Essere in pace... per trovare la pace...



In 81 anni di era nucleare militare nessuno si è mai azzardato ad attaccare in guerra una potenza atomica, per quanto piccola possa essere (tranne gli scontri di confine tra India e Pakistan nella zona del Kashmir, anch'essi evitati dopo che il Pakistan si dotò di armamento atomico, costringendo entrambi i contendenti ad una maggiore prudenza).

Si tratta chiaramente di una semplice impossibilità di guerra, dunque di una situazione di pace limitata e dimezzata, e sub condizione, con riserva, cioè niente affatto piena mentre le nazioni non nucleari vengono attaccate in guerra comunque, quando fa comodo.


Il deterrente nucleare si manterrà dispositivo efficace (anche se non universale) contro la guerra fintanto che non sarà raggiunta una tecnologia capace di difesa sicura contro un attacco atomico, cosa che per il momento nessuno è ancora in grado di realizzare.


Ma se un giorno la scienza si svilupperà fino a rendere possibile una simile contromossa, allora il tabù dell'impossibilità di attacco contro le nazioni atomiche comincerà a cadere.

Dovrebbe allora risultare evidente l'importanza degli sforzi internazionali per la costruzione di una sempre più estesa rete di stabili relazioni politiche pacifiche tra le nazioni, e di organismi internazionali capaci di garantirla.

Ma né gli incontri insistentemente richiesti dalla neonata Unione Sovietica, né la Società delle Nazioni, né le conferenze di Losanna e di Monaco, né L'Onu, o le conferenze Pugwash, sono mai riuscite ad raggiungere l'obiettivo dichiarato. 


Uno dei costruttori della bomba atomica americana, Julius Oppenheimer, come molti altri scienziati ed intellettuali (Bertrand Russell, Albert Einstein, Harold Coxeter, Jean Paul Sartre...), dedicò per molti anni, durante la guerra fredda, parecchi sforzi a propagandare la consapevolezza che la bomba impediva la guerra ma non costruiva la pace, risultato indispensabile per la popolazione umana.

Ma nemmeno le parole dei migliori intellettuali hanno raggiunto il risultato fallito pure dagli organismi istituzionali.


Forse ci vorrebbe un Gandhi. Ma posto che un Gandhi non si inventa, e non compare facilmente, anch'egli andò incontro ai propri limiti, quando, dopo essere riuscito a condurre alla separazione complessivamente pacifica della Gran Bretagna dall'India non riuscì ad evitare i feroci e sanguinosi scontri tra mussulmani e indù, che condussero al frazionamento tra India e Pakistan, cui si aggiunse successivamente la separazione del Bangladesh (nell'ultimo secolo, d'altronde, il pianeta non si è mosso verso l'unione transnazionale, bensì verso una maggiore frammentazione, e se alla fine della seconda guerra mondiale le nazioni della Terra erano una settantina, oggi sono due centinaia).
Ci vorrebbe un altro Don Milani, ma perfino della sua patria la maggioranza lo ignorò.


Davanti a questa collezione di insuccessi, e nella situazione complessivamente di pericolo a lungo termine in cui viviamo, è sbalorditiva l'indifferenza della maggior parte del mondo politico, ad alto e basso livello, al tema della pace, che viene affrontato sporadicamente in modo retorico, e quasi mai in modo concretamente operativo, dimostrando spesso una doppiezza desolante. Si tratta di un atteggiamento superficiale e pericoloso. 


Ma siccome il mondo politico sussiste solo sulla base della sufficiente accettazione ed obbedienza della popolazione, non rimane che riconoscere la necessità che la pretesa teorica e concreta di coesistenza, pace, cooperazione e disarmo sorga dallo sviluppo attivo della coscienza del popolo, con tutta la capacità di pressione che esso riesca a progettare e realizzare.


Evidentemente, la specie umana non si è ancora evoluta in modo sufficientemente pacifico, sicché proseguire, completandolo, il lavoro mancante tocca a tutti noi, attraverso una profonda rivoluzione culturale, mentale, psichica.


Bisogna ancora trasformare, in modo profondo, la mente umana.  Compito inarrestabile di tutti e ciascuno.


Ignorandolo, tutti perderemmo qualcosa, poiché tutti siamo coinvolti nelle conseguenze della guerra. Non si tratta di un problema sentimentalmente astratto, si tratta di un problema concretissimo. La guerra, molto banalmente, è sempre una operazione decisa dai ricchi contro i poveri. La guerra non produce popoli vincitori e popoli vinti, bensì solo pochi profittatori arricchiti a spese di popolazioni tutte sconfitte.


Ogni volta che il problema verrà nuovamente posto, si sarà sempre fatto qualcosa di insufficiente ma utile, contribuendo a disgregare almeno un poco l'ipocrisia dominante.


La pace non può essere disgiunta dalla pretesa di equità sociale, e l'equità sociale non può essere disgiunta dalla pretesa di pace.


Namastè, Shanti Om.


Vincenzo Zamboni



Giudizio accademico sul sistema giudaico etnocentrico...



Scriveva Kevin MacDonald, docente di Psicologia alla California State University: “…il giudaismo, al di là di tutte le tattiche che lo razionalizzano quale religione, altro non è che «una strategia evoluzionistica ecologicamente specializzata [...] sostanzialmente centrata sulla difesa del gruppo», massimo tra i paradigmi di etnocentrismo e competizione per il successo economico-riproduttivo, «una strategia di gruppo altruistica, nella quale gli interessi dei singoli sono subordinati a quelli del gruppo»: «”Ciò che importa davvero nella reli­gio­ne ebrai­ca non è l’immortalità del singolo ebreo, ma quella del popolo ebraico [...] Il futuro della nazione, e non quello dei singoli, resta l’obiettivo decisivo” [S.W. Baron, A Social and Religious History of the Jews, I e II, edito nel 1952 da The Jewish Publication Society of America]».
Una strategia che ha portato nei millenni, con la voluta separazione degli ebrei dal resto dell’umanità, ad una sorta di «pseudo­spe­ciazione»: «Per coloro che si dispersero in civiltà estranee, anche dopo generazio­ni, “il giudaismo fu in realtà non tanto la religione della madrepatria quanto la religione della componente ebraica; fu una religione nazionale non in senso politico, ma in senso genealo­gi­co” [G.F. Moore, Judaism in the First Centuries of the Christian Era: The Age of the Tannaim, I, Harvard University Press, 1927].
Di conseguenza, -ad esempio- il convertirsi dei khazari all’ebraismo (vedi anche: https://paolodarpini.blogspot.com/2016/10/ebrei-uscire-dal-concetto-di-razza.html) non signi­ficò entrare in una comunità religiosa, ma venire naturalizzati nella nazione ebraica, e cioè – dal momento che l’idea di nazionalità era razziale più che politica – “essere adottati dalla razza ebraica” (in MacDonald I), ribadendo che «possiamo concepire il giudaismo soprattutto come un’invenzione culturale, mantenuta in vita dai controlli sociali che operano per strutturare il comportamento dei membri del gruppo e caratte­rizzata da un’ideolo­gia reli­giosa che razionalizza all’interno del gruppo il comportamento sia nei confronti dei membri del gruppo sia nei confronti degli estranei» (in MacDonald II)”
Paolo D’Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica



Post Scriptum:
“Questi “conversi” kazari, formarono la componente ebraica dell’Europa orientale. Il sionismo comincia da loro. Infatti si sa che gli ultimi saranno i primi e che i nuovi aderenti ad un credo divengono spesso i più fanatici, anche perché sanno di non averne realmente diritto e quindi se lo conquistano con un reiterato zelotismo ed odio sia nei confronti degli opponenti originari, i cristiani ed i musulmani, sia contro i loro “fratelli maggiori” gli ebrei ortodossi. Sono i successori di questi kazari,  da cui  deriva la fondazione d'Israele, che sono diventati la maggioranza del così detto popolo eletto…” (P.D'A.)

BIBLIOGRAFIA:
MacDonald K. (I), A People that Shall Dwell Alone – Judaism as a Group Evolutionary Strategy, Praeger, 1994
MacDonald K. (II), Separation and Its Discontents – Toward an Evolutionary Theory of Anti-Semitism, Praeger, 1998
MacDonald K. (III), The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth-Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998
MacDonald K. (IV), An American Professor to Responds to a “Jewish Activist” – Dr. MacDonald’s Testimony in the Irving-Lipstadt Trial, «Journal of Historical Review» n.1/2000
MacDonald K. (V), prefazione alla nuova edizione di The Culture of Critique, 1stbooks Library (in proprio), 2002, in csulb.e­du/~kmacd/books-Preface.html
MacDonald K. (VI), Judaismus als evolutionäre Strategie im Wettstreit mit Nichtjuden, «Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung» n.4/ 2006.

La differenza tra sionismo ed ebraismo...

 

Finti ebrei sionisti


“E' importante fare chiarezza su cosa sia l'antisemitismo e l'antisionismo... I veri ebrei  sono i primi a denunciare il sionismo e i crimini di Israele in Palestina…" (Laura Caselli)



Vi siete mai chiesti cosa sia l'antisemitismo?  Lo so... Sembrerebbe una domanda banale, per molti addirittura stupida; eppure oggigiorno sono in tanti a chiederselo, ebrei compresi. Qualche esempio? 

Norman G. Finkelstein, figlio di sopravvissuti ebrei, professore universitario ed autore di diversi libri tra cui «Beyond Chutzpah: On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History». In questo libro Finkelstein denuncia le accuse di antisemitismo proferite da alcune organizzazioni ebraiche nei confronti degli oppositori alla politica dello Stato d'Israele. 

Shea Hecht, rabbino e leader della comunità ebraica, ha affermato che l'ADL (Lega Anti-diffamazione) crea casi di antisemitismo laddove non ci sono, al fine di giustificare l'esistenza della lega stessa.

Yoav Shamir, regista Israeliano, in seguito ad accuse di antisemitismo rivolte al suo primo film, ha deciso di affrontare il tema delicato nel suo secondo documentario "Defamation". Qui di seguito vi riporto alcune parti della recensione del film: "Shamir intervista diversi esponenti del mondo israeliano, a partire dalla propria nonna fino a eminenti rabbini, dalla lega anti-diffamazione, a veri e propri accademici considerati cani sciolti (intellettualmente parlando), esclusi dall'intellighenzia israelita, e accusati perfino di negare l'olocausto. Shamir viaggia da Gerusalemme a New York, da Roma a Mosca, da Kiev ad Auschwitz e getta anche uno sguardo sull'educazione ricevuta dalle nuove generazioni, a cui viene inculcato un esasperato sentimento di persecuzione e terrore che a volte sconfina quasi nel ridicolo.

Da un punto di vista dei contenuti, è coraggioso nell'indagare dall'interno il senso di persecuzione di alcuni ebrei, nel sottolineare le contraddizioni di un razzismo incrociato attraverso le minoranze (come afro-americani ed ebrei) e dentro lo stesso stato israeliano, e nel mettere in discussione il vero significato dell'antisemitismo oggi, chiedendosi se l'olocausto non venga adoperato, a volte, come uno strumento di comodo per distorcere le prospettive negli scontri con i musulmani, ad esempio, e per mascherare altri interessi politici ed economici internazionali legati allo stato di Israele - come alcuni sostengono.

La diffamazione del titolo, quindi, non è solo l'insieme di riprovevoli atti razzisti che creano una spirale di odio, ma la strumentalizzazione della memoria della Shoah.

A questo punto vi starete domandando dove voglia andare a parare, vero?   Voglio solamente sottolineare che non esistono "domande banali".

Paolo D'Arpini - Comitato per la Spiritualità Laica


A Calcata - Nella Stanzetta del Pastore



Articolo collegato: "Cos'è lo "stato ebraico sionista...?":   https://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2026/09/cose-lo-stato-ebraico-sionista-ce-lo.html