Rispettare non solo gli esseri viventi ma anche le cose...

 


Un viaggiatore molto colto, un giorno si recò in visita da un famoso fachiro.

Per qualche ragione l’uomo era sconvolto, probabilmente a causa di un viaggio difficile, e con rabbia si slacciò i lacci delle scarpe, gettò le scarpe in un angolo e aprì la porta con un tonfo pesante.

Un uomo arrabbiato si toglie le scarpe come se fossero il suo peggior nemico. E si avvicina persino a una porta come se ci fosse una grande ostilità tra lui e la porta.

L’uomo spalancò la porta, entrò e offrì i suoi omaggi al fachiro.

Il fachiro disse: “No, non accetto i tuoi omaggi. Prima vai a chiedere scusa alla porta e alle scarpe”.

“Che ti prende?” chiese l’uomo. “Chiedere scusa a una porta? E a un paio di scarpe? Perché? Sono forse vivi?”.

Il fachiro rispose: “Non l’hai preso in considerazione quando hai sfogato la tua rabbia su quegli oggetti inanimati. Hai buttato le scarpe come se fossero colpevoli di qualcosa e hai aperto la porta come se fosse il tuo peggior nemico. Se sei in grado di riconoscere la loro individualità sfogando la tua rabbia su di loro, dovresti anche essere pronto a chieder loro perdono. Per favore, vai e offri loro le tue scuse. Altrimenti, non sono propenso a continuare questo colloquio con te”.

Il viaggiatore pensò che, dopo tutta la strada percorsa per incontrare questo illustre fachiro, sarebbe stato ridicolo concludere la conversazione su una questione così banale, quindi si avvicinò alle scarpe e con le mani giunte disse: “Amiche mie, perdonate la mia insolenza”. E alla porta disse: “Scusa. È stato un errore spingerti con così tanta rabbia”.

Che momento per il viaggiatore!

Osho

Tratto da: Dal sesso all’eros cosmico

Ominazione e clima - Come una modificazione dell'ambiente fece nascere l'uomo...


Risultati immagini per rift valley e ominazione


Fu un grande e gigantesco evento climatico, che colpì l’Africa orientale, a trasformare il piccolo Australopithecus in ominide e poi in uomo. Circa 8 milioni di anni fa iniziò la formazione della Rift Valley (spaccatura tettonica che va dal Mar Rosso fino allo Zambia per circa 3.500 Km ) che condannò la grande foresta pluviale dell’Africa orientale alla riduzione. 

In quel vastissimo territorio l’evento tettonico modificò l’andamento dei venti, causando una irreversibile crisi climatica: cessarono le regolari stagioni delle  piogge. Lentamente ma inesorabilmente la foresta lasciò il passo alla savana. I piccoli primati, gli australopitechi che vivevano quasi esclusivamente sugli alberi, lontani dai grandi predatori come le tigri dai denti a sciabola, gli orsi, i leoni e altri mammiferi carnivori, dovettero scendere a terra e ingegnarsi per sopravvivere. 


Ci riuscirono e avviarono quella che è definita “la fase dell’ominazione”. Gaia, (Il nostro pianeta visto come “un’entità suprema”) ebbe pietà di questo esserino e l’aiutò a superare i rischi della savana. Passarono milioni di anni e l’australopithecus si trasformò in ominide, prima in Homo Habilis, poi in Homo Erectus e infine 200/150 mila anni fa in Homo Sapiens – Naeanderthalensis. 

In quel periodo i nostri avi erano raccoglitori e cacciatori. Si muovevano in gruppi di 10, 20 individui alla ricerca del cibo, seguendo gli spostamenti di grandi branchi di animali da cacciare. Purtroppo l’ultima grande glaciazione era ancora attiva e ciò comportò nelle zone non coperte dai ghiacci scarsezza di precipitazioni meteoriche. Poca acqua, vegetazione in forte stress, difficoltà di reperimento di cibo. A causa di ciò 70 mila anni fa l’uomo corse il reale rischio d’estinzione, ridotto com’era a poco più di 2000 individui. 

Mentre un evento climatico iniziato più di 8 milioni di anni fa aveva sancito la nascita dell’uomo, ora un altro evento climatico ne minaccia la sopravvivenza. Una grande occasione persa per Gaia che avrebbe, con un sol colpo, eliminato il suo peggiore parassita. Ma ancora una volta “qualcuno” ebbe pietà per gli uomini e così gli si consentì di riprendersi e moltiplicarsi fino a raggiungere oggi l’impressionante numero di oltre 8 miliardi e mezzo di individui. 

Ennio la Malfa




Perché Marte non ha più un'atmosfera...?



Dalle foto trasmesse dalla sonda Curiosity si sono viste pietre conficcate nei presunti letti di fiumi non appartenenti alla tipologia geologica dell'area controllata. La conclusione ovvia è che sono state trasportate, come per i nostri ciottoli di fiume, da regioni più lontane e geologiche diverse e rimaste incastrate più a valle negli anfratti dei corsi d'acqua.
Quindi Marte aveva un'atmosfera, acqua, vegetazione e qualche forma di vita.
Ma cosa può essere accaduto?
Perché Marte si è trasformato in un pianeta inospitale?
Secondo alcuni astronomi diversi milioni di anni fa (forse) l'atmosfera del pianeta rosso fu "strappata" dall'attrazione di un qualche gigantesco corpo celeste che, transitandogli vicino, con la sua attrazione ha sconvolto il pianeta riducendolo allo stato attuale.
Basandosi su questa tesi allora torna in mente il pianeta X o Nibiru, il misterioso pianeta extra sistema solare che ogni tanto (migliaia di anni) dovrebbe entrare nel nostro sistema solare determinando scompigli nelle orbite dei pianeti.
Per alcuni scienziati la famosa cintura di asteroidi tra Marte e Giove sarebbe la testimonianza di un catastrofico scontro tra qualche satellite del pianeta X e un pianeta del nostro sistema solare. Gli stessi satelliti di Marte, Demos e Phobos, sono un'anomalia che tra qualche secolo finirà per concludersi drammaticamente sul pianeta.
Si pensa infatti che nel tragico avvicinamento di questo gigantesco pianeta questi due grandi "sassi" siano rimasti imprigionati dall'attrazione marziana e che ora pian piano stiano precipitando verso il pianeta rosso. Phobos misura appena 13,5 x 10,8 x 9,4 km.
Insomma la storia del nostro sistema solare è tutt'altro che scontata, ci sono stati nei miliardi di anni eventi sconvolgenti e ancora inspiegabili, tra questi Urano che a differenza di tutti gli altri pianeti che hanno il proprio asse quasi perpendicolare al piano dell'orbita intorno al Sole, quello di questo gigante gassoso è invece quasi parallelo, mostrando al Sole non l'equatore ma i propri poli. Oltre a ciò Urano ruota nel verso opposto rispetto a tutti gli altri pianeti, ad eccezione di Venere (altro mistero!).
Per alcuni questa può essere la dimostrazione che esiste un'altra stella (una nana bruna), sorella del nostro Sole che ogni tanto (milioni di anni) fa transitare i propri pianeti all'interno del nostro sistema in maniera perpendicolare al piano delle nostre orbite, creando scompiglio e disastri. Urano e forse anche Venere dimostrerebbero che in questo "mischiar le carte" alcuni pianeti della "sorella" del nostro Sole sarebbero rimasti imprigionati nel nostro sistema ed altri invece persi nell'altro sistema solare.
Nibiru (o il pianeta X) farebbe parte di questa ipotetica stella nana bruna battezzata Nemesi. Secondo la traduzione delle tavolette sumere ( datate 1.500 a.C. ) avvenuta tra il 1972 e il 1998, esisterebbe un grande pianeta, battezzato dai sumeri proprio Nibiru che ogni 4000 anni circa verrebbe a "farci visita". Nibiru nell'antica lingua preaccadica vuol dire attraversamento, rappresentato simbolicamente come una croce. Le braccia più piccole della croce rappresenterebbero il nostro sistema solare e la parte perpendicolare più lunga Nibiru.
Quindi se dovesse veramente avvicinarsi Nemesi con i suoi pianeti, Nibiru compreso, sarebbe inizialmente visibile nei cieli dei nostri poli e in particolare, per alcuni "fantastudiosi", dal Polo Sud. A questo punto viene spontaneo chiedersi, perché il Vaticano ha investito con la NASA ingenti somme per costruire un osservatorio astronomico proprio in Antartide?
Forse ci si nasconde qualche verità scottante? I grandi rifugi costruiti da poco sottoterra in molte nazioni della Terra hanno forse un collegamento con qualche evento astronomico in arrivo? Ma noi siamo poveri mortali e non ci è dato di sapere!
Ennio La Malfa



"L'Eresia di Giordano Bruno e l'Eternità del Genere Umano" di Giuliana Conforto - Recensione



 L'eresia di Giordano Bruno anticipa le cause del cambio che ci sta coinvolgendo.

Non è un cambio climatico e non è da temere. È la Renovatio Mundi, la rivelazione che questo mondo è una realtà virtuale, dipendente da convinzioni false e un'illusione ottica sempre testimoniata dagli "eretici".
Il cambio è la rivelazione di ciò che inquina le menti umane: l'idea della divisione tra Uomo e Universo e l'ignoranza delle proprie origini che non sono perdute in un passato remoto, ma nascoste dal nostro credo in un unico tempo, utile a calcolare i profitti dei pochi e i debiti dei tanti.

La lingua degli astri è musica e Canto, afferma il grande eretico e confermano scoperte poco note. Gli infiniti mondi intelligenti sono uniti dalla Vita Cosmica, l'Opera con infiniti tempi, nascosti dal campo magnetico terrestre che sta diminuendo in modo repentino.

Ci stiamo liberando dal colossale inganno: il credo in un "sapere" funzionale al potere temporale.È il Ritorno all'Età dell'Oro.

Per Giuliana Conforto, Giordano Bruno è quasi un familiare. Suo padre Giorgio era direttore della rivista "La Ragione” ispirata al pensiero del grande saggio e quindi sin da bambina ha assimilato quelle idee audaci che poi ha ritrovato in scoperte scientifiche poco diffuse oppure inquadrate nella logica consueta.
È la tirannia che domina questo mondo e vincola tutti al suo inesorabile procedere: il nostro stesso credo nella linearità del tempo. L'autrice qui lo esamina mettendo in luce il dramma delle menti che la subiscono senza indagare se il credo è valido o meno.

Con una ricerca trasversale che comprende fisica e biologia, astrofisica e geofisica, l'autrice si concentra sul ruolo cruciale dell'Uomo e della sua Mente Superiore che non ha bisogno del dio inverosimile delle religioni né dei timori infondati delle scienze.

In un mondo afflitto da memoria breve e da conflitti di ogni tipo, urge la trasparenza alla Memoria Genetica e alla Sua eternità che si riflette in quella del genere umano in un'evoluzione imminente che il potere nasconde e cerca di evitare... inutilmente.


In memoria di Giordano Bruno, martire del libero pensiero,  condannato al rogo  dalla "santa" inquisizione cattolica  il 17 febbraio 1600


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Sull'autrice del libro: 

Giuliana Conforto, nata come astrofisica, ha spaziato varie discipline scientifiche e fondato una nuova scienza che comprende la co-scienza dell'osservatore. E' la Fisica Organica che collega anche le recenti scoperte ad effetti fisici e psichici, già suggeriti dai grandi miti e saggi della storia, quali Socrate, Pitagora, Giordano Bruno, etc. Ha viaggiato e conosciuto varie realtà. Ha insegnato Meccanica Analitica all'Universidad de Los Andes, in Venezuela, e poi, all'Università di Calabria, in Italia. Ha insegnato fisica quantica all'Università dell'Aquila e fisica classica nelle scuole superiori. Ha lasciato l'insegnamento della fisica per dedicarsi alla sua ricerca preferita, la filosofia ermetica e la scoperta di sé. Questa ricerca ha compiuto un balzo di qualità quando ha incontrato la possibilità concreta di percorrere la "via", ovvero l'alchimia di cui ha scoperto il significato pratico e le conseguenze sul piano individuale e sociale; questo profila l'evoluzione genetica dell'essere umano, l'uso cosciente delle proprie risorse interiori, una prossima e repentina evoluzione della Terra, una "catastrofe" solo per il potere al quale tutti si inchinano: una conoscenza che alimenta il grande inganno ed ignora il significato della Vita. Giuliana Conforto applica un antico metodo che consente la cognizione diretta. Le scoperte più recenti sono: il Sole o Cristallo al centro della Terra e i vari mondi terreni di cui possiamo essere partecipi e che spiegano la nostra umana immortalità. Con questo contribuisce all'emergere di una società organica capace di usare l'infinita risorsa, la creatività finora repressa, e di coniugare la libertà individuale con l'armonia collettiva.



Calcata. Il vero paese con tutti i suoi abitanti non compare mai mentre il teatrino “Calcata” con i suoi teatranti è sempre presente! Ecco il melodramma mediatico di un borgo che c’è e non c’è….

 

Retro della chiesa di Calcata Nuova realizzata da Paolo Portoghesi

“Molto bella davvero Calcata. Pensavo che un posto simile esistesse solo nelle favole… invece è qui in Italia”. (*) Questo l'inizio del commento ricevuto da una persona di Torino che ha assistito alla trasmissione di Rai 1. Prendo lo spunto da questa trasmissione per aggiungere una nuova pagina al mio diario "Riciclaggio della Memoria".

Un giorno d'inverno, nel mio ultimo anno a Calcata, mi sono alzato presto e malgrado il freddo pungente, seguendo l’ispirazione ricevuta in sogno, mi sono affrettato ad aprire gli sbarramenti che costringevano la maiala vietnamita, Piggy, salvata dal macello e mia ospite da parecchio tempo, entro un piccolo mandriolo con grottone annesso. Nel corso del tempo ho fatto vari esperimenti con lei, lasciandola a volte libera ed a volte rinchiudendola nella sua grotta, non è facile tenere una bestia dalle abitudini così grezze… se troppo libera si allarga e fa danni se troppo chiusa si intristisce ed intristisce. Stavolta credo d’aver trovato una soluzione, ho circoscritto un bel pezzo del Tempio della Spiritualità della Natura con sbarramenti di porte vecchie e bancali smessi. Nel complesso il terreno adesso a sua disposizione è sufficiente per avere la sensazione di autonomia di movimento senza lasciarle campo libero ad libitum. Una forma mediana  di libertà condizionata…


Questa libertà condizionata dovrebbe essere un modello applicabile anche a certi sderenati di Calcata vecchia i quali, inneggiando alla libera espressione, non si peritano di far danni e vandalismi al paese, né di deturparlo con la loro immondizia sparsa ovunque. “Siccome il comune non pulisce adeguatamente noi sporchiamo ancora di più per dimostrare che il paese non è curato dall’amministrazione”. Questa la filosofia  di questi malnati che si auto-definiscono “anarchici” ed anche “difensori dei derelitti”.

Poveri derelitti… non sanno ancora quale karma li attende!

Ma vengo alla cronaca. Ancora una volta davanti al cappuccino bollente al baretto di Calcata Nuova, la  moglie del proprietario arriva con il giornale e me lo poggia sul tavolino commentando: “Allora ti sei messo a fare l’attore…” ed io pensando che si riferisce alla commedia che stiamo recitando al Teatro Cinabro (https://paolodarpini.blogspot.com/2024/02/stavolta-vi-racconto-una-storia-zen.html) mugugno un “Ah sei venuta a vederci?” - E lei: "No, ho visto che stavi in televisione ieri mattina, c’era Marejcke che ha detto che il Granarone è di tutti i calcatesi (mormorando subito appresso fra i denti… sì quando muore ce lo andiamo a riprendere...), c’era Annamaria la napoletana e c’eri tu, con un maglione rosso, che parlavi…”.


Allora mi sono ricordato della trasmissione che la Rai era venuta a girare sul borgo ed alla lunga intervista sulla sacralità della natura che mi aveva fatto il presentatore. Siccome  però vedo che la moglie del barista sembra offesa chiedo: “Ma non hanno ripreso anche qui?” – “Macchè –è la sua pronta e dolente risposta- qui a Calcata Nuova non ci sono neanche saliti…” Ed io controbatto, guarda che li ho mandati su a riprendere i santi… ”.  Lei ci pensa un po’ e poi conferma “Sì, i santi li hanno ripresi ma solo per un attimo e di Calcata Nuova non si vede nulla,  è come se non esistesse…”.

Ecco la nota dolente, i calcatesi originari (che si son dovuti  trasferire nel nuovo centro, per una iniqua legge su ipotetici  rischi sismici) si sentono ancora defraudati dell’esistenza e della considerazione, per loro non viene mai la Tv né i giornali ne parlano, tutti si interessano solo di Calcata vecchia “che abbiamo dovuto  abbandonare  e dove ora  stanno gli sderenati!” insiste la moglie del barista.  (Vedi anche: https://viverealtrimenti.com/calcata/)

Che posso farci, capisco dal punto di vista umano e sociale questo sentimento ma, non sapendo come  dimostrare la mia solidarietà, cambio discorso e chiedo notizie sul concerto della Banda diretta dal maestro Parretti, previsto per il 5 gennaio, e mi viene risposto con sufficienza “Guarda lì fuori sul manifesto del Comune…”.

Così esco e consapevole della sua (e loro) delusione per il continuo disinteresse dei media per  la comunità del paese nuovo, mi dirigo verso il droghiere-tabaccaio-giornalaio per spulciare qualche ultima notizia su altri giornali locali e provvedere all’acquisto di pane ed acqua. E qui il tabaccaio, un amico, mi informa dell’ultima tragedia di Calcata nuova. “Lo sai che hanno avvelenato tre cagnolini qui in Via Lazio? E’ successo proprio ieri e la mia cagnetta, che era uscita solo un attimo per fare i bisogni, sono riuscito a salvarla per miracolo”. – “Ma come è possibile? –faccio io- Qui ci sono solo cagnolini piccolissimi, che fastidio potevano dare?” – “Ah non lo so, so solo che è la seconda volta in breve tempo che accade ed è proprio una vergogna, tra l’altro questi bocconi avvelenati messi qui vicino ai giardinetti comunali potevano essere un rischio anche per i bambini”. Che posso dire od aggiungere se non un mesto “Mi dispiace!”...?.

Penso a Calcata vecchia dove di cani randagi  liberi e grossi (e pure a volte pericolosi) ce ne sono diversi, vanno a pasteggiare ai traboccanti secchioni ripieni di rifiuti alimentari dei ristorantini caratteristici del borgo. Ma da anni a Calcata vecchia non hanno più buttato polpette avvelenate “perché tanto lì ci sono solo cani e porci e lasciali così al loro destino” dicono alcuni detrattori della realtà sociale del paese vecchio.

Allora perché la Rai è venuta a riprendere il borgo, definito il paese degli artisti? E perché in tutta Italia credono che questo sia un “paese ideale”? E perché il mio discorso sulla natura e sulle tradizioni arcaiche viene travisato in un generico riferimento alla “magia di Calcata”? E perché non possiamo essere, noi tutti calcatesi, una comunità normale con sentimenti condivisi di solidarietà umana, ma solo un paese vuoto di valori ma traboccante di significati finti e fumosi?

Ecco il destino crudele di una comunità che esiste e non esiste, che attira i riflettori ma la sostanza vera non viene mai illuminata… se non in rari casi di cronaca, come questo ad esempio e mi si perdoni l’ardire…!

Paolo D’Arpini



(*) - Commento menzionato: “Avevo acceso la televisione alle 8 circa. La puntata è passata intorno alle 8,20. Mi sono precipitata a mettere la cassetta nel video registratore! E’ stata tagliata un poco. Ma il borgo è ben visibile. Sembrava essere in primavera! Col verde che lo circonda. Hanno parlato degli artisti che qui hanno trovato una casa per poter esprimere la loro creatività. Hanno intervistato una signora che fa le statue del presepio, un personaggio per anno. Poi c’è uno scorcio dell’associazione Apai, ma velocissima… C’è anche un'intervista con Paolo D'Arpini, fondatore del Circolo Vegetariano. Egli parla appunto di Calcata come di un centro “spirituale ed ecologista”. Ed infine una signora  fa da finale all’intervista e alla visita della troupe di Rai 1. E’ così? Doveva esserci qualcosa di più?” (5 gennaio 2009).


Destino concluso o libero arbitrio?

 


Ci si pone una domanda, da dove sorge? Diamo una risposta da dove è venuta? Ora, ad esempio, son qui che mi interrogo sulla realtà del manifestarsi della nostra vita. Essa è compiuta da un insieme di forze ed elementi congiunti che si combinano secondo loro leggi, o dettami del caso, oppure è il risultato di un agire volontario che cerca in tutti i modi di forgiarne forma e contenuti? Questo investigare è alla base di ogni concettualizzazione ed azione fisica o metafisica… Nel tentativo di capire la natura del nostro pensare ed agire si sono già interrogati gli uomini che ci hanno preceduto e sarà così per quelli a venire. E la risposta?

Questo testo, ad esempio, che io sto scrivendo e che tu leggi (presupponendo che qualcuno lo legga...) da dove nasce? Le idee in esso contenute come hanno potuto affiorate nella mente, come sono condivise e comprese dall’ipotetico lettore? Il lettore comprende la tematica quindi significa che egualmente si è posto il dilemma… In ogni caso è codesto scritto il risultato di una libera scelta, un elaborato con un intento preciso, derivante da un processo volontario, da una decisione di mettere in atto l’azione del pensare e dello scrivere? O piuttosto è conseguenza di una serie di impulsi auto-generati che si uniscono sino a formulare quest’articolo?

Seguendo un ipotetico processo razionale, di primo acchitto, sarei portato a rispondere che sì, questo scritto è frutto della mia decisione, è il risultato di un mio personale ingegno compositorio che prende questa forma descrittiva, impiegando le figure di un ragionamento filosofico…

No, non ne sono sicuro… Non ne sono sicuro perché “capisco” od intuisco che il mio ragionamento è definibile solo dopo che spontaneamente e senza alcuna intenzione da parte mia è apparso nella mia mente. E’ “apparso” e da dove? Il meccanismo della comparsa dei pensieri è un aspetto sconosciuto ed in conoscibile, essi sorgono da un non si sa dove…. Solo in seguito al loro presentarsi dinnanzi alla nostra coscienza possiamo affermare “ho pensato a questo…”. Insomma facciamo nostri i pensieri dopo che ci son venuti incontro dal nulla, li possediamo come qualsiasi altro oggetto che chiamiamo nostro (pur essendo in realtà della terra)… ed allora il senso del possesso è solo indicazione continuata d’uso, un uso comunque limitato nel tempo e nella qualità del suo godimento… Ogni cosa che definiamo “nostra” o nella quale ci identifichiamo, come “il mio corpo” -ad esempio- o “la mia mente” è in verità nostra solo per una consuetudine di impiego e di presenza. Quando sogniamo siamo avvezzi ad identificarci con uno dei personaggi del sogno e percepiamo questo personaggio come un “me” che si rapporta con altri personaggi operanti in un mondo, tutto il sogno in realtà si presenta davanti alla nostra coscienza e su di esso non abbiamo alcun controllo operativo, anche se, come nello stato di veglia, riteniamo di agire con uno scopo, ottenendo risultati oppure fallendo nell’ottenerli.

Dico “come nella stato di veglia” per inserire una rapida analogia comparativa con la realtà del nostro operare da svegli… Chiamiamo il nostro agire nel mondo il risultato di un libero arbitrio e ce ne facciamo, di fronte a noi stessi ed agli altri (esattamente come nel sogno), responsabili, accettiamo lo sforzo del tentativo di raggiungere uno scopo, ci sentiamo frustrati se falliamo nel conseguimento, consideriamo che le nostre azioni sono legate ad un processo di causa ed effetto, ci arabattiamo nel cercare di prefigurarci un fine, per poi eventualmente pentirci e cercare il suo contrario.

Le religioni hanno utilizzato questo processo del divenire e dell’instabilità della mente e del desiderio di un risultato (immaginato come stabile e definitivo ma vano) per ordinare la vita di ognuno in termini di “responsabilità diretta” con successivo premio finale in veste d’inferno o di paradiso.

Nel dualismo religioso, sociale, o ideologico, nella separazione dal Tutto, l’unica cosa che si può fare è cercare di ottenere buoni risultati utilizzando la propria volontà, da noi definita libera scelta, illudendoci così di pervenire a qualche esito che ingenuamente definiamo la “risposta” alla nostra ricerca materiale e spirituale. Premio e castigo sono nelle nostre mani… e con questo peso sul groppone “commerciamo” e “speculiamo” con e su Dio –se crediamo il lui- oppure con la Natura e le leggi della giungla –se siamo atei materialisti- oppure facciamo come i superstiziosi che dicono “non è vero … ma ci credo!” finendo un po’ di qua ed un po’ di là della barricata immaginaria, o magari, come spesso avviene alla maggioranza di noi, cercando tout court di dimenticare il problema immergendoci nella soddisfazione delle esigenze e necessità quotidiane.

Ma l’enigma ritorna…. È un qualcosa di sconosciuto ed in conoscibile che torna a perseguitarci… Alla fine diamo la colpa agli Dei ed alla forza del destino! Infatti noi osserviamo per esperienza diretta che alcune cose che abbiamo intenzione di raggiungere ci sfuggono, mentre altre che aborriamo accadono.

“Possiamo definire questa forza che fa accadere ogni cosa Dio oppure “swabava”, che significa l’inerente natura di ognuno – diceva Anasuya Devi quando mi trovavo a Jillellamudi – aggiungendo che “questa forza si manifesta non solo negli eventi naturali e ciclici ma anche nell’inaspettato e persino nel tentativo dell’uomo di controllare l’inaspettato, e persino nel senso di aver noi deciso di compiere un determinata azione o corso di azioni”.

Come dire che questa “forza” assume la forma di compulsione interiore e che noi, facendo nostra la formulazione, definiamo “libera scelta”… Insomma la libera scelta non è altro che lo svolgimento mentale consequenziale allo stimolo interiore ricevuto, il modo banale attraverso il quale quella “forza” o “swabava” ci fa compiere l’azione “volontariamente”.

Ciò non toglie che nel nostro io, almeno quel riflesso mentale della coscienza che definiamo “io”, siamo perfettamente convinti che l’azione compiuta è frutto di una nostra decisione, che il pensiero osservato è nostro proprio, che questo scritto è da me arbitrariamente redatto, che tu stai leggendo di tua propria opzione.

“Ma i frutti del nostro agire non sono permanenti – diceva Ramana Maharshi – ed il rincorrerne i risultati ci rende prigionieri dell’oceano del “karma” (il divenire attraverso l’azione), impedendo la comprensione della vera natura dell’Essere”

Ciò significa che le azioni da noi compiute con uno scopo, e con appropriazione identitaria del compimento, ci portano ad esperimentare piaceri e dolori. Essi sono in verità limitati nel tempo ma lasciano dei semi nella mente, causa di una successiva fatica nell’evitare o perseguire certe azioni. Questi semi (detti in sanscrito “vasana”) ci spingono in una serie apparentemente infinita di coinvolgimenti ed atti, legando la nostra attenzione al mondo esteriore ed impedendo la scoperta della nostra vera natura interiore. Perciò nell’intendimento dato all’azione non può esserci affrancamento dall’io (ego), che è limitato al corpo mente.

Si potrebbe obiettare che se non c’è intendimento nemmeno l’evoluzione è possibile, né il miglioramento della propria condizione…. Eppure accettando la crescita spontanea alla quale la vita spontaneamente tende (come è nei fatti comprenderlo) saremo “liberi” di portare a termine tutte quelle azioni che naturalmente vanno nella direzione della crescita, ad adempimento dell’ispirazione interiore, senza assumercene l’onere….

Chiamarlo “arrendersi” alla propria inerente natura o svolgimento del proprio dovere karmico (dharma) a questo punto non importa, succede e basta!

Paolo D’Arpini



Concezione oggettiva della realtà...




Due mondi

Diversamente dal pensiero ordinario, che si articola intorno al perno della realtà permanente, oggettiva e fuori da noi, è disponibile una prospettiva che la prevede invece scaturire in corrispondenza della nostra presenza.

Oggettiva, permanente e fuori da noi non riguardano la cosiddetta materia e la sua fisicità, ma la implicita pretesa che essa sia identica per tutti.

Per vedere il limitato spettro della concezione – ma sarebbe opportuno dire, della idolatria – oggettiva della realtà, è utile spostare l’attenzione sul modo in cui ci relazioniamo ad essa. Questo è sempre relativo al sentimento e alle emozioni, che via via ci attraversano, modulate da esigenze e morali, convenzioni, concezioni. Perturbati o sereni, la medesima realtà subisce descrizioni differenti e sempre legittime. Tranne che per gli scientisti, individui presi dal sortilegio della verità possibile attraverso la logica, la razionalità, il metodo.

Se la prima prospettiva può essere detta oggettiva, la seconda può essere chiamata relazionale. Una è considerata identica per tutti, l’altra, relativa a noi, è sempre diversa, (salvo nel caso di contesti intimi condivisi). Una ci viene tramandata dalla cultura razional-scientista-materialista, l’altra è da scoprire a mezzo delle necessarie prese di coscienza delle dinamiche energetico-immateriali che fluttuano in tutte le relazioni e costituiscono una mente invisibile ma necessariamente rispettata da chi concorre a crearla.


Sentieri

In merito alla realtà che scaturisce dal momento della nostra presenza in poi, ovvero dalla interpretazione che i sentimenti ci impongono, torna utile occuparsi di comunicazione, non a caso corpus relazionale per eccellenza. È qui utile però ricordare prima, che i sentimenti e le emozioni, che agiscono nel nostro universo personale creando sinapsi e ritorcendosi su retoriche come una pallina da flipper al meglio delle sue scorribande, sono i veri inseminatori dei giudizi che esprimiamo per definire e descrivere la realtà. Ciò corrisponde a un’azione di investitura di cui siamo ignari. Un epilogo, quest’ultimo che ci lascia nella convinzione che quanto vediamo in essa, corrisponda a autentici suoi attributi e caratteristiche, sulla cui origine noi non avremmo nulla a che vedere. Così ci dice e insegna la cultura scientista che ci ha cresciuti.

Il sentiero che seguiamo è il nostro sentiero. Cioè corrisponde in tutto e per tutto alla nostra biografia, anche quando, secondo la stupida idolatria della coerenza, ci è in contraddizione. Una rappresentazione fisica ci è offerta da un esempio, che sembra immaginario, ma è concreto. Chiunque di noi, davanti a uno spettro di opzioni, tende a scegliere quella che gli corrisponde. Infatti, ciò che facciamo, ovvero scegliamo, al crocicchio di una città sconosciuta per avviarci a visitarla, ce lo rivela. Come del resto, ogni altra scelta, vitanaturaldurante.

Le parole che utilizziamo nei nostri discorsi si susseguono secondo un flusso unico, che ci appare idoneo a raccontare la visione – spesso inconsapevole – che fa da orizzonte nella nostra interiorità. Michel Foucault (1926-1984) chiamava tutto ciò la verità è nel discorso. Tutte le accezioni semantiche a cui non badiamo, e i diversi significati che la nostra descrizione ha in sé non ci sono presenti, non fanno parte del sentiero che stiamo seguendo, sono, infatti corpus del flipper del nostro interlocutore. Tutta la semiotica è ridotta e compressa entro la convinzione che una buona dialettica implichi comunicazione univoca, oggettiva. Così ci insegna la cultura razional-illuminista che ci ha cresciuti (1).


Sentiero unico

Come sappiamo, non è così. Ogni comunicazione – salvo che a parità di motivazione, competenza e condivisione assoluta del linguaggio, cioè a semantica e semiotica condivise – contiene l’equivoco, contiene flipper occulti. Un epilogo che sempre sorprende nella concezione oggettiva della realtà, ma ordinario in quella relazionale, dove i sentieri sono uno per ognuno. La prima è suggellata dall’espressione ovvio no? Nel pronunciarla alziamo un muro nei confronti della nostra evoluzione. La seconda dall’emancipazione nei confronti di una presupposta verità definitiva. Un passo che comporta la consapevolezza che la domanda non è se è vero o no? Ma in che termini lo è?

L’idea dell’ovvio è un culmine puro della concezione oggettiva della realtà. Esso allude alla garanzia che ogni descrizione che affermiamo sia assolutamente riconosciuta per come noi la intendiamo, e provochi la medesima visione che abbiamo descritto e comporti che le medesime parole e sue accezioni sarebbero impiegate anche dal nostro interlocutore. Con queste premesse, si ritiene che l’ovvio possa esistere realmente. Tanto che, come le medesime premesse, ci si ritiene in diritto di vita e di morte cognitiva e morale nei confronti dell’interlocutore a cui sarebbe sfuggito l’ovvio.

L’ovvio esiste nel flusso del nostro sentiero, entro la nostra visione. Attribuirlo alla realtà è il mostruoso figlio bicefalo della logica. Da un lato vincola il nostro pensare e giudicare, dall’altro genera l’assurdità della verità univoca. Il mistero della vita è un suo prodotto. Senza la prevaricazione della logica, il mistero scompare, in quanto la domanda non sorge, in quanto il mistero siamo noi.

E poi, dire ovvio, solitamente pronunciato con una certa sicumera, con volontà di umiliazione, ha in sé il potere ahrimanico di mantenerci in uno stato di sterilità nei confronti della nostra stessa evoluzione spirituale. Un fatto interessante, visto che dalla modalità relazionale, restare dominati dall’idea del diritto all’ovvio, non è che un cancello che impedisce l’accesso alla conoscenza. Interessante, anche perché esso dà l’impressione a chi lo professa, di esserne in possesso certo. Ovvio no?


Svista

La concezione oggettiva della realtà, per essere vera, richiede una svista. Anche se piuttosto madornale, essa è passata inosservata per lungo tempo e nonostante le segnalazioni che da altrettanto lungo tempo, la conoscenza sapienziale ci aveva offerto in dote di saggezza. Essa è presto detta: non teneva in conto che ogni descrizione del reale era necessariamente relativa a chi la esprimeva. Significa, come già detto, che pur attribuendo alla realtà certi attributi, contemporaneamente li considerava propri dell’oggetto che stava osservando. La dimensione fenomenologica, ovvero quella che si astiene dal credere oggettivo il proprio giudizio sul reale, è sconosciuta da un lato e creduta professata dall’altro.

Di come l’osservatore del mondo generi la descrizione dell’osservazione, la concezione oggettiva sta alla larga. E come potrebbe assumerne il significato senza perire, senza suicidare la propria biografia, senza perdere il sentiero sicuro che la riportava sempre a casa?


Come chi?

La questione che siamo creatori di realtà, che fa tanto inorridire i devoti del pensiero scientista, in pratica quasi tutti, ha, tra gli altri, il supporto di Martin Heidegger. Il quale, nel suo Contributi alla filosofia (Dall’evento) (2), ci parla dell’evento. Con questo termine, il filosofo tedesco intende il momento in cui insorge in noi il pensiero con il quale descriviamo la realtà che, da quell’istante inavvertito, è realmente così come la raccontiamo. Avvedersi di quel momento è possibile, ma ad una condizione. Che si prenda coscienza dell’assolutismo della concezione oggettiva e se ne metta in discussione la sua veridicità cosiddetta scientifica e si prendano in esame le dinamiche scaturenti dal binomio osservato-osservatore.

Martin Heidegger (1889-1976) non è il solo ad aver colto il momento in cui la realtà prende forma e verità, o si informa di noi. Oltre alle solite tradizioni favoleggianti-ciarlatanesche, come a molti allineati e coperti all’alza bandiera quotidiano dell’oggettività piace definirle, anche Massimo Scaligero (1906-1980) – uno facilmente, come del resto anche Heidegger, liquidato come fascista, dunque come di valore zero – ci ha parlato dell’insorgenza della realtà sempre e solo confacente al pensiero che la precede di quel tanto che basta per passarci inosservato.

Ma è la magia, la scienza suprema, a essere da sempre consapevole della natura della realtà e dei flussi energetico-relazionali che via via la informano secondo esigenza. È nel mondo magico che diveniamo idonei a riconoscere nel nostro osservare la corruzione delle ideologie, la contaminazione dell’interesse personale, la delega a luoghi comuni, l’abiura di se stessi, la virulenza del pensiero unico, il limite e la funzione di quello oggettivo.

Se si volesse trovare il punto in cui il pensiero politico di destra prende forma, lo si potrebbe trovare proprio nella consapevolezza del momento di insorgenza della realtà. È lì che ci si trova giocoforza costretti a riconoscere chi ne dispone e chi no, costretti a ricusare l’idea democratica. Ma anche a riconoscere a sinistra la dittatura della democrazia e, a destra, l’inaccettabile repressione dei non confacenti da parte della storpiatura a carico della relativa vulgata. Un’entità quest’ultima, per sua natura costretta entro le ideologie, entro i suoi è ovvio no?


Pure chi?

Pure Carl Gustav Jung (1875-1961) gioca come titolare nella partita in corso. Il suo inconscio collettivo, i relativi archetipi che lo popolano, ben rappresentano le ragioni che al crocicchio della città sconosciuta, risalgono in noi a spingerci di qui o di là, convincendoci a mani basse che stiamo facendo la cosa giusta, che stiamo rispettando credenze e valori. Al pari di colui che, al medesimo crocicchio per le medesime ragioni, sceglie diversamente da noi. Dall’inconscio collettivo e dalla risonanza con certi archetipi ognuno pesca il necessario al proprio essere, al proprio foucoltiano discorso.

Ma c’è pure altro. Anche se non piacerà a molti, esattamente a coloro che vorranno credere io voglia parlare di fisica quantistica. Noo! Parlo della realtà magica, o relazionale, che la fisica dei quanti ben figura. In essa, è la sola presenza dell’osservatore dell’esperimento a determinare il comportamento imprevedibile (se non probabilisticamente) della particella. Significa, come detto, che solo l’osservatore fa scaturire una certa realtà. Ma c’è pure l’entanglement, concetto quantistico che allude alla simultaneità e all’identicità della reazione e del comportamento di due parti con precedenti legami, poi separate nel tempo e nello spazio comunemente intesi. Che è esattamente ciò che avviene con emozioni e sentimenti. Le prime azzerano la distanza spazio temporale e ci fanno rivivere esattamente ciò che è stato nel passato, riportando nel presente le medesime sensazioni, sentimenti e memoria di allora. I secondi sono legami che si beffano e scavalcano senza difficoltà alcuna il cosiddetto spazio-tempo e la cosiddetta materia. La realtà stessa è quindi un’emozione. Come tutte le emozioni ci appare attendibile, vera, rispettabile e soprattutto convincente.


Chi l’avrebbe detto?

Seguendo la via che ci porta sulla grande montagna dell’inconscio collettivo, che ci guida attraverso le fessure degli archetipi, che ci svela come il potere del successo e l’impotenza dell’insuccesso per raggiungerla, non risiedano negli eventi ma in noi, si può anche passare dal “cratere dove gorgoglia il tempo”(3). Ma anche dove gorgoglia l’entanglement, l’evento, il pensiero e la magia. In quel caso allora anche la memoria – quella cosa che per certuni è fatta di dati immagazzinati nel cervello, che credevamo appunto in noi – in realtà si informa man mano che riviviamo una certa emozione che dimostra così il suo potere creativo e alogico. Assistere alla ricreazione della memoria, permette di riconoscere l’autoreferenzialità del tempo, della sua durata e dello spazio, la sua circolarità e la sua estensione e contrazione, quindi la sua presenza e assenza. Permette di riconoscere l’arbitrarietà dell’oggettività. O più opportunamente l’emozione dell’oggettività. Nonché la vacuità dei saperi cognitivi, scambiati per conoscenza.


Fine escursione

Dunque la realtà si informerebbe al momento della sua concezione. Alla stregua dell’uovo e della gallina, tentare con strumenti logici di sciogliere il dilemma di chi è venuto prima, è misconoscere l’intero che solo il fideismo logico-razionale, non solo pensa di avere il necessario per venirne a capo, ma non si avvede proprio che è proprio esso a generare il dilemma. Dilemma del tutto mancante nella dimensione relazionale che non può concepire alcunché senza la relazione tra parti, quindi senza i flussi energetici che, come una terza parte, la attraversano, l’avvolgono e la dominano generando in noi scelte, comportamenti, verità e realtà. Terza parte che Gregory Bateson (1904-1980) aveva chiamato mente (4, 5).


C’è una domanda...

C’è però una domanda inevasa. Perché la storia dà valore alla materia e alla scienza e all’idea del mondo oggettivo che ne scaturisce? Nonostante il milione di rubli che vale (basta dollari, hanno rotto), la risposta è semplice, ma, ancora una volta, tanto datata quanto tralasciata. Per via di un’emozione. Quella in cui l’uomo si vede proprietario di se stesso, separato dal prossimo, in conflitto e competizione con esso. Un’emozione di arroganza e onnipotenza a mezzo del potere, che tutta la sudditanza assume a modello di riferimento, mantenendosi così entro la bolla, la mente, la superstizione di quella falsa verità oggettiva. Perdizione la chiamano i cattolici, o anche fuori dalla grazia di Dio.

Lorenzo Merlo


 



Nota

  1. «...l’irruzione dell’Illuminismo nella storia del pensiero ed il conseguente giacobinismo nella versione politico-terroristica di quell’ideologia secondo la quale la storia cominciava dall’acquisizione di un “razionalismo ottriato”, concesso cioè dalle classi dirigenti del tempo, i Philosophes rivoluzionari, atei e “immoralisti”, al popolo che di quella parodia di libertà fu vittima inconsapevole all’inizio per poi assumerla come forma di vita». https://www.inchiostronero.it/il-pensiero-unico-uccide-i-popoli-attraverso-limbecillita/

  2. Martin Heidegger, Contributi alla filosofia (Dall’evento), Milano, Adelphi, 2007

  3. In volo

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l'opera dell'uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l'imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.

Banco del mutuo soccorso, Banco del mutuo soccorso, 1972

Musica: Vittorio Nocenzi

Testo: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi

  1. Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, 1977, Adelphi

  2. Gregory Bateson, Mente e natura, Milano, 1984, Adelphi



Chuang Tzu: "Non serve la cultura... basta la Natura"

 


Chuang Tzu è un fiore raro, più di Buddha o di Gesù, perché si è illuminato attraverso la semplice "presenza".

Chuang Tzu non ha un metodo, non ha una meditazione. Dice: Conosci semplicemente come stanno le cose, la loro fattualità. Sei nato, ma che fatica hai fatto per nascere? Cresci, ma che sforzo fai per crescere? Respiri, ma che sforzo fai per respirare? Tutto si muove da solo, quindi perché preoccuparsi? Lascia che la vita scorra da sola e sarai in uno stato di rilassamento. Non lottare e non cercare di risalire la corrente, non provare nemmeno a nuotare, galleggia semplicemente e lascia che sia la corrente a portarti, ovunque vada. Sii una nuvola bianca che si muove nel cielo: senza meta, senza un luogo da raggiungere, volteggia semplicemente. Quel volteggiare è la fioritura suprema.

Quindi la prima cosa da capire di Chuang Tzu è: sii naturale. Tutto ciò che è innaturale deve essere evitato. Non fare nulla che sia innaturale.
La natura è abbastanza: non puoi migliorarla.

Ma l’ego dice che no, puoi migliorare la natura ed è così che nasce tutta la cultura. Ogni sforzo per migliorare la natura è cultura e la cultura è come una malattia: più un uomo è colto, più è pericoloso. Chuang Tzu non è a favore della cultura. Dice che la natura è definitiva, suprema, e la chiama Tao.

Tao significa che la natura è definitiva e non può essere migliorata. Se provi a migliorarla, finirai per storpiarla.
È così che storpiamo i bambini. Ogni bambino nasce nel Tao, poi lo storpiamo con la società, la civiltà, la cultura, la morale, la religione... Lo paralizziamo da ogni direzione. E poi vive, ma non è vivo.

Ho sentito di una bambina che stava andando alla festa di compleanno di un amico. Era piccola, aveva solo quattro anni. Chiese a sua madre: “C’erano feste e balli del genere quando eri viva?”.

Più siamo colti e civilizzati, più siamo morti. Se volete vedere degli esseri umani perfettamente morti, eppure ancora vivi, andate nei monasteri, nelle chiese, in Vaticano. Non sono vivi, hanno così tanta paura della vita, della natura, che l’hanno repressa in tutti i modi. Sono già nella tomba. Puoi decorarla, puoi usare il marmo migliore, renderla molto preziosa, ma l’uomo che sta dentro è morto.

La cultura vi uccide, la cultura è un’assassina, la cultura è un veleno lento, è un suicidio. Chuang Tzu e il suo vecchio maestro, Lao Tzu, sono contro la cultura. Sono a favore della natura, una natura pura.

Osho - Testo tratto da: Meetings With Remarkable People


Comunicazione per una esistenza psichica naturale…

 

La  limitazione dell'intelletto  nel descrivere la realtà,  percettibile e quella del pensiero, in modo consequenziale e logico, è un  vantaggio allorché si voglia estrinsecare un percorso lineare. Il suo uso invece è di poca utilità dovendo affrontare un discorso “olistico” -come è  quello dell'ecologia profonda e della spiritualità laica.

Certo possiamo  descrivere una realtà parcellizzata, attraverso un'accorta cernita di “parole e significati”, ma tale realtà sarà sempre una sorta di puzzle  di concetti ed immagini separate. Per questo trovo che, a livello simbolico, piuttosto che la scrittura, che esprime suoni e concetti da ricostruire, sia più espressivo il messaggio dei pittogrammi. Gli ideogrammi cinesi ad esempio sono molto  più vicini alla semantica del linguaggio naturalistico. C'è un tentativo di trasmettere anche la “visione” anche l'immagine simbolica, oltre al pensiero...

Restando a noi... se analizziamo i particolari di una narrazione  descrittiva, in senso di concetti accorpati,   dobbiamo necessariamente suddividerli in segmenti e studiarli e descriverli nel loro funzionamento tipico, in un percorso che è  al di fuori dell'esperienza, in  generale, in quanto compresi  mentalmente ma non nello specifico modo dell'osservatore... Questo è il limite della logica e questo è il modo operativo del nostro linguaggio, composto di suoni e allocuzioni, che della logica è espressione. 

Infatti il linguaggio è un ingranaggio matematico utile, sino ad un certo punto, per descrivere i procedimenti sia della percezione sensoriale che della “fantasia” emozionale. Ma ciò che viene così trasmesso, purtroppo, manca della freschezza e dell'immediatezza dell'esperienza, quella che potremmo  giustamente definire  “presenza”. Infatti il linguaggio attinge solo alla memoria, non può raccontare e convenire l'ineffabile momento vissuto... in quanto “presenza”!

Per fortuna nostra, attraverso la capacità analogica della nostra coscienza, siamo anche in grado di intuire e lanciare piccoli segnali inerenti la sensibilità “spirituale” che non risiede e non può essere descritta con i meccanismi della mente duale.

L'Uno sfugge ad ogni descrizione... e se una descrizione viene tentata è sicuramente parziale e limitata alle forme proprie del linguaggio e del pensiero duale.

Per capire un pesce devi essere pesce, per sentire un albero devi essere un albero.. etc. Questo è verissimo ed è facilmente accettabile anche dalla mente umana. Il fatto poi che se ci si sente un pesce si è limitati al sentire del pesce, come pure se ci si sente uomo si è limitati al sentire dell'uomo  e ciò dimostra ulteriormente le  considerazioni  sull'impossibilità di condividere “il sentire” spirituale fra viventi di diversa specie, se non attraverso l'astrazione dal proprio sé. 

D'altronde, cosa s'intende  per  spiritualità  naturale o laica? Che spogliandosi dal rivestimento identificativo in un particolare “sentire”, ovvero obliterando la propria identità egoica, la quale non è altro che la cristallizzazione di un riconoscersi in pensieri, desideri, azioni, compiuti dall' ”oggetto” che funge da osservatore (il nome forma specifico e la mente individuale), immediatamente -liberi da presupposti identificativi- siamo in grado di pienamente condividere, sentendola come propria, l'esperienza del pesce o dell'albero. 

Che questa capacità sia non solo possibile ma persino attuabile è comprovato dagli stati altri raggiunti durante la meditazione profonda o, a sprazzi,  per mezzo di  trascendenze psichiche (trance, deliquio, droga, etc.).

Ovviamente la sporadicità e intermittenza dell'esperienza non duale è solo un “assaggio” della condizione naturale in cui l'uomo ed ogni altro essere condivide pienamente -e perciò manifesta- il Tutto, l'UNO. La natura della spiritualità laica è quella di consentire -per mezzo di una ripetuta e continua attenzione al percipiente- quello stato di unitarietà che trascende totalmente l'io individuale e consente l'esperienza spirituale propria e definitiva dell'Essere nella sua interezza.

Allorché, con termini filosofici empirici, gli ecologisti profondi descrivono l'unitarietà della vita, e l'interconnessione di ogni suo aspetto, in ogni sua relazione, essi non fanno altro che evocare quello stato di coscienza, quella Consapevolezza intima e profonda, che contraddistingue ogni ente psichico ed ogni elemento materico  dotato di intelligenza e coscienza.

Questo è il mio sentimento...

Paolo D'Arpini




Il caso Giordano Bruno....

 


Il caso Giordano Bruno è emblematico perché all'origine di un pensiero realmente alternativo a quello post-scolastico che ancora ci perseguita. Possiamo dire che soltanto F.Nietzche ha rappresentato un punto d'arrivo del processo di evoluzione su base scolastica, e non a caso il suo momento ha coinciso coll'incontro della filosofia con la fisica post-quantistica. 

[Doxogr.303]: Eraclito afferma il fuoco periodico eterno (essere Dio) e la sorte esse Logo (= legge cosmica) demiurgo delle cose esistenti, dall'attirarsi dei contrari... [ Dox 323 da Posidonio ]: Eraclito insegnava essere essenza della sorte quel Logo che permea attraverso l'essenza del Tutto. E' essa il Corpo Celeste, seme della genesi del tutto e misura del periodo prestabilito.  [Dox.331]: Eraclito (dice) non secondo il tempo esser generabile il Cosmo, ma secondo il pensiero...(distinzione neoplatonica). 


Con Giordano Bruno sfuggiamo dallo schematismo del pensiero imposto dalla mitologia biblica per entrare in una visione che supera la logica dialettica. Questo è un punto di arrivo a cui è giunto il pensiero scientifico chiamato relativistico perché sfugge alle coordinate della logica razionale/razionalista. 

Giorgio Vitali









Post scriptum: 

"Il mio richiamo a Eraclito di Efeso, ed ai suoi echi Plotiniani non è casuale... Per quanto riguarda il relativismo, mi sono riferito alla Teoria della Relatività einsteiniana e non al relativismo dei dati ottenuti dall'esperienza. La quale è comunque molto incerta. Il superamento della fisica classica, questo è il punto essenziale, significa il superamento della statica scolastica, e quindi del cartesianesimo, come ci dimostra la concezione olografica dell'Universo."