Piergiorgio Odifreddi, dice la sua verità su olocausto e camere a gas



cellblock dees Italian Parliament introduces legislation against Holocaust blasphemy

E' stato il "ministero della propaganda" a costruire la realtà su olocausto e camere a gas. 

Le parole, forti, non sono dell'ultimo neonazista incontrato al bar sotto la redazione, ma di chi è considerato uno dei filosofi matematici più in voga (e chic) d'Italia: Piergiorgio Odifreddi. Il giorno in cui il mondo commemora la prima deportazione degli ebrei romani verso i campi di concentramento e il Parlamento italiano si appresta ad istituire il reato di negazionismo, ecco che un post di Odifreddi pubblicato sul sito di Repubblica entra prepotentemente sulla scena politica. 

Commento - Qualche giorno fa il matematico aveva scritto un lungo post per criticare la Chiesa che non permetteva alla famiglia di Erich Priebke di celebrare i funerali del "caro estinto". Via via, nei commenti la discussione è virata sulla seconda guerra mondiale, sull'Olocausto e su Norimberga. Odifreddi, che è solito partecipare alle discussioni in calce ai suoi post, si è sentito chiamato in causa da un lettore. Ed ha risposto. "Il processo (di Norimberga, ndr) è stato un'opera di propaganda".

Fantasia - Odifreddi è un fiume in piena: "L'opinione che la maggior parte delle persone, me compreso ovviamente, si formano su una buona parte dei fatti storici è fondata su opere di fantasia pilotata, dai film di Hollywood ai reportages giornalistici". Ma come, i sei milioni di ebrei uccisi, i campi di concentramento, i soccorsi, la guerra? Non basta, Odifreddi incalza e scrive: crede "che la storia sia tutt'altra cosa, e abbia il suo bel da fare a cercare di sfatare i luoghi comuni che sono entrati nel sapere collettivo".

Uccisi - Odifreddi strizza l'occhio ai folli neonazisti che ancora bazzicano qua e là alcune piazze europee, ma nessuno, questa volta, alzerà il dito. Nessuno, insomma, se la prenderà con il noto filosofo, nonostante le sue parole siano forti, molto: "Non entro nello specifico delle camere a gas - ha detto, prima di insinuare dubbi stomachevoli -, perché di esse "so" appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ministero della propaganda alleato nel dopoguerra". Piergiorgio, che pubblica con Rizzoli, che scrive su Repubblica e che è una vera icona della sinistra italiana (quella che va da Fabio Fazio, per esempio) dice che "non essendo comunque uno storico, non posso far altro che 'uniformarmi' all'opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti". E' un'opinione, dunque, poi mette in guardia, tutti: "Le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato". Ahia, se l'avesse detto un ragazzo di nero vestito e con i capelli rasati adesso avrebbe i carabinieri in cameretta. 


(F.T.)

Bioregionalismo, ecologia sociale e la comune matrice spirituale e vitale...



San Francesco - Discorso con la cicala


In questi giorni in cui gli italiani sono scossi e senza parole per la crisi economica stanno ritornando in auge discorsi corrosivi. Nord contro sud, est contro ovest... Mentre l'Europa stenta ad affermare l'unità politica anche nel piccolo la separazione e lo scollamento sociale divengono più evidenti... 

Un ritorno al razzismo interno mentre la comunità sembra aver perso la capacità di esprimere solidarietà  e collaborazione.  

Ciò avviene persino fra compaesani.. tutti sono oggi inequivocabilmente percepiti alieni  da ognuno di noi. Perciò è evidente che lo "straniero" è addirittura visto come un invasore e questo comporta uno scontro continuo fra le parti. Extracomunitari che si coalizzano contro gli italiani ed il contrario. 

Come si può in tal modo costruire una società umana decente? Mentre non si riconosce più nemmeno un membro della famiglia come nostro proprio come possiamo accettare ed accogliere chi non conosciamo, o pensiamo di non conoscere?  

Viviamo in un mondo di stranieri e noi stessi siamo stranieri in questo mondo. Eppure con la globalizzazione si presupponeva che la “razza globale”, il concetto di comune appartenenza alla Terra, divenisse un dato acquisito, una realtà. Purtroppo non è andata così, la mancanza di coesione nella società urbana e consumista è ormai evidente. O
ra dobbiamo ritrovare la strada verso “casa”. La Casa di Tutti.  

Soprattutto adesso in cui ogni parte d’Europa (e del mondo) si assiste ad un processo di frantumazione degli stati ed a forme esacerbate di separatismo, non solo per motivi religiosi, ideologici o di status o  per ragioni di concorrenza commerciale od altro. Qual’è la motivazione di questo sgretolamento?  

Blocchi monolitici di potere   economico e politico si stanno sbriciolando (vedi i recenti scossoni bancari e finanziari in USA ed  anche in Europa). 

I separatismi stanno facendo  la loro parte e, con l'inasprimento fiscale  e la lotta alla scuola pubblica, sembra acquistare impeto una nuova spinta centrifuga. Nuove entità economiche, basate sulla produttività amorfa (precariato, call center, veline, prostituzione in tutte le forme, corruzione, furti, rapine, mafia, etc),  sono in cerca di affermazione riconosciuta, mentre le forze sociali sane cercano di scalfire il monolite dello Stato e percuotono le mura (senza porte) di una apparente legalità democratica che più non  regge le sorti della nazione.  

Vediamo inoltre che in oriente come in occidente i vecchi equilibri basati su una appartenenza etnica o culturale non sono più sufficienti a tenere incollati i vari popoli. Gli umani nel tentativo di uniformasi alla globalità hanno perso il senso della dignità e del rispetto per la diversità. Ancora ed ancora si distingue e si  giudica.  Non però nella pianificazione economica e sociale saldamente in mano a pochi "esperti"…

Ritengo comunque che per una opposta tendenza compensativa  succederà che questa "separazione" sfocerà necessariamente al  ri-accostamento interiore e  dell’uomo verso l’uomo. In fondo quanto possiamo separarci da noi stessi senza perire? Ecco che l’allontanamento diviene avvicinamento… la vita è  elastica e non può andare in una sola direzione. Ora  sorge la necessità di nuove forme di equilibrio, più radicate nella coscienza della comune appartenenza alla vita. 

Un avvicinamento alla coscienza universale. Infatti il senso di comune appartenenza porta alla condivisione del criterio di vita,  ad atteggiamenti simbiotici e ad uno  stato di coscienza comunitario. 

L’evoluzione spirituale richiede  che le persone non si riconoscano più nelle mode, negli sport, nel glamour, nel colore della pelle, nelle religioni o ideologie, etc. Separazione  è solo un concetto per giustificare  degli “indirizzi” personalistici ed egoici,   è una frattura radicale che spacca il mondo e l'essere in due. 

Il diritto di abitare nel “condominio terra”,   non può  essere codificato  dalla nascita, dall’etnia, dalla nazionalità o dalla condizione economica, etc. bensì dalla capacità di rapportarsi al luogo in cui si vive in  sintonia con l’esistente. 

L’uomo, la specie umana nella sua totalità, e l’ambiente vitale sono un’entità indivisibile. 

Perciò il passo primo da compiere, per il "Ritorno a Casa",  è l’accettazione delle differenze, viste come fatti caratteriali che al massimo (in caso di persistente negligenza morale) possono essere ‘curate’ allo stesso modo di una idiosincrasia/malattia interna. 

L’uomo ha bisogno di riconoscersi ‘unico’  nella sua individualità, che assomiglia ad un cristallo di neve nella massa di neve,  ma nella coscienza di appartenere all’unica specie umana.  Non passerà molto tempo -mi auguro- che le divisioni artificiali operate dalla mente speculativa scompariranno completamente ed al loro posto subentrerà un nuovo spirito di fratellanza, partendo dal presupposto delle reali somiglianze e della coesistenza pacifica. 

Queste somiglianze, in una società sempre più vicina, renderanno l’uomo capace di capire il suo prossimo, in piena libertà, e di amarlo come realmente merita. Tutti abitanti dello stesso pianeta, tutti a casa!

Paolo D’Arpini
Rete Bioregionale Italiana

Libertà di ricerca storica o istituzione della “verità per legge”? – Superare negazionismo e antinegazionismo…



Beh… stavolta ci siamo… quello che non è riuscito il 15 ottobre 2010 riuscirà il 15 ottobre 2013…

Allora c’era stata la sfuriata di Riccardo Pacifici, in seguito a certe scritte “antisemite” in qualche blog, il perborino del rabbino capo fu puntualmente pubblicato con grande peso su ‘La Repubblica’. Egli si rivolgeva ai presidenti di Camera e Senato, chiedendo con urgenza di accelerare la calendarizzazione per la discussione di un testo di legge sulla shoah e contro il negazionismo.

Ma allora c’era ancora Papa Ratzinger, il quale non era totalmente prono al volere dei fratelli maggiori, egli fece scrivere un intervenuto dall’Osservatore Romano (http://paolodarpini.blogspot.com/2010/10/losservatore-romano-si-dice-contrario.html) in cui tra l’altro era detto. «Negare l’Olocausto è un fatto gravissimo e vergognoso» e comunque il giornale vaticano continuava «La storia non è vera per legge. Ma punire per legge chi sostiene questa tesi, e quindi di fatto stabilire ciò che è storicamente vero attraverso una norma giuridica, non è la strada giusta. Anzi, rischia di essere controproducente: in democrazia la censura non è un mezzo corretto, e si finisce per far diventare martire chi vi incappa.»

Ma nella metà di questa ottobrata romana del 2013 la situazione generale è diversa. C’è meno sole, piove a dirotto. Dimissionato papa Ratzinger, sotto ricatto per vari suoi peccatucci, ed insediato il gesuita Bergoglio, la proposta del Pacifici ha trovato una solida sponda… E stavolta la scusa scatenante è il funerale di Priebke e le scritte murali di “neonazisti” (la madre degli stolti è sempre incinta).

Roma, 15 ottobre 2013 – La commissione Giustizia del Senato ha approvato il ddl che istituisce il reato di negazionismo. Il reato di negazionismo, spiega il presidente Francesco Nitto Palma, potrà essere introdotto nell’art. 414 del codice penale (ultimo comma), che già prevede il reato di apologia, punibile con la reclusione da uno a cinque anni.

Insomma siamo agli sgoccioli… la libertà di espressione è finita, la libertà di ricerca storica è finita, la libertà in generale è finita…?

Stiamo entrando in regime di “verità per legge”!

Stavolta non osano levarsi voci autorevoli, come nell’ottobre 2010, di storici, non certo in odore di negazionismo, che si dissero contrari ad una legge di questo genere, per la quale oggi con l’appoggio di destra sinistra e centro si va verso un veloce iter di approvazione.

Ma voglio lo stesso citare un precedente parere di David Bidussa, opinionista di “Moked”, il portale dell’ebraismo italiano, che ha scritto: «Una legge contro il negazionismo non sarebbe né una scelta intelligente, né una scelta lungimirante. Non aiuta né a farsi un’opinione, né a far maturare una coscienza civile. L’Italia ha bisogno di una pedagogia, di una didattica della storia, di un modo serio e argomentato di discutere e di riflettere sui fatti della storia. Non servono leggi che hanno il solo effetto di incrementare la categoria dei martiri».

Anch’io sento il dovere, in quanto laico, di esprimere un mio parere su questo controverso tema.

Innanzi tutto è vero che la storia e la verità storica e perciò la politica conseguente all’ultimo conflitto è stata definita dai vincitori… e non solo per la questione ebraica ma per ogni altro aspetto. Ma se si vuole riaffermare “l’umano e l’universale” che sta oltre le opinioni avverse occorre equanimità e la capacità obiettiva di considerare i semplici fatti e le situazioni in cui questi sono avvenuti. Nel “legalismo giuridico” -che non è più giustizia- vincono al contrario i “cavilli” e ciò è significativo di un percorso funzionale a “costruire” la verità (che è poi quella di comodo di una o dell’altra parte).

Ed ancora.. lasciando da parte ogni speculazione sul passato, secondo me, bisognerebbe evidenziare anche come sia stata utilizzata per fini economici ed ideologici la tragedia dell’olocausto, i soldi raccolti a nome dei deportati, le pressioni politiche per far approvare leggi liberticide in Europa, la creazione di una nuova “religione” dell’olocausto, etc. Allo stesso tempo è controproducente abbracciare la causa della libertà di pensiero partendo dalla difesa o giustificazione del negazionismo.

Mentre possiamo evidenziare come sia andata strutturandosi nel tempo una verità “basata” sul senso di colpa e sulla convenienza politico economica dei governi che hanno preferito cedere alle pressioni dell’industria dell’olocausto piuttosto che venir tacciati di collaborazionismo revanscista con i passati regimi fascisti. Questo ovviamente soprattutto in Germania e Austria (e prossimamente anche in Italia..) dove la “verità dell’olocausto” ha assunto connotati quasi religiosi e “stabiliti per legge”.

In assoluto, per la ricerca della verità storica, ritengo sia importante poter indagare sulla veridicità dei fatti, stabilendo quale fu lo svolgimento dell’olocausto, comprovandolo solidamente (se si vuole anche in senso etico), senza cavillare sulla negazione o sull’affermazione forzosa ma scoprendo “come” sia avvenuto e “perché”, evidenziando allo stesso tempo l’incongruenza di comportamenti speculativi politico-religiosi conseguenti ad esso.

Allora forse si potrà smuovere l’opinione pubblica e pian piano anche inserire altre verità sul modo in cui l’olocausto è avvenuto, soprattutto di come in quel periodo il razzismo avesse colpito in ogni campo, contro l’uomo in generale, e non solo in Germania ma anche in Russia, e anche in America dov’era stata aperta la caccia alle streghe comuniste e la persecuzioni di migliaia di cittadini colpevoli di pensarla diversamente dal potere in carica. La persecuzione è avvenuta a livello mondiale e contro l’uomo e la sua libertà espressiva in generale.

Ho qui accennato alla necessità di cambiare impostazione se si vuole superare la contrapposizione ideologica, fra fautori della “verità olocaustale” e suoi negatori, per poter “scientificamente” affrontare il problema della “verità storica” e questo processo non può essere ottenuto “per legge” che altrimenti la ricerca risulterà tarpata e viziata….

Paolo D’Arpini - Ricercatore spirituale laico


Grazie! ....un piccolo omaggio al professor Osvaldo Ercoli

Osvaldo Ercoli a Viterbo

Stamattina sono stato molto contento di ricevere l'encomio che segue nei confronti di Osvaldo Ercoli. Sono stato contento perché io stesso assistetti e partecipai alle numerose sue battaglie per la laicità, i diritti civili, la solidarietà fra esseri umani e tutto ciò senza alcuna finzione "religiosa". Infatti Osvaldo Ercoli si è sempre professato agnostico, se non ateo. In un momento particolare della mia vita, in cui ero troppo vecchio per poter lavorare e troppo giovane per andare in pensione (attorno ai sessanta anni) fui posto in condizioni di sopravvivere grazie al suo aiuto. Mi unisco quindi alle espressioni qui riportate. 

Grazie Osvaldo...

Paolo D'Arpini


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Osvaldo Ercoli, già professore amatissimo da generazioni di allievi, già consigliere comunale e provinciale, impegnato nel volontariato, nella difesa dell'ambiente, per la pace e i diritti di tutti, è per unanime consenso nel viterbese una delle più prestigiose autorità morali. Il suo rigore etico e la sua limpida generosità a Viterbo sono proverbiali. E' tra gli animatori del comitato che si e' opposto vittoriosamente al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti. Nel 2007 ha promosso un appello per salvare l'area archeologica, naturalistica e termale del Bulicame dalla devastazione. E' stato scritto di lui: "Il professor Osvaldo Ercoli e' stato per decenni docente di matematica e fisica a Viterbo, città in cui è da sempre un simbolo di rigore morale e civile, di impegno educativo, di sollecitudine per il pubblico bene, di sconfinata generosità. Già pubblico amministratore comunale e provinciale di adamantina virtù, sono innumerevoli le iniziative in difesa dei diritti umani e dell'ambiente di cui e' stato protagonista; tuttora impegnato nel volontariato a sostegno di chi ha più bisogno di aiuto, e' altresì impegnato in prima persona ovunque vi sia necessità di smascherare e contrastare menzogne, ingiustizie, violenze... Avendo avuto il privilegio immenso di averlo come amico, come maestro di impegno civile, come compagno di tante lotte nonviolente, vorremmo cogliere questa occasione per esprimergli ancora una volta il nostro affetto, la nostra ammirazione, la nostra gratitudine; affetto, ammirazione e gratitudine che sappiamo essere condivise da tutte le persone di Viterbo e dell'Alto Lazio, da tutte le persone che hanno avuto l'onore di conoscerlo e che hanno a cuore la dignità umana di tutti e di ognuno, la civiltà come legame comune e comune impegno dell'intero genere umano, la biosfera casa comune dell'umanità intera"

Beppe Sini - La Nonviolenza è in cammino

Accettare se stessi come qualcosa di completamente insondabile ed inconoscibile.. questa è spiritualità laica




Più volte ho parlato della Spiritualità Laica come di una via in cui non possono esserci dogmi o indicazioni religiose. Questa è la via in cui non si segue nessuna via. Il percorso è completamente assente, nella spiritualità laica ciò che conta è la semplice presenza a se stessi e questo non può essere un percorso ma una semplice attenzione allo stato in cui si è. La coscienza è consapevole della coscienza. Ed è normale che sia così poiché la spiritualità laica non può essere nulla di nuovo ma solo un “modo descrittivo” di un qualcosa che c’è già, infatti se quel qualcosa non ci fosse già che senso avrebbe esserne “consapevoli”?
Perciò Spiritualità Laica e Consapevolezza sono la stessa identica cosa. Ma noi sappiamo che la pura consapevolezza di sé è purtroppo spesso macchiata da immagini sovrimposte, create dalla nostra mente, queste immagini sono ciò che noi abbiamo immaginato possa essere la spiritualità. Magari come abbiamo definito tale spiritualità nella visione religiosa nella quale siamo stati educati, oppure nel sistema morale in cui crediamo, oppure nel metodo da noi adottato per il controllo della mente, etc.. Tutte queste sovraimposizioni alla consapevolezza sono come “il credere nella realtà del serpente” dell’esempio di Shankaracharia, oppure il conformarsi alle regole dei testi sacri, alle norme etiche, all’intelligenza raziocinante, alle giustificazioni scientifiche e dir si voglia.
Per fortuna la spiritualità laica non può conformarsi a nessuna di queste cose, altrimenti non sarebbe laica. Accettare se stessi come qualcosa di completamente insondabile ed inconoscibile, non conformabile ad alcun assioma di derivazione intellettuale o religiosa, significa restare sospesi nel vuoto essendo vuoto. Impossibile poter scorgere i confini del proprio essere. 
Questa mancanza di identificazione in qualsiasi forma strutturale (di pensiero e non) è contemporaneamente anche la “forza” della laicità spirituale. Non vi sono porti sicuri di approdo, non vi è barca, non c’è un mare, nessuno e nulla da ricercare… solo la corrente della vita, della coscienza, solo il senso di essere presenti. In questa mancanza di condizioni è possibile sentire il nostro io arrendersi, la nostra mente sciogliersi, scoprendo così il centro che non è un centro perché è tutto ciò che è.
Questa, mi sembra, è anche l’esperienza descritta nella storia buddista dell’incontro di Mahakashyapa con il Buddha. Avvenne che Mahakashyapa si avvicinasse al Buddha e da questi semplicemente fu toccato, nulla di più, nessuna istruzione, nessuno sguardo, un banale tocco forse inavvertito, uno struscio leggero come può avvenire fra due persone che si incontrano. Eppure in quel momento preciso Mahakashyapa divenne consapevole di se stesso, della sua perenne presenza in se stesso, al contatto di tale meraviglia si mise semplicemente a ridere e danzare. Come farebbe un ubriaco od un matto. 
Infatti anche un matto è solo cosciente della sua realtà, ignorando quella del mondo, ma nel matto esiste ancora contingenza e speculazione, il mondo per lui è “diverso” non è come gli altri lo percepiscono ma il “suo mondo personale” come lui lo immagina continua ad esistere…. E questa è la differenza interiore fra un “matto” e Mahakashyapa. Dal punto di vista dell’osservatore esterno –però- la reazione può essere la stessa. E così apparve anche agli occhi di Ananda, il fedele discepolo del Buddha. Ananda si lamentò con il Buddha dicendogli: “Cos’è questo? Forse è un pazzo, forse ha avuto una profonda esperienza, ma è la prima volta che egli ti vede, com’è possibile che sia stato così colpito? Io son vissuto per quaranta anni assieme a te ed ho toccato i tuoi piedi con devozione innumerevoli volte, eppure nulla di tutto ciò mi è mai accaduto..”.
Il Buddha non rispose, non poteva rispondere alla domanda di Ananda perché Ananda era il suo stesso ostacolo al raggiungimento della Consapevolezza.
Il fatto è che Ananda era il fratello maggiore del Buddha e quando si presentò a lui per essere iniziato gli chiese: “Io sono tuo fratello maggiore, prima di accettare di divenire tuo discepolo ti chiedo un favore, poiché dopo non potrei più farlo, ti chiedo di poter stare sempre alla tua presenza, di poter dormire nella tua stessa stanza e di poter introdurti qualsiasi persona in qualsiasi momento senza che tu possa dire –ora non è il momento per me di parlare con questa persona- promettimi questo prima di accettarmi come seguace”. Il Buddha acconsentì e questo fu il costante impedimento di Ananda a raggiungere la Consapevolezza, evidentemente era il suo destino, ed infatti si realizzò solo dopo che il Buddha lasciò il corpo.
In verità Ananda avrebbe potuto in ogni momento rinunciare alle sue pre-condizioni, avrebbe potuto essere leggero e fuori da ogni “contesto” come lo era stato Mahakashyapa ma la cosa non fu possibile ed è giusto che sia così poiché in tal modo poté svolgere il suo destino in modo esemplare, come avviene ad ognuno di noi. A dire il vero non è necessario che ognuno di noi si uniformi ad un modello o si conformi ad un ipotetico ideale, non è questo lo scopo della spiritualità laica, bensì quello di lasciarsi andare ed essere qualsiasi cosa si è senza porre condizioni di sorta, basta essere ciò che siamo coscientemente e amorevolmente.
Ho scritto questa storia pensando ad un discorso da me fatto con un'amica al proposito del “cosa fare” per essere se stessi… Possiamo pensare di “fare” un qualcosa se fosse possibile per noi modificare in ogni caso quel che noi siamo, ma è possibile ciò? Possiamo noi cambiare noi stessi? Apparentemente possiamo modificare, attraverso il nostro accondiscendere alle naturali pulsioni interne, quelle che sono le forme esteriori del nostro manifestarci ma come possiamo cambiare la realtà intrinseca della coscienza che sempre e comunque siamo? 


Paolo D’Arpini


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Pensieri di Osho  in sintonia:

"Quando qualcuno ride della vita, l'ha compresa. Perciò tutti quelli che l'hanno davvero conosciuta hanno riso. E la loro risata può essere udita anche dopo secoli. Mahakashyapa ha riso guardando il Buddha - Buddha stava tenendo un fiore in mano - e Mahakashyapa ha riso. La sua risata può essere udita anche adesso. Chi ha orecchie per udire sentirà la sua risata, proprio come un fiume che scorre incessantemente attraverso i secoli.

Nei monasteri Zen del Giappone, i discepoli continuano a chiedere ai maestri "Dicci, Maestro, perché Mahakashyapa ha riso?" E quelli che sono più svegli chiedono "Dicci, Maestro, perché Mahakashyapa sta ancora ridendo?". Quelli più svegli usano il tempo presente, non quello passato. E si dice che il maestro risponderà solo quando sente che sarai in grado di udire la risata di Mahakashyapa. Se non la puoi udire, niente può essere detto al riguardo.

Buddha ha sempre riso. Potresti non averlo udito perché le tue porte sono chiuse. Potresti aver guardato il Buddha e potresti aver percepito in lui della serietà, ma questa serietà è proiettata. È la tua stessa serietà - hai usato il Buddha come uno schermo. I Cristiani dicono che Gesù non ha mai riso. Ciò è assolutamente privo di senso. Gesù deve aver riso e deve averlo fatto così totalmente, che tutto il suo essere è diventato una risata - ma i discepoli possono non averlo udito, questo è vero. Devono essere rimasti chiusi, hanno proiettato la loro stessa serietà.


(...) I Taoisti Lao Tzu e Chuang Tzu dicono che, se riesci a ridere, se puoi avere una risata di pancia che nasce dalla profondità del tuo essere, non solo dalla superficie, non una risata di facciata - se proviene dal centro del tuo essere più profondo, se si diffonde intorno a te, se inonda l'universo - quella risata ti farà intravedere ciò che è veramente la vita. È un mistero. Per Chuang Tzu quella risata è religiosa perché ora tu accetti la vita."






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Commento ricevuto:

Scrive Marco Bracci: "Beh, a parte i complimenti per l’esposizione, posso solo dire che: quando ridivieni consapevole della tua divinità e del fatto di essere Dio in quanto Lui è in te e quindi tu sei Lui e Lui agisce tramite te, essendo Lui incorporeo e tu corporeo, raggiungi la CONSAPEVOLEZZA (di te e quindi di Lui - o viceversa ?). Perciò vedo molta similitudine fra quanto dici tu e quanto credo io. Buona vita!"


Mia rispostina: "L'esperienza che tu descrivi è aldilà di ogni descrizione... possiamo dire solo questo, se viene ragionata e discussa significa che si sta ancora nei meccanismi della mente duale.  Si dice che il Sé è inconoscibile in quanto si può solo esserLo ... ed in quello Stato la consapevolezza non è più consapevole di essere consapevole... (Nell''Unità non si vede un altro di cui essere consapevole)... Ma come ripeto queste son solo "parole". Grazie per la pazienza..."

Rapporto uomo animali e nota critica sulla caccia



Il rapporto fra uomo ed animali è andato nel corso di questo ultimo secolo deteriorando sino al punto che  essi, un tempo simboli di vita,  totem, archetipi e divinità, sono relegati nelle riserve o negli zoo ed utilizzati come cavie o produttori di carne da macello, come fossero “oggetti” e non esseri viventi dotati di intelligenza, sensibilità e coscienza di sé.  
Anche se etologi famosi, come ad esempio K. Lorenz e tanti altri, hanno raccontato le similitudini comportamentali e le affinità elettive che uniscono l’uomo agli animali, il metodo utilitaristico, che per altro si applica anche nella società umana verso i più deboli ed i reietti, ha preso il sopravvento.   
Pare… ma non è detto che al momento opportuno si risvegli nella coscienza umana la consapevolezza della comune appartenenza alla vita. Ma oggi vorrei solo toccare alcuni aspetti dell’incongruenza nel rapporto umano con gli animali. 
Da una parte vi sono quelli cosiddetti “da compagnia” -e cioè i cani e gatti- che godono di una relativa protezione ed anzi contribuiscono assieme all’uomo allo sfruttamento delle altre specie  -in chiave alimentare,  sotto forma di allevamenti intensivi da carne- e poi vi sono gli “ultimi selvatici”  quelli che apparentemente vivono in libertà ma è solo una finzione costruita per favorire i cacciatori.  
Infatti la verità è che  parecchi "selvatici"  sono  “immessi” sul territorio ai soli fini della caccia, e non per abbellimento della natura o per il loro stesso bene. 
Conosco per esperienza  i danni all’ambiente che può causare l’eccesso di questi animali, basti pensare ai deserti del medio oriente causati dal continuativo allevamento di capre ed altri armenti.   Il fatto è che bisogna stare molto attenti al numero di ungulati  che  pascolano in un territorio, questo non solo nel caso di greggi allevate dall’uomo, ma anche per gli pseudo selvatici -cervidi vari- che vi vengono immessi, queste bestie ai giorni nostri  non sono  soggette alla falcidiatura naturale causata dai predatori. 
Qui in Italia il lupo è praticamente estinto e nei boschi i caprioli ed i cervi  non hanno  nemici naturali che limitino la loro prolificazione. 
Insomma bisogna capire le “ragioni” di queste immissioni…. che certo non avvengono per amore delle bestie anzi… vi è la certezza che siano  operazioni di ripopolamento legate all’esercizio della caccia.  
La stessa cosa è infatti avvenuta con i grossi cinghiali dell’est europeo che,  come sappiamo, sono stati liberati sul territorio del centro Italia proprio per la loro prolificità e stazza, con il risultato che hanno soppiantato i cinghialetti italici a solo vantaggio dei cacciatori (in quanto gli agricoltori non son per nulla felici delle loro disastrose incursioni che  procurano anche un danno all’erario per via dei rimborsi dovuti ai contadini).  
Lo stesso avviene ogni anno con lepri e  fagiani e simili, che massimamente vengono importati da allevamenti della Slovenia e viciniori a prezzi stratosferici. Questi animali “liberati”  servono solo alla categoria dei cacciatori  -tra l’altro- anch’essi ben salassati da imposte e tasse varie.  Quindi la caccia è tutto un bussines basato sulla morte e sulla speculazione ed è anche causa -per inciso- di  altre speculazioni da parte di associazioni che fanno da contro-canto  ponendosi contro la caccia e ricevendo anch’esse prebende e fondi pubblici. Potete allora vedere  che questo gioco delle parti danneggia tutti i cittadini  e la natura stessa che è continuamente manipolata pro e contro questo e quello. Insomma un pretesto affaristico in una società che on considera  l’animale diversamente da un plusvalore qualsiasi.

Io personalmente sono vegetariano ma sono pure ecologista e quindi per quanto mi riguarda non sono affatto favorevole all’immissione di nuove specie in natura, soprattutto trattandosi di specie che possono danneggiarla  ed è per questo che ritengo che la caccia andrebbe completamente vietata in Italia  per il semplice fatto  che  è un esercizio “vizioso”  inutile e dannoso in assoluto. 
Giacché  la caccia non è   un’attività libera e naturale ma una specie di gioco di ripopolamento ed uccisione, un divertimento  sadico e crudele. “Non so qual’è il confine fra l’uomo e gli animali, quali sono i loro reciproci diritti e doveri, qual’è il punto d’incontro della sopravvivenza reciproca, senza causare sconvolgimenti ecologici, non so nulla di questo, mi limito io stesso a sopravvivere, a volte combatto a volte recedo, non mi pongo modelli, sono anch’io un animale che ha bisogno della natura, sono una espressione della natura”. 

Paolo D’Arpini


Porgere l'altra guancia... oppure no?

"Un uomo sano è colui che in ogni momento è capace di rispondere a una situazione con tutta la sua energia
(Alexander Lowen, fondatore della bioenergetica)


Via i mercanti dal tempio


Vorrei sottoporvi una riflessione riguardo ad un concetto che ritengo cruciale e che mi sembra condizioni pesantemente la vita mia e di quelli che mi stanno intorno, tutti come siamo, soggetti all'influenza della cultura cattolica.

Incontro sempre più spesso persone sul cammino della spiritualità che sono supini ad una concezione dell'amore basata sulla rinuncia a se stessi a favore di un presunto (e a mio avviso falso) amore verso il prossimo. 

Amare il prossimo, mi chiedo e vi chiedo, significa che di fronte a fatti e incontri spiacevoli della vita, come ad esempio le tante piccole e grandi ingiustizie che giornalmente incontriamo, dobbiamo fare finta di niente e avere uno sguardo di superiorità e di pietà - finta, ripeto..! - o dobbiamo ascoltare noi stessi, le nostre sensazioni e magari esprimere il nostro pensiero con gli atti dovuti? Deve per forza essere "Mandapurgiù" il motto delle persone consapevoli o spirituali, o possiamo nutrire amore e fiducia nel nostro sentire profondo e affermare la nostra verità.

Vorrei portare degli esempi ma mi sembra più utile capire se questo sia solo un mio trip o se la cosa sia condivisa.
Non sarà che questo concetto cristiano del "porgi l'altra guancia" abbia ingenerato in persone normali (che non hanno lo spessore di una figura come Cristo), processi psicologici masochistici che invitano e perdonare sempre e comunque qualsiasi nefandezza, creando così quello strato di ipocrisia, furbizia e rinuncia ad affermare se stessi che è così tipico del carattere degli italiani?

Per me la via della spiritualità ha come bussola la cura e l'attenzione verso il mio sentire, in qualunque aspetto esso si riveli. E non escludo l'emozione della rabbia, che tendiamo a giudicare sempre negativa e a rimuoverla da noi. A volte il corpo, (e il corpo non mente) ci manda questa emozione di fronte a determinati atti o situazioni. Cosa dovremmo fare? Dirci che stiamo sbagliando e soffocare ogni sensazione in nome dell'amore? 

A me tutto questo pare solo auto repressione, fare del male a noi stessi e alla nostra verità. In una parola desensibilizzarci, altro che Amore.

Nietzsche, ancora più in profondità di Osho ha indagato su questo aspetto centrale e malato della nostra cultura. 

Ritengo che la nostra incapacità di essere persone totali e autentiche abbia in questo aspetto di "buonismo a tutti i costi" il suo vero tumore maligno.
Grazie se vorrete portare un commento con la vostra esperienza personale.


Jalsha  - jalsha@libero.it

Pensieri laici volanti di Jiddu Krishnamurti



"Non serve la conoscenza o l’esperienza per capire noi stessi. Conoscenza ed esperienza non fanno altro che espandere la memoria. La comprensione di noi stessi avviene di momento in momento; accumulare conoscenza su noi stessi ci impedirà di capire quello che siamo, perché questo accumulo diventa il centro che alimenta e dà consistenza al pensiero."


"La verità sopraggiunge come un lampo. La verità è comprensione e sopraggiunge come un lampo; non ha continuità, non appartiene al tempo. Vedetelo con i vostri occhi. La comprensione è fresca, istantanea, non è la continuazione di qualcosa che è stato. Quello che è stato non vi aiuta a capire. Finché cercate la continuità, la permanenza nelle vostre relazioni, nell’amore, in una pace che vorreste durasse per sempre, non vi allontanate dal campo del tempo, perché queste cose non appartengono all’eterno."


"Virtù non è qualcosa che vada coltivata, se è figlia de pensiero, della volontà, se è risultato di repressione, allora non è più virtù. Ma se voi capite il disordine che è nella vostra vita, la confusione, la totale mancanza di senso della vostra esistenza, quando vedete questo con grande chiarezza, non soltanto intellettualmente o a parole, non condannando, non fuggendo, ma osservando questo disordine della vita, allora dalla consapevolezza e dall'osservazione nasce l'ordine, naturalmente, ed è virtù. E' una virtù del tutto diversa da quella della società, rispettabile e sancita dalle religioni con la loro ipocrisia; ed è completamente diversa dalla disciplina auto-imposta."

"Non pensare in un dato modo semplicemente perché la gente pensa così, o perché si tratta di una credenza secolare, o perché così è scritto in qualche libro ritenuto sacro; pensa da te stesso e giudica se la cosa è ragionevole."


"Quando cercate un'autorità che vi conduca alla spiritualità, siete automaticamente costretti a costruirvi intorno un'organizzazione. E creando quell'organizzazione, che pensate vi possa aiutare spiritualmente, vi rinchiudete in una gabbia. Voi pensate che solo certe persone abbiano la chiave del regno della felicità. Nessuno ce l'ha, nessuno ha l'autorità di tenere quella chiave. Quella chiave siete voi stessi e soltanto nell'evoluzione, nella purificazione e nell'incorruttibilità di quel sé, c'è il regno dell’eternità. E per quelli che sono deboli, non ci può essere nessuna organizzazione che li aiuti a trovare la verità, perché la verità è in ciascuno di noi; non è lontana, non è vicina, è eternamente qui. Coloro che realmente desiderano comprendere, che vogliono trovare ciò che è eterno, senza principio né fine, cammineranno insieme con maggior intensità e saranno un pericolo per tutto ciò che non è essenziale, che non è reale, per ciò che è in ombra. E queste persone si concentreranno, diventeranno la fiamma, perché esse comprendono."

Jiddu  Krishnamurti

Lay Spirituality before the seventies of this last century was a non existing term.





I am going to tell you a nice story:

Lay spirituality before the seventies of this last century was a non existing term. It started, by chance, with an intuition by Antonello Palieri during a meeting in Calcata’s “Circolo Vegetariano VV.TT.”, only because we felt the urge of describing a free and spontaneous spiritual approach to life; it was an invented word, depicting a search for self, free of bonds, a natural expression of the “I” looking for his own origin. 

Unfortunately, I discovered recently that this term has been
used for extolling worldly religious spirituality.
That’s a pity…. It is happening because religions and creeds are eager to maintain control over man, doing their best to spoil the natural awe and mystery of life, impressing the need for a savior and the necessity of external help.
Still, lay spirituality is a fact.
For the spiritual accomplished layman there is no time but now, no place but here. The basis for each experience is in consciousness and there is no need for corroboration. No one can give another either salvation or damnation. And truly speaking there is nothing you can do to attain that understanding, it is simply within us.
The only hindrance is ignoring ourselves, believing and following any practice alien to us, in the false hope of getting what we already are.

Freedom from desires and fears, from concepts and separativeness, from stupidity and ignorance. Nothing more is wanted but freedom from any imaginative state different from ourselves, from reality.
Although it is true that everything is made of consciousness, it is also true that there are different densities of consciousness. The most heavy are the separative ones, and religions are of course separative, since they uphold a God, a creation and many separate individual selves. This sense of separativeness from the whole is the only hell, cause of fears and unhealthy states of mind.
Lay spirituality, of course, is also a concept but pointing only to a
present and concrete reality, revealing the tricks of all “cleverly devised religious help”. 

I hope that all sincere laymen may be aware of this bare truth, relinquishing the imaginary, abiding in awareness and presence.
No spirituality for sale or to purchase, no fancies or alien states, no need to overcome or reach. Please understand. Please recognize.

Paolo D’Arpini


Analogico e logico - I due cervelli, quello maschile e quello femminile....



Il cervello si è visto essere formato da due parti collegate tra loro, chiamate emisferi cerebrali: quello sinistro e’ la parte piu’’razionale’, quello destro la parte piu’ sensibile e creativa. (Sperry R., 81; Trimarchi M., 82)
Vediamo meglio cosa dicono i recenti studi scientifici basati su tecnologie, dette ‘Brain imaging’, che permettono di vedere quali parti del cervello si mettono in funzione maggiormente durante certi pensieri, parole e azioni.
Da queste ‘mappe del cervello’ risulta che il pensiero razionale e il linguaggio attivano nella maggior parte dei casi l’emisfero sinistro, che e’ simile a un computer, in quanto accumula i dati delle esperienze in memoria e li ripete su richiesta. La parte destra del cervello e’ attivata dalla musica, dal linguaggio non-verbale, che e’ fatto di intonazioni della voce, sguardi, gesti, mimica facciale, ecc. e dalla creatività, che e’ la combinazione originale di elementi presenti in natura. 
Quindi l’emisfero sinistro memorizza in modo schematico attraverso modelli ripetitivi e categorie rigide e rifiuta quello che non riesce a incasellare in questi schemi. Questo emisfero e’ il piu’ veloce e serve per la sopravvivenza in quanto non si puo’ perdere tempo se si devono dare risposte rapide a stimoli, per es. in auto, in situazioni di rischio per la vita o di pericolo per la salute, il lavoro, ecc. o percepite come tali dall’individuo, questo aspetto e’ piu’ sviluppato in genere negli uomini. L’emisfero destro non ha sviluppato il linguaggio verbale o esso è molto semplice e integra, cioe’ unisce, stimoli diversi in modo non ripetitivo, ma creativo e giusto in quel momento per l’ individuo. 
Tuttavia per fare questo lavoro e’ piu’ lento dell’altro nel dare una risposta. Esso prevale nei bambini, in cui il sinistro non si e’ ancora sviluppato, negli artisti che l’ hanno sviluppato maggiormente, nelle persone sensibili.
Nelle donne si e’ visto che i due emisferi normalmente lavorano insieme, perche’ devono possedere sia la capacita’ di percepire sfumature di emozioni e situazioni per occuparsi dei bambini, che ancora non parlano, sia a volte essere veloce nella risposta, per proteggerli, oltreche’ per difendere se stesse. Questo si ottiene con un maggior numero di fibre che collegano i due emisferi, tramite una parte centrale detta corpo calloso, circa il 20 % piu’ degli uomini, queste cose spesso la scienza per maschilismo le ha finora trascurate.
Tutto questo vale naturalmente in generale, perche’ il cervello e’ anche plasmabile dall’ ambiente a seconda delle circostanze, educazione, decisioni, ecc.
Cosi’ possiamo spiegarci come nelle persone in cui prevale per educazione, ecc. la parte sinistra del cervello la visione delle cose avviene per schemi, modelli, pregiudizi, molto rigidi e resistenti al cambiamento; mentre nelle persone in cui prevale l’emisfero destro la percezione del mondo avviene in modo libero e creativo con apertura al nuovo e al giusto, tuttavia spesso con difficolta’ di adattamento e ipersensibilita’. 
Cio’ spiega anche le difficolta’ di comunicazione tra uomo e donna, tra persone con prevalente raziocinio o sensitivita’, tra bambini e adulti, ecc.
Il condizionamento in psicologia comportamentale e’ considerato una associazione tra uno stimolo neutro e uno piacevole o spiacevole, ripetuti, con una risposta, in seguito, anche di fronte allo stimolo neutro.
Ad es. associazione ‘scuola’ – ‘paura del giudizio’,poi viene ansia anche se si entra in una istituzione simile, come universita’, ministeri, ecc.
Infatti piu’ un pensiero o una abitudine si ripetono, piu’ si rinforzano nel cervello e piu’ tempo e sforzo ci vuole per cambiare schemi diventati automatici e ripetitivi. Per gli anziani, che hanno rinforzato gli schemi avuti da giovani, e’ molto piu’ difficile cambiarli. 
Per questo tutti dovremmo avere pazienza con noi stessi e con gli altri, poiche’ anche con la ‘volonta’ non si puo’ fisiologicamente cambiare a piacimento da un giorno o da un mese all’altro, ma solo gradualmente e con costanza nel tempo.
Ad es. smettere di fumare o bere da un giorno all’ altro o diete drastiche, provocano all’organismo una forte pressione che puo’ sfociare in altri vizi o problemi in seguito, a volte cosi’ forti da non riuscire a controllarli (es. mangiare molto, uso di farmaci, malattie, ansie, ecc.) o anche frustrazione e bisogno di parlare male o rabbia verso chi si concede cose che la persona si e’ proibita con violenza (si tratta quindi di una repressione).
Se si sono formati i condizionamenti nell’infanzia, solo in seguito, quando cresciamo, possiamo, spesso con grande sforzo, decidere di combattere le cattive abitudini che riconosciamo negative per noi e per gli altri, ma solo con ripetuto impegno, con contro-programmi positivi o alternativi e a piccoli passi. 

Ciro Aurigemma, psicologo

“Emulazione nei comportamenti femminili infantili.. e doveri materni”





Ecco, mi tocca. Nella mia mente l’avrò formulato mille volte, ma come ben sapete, verba volant scripta manent. Parlare fra donne di bambine è facilissimo e senza fine, ma scriverne è tutt’altra faccenda.

A grande richiesta vi parlerò quindi finalmente delle moderne
principesse capricciose che a mio avviso sono innanzitutto
multicentriche, autoeducative, mutevoli, accanite osservatrici,
maestrine in erba, curiosissime e nello specifico interessate al mondo
delle relazioni umane.

Per semplificare e per comprensione didattica dobbiamo distinguere le
derivazioni dalla natura umana da quelle di origine culturale (quindi
appresi per educazione). Nella realtà i due aspetti si fertilizzano a
vicenda, quindi sono intimamente intrecciati e non sempre divisibili.

Sia l’uomo che la donna hanno specifici ed innati “compiti di base”
donati per così dire da madre natura, che sono meravigliosamente
complementari se supportati e sviluppati dalle culture.

Così è certamente un fatto bio-logico che le donne sono molto adatte a
custodire i bambini piccoli, visto che pure li sentono crescere sotto
il loro cuore per 9 mesi; da lì si è generata per esempio la capacità
di una certa passività (indispensabile per l’ascolto) e quella di
attesa (pazienza), come pure la facoltà di entrare in empatia con
grande facilità, nel bene (ad esempio per intuire perchè piange un
neonato) come nel male (soffrire e assorbire ogni genere di emozione
che passa per esempio dalla televisione).

Le culture umane di tutti tempi, da nord a sud, da est ad ovest sono
in fondo esempi più o meno riusciti di riconoscere (consapevolezza) e
coltivare (amare) questa meravigliosa matrice umana complementare.

Immaginate per un attimo una tribù di uomini e donne ai tempi delle
caverne, o se preferite andare un po’ più avanti nel tempo, già
contadini e coltivatori delle terre.

Gli uomini a caccia, o sui campi o presi da qualche costruzione o
occupati in qualche conflitto di territorio (guerre), e le donne che
si occupano del resto: gravidanza, parto, allattamento, accudire i
bambini di varie età, cercare il cibo vegetale e trasformarlo,
scambiare merce (a quale donna non piace girare per i mercati?),
scambiare nozioni utili (qui serve la curiosità) produrre il vestiario
(conciare, tessere, rammendare), occuparsi dei feriti e dei malati
(attraverso la conoscenza delle piante e altri rimedi curativi),
insegnare alla prole, coltivare il bello, ballare, cantare. Il tutto
quasi sempre insieme, in gruppo, perché le donne cantavano sempre
mentre svolgevano i compiti quotidiani spesso pesantissimi e faticosi,
per alleggerire la fatica e condividere e perfino per descrivere ai
posteri i lavori svolti. Poi se necessario aiutavano pure durante la
caccia e nelle guerre. Vi pare poco?

Dopo questo bell’elenco di funzioni potete senz’altro intuire il senso
bio-logico della curiosità multicentrica o multiforme delle vostre
bambine. Assorbono praticamente tutto a mo’ di radar. Qualsiasi cosa
sembra di loro interesse, della serie “non si sa mai dovesse servirmi
un domani”. Se ad esempio avete perso una chiavetta in casa state
sicuri che la troverà la vostra bimba di 4 anni e non il fratello
maschio di 12 anni (che trova invece tutti oggetti di suo interesse:
grandi, pesanti, e… pericolosi).

Metaforicamente il genere donna è rappresentabile dall’elemento acqua;
assorbe tutto, mette in relazione tutto, memorizza quasi tutto e per
sempre (ricordate le recenti conferme sulla memoria dell’acqua?) si
adatta a qualsiasi recipiente, e quando decide e vuole assolutamente
qualcosa si comporta come l’onda che sbatte contro la roccia (magari
un povero marito) e infine se la mangia pian piano, la roccia
ovviamente, e magari ottiene ciò che vuole (il divano in pelle da 3
mila euro) oppure si trasforma in tsunami che fa tabula rasa (quando
volano i piatti per esempio); come pure può sembrare un tranquillo
lago accogliente o un ruscello allegro quando è beatamente innamorata.

Una bambina che cresce in campagna con 5 maschi si trasforma
facilmente nel sesto maschietto (capacità di adattamento), mentre un
maschio che cresce con 10 bambine diventerà difficilmente una femmina.
Principio rigido di qua, principio elastico di là.

Interessanti studi su bambini di 3-4 anni rivelano che la stessa
storiella viene raccontato in maniera molto differente dai maschietti
e dalle femminucce: il maschio riporta soprattutto i fatti, tipo “il
brigante forte, armato fin sotto i denti ha rubato cento sacchi
strapieni di monete d’oro”, mentre le bambine si occupano maggiormente
delle relazioni e problematiche sociali della favola: “il brigante era
nato in una famiglia povera quindi rubava ai signori ricchi per dare i
soldini ai più poveri”.

Altri studi rivelano che il maschio è prevalentemente un’essere
visivo, mentre le donne (quindi pure le bambine) sono prevalentemente
uditive. Pensate ad esempio alla forza che producono complimenti anche
piccoli su noi donne: semplicemente non ci stanchiamo mai a sentirci
dire che il passato di verdure è squisito, mentre per l’uomo vale più
la regola: “è sufficiente dirlo una volta per tutte”.

Esperimenti hanno anche dimostrato che bambine di pochi mesi possono
già osservare un volto umano per molto tempo, mentre i maschietti
preferiscono seguire oggetti/soggetti in movimento (macchinina,
animale, aspirapolvere). In effetti prima di leggere per caso di
queste ricerche avevo notato da tempo che bambine anche piccolissime
mi fissavano quasi volessero farmi una radiografia.

Nel post sui maschi vi ho fatto notare che le mamme delle bambine sono
spesso a terra con i nervi (e quelle dei maschietti sono a terra
fisicamente); spero che ora vi sia chiaro il motivo: la mamma è una
sorta di punching ball, giusto per fare qualche esercitazione sul
concetto delle relazioni umane.
Spesso la mamma è purtroppo l’unica femmina nei paraggi per lunghi
periodi, quindi tocca quotidianamente a lei il ruolo di
training-partner; a scuola arrivano poi finalmente le amichette, con
tutti gli alti e bassi della questione.

Invece basterebbe mettere le bambine nella condizione di stare con
tante donne di tutte le età (un po’ come nei popoli primordiali) e il
problema si spalmerebbe democraticamente su più donne. Purtroppo
oggigiorno molte donne di riferimento sono i personaggi che popolano
la televisione! Ogni telenovela diventa palestra per
assorbire/apprendere comportamenti femminili culturali
discutibilissimi(e qui non mi addentro!) e qui ahimé casca l’asino: in
televisione troviamo spesso il peggio del peggio: invidia, tradimento,
pettegolezzo, falsità, bugie, vendette, protagonismo… sono proprio
finiti i tempi alla pippicalzelunghe dove la forza d’animo,
l’intelligenza creativa, la lealtà e la ricerca della verità erano i
protagonisti.

Ricordatevi: le bambine sono affamate di ogni tipo di relazione
sociale e assorbono come spugne secche; la televisione sputa sempre
qualche disgustosa pappa pronta per il popolo femminile affamato di
relazioni. Aggiungiamo poi nonne, zie, insegnanti e mamme ansiose (in
perenne empatia con le tragiche faccende che succedono nel
pericolosissimo mondo, pronte per essere raccontate con tanto di
empatia colorata alle amiche e vicine di casa).

Ma dove sono le nonne, le zie e le mamme toste che non hanno paura di
nessuno, del sindaco, del poliziotto, del ladruncolo, o del cane che
vuole rubare le galline. Gli esempi autorevoli insomma! Troppe donne
(grazie ad un preciso e sofisticato marketing) si sono trasformate in
noiosi pappagalli ansiosi.

Andiamo vedere nei paesi poveri: chi manda avanti quotidianamente la
baracca (famiglia, cibo, istruzione, a volte la nuda sopravvivenza)
mentre molti/troppi dei maschi bevono, si drogano, giocano a dadi o
peggio nelle guerriglie di turno?
Scusate questo sfogo emozionale, sono disposta a discuterne; ma siamo
messi ancora male e urge un netto cambio di rotta.

Alle bambine in crescita servono assolutamente esempi reali di
coalizione femminile, di coraggio, di etica sociale, e non fiocchi
rosa, scarpine firmate con i tacchi, unghie laccate e pettegolezzi.

Non mi sono purtroppo soffermata sulla capacità di autoeducazione (ci
sono tanti esempi storici) e la mania di fare la maestrina a chiunque
si presta (bimbi piccoli, coetanei imbranati, perfino adulti);
ovviamente sono caratteristiche utili per svolgere al meglio i ruoli
biologici futuri.

In questo senso mi preme invece offrirvi un piccolo consiglio:
smettiamo di cercare di educare i nostri mariti e partner: non sono
più bambini, anche se magari lo crediamo (veramente una pessima e
diffusa abitudine). I risultati, rispetto all’impegno che profondiamo,
sono irrilevanti e non otteniamo altro che una decisa perdita di
tempo. Meglio educare noi stesse.

Cosa possiamo fare allora? Come incanalare al meglio tutte questo mix
di caratteristiche femminili?

Il mio parere è che dobbiamo partire dalle madri, che sono sempre e
comunque il primo riferimento per ogni bambina. Ecco i miei consigli
alle mamme:

•Fate quindi qualche cosa per voi stesse: un corso di danza del
ventre, arti marziali, canto, cucina consapevole (leggete il pasto
nudo!), pittura o cucito;
•Fate più attenzione a come vi esprimete. Le vostre figlie assorbono
il vostro modus parlandi: se brontolate quando fate le pulizie, anche
loro da grandi faranno lo stesso. Mettete su piuttosto una bella
musica e ballate con l’aspirapolvere (proprio qui inizia
l’autoeducazione);
•Imparate qualchecosa sull’agricoltura, iniziate magari con le piante
aromatiche e le piante medicinali: coltivatele sul terrazzo. Prendete
dei libri e studiate. Le vostre figlie vi guarderanno incuriosite e vi
imiteranno;
•Fate gruppo con altre donne, care mamme; o mandate le vostre figlie
da qualche nonna ancora in gamba, e se non c’è, da qualche bella
signora che ancora ragiona con la propria testa, magari per imparare
l’uncinetto o altre arti e abilità come il lavoro della creta. Oppure
unitevi insieme, cercate una brava insegnante e varate dei piccoli
laboratori creativi di cucina, pittura, cucito, canto, scrittura,
ballo etnico;
•Fate escursioni in piccoli gruppi; osservate la natura, imparate i
nomi dei fiori e degli alberi, autoinsegnatevi quello che la scuola
tralascia;
•Cominciate a interessarvi bene di come e cosa mangiano i vostri figli
a scuola. Non mandate giù ogni assurdità. Inserite il cervello,
cercate di comprendere quale regola è veramente utile. Se per esempio
è proibito festeggiare il compleanno a scuola con una bella torta
fatta a casa vostra chiedetevi *per chi* è stata stabilita quella
regola! Poi inventate una soluzione.
In Germania tutti fanno le torte a casa e poi le portano a scuola o
alle feste in strada, e negli alberghi, quelli giusti, trovate i
barattoloni con le marmellate preparate dalla padrona di casa, e pure
le sue torte e crostate, come foste a casa vostra. A me non risultano
vittime di tale *terribile pratica*. Mi viene male se penso a tutte
quelle vaschette di alluminio che si consumano in Italia negli
alberghi e tutte quelle terribili brioches confezionate, il latte UHT
perfino negli alberghi a 4 stelle. Le vostre figlie daranno le stesse
cose ai loro figli se voi non date qualche segnale di disappunto. Se
mostrate coraggio lo insegnate alle vostre figlie (e ai vostri figli);
•I gruppi di teatro sono ottimi: lì il cambio di ruolo è pane
quotidiano e diventa istruttivo. In casa tenete un baule con vecchi
vestiti e costumi (magari autoprodotti), cappelli e ombrelli per i
travestimenti e i giochi di ruolo;
•Attenzione ai libri che scegliete; anche i cartoni, i film
pomeridiani, le telenovele sono strapiene di modelli veramente
negativi per le bambine. A me piacciono molto i libri di Michael Ende;
•Le bambine amano moltissimo le parole: fategli scrivere 100 o più
parole su tanti fogliettini, e poi metteteli in una scatola/cappello.
Si pescano 4-5 parole a caso, poi si crea una storia, una filastrocca,
una poesia. Questo gioco è divertente pure per i grandi;
•Interessatevi di calligrafia: una pratica meravigliosa. Qui
un’indirizzo veramente utile, bello, istruttivo e creativo. Ho fatto
diversi corsi con la bravissima Monica Dengo e la calligrafia mi ha
arricchito moltissimo;
•Se riuscite e avete i mezzi avvicinate le bambine alla musica; canto
in gruppo, uno strumento, frequentate il teatro per ragazzi; ci sono
belle tante cose in giro.
Molti di questi consigli vanno benissimo anche per i maschi,
soprattutto il teatro e la musica, due delle arti umane nobili ed
intramontabili.

Allora? Siete arrivati fino in fondo!?
Grazie per aver letto il papiro. Un articolo molto lungo, ma non avevo
voglia di spezzarlo in due, e non avrei nemmeno saputo stringerlo. Mi
affiora la consapevolezza che ci sarebbe ancora moltissimo da dire…
sarà perché sono una donna!

Sabine Eck