Amore... il grande desiderio (until you die)


Il vero amore porta sempre tristezza. È inevitabile, perché l’amore crea uno spazio che apre delle nuove porte verso l’essere. L’amore crea una situazione crepuscolare.

Nel momento dell’amore riesci a vedere ciò che è irreale e ciò è reale. Nel momento dell’amore riesci a vedere ciò che è privo di significato e ciò che ha significato; e allo stesso tempo ti accorgi di essere radicata in ciò che è privo di significato; da qui nasce la tristezza. Nel momento dell’amore diventi consapevole del tuo potenziale più alto, diventi consapevole del picco più lontano, ma tu non sei lì; da qui nasce la tristezza.

Hai una visione, ma è solo una visione e tra un attimo sparirà. È come se dio ti avesse parlato in sogno e poi quando ti svegli ti sfugge. Sai che è successo qualcosa, ma non è diventato una realtà. Era solo una brezza passeggera.

Se l’amore non crea tristezza, sappi bene che non è amore. L’amore è destinato a creare tristezza: più grande è l’amore, maggiore è la tristezza che lo segue.

L’amore apre la porta a dio. 

Due cuori si avvicinano… Sono molto, molto vicini, ma proprio in quella vicinanza riescono a vedere la separazione: questa è la tristezza. Quando sei distante non puoi vederlo così chiaramente: sai di essere separata. Ma quando desideri essere “uno” insieme all’altro, quando lo desideri con tutta te stessa, con grande passione, e ti avvicini sempre di più e poi arriva il momento in cui sei molto, molto vicina, ma non riesci ad andare oltre, sei bloccata e all’improvviso diventi triste. La meta è così vicina e tuttavia è irraggiungibile.

A volte dopo l’amore, sprofondi in una notte profonda e frustrante. Chi non conosce l’amore non conosce la vera infelicità, non conosce la vera angoscia. Vive una vita piatta. Non conosce le vette, quindi non è consapevole delle valli. Non ha mai raggiunto l’apice, quindi pensa, qualunque cosa stia facendo, che la vita sia tutta lì. Nell’amore, per un attimo, diventi ciò che dovresti essere. Ma è solo un attimo.

Se vuoi che diventi una realtà eterna per te, l’amore in se stesso non è sufficiente, è necessaria la preghiera. L’amore ti rende consapevole di questo bisogno e, se non inizi a entrare in preghiera, l’amore genererà sempre più tristezza.

Non puoi diventare “uno” nell’amore. Puoi solo avere l’illusione di diventarlo. E questo è il grande desiderio: essere uno, essere uno con il tutto, entrare in intimità con la realtà, scomparire completamente. Perché se sei, c’è infelicità; se sei, c’è angoscia; se sei, c’è ansia. È l’ego a creare il problema. Quando ti sciogli e scompari, quando diventi uno, non resta nessuno. Sei solo un’onda in questo oceano eterno di esistenza. Non hai un centro tutto tuo: il centro del tutto è diventato il tuo centro. Quindi l’ansia scompare, quindi l’angoscia scompare, quindi il potenziale è diventato realtà. Questo è ciò che chiamiamo illuminazione, questo è ciò che chiamiamo nirvana o realizzazione di dio.

L’amore va nella stessa direzione, ma può solo promettere, non può mantenere. Non può “consegnare la merce”: da qui nasce la tristezza. Senti di essere molto vicina al punto in cui potresti scomparire e tuttavia non scompari. Di nuovo inizi ad allontanarti dall’amato. Poi ti avvicini di nuovo e di nuovo ricadi nella tua solitudine. Ma non diventi mai “uno”. E se non lo diventi, l’estasi non è possibile...


Osho




 












Tratto da: Osho, Until you die #7

Bene e male. Mente e materia...

 


“Ciò che è, è. Non è né soggettivo né oggettivo. Materia e mente non sono separate, sono aspetti di una sola energia. Guarda la mente in funzione della materia e hai la scienza; guarda la materia come il prodotto della mente e hai la religione. Nessuno dei due viene prima, perché nessuno dei due appare da solo. La materia è la forma, la mente è il nome. Insieme fanno il mondo.” (Nisargadatta Maharaj)


Nietzsche dice che la compassione è indice di debolezza, la compassione che si prova per un malformato è male, mentre la religione dice che è bene. La selezione naturale è un bene perché porta al miglioramento della specie. Sembra Nazismo, e non sono d'accordo che la compassione sia sempre un male, ma nelle parole di Nietzsche c'è un fondo di verità. L'uomo deve essere sia Buono che Cattivo, perché la sola bontà è indice di debolezza (c'era una puntata di Star Trek in cui il Capitano Kirk si era sdoppiato nella sua dimensione Cattiva e nella sua dimensione Buona ed in entrambe le dimensioni ha creato molti problemi, la sua parte Buona gli impediva di comandare e di prendere decisioni difficili, la sua parte cattiva lo faceva immorale e aggressivo.) Quindi come dice Nietzsche il solo Buono, come vorrebbe la religione, è un debole ed un perdente. Un po' di sana cattiveria è necessaria affinché si possano avere relazioni naturali tra gruppi di individui.

Citazione: “Gandhi riuscì a fare la Rivoluzione senza sparare, contro la potenza mondiale dominante. Era sia politico che filosofo, non avrei detto né che fosse debole né che fosse cattivo, sicuramente molto saggio. Anche nel citare la ricchezza, diceva che se hai qualcosa che non usi, sei un ladro. Quindi devi darlo a chi non lo ha. Secondo me ci vuole molta forza interiore per fare questo, non c'è debolezza.”

Considerazioni raccolte da Maddalena Taroni



Memoria sulla peste di Ginevra del 1530... se la storia si ripete!


"Quando la peste bubbonica colpì Ginevra nel 1530, tutto era già pronto. Hanno persino aperto un intero ospedale per gli appestati. Con medici, paramedici e infermieri. I commercianti contribuivano, il magistrato dava sovvenzioni ogni mese. I pazienti davano sempre soldi, e se uno di loro moriva da solo, tutti i beni andavano all'ospedale.

Ma poi è successo un disastro: la peste andava spegnendosi, mentre le sovvenzioni dipendevano dal numero di pazienti.

Non esisteva questione di giusto e sbagliato per il personale dell'ospedale di Ginevra nel 1530. Se la peste produce soldi, allora la peste è buona. E poi i medici si sono organizzati.
All'inizio si limitavano ad avvelenare i pazienti per alzare le statistiche sulla mortalità, ma si sono presto resi conto che le statistiche non dovevano essere solo sulla mortalità, ma sulla mortalità da peste.
Così cominciarono a tagliare i foruncoli dai corpi dei morti, asciugarli, macinarli in un mortaio e darli agli altri pazienti come medicina. Poi hanno iniziato a spargere la polvere sugli indumenti, fazzoletti e giarrettiere. Ma in qualche modo la peste continuava a diminuire. A quanto pare, i bubboni essiccati non funzionavano bene.
I medici andarono in città e di notte spargevano la polvere bubbonica sulle maniglie delle porte, selezionando quelle case dove potevano poi trarre profitto. Come scrisse un testimone oculare di questi eventi, "questo rimase nascosto per qualche tempo, ma il diavolo è più preoccupato di aumentare il numero dei peccati che di nasconderli."

In breve, uno dei medici divenne così impudente e pigro che decise di non vagare per la città di notte, ma semplicemente gettò un fascio di polvere nella folla durante il giorno. Il fetore saliva al cielo e una delle ragazze, che per un caso fortunato era uscita da poco da quell'ospedale, scoprì cosa fosse quell'odore.
Il medico è stato legato e messo nelle buone mani degli “artigiani" competenti. Hanno cercato di ottenere più informazioni possibili da lui.

Comunque, l'esecuzione è durata diversi giorni. Gli ingegnosi ippocrati venivano legati a dei pali su dei carri e portati in giro per la città. Ad ogni incrocio i carnefici usavano pinze arroventate per strappare loro pezzi di carne. Venivano poi portati sulla pubblica piazza, decapitati e squartati e i pezzi venivano portati in tutti i quartieri di Ginevra.  L'unica eccezione fu il figlio del direttore dell'ospedale, che non prese parte al processo ma spifferò che sapeva come fare le pozioni e come preparare la polvere senza paura di contaminazione. È stato semplicemente decapitato "per impedire la diffusione del male".

François Bonivard, Cronache di Ginevra, secondo volume, pagine 395 - 402”



Bugie religiose, favole ecclesiastiche ed altro ancora...



La piaga della cattiva informazione religiosa e della alterazione dei fatti accaduti ha origini antiche: il primo, nella tradizione religiosa a parlarne fu il profeta Geremia (8,8) che si lamentava dicendo: “Perché dite la legge del Signore? A legge menzognera l’ha ridotta la penna menzognera degli scribi”. Nel corso della storia i Testi sacri pare siano stati più volte manomessi, spesso per compiacere il regnante di turno.

Pipino il re dei Franchi, su richiesta di Stefano III, venne a liberare la Chiesa dai longobardi e restituì alla Chiesa i territori riconquistati in virtù di un documento fatto preparare dal papa secondo cui erano donazione di Costantino.

Secondo alcuni autori nel tempo di Costantino fu nominata una commissione di correttori, composta da ecclesiastici e politici i quali, con la scusante dell’ortodossia, ritoccarono i testi evangelici nel momento in cui il cristianesimo diventava religione di stato e doveva trovare l’approvazione di un imperatore pagano fino al punto della morte.

Alcuni decenni più tardi S. Girolamo fu incaricato, suo malgrado, dal papa Damaso III nel 382 a rivedere il testo in latino dei Vangeli, nonché la traduzione delle lingue originali delle Scritture in ebraico. S. Girolamo disse che le generazioni future lo avrebbero accusato di aver manomesso le Scritture. Anche S. Agostino criticò l’operazione. Damaso fu creduto il primo autore del Liber Pontificalis che era l’elenco dei primi vescovi di Roma, a cominciare da Pietro; in realtà pare sia un falso che si aggiunge alla vasta serie di “falsificazioni Simmachiane” dell’inizio del sesto secolo, quando papa Simmaco per evitare di essere processato fece produrre una enorme mole di documenti inventati: carteggi interi, atti di un Sinodo mai tenutosi, documenti di processi ideati, il tutto per creare precedenti fasulli su cui basare la sua pretesa di non dover essere giudicato da nessuno al mondo, neppure da un concilio.

Nel VIII–IX secolo, dato che il testo di S. Girolamo detto Vulgata era stato più volte ricopiato, studiosi come Alcuino e Teodulfo, cercarono di correggere errori linguistici e testuali che si erano insinuati in tale versione. In seguito, per rendere di più facile consultazione le Scritture, altri ne suddivisero il testo in capitoli. Nel 1546, durante il Concilio di Trento, la Chiesa cattolica, da una parte sancì l’autenticità della Vulgata e dall’altra ne auspicò la revisione. Furono istituite apposite commissioni, ma impaziente di vederla completa, il papa Sisto V volle portare di persona a temine l’impresa e attenendosi al testo di Lovanio e con l’aiuto di Bellarmino intervenne sulla versione di S. Girolamo e quando incontrava punti oscuri non si faceva scrupolo di aggiungere o levare parti del discorso con l’intento di renderlo più chiaro. Ma nel 1590, mentre l’opera era in stampa il papa morì e i cardinali la ritirarono lasciando l’opera ancora piena di errori..

La nuova edizione, detta sisto-clementina, vide la luce nel 1592 sotto Clemente VIII e rimase a lungo la versione ufficiale della Chiesa Cattolica. Nel XX secolo ci fu la volontà di rivedere la Vulgata come le altre versioni e nel 1965 fu nominata una “Commissione per la Neo-Vulgata” che rivedesse la traduzione in latino tenendo conto delle nuove conoscenze. I primi libri furono pubblicati nel 1969 e 10 anni dopo Giovanni Paolo II approvò la Nuova Vulgata.


Pare che Gregorio VII creò intorno a se una schiera di falsari che sfornavano ogni sorta di documenti a seconda delle esigenze e molti scritti originali furono ritoccati.

Nel corso dei millenni i testi biblici sono stati trascritti, a mano, migliaia di volte (circa 6000 i testi in ebraico e circa 5000 quelli in greco).E’ lecito supporre che alcune o molte cose abbiano subito un’alterazione del loro originale significato, per negligenza, per interpretazioni personali o, come si è detto, per favorire il potente di turno. In particolare per ciò che concerne l’alimentazione carnea lo stesso S. Girolamo asserisce che l’autorizzazione a mangiare la carne fu un’interpolazione ai Testi sacri da parte della Chiesa cattolica aggiunta tardivamente in un periodo di basso profilo spirituale, ma che in principio (cioè sia alle origini del cristianesimo che nella Genesi) non fu così.

5.700 sono i manoscritti in greco della Bibbia che sopravvivono oggi, di questi solo 10 contengono la Bibbia intera come noi la conosciamo, di queste solo 4 sono state redatte prima del X° secolo. In tutti questi manoscritti gli studiosi hanno calcolato che ci sono 400.000 punti in cui le varie copie differiscono tra di loro, cioè il numero delle varianti del Nuovo Testamento è maggiore delle parole stesse che lo compongono. Alcune di queste varianti sono evidenti errori commessi dal copista, altre sono delle modifiche effettuate deliberatamente per appianare diversi punti di vista teologici. Molte delle più importanti definizioni, come molti episodi biblici, si basano su delle copie deliberatamente o accidentalmente alterate, anche se i teologi affermano che le correzioni non alterano in alcuno modo il senso originario del messaggio.

Le manomissioni dei Testi sacri, a mio avviso, non depauperano la dimensione divina e spirituale nella vita dell’uomo, né l’importanza del grandioso insegnamento di Gesù, anzi credo debba spingere ognuno a cercare personalmente le grandi verità che governano le leggi universali e che indicano il percorso da seguire nella realizzazione integrale dell’uomo.


La tendenza ad alterare le notizie è anche oggi una piaga più che mai diffusa in cui i grandi mezzi di comunicazione di massa, in gran parte manovrati dai centri di potere economico e politico, influenzano le scelte della popolazione con strategie che tornano solo a vantaggio di chi intende smerciare un prodotto, trascurando gli aspetti negativi che spesso celano danni per le persone. E se gli uomini non hanno avuto scrupoli ad alterare insegnamenti attribuiti alla divinità è facile supporre che la verità dei fatti umani raramente viene riportata senza alterazioni di parte.

La nostra filosofia mira a spingere l’individuo a sviluppare l’intelligenza critica nelle cose, la consapevolezza che ognuno di noi deve imparare ad essere artefice del proprio destino, della propria salute fisica, del proprio equilibrio mentale, della propria sfera spirituale, attraverso uno dei mezzi più potenti, la filosofia dell’etica universale del biocentrismo che nella pratica attuazione passa attraverso l’alimentazione incruenta vegetariana che consente all’uomo di vivere in ottima salute, di sviluppare una mentalità di pace, di salvaguardare la natura, di non contribuire ad affamare il Terzo Mondo, di porre le basi per un mondo di verità e di giustizia.

Franco Libero Manco 









Nè sì nè no. Parole di convenienza (inventate)



Un pensatore occidentale, De Bono, ha qualcosa di molto bello da dire a tutti. Ha coniato una nuova parola e quella parola è “po”. Non la troverai in nessun dizionario, perché è una parola nuova. Dice che ci sono situazioni in cui se dici di sì sbagli e se dici di no sbagli lo stesso. Ci sono situazioni in cui devi stare nel mezzo, quindi di’ “po”. È una parola che non significa sì, non significa no, o significa entrambi. È al di sotto del sì e del no, o al di sopra del sì e del no, ma è indivisa: “po”, sì più no.

Se qualcuno ti fa una domanda da cui sei profondamente coinvolto, se qualcuno chiede: “Pensi di amarmi?” è difficile, perché non sei mai sicuro al cento percento di amare o no. Se dici di sì rischi di fare un’affermazione sbagliata, perché chi può dire di sì? Solo chi è totale può dire di sì con il suo essere totale. Come puoi dire di sì? Nel momento in cui dici di sì, una parte di te sta ancora dicendo di no. Aspetta, non decidere. C’è confusione; una parte della tua mente sta dicendo: “Non so se amo o no”. Se dici di no, anche questo è sbagliato, perché una parte di te sta dicendo di sì. E tu sei sempre parziale, non sei totale. La parola “po” di de Bono è comoda: quando qualcuno ti chiede: “Mi ami?” di’: “Po”. Significa sì e no, significa entrambi: “Una parte di me ti ama e una parte di me non ti ama”.

Mulla Nasruddin era in tribunale. C’era una causa contro di lui, perché la moglie aveva denunciato che l’aveva picchiata. Se il giudice gli avesse chiesto: “Hai picchiato tua moglie?” avrebbe potuto dire di sì, o avrebbe potuto dire di no, qualunque fosse il caso. Ma il giudice gli chiese: “Mulla Nasruddin, hai smesso di picchiare tua moglie?”. Se avesse detto di sì, avrebbe significato che prima la picchiava e aveva smesso. Se avesse detto di no, avrebbe significato che la stava ancora picchiando.

Così venne di corsa da me, dopo aver detto al giudice: “Dammi un po’ di tempo, risponderò domani”.

Quando venne da me dissi: “Rispondi ‘po’”.

E lui disse: “Cos’è questo ‘po’?”.

Dissi: “Questo è un problema del giudice. Lascia che sia lui a decidere cos’è ‘po’. Tu dillo semplicemente”.

Tutto il linguaggio umano è diviso tra sì e no, tra bianco e nero, ma la vita è grigia. “Po” significa che la vita è grigia; a un estremo diventa nero scuro, all’altro estremo diventa bianco, ma esattamente tra i due, oscilla ed esiste il grigio.

Due calamità si sono abbattute sulla mente occidentale: una è Aristotele, perché ti ha dato un atteggiamento logico nei confronti della vita che è falso. Ti ha dato il sì o il no e ha detto: “Non possono essere veri insieme”. E sono sempre veri insieme. Sono sempre veri insieme! Uno non può essere vero senza l’altro, perché la vita è entrambi: giorno e notte, estate e inverno, dio e il diavolo. La vita è insieme, indivisa. 

Quando un uomo arriva a realizzare questa non divisione della vita, diventa molto, molto difficile… Cosa dire e cosa non dire? Tutto ciò che dici sarà falso, perché il linguaggio permette solo il sì o il no.

La seconda calamità che si è abbattuta sulla mente occidentale è la crocifissione di Gesù. A causa di quella crocifissione, la mente occidentale è rimasta disturbata. Prima Aristotele ha diviso la vita in due e poi la crocifissione di Gesù ha diviso in due il cuore. Aristotele ha diviso in due la mente, l’intelletto; e la crocifissione di Gesù ha diviso in due il cuore. Se sei cristiano, vai in paradiso; se non lo sei, vai all’inferno. Se sei cristiano, allora sei umano; se non sei cristiano, nessuno ti considera. Possono ucciderti molto facilmente, senza pensarci due volte. 

 Tratto da: Osho, Until you die 




Karma pesante ed elettroshock psichico per le anime condannate a vivere sul pianeta Terra

 


L’economista Milton Friedman, premio Nobel per l’economia (sic) ha posto, qualche decina di anni fa, le basi per ciò che sta accadendo oggi a livello globale, la distruzione degli status quo nazionali e dell’identità personale dei singoli esseri umani. Ispiratosi agli esperimenti di elettroshock che uno psichiatra eseguiva in un manicomio USA, utilizzando un apparecchio inventato da Lucio Bini, Friedman teorizzò che un elettroshock di dimensioni opportunamente più grandi avrebbe prodotto lo stesso effetto su un gran numero di persone contemporaneamente. Le sue teorie furono poi elaborate ed ufficializzate dal cosiddetto gruppo della “Scuola di Chicago”, gestita da Gesuiti, un gruppo di studenti che stesero un manuale enorme in cui si descriveva nei minimi particolari come raggiungere i vari risultati tramite l’uso del terrore psicologico e delle torture fisiche.

Ma come eseguire l’esperimento? Non certo con un’apparecchiatura elettronica!

E fu così che, per testare la teoria Friedman, fu organizzato in Cile il golpe di Pinochet ai danni del governo di S. Allende, cui seguirono anni di estremo terrore. Lo shock globale era stato messo in atto e con risultati inimmaginabili.


Pur se l’esperimento aveva dato “buoni” risultati, la sollevazione mondiale contro l’efferatezza del regime Pinochet creò seri problemi agli organizzatori dell’elettroshock, per cui furono introdotte delle varianti/migliorie, al fine di ottenere gli stessi effetti senza i conseguenti problemi. Ed ecco l’avvento delle “missioni di pace”, precedute dal golpe pacifico di Eltsin in Russia ai danni di Gorbaciov, seguito dall’espoliazione dell’economia russa.

Ma veniamo al dunque.

La Terra è il pianeta dove le anime, incolpatesi con la “caduta” e successivamente sempre più, vengono a incarnarsi per sciogliere le proprie colpe, processo che prevede, strada facendo, l’avvento del Regno della Pace di Dio sulla Terra.

Le anime incarnate  sulla Terra, sono la fonte di energia degli avversari di Dio, coloro che lottano fino all’ultimo per raggiungere il loro obiettivo (che originò la caduta) di creare un universo a loro immagine e non secondo la volontà di Dio. Quindi tentano in ogni modo di portare sulla Terra il loro Regno, vale a dire il loro NWO, il Nuovo Ordine Mondiale.

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Tutti i governi, in quanto succubi dello stesso potere di cui parla Allende nel suo discorso all’ONU del 1972 (https://www.youtube.com/watch?v=xGoptcJ8O4o), che probabilmente ne decretò la destituzione e fornì la prova pratica delle teorie di Friedman, sono quindi d’accordo nel perseguire certi obiettivi, che noi attribuiamo alla NATO e agli USA e ai governi a loro succubi, ma che sono invece nella mente di personaggi, o istituzioni, per ora al di sopra di ogni sospetto, perché ritenute operatrici di bene per antonomasia.
 
Marco Bracci

Meditazioni con Sri Nisargadatta Maharaj...



Le persone ripetono il nome di Dio in vari modi, come gli viene insegnato. Secondo la mia esperienza, se il mantra è recitato con una corretta respirazione, la mente diventa silenziosa e ne consegue samadhi.

Anche quando Arjuna stava combattendo una guerra, la sua pace non è stata scossa. Senza pace non esiste samadhi. La pace che deriva dalla realizzazione di sé è il vero samadhi. Il resto sono costrutti mentali.
Sappiate che non siete il corpo o la mente o il prana, e fate silenzio. 
A chi è avvenuta la nascita?
A chi arriva la vecchiaia?
Pensateci.

Tutte le buone e cattive abitudini arrivano con il corpo e vanno con il corpo. Ma tu non sei il corpo. Finché ti prendi come il corpo, ci sarà un senso di essere uomo o donna con i dolori e i piaceri che accompagnano. Tutti gli attributi dipendono dalla coscienza del corpo.

La nostra vera natura non ha attributi.
La Verità ultima, Paramatman, non ha casta o credo. Colui che è il conoscitore lo riconosce e tace. Se ti dico di fare qualche rituale tu lo farai, ma non ti servirà a nulla. Le tue miserie sono a causa della tua coscienza, non del mondo. 

La conoscenza di cui  si può parlare è della natura dell'ignoranza. Qualsiasi azione nel mondo è solo divertimento. A meno che non dimentichi questo divertimento, non ci sarà pace. Il vero jnani non vede affatto il mondo come vero. Un jnani non ha problemi se agire o non agire. 

Solo  dire: "Io non sono il corpo, non sono il
mente, non basta. Bisognerebbe sapere di chi sono gli attributi il corpo e la mente.  La sola conoscenza formale non è sufficiente.

La coscienza nel corpo durerà finché c'è l'essenza. Tutte le cose sono contenute nella coscienza e nel  prana.
Quanto dureranno?
La coscienza attraverso la quale sperimenti il mondo non è eterna.



Meditazioni con Sri Nisargadatta Maharaj. Nirupana 90. Un estratto.


EINSTEIN: MOTI BROWNIANI E TEORIA ATOMICA. TEORIE DELLA RELATIVITÀ RISTRETTA E DELLA RELATIVITÀ GENERALE.



Albert Einstein (1879-1955) è stato il maggiore scienziato del secolo XX ed uno dei più grandi di tutta la storia dell’umanità. Nato in Germania da una famiglia ebrea, seguì il padre e lo zio Jacob nelle loro peregrinazioni in Germania e poi in Italia, nei loro tentativi, non sempre riusciti, di creare aziende nei settori del gas e dell’elettricità. Questa esperienza gli permise però di approfondire fin da ragazzo le conoscenze nel campo elettrico che furono fondamentali per i successivi sviluppi scientifici(1)(2)(3)(4)(5)(6)(7)(8).

Insofferente della disciplina burocratica delle scuole tedesche, si trasferì nel 1996 presso la scuola politecnica di Zurigo, assumendo in seguito, nel 1901, anche la nazionalità svizzera. Tra i suoi professori troviamo il fisico Heinrich Weber (1843-1912) ed il matematico lituano Hermann Minkowski (1864-1909), con i quali i rapporti non furono sempre buoni per il carattere anticonformista di Einstein. Per lo stesso motivo, terminati gli studi, Einstein non riuscì ad avere un incarico di insegnamento e dovette ripiegare su un impiego presso l’ufficio brevetti(1)(2)

L’anno della svolta fu il 1905, anno in cui lo sconosciuto Einstein presentò una serie di rivoluzionarie memorie, ognuna delle quali avrebbe meritato un premio Nobel. Nel numero dedicato a Planck (N. 101) abbiamo già visto come una di queste memorie – dedicata all’effetto fotoelettrico - chiariva il significato fisico del quanto di energia utilizzato da Planck per elaborare una legge del “corpo nero”, quanto che coincideva con un pacchetto discreto e reale di energia. Questa memoria gli fruttò il premio Nobel per la fisica nel 1921(1)(2)(8).

Un secondo articolo forniva invece una semplice spiegazione dei moti browniani, cioè quei movimenti irregolari a zig-zag tipici del polline sciolto in un fluido (acqua o aria) evidenziati nel 1827 dal botanico scozzese Robert Brown (1773-1858). Einstein attribuì il particolare tipo di moto alle spinte subite dal polline ad opera delle molecole del fluido che si agitano per l’eccitazione termica già ipotizzata da ClausiusMaxwell Boltzmann (NN. 78 – 81 – 94). La spiegazione del grande fisico tedesco fu confermata negli anni successivi dal fisico francese Jean-Baptiste Perrin (1870-1942) con una serie di esperimenti basati sulla diffusione molecolare, sotto l’azione della gravità e dei moti browniani, che permisero anche una definitiva prova della struttura atomica e molecolare della materia ed una misura più precisa delle dimensioni atomiche e molecolari (rispettivamente 10-10 m, ovvero un Ängstrom, e 10-9 m, ovvero un nanometro). Fu fatta anche una misura più precisa del Numero di Avogadro (N. 69).

Questi studi fruttarono a Perrin il premio Nobel nel 1926. Ne risultò definitivamente sconfitta la posizione di Mach e di Ostwald, che negavano l’esistenza degli atomi, come già vedemmo nel numero dedicato a Mach (N. 95). È certamente stupefacente la circostanza che lo stesso argomento elaborato da Einstein era stato adoperato dagli antichi atomisti 2500 anni prima per provare l’esistenza degli atomi (NN. 7-8) com’è attestato da un noto passo del poema filosofico del grande poeta latino Lucrezio, “De Rerum Natura”, che espose in forma poetica le teorie atomiche(2)(3)

La memoria del 1905 considerata più importante e rivoluzionaria era certamente quella dal titolo: “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento”, riguardante la cosiddetta relativita’ ristretta” o “speciale”.  In essa Einstein riprendeva molte delle considerazioni fatte nelle memorie contemporanee o leggermente precedenti di LorentzPoincaré Heaviside (NN. 91 - 93), in cui si apportavano correzioni alle trasformazioni galileiane per il passaggio di coordinate tra due sistemi di riferimento in moto inerziale, cioè in moto uniforme l’uno rispetto all’altro. Queste  trasformazioni si erano dimostrate incompatibili con le equazioni dell’elettromagnetismo sviluppate da Maxwell. Einstein, con la sua formidabile intuizione fisica, riuniva tutta la materia in un paio di semplici postulati(4)(5)(6)(7).

-il primo affermava che i fenomeni fisici rimangono gli stessi per osservatori posti in diversi sistemi che si muovessero di moto uniforme l’uno rispetto all’altro;

-il secondo che la velocità della luce (e di tutte le radiazioni elettromagnetiche) è una costante (circa 300.000 km/sec) indipendentemente dal moto dei singoli osservatori, ovvero dal sistema di riferimento scelto, e dalla fonte delle radiazioni.

Questa formulazione rendeva conto delle conseguenze già contenute implicitamente nelle equazioni di Lorentz e Poincaré, e cioè del fatto che le dimensioni degli oggetti sono relative e diminuiscono al crescere della velocità dell’oggetto rispetto all’osservatore; del fatto che il tempo scorre più lentamente per un osservatore più veloce rispetto ad uno più lento; e soprattutto del fatto che ad un fenomeno che avvenisse in un certo istante rispetto ad un certo sistema di riferimento, non corrisponde un fenomeno contemporaneo posto in un altro sistema in moto rispetto al primo, ma che a quell’istante corrisponde nel secondo sistema un intervallo dilatato di tempo, con la perdita della simultaneità dei fenomeni.

La teoria spiegava anche i risultai delle esperienze di FizeauMichelson e Morley, che avevano fatto scervellare i fisici. Il matematico Minkowski, sulla scorta della teoria dell’ex-allievo Einstein, elaborò il concetto di spazio-tempo a 4 dimensioni (tre spaziali ed una temporale), poi universalmente accettato. Da parte sua Einstein presentò dopo pochi mesi una nuova memoria in cui esprimeva il concetto che anche la massa è relativa e cresce al crescere della velocità dell’oggetto, essendo una misura della sua energia. Vi è un’equivalenza tra massa ed energia che possono trasformarsi l’una nell’altra. Questo concetto è espresso dalla famosa equazione E = mc2, dove è l’energia, “m” la massa, e “c” la velocità costante della luce. In tempi più recenti questa fondamentale equazione ha avuto anche una piena verifica sperimentale.

Solo dopo che il grande Planck ebbe notato gli articoli di Einstein (passati inizialmente inosservati) facendo alcune osservazioni critiche, finalmente il grande fisico ottenne la fama meritata e nel 1913 una cattedra all’Università di Berlino su raccomandazione dello stesso Planck e del premio Nobel per la Chimica Walter Nernst.    

Ma Einstein non aveva intenzione di dormire sugli allori e negli anni seguenti si dedicò a considerare i sistemi di riferimento accelerati l’uno rispetto all’altro. Il risultato di queste ricerche fu la Teoria della Relatività generale che mette in relazione l’accelerazione delle masse dovuta alla forza di gravità con la “curvatura” dello spazio considerato come un mezzo malleabile che è deformato dalle stesse masse in esso contenute che lo “incurvano”, come nelle geometrie non-euclidee (in particolare di Riemann). Le masse in movimento percorrono delle “geodetiche”, cioè il percorso più breve tra due punti, che non è necessariamente una retta, data la curvatura dello spazio.

Con l’aiuto dell’amico matematico Marcel Grossman (1878-1936) - che lo introdusse alle geometrie non-euclidee e la matematica di GaussRiemannLevi-CivitaGregorio Ricci - Einstein riassunse questi concetti in un’equazione in cui al primo membro (a sinistra) compaiono grandezze “invarianti” al variare dei sistemi di riferimento, che esprimono la deformazione dello spazio dovuta alla gravità, ed a destra la costante gravitazionale “G” moltiplicata ad un’espressione matematica, indicata dalla lettera “T” e detta “tensore energia-impulso”, che è un indice della quantità di materia che provoca la deformazione.

L’equazione fu presentata a Berlino il 26 novembre del 1915 cinque giorni dopo che il grande matematico Hilbert aveva presentato a Gottinga una sua più ambiziosa equazione, che avrebbe dovuto riassumere insieme fenomeni gravitazionali ed elettromagnetici.

Infatti negli anni precedenti Minkowski e poi Hilbert si erano posti in concorrenza con Einstein affermando che “la fisica era una faccenda troppo seria per essere lasciata ai fisici (Minkowski) e che “qualsiasi ragazzino di strada di Gottinga ne capisce più di Einstein sullo spazio quadridimensionale” (Hilbert). Ma nei mesi seguenti Hilbert dovette riconoscere che il genio fisico di Einstein aveva prodotto risultati ben più validi delle sue troppo ambiziose ma lacunose equazioni. Anche il tentativo di Hilbert di compiere l’assiomatizzazione matematica della fisica si era dimostrato infruttuoso. L’allievo di Hilbert, Hermannn Weyl, riconobbe che l’intuizione fisico-sperimentale di Einstein si era dimostrata superiore.

Il trionfo di Einstein fu definitivamente confermato dalle osservazioni sperimentali fatte nel 1919 dall’astronomo inglese Arthur Eddington (1882-1944), che verificò come i raggi luminosi fossero effettivamente deviati dalla massa del Sole, come previsto nella Teoria della relatività generale(8). Altre verifiche sperimentali furono il previsto spostamento verso il rosso delle radiazioni provenienti dallo spazio profondo, e la prevista anomalia dell’orbita di Mercurio. Nei prossimi numeri completeremo il discorso sull’opera di Einstein mostrando come le sue teorie siano alla base dei successivi sviluppi della Cosmologia, la Scienza dell’Universo.

(Tratto dal libro “Conoscenza, scienza e filosofia” di Vincenzo Brandi)





(1) L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti 1970 e seg.

(2) RBA, “Le grandi Idee della Scienza – Einstein”

(3) RBA, “Le grandi idee della Scienza - Dalton”

(4) R. Feynman, “Sei Pezzi facili”, Adelphi 2017, originale 1963-1995

(5) R. Feynman, “Sei Pezzi meno facili”, Adelphi 2017, originale 1963-1997

(6) C. Rovelli, “Sette brevi Lezioni di Fisica”, Adelphi, 2014

(7) C. Rovelli, “La Realtà non è come appare”, R. Cortina, 2014

(8) RBA, “Le grandi Idee della Scienza – Planck”

Swami Muktananda: “Shaktipat, il risveglio della coscienza...”

Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l’ha ricevuta?

Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos’è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.

Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.

Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.

Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.

Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo…

Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l’energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.

Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l’inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.

Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972


(Traduzione di Paolo D’Arpini)



Accettare le emozioni, come cura...



Le emozioni? Accettale!

Fedeli al loro nome, le “e-mozioni”, si muovono. Lasciate a se stesse, vanno e vengono. Ma se fingiamo che non ci siano, o se proviamo a tenerle sotto controllo mettendo loro un coperchio, o se lottiamo contro di loro, possiamo rimanere così invischiati da dimenticare di essere separati dalle emozioni e restare bloccati.

Quando un’attività si accoppia alla coscienza diventa meditativa. La meditazione non è il tentativo di sbarazzarsi di un’emozione, ma può aiutarci a lasciarla andare.

Paradossalmente, quindi, il nostro punto di partenza è la disponibilità a stare con l’emozione, ad accettarla.

 

Ecco alcuni suggerimenti su come gestire le emozioni difficili

Riconosci e accetta la presenza dell’emozione. Ad esempio, paura, senso di colpa, vergogna, tristezza, ambivalenza o disperazione. Rimani con quel che senti. E non significa che devi dire che ti piace, anzi, cerca di non etichettare la sensazione. Permetti semplicemente la comprensione: “Sì, questa sensazione è presente in questo momento particolare”. 

Dillo tre volte

Questa tecnica buddhista molto veloce, semplice ed efficace ti aiuta a rimanere calmo e centrato, piuttosto che reagire inconsciamente. Ad esempio, quando la macchina non parte o quando sei in attesa di notizie urgenti e importanti.

Ogni volta che ti accorgi di provare un’emozione che minaccia di prendere il sopravvento – per esempio, la frustrazione – di’ a te stesso tre volte “Frustrazione... frustrazione... frustrazione”. Se sei solo, ovviamente puoi dirlo ad alta voce. Quindi osserva cosa succede dopo. Forse emerge un’altra sensazione, come tristezza o rabbia; di nuovo, ripeti tre volte.

“Questa strategia può aiutarti a essere più consapevole di ciò che stai provando e ricordarti che non sei quell’emozione, non sei un’emozione – sei separato da essa – e che non devi agire impulsivamente a causa sua. Con questa consapevolezza in primo piano, invariabilmente, la sensazione diminuirà o cambierà. Questa è la natura delle emozioni: si muovono. È il nostro tenerci a loro che ci lega ad esse e ci blocca”. Osho

La meditazione del “non due”

“La verità del ‘non due’… continua ad assaporarla il più possibile, continua a sentirla il più possibile. In ogni occasione, quando senti un po’ di tensione dentro di te, di’ ‘Non due’ e rilassa tutto il corpo. E osserva cosa succede dentro quando dici ‘non due’.

Ogni volta che c’è un’opportunità di divisione, ogni volta che senti che da quel momento in poi sarai diviso, che sei sull’orlo di una decisione, che stai per scegliere questo contro quello, quando senti che sta arrivando la tensione, un accumulo di tensione, di’ improvvisamente ‘non due’ e la tensione si rilasserà, l’energia sarà riassorbita. Quell’energia riassorbita diventa beatitudine”. 

Osho

 


 

Tratto dal sito di Maneesha oshosammasati.org

"I may bring destruction only..." - Scambio epistolare dal Giornaletto di Saul del 27 marzo 2009

 


Una volta, diversi anni fa,  ero alla presenza di  Etain Addey, durante un incontro bioregionale tenuto a Pratale. Ricordo che Etain mi rimproverò di portare scompiglio e disaccordo ad ogni incontro a cui partecipassi e mi chiese "perché non cerchi di essere più costruttivo? Porta elementi di coesione invece che di divisione?".  Al che  le risposi "...posso portare con me solo distruzione…".

Sto ancora meditando su quella risposta, anche perché  so che il senso di quelle parole non  è letterale, ma che in esse è celato un significato diverso, più profondo. Con questa considerazione in mente stamattina presto mi sono alzato per scrivere qualcosa da inserire nel blog di Saul Arpino, avevo già in mente di condividere  uno scambio epistolare, un commento con commento, fra me e Roberto. Tra l’altro in tema di scissione continua del sé debbo dirvi che Roberto è un altro mio nome, che per un periodo usai anche nei documenti ufficiali, sulla patente, codice fiscale, etc. poi decisi di cancellarlo ma non potei cancellare il mio rapporto con vari altri Roberto che incontrai nella mia vita. Infatti il Roberto di cui sotto leggerete è uno dei pezzi del mio destino crudele, è il mio "grillo parlante". 

Lettera ricevuta da Roberto:
"…il nuovo ed il vecchio sono solo un'illusione, il leader del mio partito non ha mai fatto battaglie generazionali e il mio partito non ha mai avuto sezioni giovanili (salvo poi fare un mare di altre cazzate...). Il nuovo cos'è? Il parto in ospedale piuttosto del parto in casa o le centrali nucleari invece delle candele o il... si stava meglio quando si stava peggio, o il "io questo a mio padre non l'avrei mai fatto..". Hagakure ammonisce che c'è del buono in ogni generazione, il mio pessimismo costruttivo sente puzza... nipote e figlio sono la stessa persona salvo che il nipote di Paolo D'Arpini non vuole pagare le colpe (o i conti...) del nonno!? Per cui i D'Arpini sono uno proprio perché sono due! io questo l'ho sempre saputo sennò non si sarebbe spiegato il cognome plurale.
Vi saluto con affetto."

Mia rispostina: 
"Ed in fondo chi è questo ipotetico o inesistente "Saul Arpino", autore del Giornaletto di Saul? (http://saul-arpino.blogspot.com/).  Sono convinto che non servirebbe un alter ego... od un passaggio di consegne del genere "largo ai giovani".  In ogni caso, come spesso succede, il nuovo è il vecchio ed il vecchio è il nuovo! Ma non c'entra nulla con il nonno od il nipote, anche se  c'è un fondo di verità nel mio essere nipote di Paolo D'Arpini, in quanto lo sono veramente, contemporaneamente vedo me stesso come nonno che sta lasciando un'eredità dell'essere... al nipote rinato, in forma di un vecchio/nuovo  "Saul Arpino".
Forse il discorso è poco chiaro. Ti ricordi la storia della fondazione del Circolo VV.TT. (derivante da Vecchi Tufi)?
Ebbene... Ma a questo punto non specifico oltre altrimenti il significato diventa una spiegazione e questo non vale nulla rispetto all'ipotetico "nuovo/vecchio" Saul Arpino (riedizione di un possibile me stesso in altra forma)…"

Paolo D'Arpini  (o Saul Arpino?)












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