Due mondi
Diversamente dal pensiero ordinario, che si articola intorno al perno
della realtà permanente, oggettiva e fuori da noi, è disponibile
una prospettiva che la prevede invece scaturire in corrispondenza
della nostra presenza.
Oggettiva, permanente e fuori da noi non riguardano la cosiddetta
materia e la sua fisicità, ma la implicita pretesa che essa sia
identica per tutti.
Per vedere il limitato spettro della concezione – ma sarebbe
opportuno dire, della idolatria – oggettiva della realtà, è utile
spostare l’attenzione sul modo in cui ci relazioniamo ad essa.
Questo è sempre relativo al sentimento e alle emozioni, che via via
ci attraversano, modulate da esigenze e morali, convenzioni,
concezioni. Perturbati o sereni, la medesima realtà subisce
descrizioni differenti e sempre legittime. Tranne che per gli
scientisti, individui presi dal sortilegio della verità possibile
attraverso la logica, la razionalità, il metodo.
Se la prima prospettiva può essere detta oggettiva, la
seconda può essere chiamata relazionale. Una è considerata
identica per tutti, l’altra, relativa a noi, è sempre diversa,
(salvo nel caso di contesti intimi condivisi). Una ci viene
tramandata dalla cultura razional-scientista-materialista, l’altra
è da scoprire a mezzo delle necessarie prese di coscienza delle
dinamiche energetico-immateriali che fluttuano in tutte le relazioni
e costituiscono una mente invisibile ma necessariamente rispettata da
chi concorre a crearla.
Sentieri
In merito alla realtà che scaturisce dal momento della nostra
presenza in poi, ovvero dalla interpretazione che i sentimenti ci
impongono, torna utile occuparsi di comunicazione, non a caso corpus
relazionale per eccellenza. È qui utile però ricordare prima, che i
sentimenti e le emozioni, che agiscono nel nostro universo personale
creando sinapsi e ritorcendosi su retoriche come una pallina da
flipper al meglio delle sue scorribande, sono i veri inseminatori dei
giudizi che esprimiamo per definire e descrivere la realtà. Ciò
corrisponde a un’azione di investitura di cui siamo ignari. Un
epilogo, quest’ultimo che ci lascia nella convinzione che quanto
vediamo in essa, corrisponda a autentici suoi attributi e
caratteristiche, sulla cui origine noi non avremmo nulla a che
vedere. Così ci dice e insegna la cultura scientista che ci ha
cresciuti.
Il sentiero che seguiamo è il nostro sentiero. Cioè corrisponde in
tutto e per tutto alla nostra biografia, anche quando, secondo la
stupida idolatria della coerenza, ci è in contraddizione. Una
rappresentazione fisica ci è offerta da un esempio, che sembra
immaginario, ma è concreto. Chiunque di noi, davanti a uno spettro
di opzioni, tende a scegliere quella che gli corrisponde. Infatti,
ciò che facciamo, ovvero scegliamo, al crocicchio di una città
sconosciuta per avviarci a visitarla, ce lo rivela. Come del resto,
ogni altra scelta, vitanaturaldurante.
Le parole che utilizziamo nei nostri discorsi si susseguono secondo
un flusso unico, che ci appare idoneo a raccontare la visione –
spesso inconsapevole – che fa da orizzonte nella nostra
interiorità. Michel Foucault (1926-1984) chiamava tutto ciò la
verità è nel discorso. Tutte le accezioni semantiche a cui non
badiamo, e i diversi significati che la nostra descrizione ha in
sé non ci sono presenti, non fanno parte del sentiero che stiamo
seguendo, sono, infatti corpus del flipper del nostro interlocutore.
Tutta la semiotica è ridotta e compressa entro la convinzione che
una buona dialettica implichi comunicazione univoca, oggettiva. Così
ci insegna la cultura razional-illuminista che ci ha cresciuti (1).
Sentiero unico
Come sappiamo, non è così. Ogni comunicazione – salvo che a
parità di motivazione, competenza e condivisione assoluta del
linguaggio, cioè a semantica e semiotica condivise – contiene
l’equivoco, contiene flipper occulti. Un epilogo che sempre
sorprende nella concezione oggettiva della realtà, ma ordinario in
quella relazionale, dove i sentieri sono uno per ognuno. La prima è
suggellata dall’espressione ovvio no? Nel pronunciarla
alziamo un muro nei confronti della nostra evoluzione. La seconda
dall’emancipazione nei confronti di una presupposta verità
definitiva. Un passo che comporta la consapevolezza che la domanda
non è se è vero o no? Ma in che termini lo è?
L’idea dell’ovvio è un culmine puro della concezione oggettiva
della realtà. Esso allude alla garanzia che ogni descrizione che
affermiamo sia assolutamente riconosciuta per come noi la intendiamo,
e provochi la medesima visione che abbiamo descritto e comporti che
le medesime parole e sue accezioni sarebbero impiegate anche dal
nostro interlocutore. Con queste premesse, si ritiene che l’ovvio
possa esistere realmente. Tanto che, come le medesime premesse, ci si
ritiene in diritto di vita e di morte cognitiva e morale nei
confronti dell’interlocutore a cui sarebbe sfuggito l’ovvio.
L’ovvio esiste nel flusso del nostro sentiero, entro la nostra
visione. Attribuirlo alla realtà è il mostruoso figlio bicefalo
della logica. Da un lato vincola il nostro pensare e giudicare,
dall’altro genera l’assurdità della verità univoca. Il mistero
della vita è un suo prodotto. Senza la prevaricazione della logica,
il mistero scompare, in quanto la domanda non sorge, in quanto il
mistero siamo noi.
E poi, dire ovvio, solitamente pronunciato con una certa sicumera,
con volontà di umiliazione, ha in sé il potere ahrimanico di
mantenerci in uno stato di sterilità nei confronti della nostra
stessa evoluzione spirituale. Un fatto interessante, visto che dalla
modalità relazionale, restare dominati dall’idea del diritto
all’ovvio, non è che un cancello che impedisce l’accesso alla
conoscenza. Interessante, anche perché esso dà l’impressione a
chi lo professa, di esserne in possesso certo. Ovvio no?
Svista
La concezione oggettiva della realtà, per essere vera, richiede una
svista. Anche se piuttosto madornale, essa è passata inosservata per
lungo tempo e nonostante le segnalazioni che da altrettanto lungo
tempo, la conoscenza sapienziale ci aveva offerto in dote di
saggezza. Essa è presto detta: non teneva in conto che ogni
descrizione del reale era necessariamente relativa a chi la
esprimeva. Significa, come già detto, che pur attribuendo alla
realtà certi attributi, contemporaneamente li considerava propri
dell’oggetto che stava osservando. La dimensione fenomenologica,
ovvero quella che si astiene dal credere oggettivo il proprio
giudizio sul reale, è sconosciuta da un lato e creduta professata
dall’altro.
Di come l’osservatore del mondo generi la descrizione
dell’osservazione, la concezione oggettiva sta alla larga. E come
potrebbe assumerne il significato senza perire, senza suicidare la
propria biografia, senza perdere il sentiero sicuro che la riportava
sempre a casa?
Come chi?
La questione che siamo creatori di realtà, che fa tanto inorridire i
devoti del pensiero scientista, in pratica quasi tutti, ha, tra gli
altri, il supporto di Martin Heidegger. Il quale, nel suo Contributi
alla filosofia (Dall’evento) (2), ci parla dell’evento. Con
questo termine, il filosofo tedesco intende il momento in cui insorge
in noi il pensiero con il quale descriviamo la realtà che, da
quell’istante inavvertito, è realmente così come la
raccontiamo. Avvedersi di quel momento è possibile, ma ad una
condizione. Che si prenda coscienza dell’assolutismo della
concezione oggettiva e se ne metta in discussione la sua veridicità
cosiddetta scientifica e si prendano in esame le dinamiche scaturenti
dal binomio osservato-osservatore.
Martin Heidegger (1889-1976) non è il solo ad aver colto il momento
in cui la realtà prende forma e verità, o si informa di noi. Oltre
alle solite tradizioni favoleggianti-ciarlatanesche,
come a molti allineati e coperti all’alza bandiera
quotidiano dell’oggettività piace definirle, anche Massimo
Scaligero (1906-1980) – uno facilmente, come del resto anche
Heidegger, liquidato come fascista, dunque come di valore zero – ci
ha parlato dell’insorgenza della realtà sempre e solo confacente
al pensiero che la precede di quel tanto che basta per passarci
inosservato.
Ma è la magia, la scienza suprema, a essere da sempre consapevole
della natura della realtà e dei flussi energetico-relazionali che
via via la informano secondo esigenza. È nel mondo magico che
diveniamo idonei a riconoscere nel nostro osservare la corruzione
delle ideologie, la contaminazione dell’interesse personale, la
delega a luoghi comuni, l’abiura di se stessi, la virulenza del
pensiero unico, il limite e la funzione di quello oggettivo.
Se si volesse trovare il punto in cui il pensiero politico di destra
prende forma, lo si potrebbe trovare proprio nella consapevolezza del
momento di insorgenza della realtà. È lì che ci si trova
giocoforza costretti a riconoscere chi ne dispone e chi no, costretti
a ricusare l’idea democratica. Ma anche a riconoscere a sinistra la
dittatura della democrazia e, a destra, l’inaccettabile repressione
dei non confacenti da parte della storpiatura a carico della relativa
vulgata. Un’entità quest’ultima, per sua natura costretta entro
le ideologie, entro i suoi è ovvio no?
Pure chi?
Pure Carl Gustav Jung (1875-1961) gioca come titolare nella partita
in corso. Il suo inconscio collettivo, i relativi archetipi
che lo popolano, ben rappresentano le ragioni che al crocicchio della
città sconosciuta, risalgono in noi a spingerci di qui o di là,
convincendoci a mani basse che stiamo facendo la cosa giusta, che
stiamo rispettando credenze e valori. Al pari di colui che, al
medesimo crocicchio per le medesime ragioni, sceglie diversamente da
noi. Dall’inconscio collettivo e dalla risonanza con certi
archetipi ognuno pesca il necessario al proprio essere, al proprio
foucoltiano discorso.
Ma c’è pure altro. Anche se non piacerà a molti, esattamente a
coloro che vorranno credere io voglia parlare di fisica quantistica.
Noo! Parlo della realtà magica, o relazionale, che la fisica dei
quanti ben figura. In essa, è la sola presenza dell’osservatore
dell’esperimento a determinare il comportamento imprevedibile (se
non probabilisticamente) della particella. Significa, come detto, che
solo l’osservatore fa scaturire una certa realtà. Ma c’è pure
l’entanglement, concetto quantistico che allude alla
simultaneità e all’identicità della reazione e del comportamento
di due parti con precedenti legami, poi separate nel tempo e nello
spazio comunemente intesi. Che è esattamente ciò che avviene con
emozioni e sentimenti. Le prime azzerano la distanza spazio temporale
e ci fanno rivivere esattamente ciò che è stato nel passato,
riportando nel presente le medesime sensazioni, sentimenti e memoria
di allora. I secondi sono legami che si beffano e scavalcano senza
difficoltà alcuna il cosiddetto spazio-tempo e la cosiddetta
materia. La realtà stessa è quindi un’emozione. Come tutte le
emozioni ci appare attendibile, vera, rispettabile e soprattutto
convincente.
Chi l’avrebbe detto?
Seguendo la via che ci porta sulla grande montagna dell’inconscio
collettivo, che ci guida attraverso le fessure degli archetipi, che
ci svela come il potere del successo e l’impotenza dell’insuccesso
per raggiungerla, non risiedano negli eventi ma in noi, si può anche
passare dal “cratere dove gorgoglia il tempo”(3). Ma anche dove
gorgoglia l’entanglement, l’evento, il pensiero e la magia. In
quel caso allora anche la memoria – quella cosa che per certuni è
fatta di dati immagazzinati nel cervello, che credevamo appunto in
noi – in realtà si informa man mano che riviviamo una certa
emozione che dimostra così il suo potere creativo e alogico.
Assistere alla ricreazione della memoria, permette di riconoscere
l’autoreferenzialità del tempo, della sua durata e dello spazio,
la sua circolarità e la sua estensione e contrazione, quindi la sua
presenza e assenza. Permette di riconoscere l’arbitrarietà
dell’oggettività. O più opportunamente l’emozione
dell’oggettività. Nonché la vacuità dei saperi cognitivi,
scambiati per conoscenza.
Fine escursione
Dunque la realtà si informerebbe al momento della sua concezione.
Alla stregua dell’uovo e della gallina, tentare con strumenti
logici di sciogliere il dilemma di chi è venuto prima, è
misconoscere l’intero che solo il fideismo logico-razionale, non
solo pensa di avere il necessario per venirne a capo, ma non si
avvede proprio che è proprio esso a generare il dilemma. Dilemma del
tutto mancante nella dimensione relazionale che non può concepire
alcunché senza la relazione tra parti, quindi senza i flussi
energetici che, come una terza parte, la attraversano, l’avvolgono
e la dominano generando in noi scelte, comportamenti, verità e
realtà. Terza parte che Gregory Bateson (1904-1980) aveva chiamato
mente (4, 5).
C’è una domanda...
C’è però una domanda inevasa. Perché la storia dà valore alla
materia e alla scienza e all’idea del mondo oggettivo che ne
scaturisce? Nonostante il milione di rubli che vale (basta dollari,
hanno rotto), la risposta è semplice, ma, ancora una volta, tanto
datata quanto tralasciata. Per via di un’emozione. Quella in cui
l’uomo si vede proprietario di se stesso, separato dal prossimo, in
conflitto e competizione con esso. Un’emozione di arroganza e
onnipotenza a mezzo del potere, che tutta la sudditanza assume a
modello di riferimento, mantenendosi così entro la bolla, la mente,
la superstizione di quella falsa verità oggettiva. Perdizione
la chiamano i cattolici, o anche fuori dalla grazia di Dio.
Lorenzo Merlo

Nota
«...l’irruzione
dell’Illuminismo nella storia del pensiero ed il conseguente
giacobinismo nella versione politico-terroristica di quell’ideologia
secondo la quale la storia cominciava dall’acquisizione di un
“razionalismo ottriato”, concesso cioè dalle classi dirigenti
del tempo, i Philosophes rivoluzionari, atei e “immoralisti”, al
popolo che di quella parodia di libertà fu vittima inconsapevole
all’inizio per poi assumerla come forma di vita».
https://www.inchiostronero.it/il-pensiero-unico-uccide-i-popoli-attraverso-limbecillita/
Martin
Heidegger, Contributi alla filosofia (Dall’evento), Milano,
Adelphi, 2007
In volo
Lascia lente le
briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove
più ferve l'opera dell'uomo.
Però non ingannarmi con false
immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare
il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si
vede, è.
Ma se l'imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a
rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro
il cratere ove gorgoglia il tempo.
Banco del mutuo
soccorso, Banco del mutuo soccorso, 1972
Musica: Vittorio
Nocenzi
Testo: Francesco
Di Giacomo, Vittorio Nocenzi
Gregory
Bateson, Verso un’ecologia della mente, Milano, 1977,
Adelphi
Gregory
Bateson, Mente e natura, Milano, 1984, Adelphi