tenga. Le risorse non sono infinite, come risulta dai noti saggi: “I limiti dello sviluppo” del 1972, di Meadows, e “World Dynamics” di J.W. Forrester, ripresi nel ponderoso libro dell’amico Giancarlo Paciello(1). Le diseguaglianze sociali sono crescenti. Il livello di vita negli USA è mediamente superiore di 14 volte a quello dei paesi in via di sviluppo e per le persone più ricche può giungere anche a 50/70 volte. Il capitalismo finanziario minaccia di far esplodere nuove bolle provocando crisi epocali. Affrontare questi problemi al più presto, a partire dal tema fondamentale del controllo delle nascite, e necessariamente con una nuova organizzazione politica mondiale di tipo socialista, è diventata una priorità per il genere umano.
 
Vincenzo Brandi




  • (1) C.Paciello, “No alla globalizzazione dell’indifferenza”, Petit Pleasure, 2017

Il Natale di un buon cavallo pazzo... Friedrich Wilhelm Nietzsche...




Non è un caso se l'uomo che fu in grado di smascherare tutte le fasullità e le ipocrisie della cultura occidentale, che ci ha insegnato a ridere di noi stessi e di ogni verità oggettiva e universale, fino ad uccidere Dio, decretando la fine di ogni morale certa (soprattutto quella cristiana)... fu il medesimo che finì per ballare nudo in casa di ospiti, urlare a squarciagola per la strada apostrofando i passanti, gettare le braccia al collo ad un cavallo perché maltrattato dal carrettiere.

Non è un caso se l'uomo che volle ergersi come superuomo tra gli uomini, che concepì la sete di verità al pari degli istinti biologici, a tal punto da violare profondità inaccessibili dell'animo umano e scovando segreti che i più non potrebbero sopportare... fu lo stesso che finì rinchiuso in un manicomio e che voleva farsi chiamare Dioniso, Guglielmo III, il Cristo. Lo stesso che in quel manicomio scambiò il proprio medico nel cancelliere Bismark, chiedendogli di eseguire le proprie orride composizioni musicali, mentre si cospargeva il corpo di escrementi e beveva la propria urina da uno stivale.

Come se bisognasse diventare folli (perché pazzo lo era davvero per una sifilide trascurata da anni), per raggiungere le vette più alte del pensiero, e abbandonare i limiti imposti dall'intelletto per poter scorgere con lucidità la miseria - e la bellezza - della condizione umana. Come se solo abbandonando arditamente la ragione, si potesse squarciare la "realtà", discostare il Velo di Maya (come lo chiamano alcuni), e da quella feritoia poterne intravedere tesori d'inestimabile valore. Ma a caro prezzo. Come chi, non resistendo alla propria morbosa curiosità, ha voluto vedere in faccia la tremenda irresistibile Medusa.

Quell'uomo, emarginato, totalmente solo, megalomane, rivoluzionario, dissacratore, estremamente cagionevole e instabile mentalmente... quel misero uomo "dinamite", si chiamava Friedrich Wilhelm Nietzsche.

Stefano Andreoli, psicologo



"La fine di Israele" di Ilan Pappè - Segnalazione libraria...





Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina: «Stiamo assistendo all’inizio della fine dello Stato di Israele». Dopo il 7 Ottobre e il genocidio a Gaza, il progetto sionista in Palestina – il tentativo secolare dell’Occidente di imporre uno Stato ebraico in un Paese arabo – è destinato a una «disintegrazione inevitabile». È la tesi del celebre storico israeliano Ilan Pappé che, dopo opere considerate pietre miliari nella storiografia del conflitto israelo-palestinese, in questo nuovo volume sposta lo sguardo sul futuro di Israele e della Palestina. 

Diviso in tre parti, nella prima – Il collasso – Pappé esamina il fallimento del cosiddetto “processo di pace” ed evidenzia le fratture profonde che minacciano la stabilità di Israele: l’ascesa del sionismo religioso, le crescenti divisioni all’interno della società israeliana, l’allontanamento dei giovani ebrei dal sionismo, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale alla causa palestinese, la crisi economica e la messa in discussione dell’invincibilità militare di Tel Aviv. 

Nella seconda parte – La strada per il futuro – l’autore delinea sette mini-rivoluzioni cognitive e politiche necessarie per costruire un avvenire migliore per tutti gli abitanti della Palestina storica: da una nuova strategia per il movimento nazionale palestinese alla giustizia transitoria e riparativa sul modello sudafricano, dal diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alla ridefinizione dell’identità collettiva ebraica. 

Nella terza parte – La Palestina del dopo-Israele, anno 2048 – Pappé offre una preziosa visione di speranza e riconciliazione. Immagina un domani in cui le mini-rivoluzioni hanno avuto successo e descrive come potrebbe essere la vita in uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato. Summa dell’analisi storico-politica di Pappé, La fine di Israele è un contributo fondamentale per comprendere l’insostenibilità del progetto sionista e la via possibile per la pace in Palestina.



Annotazioni: 

«La fine di Israele è un capolavoro, una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere la disintegrazione del progetto sionista e le sue conseguenze. Pappé, uno dei massimi studiosi del conflitto israelo-palestinese, è autore di libri innovativi e fondamentali. Anche questo non fa eccezione».
Chris Hedges

«Quando pensi che sia già stato detto tutto, Ilan Pappé ti offre questo libro illuminante, originale e, soprattutto, pieno di speranza».
Eyal Weizman

«Ilan Pappé è il più coraggioso, più onesto, più incisivo degli storici israeliani».
John Pilger

”Il gioco cosmico dell’uomo” di Giuliana Conforto - Segnalazione libraria


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Giuliana Conforto - Astrofisica


Pochi sono consapevoli dei tempi eccezionali che stiamo vivendo: pochi ma sufficienti per aiutare se stessi e l’intera umanità; sono quelli che Vangeli e film come ”Matrix” chiamano gli ”eletti”, quelli che cercano la verità. Gli eletti si sentono diversi fin dalla nascita, non si adeguano alla ”realtà” di questo mondo vorrebbero cambiarlo ma non sanno come fare.

Imboccare la via dell’ evoluzione è un ”cambiare” che è in realtà diventare se stessi; è ESSERE, ovvero: RIFLETTERE NEL MONDO IL PROPRIO MESSAGGIO GENETICO IN TUTTA LA SUA INTEGRITA’.


L’incontro fatale con un professionista, che ristabilisce il contatto con il vero sé, è il passo necessario per chi cerca la via. E’ un evento che imprime una svolta all’ esistenza del potenziale ”eletto”; l’evidenza che TUTTO CIO’ CHE HA SEMPRE SAPUTO E SENTITO E’ VERO e non solo sogno o vaga fantascienza.


Tuttavia ”per imboccare la via” dice Morpheus (il professionista di ”Matrix”), ”sapere non basta”. Bisogna aprire la porta interna, sciogliere quella barriera che è la paura di essere diversi e quindi non accettati dagli altri.


Gli ”eletti” sono pochi, ma non pochissimi: forse alcuni milioni o decine di milioni. Sparsi come il sale ovunque nel pianeta, immersi in ”realtà” familiari e sociali che negano tutto ciò che gli ”eletti” sentono. La sfida è CREDERE IN SE STESSI, OSARE ESSERE DIVERSI, RISPETTARE LE PROPRIE ABILITA’, SVILUPPARE I PROPRI TALENTI;    NON ADATTARSI quindi al sistema che organizza ogni attimo della così detta ”vita”. Gli ”eletti” sono ”enzimi” di una trasformazione planetaria che consentirà a tutti LIBERTA’, PROSPERITA’, UNITA’ e COMUNIONE CON LA NATURA.

Dal libro: ”Il gioco cosmico dell’uomo” di Giuliana Conforto



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"La Spiritualità del Corpo" di Alexander Lowen... - Segnalazione libraria

 




È solo nella perfetta armonia tra corpo, mente ed emozioni che possiamo raggiungere un senso di integrità morale e personale, di amore per gli altri e di rapporto col divino.

Lowen estende il rapporto mente-corpo ampliandolo fino ad abbracciare la spiritualità, intesa però non nel convenzionale senso religioso bensì come la ricerca di un'armonia tra corpo, mente ed emozioni, cioè di una condizione che Lowen chiama lo 'stato di grazia'.

Alexander Lowen, fondatore della bioenergetica ci spiega come raggiungere l'equilibrio, in cui risiede lo 'stato di grazia' che tutti desideriamo e che è così difficile da raggiungere nella vita odierna.

“Con il loro amore reciproco gli esseri umani possono emulare l'amore che Dio ha per l'uomo. Dio non è soltanto onnisciente, è anche onnipresente, è in tutti noi. I mistici ed i religiosi di ogni fede hanno scritto che Dio è nel cuore dell'uomo. Quando sentiamo l'amore nel nostro cuore, siamo in comunione con Dio”

Alexander Lowen



Urge abbattere la gerarchia maschilista che domina la chiesa... si dia spazio al femminile...


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Si sa che nella Chiesa la donna è sempre stata emarginata.
Già dai primi inizi, nella comunità apostolica, dove Paolo la sottomette all’uomo in termini forti: «come Cristo è capo dell’uomo, così l’uomo è capo della donna». Dove le impone il velo: una tradizione della sinagoga ebraica che è durata poi per millenni e infine è caduta in disuso. Dove le impone rudemente di tacere nell’assemblea. Ma anche Pietro si esprime in termini analoghi.
Il Concilio Vaticano II, almeno di passaggio, riconosce la «perfetta eguaglianza di uomo e donna […] in quanto persone umane», l’«identica dignità a immagine di Dio» (GS 9, 29; ripresa con forza dal nuovo Catechismo, 369-370).
Ma quando nel 1958 la Chiesa luterana di Svezia apre alla donna l’ufficio di pastore; poi le chiese episcopaliane d’America, a partire dal 1974; la Chiesa anglicana, prima in Canada, poi in Inghilterra, nel 1975 (e in seguito anche l’ufficio di vescovo più o meno in tutta la Riforma), allora la cattolica Congregazione per la dottrina della fede pubblica un documento, Inter insigniores, del 15/10/1976, in cui interdice alle donne il sacerdozio: la funzione gerarchica, e tutta la struttura gerarchica è riservata al maschio («Il Regno-Documenti», 22, 1977, n. 348, pp. 98-102)..
E quali argomenti adduce?
che la scelta del Cristo stabilisce un modello, indica una volontà precisa (una mera illazione);
che v’è una tradizione continua e universale (la stessa dell’asservimento della donna);
che essendo la Chiesa sposa di Cristo, lo sposo dev’essere maschio (ridicolo abuso di un linguaggio simbolico);
che l’incarnazione è avvenuta nel sesso maschile, e così deve avvenire la santificazione. Ma il Cristo si è fatto uomo e ha scelto come apostoli solo uomini perché la donna in Israele non era circoncisa, e quindi propriamente non apparteneva al popolo di Dio; non poteva studiare la torah, la sacra legge ebraica, non poteva parlare nella sinagoga, né testimoniare in giudizio; non aveva alcuna prerogativa o diritto nella vita pubblica.
Ma è chiaro che Dio non è né maschio né femmina, e tale è il Figlio che si fa uomo;
che, se si fa maschio, è solo per le ragioni contingenti addotte sopra.
Ragioni che ora l’umanità ha superato, riconoscendo la parità e pari dignità di uomo e donna.
Che attende allora la Chiesa cattolica a riconoscere appieno questa parità, abbattendo una gerarchia fatta tutta di maschi, introducendo la donna nel sacerdozio e nell’episcopato? Che attende a superare infine questa emarginazione.?
Prof. Arrigo Colombo
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Con l’adesione di Paolo D’Arpini







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