Diversamente da quanto ha imperato nella nostra cultura, scienza e
magia sono soltanto due percorsi differenti che cercano risposte alle
medesime domande. Contrapporle è inopportuno alla ricerca stessa.
Riconoscere il loro significato culturale tende a creare
consapevolezze individualmente e socialmente, quindi politicamente
utili al cambiamento di paradigma del quale tutti percepiamo
l’esigenza e auspichiamo l’avvento.
Scienza
Nel suo Fisica e filosofia del 1958 (1), Werner Karl
Heisenberg esprime a chiare lettere che le prospettive aperte dalla
fisica quantistica incrinavano le certezze che avevano fino a
quel momento sostenuto le meccanicistiche verità della cosiddetta
meccanica classica. Si aprivano concezioni e possibilità concettuali
fino a quel momento castrate dall’assolutismo del materialismo e
della sua genia: razionalismo, positivismo, scientismo.
Il fisico tedesco e il suo collega danese Niels Bohr erano stati i
referenti del principio di indeterminazione, pilastro portante
della fisica quantistica. Secondo quest’ultimo, non era possibile
rilevare contemporaneamente il moto e la posizione di una particella.
L’osservazione riguardava il microscopico mondo elementale.
Tuttavia, coinvolge filosoficamente il mondo macroscopico che
chiamano realtà tangibile. Ovvero, le verità culturalmente
considerate definitive del meccanicismo, ad un certo ingrandimento,
mostrano il loro limite, dunque la loro relatività.
Riportando in ambito relazionale, quindi umanistico, le osservazioni
della fisica quantistica, possiamo riconoscerne la corrispondenza.
Quando il contesto della relazione è condiviso, così le sue regole,
il suo linguaggio, accezioni incluse, tende a realizzarsi un rapporto
paritario, nel quale gli interlocutori si muovono su binari che non
permettono accidenti, incomprensioni, equivoci. È il campo
amministrativo. Tutto è chiaro e condiviso da tutti. Ma questo
terreno, nonostante gli sforzi del razionalismo, non può contenere
tutte le relazioni umane; non può realizzare sempre comunicazione.
Basta un equivoco per dimostrarlo. Ed è proprio in questo
libero campo umanistico, in cui ognuno impiega il proprio linguaggio,
ordina il mondo secondo i propri principi ed esigenze, si muove
secondo i propri bisogni, che la regola condivisa cessa di imperare e
con essa l’infinità di ulteriori punti che ogni parte credeva
fermi e ovvi.
Se in campo amministrativo, come in quello del biliardo, le parti si
muovono secondo una logica comune e quanto affermato dal meccanicismo
si compie senza sbavature, in quello relazionale le cose vanno
diversamente, serendipicamente, come avessero una vita indipendente,
capace di svincolarsi dal guinzaglio razionalistico con il quale
crediamo di poterla governare a piacimento. Ciò che osserviamo non è
più la realtà oggettivata e oggettiva, immobile e separata da noi.
In essa osservato e osservatore creano una mente che esubera dal
controllo che ambo le parti pretenderebbero: soggetto-materia-energia
sono un solo organismo. In essa regna l’equivoco che, per
allegoria, corrisponde a una particella – la nostra affermazione –
che, in funzione del destinatario, prende un significato oppure un
altro. Ovvero, nel rispetto della fisica quantistica, è visto
dall’osservatore/destinatario come particella o onda.
In campo umanistico libero dal conosciuto, cioè dall’assolutismo
culturale del razionalismo e della logica aristotelica, possiamo
osservare comportamenti e realtà illogiche e immateriali, che la
stupidità razionalista cerca di estirpare e sempre colpevolizza,
come se la vita potesse esaurirsi nella sua amministrazione. In
fisica quantistica, entanglement è il termine con il quale si
riscontra una comunicazione che si compie senza i supporti che la
fisica classica ritiene necessari. A distanze siderali due elementi
possono reagire in contemporanea provocati dal medesimo stimolo.
Significa che la verità del tempo lineare e uniforme non è più
vera e che non sussiste più alcuno spazio tra gli elementi del
reale.
Magia
Prima della scienza moderna ci erano arrivate le tradizioni
sapienziali e la magia che, non a caso, definisce se stessa scienza
suprema.
La magia è consapevole delle forze sottili che muovono pensieri,
sentimenti, comportamenti, emozioni. Soltanto percentualmente pochi
scienziati, tra cui Ilya Prigogine, David Bohm, Gregory Bateson,
Fritjof Capra, sono all’altezza di riconoscere il merito della
ricerca sapienziale. La maggioranza vanta ciò che si sta scoprendo
ora come un’esclusiva personale. Un atteggiamento che certo castra
l’apertura necessaria per accedere all’infinito e all’eterno.
Affari loro, d’élite, ma anche nostri, culturali.
Forze sottili che nella magia nera permettono il dominio sull’altro
e in quella bianca il bene comune. Una praticata per interesse
personale, l’altra compiuta in nome di una deliberata bellezza che
muove lo spirito di alcuni di noi. Il paragone con i tempi attuali,
con l’incantesimo del liberismo, della protopandemia, del
vaccinismo, ben rappresenta l’applicazione del maligno sul prossimo
da parte di chi detiene il potere di farlo.
Nella magia l’illogico, l’irrazionale, l’impossibile non sono
che categorie buie, in quanto il materialismo che le genera è inetto
a fare luce. Nonostante tutto, esse sono di semplice disvelamento una
volta consapevoli che il punto di attenzione è un vincolo che impone
una certa realtà. Divenire capaci di cogliere il punto di attenzione
dell’altro permette le due magie, una per soggiogare, l’altra per
emancipare.
Nell’esperimento del gatto di Erwin Schrödinger, del
1935, lo scienziato austriaco ci dice che, aprendo la scatola
nella quale giace un gatto e un marchingegno che può ucciderlo, lo
potremmo trovare vivo o morto con pari probabilità. La congettura è
relativa al relativismo quantistico, secondo il quale non si può
determinare a priori lo stato di un elemento. Questo assume valore
definitivo soltanto aprendo la scatola. Alcuno lo troveranno vivo
altri morto. Se meccanicisticamente il doppio epilogo è impossibile,
magicamente è l’ordinario.
È ordinario che la realtà sia nella relazione e che la sua
descrizione non è che una nostra emanazione con la quale
contemporaneamente la creiamo. Significa che una realtà c’è o
meno, in funzione di chi la concepisce.
Il valore della filosofia estraibile dalle osservazioni quantiche non
è quello di rielaborare attraverso il suo linguaggio la conoscenza
delle tradizioni, bensì quello di riconoscere le dinamiche
indeterminabili nella realtà affinché l’assolutismo del
razionalismo torni ad occupare il ruolo parziale e amministrativo che
gli compete lasciando ogni porta aperta a quello del mondo delle
relazioni. Così facendo alzeremmo il rischio di dare vita ad una
cultura nella quale tolleranza e amore avrebbero maggior potere
emancipativo nei confronti del dominio della scomposizione,
dell’analisi, dell’ordine, delle categorie, delle classificazioni
e valutazioni. Tutte opere buone, ottime in contesto amministrativo,
ma disastrose in quello relazionale, che pur non potendoselo
permettere, cercano di comprimere l’infinito che è in noi, la
potenzialità di cogliere l’energia cosmica, il suo flusso, il suo
cangiare.
Dal volume che tutto contiene possiamo estrarre ogni realtà,
inclusa quella logicamente e razionalmente irraggiungibile, quella
che non sta nella forma e nella sostanza, quella che ad ogni
tentativo di definirla le fa compiere un balzo avanti come per
deridere l’inettitudine delle nostre trappole. Quella che solo la
magia e la fisica quantistica lasciano cogliere a causa della loro
idoneità a cogliere che mente-materia-energia sono la trinità
di un solo ente.
Lorenzo Merlo
Ho reso partecipe di questo articolo Guido Dalla Casa, noto
ricercatore dell’ecologia profonda e non solo. Ecco le sue note
sull’articolo.
NOTE su SCIENZA E MAGIA
Il principio di indeterminazione fu formulato per la prima
volta da Werner Heisenberg nel 1927. Fu convalidato da Niels Bohr,
che in quel periodo era già un’autorità nel campo della Fisica,
che sostenne la versione (in seguito sempre confermata) che
l’indeterminazione non era una mancanza di precisione nei nostri
strumenti o nei nostri sensi, ma una caratteristica insita in tutta
la Natura e in tutti i fenomeni. Fu enunciato, per altra via e poco
dopo, anche dal fisico austriaco Erwin Schroedinger, che riuscì a
formulare l’equazione (che porta il suo nome) con la quale è
possibile descrivere l’andamento della probabilità di trovare una
“particella” in movimento. Successivamente, con i sistemi
complessi, anche questa tenue prevedibilità è venuta meno. Oltre un
certo tempo, l’andamento di un fenomeno diventa completamente
imprevedibile, anche in linea teorica. Il determinismo e il
meccanicismo sono finiti. In sostanza, il principio sancisce il fatto
che la mente (l’osservazione) è inseparabile dalla materia-energia
(l’osservato): la distinzione non ha alcun significato.
È interessante il fatto che il principio fu esteso ad altre coppie
di grandezze (oltre a quella originaria quantità di moto-posizione):
la più notevole è la coppia materia-energia/tempo: se cerco un
tempo esatto, la cosiddetta “particella” è completamente
indeterminata, cioè non è definibile in alcun modo, è un
“fantasma” (vuoto quantistico).
Il fenomeno dell’entanglement, più volte dimostrato, sancisce la
fine delle cosiddette “teorie realistiche locali”, sempre
sostenute dalla fisica classica (e anche dalla relatività). In
sostanza: sono possibili azioni istantanee a qualunque distanza. Sono
le azioni ammesse dalla magia! Se due “particelle” sono state in
qualche modo “in contatto”, lo saranno per sempre: nulla è
separabile.
Sul gatto di Schroedinger: in quell’ora fra la rottura/non-rottura
della fiala di cianuro e l’apertura della scatola il gatto si
dovrebbe trovare in una posizione di vivo-morto. La logica
aristotelica è saltata. Recentemente il fisico italiano Carlo
Rovelli ha formulato una soluzione interessante: chi ha lo status di
osservatore? Secondo una sua espressione “l’osservatore può
essere anche un fotone”: in altre parole, non esiste alcun oggetto,
né alcuna entità, esistono solo relazioni.
Guido Dalla Casa
Note
Pubblicato
in Italia da Il Saggiatore nel 1963.