Riannodare i fili che tengono uniti gli esseri viventi...



Scrivevo nel 2010: “Paolo, tu parli spesso del “dharma”. Il tuo è agire da rompighiaccio e da seminatore. Il mio, e credo di averlo capito alcuni mesi fa, è quello, nel mio piccolo, di unire le persone, farle incontrare, dando loro l’opportunità, se lo vogliono e se io “ci ho azzeccato” di conoscersi, di scambiarsi idee, esperienze, affetto, aiuto, amore e chi più ne ha più ne metta. Credo proprio sia questo il mio compito in questa “esperienza” che è la vita. E’ come se io fossi una tessitrice, ma di quelle che fanno i tappeti persiani, o le reti da pesca (mi vengono queste due immagini). Io faccio qualche nodo e a volte mi riesce, a volte vengono dei groppi oppure il nodo è troppo sottile e si lacera o semplicemente, non tiene. Io ci provo, ma è proprio una tendenza che non posso non considerare, anche a costo di “non farmi i fatti miei”. A me pare che viviamo in un’epoca in cui c’è molta solitudine oppure sono io che la sento così e non è facile fare da collante. Ma è questo che io mi sento di fare. Con ciò, è ovvio, vado incontro anche ad un mio bisogno, cerco di fare qualcosa di giusto e buono prima di tutto per me stessa, mi sembra di dare un sia pur piccolo senso a questa vita, che ha senso già per il fatto di esserci e di darmi modo di respirare”.

Scrivevo questo nel 2010, oggi cosa è cambiato, per me, se qualcosa è cambiato? Il discorso del “fare rete” ormai è opinione diffusa, tutti usano questo termine ed io, dal canto mio, mi sento un po' “svuotata” in questo senso. Sono un po' stanca, gli anni passano e si fanno sentire sempre di più, anche se in fondo non sono poi così tanti. E, nonostante non abbia mai cercato un riconoscimento, forse cercavo comunque dei frutti delle mie azioni, e questi frutti mi sembrano alquanto scarsi rispetto agli sforzi. Mi pare che tutto sommato Paolo sia molto più efficiente da questo punto di vista. Non so com'è. magicamente, da quando conosco lui, ho conosciuto tante belle persone, alcune persone le ho anche perse, ma si vede che doveva andare così.

Però lo stesso credo che ci sia da fare ancora un passo, il passo successivo al completamento dell'opera di riavvicinamento degli esseri umani, nel mio, nel nostro piccolo, ovviamente. Quello di creare un legame, in modo da potersi sentire fratelli e sorelle.
Sarà perché sono figlia unica, che queste figure mi sono sempre mancate e le sono sempre andate cercando, in un'amica, un amico, un fidanzato, un marito, una figlia. Lo so, è sbagliato, ognuno deve avere il ruolo che gli compete, ma, scusate, non posso fare a meno di desiderare di avere accanto a me alcune persone e da poterle considerare tali. E apprezzo la lettura di un libro come quello della Freedman che, pur un po' noiosetto a tratti, parla della civiltà dei Moso, una popolazione cinese, che segue l'organizzazione matrilineare, ma non è solo che lì la donna “dirige” la situazione, ma le famiglie sono composte prevalentemente dalla madre e dai suoi figli. Il marito se c'è c'è, ma può anche non esserci. Certo, in una famiglia piccolissima come la mia, sarebbe stato un po' difficile ricostruire una struttura del genere.

Qualche giorno fa una persona che apprezzo molto mi ha detto:” Tu sei una persona che si prende cura degli altri”. A volte è vero, mi piace prendermi cura degli altri, se questi altri mi risuonano e mi sembra che possano aver bisogno di una mia carezza. Del resto possiamo vedere la cosa anche da un altro punto di vista: un certo Gesù (ammesso che sia esistito, ma quel che importa è il messaggio) disse: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te” e se ammettiamo (e chi non lo farebbe?) che questo sia un insegnamento vero, basterebbe che ognuno o almeno la maggior parte degli esseri umani lo facesse proprio, per ribaltare la situazione di competitività, egoismo che stiamo vivendo. Personalmente desidero quella carezza, desidero riconoscermi nello sguardo amorevole dell'altro, desidero sentire che dentro di me c'è la stessa “cosa” che c'è nell'altro. Forse sarà anche un desiderio di accettazione, il mio, e ci sto lavorando.

Certo, non tutto è nelle nostre mani, nelle nostre possibilità, ci sono esseri che dell'egoismo hanno fatto il loro sistema ed a livelli molto importanti e che coinvolgono le sorti della umanità intera, ma secondo me bisognerebbe cominciare a dare loro meno importanza, meno cibo e agire come se si fosse di un altro mondo e credo sia possibile in questo modo creare una società parallela, più “umana” e “naturale”. Sarà possibile se si riacquisteranno il senso della fratellanza e della comunanza.

Caterina Regazzi


Mio commentino: "Veramente bello questo articolo di Caterina, invita a sentirsi tutti parte della grande comunità umana. Mi piacciono anche le foto che sono state scattate a Calcata, quando ancora abitavo lì, nel 2009..."  (P.D'A.)

Laicità e spiritualità naturale


Risultati immagini per Laicità, laicismo e spiritualità naturale

Si dice che lo Stato laico sia l'unico ente "super partes" che consenta libertà di pensiero a tutti i cittadini. Nella Costituzione italiana tale libertà è garantita in diversi punti, questo perché la nostra costituzione è nata in un momento particolare della nostra storia patri, subito dopo la caduta del fascismo che aveva fatto del "concordato con la chiesa cattolica" una pietra miliare utile alla sua egemonia politica interna. Dopo la liberazione dal fascismo, per alcuni anni, si sperò che la divisione  tra i poteri laici dello stato ed i dettami religiosi della chiesa avessero trovato un equilibrio, garantendo una libertà espressiva. Purtroppo non è stato così, a cominciare dai patti stilati da Bettino Craxi con il vaticano  nel 1984 (Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Accordo_di_Villa_Madama) che andavano a  sancire una sorta di rivincita religiosa nei confronti dello stato laico.

Il significato di "laico"

Ma a questo punto cerchiamo di capire il significato che viene dato al termine "laico". Controllando sul vocabolario l’origine etimologica della parola  viene fuori:  “Laico”, dal latino “laicus” di derivazione dal greco “laikos” significa “del popolo, profano, estraneo al contesto strutturale sociale e religioso”, opposto a “clerikos” (dal greco) “del clero”! Al contrario nella terminologia religiosa cattolica  questa parola assume tutt'altro significato,  il termine “laico” è sostanzialmente travisato venendo a significare "persona appartenente alla religione ma non ordinata nel vincolo sacerdotale". Questa differenza di vedute ha  portato ad una contrapposizione   tra la “cultura laicista” e quella “clericale”. Ma ciò non è benefico dal punto di vista della libertà di pensiero che andrebbe estrinsecata non nella funzione contrappositiva bensì in quella della ricerca spontanea.

Mi spiego meglio.   


Perché darla vinta a chi storpia il significato invece di correggere le devianze (opera di strumentalizzazione)? Occorre restituire valore-verità alla parola "laico", simbolo di autonomia da ogni sovrastrutturazione ideologica, compresa quella del "laicismo". Non prestandosi al  gioco delle ideologie politiche e religiose,  la laicità  si affranca da ogni tendenza alla diatriba, ritornando ad essere un’espressione priva di connotazioni (come specificato nel significato originario…"del popolo, estranea ad ogni  costrutto sociale e religioso..."), insomma libera! Che altrimenti la battaglia per il mantenimento della laicità nello stato si presta ad interpretazioni deviate e di parte.

Fino a qualche anno fa la battaglia "laicista" in Italia si combatteva più che altro contro la chiesa, ed essenzialmente  contro l’esibizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Poi pian piano  all’antagonismo contro la prevalenza del  cristianesimo si sono aggiunti torme di “fedeli” di altre religioni, compresi i credenti nell’ateismo. Ogni fede concorrente vuole occupare un pezzetto dello stato ed ottenere  maggiore influenza. Lo spirito laico deve oggi difendersi non solo dai cristiani  ma da una  grande ammucchiata oppositiva: ebrei, musulmani, protestanti di varie sette e congregazioni, buddisti, bahai, new age, etc.   Ognuna di queste fedi con le proprie richieste ed intromissioni.

Ed ora i veri laici  sono costretti a barcamenarsi e a difendersi non solo dalle arroganti  pretese  del cattolicesimo, che afferma la sua posizione di “religione di stato”,   ma debbono osservare sgomenti l'avanzata di  nuovi "compromessi storici",  mentre lo Stato deve cedere il passo al nuovo corso dettato dai mullah e dai rabbini, etc.

Per un rispetto delle pari opportunità  di tutte le minoranze religiose presenti oggi in Italia e per una politica dell'accoglienza  si tende ad accettare sempre più le richiese contrastanti di altre religioni che bussano alle porte dello Stato, favorendo la costruzione di nuovi luoghi di culto e l'approvazione  di  simboli e regolamenti religiosi contrastanti con le leggi vigenti, vedi ad esempio la macellazione per sgozzamento senza stordimento, halal musulmana  e kosher ebraica, o la legge  della sharia o i dettami talmudici, etc.  Tale avanzata, su più livelli di diverse nuove e vecchie  religioni,  porta ad un ulteriore indebolimento dello Stato laico.

Natura è spirito. Contro l'abuso delle religioni

Mi scriveva l'amico Nico Valerio: "Contro gli abusi lessicali suggeriti dalla Chiesa (pensiamo  ad esempio all’inesistente distinzione semantica-politica tra Stato “laico” o scuola “laica”, e “laicista”, nel senso di seguace di quella stessa idea; mentre i preti danno a intendere che il secondo termine sia un rafforzativo o peggiorativo del primo...) con  papa Giovanni Paolo II in testa e qualche politologo finto-laicista a fargli da contorno, per cui i “laici” sarebbero loro, cioè preti e clericali nientemeno..."

Ma sostanzialmente la laicità,  intesa nel senso originario,   non dovrebbe assolutamente essere confusa con una "non religiosità" ma come espressione  di una spontanea “spiritualità naturale”, che deriva da Naturismo o filosofia della Natura. 
Com’è noto agli antropologi e storici  le forme  antiche di spiritualità sono  tutte  naturalistiche. Nei dizionari migliori il termine “Naturismo” ha anche questo antico significato.

Tra le differenze d'impostazione  che contraddistinguono le filosofie naturalistiche e le religioni  di matrice giudaico-cristiana-musulmana,  va considerata l'aderenza alla vita e la non differenziazione tra spirito e materia, che prevale nelle forme pensiero libere da dogmi teisti,  mentre nelle fedi del "libro" prevale la condanna della naturalità e la separazione tra spirito e materia.

La causa di questo scollamento dal quotidiano nella nostra cultura occidentale  è una conseguenza della conversione ai dettami biblici (e sue elaborazioni in termini cristiani e maomettani) che ha  provocato la progressiva corruzione  e cancellazione della originaria visione naturalistica.
Tra l'altro la parola "religione" sta a significare "riunire ciò che è diviso" mentre nella natura non c'è mai stata  alcuna divisione. Il tutto è sempre presente nel tutto: Natura naturans e Natura Naturata.  Questa è anche una vera espressione di laicità, una laicità pura, naturale, non macchiata da una rivalsa nei confronti del pensiero religioso o spirituale. 

Laicità come emblema di libertà

Il significato stesso di “laicità” impedisce l’assunzione di un modello, di un pensiero definito e specifico. Ciò vale anche per la cosiddetta Spiritualità Naturale o Laica, che è sincretica nell’accettazione delle varie forme di pensiero ma non riveste i panni di alcune d’esse, si tiene in sospensione, in una condizione di trascendenza.

Ovviamente la laicità per essere genuina deve essere distaccata persino dal concetto stesso di “laicità” ovvero non deve considerare questo atteggiamento di distacco come un prerequisito di verità. Ciò è comprensibile se osserviamo i vari aspetti della  ricerca di sé nel dominio dell’esperienza diretta e quindi dell’indescrivibilità del suo processo conoscitivo. In un certo senso la “laicità” è una forma di osservazione che denota assoluta libertà, una libertà che non può essere mai racchiusa in una descrizione.

Paolo D'Arpini



L'altro nome sacro e nascosto di Roma


Risultati immagini per Il nome segreto di Roma antica

Come molti sanno nel lontano passato ogni città aveva un doppio nome, uno ufficiale ed uno nascosto che solo i sommi sacerdoti conoscevano. Questo perché si pensava che il secondo nome fosse l’anima della città e se veniva scoperto e gridato al vento, la città avrebbe perso la sua energia. Chiunque avesse rivelato il nome segreto sarebbe stato giustiziato all’istante. 

Anche Roma aveva il suo nome sacro e nascosto; nascosto fino ai giorni nostri. Ora, però, alcuni studiosi, Arduino Mauri e Felice Vinci, pare abbiano trovato il nome nascosto. Il tutto grazie lo studio rigoroso su alcune opere di Ovidio come i “Fasti”. Quest’ultima opera, i Fasti, costituita da 12 libri, pare abbia determinato nell’8 secolo d.C. l’esilio da Roma del poeta. Nel quinto libro dei “Fasti” la musa Calliope parla degli antefatti della fondazione di Roma citando chiaramente le stelle Pleiadi della costellazione del Toro, tra cui la più luminosa: Maia. 

E sarebbe questo, per i due ricercatori, il nome segreto dell’antica Roma. Ovidio non né fa cenni diretti, ma dalla sua opera si evince che è proprio Maia la stella che diede il nome segreto a Roma. I sacerdoti di allora se ne accorsero e chiesero ad Augusto di giustiziarlo, ma l’imperatore preferì mandarlo in esilio sul Mar Nero ed esattamente in una città di frontiera che era Tomis. 

In effetti se si pongono le sette stelle delle Pleiadi su una mappa che corrisponde ai 7 colli di Roma ci si accorge che si possono sovrapporre tranquillamente. Nel lontano passato molte città venivano erette in onore di una costellazione o di un singolo astro, i Maia in questo erano maestri. 

Anche le grandi piramidi della piana di Giza in Egitto sono sovrapponibili alle tre principali stelle della costellazione di Orione. Insomma nel passato le stelle erano le ispiratrici di chi doveva costruire insediamenti umani o avviare imprese di conquiste o di esplorazione del mondo. Un esagerato attaccamento alla volta celeste, perché? Ma se prendiamo gli antichi testi Sumeri, i Veda e le leggende degli Hopi, forse nel lontano passato è successo qualcosa che ci viene nascosto o che scopriremo in seguito. Ad esempio gli indiani d’America, gli Hopi, ma anche i Dogon del Mali ci dicono “che gli dei scesero dalle stelle per formare ed istruire l’uomo…” C’è da crederci? Chissà! 

Però ad oggi sono stati scoperti in altri sistemi solari , grazie ai telescopi orbitanti, circa 400 pianeti rocciosi dotati di acqua e atmosfera e allora forse... chissà.. un giorno sapremo…

Filippo Mariani
(Accademia Kronos)

Immagine correlata

Ordine, disordine e vita universale


Le dinamiche del fenomeno naturale biologico producono ordine neghentropico locale generando con ciò massimizzazione di disordinato aumento entropico globale.

Con ciò risulta coerente l'esistenza nel fenomeno vita della grande molteplicità di differenti concezioni d'ordine, la cui dialettica variazione continua contribuisce alla rapidità dello sviluppo termodinamico statistico nel divenire nell'essere: W = Log [w(i)/w(n)] è una precondizione suscettibile di molte tipologie di sviluppo.

Nel cosiddetto spazio delle fasi, di coordinate posizione e quantità di moto (curiosamente, variabili coniugate, in meccanica quantistica) sono possibili molti diversi (infiniti) percorsi alternativi per spostarsi dalla condizione iniziale A a quella finale B.

La natura delle cose predilige quelli che massimizzano l'aumento entropico. Vi sono percorsi che tramite piccole diminuzioni neghentropiche locali massimizzano la produzione entropica globale. La via taoista dell'acqua che scorre, secondo il wu-wei di minimo sforzo nell'azione, così simile ai principi analitici di Maupertuis, Lagrange ed Hamilton, ci può venire figurativamente in aiuto.  In effetti, l'acqua che scende da una montagna può trovare a destra una piccola barriera, ovvero una salita, dietro la quale segue una discesa più ripida e veloce di quella che c'è a sinistra.

In tal caso, l'acqua che rallenta momentaneamente a destra prima di superare l'ostacolo poi in un secondo tempo correrà più veloce di quella che scende fin da subito a sinistra, dove la piccola barriera non c'è, e la discesa si mantiene complessivamente poco ripida.


Di fronte ad un bivio, la coda iniziale che rallenta la marcia all'imbocco del percorso A può preludere ad una strada a scorrimento più veloce del percorso B, che non inizia con un imbocco intasato, e per forza: qualora molti sappiano che successivamente la strada A sarà più veloce, conseguenti si dirigono verso quella direzione, sopportando il "collo di bottiglia" iniziale in vista del maggiore beneficio che seguirà. Tutto ciò, applicato alla fisica, implica l'idea che ogni particonda energetica "esplori" in qualche modo lo spazio circostante a quello in cui si trova .

D'altro canto, è comprensibile che se il teorema di massimizzazione dell'entropia vale per ogni sistema isolato deve valere anche per l'insieme universale, che isolato è per definizione (poiché l'universo contiene tutto allora non c'è altro al di fuori di esso, e l'universo è inevitabilmente sistema isolato), sicché il fatto che entro la sua dinamica sono inclusi i fenomeni biologici di sistemi aperti localmente neghentropici, necessariamente essi devono contribuire alla disposizione globale che produce aumento entropico, poiché essa è.

Cambiate dunque pure spesso l'ordine dei vostri libri sugli scaffali, sospingerete in avanti il flusso della dinamica universale!

C'è tuttavia un limite alla teoria di questo continuo aumento di disordine, determinato dal fatto che si tratta di un comportamento statistico, non esatto: "mediamente" il disordine complessivo aumenta, ma non "sempre".
Questo significa che qualche volta diminuisce.

Siccome anche le diminuzioni, pur rare, avvengono distribuite statisticamente, qualche volta la fluttuazione anomala verso l'ordine può essere grande.

Il teorema delle grandi fluttuazioni di Boltzmann assicura che dopo tempi supercosmici (ampiamente ed enormemente maggiori della vita stessa di questo universo) si ritorna ad una condizione quasi uguale a quella presente (salvo differenze infinitesime), conclusione cui giunge per altra via anche il teorema di ricorsività nei sistemi ergodici di Poincarè. Tali precisazioni farebbero felice Nietsche, con la sua tesi dell' "eterno ritorno".

Entropicamente tutto ciò equivale a dire che se "in media", ma non "regolarmente", sali di tre gradini e scendi di uno, in modo irregolare e vario, qualche rara volta capita anche il caso che scendi momentaneamente di più di quanto eri salito.
Sembra pacifico dunque che le pluricontraddittorie, e pertanto dialetticamente dinamiche, evoluzioni delle attività progettuali politiche e culturali contribuiscano in modo consistente alla espansione delle potenzialità cosmiche latenti, esperendo l'estensione nell' esplicato attuale del variegato potenziale implicito: facciamo sempre esplodere le contraddizioni prima che le contraddizioni facciano esplodere noi, e l'universo intero ce ne sarà riconoscente, assieme ai grandi spiriti vaganti dei supremi Mahatma Jacques Monod, Ylja Prigogine, James Clerck Maxwell, Ludwig Boltzmann, Henri Poincaré, Fritjof Capra, Arnold Schoenberg, Iannis Xenakis, Timothy Leary, David Bohm, Lao Tse .
Creatività molteplice al potere !

Sarvamangalam (Vincenzo Zamboni)


Integrazione: 

 Globalmente il disordine continua ad aumentare: localmente  si può fare ordine, ma a spese di disordine scaricato nel resto dell'ambiente.
C'è un limite alla teoria di questo continuo aumento di disordine dato dal fatto che si tratta di un comportamento statistico, non esatto: "mediamente" il disordine complessivo aumenta.

Questo significa che qualche volta diminuisce.

Siccome anche le diminuzioni, pur rare, avvengono distribuite statisticamente, qualche volta la fluttuazione anomala verso l'ordine può essere grande.
Il teorema delle grandi fluttuazioni di Boltzmann assicura che dopo tempi supercosmici (ampiamente ed enormemente maggiori della vita stessa di questo universo) si ritorna ad una condizione quasi uguale a quella presente (salvo differenze infinitesime), conclusione cui giunge per altra via anche il teorema del ritorno di Poincarè. E' come dire che se in media sali di tre gradini e scendi di uno, ma in modo irregolare e vario, qualche rara volta capita anche il caso che scendi momentaneamente di più di quanto eri salito.

"...ultimo saluto agli Dei" di Umberto Bianchi


Risultati immagini per  “natura naturans”,

Un colpo di vento mi porta ai 5337 Km. percorsi attraverso la penisola balcanica, come un filo elettrico, attraverso un luminoso caleidoscopio di paesaggi, tradizioni e contraddizioni senza fine… l’estate scorsa, al puntuale presentarsi del periodo delle ferie. Una risalita, a partire da quei lidi della Grecia, attraversati dalle sorgenti dell’Acheronte e da quell’isola infilata in un oceano di perlacea bellezza, dedicata alla ninfa Leucade, che è via via andata arricchendosi di colori, sensazioni e sorprese inaspettate, a partire dalla costa epirotica di quella terra d’Albania che, accanto all’ipertrofica confusione di uno sviluppo urbano spesso incontrollato, spesso nasconde squarci di inaudita bellezza. Coste contornate da mari perlacei ed improvvise risalite su passi di montagna ad altitudini alpine, da cui ammirare un panorama mozzafiato di isole e costiere. Città turche, come Berat, adagiate sui costoni di due montagne, da cui partire per visitare la versione illirica del monte Olimpo, attraverso un panorama riarso dal sole, sino a giungere alla fine della strada, alla presenza dell’immensità di un canyon, di una fenditura della crosta terrestre, probabilmente seconda solo a quella strapubblicizzata in Colorado, Usa. 

Oppure dopo una sfibrante gita da Saranda sulla costa meridionale, alla città storica di Argirocastro/Gjrokaster, tra monti impervi, solcati da stradacce e tornanti senza fine, fermarsi nella fresca radura delle sorgenti dell’Occhio Blu, infilate nel cuore delle montagne di un parco nazionale, e gettarsi tra i dieci gradi di gelide acque sorgive, quasi a voler rinnovare istintivamente il rito senza tempo di una “lustratio” a cui tutti i pellegrini ed i viaggiatori dovrebbero sottoporsi al termine di un percorso che non solo fisico è, ma anche, e specialmente ideale, connettendo l’anima a quell’ “idèin/vedere” che, di essa è il momento principiale…oppure dopo aver visitato i resti della ellenistica Butrint/Butrothos, andarsi a gettare nelle acque di una qualsivoglia assolata e semideserta spiaggia ionia. O visitare la greco-romana Apollonia e recarsi alla scoperta dei semideserti litorali a nord della confusionaria Valona. Parlare con la direttrice del rinnovato museo archeologico di Durres per poi scoprire che, la costa epirotica tutta, fu colonizzata da greci provenienti da Kerkyra/Corfù, isola cara agli Dei e, pertanto, tutta fu dedicata a Diana/Artemide, Dea della caccia e della natura ferina, lì a testimoniare che, a dispetto del brullo aspetto odierno, una volta le terre d’Albania erano ricoperte tutte da verdi foreste di querce, cipressi, faggi e pini, rifugio di fiere ma anche di ninfe e driadi…
Percorrere impossibili strade deserte attorno a laghi di montagna, lontani da tutto, eppure a due passi da città confuse come Scutari, le cui vestigia venete fanno bella mostra di sé nel centro città, accanto a moschee ed edifici cadenti. Scoprire la presenza veneta nelle città montenegrine di Cotor/Cattaro ed Herceg Novi, magari incastonata tra moschee e bastioni, come in Bar. 

Percorrere laghi oceanici, come quello di Scutari, aridi ed immoti, immersi in foschie senza tempo e d’improvviso ritrovarsi davanti agli occhi scorci di paludi e foreste senza fine…Allontanarsi dalla confusione delle città costiere, per respirare la quiete mistica in monasteri come quello di Ostrog, incastonato tra le rocce, a precipizio di una ripida montagna… E poi tuffarsi nel verde della costiera dalmata, tra penisole ricoperte di pini e cipressi, contornate da isole senza fine, qua e là puntellate di chiesette e minuscoli borghi dalla caratteristica matrice architettonica veneta e da cui, ogni tanto, sbucano resti e vestigia romane. E poi quella disarmante gentilezza, quel senso dell’ospitalità, tutte balcaniche che, in Albania, proprio non ti saresti aspettato, ma che, senza eccezioni, accomunano tutte le lande da me percorse, Grecia, Albania, Montenegro e la Croazia stessa… 

Ospitalità, cortesia, sorrisi, ma tante, troppe, significative contraddizioni che stonano significativamente. Arrivi nella povera Albania, tra strade scassate o altre in costruzione, edifici fatiscenti, redditi minimi da 250 euro al mese in su…ma un parco macchine da far paura anche ai nostrani italioti, tanto amanti delle quattro ruote. Miseria e povertà a profusione, ma tanti abiti firmati, griffe e tanti bei cellulari di ultima generazione….discoteche sul mare, con la musica sparata a tutta birra, neanche fossimo a Ibiza. Tra una tappa e l’altra, qualcuno sommessamente mi racconta di strutture sanitarie assolutamente insufficienti e mal funzionanti e di una endemica corruzione che, pare, stia rallentando la costruzione di strade e compagnia bella…

Stessa solfa in Montenegro: anche se, rispetto all’Albania, ti sembra di stare in Svizzera, quanto a servizi, qualità dei cibi nei supermercati, etc., di strade kaputt e storie del genere se ne sentono a bizzeffe. Concludo il mio percorso in Croazia, prima a Ragusa/Dubrovnik e poi, infine, a Spalato, gironzolando per il Palazzo di Diocleziano. Mi ero precedentemente recato, alcuni anni fa, in queste città, e ben ricordavo le folle di turisti, ma quanto ho adesso veduto, ha stavolta superato ogni limite. Orde di giovinastri yankee vocianti e cafoni, hanno invaso la bella città; uno stuolo di ciccione sguaiate ed ubriache, coppiette di maschietti barbuti mano nella mano…arroganza, invadenza, totale mancanza di rispetto per la meravigliosa storia di Spalato. Il tutto con il condimento finale della squallida esibizione musicale di un guitto che, nello spiazzale antistante al Tempio di Giove ed alla Ecclesia Maior (edificata su un altro tempio pagano, sic!), con tanto di chitarra elettrica, intona un nauseabondo “Hey Jew” , ad memoriam dei Beatles, che li’, in quel contesto, proprio non “c’azzecca” nulla. La melodia (si fa per dire) del guitto è accompagnata da uno sguaiato coretto di turisti e turiste yankee, sbragati alla ben’e meglio tra le vetuste rovine di Spalato. 

Disgustato da quello spettacolo, mi allontano tra i vicoli della città, in cerca di un po’ di silenzio e nel mentre vengo colto da una visione che, di quell’intero scenario, rappresenta la classica ciliegia sulla torta. Mentre cammino assorto nei miei pensieri tra quegli stretti vicoli, il mio occhio cade in un negozio di non so cosa; spalle al muro, assise allo stesso tavolo, due splendidi esemplari di giovani femmine croate. L’etera bellezza di volti freschi dalla pelle tirata, condita da un’espressione immota, catatonica, rivolta verso il nulla…quel nulla che oggi si chiama cellulare, smartphone…Come per un perverso sortilegio le due giovanette stanno lì a contemplare il nulla in tutta la sua magnitudo… per loro il mondo, la gente, in ragazzi, i sorrisi, gli ammiccamenti, la voglia di uscire, conoscere, curiosare, amare, il mondo, non esistono più…per loro è tutto un “emoticon”, dietro a cui sta solo un arido ed inanimato groviglio di fili e relais. 

Improvvisamente colto da un senso di fastidio e rabbia, torno a ripercorrere con la memoria, alcuni momenti della mia vita. 

Come per incanto, mi ritrovo proiettato in una via di Roma negli anni ’70, tra l’aspro fumo dei lacrimogeni e la voce roca a forza di urlare slogan, ma felice ed esaltato dagli scontri e dai cazzotti dati e presi con i compagni…mi ritrovo ancora una volta, zaino in spalla a viaggiare giovane ventenne con il treno attraverso quell’Europa, piena di splendide e sorridenti fanciulle straniere desiderose di fare quattro chiacchiere con un giovane di altre contrade…o a conversare tra sacchi di sabbia e strade deserte, al suono di colpi di cannone, con i giovani croati della “Garda” e della “Hos”, durante la terribile guerra balcanica dei primi anni ’90. Tutto crudamente e magnificamente vero, reale, animato dalla voglia di vivere, amare, morire che tutti quegli anni mi hanno sbattuto dinnanzi agli occhi, come in un film vissuto in prima persona. Mi risveglio, giro i tacchi e, mentre lascio le mie catatoniche marionette a svuotarsi le sinapsi in aridi giochi virtuali, mi dirigo verso il Tempio di Giove, di cui, sino a quel momento non ero riuscito a ritrovare, dopo anni, l’ubicazione. Il Tempio è piccolo e ben curato; a guardia del suo ingresso un omino a chiedere un balzello d’ingresso. Quale giornalista potrei entrar gratis ma, preferisco versare volontariamente quel “piaculum” quale dedica a Jupiter/Giove/Zeus/Nous, una volta Mente di quel Tutto, ora svuotato di qualsiasi contenuto, che non siano boutiques e cellulari…l’ambiente piccolo, sormontato da una statua assolutamente non pertinente e, addirittura, riempito di blocchi di muro pieni di glifi di età medioevale cristiana… mi allontano silenziosamente passando come un fantasma , indifferente a quel “bailamme” con il quale, mi rendo conto, sento di non aver nulla a che spartire. 

Ma non è solamente in Croazia, nella splendida Spalato, che ho avvertito questa sensazione. Dovunque io mi sia, in questi ultimi anni, recato, sia in moto che in aereo, sia in Europa che fuori di essa, via via in me è andata rafforzandosi la percezione di una barriera di incomunicabilità con il mondo esterno…oggidì rappresentato da quel mondo occidentale che, gettatosi anima e corpo tra le braccia di un alienante modello Tecno Economico, ha invece causato la propria desertificazione spirituale, avendo scelto di far gestire a quest’ultimo le proprie spinte vitali, sino ad arrivare al capolinea di un’assurda auto castrazione. E così il mio peregrinare attraverso terre e continenti, si fa metafora di un percorso attraverso tutti i fallimenti d’Occidente. Dalla ingloriosa fine delle dittature pauperiste che, in barba a tutti i bei propositi, hanno spalancato la strada a famelici e smodati modelli liberisti, anch’essi alienanti e fallimentari quanto queste prime, sino ad arrivare al cuore di un modello di sviluppo che, grazie al suo totale asservimento alla Tecno Economia, ha fatto dell’incomunicabilità tra gli individui, il proprio vessillo. E così mi rendo conto che i miei sono stati pellegrinaggi effettuati nel caos silente di un mondo che, sempre più, vive di apparenza e di poca, o nulla, sostanza. 

Ed è allora che, come in preda ad un repentino “satori”, sale nell’animo mio di giramondo la necessità di trovare delle risposte che sappiano essere oltre e dentro la stessa sostanza delle cose che ho davanti agli occhi. Il mondo mi si presenta allora innanzi, come un gigantesco caleidoscopio, una molteplicità di forme che fanno capo ad un’unica misteriosa realtà. Ed allora, oltre alla condizione della contemporanea, umana alienazione, mi ritrovo davanti agli occhi, in tutto il loro splendore, quei mari, quelle montagne, quelle foreste, quei deserti, ma anche quei magici “rassemblements” architettonici, che ho percorso in sacra solitudine. E capisco come le antiche semplificazioni, tutti quei modelli di intransigente monoteismo mentale, non siano più sufficienti a dare una spiegazione ed un senso alle cose. E sempre più avverto la presenza di una percezione “altra” da quella solita che, da sempre, costituisce sfida e tentazione per le menti che ne sappiano cogliere le suggestioni. Essa è fatta di simboli e simulacri oggi, all’apparenza, polverosi ma che, a guardar meglio, risvegliano in noi antiche e mai sopite suggestioni. 

Ci parlano di Astri, di insensate forme e simboli geometrici, ci riportano a Dei e Dee, ma anche alla possibilità attraverso essi, di penetrare l’anima, seppur senza estraniarsene, di quel mondo, di quella caotica e multicolore confusione, di cui costituiscono il senso ultimo. Meditando, appuntando le proprie energie mentali sopra uno di essi, scopri che possono essere il varco verso il controllo di uno o più aspetti di quella realtà che ci avviluppa come un misterioso Velo di Maya, ma che, d’improvviso sembra volerci disvelare e suggerire una soluzione all’apparenza semplice ma, per noi mortali, sempre sfuggente: quella del giuoco d’ombre dell’immanenza della trascendenza e della trascendenza dell’immanenza. 

E questa realtà finisce con il riportarmi a quel mondo che, con i suoi infiniti aspetti ne è la principale espressione. Il viaggio finisce così, con il farsi forma di autoiniziazione, di lucida apertura verso quella duplice dimensione della realtà, verso la quale, ogni qualvolta ne veniamo a contatto, non possiamo non provare “thàuma”/sbigottimento. 

Un’improvvisa folata di vento mi risveglia dai miei pensieri e mi riporta, a cavalcioni della mia moto, in un rigido pomeriggio d’autunno tra i monti dell’alto Lazio, tra foreste il cui rosso fogliame, mi fa venire alla mente l’arzigogolato manto di Diana, Dea delle foreste… proseguo lungo la strada del ritorno, mentre il carro solare di Helios va a tuffarsi per il tramonto in un mare di nubi, creando uno splendido effetto scenico multicolore. E’ l’ultimo saluto di quegli Dei che, oggidì, solo attraverso l’immersione nella “natura naturans”, si possono ancora incontrare….

Umberto Bianchi




Fonte: http://www.ereticamente.net/2017/12/il-viaggio-esoterico-corsa-attraverso-il-silenzio-umberto-bianchi.html

Le religioni sono ideologie utili al controllo sociale… sola l’auto-consapevolezza è vera spiritualità


Immagine correlata

Nella società umana, soprattutto in seguito al predominio della cultura patriarcale, ha preso il sopravvento la parte giudicativa della mente, da qui la grande avanzata  delle religioni basate sulla separazione e sul senso del peccato, sulla arroganza dell'uso nei confronti delle altre creature e della natura. Queste religioni si autodefiniscono uniche e vere, ma opprimono i concorrenti considerandolo un proprio diritto, in considerazione della propria "superiorità" ideologica mascherata da "amore" e "tolleranza"

In ambito spirituale l’idea sincretica sembrerebbe la più laica… e questa idea era presente anche a Roma ed in tutti i paesi del vecchio continente, almeno sino al sopravvento dei  culti monolatrici oggi dominanti (giudaismo, cristianesimo ed islam), essa è l’unica forma di pensiero che garantisce pari dignità ad ogni credo, filosofico,  religioso o ateo, considerandolo parte del patrimonio intellettuale dell’umanità.

Purtroppo  in Italia non siamo ancora giunti ad un affrancamento dalla dominanza religiosa… Anzi alla dominanza cristiana si è affiancata quella musulmana ed oggi assistiamo ad una gara per la supremazia,  con lo stato che cerca di salvare capra e cavoli accontentando un po' gli uni ed un po' gli altri, senza dimenticare -ovviamente-  il lupo, cioè la "religione madre", ovvero il giudaismo da cui le altre due derivano.

E  non  ci si meravigli di questa associazione fra politica e religione: nel mondo semitico degli ebrei, come pure in quello cristiano ed islamico, la politica, l'economia  e la religione sono legate indissolubilmente da una concezione di vita prettamente teocratica.  Le religioni si fanno carico  di combattere il cosiddetto  male, che poi non è altro  che il "peccato" commesso  non ubbidendo alla volontà di Dio (o ai  comandamenti dei suoi rappresentanti in terra) . E chi  stabilisce questa volontà? Ovviamente sono le religioni stesse che si fanno interpreti e depositarie del dettame  divino.


Risultati immagini per religioni  utili al controllo sociale

"I predicatori religiosi hanno convinto il mondo intero: "Voi siete peccatori!". E ciò va bene per loro, poiché se non ne foste convinti i lor affari non potrebbero prosperare. Dovete essere peccatori, solo così continueranno ad esistere chiese, moschee e templi. Il vostro permanere nel senso del peccato è la loro buona "stagione", la vostra colpa è il fondamento delle chiese più potenti, più vi sentite in colpa e più le chiese continueranno a consolidarsi. Esse sono costruite sule vostre colpe, sul vostro peccato, sul vostro complesso di inferiorità. Così hanno creato un'umanità inferiore".... (Osho Rajneesh)

Un tentativo di aggiustamento della supremazia teocratica  è stato compiuto dalla Società Teosofica secondo la quale  il Male in Natura non esiste… Il vero male è stato creato dall’uomo razionale che si è allontanato dalla Natura… Non è la Natura che crea le malattie ma l’uomo… Natura non nel senso di natus ma come somma di tutte le cose visibili ed invisibili …. in breve l’Universo infinito increato perché eterno”. Il problema del Bene e del Male crea così tanta confusione perché il cervello finito dell’umanità non può comprendere l’Infinito. Per questo si ricorre ad una personificazione del Bene (Dio) e del Male (Diavolo). Secondo la Teosofia  tutte le religioni hanno una radice comune ma su queste ognuna ha costruito i propri dogmi e sono i dogmi che la ricerca teosofica vuole evidenziare perché sono proprio questi dogmi che hanno allontanato molta parte dell’umanità dal pensare all’unità della Vita e all’immortalità e ad alimentare i più nefasti fondamentalismi.

Ma la Teosofia stessa è un'altra forma di religione, sia pur  inglobatrice  e sincretica, il suo scopo è quello di pacificare gli animi, non di renderli liberi dalle credenze.

Ma  a questo punto ci si potrebbe chiedere "come mai nell'uomo è sorta la necessità di credere in un Dio e soprattutto di sperare in una vita oltre  questa vita terrena?" La riposta è semplice. L'uomo a differenza degli animali ha coscienza di sé, il che significa che egli s'identifica con il suo corpo e mente che riconosce come "se stesso". L'animale vive la sua vita  spontaneamente e muore come vive, senza rimpianti, quando è giunta la sua ora ripiega il capo ed accetta la sua morte come un fatto naturale, alla pari della nascita. L'uomo ha imparato a riconoscersi nel suo percorso vitale, nelle sue azioni, nelle sue volontà, nei suoi desideri e paure, insomma  percepisce di essere un ente individuale, autonomo, dotato di consapevolezza e questa consapevolezza lo spinge a credere che il suo essere possa -o debba - continuare. 


Allora la morte per l'uomo diventa un passaggio verso un altro stato di coscienza, una coscienza extracorporea. Il guaio è che  essendosi identificato con le sue azioni, macchiate dal concetto di "peccato" o "male", teme che la sua sopravvivenza nell'aldilà possa essere pregiudicata o addirittura risultare in una punizione eterna (dalle religioni definita "inferno"). Questa paura della morte fa sì che la stragrande maggioranza degli uomini tendano a cercare rifugio nel concetto di Dio e si adattano all'obbedienza verso  i dogmi di chi di quel Dio si fa portavoce in terra.

Che poi queste punizioni del post mortem vengano comminate dal giudizio divino o dalla legge del karma fa poca differenza. Dal punto di vista delle credenze l'obbedienza ai dettami religiosi è la sola legge.

Risultati immagini per religioni  utili al controllo sociale

Insomma si può dire che la morte è il più grosso affare della storia umana. E le religioni ci hanno tratto profitto
dai tempi più remoti, da quando cioè ci si illuse che è possibile "ingannarsi" sulla scomparsa dell’io individuale o sulla procrastinazione della vita corporale. L'uomo  nella sua hybris di credersi eterno ha continuato a seguire il mito della lunga vita o della vita oltre la vita. Pian piano offuscato il miraggio della immortalità fisica (ma ancora ci si prova con i trapianti, etc.) ecco che l’uomo si è adattato a credere nella continuazione dell’io in un aldilà.

Le varie leggende narrano di come gli "eroi" della nostra specie abbiano tentato il tutto per tutto per sopravvivere a se stessi ed ove non bastava il medico, lo stregone od il Dio miracolante, ci pensava l’imbalsamatore a preservare quel simulacro corporale buono almeno ad illudere i superstiti, i sopravvissuti in attesa di…  E così ogni civiltà ha avuto il suo stile nell’affrontare la morte ma la fede verso un oltretomba ha continuato e continua a consolare frotte di morienti.

La paura della morte è della scomparsa di sé, la perdita dell’auto-coscienza riferita ad una specifica forma e nome. Chiaramente la brama esistenziale è alla base di questo processo, ciò è riscontrabile non solo nel caso di desiderio di prolungamento della vita fisica ma anche nella speranza della continuazione in altra dimensione. Paradossalmente questo è il caso anche dei suicidi che apparentemente rifiutano la vita ma sostanzialmente sperano in un prosieguo più sopportabile.

In verità nel momento in cui la morte si approssima l’attenzione si fa più vivida e non si percepiscono gli stati di sofferenza ma si sperimenta una forte pulsione adrenalinica in cui non c’è percezione di angoscia o sgomento (questa è l’esperienza raccontata dai sopravvissuti ad incidenti, etc.).  Ma prima di quella fase, di assoluto distacco - che corrisponde al momento dell'abbandono sperimentato anche dagli animali - anche se si è stati atei o laici per l'intera vita,  il timore di incorrere nel giudizio di Dio fa sì che ogni capacità discriminate scompaia e si chiede perdono dei propri peccati davanti ad un prete benevolente chiamato per l'occasione.

A meno che non si sia un Socrate che, quando alcuni dei discepoli gli consigliarono  di salvare la pelle scappando da Atene,   imperterrito suggerì: “Prima o poi la morte arriva comunque, ora se io fuggissi per amore della vita negherei il valore della democrazia e del verdetto popolare liberamente espresso, inoltre non conoscendo ciò che mi attende nel “post mortem” la curiosità innata del ricercatore che è in me mi spinge a non scantonare da questa esperienza, che viene spontaneamente. Se dopo la morte non vi è più nulla potrò godermi un meritato riposo se invece vi è ancora coscienza ed esistenza allora potrò finalmente corrispondere con spiriti nobili ed elevati ed avere una interessante condivisione sul significa dell’Essere. In entrambi i casi perché preoccuparsi?” Con queste parole serene Socrate bevette l’infuso mortale e se ne morì descrivendo dettagliatamente le sue esperienze fisiche e psichiche in ogni momento del processo di dipartita.


Risultati immagini per socrate

Quello di Socrate  fu un classico esempio di agnosticismo.  Ma qualcuno potrebbe obiettare che anche Socrate credette in qualcosa, nel suo ordinamento filosofico, insomma in una ideologia. Certo a questo punto occorre inserire nel discorso anche la tendenza dell'uomo a sostituire la religione con una ideologia. Secondo Marx il credere in Dio è solo un tentativo di sollevarsi al di sopra della realtà esistente. E così la pensarono anche Fuerbach, Nietzsche, Freud e Darwin... e tanti altri filosofi laici. Essi aiutarono la causa della laicità mettendo in dubbio le credenze religiose, come dire ripulirono il terreno sradicando le male erbe, ma non poterono andare oltre, poiché anche la filosofia è una forma di pensiero, un sistema ideologico come la religione, pur che segue altri criteri "speculativi".

“L’uomo che non voglia far parte della massa non ha che da smettere di essere accomodante con se stesso; segua piuttosto la propria coscienza che gli grida: ’sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora’. Ogni giovane anima sente giorno e notte questo appello e ne trema; infatti presagisce, rivolgendo il pensiero alla sua reale liberazione, la misura di felicità destinata dall’eternità; felicità che non riuscirà mai a raggiungere se incatenata dalle opinioni e dalla paura. E quanto assurda e desolata può divenire l’esistenza senza questa liberazione! Nella natura non c’è creatura più vuota e ripugnante dell’uomo che è sfuggito al suo genio e ora volge di soppiatto lo sguardo a destra e a sinistra, indietro e ovunque. Un tale uomo alla fine non lo si può neppure attaccare: è solo esteriorità senza nucleo, un marcio costume, pitturato e rigonfio, un fantasma agghindato che non può ispirare paura e tanto meno compassione.” (Friedrich Nietzsche)

Per ritrovare noi stessi bisognerebbe tornare a quella che fu la prima forma di  spiritualità naturale.  La ricerca della propria natura, del "chi sono io?", che è la prima forma di riconoscimento spirituale nell’uomo, che affonda le sue radici nello psichismo naturalistico, nell’intuizione analogica,  nelle espressioni sacre della coscienza prima dell’avvento di ogni religione.

Naturalmente è  possibile individuare  in alcune pseudo religioni del passato questa “spiritualità naturale” priva di dogmi, di libri sacri e di preghiere.


Immagine correlata

Sono realmente esistite nell’evoluzione del pensiero umano almeno  tre forme “pseudo-religiose”  prive del concetto di un “Dio creatore” personale ma che mantengono la verità di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice  è definita Tao o  Senza Nome, nel taoismo; Brahman o Assoluto Non-duale nell’Advaita;  Sunya o Vuoto nel buddismo.

 Nel Hua Hu Ching è detto: "Agli altri esseri comuni spesso si richiede tolleranza. Per gli esseri integrali non esiste una cosa come la tolleranza, perché non esiste nessuna cosa come le altre. Essi hanno rinunciato a tutte le idee di individualità e ampliato la loro buona volontà senza pregiudizi in qualunque direzione. Non odiando, non resistendo, non contestando. Amare, odiare, avere aspettative: tutti questi sono attaccamenti. L'attaccamento impedisce la crescita del proprio vero essere. Pertanto l'essere integrale non è attaccato a nulla e può relazionarsi a tutti con una attitudine non strutturata".

Forse come non mai oggi sento che la attuazione di una proposizione ecologista profonda, in cui riconoscersi nella totalità della vita,  disgiunta dal credo religioso, sarebbe oltremodo necessaria per garantire la continuità della civiltà umana.. per non parlare della sua sopravvivenza “bruta” (anche in considerazione dell’alienazione sempre più forte con i cicli naturali e l’avvelenamento dell’habitat).

La specie umana è in continua evoluzione e così dovremmo poter prendere coscienza che il nostro vivere si svolge in un contesto inscindibile. Di fatto è così... solo che dobbiamo capirlo e viverlo, prima a livello personale e poi a livello di comunità. Ognuno può e deve "comprendere" la necessità di riequilibrare  il suo stile di vita non sentendosi però obbligato da una ideologia o da una spinta etica... la maturazione deve avvenire per auto-consapevolezza ecologica e fisiologica. Attraverso la meditazione o "interiorizzazione".

Capisco che questa condizione esistenziale richiede una maturazione individuale ed un riavvicinamento alla propria natura originale che non può essere il risultato di una “scelta” o di un “credo” … La vita al momento opportuno e con i modi che gli sono consoni  condurrà l'uomo verso la sua natura originale..

Questo ritorno, questa coscienza di Sé  nell'Esistenza universale, non è una esperienza particolare, non ha bisogno di nomi o di attributi, è semplice Riconoscersi in Ciò che è...

Paolo D'Arpini

Risultati immagini per socrate paolo d'arpini

Pentacolo a 5 stelle - Quel Sassoon che sa di antico...


Risultati immagini per Pentacolo a 5 stelle

Famiglia ebraica tra le più ricche ed antiche del mondo, probabilmente di origine mesopotamica. I Sassoon infatti deriverebbero dai Shoshans, uno dei cui esponenti più importanti fu il Principe (“Nasi”) spagnolo Ibn Shoshans (Yazid ibn Omar ha-Nasi). Nel Cinquecento, per sfuggire alle persecuzioni spagnole, i Sassoon si rifugiarono a Baghdad. Alla fine della Prima Guerra Mondiale furono tra i protagonisti della formazione dell’Irak, il cui primo Ministro delle Finanze fu proprio Eskell Sassoon, che diresse questo ministero per ben sette governi consecutivi. 

In questo ruolo Sir Eskell firmò l’accordo con British Petroleum, pretendendo che i proventi iracheni per l’estrazione del petrolio fossero corrisposti in oro e non in sterline. L’idea si sarebbe rivelata geniale, poiché nonostante l’abbandono del Gold Exchange Standard degli anni Trenta, con conseguente flessione della sterlina, l’Iraq non avrebbe risentito della crisi internazionale.

Nella prima metà dell’Ottocento il nonno di Sir Eskell, David Sassoon, fondò una grande banca a Bombay, la David Sassoon & Co, diventando una delle personalità più influenti dell’India. Il fratello di David, Albert Abdallah David Sassoon, per i giganteschi guadagni procurati alla Corona inglese, nel 1890 fu addirittura nominato Barone dalla Regina Vittoria.

David, tramite la sua banca ed i virtù del prestigio della sua famiglia, ottenne dalla Banca d’Inghilterra (controllata dai Rothschild), il monopolio in India per lo sfruttamento del cotone, della seta e dell’OPPIO. Soltanto in un anno, tra il 1830 ed il 1831, David vendette 18.956 casse di oppio. I suoi otto figli, inviati in tutti i posti chiave del commercio in Oriente con la solita tattica Rothschild, riuscirono ad estendere il loro monopolio dell’Oppio in Cina ed in Giappone. In quei Paesi i Sassoon hanno naturalmente aperto importanti filiali della loro banca, a cui hanno aggiunto, società finanziarie, gigantesche aziende tessili ed agricole ed imponenti società di assicurazioni come la Oriental Life Insurance.

La scintilla che fece scoppiare la Guerra dell’Oppio tra Inghilterra e Cina vide proprio i Sassoon come i principali protagonisti. Nel 1839 l’Imperatore cinese Dao-Guang proibì l’assunzione ed il commercio di questa sostanza. I suoi soldati gettarono nei fiumi migliaia di casse di droga appena uscite dai laboratori di Canton della famiglia Sassoon, che chiesero aiuto al Governo britannico tramite l’intermediazione dei Rothschild (i quali, insieme alla Regina, fino a quel momento avevano fatto grandi affari con i Sassoon proprio grazie all’oppio). E la guerra iniziò.

Dopo tre anni il Trattato di Nanchino sanciva la piena legalizzazione dell’oppio in Cina, la sovranita della vittoriosa Inghilterra su diverse aree costiere del Paese e un forte risarcimento (pari a due milioni di sterline) ai “danneggiati” Sassoon. Da notare che i cinesi dovettero pagare interamente anche le spese di guerra agli inglesi, per la favolosa cifra di 21 milioni di sterline.

Il monopolio della droga da parte dei Sassoon, però, si limitava alle zone costiere della Cina, così alla ricca famiglia fu necessaria una seconda Guerra (1858-1860), per sperare di raggiungere finalmente l’obiettivo dell’esclusiva sulla vendita di oppio in tutto il territorio nazionale. Il nuovo conflitto fu sanguinosissimo, gli inglesi non esitarono a radere al suolo e saccheggiare i templi ed i santuari di Pechino. Il successivo Trattato di Pace, stipulato il 25 ottobre 1860, assicurò ai Sassoon l’esclusiva del commercio di droga sui sette ottavi della Cina. L’Inghilterra riuscì ad annettersi Hong Kong oltre ad una serie di altre zone strategiche all’interno della nazione. Gli affari di famiglia si moltiplicarono, grazie anche al contributo della società Russell & Company, che armava per conto dei Sassoon le navi commerciali che trasportava oppio dall’India alla Cina tornando indietro cariche di Tè. 

La società (fondata dal cognato di William Huntington Russell, co-fondatore della discussa società segreta Skull & Bones), era in mano a Warren Delano, principale azionista, nonno materno del futuro Presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt, il quale ereditò una gigantesca fortuna proprio grazie a questa joint venture con i Sassoon.

All’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento la famiglia Sassoon poteva ormai contare su un immenso commercio di oppio, che nella sola Cina superava le 105 mila casse all’anno. Nel 1887 Edward Albert Sassoon sposò Caroline Rothschild e l’alleanza economica tra le due famiglie fu consacrata definitivamente. Un’alleanza Rothschild/Sassoon/Delano Roosevelt che causò – e causa ancora – la morte di milioni di cinesi.

I Sassoon, al giorno d’oggi, possiedono la ED Sassoon Bank, la David Sassoon & Co Bank, l’Oriental Life Insurance e controllano, tra gli altri, The Observer ed il Sunday Time.

Enrico Sassoon – Direttore dell’Harvard Business Review Italia, Amministratore delegato di StrategiQs Edizioni, Presidente di Leading Events e di Global Trends, esponente di spicco dell’Aspen Institute Italia (di cui è Presidente Giulio Tremonti), nonché fondatore e principale azionista della Casaleggio Associati (società di comunicazione informatica che gestisce, tra l’altro, le edizioni ed il blog di Beppe Grillo) – è fratello del noto sociologo Joseph Sassoon, che è anche fondatore e Presidente della Alphabet. Il loro padre, Léon Sassoon – importante imprenditore siriano con un forte giro d’affari in Siria ed in Italia – è stato Presidente e Tesoriere della Sinagoga sefardita di Holland Park, a Londra.

Orazio Fergnani


Risultati immagini per Orazio Fergnani

"Dal Treja a Treia.." - E mò che Paolo non sta più a Calcata come facciamo a “Vivere Altrimenti”?

Risultati immagini per treia paolo d'arpini

Ciao Paolo, sto rifacendo daccapo il sito di viverealtrimenti. Credo che quanto ho scritto su Calcata sia un minimo datato, poi ti presento come memoria storica del posto e tu te ne sei andato a Treia. Come mi consigli di aggiornare il brano?http://www.viverealtrimenti.com/calcata/  Un abbraccio anche alla Cate.  Manuel Olivares

................

Caro Manuel, ti consiglio di inserire questa breve cronistoria che segue, con commiato aggiunto..
Qualcosa di me che resta a Calcata



 “Dal Treja a Treia. C'è gente che taglia i ponti col passato.. Tu hai tagliato solo la gambetta di una j..” (Stefano Panzarasa)


Accadde così che dopo 33 anni di vita  a Calcata, combacianti con gli anni  di Cristo,  giunse per me il tempo del cambiamento… Per carità, nessuna tragedia o crocifissione, anzi, è  un giusto compendio amoroso.. La verità é che anche le associazioni, come le persone, hanno un loro oroscopo e destino.   Il Circolo vegetariano VV.TT. nasceva sulle rive del Treja,  a Calcata,   e finirà lontano da Calcata, sul cucuzzolo di Treia,  dove forse potremo analizzare meglio il passato, meditare sul nostro futuro,  vivendo il presente..

Debbo raccontarvi una storiella, allorché  da Roma mi trasferii a Calcata (nel 1976/1977) e successivamente fondai il Circolo Vegetariano VV.TT. (in un  paese che era sconosciuto alle masse)  misi nello stesso tempo un punto fermo nella mia vita,  un punto di arrivo in un luogo vergine dalle infinite possibilità,  e di partenza per realizzare un progetto di perfezionamento personale e di società ideale. In tal senso l’esistenza  del Circolo é stata da me vissuta come espressione di questo sperimentare. Una sperimentazione in chiave di  spiritualità laica, di creatività e di sopravvivenza ecologica….

Ma avvenne, in seguito ad una serie di accadimenti, che  non mi sentissi più “calcato”  in Calcata,  pur continuando ad amarla come una culla che mi ha  consentito di crescere, che mi ha visto diventare padre e nonno, che mi ha protetto pur lasciandomi libero… Ma per fare un’analisi dello stato attuale delle cose, riconoscendo le sconfitte e le vittorie di un “modello” (come a tutti gli effetti è quello del Circolo) serve distacco e visione dall’alto… per aggiustare la rotta,  cercando nuove possibilità  per una esistenza autonoma, sostenibile e gioiosa.

Ed allora, grazie a Caterina, eccomi trasferito, armi e bagagli,  a Treia, nelle Marche, dove  non c'è pretenziosità di percorso. Non ci sono medaglie al merito da esibire né memorie gloriose da trasmettere.... Però, stranamente, continuo ad essere calcatese, infatti le migliaia di persone che mi conoscono in tutta Italia continuano a pensarmi a Calcata... Una certa etichetta continua  a restarmi appiccicata.

Questo fatto mi ricorda la storia dello Swami di Akalkut (pronuncia Acalcat), il quale si portava appresso quel nome, dal luogo in cui visse parecchi anni, sia pur che infine trascorse l'ultima parte della sua vita lontano da esso. Nel mio piccolo, mi si scusi il paragone forse esagerato, anch’io mi porto appresso  la nomina di “Paolo di Calcata”…

Perciò  è per me opportuno, come forse lo è anche per Calcata (che non sarà più oppressa da una presenza fondativa ingombrante) sviluppare una meditazione sul "Distacco e identità senza paraocchi”.  


“Un viaggio così si compie anche in un metro quadro!” Diceva Marinella Correggia nella sua presentazione della mia persona e di Calcata. Ed eccomi qui, nel mio metro quadro di Treia, giusto lo spazio per allungare le mani, le braccia e spingere una gamba dietro l’altra, senza mai uscire fuori dal “centro del mondo”.

Paolo D'Arpini
 


...........


E’ un poema che deve essere scritto nella quiete di una notte coperta dalla “nube di Islanda”, mentre si espande per l’aere il canto possente a tono baritonale di Priapus, che inonda, accompagnato dai suoni del Flauto di Pan,  i territori circonvicini: Mazzano, Faleria, Campagnano, Sacrofano, Sant’Oreste, fino a Martignano, lago sacro ai Sileni.

Canta infatti il Grande Priapo, dagli attributi possenti, teneramente abbracciato al suo coinquilino boschivo, Lupo Mannaro, proprio quello che ammansì Franceschiello d’Assisi, liberando il profeta dai vincoli del fondamentalismo religioso da cui era affetto..
 
Comunque tutti noi frequentatori di Calcata Vegetariana, cioè: Cantori girovaghi, Minestrelli (mangiatori di minestre vegetali preparate da Saulo), Troubadours, Trovatori, Trovatelli, Trobadores (di… fungi, di tartufi e tartufelli), improvvisatori di facezie, naturalisti, naturisti, nudisti e vestitisti, vegetisti, vegetariani, crudisti e crudeli (seguaci di Crudelia Dè Mon), buccisti di banane (scivolatori e sciatori su prato), papagheni, amici di Bin Laden, Zorro, Primula Rossa e Zazà, seguaci degli Amish, fedeli di fantasy, horror e kukluxklan, flebotomi, cacciatori di serpenti e di faine, sifilografi (che scrivono di Sifilo, figlio di Niobe, ma anche di sifilide), carmelitani scalzi e carmelitani ben calzati (attenti ai primi: costruttori di conventi dietro ai quali far eseguire duelli all’ultimo sanguine)…

NOI TUTTI, fra poco orfani di cotale organizzatore, quale messer Arpino, cosa inventeremo? A te clamamus, PRIAPE, exaudi orationem nostram!



30 giugno 2010 , giorno dell'addio a Calcata - Georgius clamans ex Calcatae silva
 
Paolo D'Arpini,  con vista di Calcata in lontananza


Nota di commiato da Calcata,  aggiunta:
“D’Arpin nun ce lassà…” – Ode d’addio al Paolo D’Arpini, detto anche Saul Arpino, che silente sen va dal falisco Treja per congiungersi alla sibillina Treia


CANTAMI, O DIVA,

DEL DOTATO PRIAPUS

LA GIOIA CAMPESTRE

CHE INFINITE ADDUSSE

GIOIE AI CALCATI…..

Hrdayam - “Io sono il Centro”


Risultati immagini per Io sono il Centro arunachala

Il Cuore, nella visione di Ramana Maharshi, non rappresenta un punto fisico ma la percezione dell'Io sono, che riflettendosi nella mente individuale sembra assumere una “ubicazione”. La traduzione letterale di Hrdayam (in sanscrito), a cui fa riferimento il saggio di Tiruvannamalai, è “Io sono il Centro”, la sorgente da cui tutto emana. Ma dal punto di vista nondualistico potrebbe sorgere un dubbio riguardo alla eventuale esistenza o posizione di questo centro. Ramana, in diverse occasioni, aveva precisato che non si tratta del Loto del Cuore, il chakra del kundalini yoga (che talvolta si fa coincidere con l'organo fisico) bensì un punto posto a due dita dallo sterno verso destra. Egli specificò che non si trattava di un centro fisiologico, che oggi chiameremmo “psicosomatico”, ma di una sottile fonte energetica da cui emerge la coscienza dell'Io, il punto d'incontro fra essere e non essere. 

Questo in particolare fu spiegato allorché un devoto chiese a Ramana com'era possibile determinare quel punto  attraverso un'esperienza diretta, al che Ramana spiegò che è nell'esperienza diretta di ognuno percepire sottilmente l'origine dell'io in quella posizione, al che il devoto indicando se stesso chiese “Bhagawan intende dire che io posso percepirlo infallibilmente e naturalmente da me stesso?”, così parlando egli si era toccato la parte destra del petto al che Ramana osservò “Vedi, spontaneamente lo stai facendo...!”. 

Allo stesso tempo in più occasioni Ramana aveva asserito che il Sé, ovvero il Cuore, non ha inizio né fine, non è situato né in superficie né al centro, poiché egli è il Tutto onnipervadente. Questa apparente incongruenza sollevò alcuni interrogativi, nella mente di alcuni devoti, sulla realtà dei fatti esposti. Il chiarimento giunse durante un dialogo avuto tra Ramana ed il suo avanzato discepolo, Sri Punja, più tardi conosciuto come Papaji di Lucknow. Questi obiettò, riguardo all'esistenza di un centro psicofisico definito “Cuore”, avente una specifica ubicazione sul lato destro del petto ed indicato come sede del Sé, che tale affermazione non risultava confacente con la verità assoluta sul Sé. 
Ramana confermò che il Sé è senza forma ed aldilà di ogni ubicazione interna od esterna ma che il suo discorso sul Cuore era rivolto a persone che si identificavano con il corpo fisico e che quindi percepivano la coscienza come emanante dall'interno e questo “luogo” non può essere il cervello, un semplice meccanismo funzionale alla concettualizzazione, ma quel punto da cui la vita sembra irradiarsi, situato sul lato destro del petto. 

Questa spiegazione potrebbe, secondo una analogia elementale (basata sugli elementi), essere ricollegata ad un antico testo di Ayurveda che fa riferimento al Hrdayam (menzionato da Ramana) come punto in cui il prana  entra ed esce vivificando l'organismo e stabilendo qui il Focus dell'esistenza. In effetti il prana, che corrisponde all'elemento Aria, è quella manifestazione energetica che contribuisce a raffigurare il senso dell'io, in quanto coscienza e presenza. Quest'ultima è comunque una mia deduzione che nasce da una intuizione diretta basata sull'autoanalisi sulla sorgente dell'Io.

Ma qui vorrei andare oltre e superando il “punto di partenza” desidero ricollegarmi più specificatamente alle indicazioni contenute nel testo “Meditazione olistica, il percorso diretto”, ove si enunciano delle tappe e si forniscono consigli per compiere un viaggio dal sé al Sé. Tenendo però conto -come sovente affermò lo stesso Ramana, che non possono sussistere due Sé. L'Atman è l'assoluta ed unica verità mentre l'identificazione con un io separato e ristretto ad un nome forma è un semplice gioco di specchi della e nella Coscienza, quindi non è vero. Pur non essendo vero questo specchiarsi è reale, finché perdura l'illusione. Pertanto lo scopo dell'insegnamento empirico è quello di spingere la coscienza a distogliere lo sguardo dallo specchio dirigendolo su colui che osserva. Eppure questa auto-osservazione è falsa, poiché l'osservatore non può osservare se stesso, ma serve alla mente per abbandonare la sua tendenza alla fissità sull'oggettivazione.

Diceva Ramana: “Conosci la tua mente per non farti imbrogliare dalla mente”. Infatti la mente è alla continua ricerca di risposte ma tali risposte son solo elucubrazioni della mente stessa, quindi non sono vere, e potrebbero trarre in inganno il “ricercatore” imbrogliandolo sull'essenza della sua vera natura, facendogli credere di aver raggiunto una comprensione e “realizzazione” che di fatto è semplicemente “obiettiva”, ovvero concettuale.

Attenzione, con ciò non si vuole deprivare del suo valore l'insegnamento spirituale qui contenuto. La mente è avvezza al pensare, la mente è pensiero, la mente è un groviglio di pensieri e persino l'io sono è un suo pensiero ma è l'unico pensiero a cui tutti gli altri sono riconducibili e su questo dobbiamo indagare attraverso l'auto investigazione suggerita da Ramana. Nel rincorrersi dell'io attorno e su se stesso si raggiunge uno stato di “vuoto” in cui la mente si arresta e quello è il vero Hrdayam, il Cuore!


Paolo D'Arpini

Risultati immagini per paolo d'arpini