ACCELERATORI DI PARTICELLE E MODELLO STANDARD...



In precedenti articoli abbiamo visto come il fisico francese Becquerel ed i coniugi Curie abbiano scoperto la radioattività, e come il grande sperimentatore neo-zelandese Rutherford ed i suoi collaboratori abbiano contribuito a scoprire le particelle provenienti dal decadimento radioattivo (“alfa” e “beta”) e quelle costituenti il nucleo atomico (protoni e neutroni).

Due dei collaboratori di Rutherford, l’irlandese Ernest Walton (1903-1995) e l’inglese John Douglas Cockcroft (1897-1967), entrambi premi Nobel per la fisica nel 1951, annunciarono nel 1932 che una macchina acceleratrice, da loro già progettata e sperimentata fin dal 1928, era entrata in funzione(1)(2). Lo scopo di questo tipo di macchine era quello di accelerare particelle per farle collidere con altre particelle o con corpi di vario tipo, per scindere gli atomi e le particelle (se composte da particelle più piccole) negli elementi costituenti e così studiare i corpuscoli più piccoli di cui è fatta la materia.

Le prime esperienze furono eseguite scagliando protoni su lamine di Litio. L’acceleratore era costruito senza l’uso di trasformatori con un sistema di valvole in serie. La difficoltà di creare voltaggi adeguati fu aggirata grazie all’opera di un altro collaboratore di Rutherford, il fisico sovietico Pyotr Kapitza (1894-1984), poi premio Nobel nel 1978 per i suoi studi sull’Elio liquido, sulla fisica delle basse temperature e la super-fluidità, settori nei quali collaborò – dopo il suo ritorno in URSS - con l’altro noto fisico sovietico Lev Landau. Kapitza riuscì a raggiungere un’energia di 260 KeV (cioè 260.000 elettron-Volt, ciascuno dei quali corrisponde all’energia raggiunta da un elettrone sottoposto ad una differenza di potènziale di un Volt).

Walton e Cockcroft – per aggirare la difficoltà di voltaggi inferiori ad un milione di Volt – utilizzarono anche il cosiddetto “effetto Tunnel”, che concerne la fisica quantistica, studiato da un altro scienziato sovietico, l’ucraino George Gamow(3)Negli anni seguenti fu invece costruito a Liverpool un acceleratore di diversa concezione su modello statunitense: il ciclotrone. Se ne interessò John Chadwick, che abbiamo già visto collaboratore di Rutherford e scopritore del neutrone (N. 97), che aveva lasciato Cambridge proprio per contrasti con Rutherford, che non approvava il tipo di macchina.

Il ciclotrone americano era stato progettato da Ernest Lawrence (1901-1958), premio Nobel nel 1939, presso l’università di California. Aveva un voltaggio di 1,2 milioni di Volt ed una forma circolare a doppia “D”. Generava protoni accelerati fino a 1,25 MeV (un milione e duecentocinquantamila elettron-Volt) da enormi campi magnetici in tubi a vuoto. Un altro acceleratore era stato costruito da Merle Antony Tuve (noto per aver calcolato l’altezza della ionosfera con impulsi radio, tecnica mediante la quale poi fu costruito il radar) presso l’Istituto Carnegie di Washington.

Già a partire dagli anni ’50 i fisici si erano convinti che vi fossero particelle più piccole in cui potèvano dividersi protoni e dei neutroni. Nel 1964 il fisico statunitense Murray Gell-Mann (1929-2019) - con un’iniziale collaborazione anche di Feynman alla fine degli anni ’50 - individuò queste particelle nei “quark” (definiti materia “barionica”) che possono essere di sei tipi (Up, Down, Strange, Charm, Top, Bottom). Ogni protone, o neutrone, è formato da tre quark (protone = 2up + 1down; neutrone = 2down + 1up). Gell-Mann ottenne il Nobel nel 1969.

Nel 1937 era stato individuato nella radiazione cosmica anche una particella detta “Muone”, carica negativamente come l’elettrone, ma 200 volte più pesante. Nel 1975 fu individuata un’altra particella negativa (“Tau”), ma 3500 volte più pesante dell’elettrone. All’elettrone, al muone, ed alla particella “Tau” sono state associati tre tipi di una minuscola particella neutra, (dieci milioni di volte più piccola dell’elettrone) detta “Neutrino”. A tutto questo gruppo di particelle viene dato il nome di “Leptoni”.

Una diversa categoria di particelle sono i “Bosoni” (così chiamati perché obbediscono alla “statistica di Bose-Einstein” e non al principio di esclusione di Pauli, come già vedemmo parlando delle ricerche di Einstein: N. 103). Il più noto è il “fotone”, particella priva di massa e fatta di pura energia che interviene nella trasmissione dell’energia elettromagnetica. Altro importante bosone è il “Gluone” che agisce da collante nelle interazioni nucleari forti tra quark per tenerli uniti, altrimenti si respingerebbero avendo lo stesso tipo di carica elettrica (positiva). Altri bosoni sono i tipi “W” e “Z” che agiscono nelle “interazioni nucleari deboli”, che oggi sono associate alle interazioni elettromagnetiche in un’unica “forza elettro-debole”. 

 Nel 1948 il fisico statunitense Louis Alvarez progettò il potènte acceleratore lineare LINAC dove le particelle erano accelerate con corrente elettrica alternata. Presso il famoso Massachussets Technology Institute (MIT) venivano usati acceleratori elettrostatici tipo Van Der Graaf che potèvano raggiungere energie di 20 MeV. Vennero quindi sviluppati i sincrotroni, di forma circolare e traiettoria chiusa, usati dopo gli anni ’60 per far collidere particelle tra loro. I più noti sono lo SPEAR a Stanford, ed il Tevatron presso il Laboratorio Fermi in Illinois, dove le particelle possono raggiungere un’energia di 0,9 TeV (900 miliardi di elettron-Volt). Qui fu scoperto il quark “Top”.

Oggi il sincrotrone più grande è l’LHC (Large Hadron Collider) di Ginevra, che dipende dal CERN (Conseil Europèen pour la Recherche Nucléaire), lungo 27 Km, e capace di far giungere le particelle fino ad un’energia di 4 Tev (quattromila miliardi di elettron-Volt) con possibilità di arrivare fino a 7 Tev, e velocità vicine a quella della luce. Qui nel 2012 è stato isolato il famoso Bosone di Higgs già previsto dal fisico inglese Peter W. Higgs (premio Nobel per la Fisica nel 2013) oltre trenta anni fa nell’ambito della teoria detta “Meccanismo di Higgs” facente parte della trattazione della forza “elettrodebole”. Questa teoria spiega l’esistenza della massa nelle particelle W+ W-  e “Z”. È in fase di progettazione da parte del CERN un nuovo gigantesco impianto di accelerazione costituito da una galleria lunga 100 Km che passerebbe sotto il lago di Ginevra collegando Svizzera e Francia e dotato di magneti potèntissimi.

Tutte le ricerche descritte hanno permesso di costruire il famoso “Modello Standard” basato su una serie di particelle: i 6 tipi di quark, più i 6 leptoni, prima descritti, cui si aggiungono i bosoni finora noti che funzionano da “intermediari” trasportando energia o agendo da collanti. Ai bosoni sono associati i campi di forza quantizzati che costituiscono tutto lo spazio: il “gluone” – come già si è detto - è responsabile dell’interazione forte che tiene insieme i nuclei atomici. Questa forza è enorme: ben 1038 volte più grande della forza di gravità. Mentre – però – la gravità agisce in tutto cosmo a qualsiasi distanza, l’interazione forte agisce solo al livello del nucleo dell’atomo cioè entro un raggio piccolissimo di circa 10-15 metri. Le particelle “W” e “Z” assicurano – invece - l’interazione debole ed i “fotoni” la forza elettromagnetica, con le ultime due forze in seguito inquadrate in un’unica “forza elettro-debole”.

Il modello Standard, in cui vige la reversibilità temporale tipica della meccanica newtoniana (con l’aggiunta – per quanto riguarda gli aspetti quantistici – anche dell’inversione delle cariche elettriche e degli assi cartesiani), tiene separata la forza di gravità cui dovrebbe corrispondere la particella nota come “gravitone”, ancora poco definita. L’importanza di questo modello, che descrive la struttura intima della materia di cui è fatto il mondo, è che si tratta di un modello che ha una grande base sperimentale rispetto ad altri modelli più teorici (e fantasiosi) che dovrebbero integrare o sostituire il modello Standard, cercando di includere anche la forza di gravità, ma che attendono conferme e verifiche (Teoria delle Stringhe, Teoria del Tutto, Gravità Quantistica a Loop, Multiverso, ecc.). Di queste teorie ci interesseremo nei numeri finali.

Per ora sarà utile ricordare che i ricercatori italiani hanno contribuito in modo sostanziale alle ricerche sperimentali cui si è accennato sopra: come il Prof. Carlo Rubbia, ex Direttore del CERN ed ex Presidente dell’ENEA, Premio Nobel nel 1984 per la scoperta dei bosoni vettoriali W+,We Z e gli studi sull’unificazione delle interazioni deboli e le forze elettromagnetiche; come il Prof. Nicola Cabibbo, ex Presidente dell’INFN (Istituto Nazionale Fisica Nucleare) e dell’ENEA, autore di studi sull’interazione debole, sulle particelle dette “strane”, sull’interazione di fotoni ad alta energia sui cristalli, e su vari tipi di quark; come infine l’attuale Direttrice del CERN, Fabiola Giannotti, sotto la cui direzione è stato isolato il bosone di Higgs.

Tuttavia anche il gigantesco nuovo impianto lungo 100 Km in progetto sotto il lago di Ginevra non appare in grado di assicurare la potènza necessaria a realizzare gli ulteriori esperimenti che potrebbero provare le ultime teorie più avveniristiche, come quella delle stringhe. Ne riparleremo in prossimi articoli).

Tratto dal libro "Conoscenza, scienza e filosofia" di V. Brandi







(1) C. Rovelli, “La Realtà non è come ci appare”, R. Cortina 2014

(2) RBA, “Le grandi Idee della Scienza – Rutherford”

(3) RBA, “Le grandi Idee della Scienza – Gamow”

Elisabeth Kolbert: "Sotto un cielo bianco" - Recensione



Il punto di arrivo della traiettoria dell’inazione è già segnato. Non fare nulla ora contro le emissioni di gas serra per giungere presto al collasso climatico (ma il discorso vale anche per una qualsiasi delle altre crisi ecologiche in atto) porterà la gente a chiedere ai governi di intervenire d’autorità con qualsiasi tipo di tecnologia. Sull’onda dell’emergenza (letali ondate di calore, carestie da siccità, inondazioni delle città costiere, pandemie, migrazioni bibliche…) arriverà il momento in cui verranno accettate anche le tecnologie più estreme, rischiose e costose. Verranno messi da parte sia i pregiudizi morali sulla liceità delle azioni volte a modificare i cicli vitali del pianeta, sia i dubbi scientifici sulle loro effettive conseguenze e si allargheranno invece i cordoni della borsa degli stati a disposizione di interventi da “ultima ora”. Loro, le società del business della bio-geo-nano-ingegneria lo sanno bene e si stanno da tempo preparando con soluzioni pronte all’uso. Per i decisori pubblici, infatti, è più facile accettare di intervenire modificando le leggi della natura, piuttosto che mettere in discussione l’uso dei combustibili fossili e gli stili di vita dei propri elettori.

Elisabeth Kolbert, giornalista e divulgatrice scientifica del New Yorker, già nota in Italia con La sesta estinzione di massa (Beat, 2014), torna ora con Sotto un cielo bianco. La natura del futuro (Neri Pozza, 2022, pag. 238, euro 18). Una dettagliata inchiesta su alcuni casi di “evoluzione assistita” della natura: la inversione del corso del fiume Chicago e la regimentazione del Mississippi, le tecniche di reimpianto e di “re-designer genetico” di alcune specie animali, gli impianti per la cattura del carbonio dall’atmosfera, i progetti di geoingegneria solare e altri ancora. Ne esce un catalogo degli incubi dei moderni dott. Frankenstein, ma anche, più prosaicamente, ci si può intravvedere il listino dei prezzi che la natura dovrà ancora pagare per la colonizzazione della stratosfera, degli oceani, del genoma degli esseri viventi. La distruzione degli spazi vergini per consentire l’espansione costante dell’accumulazione primaria del capitale (al ritmo del calcolo degli interessi composti) sembra davvero non avere fine.

Mi limito qui a segnalarvi alcune informazioni che Elisabeth Kolbert ha raccolto su ciò che sta accadendo nell’”aria”. E non da ora. Fin dal 1965 un rapporto governativo consegnato al presidente Lyndon Jonson avvisava che l’utilizzo massivo di combustibili fossili costituiva inconsapevolmente “un gigantesco esperimento geofisico” che avrebbe determinato “significativi cambiamenti nella temperatura”. Soluzione? “Apportare deliberatamente cambiamenti climatici compensativi”. Come? Disperdendo minuscole particelle riflettenti della luce nell’atmosfera e/o negli oceani. Tecniche, del resto, già sperimentate dalla Air Force non solo in Vietnam.

Rosalie Bertell, scienziata femminista nonviolenta, autrice di Pianeta Terra. L’ultima arma di guerra (Asterios editore, 2018), aveva già denunciato in ogni sede le sperimentazioni militari segrete, e non solo quelle nucleari, quali il tentativo fallito nel 1961 delle forze armate Usa di costruire uno “scudo di telecomunicazione” nella ionosfera, per contrastare l’interferenza del vento solare con le radio-comunicazioni. “Hanno portato nella ionosfera 350 trilioni di aghi di rame lunghi 2-4 cm, tentando di costruire una fascia di 10 chilometri (6 miglia) di spessore e 40 chilometri (25 miglia) di larghezza per formare una cintura”.

Ora vi sono scienziati delle università di Yale, Harvard e di New York e una schiera di ingegneri nei laboratori finanziati dalle fondazioni di Bill Gates (Stratospheric Controlled Disturbance Experiment, SCoPEx) che scalpitano per mettere in pratica sistemi di Stratospheric Aerosol Injection. Una flotta di superjumbo pronta a scaricare particelle di calcite (carbonato di calcio), o di solfato (anidride solforosa), o di ioduro d’argento, ma potrebbero andare bene anche minuscole gocce di acqua salata cristallizzata, con proprietà ottiche tali da provocare l’effetto dell’eruzione di un “vulcano artificiale”: sbiancare il cielo e oscurare il sole. Il raffreddamento della superficie terrestre sarebbe pressoché immediato. Le popolazioni accaldate plaudirebbero entusiaste. Dice un geologo intervistato dalla Kolbert impegnato in questi progetti: “La gente dovrebbe smettere di chiedersi se approva o meno la geoingegneria solare. Quello che deve capire è che non possiamo scegliere. Gli Stati Uniti non possono scegliere. Se sei un leader mondiale ed esiste una tecnologia in grado di eliminare la sofferenza e il dolore o di ridurli, dovresti essere fortemente tentato di implementarla” (p.200). Non è forse questa la logica consueta che presiede l’introduzione delle innovazioni tecnologiche?

La Groenlandia ha abbastanza ghiaccio da poter aumentare di sei metri il livello globale dei mari, ci ricorda Kolbert. E il suo scioglimento è assicurato anche a emissioni ridotte a zero, poiché i tempi di permanenza della CO2 in atmosfera sono molto lunghi. Quindi: “non c’è scelta” al controllo artificiale del clima tramite la geo-bio-ingegneria. “Oscurare quel cazzo di sole potrebbe essere meno rischioso di non farlo” ha detto il direttore della Solar Radiation Management Governance Initiative alla Kolbert.

In attesa dello sdoganamento dell’ingegneria solare, un folto gruppo di imprese stanno mettendo a punto sistemi di rimozione per estrazione diretta del carbonio presente nell’aria come CO2, stoccaggio (meteorizzazione come carbonato di calcio) e/o recupero e reimpiego. La loro filosofia è ben spiegata da un ingegnere del Center for Negative Carbon Emission: “L’anidride carbonica dovrebbe essere considerata alla stregua dei liquami (…) Finché le emissioni saranno viste negativamente i responsabili saranno sempre colpevoli” (p. 167). Insomma, una volta “naturalizzate” le emissioni dei gas da combustione – consumare energia fossile farebbe oramai parte del “metabolismo sociale”, per usare un’espressione marxiana – i macchinari per la loro cattura andrebbero considerati normalmente come lo sono ora i depuratori delle acque reflue. Una soluzione contemplata anche dallo Ipcc e ben accolta anche dai sostenitori del New Green Deal, ecosocialisti compresi. Il prossimo passo sarà una maschera d’ossigeno d’ordinanza o una cupola geotermica con aria condizionata sopra le città?

Più “naturale” la tecnica di cattura tramite riforestazione (Bioingegneria con cattura e stoccaggio di carbonio). Piantagioni di specie vegetali geneticamente modificate (per esempio, alberi con il fogliame di colore più chiaro per riflettere meglio i raggi solari) verrebbero coltivati e al momento della loro massima capacità di assorbimento della CO2 tagliati e sotterrati in enormi trincee. È stato calcolato che per dimezzare le emissioni di CO2 basterebbe riforestare una superficie di nove milioni di chilometri quadrati, ovvero una distesa di legno grande come gli Stati Uniti (p. 175). Non è forse così che in ere geologiche passate si sono formati i giacimenti di carbone e petrolio?

Con questo approfondito lavoro di inchiesta la nostra autrice intende metterci in guardia da almeno due grossi pericoli della via tecno-ottimistica alla soluzione delle crisi ecologiche: quello di intervenire solo sugli effetti a valle (e non modificare le cause a monte), generare una spirale perversa di progressivo “controllo del controllo della natura” (p.18) che finisce per irrigidire il sistema e lo spinge verso ecosistemi-sempre-meno-naturali. Come darle torto!

Il libro della Kolbert andrebbe letto assieme ad altri testi. Innanzitutto, quello già ricordato della Bertell che riteneva che le armi di distruzioni di massa a disposizione dei militari, più pericolose delle stesse bombe atomiche, siano quelle capaci di modificare i cicli naturali della Terra attraverso la geoingegneria. Poi ricordiamo di Christopher Preston, L’età sintetica. Evoluzione artificiale, resurrezione di specie estinte, riprogettazione del mondo (Einaudi, 2018), in cui si dice che: “Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi, sperimentando al contempo le tecniche per riportare in vita animali estinti. Stiamo studiando come utilizzare tecnologie che possano riflettere la luce del Sole per mantenere fresco il pianeta. In ciascuno di questi modi l’umanità sta imparando a sostituire alcune delle attività naturali”. Dovremmo quindi: “decidere fin dove dovremmo spingerci nel rifacimento della Terra”.

Paolo Cacciari


Al Vaticano non piacciono i saggi di altre parrocchiette... (come ad esempio Rajneesh)



Ogni qualvolta un saggio compare sulla Terra e  mette a repentaglio la credibilità delle autorità religiose "ufficiali", queste sguaiano la spada contro gli ipotetici concorrenti. Ma le operazioni che il Vaticano compie sono subdole, spinge altri ad assumersi la responsabilità  della persecuzione. Ad esempio spinse Reagan a perseguitare Rajneesh (più tardi conosciuto come Osho), invitando tutti gli altri Stati del mondo a rifiutargli ospitalità e addirittura -si dice- avvelenandolo...  (vedi: http://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2012/07/osho-rajneesh-qualcosa-che-so-di-lui-ad.html).  

Le autorità religiose riconosciute dall'Occidente spesso  utilizzano la propria influenza politica per denigrare  uomini straordinariIl mondo concede ospitalità ai criminali di guerra più efferati ma chiude la porta in faccia ai santi che non fanno parte della parrocchietta del sistema.

Ma il karma è un gioco sottile sul quale possiamo riflettere proprio prendendo in considerazione l'episodio riguardante Rajneesh.

Il Vaticano chiese agli Usa di perseguitare Rajneesch. Così il Vaticano assunse un debito con il destino e subito dopo lo stesso paese che gli diede ascolto mise sul tavolo del mondo l'ipotesi che la chiesa possa avere ingannato il popolo per duemila anni.

Il vaticano ha cercato di inquinare la dignità di un filosofo come Rajneesh, denigrando il suo messaggio laico spirituale, senza pensare alle conseguenze delle sue azioni. 

Ma Rajneesh non è stato l'unico personaggio  perseguitato dalla chiesa...

Giancarlo Rosati



Veneto indipendente e spritz libero!

 


Il nostro, anzi il mio, Veneto -non dimentichiamo che sono mezzo veneto da parte di madre che era padovana e che son vissuto a Trieste (da bambino) ed a Verona (da giovincello) per tanti anni- e proprio in memoria di quella gioventù eroica e ribelle faccio mia la richiesta -sacrosanta e degnissima- delle autorità venete che chiedono come primo passo verso l'indipendenza che lo spritz sia libero (od a poco prezzo).

Paolo D'Arpini









Ecco le richieste al completo, segnalate dall'amico veronese Uberto Tommasi:


Referendum sull'autonomia del Veneto


1) Decade il monopolio dello stato sui tabacchi, perchè le sigarette le fen noialtri coe legne che avanza dala stua

2) Sovratassa sull'esportazione del prosecco fuori dal Veneto, perché noialtri sen boni de farlo e l'è giust che i nelo paghe

3) Riduzione in regione delle accise sul prezzo dello spritz (Spriss libero al massimo a un euro)

4) Scorporamento dalla regione di tutta la provincia di ROVIGO (parchè no i xe veneti dai mo)

5) Inserimento nelle scuole di almeno un'ora alla settimana di dialetto veneto (biasteme comprese, parché senó el bocia no impara)

6)Tassa sul lusso per i turisti di Venezia (perchè Venessia a xe bea e si ti vol vedarla... PAGARE)

7) Chiusura, abbattimento e bonificazione di strutture dedicate alla vendita di mezzi, stazioni e areoporti (Aerei, treni, machine e moto da noialtri no ghin voen parchè se usa solche tratori)

8) Rimodernizzazione del Ponte della Costituzione a Venezia (parché col piove se sbrissia)

9) Le lauree conseguite al di fuori delle Università della Serenissima (ghemo dito NO ROVIGO) vengono considerate estere e pertanto valutate valide tramite esame in sede


10) Sostituzione di tutti i ristoranti Sushi All You Can Eat con ristoranti locali "Poenta e Muset: tut quel che te vol, te magna finché no te sciopa"

11) Abolizione della parola "immigrato" da tutti i dizionari (perché ognuno sta a casa soa)

12) Spriss libero o al maximo a un euro lo ghemo dito?!  




Tao. L'utilità dell'inutile...

 “…il grasso da sé frigge sul fuoco, la cannella è tagliata perché commestibile,  l’albero della vernice viene inciso perché utile. Tutti riconoscono l’utilità dell’utile ma chi riconosce l’utilità dell’inutile? “ (Chuang Tzu)



Lao Tzu era in cammino con i suoi discepoli, quando giunsero a una foresta dove centinaia di falegnami stavano tagliando gli alberi, per costruire un grande palazzo. La foresta era già quasi tutta tagliata, ma era rimasto un albero, un grande albero dalle migliaia di rami, così grande che diecimila persone avrebbero potuto sedersi alla sua ombra. Lao Tzu chiese ai suoi discepoli di andare a chiedere perché questo albero non fosse stato ancora tagliato, quando l’intera foresta era oramai un deserto.

I discepoli andarono e chiesero ai falegnami: “Perché non avete tagliato questo albero?”.

I falegnami risposero: “Questo albero è assolutamente inutile. Non puoi farne nulla, perché ogni ramo ha molti nodi. Non è dritto in nessun punto, quindi non puoi farne delle travi e non puoi farne dei mobili. Non puoi nemmeno usarlo come combustibile, perché il suo fumo è molto pericoloso per gli occhi, potresti diventare cieco. Questo albero è assolutamente inutile. Ecco perché”.

Tornarono a riferire. Lao Tzu rise e disse: “Siate come quest’albero. Se volete sopravvivere in questo mondo, siate come quest’albero, assolutamente inutile. Allora nessuno vi farà del male. Se sei dritto ti taglieranno e diventerai un mobile a casa di qualcuno. Se sei bello sarai venduto al mercato, diventerai una merce di scambio. Sii come questo albero, assolutamente inutile. Allora nessuno potrà farti del male. E diventerai grande e immenso e migliaia di persone potranno trovare ombra sotto di te”.

Lao Tzu ha una logica completamente diversa rispetto alla tua mente. Dice: Sii l’ultimo. Muoviti nel mondo come se non esistessi. Rimani uno sconosciuto. Non cercare di essere il primo, altrimenti avrai dei nemici. Non essere competitivo e non cercare di dimostrare il tuo valore.

Non ce n’è bisogno. Resta inutile e divertiti.

Ovviamente è poco pratico. Ma se lo capisci, scoprirai che è molto più pratico a un livello più profondo, nella profondità, perché la vita è da godere e celebrare, la vita non è diventare un bene di consumo. La vita è più come la poesia che come una merce in vendita; dovrebbe essere come una poesia, un canto, una danza, un fiore sul ciglio della strada, che fiorisce per nessuno in particolare, che affida la sua fragranza al vento, senza alcun indirizzo, verso nessuno in particolare, semplicemente divertendosi, essendo se stesso...



Aneddoto raccontato da Osho in "Tao: The Three Treasures"

"Scienza e Magia"... secondo Lorenzo Merlo e Guido Dalla Casa

 


Diversamente da quanto ha imperato nella nostra cultura, scienza e magia sono soltanto due percorsi differenti che cercano risposte alle medesime domande. Contrapporle è inopportuno alla ricerca stessa. Riconoscere il loro significato culturale tende a creare consapevolezze individualmente e socialmente, quindi politicamente utili al cambiamento di paradigma del quale tutti percepiamo l’esigenza e auspichiamo l’avvento.

Scienza

Nel suo Fisica e filosofia del 1958 (1), Werner Karl Heisenberg esprime a chiare lettere che le prospettive aperte dalla fisica quantistica incrinavano le certezze che avevano fino a quel momento sostenuto le meccanicistiche verità della cosiddetta meccanica classica. Si aprivano concezioni e possibilità concettuali fino a quel momento castrate dall’assolutismo del materialismo e della sua genia: razionalismo, positivismo, scientismo.

Il fisico tedesco e il suo collega danese Niels Bohr erano stati i referenti del principio di indeterminazione, pilastro portante della fisica quantistica. Secondo quest’ultimo, non era possibile rilevare contemporaneamente il moto e la posizione di una particella. L’osservazione riguardava il microscopico mondo elementale. Tuttavia, coinvolge filosoficamente il mondo macroscopico che chiamano realtà tangibile. Ovvero, le verità culturalmente considerate definitive del meccanicismo, ad un certo ingrandimento, mostrano il loro limite, dunque la loro relatività.

Riportando in ambito relazionale, quindi umanistico, le osservazioni della fisica quantistica, possiamo riconoscerne la corrispondenza. Quando il contesto della relazione è condiviso, così le sue regole, il suo linguaggio, accezioni incluse, tende a realizzarsi un rapporto paritario, nel quale gli interlocutori si muovono su binari che non permettono accidenti, incomprensioni, equivoci. È il campo amministrativo. Tutto è chiaro e condiviso da tutti. Ma questo terreno, nonostante gli sforzi del razionalismo, non può contenere tutte le relazioni umane; non può realizzare sempre comunicazione. Basta un equivoco per dimostrarlo. Ed è proprio in questo libero campo umanistico, in cui ognuno impiega il proprio linguaggio, ordina il mondo secondo i propri principi ed esigenze, si muove secondo i propri bisogni, che la regola condivisa cessa di imperare e con essa l’infinità di ulteriori punti che ogni parte credeva fermi e ovvi.

Se in campo amministrativo, come in quello del biliardo, le parti si muovono secondo una logica comune e quanto affermato dal meccanicismo si compie senza sbavature, in quello relazionale le cose vanno diversamente, serendipicamente, come avessero una vita indipendente, capace di svincolarsi dal guinzaglio razionalistico con il quale crediamo di poterla governare a piacimento. Ciò che osserviamo non è più la realtà oggettivata e oggettiva, immobile e separata da noi. In essa osservato e osservatore creano una mente che esubera dal controllo che ambo le parti pretenderebbero: soggetto-materia-energia sono un solo organismo. In essa regna l’equivoco che, per allegoria, corrisponde a una particella – la nostra affermazione – che, in funzione del destinatario, prende un significato oppure un altro. Ovvero, nel rispetto della fisica quantistica, è visto dall’osservatore/destinatario come particella o onda.

In campo umanistico libero dal conosciuto, cioè dall’assolutismo culturale del razionalismo e della logica aristotelica, possiamo osservare comportamenti e realtà illogiche e immateriali, che la stupidità razionalista cerca di estirpare e sempre colpevolizza, come se la vita potesse esaurirsi nella sua amministrazione. In fisica quantistica, entanglement è il termine con il quale si riscontra una comunicazione che si compie senza i supporti che la fisica classica ritiene necessari. A distanze siderali due elementi possono reagire in contemporanea provocati dal medesimo stimolo. Significa che la verità del tempo lineare e uniforme non è più vera e che non sussiste più alcuno spazio tra gli elementi del reale.

Magia

Prima della scienza moderna ci erano arrivate le tradizioni sapienziali e la magia che, non a caso, definisce se stessa scienza suprema.

La magia è consapevole delle forze sottili che muovono pensieri, sentimenti, comportamenti, emozioni. Soltanto percentualmente pochi scienziati, tra cui Ilya Prigogine, David Bohm, Gregory Bateson, Fritjof Capra, sono all’altezza di riconoscere il merito della ricerca sapienziale. La maggioranza vanta ciò che si sta scoprendo ora come un’esclusiva personale. Un atteggiamento che certo castra l’apertura necessaria per accedere all’infinito e all’eterno. Affari loro, d’élite, ma anche nostri, culturali.

Forze sottili che nella magia nera permettono il dominio sull’altro e in quella bianca il bene comune. Una praticata per interesse personale, l’altra compiuta in nome di una deliberata bellezza che muove lo spirito di alcuni di noi. Il paragone con i tempi attuali, con l’incantesimo del liberismo, della protopandemia, del vaccinismo, ben rappresenta l’applicazione del maligno sul prossimo da parte di chi detiene il potere di farlo.

Nella magia l’illogico, l’irrazionale, l’impossibile non sono che categorie buie, in quanto il materialismo che le genera è inetto a fare luce. Nonostante tutto, esse sono di semplice disvelamento una volta consapevoli che il punto di attenzione è un vincolo che impone una certa realtà. Divenire capaci di cogliere il punto di attenzione dell’altro permette le due magie, una per soggiogare, l’altra per emancipare.

Nell’esperimento del gatto di Erwin Schrödinger, del 1935, lo scienziato austriaco ci dice che, aprendo la scatola nella quale giace un gatto e un marchingegno che può ucciderlo, lo potremmo trovare vivo o morto con pari probabilità. La congettura è relativa al relativismo quantistico, secondo il quale non si può determinare a priori lo stato di un elemento. Questo assume valore definitivo soltanto aprendo la scatola. Alcuno lo troveranno vivo altri morto. Se meccanicisticamente il doppio epilogo è impossibile, magicamente è l’ordinario.

È ordinario che la realtà sia nella relazione e che la sua descrizione non è che una nostra emanazione con la quale contemporaneamente la creiamo. Significa che una realtà c’è o meno, in funzione di chi la concepisce.

Il valore della filosofia estraibile dalle osservazioni quantiche non è quello di rielaborare attraverso il suo linguaggio la conoscenza delle tradizioni, bensì quello di riconoscere le dinamiche indeterminabili nella realtà affinché l’assolutismo del razionalismo torni ad occupare il ruolo parziale e amministrativo che gli compete lasciando ogni porta aperta a quello del mondo delle relazioni. Così facendo alzeremmo il rischio di dare vita ad una cultura nella quale tolleranza e amore avrebbero maggior potere emancipativo nei confronti del dominio della scomposizione, dell’analisi, dell’ordine, delle categorie, delle classificazioni e valutazioni. Tutte opere buone, ottime in contesto amministrativo, ma disastrose in quello relazionale, che pur non potendoselo permettere, cercano di comprimere l’infinito che è in noi, la potenzialità di cogliere l’energia cosmica, il suo flusso, il suo cangiare.

Dal volume che tutto contiene possiamo estrarre ogni realtà, inclusa quella logicamente e razionalmente irraggiungibile, quella che non sta nella forma e nella sostanza, quella che ad ogni tentativo di definirla le fa compiere un balzo avanti come per deridere l’inettitudine delle nostre trappole. Quella che solo la magia e la fisica quantistica lasciano cogliere a causa della loro idoneità a cogliere che mente-materia-energia sono la trinità di un solo ente.

Lorenzo Merlo




Ho reso partecipe di questo articolo Guido Dalla Casa, noto ricercatore dell’ecologia profonda e non solo. Ecco le sue note sull’articolo.

NOTE su SCIENZA E MAGIA

Il principio di indeterminazione fu formulato per la prima volta da Werner Heisenberg nel 1927. Fu convalidato da Niels Bohr, che in quel periodo era già un’autorità nel campo della Fisica, che sostenne la versione (in seguito sempre confermata) che l’indeterminazione non era una mancanza di precisione nei nostri strumenti o nei nostri sensi, ma una caratteristica insita in tutta la Natura e in tutti i fenomeni. Fu enunciato, per altra via e poco dopo, anche dal fisico austriaco Erwin Schroedinger, che riuscì a formulare l’equazione (che porta il suo nome) con la quale è possibile descrivere l’andamento della probabilità di trovare una “particella” in movimento. Successivamente, con i sistemi complessi, anche questa tenue prevedibilità è venuta meno. Oltre un certo tempo, l’andamento di un fenomeno diventa completamente imprevedibile, anche in linea teorica. Il determinismo e il meccanicismo sono finiti. In sostanza, il principio sancisce il fatto che la mente (l’osservazione) è inseparabile dalla materia-energia (l’osservato): la distinzione non ha alcun significato.

È interessante il fatto che il principio fu esteso ad altre coppie di grandezze (oltre a quella originaria quantità di moto-posizione): la più notevole è la coppia materia-energia/tempo: se cerco un tempo esatto, la cosiddetta “particella” è completamente indeterminata, cioè non è definibile in alcun modo, è un “fantasma” (vuoto quantistico).

Il fenomeno dell’entanglement, più volte dimostrato, sancisce la fine delle cosiddette “teorie realistiche locali”, sempre sostenute dalla fisica classica (e anche dalla relatività). In sostanza: sono possibili azioni istantanee a qualunque distanza. Sono le azioni ammesse dalla magia! Se due “particelle” sono state in qualche modo “in contatto”, lo saranno per sempre: nulla è separabile.

Sul gatto di Schroedinger: in quell’ora fra la rottura/non-rottura della fiala di cianuro e l’apertura della scatola il gatto si dovrebbe trovare in una posizione di vivo-morto. La logica aristotelica è saltata. Recentemente il fisico italiano Carlo Rovelli ha formulato una soluzione interessante: chi ha lo status di osservatore? Secondo una sua espressione “l’osservatore può essere anche un fotone”: in altre parole, non esiste alcun oggetto, né alcuna entità, esistono solo relazioni.

Guido Dalla Casa




 

Note

  1. Pubblicato in Italia da Il Saggiatore nel 1963.

Andiamo verso la luce o restiamo al buio?



Nonostante la narrazione che l’Occidente fa di se stesso, oltre le edulcorate vetrine di distrazione che mette in campo, si scoprono dei disordinati retrobottega. La disperazione è qui, oggi. Tutto viene fatto per nasconderla.

Oswald Spengler, Julius Evola, Réne Guénon, Friedrich Nietzsche, Zygmunt Bauman sono tra i più noti pensatori che, in modi differenti e più o meno diretti, hanno osservato la decadenza dell’Occidente. Proprio lui, quello che vanta di essere la guida del mondo, quello che ha prodotto una cultura che permette ai suoi uomini di giudicare gli altri popoli, di imporre unità di misura del giusto e del vero.

Se da una parte è doveroso non colpevolizzare, ma sottolineare la legittimità storica dell’arco epopeico della cultura occidentale, dall’altra ciò non significa non riconoscerne la sua precipitosa discesa verso il tramonto.

Cercando una ragione, per quanto presuntuoso, si potrebbe sostenere che la sua morte ha una sola causa e una moltitudine di sintomi.

Per causa si può addurre la separazione dal divino. Per sintomi basta prendere in toto tutto ciò che i vizi capitali già contemplano.

Separazione del divino è perdita del senso del sacro comune, è la vanità, l’individualismo, l’arroganza di parità con il mito, la mortificazione dell’eros. Tutti esiziali intenti promossi da una cultura dell’avere che ha creduto di poter fare a meno di quella dell’essere.

Senza un solco, senza una bussola, non è possibile trovare l’imperturbabilità per attraversare i deserti, la determinazione per navigare gli oceani, il coraggio per scalare le montagne, la tranquillità per scoprire gli abissi, la visione per elevarsi nei cieli.

Il senso del sacro è di semplice esplicitazione. Esso corrisponde al punto di attenzione. Un magnete che ci mantiene fermi sul pezzo. Se ciò può accadere anche nei confronti di un ultimo modello di telefono, di una borsetta firmata e di qualsiasi altro effimero oggetto di consumo, non significa che non vi siano livelli differenti.

La decadenza dell’Occidente – in senso lato, ovvero esteso a tutte le culture che ne hanno abbracciato i valori materialisti –, volendo, sta nell’aver buttato a mare i pochi valori tradizionali, per sostituirli con una messe di attrazioni usa e getta.

Le comunità, le nazioni, le differenze, le identità sono così venute meno e con esse la potenza dell’uomo si è ulteriormente mortificata, seppellita sotto montagne di facezie e falsi intenti.

Il nichilismo, il futile, l’ingannevole, il superfluo, il posticcio, il succedaneo, il surrogato, il buio, sono in agguato. Non serve uno studio, né una dimostrazione, né scienziati. Cancri e malattie psichiche sono solo alla loro alba. E sarà una giornata lunga, perché il crepuscolo dell’Occidente invece di essere colpito a morte da qualche esercito di saggi è mantenuto in vita, sebbene agonica, dall’accanimento terapeutico di tutti i suoi fedeli adepti. Singoli individualisti, attenti al proprio benessere che garantisca loro di andare a sciare d’inverno e un ombrellone d’estate.

Lorenzo Merlo



E se anche il mondo finisse... ?



Da dove viene la paura? E dove va? Tutte le tue paure sono frutto della tua identificazione.

L’uomo ha un’immensa capacità di adattamento a qualsiasi situazione.

Si dice che solo l’uomo e lo scarafaggio abbiano questa immensa capacità di adattamento a qualsiasi situazione. Ecco perché, dovunque trovi un uomo, trovi anche uno scarafaggio e dovunque trovi uno scarafaggio, trovi anche un uomo. Procedono insieme, tra loro esistono delle analogie. Perfino in luoghi lontani come il Polo Nord o il Polo Sud… Quando l’uomo raggiunse questi luoghi, si accorse improvvisamente di aver portato con sé alcuni scarafaggi. Erano in perfetta salute, vitali e in grado di riprodursi.

Se ti guardi intorno, vedi che l’uomo vive in moltissimi climi e in condizioni geografiche diverse, in situazioni sociologiche, politiche e religiose diverse, eppure riesce sempre a sopravvivere. È sopravvissuto per secoli: le situazioni cambiano continuamente e l’uomo continua ad adattarsi.

Non hai niente da temere. Se anche il mondo finisse… E allora? Tu finiresti con il mondo. Pensi forse che rimarresti in un’isola – da solo – mentre il mondo finisce? Non preoccuparti: avrai almeno la compagnia di qualche scarafaggio!

Se il mondo finisce, qual è il problema? Molte volte mi hanno fatto questa domanda, ma qual è il problema? Se il mondo finisce, finisce. La sua fine non creerebbe alcun problema, perché non saremmo più qui, saremmo finiti con il mondo e non rimarrebbe più nessuno a preoccuparsi. Sarebbe davvero la massima liberazione dalla paura.

La fine del mondo significa la fine di ogni problema, la fine di ogni disagio, la fine di ogni nodo allo stomaco. Nella fine del mondo io non vedo alcun problema! Ma so che voi tutti siete pieni di paura.

Il motivo è sempre lo stesso: la paura è una manifestazione della mente. La mente è codarda – deve essere codarda perché non ha alcuna sostanza – è totalmente vuota, perciò ha paura di tutto. La paura fondamentale della mente è che un giorno possiate diventare consapevoli. Quella sarebbe davvero la fine del mondo!

La paura fondamentale della mente non è la fine del mondo, ma è la possibilità che diventiate consapevoli, che entriate in uno stato meditativo nel quale dovrebbe scomparire: ecco la paura fondamentale! A causa di questa paura, la mente vi tiene lontani dalla meditazione e crea conflitto verso una persona come me, una persona che tenta di diffondere la meditazione e di mostrarvi la via della consapevolezza e dell’essere testimoni. La mente è la mia antagonista e non senza motivo, la sua paura è davvero fondata.

Forse non ne siete consapevoli, ma la mente è terrorizzata dall’avvicinarsi a qualsiasi cosa possa creare una maggiore consapevolezza. Sarebbe l’inizio della fine per la mente. Sarebbe la morte per la mente.

Ma il vostro essere interiore non ha niente da temere. La morte della mente è la sua rinascita, l’inizio di una vita reale. Dovreste essere felici, di fronte alla morte della mente dovreste rallegrarvi, perché non potreste godere di una libertà maggiore. Nient’altro potrebbe darvi le ali per volare alti nel cielo, nient’altro potrebbe far sì che tutto il cielo sia vostro.

La mente è una prigione.

Consapevolezza è uscire dalla prigione, ossia riconoscere di non essere mai stati in prigione, di aver soltanto pensato di esserci. E tutte le paure scompariranno.

Io vivo nello stesso mondo, ma non ho mai avuto paura, neppure per un istante, perché nulla mi può essere sottratto. Certo, potrei essere ucciso e starei a guardare ciò che accade, perché colui che ucciderebbero non sono io, non è la mia consapevolezza.

Nella vita umana la consapevolezza è la massima scoperta e il tesoro più prezioso. Senza la consapevolezza sei destinato a vivere nelle tenebre, pieno di paure. E continuerai a crearti paure sempre nuove, all’infinito. Vivrai nella paura, morirai nella paura e non sarai mai in grado di gustare neppure un minimo di libertà. E questo è da sempre il tuo potenziale; avresti potuto rivendicarlo in qualsiasi momento, ma non l’hai mai fatto.


Osho


Testo  tratto da: Beyond Psychology



Autopoiesi e cognizione... ed il cambiamento necessario

 


Pensiamo che capire sia tutto, che acquisire dati attraverso lo studio sia conoscenza. È un peccato che ci limita e che ci obbliga ad una storia di conflitto.

Penso di condividere la platonica prospettiva dalla quale appare in tutta chiarezza il mondo delle idee. Il filosofo ateniese lo chiamava Iperuranio. Uno spazio in tutto è già presenza, fuori dal tempo e dallo spazio. Uno spazio, aggiungo banalmente, in cui tutti i perché hanno già la loro risposta. In cui la circolarità del tempo diviene facile da riconoscere, così come la contiguità e la relazione di tutte le cose, ovvero l’autoreferenzialità dello spazio. L’eterno ritorno, il nichilismo come culmine della conoscenza, l’Uno come dimensione accessibile nell’astensione.

Il concetto non è semplice. Non lo si agguanta con un ragionamento. Serve ricrearlo. Come sennò andare oltre il materialistico e razionalistico limite del tempo oggettivo, della separazione delle cose, dello spazio misurabile che si pone tra esse?

Ma non si tratta di richiamare ad una questione elitaria, di graduatoria d’intelligenza. A sua volta – come tutte – nient’altro che un’autoreferenziale affermazione umana. Ogni nostra affermazione, financo quella imitativa, adagiata su un modello confezionato da altri, acquisita o rubata al mercato delle idee, appunto, presuppone una ricreazione di una delle infinite prospettive disponibili nell’infinito. Se non altro, nella misura in cui quell’idea, quella posizione e affermazione, occupa lo spazio del nostro pensiero e della nostra azione, impedendo così l’affermarsi di altro, alternativo da essa. La ricreazione non riguarda soltanto dunque le idee cosiddette innovative.

Nella mia personale concezione, quel mondo delle idee – pur non potendogli porre confini – è una sorta di volume che tutto contiene. Un cosmo nel quale tutte le dimensioni che gli uomini elaborano sono presenti. Un corpo dal quale ogni posizione può essere assunta. Un terreno sul quale tutte le affermazioni trovano il loro contrario. Un oceano nel quale ogni cosa si muove, offrendoci la sensazione di saperci nuotare, ovvero di trovare la conoscenza.

Se Platone, con la metafora del Mito della caverna – ricreazione occidentale del schopenhaueriano Velo di Maya, di vedica origine – alludeva all’abbaglio della presupposta conoscenza, nel pensiero del Volume la medesima debacle prende il nome di Bidimensione. Essa non è altro che una specie di fermo immagine della vorticosa realtà volumetrica. Un espediente obbligato dal nostro crederci e sentirci indipendenti da ciò che stiamo osservando, nonché dai lacci della logica a sintassi unica soggetto-verbo-complemento.

La bidimensione è necessaria per affermare, diviene superflua nell’ascolto. Essa, come una fotografia, contiene tutta la realtà che la nostra concezione, coniugata con l’interesse personale, è in grado di cogliere. Solo davanti alla fotografia che, non sempre inconsapevolmente, abbiamo estratto dal Volume, possiamo disquisire su come stanno le cose, su dove è la verità, su come progettare e raggiungere lo scopo. Ma non è un caso che ogni progetto che non sia relativo a pochi elementi, come un ponte, un sifone, un aereo o un palazzo, implichi la sua contraddizione. È ordinariamente così nel mondo delle relazioni, dove l’infinito di ognuno non può essere compresso entro le intenzioni di una sola parte.

Inconsapevoli di queste banalità ci si accapiglia per dimostrare, fare proseliti, avere ragione, attribuire responsabilità, eccetera. Si va così a mantenere la storia di conflitto che tutti conosciamo. Strano, verrebbe da dire, visto che la saggezza dei Veda risalgono al IX secolo A.C., che Platone ce la ricordò settecento anni dopo, e che Schopenhauer, sintetizzò il concetto con la sua espressione Velo di Maya circa centocinquanta anni fa. Ma anche come l’altro ieri, in altro modo, ci hanno fatto presente Gregory Bateson con la sua Ecologia della mente e Humberto Maturana con Francisco Varela con il loro Autopiesi e cognizione. Ma strano soltanto se siamo inconsapevoli prede del campo bidimensionale del razionalismo. Altrimenti logico. Sì, perché il Volume, non è da capire è da ricreare.

Lorenzo Merlo