Tao. L'utilità dell'inutile...

 “…il grasso da sé frigge sul fuoco, la cannella è tagliata perché commestibile,  l’albero della vernice viene inciso perché utile. Tutti riconoscono l’utilità dell’utile ma chi riconosce l’utilità dell’inutile? “ (Chuang Tzu)



Lao Tzu era in cammino con i suoi discepoli, quando giunsero a una foresta dove centinaia di falegnami stavano tagliando gli alberi, per costruire un grande palazzo. La foresta era già quasi tutta tagliata, ma era rimasto un albero, un grande albero dalle migliaia di rami, così grande che diecimila persone avrebbero potuto sedersi alla sua ombra. Lao Tzu chiese ai suoi discepoli di andare a chiedere perché questo albero non fosse stato ancora tagliato, quando l’intera foresta era oramai un deserto.

I discepoli andarono e chiesero ai falegnami: “Perché non avete tagliato questo albero?”.

I falegnami risposero: “Questo albero è assolutamente inutile. Non puoi farne nulla, perché ogni ramo ha molti nodi. Non è dritto in nessun punto, quindi non puoi farne delle travi e non puoi farne dei mobili. Non puoi nemmeno usarlo come combustibile, perché il suo fumo è molto pericoloso per gli occhi, potresti diventare cieco. Questo albero è assolutamente inutile. Ecco perché”.

Tornarono a riferire. Lao Tzu rise e disse: “Siate come quest’albero. Se volete sopravvivere in questo mondo, siate come quest’albero, assolutamente inutile. Allora nessuno vi farà del male. Se sei dritto ti taglieranno e diventerai un mobile a casa di qualcuno. Se sei bello sarai venduto al mercato, diventerai una merce di scambio. Sii come questo albero, assolutamente inutile. Allora nessuno potrà farti del male. E diventerai grande e immenso e migliaia di persone potranno trovare ombra sotto di te”.

Lao Tzu ha una logica completamente diversa rispetto alla tua mente. Dice: Sii l’ultimo. Muoviti nel mondo come se non esistessi. Rimani uno sconosciuto. Non cercare di essere il primo, altrimenti avrai dei nemici. Non essere competitivo e non cercare di dimostrare il tuo valore.

Non ce n’è bisogno. Resta inutile e divertiti.

Ovviamente è poco pratico. Ma se lo capisci, scoprirai che è molto più pratico a un livello più profondo, nella profondità, perché la vita è da godere e celebrare, la vita non è diventare un bene di consumo. La vita è più come la poesia che come una merce in vendita; dovrebbe essere come una poesia, un canto, una danza, un fiore sul ciglio della strada, che fiorisce per nessuno in particolare, che affida la sua fragranza al vento, senza alcun indirizzo, verso nessuno in particolare, semplicemente divertendosi, essendo se stesso...



Aneddoto raccontato da Osho in "Tao: The Three Treasures"

"Scienza e Magia"... secondo Lorenzo Merlo e Guido Dalla Casa

 


Diversamente da quanto ha imperato nella nostra cultura, scienza e magia sono soltanto due percorsi differenti che cercano risposte alle medesime domande. Contrapporle è inopportuno alla ricerca stessa. Riconoscere il loro significato culturale tende a creare consapevolezze individualmente e socialmente, quindi politicamente utili al cambiamento di paradigma del quale tutti percepiamo l’esigenza e auspichiamo l’avvento.

Scienza

Nel suo Fisica e filosofia del 1958 (1), Werner Karl Heisenberg esprime a chiare lettere che le prospettive aperte dalla fisica quantistica incrinavano le certezze che avevano fino a quel momento sostenuto le meccanicistiche verità della cosiddetta meccanica classica. Si aprivano concezioni e possibilità concettuali fino a quel momento castrate dall’assolutismo del materialismo e della sua genia: razionalismo, positivismo, scientismo.

Il fisico tedesco e il suo collega danese Niels Bohr erano stati i referenti del principio di indeterminazione, pilastro portante della fisica quantistica. Secondo quest’ultimo, non era possibile rilevare contemporaneamente il moto e la posizione di una particella. L’osservazione riguardava il microscopico mondo elementale. Tuttavia, coinvolge filosoficamente il mondo macroscopico che chiamano realtà tangibile. Ovvero, le verità culturalmente considerate definitive del meccanicismo, ad un certo ingrandimento, mostrano il loro limite, dunque la loro relatività.

Riportando in ambito relazionale, quindi umanistico, le osservazioni della fisica quantistica, possiamo riconoscerne la corrispondenza. Quando il contesto della relazione è condiviso, così le sue regole, il suo linguaggio, accezioni incluse, tende a realizzarsi un rapporto paritario, nel quale gli interlocutori si muovono su binari che non permettono accidenti, incomprensioni, equivoci. È il campo amministrativo. Tutto è chiaro e condiviso da tutti. Ma questo terreno, nonostante gli sforzi del razionalismo, non può contenere tutte le relazioni umane; non può realizzare sempre comunicazione. Basta un equivoco per dimostrarlo. Ed è proprio in questo libero campo umanistico, in cui ognuno impiega il proprio linguaggio, ordina il mondo secondo i propri principi ed esigenze, si muove secondo i propri bisogni, che la regola condivisa cessa di imperare e con essa l’infinità di ulteriori punti che ogni parte credeva fermi e ovvi.

Se in campo amministrativo, come in quello del biliardo, le parti si muovono secondo una logica comune e quanto affermato dal meccanicismo si compie senza sbavature, in quello relazionale le cose vanno diversamente, serendipicamente, come avessero una vita indipendente, capace di svincolarsi dal guinzaglio razionalistico con il quale crediamo di poterla governare a piacimento. Ciò che osserviamo non è più la realtà oggettivata e oggettiva, immobile e separata da noi. In essa osservato e osservatore creano una mente che esubera dal controllo che ambo le parti pretenderebbero: soggetto-materia-energia sono un solo organismo. In essa regna l’equivoco che, per allegoria, corrisponde a una particella – la nostra affermazione – che, in funzione del destinatario, prende un significato oppure un altro. Ovvero, nel rispetto della fisica quantistica, è visto dall’osservatore/destinatario come particella o onda.

In campo umanistico libero dal conosciuto, cioè dall’assolutismo culturale del razionalismo e della logica aristotelica, possiamo osservare comportamenti e realtà illogiche e immateriali, che la stupidità razionalista cerca di estirpare e sempre colpevolizza, come se la vita potesse esaurirsi nella sua amministrazione. In fisica quantistica, entanglement è il termine con il quale si riscontra una comunicazione che si compie senza i supporti che la fisica classica ritiene necessari. A distanze siderali due elementi possono reagire in contemporanea provocati dal medesimo stimolo. Significa che la verità del tempo lineare e uniforme non è più vera e che non sussiste più alcuno spazio tra gli elementi del reale.

Magia

Prima della scienza moderna ci erano arrivate le tradizioni sapienziali e la magia che, non a caso, definisce se stessa scienza suprema.

La magia è consapevole delle forze sottili che muovono pensieri, sentimenti, comportamenti, emozioni. Soltanto percentualmente pochi scienziati, tra cui Ilya Prigogine, David Bohm, Gregory Bateson, Fritjof Capra, sono all’altezza di riconoscere il merito della ricerca sapienziale. La maggioranza vanta ciò che si sta scoprendo ora come un’esclusiva personale. Un atteggiamento che certo castra l’apertura necessaria per accedere all’infinito e all’eterno. Affari loro, d’élite, ma anche nostri, culturali.

Forze sottili che nella magia nera permettono il dominio sull’altro e in quella bianca il bene comune. Una praticata per interesse personale, l’altra compiuta in nome di una deliberata bellezza che muove lo spirito di alcuni di noi. Il paragone con i tempi attuali, con l’incantesimo del liberismo, della protopandemia, del vaccinismo, ben rappresenta l’applicazione del maligno sul prossimo da parte di chi detiene il potere di farlo.

Nella magia l’illogico, l’irrazionale, l’impossibile non sono che categorie buie, in quanto il materialismo che le genera è inetto a fare luce. Nonostante tutto, esse sono di semplice disvelamento una volta consapevoli che il punto di attenzione è un vincolo che impone una certa realtà. Divenire capaci di cogliere il punto di attenzione dell’altro permette le due magie, una per soggiogare, l’altra per emancipare.

Nell’esperimento del gatto di Erwin Schrödinger, del 1935, lo scienziato austriaco ci dice che, aprendo la scatola nella quale giace un gatto e un marchingegno che può ucciderlo, lo potremmo trovare vivo o morto con pari probabilità. La congettura è relativa al relativismo quantistico, secondo il quale non si può determinare a priori lo stato di un elemento. Questo assume valore definitivo soltanto aprendo la scatola. Alcuno lo troveranno vivo altri morto. Se meccanicisticamente il doppio epilogo è impossibile, magicamente è l’ordinario.

È ordinario che la realtà sia nella relazione e che la sua descrizione non è che una nostra emanazione con la quale contemporaneamente la creiamo. Significa che una realtà c’è o meno, in funzione di chi la concepisce.

Il valore della filosofia estraibile dalle osservazioni quantiche non è quello di rielaborare attraverso il suo linguaggio la conoscenza delle tradizioni, bensì quello di riconoscere le dinamiche indeterminabili nella realtà affinché l’assolutismo del razionalismo torni ad occupare il ruolo parziale e amministrativo che gli compete lasciando ogni porta aperta a quello del mondo delle relazioni. Così facendo alzeremmo il rischio di dare vita ad una cultura nella quale tolleranza e amore avrebbero maggior potere emancipativo nei confronti del dominio della scomposizione, dell’analisi, dell’ordine, delle categorie, delle classificazioni e valutazioni. Tutte opere buone, ottime in contesto amministrativo, ma disastrose in quello relazionale, che pur non potendoselo permettere, cercano di comprimere l’infinito che è in noi, la potenzialità di cogliere l’energia cosmica, il suo flusso, il suo cangiare.

Dal volume che tutto contiene possiamo estrarre ogni realtà, inclusa quella logicamente e razionalmente irraggiungibile, quella che non sta nella forma e nella sostanza, quella che ad ogni tentativo di definirla le fa compiere un balzo avanti come per deridere l’inettitudine delle nostre trappole. Quella che solo la magia e la fisica quantistica lasciano cogliere a causa della loro idoneità a cogliere che mente-materia-energia sono la trinità di un solo ente.

Lorenzo Merlo




Ho reso partecipe di questo articolo Guido Dalla Casa, noto ricercatore dell’ecologia profonda e non solo. Ecco le sue note sull’articolo.

NOTE su SCIENZA E MAGIA

Il principio di indeterminazione fu formulato per la prima volta da Werner Heisenberg nel 1927. Fu convalidato da Niels Bohr, che in quel periodo era già un’autorità nel campo della Fisica, che sostenne la versione (in seguito sempre confermata) che l’indeterminazione non era una mancanza di precisione nei nostri strumenti o nei nostri sensi, ma una caratteristica insita in tutta la Natura e in tutti i fenomeni. Fu enunciato, per altra via e poco dopo, anche dal fisico austriaco Erwin Schroedinger, che riuscì a formulare l’equazione (che porta il suo nome) con la quale è possibile descrivere l’andamento della probabilità di trovare una “particella” in movimento. Successivamente, con i sistemi complessi, anche questa tenue prevedibilità è venuta meno. Oltre un certo tempo, l’andamento di un fenomeno diventa completamente imprevedibile, anche in linea teorica. Il determinismo e il meccanicismo sono finiti. In sostanza, il principio sancisce il fatto che la mente (l’osservazione) è inseparabile dalla materia-energia (l’osservato): la distinzione non ha alcun significato.

È interessante il fatto che il principio fu esteso ad altre coppie di grandezze (oltre a quella originaria quantità di moto-posizione): la più notevole è la coppia materia-energia/tempo: se cerco un tempo esatto, la cosiddetta “particella” è completamente indeterminata, cioè non è definibile in alcun modo, è un “fantasma” (vuoto quantistico).

Il fenomeno dell’entanglement, più volte dimostrato, sancisce la fine delle cosiddette “teorie realistiche locali”, sempre sostenute dalla fisica classica (e anche dalla relatività). In sostanza: sono possibili azioni istantanee a qualunque distanza. Sono le azioni ammesse dalla magia! Se due “particelle” sono state in qualche modo “in contatto”, lo saranno per sempre: nulla è separabile.

Sul gatto di Schroedinger: in quell’ora fra la rottura/non-rottura della fiala di cianuro e l’apertura della scatola il gatto si dovrebbe trovare in una posizione di vivo-morto. La logica aristotelica è saltata. Recentemente il fisico italiano Carlo Rovelli ha formulato una soluzione interessante: chi ha lo status di osservatore? Secondo una sua espressione “l’osservatore può essere anche un fotone”: in altre parole, non esiste alcun oggetto, né alcuna entità, esistono solo relazioni.

Guido Dalla Casa




 

Note

  1. Pubblicato in Italia da Il Saggiatore nel 1963.

Andiamo verso la luce o restiamo al buio?



Nonostante la narrazione che l’Occidente fa di se stesso, oltre le edulcorate vetrine di distrazione che mette in campo, si scoprono dei disordinati retrobottega. La disperazione è qui, oggi. Tutto viene fatto per nasconderla.

Oswald Spengler, Julius Evola, Réne Guénon, Friedrich Nietzsche, Zygmunt Bauman sono tra i più noti pensatori che, in modi differenti e più o meno diretti, hanno osservato la decadenza dell’Occidente. Proprio lui, quello che vanta di essere la guida del mondo, quello che ha prodotto una cultura che permette ai suoi uomini di giudicare gli altri popoli, di imporre unità di misura del giusto e del vero.

Se da una parte è doveroso non colpevolizzare, ma sottolineare la legittimità storica dell’arco epopeico della cultura occidentale, dall’altra ciò non significa non riconoscerne la sua precipitosa discesa verso il tramonto.

Cercando una ragione, per quanto presuntuoso, si potrebbe sostenere che la sua morte ha una sola causa e una moltitudine di sintomi.

Per causa si può addurre la separazione dal divino. Per sintomi basta prendere in toto tutto ciò che i vizi capitali già contemplano.

Separazione del divino è perdita del senso del sacro comune, è la vanità, l’individualismo, l’arroganza di parità con il mito, la mortificazione dell’eros. Tutti esiziali intenti promossi da una cultura dell’avere che ha creduto di poter fare a meno di quella dell’essere.

Senza un solco, senza una bussola, non è possibile trovare l’imperturbabilità per attraversare i deserti, la determinazione per navigare gli oceani, il coraggio per scalare le montagne, la tranquillità per scoprire gli abissi, la visione per elevarsi nei cieli.

Il senso del sacro è di semplice esplicitazione. Esso corrisponde al punto di attenzione. Un magnete che ci mantiene fermi sul pezzo. Se ciò può accadere anche nei confronti di un ultimo modello di telefono, di una borsetta firmata e di qualsiasi altro effimero oggetto di consumo, non significa che non vi siano livelli differenti.

La decadenza dell’Occidente – in senso lato, ovvero esteso a tutte le culture che ne hanno abbracciato i valori materialisti –, volendo, sta nell’aver buttato a mare i pochi valori tradizionali, per sostituirli con una messe di attrazioni usa e getta.

Le comunità, le nazioni, le differenze, le identità sono così venute meno e con esse la potenza dell’uomo si è ulteriormente mortificata, seppellita sotto montagne di facezie e falsi intenti.

Il nichilismo, il futile, l’ingannevole, il superfluo, il posticcio, il succedaneo, il surrogato, il buio, sono in agguato. Non serve uno studio, né una dimostrazione, né scienziati. Cancri e malattie psichiche sono solo alla loro alba. E sarà una giornata lunga, perché il crepuscolo dell’Occidente invece di essere colpito a morte da qualche esercito di saggi è mantenuto in vita, sebbene agonica, dall’accanimento terapeutico di tutti i suoi fedeli adepti. Singoli individualisti, attenti al proprio benessere che garantisca loro di andare a sciare d’inverno e un ombrellone d’estate.

Lorenzo Merlo



E se anche il mondo finisse... ?



Da dove viene la paura? E dove va? Tutte le tue paure sono frutto della tua identificazione.

L’uomo ha un’immensa capacità di adattamento a qualsiasi situazione.

Si dice che solo l’uomo e lo scarafaggio abbiano questa immensa capacità di adattamento a qualsiasi situazione. Ecco perché, dovunque trovi un uomo, trovi anche uno scarafaggio e dovunque trovi uno scarafaggio, trovi anche un uomo. Procedono insieme, tra loro esistono delle analogie. Perfino in luoghi lontani come il Polo Nord o il Polo Sud… Quando l’uomo raggiunse questi luoghi, si accorse improvvisamente di aver portato con sé alcuni scarafaggi. Erano in perfetta salute, vitali e in grado di riprodursi.

Se ti guardi intorno, vedi che l’uomo vive in moltissimi climi e in condizioni geografiche diverse, in situazioni sociologiche, politiche e religiose diverse, eppure riesce sempre a sopravvivere. È sopravvissuto per secoli: le situazioni cambiano continuamente e l’uomo continua ad adattarsi.

Non hai niente da temere. Se anche il mondo finisse… E allora? Tu finiresti con il mondo. Pensi forse che rimarresti in un’isola – da solo – mentre il mondo finisce? Non preoccuparti: avrai almeno la compagnia di qualche scarafaggio!

Se il mondo finisce, qual è il problema? Molte volte mi hanno fatto questa domanda, ma qual è il problema? Se il mondo finisce, finisce. La sua fine non creerebbe alcun problema, perché non saremmo più qui, saremmo finiti con il mondo e non rimarrebbe più nessuno a preoccuparsi. Sarebbe davvero la massima liberazione dalla paura.

La fine del mondo significa la fine di ogni problema, la fine di ogni disagio, la fine di ogni nodo allo stomaco. Nella fine del mondo io non vedo alcun problema! Ma so che voi tutti siete pieni di paura.

Il motivo è sempre lo stesso: la paura è una manifestazione della mente. La mente è codarda – deve essere codarda perché non ha alcuna sostanza – è totalmente vuota, perciò ha paura di tutto. La paura fondamentale della mente è che un giorno possiate diventare consapevoli. Quella sarebbe davvero la fine del mondo!

La paura fondamentale della mente non è la fine del mondo, ma è la possibilità che diventiate consapevoli, che entriate in uno stato meditativo nel quale dovrebbe scomparire: ecco la paura fondamentale! A causa di questa paura, la mente vi tiene lontani dalla meditazione e crea conflitto verso una persona come me, una persona che tenta di diffondere la meditazione e di mostrarvi la via della consapevolezza e dell’essere testimoni. La mente è la mia antagonista e non senza motivo, la sua paura è davvero fondata.

Forse non ne siete consapevoli, ma la mente è terrorizzata dall’avvicinarsi a qualsiasi cosa possa creare una maggiore consapevolezza. Sarebbe l’inizio della fine per la mente. Sarebbe la morte per la mente.

Ma il vostro essere interiore non ha niente da temere. La morte della mente è la sua rinascita, l’inizio di una vita reale. Dovreste essere felici, di fronte alla morte della mente dovreste rallegrarvi, perché non potreste godere di una libertà maggiore. Nient’altro potrebbe darvi le ali per volare alti nel cielo, nient’altro potrebbe far sì che tutto il cielo sia vostro.

La mente è una prigione.

Consapevolezza è uscire dalla prigione, ossia riconoscere di non essere mai stati in prigione, di aver soltanto pensato di esserci. E tutte le paure scompariranno.

Io vivo nello stesso mondo, ma non ho mai avuto paura, neppure per un istante, perché nulla mi può essere sottratto. Certo, potrei essere ucciso e starei a guardare ciò che accade, perché colui che ucciderebbero non sono io, non è la mia consapevolezza.

Nella vita umana la consapevolezza è la massima scoperta e il tesoro più prezioso. Senza la consapevolezza sei destinato a vivere nelle tenebre, pieno di paure. E continuerai a crearti paure sempre nuove, all’infinito. Vivrai nella paura, morirai nella paura e non sarai mai in grado di gustare neppure un minimo di libertà. E questo è da sempre il tuo potenziale; avresti potuto rivendicarlo in qualsiasi momento, ma non l’hai mai fatto.


Osho


Testo  tratto da: Beyond Psychology



Autopoiesi e cognizione... ed il cambiamento necessario

 


Pensiamo che capire sia tutto, che acquisire dati attraverso lo studio sia conoscenza. È un peccato che ci limita e che ci obbliga ad una storia di conflitto.

Penso di condividere la platonica prospettiva dalla quale appare in tutta chiarezza il mondo delle idee. Il filosofo ateniese lo chiamava Iperuranio. Uno spazio in tutto è già presenza, fuori dal tempo e dallo spazio. Uno spazio, aggiungo banalmente, in cui tutti i perché hanno già la loro risposta. In cui la circolarità del tempo diviene facile da riconoscere, così come la contiguità e la relazione di tutte le cose, ovvero l’autoreferenzialità dello spazio. L’eterno ritorno, il nichilismo come culmine della conoscenza, l’Uno come dimensione accessibile nell’astensione.

Il concetto non è semplice. Non lo si agguanta con un ragionamento. Serve ricrearlo. Come sennò andare oltre il materialistico e razionalistico limite del tempo oggettivo, della separazione delle cose, dello spazio misurabile che si pone tra esse?

Ma non si tratta di richiamare ad una questione elitaria, di graduatoria d’intelligenza. A sua volta – come tutte – nient’altro che un’autoreferenziale affermazione umana. Ogni nostra affermazione, financo quella imitativa, adagiata su un modello confezionato da altri, acquisita o rubata al mercato delle idee, appunto, presuppone una ricreazione di una delle infinite prospettive disponibili nell’infinito. Se non altro, nella misura in cui quell’idea, quella posizione e affermazione, occupa lo spazio del nostro pensiero e della nostra azione, impedendo così l’affermarsi di altro, alternativo da essa. La ricreazione non riguarda soltanto dunque le idee cosiddette innovative.

Nella mia personale concezione, quel mondo delle idee – pur non potendogli porre confini – è una sorta di volume che tutto contiene. Un cosmo nel quale tutte le dimensioni che gli uomini elaborano sono presenti. Un corpo dal quale ogni posizione può essere assunta. Un terreno sul quale tutte le affermazioni trovano il loro contrario. Un oceano nel quale ogni cosa si muove, offrendoci la sensazione di saperci nuotare, ovvero di trovare la conoscenza.

Se Platone, con la metafora del Mito della caverna – ricreazione occidentale del schopenhaueriano Velo di Maya, di vedica origine – alludeva all’abbaglio della presupposta conoscenza, nel pensiero del Volume la medesima debacle prende il nome di Bidimensione. Essa non è altro che una specie di fermo immagine della vorticosa realtà volumetrica. Un espediente obbligato dal nostro crederci e sentirci indipendenti da ciò che stiamo osservando, nonché dai lacci della logica a sintassi unica soggetto-verbo-complemento.

La bidimensione è necessaria per affermare, diviene superflua nell’ascolto. Essa, come una fotografia, contiene tutta la realtà che la nostra concezione, coniugata con l’interesse personale, è in grado di cogliere. Solo davanti alla fotografia che, non sempre inconsapevolmente, abbiamo estratto dal Volume, possiamo disquisire su come stanno le cose, su dove è la verità, su come progettare e raggiungere lo scopo. Ma non è un caso che ogni progetto che non sia relativo a pochi elementi, come un ponte, un sifone, un aereo o un palazzo, implichi la sua contraddizione. È ordinariamente così nel mondo delle relazioni, dove l’infinito di ognuno non può essere compresso entro le intenzioni di una sola parte.

Inconsapevoli di queste banalità ci si accapiglia per dimostrare, fare proseliti, avere ragione, attribuire responsabilità, eccetera. Si va così a mantenere la storia di conflitto che tutti conosciamo. Strano, verrebbe da dire, visto che la saggezza dei Veda risalgono al IX secolo A.C., che Platone ce la ricordò settecento anni dopo, e che Schopenhauer, sintetizzò il concetto con la sua espressione Velo di Maya circa centocinquanta anni fa. Ma anche come l’altro ieri, in altro modo, ci hanno fatto presente Gregory Bateson con la sua Ecologia della mente e Humberto Maturana con Francisco Varela con il loro Autopiesi e cognizione. Ma strano soltanto se siamo inconsapevoli prede del campo bidimensionale del razionalismo. Altrimenti logico. Sì, perché il Volume, non è da capire è da ricreare.

Lorenzo Merlo 



“IL SEGRETO” DI Bernardino del Boca - Zoonosi e Anticristo

 


Dal libro “IL SEGRETO” DI Bernardino del Boca – ed. 1988:

Alice Castello, 10 gennaio 1981  :

“… Credo che l’Anticristo stia preparando le sue coorti, preparando quel Grande Male che lui dirà di venire a sanare: “il grande inganno” a cui crederà buona parte dell’umanità, quella parte che poi verrà distrutta dall’Anticristo stesso e da coloro che portano il segno della Bestia, da coloro nel cui nome sono stati trucidati milioni di martiri. La religione crea i martiri. Sono pensieri spaventosi. Ma la nostra vita è soltanto una recita. Tutto è illusione. Solo l’individuo che sa di non essere soltanto un corpo, un personaggio, ma di essere un’Anima imperitura, può passare indenne attraverso il “grande inganno”.

“Non è la Natura che crea le malattie ma l’uomo  …   La Natura non può essere chiamata Male. Il vero male proviene dall’intelligenza umana e la sua origine è provocata solo dall’uomo razionale che si allontana dalla Natura. Perciò l’umanità è la vera ed unica fonte del male…”
(Lettere dei Mahatma ad A.P. Sinnett Vol. I  Lettera n. 10/1882 – ed. 1968 pag. 106)  
http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/vaccinazioni/  -  http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/genetica-epigenetica/

Come ho detto  in “Salute  - il documentario che mancava” di Alberto Medici  https://www.ingannati.it/2022/03/13/salute-nuova-medicina-il-documentario-che-mancava/ se non si confuterà  la teoria che  tutte le epidemie-pandemie siano  ascrivibili  alla zoonosi  -  salto di specie dei virus dagli animali all’uomo -  si diventerà   inconsapevoli collaboratori  del Grande Male  previsto da  Bernardino  del Boca-

“La fine della teoria dei germi”  https://odysee.com/@insertcointoplay:2/igermismontanoilcorona:d -  a  30' le vere cause delle pandemie  (spagnola ecc.)  -  a 45' risonanze e credenze  ecc.

Paola Botta Beltramo



L'amore come via spirituale...


L’amore è doloroso perché apre la strada all’estasi. L’amore è doloroso perché trasforma: l’amore è cambiamento. Qualsiasi trasformazione è dolorosa perché occorre lasciare il vecchio per il nuovo. Il vecchio è familiare, sicuro; il nuovo è assolutamente sconosciuto. Nel nuovo ti muoverai in un oceano mai esplorato.

Per questa ragione nasce la paura; quando lasci il vecchio mondo – confortevole, sicuro – nasce il dolore. È lo stesso dolore che prova il bambino quando esce dal ventre della madre. La paura dell’ignoto, l’insicurezza dell’ignoto, la sua imprevedibilità, ti spaventano moltissimo.

Ma non si può avere l’estasi senza passare per l’agonia. Per purificare l’oro, esso deve passare attraverso il fuoco.

L’amore è fuoco.

È proprio a causa del dolore che l’amore procura, che milioni di persone vivono una vita senza amore. Anche loro soffrono, ma la loro è una sofferenza inutile. Soffrire per amore non è soffrire invano. Soffrire per amore è creativo: ti porta ai livelli più alti di consapevolezza. Soffrire senza amore è un totale spreco, non ti porta da nessuna parte.

L’amore più alto richiede che tu sia aperto. Richiede che tu sia vulnerabile. Devi lasciar andare la tua armatura, ed è doloroso. Non devi stare sempre in guardia, devi abbandonare la mente e i suoi calcoli. Devi rischiare, devi vivere pericolosamente. L’altro può ferirti – è per questo che hai paura di essere vulnerabile. L’altro può rifiutarti – è per questo che hai paura dell’amore.

Evitando la situazione, non puoi crescere. È necessario accettare la sfida. Occorre entrare nell’amore. È il primo passo verso dio, e non può essere aggirato. Quelli che cercano di evitare lo spazio dell’amore, non raggiungeranno mai dio.

È una necessità assoluta, perché diventi consapevole della tua totalità solo quando vieni stimolato dalla presenza dell’altro, quando la tua presenza viene rafforzata dalla presenza dell’altro, quando vieni aiutato a uscire dal tuo mondo chiuso, narcisista, e portato fuori sotto la volta infinita del cielo.

L’amore è un cielo, vastissimo. Essere in amore vuol dire mettere le ali. Ma naturalmente, il cielo infinito fa paura.

Inoltre lasciare andare l’ego è molto doloroso perché ci hanno insegnato a coltivarlo. Pensiamo che l’ego sia il nostro unico tesoro. L’abbiamo protetto, decorato, l’abbiamo lucidato in continuazione e, quando l’amore bussa alla porta, tutto ciò che ci occorre per innamorarci è mettere da parte l’ego: è doloroso, certo. È il lavoro di tutta la tua vita, è tutto ciò che hai creato, questo ego orrendo, questa idea che sei separato dall’esistenza.

La verità è che tu sei parte del tutto. Il tutto ti penetra, il tutto respira in te, pulsa in te, il tutto è la tua stessa vita. L’amore ti dà la prima esperienza di armonia con qualcosa che non è il tuo ego. L’amore ti insegna per la prima volta che puoi entrare in armonia con qualcuno che non è mai stato parte del tuo ego.

Se puoi essere in sintonia con una donna, con un amico, con un uomo, se puoi essere in sintonia con il tuo bambino o con tua madre, perché non puoi esserlo con tutti gli esseri umani? E se essere in armonia con una sola persona ti dà tanta gioia, quale sarà il risultato se sarai in armonia con tutti gli esseri umani? Ma se puoi entrare in sintonia con tutti gli esseri umani, perché non anche con gli animali e le piante? Un passo porta al successivo. L’amore è una scala: inizia con una persona, e finisce col tutto.

L’amore è l’inizio, dio è la fine. Aver paura dell’amore, aver paura dei dolori della crescita che l’amore procura, vuol dire rimanere chiusi in una cella oscura. L’uomo moderno vive in una cella oscura: è narcisista. Il narcisismo è l’ossessione più grande della mente moderna. L’amore crea problemi; puoi evitarli, evitando l’amore. Ma quelli sono i problemi essenziali! Bisogna affrontarli, viverli e passarci attraverso per andare oltre. L’unico modo per andare oltre è di passarci attraverso.

L’amore è l’unica cosa che valga la pena di fare. Tutto il resto è solo un mezzo, ma l’amore è il fine. Quindi, per quanto sia doloroso, entra nell’amore. Se non entri nell’amore – come hanno deciso molte persone – rimani intrappolato all’interno di te stesso. Allora la tua vita non è un pellegrinaggio, non è un fiume che va verso l’oceano; la tua vita è una pozza stagnante, sporca, e molto presto resteranno solo lo sporco e il fango.

Per rimanere limpido, devi continuare a fluire. Il fiume rimane pulito perché scorre.
Le persone che non amano si addormentano, diventano stagnanti, e prima o poi – più prima che poi – iniziano a puzzare perché non hanno nessun posto dove andare. La loro è una vita morta. L’uomo moderno si trova in questa situazione, e per questo motivo nevrosi di ogni genere, follie di ogni genere, sono dilaganti. Il disagio psicologico ha preso proporzioni epidemiche.

Questa nevrosi nasce dal tuo ristagnare, dal tuo narcisismo. Forse non ti uccidi prendendo del veleno o saltando dall’alto di una rupe o sparandoti, ma puoi suicidarti in modo molto lento, e questo è proprio ciò che accade. Pochissime persone si suicidano tutte di un colpo. Gli altri hanno scelto un suicidio lento, graduale: muoiono a poco a poco. Ma la tendenza al suicidio è diventata quasi universale. Non è vita questa, ma la causa, la causa fondamentale, è che abbiamo dimenticato il linguaggio dell’amore. Non siamo più così coraggiosi da buttarci nell’avventura chiamata amore.

La gente è interessata al sesso, perché il sesso non è pericoloso. È il fenomeno di un momento, non occorre coinvolgersi. L’amore è coinvolgimento, è impegno. Non è un fenomeno del momento. Quando ha messo le radici, può durare per sempre. Può diventare un impegno che dura tutta la vita.

L’amore è doloroso, ma non evitarlo. Se lo eviti, perdi la più grande opportunità di crescere. Entra in esso, con tutta la sua sofferenza, perché grazie alla sofferenza arriva una grande estasi. Sì, c’è agonia, ma da questa agonia nasce l’estasi. Sì, dovrai morire come ego, ma rinascerai come dio, come buddha.

L’amore ti darà il primo assaggio del Tao, del Sufismo, dello Zen. Ti darà la prima prova che dio esiste, che la vita non è priva di significato.

Quelli che dicono che la vita non ha significato sono quelli che non hanno conosciuto l’amore. In effetti stanno dicendo che nella loro vita è mancato l’amore. Lascia che ci sia il dolore, lascia che ci sia la sofferenza. Passa attraverso la notte oscura, e arriverai a una bellissima alba. Solo nel grembo della notte oscura, il sole può evolversi. Solo attraverso la notte oscura arriva il mattino.

Osho



Il destino non si sceglie... accade!



Quando scegli, rovini tutto, perché la tua scelta è, dopo tutto, la tua scelta. Come puoi scegliere il tuo destino? Puoi solo lasciare che accada, non puoi sceglierlo.

Se scegli, commetti un grande errore e non potrai che scegliere male. Stai commettendo un errore, quindi sei costretto a fare la scelta sbagliata! E allora molti sforzi andranno sprecati e continuerai a razionalizzare: “Come mai faccio così tanto e non accade nulla? Se non accade, ci devono essere delle ragioni! I miei karma passati stanno creando una barriera!” . Oppure: “Devo impegnarmi di più”. Oppure: “Ho bisogno di molto più tempo”. Oppure: “Ho iniziato tardi, ma nella prossima vita inizierò presto”.

Un aneddoto su Mulla Nasrudin…

Mulla Nasrudin aveva comprato un asino. Il proprietario gli aveva detto di dargli una certa quantità di cibo ogni giorno. Mulla aveva pensato che fosse troppo, quindi aveva detto: “Un po’ alla volta ridurrò il cibo dell’asino e lo abituerò a una razione più piccola”. E così fece.

A poco a poco, ogni giorno, il cibo era sempre meno, la razione ridotta. Infine, la razione diventò quasi nulla e l’asino cadde e morì.

Mullah disse: “Che peccato. Se avessi avuto un po’ di tempo in più, se l’asino non fosse morto, lo avrei abituato a stare digiuno. L’esperimento era quasi riuscito, è un peccato che l’asino sia morto”.

L’uomo continua a razionalizzare. Le razionalizzazioni non aiutano. Non cercare di scegliere. Piuttosto, lascia che accada! Ascolta il tuo swabhav, la tua natura, il tuo tao; senti le tue possibilità intrinseche. Sii sensibile, medita e non cercare di scegliere. A poco a poco, ti sposterai verso una direzione particolare. E quel movimento scaturirà da te, non sarà uno sforzo scelto. Ti succederà, crescerà dentro di te e comincerai a muoverti in una direzione.

E un giorno saprai se la bhakti fa per te. O se lo yoga fa per te. La direzione che ti accade naturalmente è quella che fa per te. La direzione che deve essere scelta e forzata non fa per te. Una direzione scelta sarà sempre ardua, difficile e alla fine futile. Una direzione non scelta, una direzione che ti è accaduta, sarà facile, naturale: sahaj.

Osho


Fonte: The Ultimate Alchemy



 

Essere Ramdass...

 



Nato nel 1931 Richard Alpert, meglio noto come Ram Dass, racconta in dettaglio, con la schiettezza disarmante e l’irresistibile umorismo che lo hanno sempre distinto, le esperienze da lui vissute mentre il mondo occidentale muoveva i primi passi con le sostanze psichedeliche e andava incontro all’Oriente alla ricerca di una spiritualità più viva e profonda.

Psicologo ad Harvard, nel 1967 Ram Dass si reca infatti in India dove, dopo mille vicissitudini, incontra il suo maestro Neem Karoli Baba.

Sotto la sua guida viene introdotto alla medita- zione e allo yoga e, soprattutto, alla visione oltre i propri condizionamenti e schemi mentali. Il dirompente cambiamento da lui vissuto ha provocato di riflesso un grosso impatto sulle trasformazioni culturali e spirituali della sua generazione.

Forse nessuno più di Ram Dass ha alimentato in Occidente l’amore e l’ardore per la ricerca spirituale.

Se hai mai fatto tua la frase “essere qui, adesso”, se hai praticato meditazione o yoga, provato sostanze psichedeliche, aiutato qualcuno in casa di cura, carcere o rifugio per senzatetto, se sei mai andato alla ricerca della verità spingendoti oltre le credenze sociali, rompendo schemi, osando e arrivando fino ai confini della percezione umana, allora la storia di Ram Dass è anche la tua.

Essere Ram Dass è un viaggio dalla mente al cuore, dall’ego all’anima.

 Fiorigialli.it  - info@fiorigialli.it
 
Neem Karoli Baba


Ram Dass (Richard Alpert-Roston, 6 aprile 1931) è uno psicologo statunutense. Dal 1958 al 1963 è stato ricercatore presso l’Università di Harvard, e in questo periodo ha condotto intense ricerche sulle sostanze psichedeliche con i colleghi Ralph Metzner, Aldous Huxley e il poeta Alien Ginsberg. Nel 1967 si trasferì in India, dove ricevette da Maharaji-ji, il suo guru, lo pseudonimo di Ram Dass, ossia “servo di Dio”. Durante il suo percorso ha istituito la Love Serve Remember Foundation e co-creato La Seva Foundation; il Rying Project e il Prison Ashram Project. È autore di classici internazionali sulla spiritualità. Netflix gli ha da poco dedicato un documentario sulla sua vita.

Rameshwar Das è uno scrittore e fotografo che ha conosciuto Ram Dass nel 1967. Insieme hanno collaborato a numerosi progetti, di cui il più recente è Be Love Now.

Il salto del Merlo...




“Se volete impegnarvi in battaglia, fingete di essere disordinati”  Sun Tzu (1).


Si sta ripetendo. Quelli della mia generazione avevano visto Martin Luther King e Nelson Mandela, ma la maggioranza non aveva incarnato che significava essere estromessi, essere considerati secondari, essere perseguitati, essere uccisi. La questione era etico-politico-ideologica, non empatico-sentimentale.

Ciò che sta accadendo ora, qui da noi in casa, ci spiega la differenza tra le due conoscenze e ci fa sentire nel corpo ciò che prima era un fatto intellettuale.

Naturalmente, per il momento, la censura che si sta verificando qui non è che una pallida ombra di quanto hanno dovuto subire i negri americani e sudafricani.


Ciò che sta accadendo qui ha qualcosa che assomiglia ad una vera lotta, forse più vera di quella sanguigna, in quanto più sottile e profonda. La capacità di attendere restando lucidi sarà forse una dote più importante di quella dei cannoni.


Le forze d’accerchiamento del regime sono avviluppanti. La quantità di armamenti d’ordine vario è dalla loro. Posseggono il reggimento più numeroso possibile, il popolo. Dispongono della sua inerzia, una qualità flaccida, difficile da spostare, eccellente nell’assorbire, elementare da farcire di pensieri e idee. Hanno le armi a ripetizione martellante migliori e in quantità soverchiante. Hanno alleanze con potentati più forti degli stati.

Dunque, oltre alle menti, anche le braccia, cioè la tv, la stampa, gli influenti, big tech.


La partita appare persa. Come dovevano sentirsi quei negri se non pieni di voglia di sottrarsi a tanta mortificazione? Come si sentono tutti gli uomini quando un bruto li mette all’angolo?


Ma la disperazione non è permessa. Avvicinerebbe la resa. È necessario resistere alla piega che ha preso il mondo. Una paziente attesa si impone affinché le risorse non vadano sprecate in vittimismo e TNT.


Il poco web che resta è una specie di vena d’oro, che si mostra soltanto a chi sa di aver concorso a trovarla, a darle forma. Tuttavia, è infiltrata di impurità. La mitragliatrice denigratoria spara inquinanti senza sosta su chi si pone domande e chiede risposte. E, siccome si può essere certi che chi dispone della forza la userà, le raffiche intorbidatrici non cesseranno di risuonare. Noi “i miserabili del web” (2) da ordinari individui, siamo divenuti di ordinaria eliminazione.


Possiamo essere certi, infatti, che gli apparati istituzional-privatizzati hanno investito e investiranno affinché manciate di gramigna vengano sparse tra e su noi, corpo ideale della nostra vena aurea. Un atto dovuto, affinché chiunque – per qualche dubbio sovvenuto o menzogna scoperta dell’ufficiale narrazione – sceso dal divano da dove si scorpacciava di Giannini, di Gruber, di Severgnigni, di Parenzo, di Mentana, di “vero giornalismo”, di “vera scienza”, di “vera democrazia”, non possa che restare disorientato.

Ma affinché anche quelli senza divano e senza tv si trovino di fronte al grande portale della realtà unica, sul cui timpano, a chiare lettere, leggeranno ancora il solo ritornello di quest’epoca malvagia: “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” (3) fino a dubitare di se stessi, fino ad accettare le pillole di bromurica libertà a punti. Un’altra loro arma di controllo di menti e di corpi.


Tutti abbiamo fatto l’esperienza che, operando sul piano razionale, si può anche arrivare ad ottenere un consenso da qualche fan della narrazione governativa della realtà, covidica, bellica o post-umanistica. Ma è un piano che non genera nelle persone una autentica capacità critica. Affinché ciò accada è necessaria una ricreazione personale, una motivazione profonda, un senso di sopruso subito, un interesse individuale. Se non scatta la scintilla, avremo ancora le medesime persone sotto incantesimo. Ci vuole un’emozione. Solo ponte su cui transitano i cambiamenti, le informazioni, le prese di coscienza. Pubblicitari, giornalisti, governativi e potentati lo sanno. Sanno come usare un’arma relazionale, come oltrepassare la barriera orwelliana così, apparentemente, insuperabile.

Solo con l’opportuna emozione ci si mette in moto. Diversamente, si capisce soltanto. L’intelletto non è il corpo. La comprensione cognitiva non è la ricreazione.

Tentare il proselitismo non serve. Esso si fonda sulla dimensione razionale, la più superficiale intelligenza tra quelle umane. E anche la più sopravvalutata e accreditata.


Senza ricreazione, l’amebica massa resta flaccida e senza mezzi per mutare se stessa. Mantiene le doti per fagocitare ogni corpo che le viene gettato addosso. È il suo cibo, della realtà divora tutto. Siano azioni incostituzionali, straccio dei diritti, imposizioni all’antrace, armi per ottenere la pace, eccetera.

Il menù che è in grado di digerire comporta un sussulto per ogni milite ignoto, per ogni Martin Luther King e Nelson Mandela, di qualunque colore essi siano esistiti. Comporta il Nobel sfregio della Pace a Barack Obama.


Non scomponiamoci dunque. La modalità dell’ascolto si impone, quella dell’affermazione è da tenere a bada. Sotto il ponte della sfibrante attesa passerà il momento utile per provocare emozione. Solo così quelli sul divano, tanto più alto da terra, quanto più fisso alla tv, troveranno il modo, da soli, di saltar giù, senza rischiare di rompersi l’osso della biografia. Perché è così che va quando ci si ricrea.


“Coloro che conoscono le condizioni del nemico sono certi di sottometterlo”

Sun Tzu (4).


Lorenzo Merlo 




Note

  1. Suz Tzu, Sun Pin, L’arte della guerra, Vicenza, Neri Pozza, 1999, p. 295.

  2. https://www.iltempo.it/esteri/2022/03/16/news/massimo-giannini-disinformazione-guerra-russia-ucraina-orrore-nascondere-miserabili-web-accuse-otto-e-mezzo-30859176/

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/guerra-di-bombe-e-di-propaganda-otto-e-mezzo-puntata-del-1632022-16-03-2022-429219

  1. Orwell George, 1984, Milano, Mondadori, 1973, p. 39.

  2. Sun Tzu, L’arte della guerra, Milano, Bur, 1997, p. 102.

Risveglio spirituale e celebrazione del Guru Purnima

 


“Due volte nato” si dice di chi rinasce allo Spirito, ovvero chi riceve la grazia del Guru, attraverso la quale viene risvegliato alla propria vera natura. Il Guru è la voce della Coscienza che ci indica la strada per il ritorno a ciò che siamo sempre stati e sempre saremo, ma che -per effetto di una distrazione- abbiamo dimenticato di essere.

Con ciò si intende che la ricerca spirituale deve essere indirizzata unicamente all’auto-conoscenza. Per conoscere se stessi -come diceva lo stesso Ramana Maharshi- non c’è bisogno di alcuna istruzione o azione, “il Guru può indicare la strada ma non può darti quello che già sei”.

Ma c’è da dire che per le tendenze inveterate a rivolgersi verso l’esterno non siamo in grado di affondare e ricongiungerci nel Sé. Perciò sentiamo il bisogno di un aiuto, perlomeno un esempio, un gesto di simpatia e di amore che ci incoraggi verso la meta.

il Guru in quanto “testimone interiore” è la capacità di apprendere attraverso la vita quotidiana, è la capacità intrinseca di riconoscere quella “verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

Il Guru, quindi, non è una persona, o perlomeno non soltanto una persona visto che comunque può manifestarsi in ogni forma, bensì l’intelligenza illuminante che ci libera dalle sovrastrutture mentali.

Non tutti i pensieri sono passeggeri ed effimeri  alcuni rappresentano positivamente “quella forza” che spingerà successivamente la “persona” ad attuare quanto è stabilito nel suo destino. La meditazione consente di far chiarezza fra quelle che sono semplici proiezioni immaginarie o problemi inventati e quelle intuizioni che definiscono in germe ciò che siamo.

La rimozione dei problemi “fittizi” è uno degli aspetti della grazia del Guru.

Alla base delle preoccupazioni mondane –ovviamente- c’è sempre il senso di responsabilità per le nostre azioni dovuto all’identificazione con il corpo-mente.

Il processo dell’individualizzazione della coscienza è la funzione stessa della mente. La mente è la capacità riflettente della coscienza che assume su di sé il compito dell’oggettivazione, attraverso la creazione dell’ego che si considera autore e responsabile delle azioni e dei pensieri. L’esternalizzazione è la sua tendenza.

Eppure non è una condizione definitiva o irreparabile, anche le sensazioni più negative possono essere trascese. Le preoccupazioni mondane che ci assalgono sono frutto del meccanismo mentale che proietta l’attenzione sui fattori esterni, desideri e paure, ed è per questa ragione che nella meditazione si consiglia di fissare l’attenzione sull’io consapevole, sul soggetto che si interroga su se stesso, ignorando le apparizioni mentali, che son solo distrazioni che sorgono per inveterata abitudine a rivolgersi verso l’esterno, non tenerne conto significa restare quieti mantenendo l’osservatore in se stesso.

La ricerca spirituale, una volta ottenuto il risveglio per la grazia del Guru, non è più un “atteggiamento” od il risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno, la ricerca è indirizzata semplicemente a focalizzarsi consapevolmente su quello che si è, senza modelli di sorta. Perciò la capacità del Guru di “insegnare” attraverso la vita quotidiana, sta nell’abilità di “percepire” questa “verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

L’autoconoscenza ci porta a realizzare che ognuno di noi incarna quelle caratteristiche necessarie a svolgere la specifica parte che gli compete… ma è lo stesso Sé che recita, che dirige, che passa le luci, che assiste come pubblico, che applaude e piange e ride…

Paolo D’Arpini




P.S. Ogni anno, in occasione della luna piena di Luglio, viene celebrato il Guru Purnima.  Questa festa assume aspetti sia collettivi che individuali. Ci riuniamo per cantare lodi al Maestro interiore, la guida che sempre ci accompagna, ma è anche l’occasione per esprimere la nostra fiducia nei confronti del nostro Guru personale. Individualmente ognuno deve comprendere il senso della propria vita, mentre collettivamente è bellissimo festeggiare tutti insieme.

Gilad Atzmon: "Il Sionismo sta tutto nella segregazione, è là per separare gli Ebrei dal resto dell’umanità..."




Oggi mi accingo a parlare di un uomo che è stato rimosso dai nostri discorsi intellettuali.
Considerando la sua immensa influenza nella prima metà del ventesimo secolo, la sua totale scomparsa suscita alcune domande. Wittengstein lo considerava di un'influenza rilevante, James Joyce attinse a lui nella stesura di Ulysses. Il signore in questione ispirò Robert Musil e Herman Broch. Riesco a rintracciare facilmente il suo pensiero nelle opere di Lacan e Heidegger. Freud stava discutendo sulle sue idee e pure Hitler lo menzionò, ammettendo che "c’era un unico ebreo decente ma anche lui si è ammazzato".

Otto Weininger è stato una delle figure intellettuali più influenti dei primi quattro decenni del ventesimo secolo e, tuttavia, suppongo che in questa stanza non molti siano a conoscenza del suo pensiero o abbiano anche sentito il suo nome prima d’ora. Suppongo che vi debba spiegare perché. Signori e Signore, Otto Weininger era un razzista, un antisemita e un misogino radicale. Non gli piacevano gli ebrei né le donne ma indovinate, era lui stesso un ebreo e, per quanto le ricerche storiche possano rivelare una qualche verità, era un effeminato.

Vi assicuro che non sono interessato alle tendenze sessiste e antisemite di Weininger. Se mai, trovo questi due aspetti dei suoi scritti piuttosto divertenti. Molte delle sue affermazioni non possono essere prese sul serio. Le sue declamazioni contro le donne ne dipingono un’immagine di scolaro impertinente che lotta per vivere il rapporto con il mondo degli adulti, e tuttavia, è uno dei più straordinari pensatori nei quali mi sia mai imbattuto. La sua conoscenza del concetto di genio trova facilmente strada nelle ultime pagine della terza critica di Kant. La sua comprensione della sessualità è schiacciante e considerando il fatto che il suo libro fu pubblicato quando era solo ventunenne, anche i suoi molti oppositori ammettono che quest’uomo fu un talento straordinario. In breve, c’è fin troppa saggezza in Weininger per metterlo da parte senza osservarlo. In più, personalmente devo ammettere che Weininger mi ha aiutato ad afferrare chi sono, o piuttosto chi potrei essere, quello che faccio, quello che cerco di ottenere e perché alcune persone cercano così tanto di fermarmi.

Weininger pubblicò Sesso e carattere, il suo solo e unico libro nel 1903. All’epoca aveva appena 21 anni. Il libro fu presentato come studio filosofico sulla sessualità. E’ un attacco feroce sul concetto della donna, sia sull’idea che sull’apparenza. Ma non sono solo le donne che Weininger sembra disprezzare, la descrizione che fa degli Ebrei in quanto esseri degradati è lungi dall’esser lusinghiera. L’uomo Inglese è descritto come un personaggio effeminato. Lasciatemelo dire ad alta voce, Weininger è oltraggioso. Alcune delle mie associate che videro il testo l’hanno congedato prima di finire il primo paragrafo e nonostante ciò, insisto che quasi ogni frase del libro di Weininger cade nella prestigiosa categoria della letteratura provocatoria. Davvero Weininger è un razzista, un sessista, odia le Donne, odia gli Ebrei, odia tutto ciò che viene meno alla mascolinità Ariana, la sua propensione per le formulazioni matematiche è leggermente infantile e senza dubbio datata. Commette degli errori categorici ma mi ha fatto pensare. E con il vostro permesso vorrei condividere con voi le mie opinioni su questo uomo.

Sessualità

Il punto dal quale Weininger parte non è molto originale. Uomini e Donne, dice, sono soltanto dei modelli. Ogni individuo è un composto dei due modelli sessuali in proporzioni differenti. Alcuni uomini sono più mascolini di altri, alcune donne sono più femminili delle loro sorelle. Questa idea è supportata ovviamente da molte osservazioni psicologiche così come da scoperte genetiche e biologiche.


Ma Weininger non si ferma qui. Va avanti e formula la "legge dell’attrazione sessuale".
Secondo Weininger: "Per una vera unione sessuale è necessario che si uniscano un maschio assoluto e una femmina assoluta". (Weininger, 2003:29). Il legame tra l’uomo e la donna si risolve in un’unità di mascolinità e femminilità, alla quale i due partner contribuiscono reciprocamente. In pratica qui Weininger parla del completamento tra uomo e donna. Entrambi i partner contribuiscono reciprocamente alla formazione di una più grande femminilità e mascolinità. Per esempio, se Tony ha una componente maschile dell’80% e femminile del 20% e Sue ha una componente del 20% maschile e dell’80% femminile allora la somma delle due componenti avrà come risultato una unione perfetta con il 100% di femminile e 100% di maschile. In parole povere, per quanto riguarda l’attrazione sessuale possiamo presumere che Tony e Sue siano altamente eccitati l’uno dall’altro. La loro relazione riunisce una assoluta unità al 100% tra uomo e donna.

Superfluo dire che il riferimento di Weininger al genere umano in quanto dato statistico è lievemente bizzarro tanto quanto problematico.

Quando facciamo delle prospezioni sulle persone intorno a noi non vediamo delle figure matematiche o divisioni ben definite tra la parte maschile e quella femminile. Vediamo piuttosto esseri umani con voglie, desideri, intenzioni, speranze e bisogni sessuali. E, nonostante ciò, l’opinione di Weininger, senza badare alle sue implicazioni pratiche, è tutt’altro che stupida. L’idea che Tony e Sue siano impegnati in una relazione complementare è molto esplicativa. Tony sta cercando la sua parte maschile smarrita mentre Sue sta celebrando il ritrovamento della sua femminilità smarrita. Tony è attratto da Sue non solo per le sue qualità femminili ma anche perché possiede ciò che a Tony manca. Secondo Weininger noi siamo attratti da chi ci porta vicino all’unità.

Naturalmente ci aspettiamo che il legame tra estrema mascolinità e estrema femminilità risulti in una forte attrazione sessuale. Ma come Weininger fa notare, questa attrazione è collegata con una così scarsa comprensione incrociata dei due generi: "Più femminilità possiederà una donna e meno capirà un uomo… Così come più un uomo sarà mascolino e meno capirà le donne " (Weininger, 2003:57). Il motivo è chiaro, più femminilità possiede la donna, e meno la sua parte maschile viene mostrata nel suo insieme fisico e psichico.

Questo acume weiningeriano può spiegare perché gli uomini vogliono le loro donne a letto in pigiama mentre le loro amanti a letto con calze e giarrettiere. Con la moglie si preferisce parlare di tanto in tanto. Si vuole che sia comprensiva, si vuole che ascolti quelle noiose e ripetitive storie sulla giornata di lavoro. Lei vuole lamentarsi dei figli. Entrambi desiderano condividere il più possibile: notte dopo notte, si raccontano storie, a volte si leggono anche dei libri insieme, poi si spegne la luce e ci si gira dall’altra parte. L’amante è tutta un’altra storia: lei è "l’assenza", non è lì per parlare ma piuttosto per "l’azione". Si fa l’amore, poi ci si fa una doccia e si ritorna in ufficio. Piuttosto che condividere, si è entrambi coinvolti in una silenziosa "consumazione" l’uno dell’altro. Supponendo per esempio che Tony è molto maschile e Sue molto femminile, allora si attrarranno sessualmente, ma le possibilità di comunicare sono insignificanti.

Questa idea è sconvolgente nella sua semplicità, ma le implicazioni sono di una devastazione totale. Come appare, lascia il pensiero di sinistra in rovina. Se Weininger è corretto, allora la comprensione dell’Altro è fondamentalmente una forma di auto realizzazione. Se Weiniger è corretto, allora i concetti di empatia e diversità sono completamente fuorvianti. Il concetto di "Altro" che fu abbracciato entusiasticamente dal pensiero di sinistra post Seconda Guerra Mondiale (Levinas), cade a pezzi. Se Weininger ha ragione non c’è spazio per una dissertazione riguardo il concetto di empatia solo come un suggerimento normativo. In altre parole, potrebbe non esserci motivo per credere che questo uomo sia un essere empatico. Tony può capire Sue purché Sue sia ben presentata nel suo regno psichico. Comprendo la mia beneamata fintanto che possiedo abbastanza di lei dentro di me. Così di fatto, la comunicazione con il mio partner è fondamentalmente una conversazione che conduco con me, me stesso e il mio io. Apparentemente, uomini e donne tendono a lamentarsi della mancanza di comunicazione tra i due sessi. Da quel che sembra, Weininger riesce a gettare un po’ di luce sull’argomento.

Il genio e l’artista

Questo assoluto concetto di conoscenza approfondita delle differenti caratteristiche psicologiche è esplorata da Weininger nella sua trattazione del genio. Per Weininger è più che ovvio che il genio non è solo un essere dotato, il genio non è un talento e non è una qualità che può essere appresa o sviluppata. Il Genio è "un uomo che scopre molti ‘Altri’ in se stesso. E’ un uomo con molti uomini nella sua personalità. Ma allora il genio può capire gli altri più di quanto gli altri possano capire se stessi, perché dentro di sé non ha la sola personalità che sta stringendo, ma anche il suo opposto. La dualità è necessaria per l’osservazione e la comprensione… in breve, capire l’uomo vuol dire avere in parti uguali se stesso e il suo contrario in un unico individuo" (Weininger, 2003:110).


In un certo senso, il Genio è una persona che ospita un dinamismo dialettico che permette a un ricco prospetto del mondo e del suo panorama umano di animarsi. Fino a un certo punto, Weiniger qui sta alludendo alle qualità positive della schizofrenia. Idee che vennero poi esaminate anni dopo da Lacan. Il Genio ospita dentro di se un vivace dibattito. Può esplorare differenti punti di vista mentre simultaneamente esamina prospettive diverse e i loro antagonismi.

Il Genio ci racconta sempre qualcosa sul mondo, qualcosa che non conoscevamo prima d’ora. Lo scienziato osserva il mondo materiale e fisico, il filosofo esamina a fondo il regno delle idee e l’artista esamina se stesso. Bizzarro come può sembrare, l’artista ci dice qualcosa sul mondo solo osservando il suo mondo interiore; "nell’arte, l’esplorazione del se è l’esplorazione del mondo…" (Weininger,2003 :Author’s preface pg.1).

Weininger sostiene che il genio è esposto alle "passioni più strane" e "agli istinti più ripugnanti". Ma queste passioni sono contrastate da altre personalità interne. Per esempio, "Zola che ha descritto così fedelmente l’impulso a commettere omicidio non ha egli stesso commesso omicidio perché in lui vi erano molte altre personalità" (Weininger, 2003:109). Zola, secondo Weininger, riconoscerebbe l’impulso omicida più dell’omicida stesso proprio perché avrebbe la capacità di riconoscere l’impulso piuttosto che rimanervi sottomesso. L’abilità di convogliare una autentica personalità immaginaria è dovuta al fatto che la personalità e i suoi opposti sono ben orientati dentro la psiche dell’artista.

Confessione

Come alcuni di voi possono capire, è qui dove io stesso comincio a prendere seriamente in considerazione Weininger. Da alcuni anni a questa parte sono stato impegnato a scrivere su Israele, il Sionismo e l’esser Ebreo. Nei miei lavori di narrativa mi sono specializzato nel dar vita ad alcuni affascinanti e nello stesso tempo spaventosi personaggi israeliani: sono tutti dei perdenti che corrono a tutta velocità contro un muro di cemento. Scrivo di gente che non riuscirà mai a vivere un buon rapporto con le condizioni che loro stessi si impongono, gente che non troverà mai la strada di casa. Nei miei scritti politici e ideologici cerco di affermare un modello filosofico che possa evidenziare la complessità insita dell’esser Ebreo. Sto cercando il nocciolo metafisico della differente visione della supremazia mondiale. Sto cercando di seguire le tracce delle identità umiliate moralmente e eticamente. Ma poi, penso sempre a me stesso come ad un pensatore autonomo che si colloca in una archimedea posizione distaccata di esplorazione, aspiravo a costruire una ricerca imparziale sulle condizioni del conflitto Israelo-Palestinese.

Signori e Signore, mi sbagliavo. Weininger me lo ha reso chiaro, non sono distaccato dalla realtà di cui scrivo e mai lo sarò. Non guardo agli Ebrei o alla loro Identità. Non osservo gli Israeliani. Sto guardando dentro di me, sto osservando ciò che io possiedo, il mio interiore e anche eterno essere Ebreo. Ma l’ebreo dentro di me non vive su di un’isola, è circondato da molti nemici ostili e personalità opposte proprio all’interno della mia stessa psiche. Proprio qui dentro di me, una guerra si sta prendendo il suo tributo. Molte personalità si combattono l’un l’altra. Ma però credetemi, non è così terribile come può sembrare. Infatti. è alquanto produttivo.

L’antisemita

Secondo il proprio paradigma Weininger sostiene che "la gente ama negli altri le qualità che vorrebbe avere ma di cui difetta in grande misura. Quindi detestiamo negli altri solo ciò che non desideriamo essere, e ciò di cui purtroppo siamo in parte. Odiamo solo le qualità alle quali ci avviciniamo, ma che vediamo prima in altre persone… Di conseguenza, il fatto è spiegato, i più accaniti Antisemiti sono da cercarsi tra gli stessi Ebrei" (Weininger, 2003:304)

Evidentemente alcuni Ebrei si oppongono a ciò che disprezzano in loro. Questa tendenza è chiamata antisemitismo ma come ben sappiamo gli Ebrei non sono i soli. Alcuni tra i non Ebrei trovano una inclinazione ebrea dentro di se. Secondo Weininger, neanche Richard Wagner, il più accanito antisemita poteva essere immune dall’accrescimento di “ebraicità nella propria arte" (Weininger, 2003:305). Perciò mi permetterei di affermare che per Weininger l’ebraicità non è affatto una categoria razziale. E’ chiaramente una forma mentis che alcuni di noi possiedono e un bel po’ di noi cercano di contrastare.

Ma allora non è questa una ripetizione del trattato di Marx sull’identità Ebraica come viene indagato nel suo famoso e controverso saggio "La questione ebraica"? Nel suo saggio Marx equipara gli Ebrei con il capitalismo, gli interessi personali e l’avidità di denaro. Per Marx il capitalismo è giudaismo e il giudaismo è capitalismo. Il denaro è divenuto un potere mondiale, e il pratico spirito ebraico è divenuto lo spirito pratico dei paesi cristiani.


Gli Ebrei si sono emancipati a tal punto che i Cristiani sono diventati Ebrei. Agli occhi di Marx gli Ebrei sono sia i creatori che la creazione, letteralmente escrementi del capitalismo borghese. Così conclude ferocemente: "L’emancipazione sociale della comunità Ebraica è l’emancipazione della società dagli Ebrei."

Ma poi, giudicando i concetti di Marx usando lo stile Weiningeriano appare:

1 – Che Marx non considerava l’ebraicità in quanto identità razziale ma piuttosto come forma mentis. In pratica sono i paesi Cristiani ad adottare la forma mentis ebraica.

2- Che l’analisi di Marx è la conseguenza che lo stesso Marx era in parte ebreo. In altre parole, essendo un genio alla Weininger, Marx cercò di porre resistenza alla propria mentalità ebrea.

Come possiamo notare, Weininger ci fornisce dei mezzi di analisi abbastanza utili.
Dobbiamo ammettere che ci sta dando la capacità di osservazione sull’argomento ‘odio e odio nei confronti di se stessi’. Weininger va oltre affermando che "l’Ariano deve ringraziare l’Ebreo perché attraverso lui impara a guardarsi dal Giudaismo insito in se".
Quando odiamo gli ebrei odiamo l’ebreo che è in noi. Questo potrebbe spiegare l’odio cieco dei nazisti nei confronti di tutto ciò che anche remotamente poteva odorare di ebreo. Ma allora se l’odio è una forma di negazione di se, a questo punto dovrei ammettere che la mia guerra contro lo Sionismo si dovrebbe attuare in una guerra che dichiaro a me stesso. E lasciatemi fare un passo oltre, fintanto che qualcuno in questa stanza è d’accordo con me che Sionismo e Razzismo devono essere sconfitti, allora noi tutti dobbiamo ammettere di avere un piccolo caro sionista razzista dentro la nostra mente.
Combattere sionismo e razzismo è combattere noi stessi. E lasciatemelo dire, questa è proprio la strada giusta da percorrere.

Conclusione

Senza dubbio Weininger ci offre in quantità mezzi di analisi per decostruire il suo stesso lavoro. Ci si dovrebbe chiedere, come fa a sapere così tanto sulle Donne? Come mai le odia così tanto? Come fa a sapere così tanto sugli Ebrei? Perché li odia così tanto?
La risposta ce la rivela il pensiero di Weininger ma non in parole sue. Weininger odia le Donne e gli Ebrei perché lui stesso è Ebreo e Donna. Adora la virilità Ariana perché in lui non ve n’è una goccia. Ed è probabilmente questa rivelazione a condurre Weininger al suicidio alcuni mesi dopo la pubblicazione del suo libro. Alla fine arrivò a comprendere di cosa trattava il suo libro.

Oggi ho deciso di parlarvi di Otto Weininger principalmente perché uno dei più grandi filosofi è stato rimosso dai nostri scaffali e praticamente bandito dalle nostre protezioni del PC. E’ perché non aveva nulla da dire? Esattamente il contrario, aveva di gran lunga molto da dire. Molto più di quanti di noi vogliono ammettere. Weininger, uno degli ultimi giganteschi filosofi tedeschi, getta una luce sugli aspetti più vivi del nostro essere. E come tutti noi sappiamo, raramente vediamo ciò che ci sta sotto il naso.

Ma c’è dell’altro su cui volete riflettere. Potreste aver notato che mentre stavate entrando in libreria un gruppo rumoroso di "ebrei antisionisti" sta picchettando in strada. Stavano picchettando contro di me, amici miei, contro il mio messaggio, il nostro messaggio o anche qualsiasi messaggio in generale. Vi posso assicurare che, sia io che la libreria, li abbiamo invitati a prendere parte a questo dibattito. Come potete immaginare, chiaramente hanno rifiutato. Weininger ci spiega perché. Evidentemente mi odiano, odiano tutto quello per cui sono a favore. Ma allora perché mi odiano così tanto? Perché mi conoscono bene, molto bene. Vi chiederete come mai mi conoscono così bene? Semplice, io sono là, nel profondo di ognuno di loro, sono colui che solleva quelle domande insopportabilmente irritanti: Sono quello che chiede che cosa rappresenta l’ebraicità, che cos’è la laicità ebraica. Metto in discussione il rapporto intrinseco tra Sionismo e Ebraicità. Sono felice di discutere apertamente ogni narrazione storica Ebraica incluso l’Olocausto e semplicemente mi odiano.
Grazie a Weininger ora dovremmo intuire che mi disprezzano perché proprio quelle domande tolgono sonno ai loro occhi. Fanno fronte a questi interrogativi quotidianamente, ma non riescono a trovare dentro di se i mezzi per affrontare le conseguenze per aver fronteggiato quelle domande. Non osano nemmeno sedersi qui con noi. Stare qui tra di noi significherebbe stare con se stessi. Significherebbe confrontarsi. Invece di fare questo sono impegnati nel solito Talmudico gioco simbolico di etichettare e calunniare il messaggero. Ammettiamo, uccidere il messaggero è una parte intrinseca della narrativa storica ebraica.

Seguendo il mio stesso confronto con gli scritti di Weininger ora mi sto rendendo davvero conto che il mio lavoro sta traendo potere dall’auto riflessione. Piuttosto di guardare il mondo, sostanzialmente osservo me stesso. Io esco con la musica, la letteratura e le idee. Se il mio operato è di una qualsivoglia qualità sta a voi decidere. Se riesco a dire qualcosa sul mondo, lo dirà il tempo. Alcuni di voi leggeranno i miei libri e sono quasi sicuro che voi possiate prendere una decisione. Ma quando toccherà a coloro che prima stavano picchettando lì fuori, è categoricamente chiaro, non prenderanno nessuna decisione; non desiderano stare in mezzo agli altri, o per esser più precisi, non hanno alcuna intenzione di guardarsi dentro. Mentre noi ci trovavamo qui in questa libreria, loro erano occupati a bruciare libri. Questo è il vero significato dei muri del ghetto ebraico, che sia il muro dell’apartheid in Palestina o solo un piccolo muro divisorio qui fuori da Bookmarks, Londra. Il Sionismo sta tutto nella segregazione, è là per separare gli Ebrei dal resto dell’umanità. E’ triste scoprire che questo male politico ha contaminato anche i pochi ebrei che si sono dichiarati suoi oppositori. Auguro del bene a questi ebrei antisionisti e voglio credere che prima o poi si emancipino. Allora poi verranno a sedersi con noi.

Gilad Atzmon



Una conversazione da Bookmarks, libreria marxista di Londra, tenuta il 17.6.05


Fonte:http://www.gilad.co.uk/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LAURA

Note

1. Otto Weininger, Sex and character (ed. Howard Fertig : New York, 2003)
2. Karl Marx, La questione ebraica, 1844 www.marxists.org


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