Le persone ripetono il nome di Dio in vari modi, come gli viene insegnato. Secondo la mia esperienza, se il mantra è recitato con una corretta respirazione, la mente diventa silenziosa e ne consegue samadhi.
Meditazioni con Sri Nisargadatta Maharaj...
EINSTEIN: MOTI BROWNIANI E TEORIA ATOMICA. TEORIE DELLA RELATIVITÀ RISTRETTA E DELLA RELATIVITÀ GENERALE.
Swami Muktananda: “Shaktipat, il risveglio della coscienza...”
Domanda (Mrs. Salunkhe): Cosa si può fare per essere meritevoli di ricevere Shaktipat? E come fa una persona a sapere quando l’ha ricevuta?
Risposta (Baba Muktananda): Per ricevere Shaktipat uno deve avere la necessaria qualificazione. Dopo tutto cos’è Shaktipat? Per molta gente questa parola risulta strana. Shaktipat è Grazia, la trasmissione della Grazia divina. Shaktipat, Grazia divina e Favore del Maestro sono sinonimi. Per lo Shaktipat uno deve essere maturo per la Grazia divina. Per ricevere il Favore del Maestro innanzitutto uno studente deve rilasciare la sua propria grazia sul Maestro.
Il Favore del Maestro ovviamente scenderà naturalmente, spontaneamente, sul discepolo. Ma allo stesso tempo il Maestro ha bisogno della grazia del discepolo, in forma di maturità per lo Shaktipat.
Non devi domandare per sapere se hai ricevuto la Grazia o no. Quando prendi un raffreddore te ne accorgi da sola senza dover domandare a nessuno, osservando i cambiamenti che avvengono nel tuo corpo. Se ti ammali di dissenteria o qualche altra forma di indigestione, lo sai direttamente da te. Se litighi con qualcuno, guardando le tue reazioni mentali comprendi subito che la mente è diventata inquieta, che la lite ti ha lasciato in uno stato confusionale e disturbato.
Allo stesso modo, dopo aver ricevuto Shaktipat, alcune cose avvengono al tuo interno. Osservandoti puoi capire da te che sei stata benedetta dalla Shakti. Il momento che la grazia penetra in un discepolo egli si sente completamente rinnovato. Kriya yogiche e movimenti interiori iniziano a manifestarsi da soli. Questi movimenti possono essere fisici o mentali, esterni od interni.
Come risultato dello Shaktipat due di queste cose possono avvenire. O entri in una condizione di meditazione profonda, uno stato di totale assorbimento, o la mente diviene talmente disturbata come non lo è mai stata prima, e tu cominci a chiederti cosa mai è successo…
Dopo che la Shakti si è risvegliata, ogni giorno nuove esperienze iniziano a manifestarsi automaticamente, ed in breve tu puoi affermare che la tua vita è trasformata completamente. Uno yogi ottiene la liberazione dopo aver ricevuto Shaktipat. Prima di Shaktipat uno dipende dagli altri. Per apprendere un semplice pranayama devi andare da un maestro. Per una ordinaria meditazione ancora devi contare su qualche tecnica o su qualche insegnante. Ma dopo Shaktipat l’energia (Shakti) lavora liberamente al tuo interno e non devi più andare in giro per imparare tecniche da diversi istruttori, poiché varie forme di pranayama etc. avvengono da sé e la meditazione segue spontaneamente.
Dopo il risveglio della Shakti un cercatore è in grado di sperimentare differenti stati, visitare diversi mondi sottili, come il paradiso, l’inferno, il mondo dei morti e quello degli antenati, e tutti gli altri mondi mentali di cui parlano le scritture. Tu puoi avere strane visioni nello stato di veglia, nel sogno, o nel tandra meditativo (stato fra il sogno e la meditazione). Queste visioni rivestono grande importanza e sono molto utili alla comprensione della mente. Dopo aver ottenuto il risveglio della Shakti il cercatore deve conservarla amorevolmente, con riverenza, facendo di tutto per mantenerla attiva dentro di sé.
Swami Muktananda – Satsang with Baba – 30 giugno 1972
(Traduzione di Paolo D’Arpini)
Accettare le emozioni, come cura...
Le emozioni? Accettale!
Fedeli al loro nome, le “e-mozioni”, si muovono. Lasciate a se stesse, vanno e vengono. Ma se fingiamo che non ci siano, o se proviamo a tenerle sotto controllo mettendo loro un coperchio, o se lottiamo contro di loro, possiamo rimanere così invischiati da dimenticare di essere separati dalle emozioni e restare bloccati.
Quando un’attività si accoppia alla coscienza diventa meditativa. La meditazione non è il tentativo di sbarazzarsi di un’emozione, ma può aiutarci a lasciarla andare.
Paradossalmente, quindi, il nostro punto di partenza è la disponibilità a stare con l’emozione, ad accettarla.
Ecco alcuni suggerimenti su come gestire le emozioni difficili
Riconosci e accetta la presenza dell’emozione. Ad esempio, paura, senso di colpa, vergogna, tristezza, ambivalenza o disperazione. Rimani con quel che senti. E non significa che devi dire che ti piace, anzi, cerca di non etichettare la sensazione. Permetti semplicemente la comprensione: “Sì, questa sensazione è presente in questo momento particolare”.
Dillo tre volte
Questa tecnica buddhista molto veloce, semplice ed efficace ti aiuta a rimanere calmo e centrato, piuttosto che reagire inconsciamente. Ad esempio, quando la macchina non parte o quando sei in attesa di notizie urgenti e importanti.
Ogni volta che ti accorgi di provare un’emozione che minaccia di prendere il sopravvento – per esempio, la frustrazione – di’ a te stesso tre volte “Frustrazione... frustrazione... frustrazione”. Se sei solo, ovviamente puoi dirlo ad alta voce. Quindi osserva cosa succede dopo. Forse emerge un’altra sensazione, come tristezza o rabbia; di nuovo, ripeti tre volte.
“Questa strategia può aiutarti a essere più consapevole di ciò che stai provando e ricordarti che non sei quell’emozione, non sei un’emozione – sei separato da essa – e che non devi agire impulsivamente a causa sua. Con questa consapevolezza in primo piano, invariabilmente, la sensazione diminuirà o cambierà. Questa è la natura delle emozioni: si muovono. È il nostro tenerci a loro che ci lega ad esse e ci blocca”. Osho
La meditazione del “non due”
“La verità del ‘non due’… continua ad assaporarla il più possibile, continua a sentirla il più possibile. In ogni occasione, quando senti un po’ di tensione dentro di te, di’ ‘Non due’ e rilassa tutto il corpo. E osserva cosa succede dentro quando dici ‘non due’.
Ogni volta che c’è un’opportunità di divisione, ogni volta che senti che da quel momento in poi sarai diviso, che sei sull’orlo di una decisione, che stai per scegliere questo contro quello, quando senti che sta arrivando la tensione, un accumulo di tensione, di’ improvvisamente ‘non due’ e la tensione si rilasserà, l’energia sarà riassorbita. Quell’energia riassorbita diventa beatitudine”.
Osho
Tratto dal sito di Maneesha oshosammasati.org
"I may bring destruction only..." - Scambio epistolare dal Giornaletto di Saul del 27 marzo 2009
Sto ancora meditando su quella risposta, anche perché so che il senso di quelle parole non è letterale, ma che in esse è celato un significato diverso, più profondo. Con questa considerazione in mente stamattina presto mi sono alzato per scrivere qualcosa da inserire nel blog di Saul Arpino, avevo già in mente di condividere uno scambio epistolare, un commento con commento, fra me e Roberto. Tra l’altro in tema di scissione continua del sé debbo dirvi che Roberto è un altro mio nome, che per un periodo usai anche nei documenti ufficiali, sulla patente, codice fiscale, etc. poi decisi di cancellarlo ma non potei cancellare il mio rapporto con vari altri Roberto che incontrai nella mia vita. Infatti il Roberto di cui sotto leggerete è uno dei pezzi del mio destino crudele, è il mio "grillo parlante".
Lettera ricevuta da Roberto:
"…il nuovo ed il vecchio sono solo un'illusione, il leader del mio partito non ha mai fatto battaglie generazionali e il mio partito non ha mai avuto sezioni giovanili (salvo poi fare un mare di altre cazzate...). Il nuovo cos'è? Il parto in ospedale piuttosto del parto in casa o le centrali nucleari invece delle candele o il... si stava meglio quando si stava peggio, o il "io questo a mio padre non l'avrei mai fatto..". Hagakure ammonisce che c'è del buono in ogni generazione, il mio pessimismo costruttivo sente puzza... nipote e figlio sono la stessa persona salvo che il nipote di Paolo D'Arpini non vuole pagare le colpe (o i conti...) del nonno!? Per cui i D'Arpini sono uno proprio perché sono due! io questo l'ho sempre saputo sennò non si sarebbe spiegato il cognome plurale.
Vi saluto con affetto."
Mia rispostina:
"Ed in fondo chi è questo ipotetico o inesistente "Saul Arpino", autore del Giornaletto di Saul? (http://saul-arpino.blogspot.
Forse il discorso è poco chiaro. Ti ricordi la storia della fondazione del Circolo VV.TT. (derivante da Vecchi Tufi)?
Ebbene... Ma a questo punto non specifico oltre altrimenti il significato diventa una spiegazione e questo non vale nulla rispetto all'ipotetico "nuovo/vecchio" Saul Arpino (riedizione di un possibile me stesso in altra forma)…"
Un passo dopo l'altro... (per arrivare dove siamo sempre stati...!)
L’io
Affinché sia compiuto un passo evolutivo è necessario emanciparsi dall’io. Questo corrisponde a una struttura storico-culturale, con la quale frequentemente ci identifichiamo. La si può figurare come una gabbia, anche in senso lato, come un contenitore entro il quale viviamo incantesimi, sogni, suggestioni. A questo proposito, vale l’orizzonte che Truman Burbank buca con il bompresso della barca. Lì, accade il momento in cui si accorge che tutto quanto aveva vissuto era strumentale ad un discorso non suo. Si accorge che ciò che aveva creduto di sé, del prossimo, della vita non era che una finzione. Che il suo ruolo, le sue scelte, ciò che entro quell’orizzonte difendeva e contestava, non erano altro che quella gabbia.
Il sé
Da quel momento può, possiamo, recuperare il sé. Quella profondità di noi alla quale ci era impedito l’accesso. Quella condizione di forza e libertà dalla debolezza. Così, liberi dall’obbligata identità che credevamo di essere e dal ruolo che credevamo di dover rappresentare, possiamo riconoscere che pari magia nera accade agli altri. Allora, non siamo più definitivamente lorenzo, ugo, nestore e taddeo, né insegnante, professionista e artigiano; siamo invece terminali della natura, foglie necessarie all’albero della vita, che per le necessità della storia e, per cultura del momento e del luogo, abbiamo avuto nomi e svolto ruoli.
Creatori del mondo
Emanciparsi dall’io è emanciparsi dai giudizi con i quali ci identifichiamo e reifichiamo il mondo. È prendere coscienza che qualunque mondo e realtà noi descriviamo siano solo un’espressione di noi stessi, di tutti i vincoli storici e culturali, di tutti i sentimenti e le emozioni che esistono solo dentro noi.
E una volta consapevoli della struttura egoica? Se procediamo nell’osservazione di ciò che ci muove e dell’origine dei nostri giudizi, possiamo arrivare a prendere coscienza che gli autori della nostra condizione siamo nuovamente noi. Potremmo vedere, toccare, quando e perché ci generiamo malessere – fino alle malattie – e quando e perché restiamo nel benessere, indipendentemente dalla nostra condizione sociale, ruolo, stato di salute. Ovvero, uno stato di difficoltà o prostrazione tende ad essere da noi alimentato in funzione di quanto non riconosciamo in noi stessi l’origine di quello stesso stato. Tende a crescere cioè attribuendo al fuori da noi la responsabilità della nostra condizione.
Abbiamo permanenti ed innumerevoli opportunità quotidiane per osservare, vedere, come varia il nostro e altrui stato in funzione del sentimento che viviamo, che vivono. Più precisamente in funzione dell’identificazione di sé con un certo sentimento. Che tenderà ad essere positivo (amore), o negativo (odio) in funzione del giudizio espresso sul mondo.
L’assunzione
Assumersi la responsabilità alla quale qui si allude, non ha a che vedere con le responsabilità morali, giuridiche e tutte quelle normate dai codici di procedura civile o penale. Non ha a che vedere con le consuetudini storico-culturali. Queste sono produzione egoiche. Limitarsi a queste e alla loro logica corrisponde a rimanere invischiati nell’opprimente perimetro dell’io, nella suggestione della cultura. Sono responsabilità che fanno testo solo nella gabbia vera e del cielo finto di Truman Burbank. Anche se queste ci danno ragione o torto, diritto o dovere per sostenere la nostra posizione, possiamo – e, in contesto evolutivo, dobbiamo – assumerci la responsabilità di ciò che ci ha ferito, dobbiamo arrivare a riconoscere che quella ferita è implicita nel giudizio con la quale l’abbiamo identificata. Compiere il passo è dunque anche riconoscere che quella pena aveva bisogno proprio della nostra struttura per attuarsi. In un’altra struttura o concezione avrebbe mancato il bersaglio, non avrebbe ferito. Non vuol dire dover sparire, delegittimare la propria storia, significa sfruttare l’opportunità per divenire invulnerabili a colpi prima esiziali.
Le pretese
Nel contesto di questo discorso è opportuno accennare alla pretesa. È una forma di giudizio che ci impone di attendere ciò che ci aspettiamo, in quanto solo a mezzo della realizzazione dell’epilogo previsto e desiderato manteniamo o cresciamo il nostro benessere. Scoprire le pretese che serpeggiano nelle nostre affermazioni è scoprire la logica dell’io. E contemporaneamente i suoi punti deboli, dove può essere smascherato. Diversamente, resteremo preda di forze invisibili con le quali non c’è partita. Le quali ci tengono al guinzaglio di dipendenze e abitudini, di consuetudini e leggi. Con le quali non abbiamo altro destino che sopperire, naturalmente soffrendo.
L’allenamento
Il gradiente di emancipazione dall’io viene sempre espresso dalle nostre affermazioni, dalle nostre prassi. Restare concentrati, non essere più disturbati da quanto ci distraeva, non reagire, mantenere l’ascolto sono espressioni che tendono a dimostrarlo. Senza illudersi di una crescita lineare e permanente della nostra capacità di invulnerabilità. La presa di distanza dalla dimensione egoica è da allenare. Ricadute nella gabbia stretta e tetra sono da considerare eventualità possibili. Quando si verificano, il lutto, la sofferenza che implicano, per durata e intensità saranno proporzionalmente ridotte in funzione del gradiente di emancipazione che saremo in grado di sfruttare.
Il punto di attenzione
Come l’identificazione con il sentimento che viviamo, il punto di attenzione tende a determinare la realtà. La riduce a ciò che conviene per tutte le autoindulgenze che ci concediamo. Anche di questo è opportuno prendere consapevolezza. Anzi necessario, se si aspira a liberarsi dalla sofferenza che certe nostre attenzioni ci procurano.
Il tempo
Nella nostra e altrui biografia, così come nel nostro e altrui presente, possiamo osservare che nel dolore il tempo si dilata se lo viviamo come infinito, si riduce se ci facciamo presente che avrà un termine. Insieme al tempo e nello stesso modo varierà la dimensione della sofferenza. È una magia che vale sempre. Il tempo, che è fermo nel qui ed ora, ci incalza negli in affanni dei ruoli che crediamo siano dei noi che dobbiamo rappresentare e difendere, costi quel che costi. Fino all’arrocco, all’arrampicarci sui vetri, a sopraffare, a mentire, a ignorare, a negare, a fingere, a non riconoscere, a odiare. Come detto, la realtà che crediamo di osservare non è che un prodotto della nostra inconsapevole proiezione.
Rinunciare?
Tutto ciò non implica un’accettazione passiva, mortificata, non conduce all’alienazione della frustrazione. Non si realizza a mezzo della rinuncia dei nostri interessi, delle nostre passioni. Tutto ciò permette di lottare con maggior creatività, ovvero con la disponibilità del meglio di noi stessi. Un meglio che, anche se tende, pur con alti e bassi, ad implementare la nostra invulnerabilità, ci fornisce informazioni su noi stessi, normalmente nascoste sotto strati di moralismi, orgoglio, interessi personali, vanità. Essere in grado di essere ciò che siamo nel momento, mondati dalle suggestioni di valori e ideologie piccole e grandi, dell’istante e delle epoche, contingenti e idiosincrasiche, è assai funzionale alla miglior gestione delle vicende della vita, alle scelte da compiere. Non significa che non si dovrà più ubbidire a consuetudini non nostre o non condivise. Piuttosto che, anche in quelle circostanze, la rinuncia a noi stessi sarà compiuta con consapevolezza e fino al punto che consentiremo. Ciò eviterà di attribuire responsabilità ad altri qualora quella scelta dovesse portare ad inconvenienti.
Il vittimismo
Il vittimismo si nasconde in noi con pari abilità delle pretese. Se da un lato è un urlo, come la malattia, una richiesta di attenzione e soccorso, dall’altro è espressione di inidoneità al contesto in cui esso emerge attraverso noi. Se cronico, è una sorta di patologia profonda. Riconoscerlo come tentacolo che ci trattiene nella miseria spirituale è riconoscerlo come argomento dell’io. Nascondere a noi stessi il nostro vittimismo e sostenere le ragioni che lo hanno provocato è impedirci di compiere il passo, concreto, carnale, che a parole sappiamo affermare, che intellettualmente abbiamo compreso. Ma ritenere la comprensione intellettuale il punto di arrivo è ancora muoversi nella pseudo conoscenza che domina sotto il cielo di cartone di Seaside, la città di Truman. Ci dà ragione, tutte le ragioni. Conforta, spinge e supporta le nostre azioni e prima ancora i nostri pensieri. Da questi nasce il mondo che crediamo di osservare. Il mondo autoreferenziale delle consuetudini. Che hanno certo una ragione storica, ma che altrettanto fanno dell’uomo un pupazzo mosso da fili che non controlla. Ricreare è necessario, capire non conta nulla.
Tutto in un istante
Riducendo la nostra vita e quella di chi ci sta a cuore ad un istante, la vorremmo consumata nel malessere, nella tristezza, nella recriminazione, nel rancore? A questo si allude con la vita è un dono. Rifiutarlo o non riconoscerlo è spenderlo nel peggior modo per noi e per il prossimo. Dunque sono doni i giorni e i momenti. È questo ciò che avviene, liberati dal satanico possesso della nostra creatività, tanto lusingata quanto circoscritta dai demoni dell’ego.
Invulnerabilità
L’emancipazione dall’io implica un processo di evoluzione che permette di riconoscere come ridurre il livello della vulnerabilità, ovvero, delle occasioni in cui l’energia che scorre in noi si arresta, si inceppa ritorcendosi fino a generare tristezza, malesseri cronici e malattie, veri corto-circuiti e separazioni dal cosmo.
La conoscenza
Quanto finora accennato è relativo all’emancipazione dall’io come forma definita di un’identità e di un ruolo e nel quale ci identifichiamo. Prima che questa parità, prima dello sfondamento del cielo di cartone, si compia, la conoscenza è analitica, settoriale, razionale e superficiale, nonostante le profondità specifiche, tecniche che può raggiungere. Progettare un ponte, delineare la struttura atomica e così via, ne sono esempi ed emblemi.
Ad emancipazione compiuta, ed incluse tutte le oscillazioni o ricadute alle quali siamo soggetti, accediamo alla conoscenza del nostro sé. In questa è implicita una conoscenza che non ha nulla di razionale. Essa si verifica a mezzo di dimensioni estetiche, la cui caratteristica è di transitare su ponti emozionali. Ne sono espressione gli asceti, gli artisti, i poeti. Ne siamo espressione tutti quando cogliamo la natura che rappresentiamo, le doti e i limiti che abbiamo e che hanno gli altri, lo stato emozionale e motivazionale in cui ci troviamo e in cui si trovano glia altri e la combinazione di forze che crea gli eventi, la necessarietà dei cosiddetti errori compiuti. In questa conoscenza è ancora presente la dimensione storica dell’io, seppur privato del dominio al quale eravamo sottomessi.
Molti di noi, forse tutti, vantiamo l’esperienza dello stato di grazia. È una condizione in cui sperimentiamo cosa significa muoversi attraverso il sentire. Riconosciamo che possiamo essere ciò che stiamo facendo, ossia senza più un io attore al quale ubbidire. Nonché l’elevato gradiente di creatività, qualità e successo che si libera. Non significa buttare a mare i saperi, ma evitare che ci sovrastino o castrino. Contemporaneamente, prendiamo coscienza di cosa impone muoversi attraverso norme e vanità. Prendiamo coscienza che nell’elenco Pro e Contro, con il quale cerchiamo di arrivare alle scelte, non siamo presenti, che siamo vicariati dalla cultura e dalle consuetudini. Nominare e classificare impedisce la meraviglia della relazione, della scoperta. Così il bimbo e l’adulto che afferrano una noce, non fanno che un alienato gesto. Il medesimo bimbo e la medesima persona realizzano una diversa realtà quando non sono dominati dalla consuetudine delle nominazioni e classificazioni.
Quando anche l’io storico svanisce, abbiamo accesso al Sé universale. Se prima la dimensione duale era ancora presente, ora si vive solo l’unità, l’eternità, l’infinito. Una conoscenza che può essere descritta come flusso energetico che anima il cosmo. Che dà forma alla storia materiale. Che solo le arroganze della storia egoica interrompono. Si compie senza alcuno che agisca per realizzarla. Ogni argomento storico non le fornisce più alcun supporto, semmai la riduce a stati che la contraddicono e la negano. Quando non hanno l’intento di ciarlatanizzarli utilizzando la cosiddetta scienza. La quale non è che un sistema autoreferenziale che fa coincidere la verità solo con ciò che è in grado di misurare e ripetere sempre identicamente. Dalla quale, la fisica quantistica e la teoria delle stringhe e, soprattutto, la filosofia che con esse emerge, prendono le distanze ed affermano i limiti della meccanica classica che ancora oggi tutti accreditano come sola modalità di conoscenza del mondo.
È questo il passo compiuto dagli uomini di conoscenza, che attraversa la soglia del mondo duale, oltre il quale c’è luce, beatitudine, bellezza, partecipazione al Tutto e amore incondizionato. A mezzo del quale siamo tutto ciò che esiste, l’infinito e quanto lo compone senza bisogno di un luogo e un tempo definito dove essere.
Il passo mancato
Chi critica la ricerca spirituale in quanto processo individuale non si avvede dell’incommensurabile valore sociale che essa implica. Parafrasando quanto ci riferisce Carlos Castaneda in merito a Don Juan, si può arrivare a ricreare la verità che le strade che non hanno un cuore non portano a conoscenza.
Lorenzo Merlo
Ramana Maharshi – Hitler e la “dispensazione” karmica...
Ramana Maharshi lasciò il corpo nel 1950, molti dei suoi detti ed insegnamenti furono raccolti durante il periodo in cui in Europa imperversava la seconda guerra mondiale. Qualcuno si è chiesto qual’era il parere di Ramana Maharshi riguardo la figura di Hitler.
Qualcuno ha anche “strumentalizzato” alcune affermazioni che vengono attribuite al saggio (vedi ad esempio: https://tresmontes7.
Comunque alcuni riferimenti in tal senso sono riportati sui testi che raccontano i dialoghi di Ramana Maharshi con i suoi devoti durante gli anni della guerra.
Ad esempio questa citazione, presente in un libro di memorie del maggiore inglese in pensione Chadwick, che era un residente fisso dell’Ashram e che sembra egli udì durante una discussione informale su quel tema: “Ramana Maharshi seemed unconcerned regarding World War II. He is reported to have once remarked, “Who knows but that Hitler is a divine instrument...?” (Chadwick, 35).
“Ramana Maharshi non sembrava preoccupato per quanto riguardava la seconda guerra mondiale. Si segnala che una volta egli avrebbe osservato, “Chi lo sa, se Hitler è uno strumento divino.?” (Chadwick, 35).
Siamo tutti strumenti divini, secondo Ramana, nella misura in cui abbiamo uno scopo o missione da eseguire che è stata a noi affidata dal Dispensatore divino (Ishwara).
Anche Adolf Hitler in tal senso era l’agente per consentire a milioni di persone di compiere il loro destino karmico. Se milioni di persone hanno meritato di soffrire e morire in una determinata epoca, qualcun altro deve incarnarsi al loro fianco con il karma di essere il mandante di quella sofferenza. Accettare di compiere il proprio destino anche in funzione del coinvolgimento di altri innumerevoli destini, indipendentemente che l’agente sia un “uomo di conoscenza” (Jnani) od un semplice strumento, implica solo che certe cose dovevano accadere in quel modo ed in quel periodo, e che Hitler aveva il karma per farle accadere. Tutte le persone coinvolte era attori sul palcoscenico, che recitavano un copione che era stato scritto e assegnato dal Dispensatore divino. Ogni persona coinvolta in quel drammatico evento in qualche modo si era individualmente guadagnata la sua parte attraverso azioni passate (karma).
Questa la visione nell’ottica di causa/effetto.
Ritengo però che quanto affermato ab initium nella citazione riportata da Chadwick (”Ramana Maharshi non sembrava preoccupato per quanto riguardava la seconda guerra mondiale.”) sia “corretto”, in quanto espressione riferita ad un saggio, che non si preoccupa degli eventi che accadono nel mondo, poiché li vede svolgersi come in un sogno.
Paolo D’Arpini
La via dell’Amore e la via della Conoscenza...
La via dell’Amore -diceva il grande saggio Ramana Maharshi- è valida tanto quanto quella della Conoscenza.
Ed inoltre: …è pur vero che viviamo in un mondo in cui l’esistenza appare composta di innumerevoli esseri, in ultima analisi però siamo tutti Uno. Per quanto riguarda la crescita spirituale e la Realizzazione del Sé i maestri ci sono di aiuto, essi indicano la strada e provvedono -sulla base delle nostre necessità evolutive e del nostro karma- a rimuovere gli ostacoli che si frappongono sul cammino. Ma il lavoro del cercatore è necessario, poiché la realizzazione non può essergli data ma deve sortire di per sé al suo interno. Questo lavoro è una condizione indispensabile, anche se dal punto di vista finale dell’assoluto non c'è mai un momento in cui il Sé non sia presente… e lo stesso Ramana, in altri contesti, dichiarava che “un giorno riderai dei tuoi stessi sforzi per ottenere quel che già sei…”…
«La Storia la scrivono i vincitori»... ?
E' detto: «La Storia la scrivono i vincitori». In altre parole, la narrazione storica viene modellata da chi detiene il potere in funzione degli obiettivi che ha, a volte addirittura inventandosi fatti mai accaduti, altre volte omettendo vicende pur importanti.
Così è sempre stato. Ma man mano che ci si avvicina ai nostri giorni questo fenomeno si è sempre più accentuato e sofisticato.
Prendiamo ad esempio la seconda guerra mondiale.
Si sa che il Giappone attaccò a sorpresa la flotta Usa a Pearl Harbour, anche se non fu così.
Si sa che i tedeschi aprirono lager per prigionieri, oppositori politici, ebrei, zingari eccetera. Viene raccontato soltanto raramente e con poca enfasi dei lager giapponesi e anche di quelli statunitensi.
Si sa che i soldati italiani si comportarono bene ovunque andarono (italiani brava gente), anche se compirono efferatezze e massacri in Africa e nei Balcani.
Si sa che Hitler era il nemico da battere. Eppure nei primi due anni di guerra era alleato con Stalin e dalla metà degli anni Venti in poi la sua ascesa era stata finanziata e supportata da élite, banche e multinazionali statunitensi, cosa che proseguì anche durante la guerra, quando i due Paesi erano diventati nemici.
Si sa che Evita Peròn era una gran donna amata dal popolo, così come il suo consorte Juan, omettendo che Evita era una convinta nazista e che Juan era grande ammiratore di Mussolini.
Il mio ruolo è quello di pormi domande, è quello di dubitare, di indagare dove percepisco intrighi e falsità. Mi è capitato un giorno di imbattermi in alcune migliaia di pagine dei servizi segreti sovietici, quelli che entrarono per primi nel bunker di Hitler. E poi in centinaia di documenti prodotti tra il 1945 e il 1947 da Cia, Fbi e MI6. Un'enorme quantità di informazioni riservate, di altissimo livello e spesso di prima mano che trattavano tutti un medesimo argomento: Hitler morì il 30 aprile del 1945 a Berlino? Con la consapevolezza da parte di tutti i responsabili di quei quattro servizi segreti che solo con la morte del Fuhrer la guerra poteva dirsi conclusa e vinta.
Franco Fracassi
"HITLER 1945, LA FUGA, I SEGRETI, LE BUGIE" (che ho scritto insieme alla mia collega Paola Pentimella Testa) non è solo un libro d'inchiesta, è un libro che ha la spudoratezza di voler ristabilire la verità storica, ma anche un libro che ha l'ambizione di raccontare una incredibile vicenda degna di una spy story, di un thriller, di un romanzo di avventura e di una storia fatta legami segreti e inconffessabili. Un libro che non parlerà solo di Hitler ma anche di molti dei protagonisti militari, politici, economici e finanziari dell'epoca. Chi lo leggerà potrà darsi anche alcune risposte a tanti interrogativi che hanno costellato la storia del dopoguerra e della guerra fredda.
Il crocifisso come simbolo del supplizio di Gesù non è mai esistito... ma resta attaccato ai muri
Ancora una volta debbo tornare sul tema del crocifisso nei luoghi pubblici: "Un Cristo esibito come un feticcio non è più Cristo". Ma, con la sentenza di II grado del 18 marzo 2011, l’Europa ha dato ragione al governo italiano (ed implicitamente alla chiesa cattolica), quando la Grand Chambre ha assolto l’Italia accettando la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso nella aule scolastiche (caso Lautsi).
Quindi il crocifisso continuerà a restare affisso nei luoghi pubblici, in rappresentanza di Gesù Cristo e del vaticano, pur che -in verità- la croce non è mai stata usata come patibolo, soprattutto non lo è stata ai tempi in cui si presume Gesù sia vissuto e morto. Eventualmente fu usata per esecuzioni successive, impartite dagli stessi cristiani a “infedeli”, “eretici”, “oppositori” del regime papalino, e puniti pubblicamente con questa speciale sevizia.
Sulla esistenza fisica di Gesù ormai un sempre maggior numero di studiosi esprime dubbi -se non certezze contrarie. Tutti d’accordo invece sul fatto che la croce è un emblema inventato dai cristiani stessi, diversi secoli dopo la presunta morte del Cristo.
Nei vangeli si parla dello “stauros”, volendo indicare il patibolo ove morì Gesù, che è un semplice palo conficcato nel terreno usato a quel tempo per giustiziare i criminali. Pertanto se Gesù fosse stato giustiziato, miticamente o storicamente che sia, non sarebbe mai stato affisso ad una struttura a forma di croce, a braccia aperte.
Gli studiosi della bibbia sono consapevoli dell’errore pacchiano di traduzione del termine “stauros” ma non sono riusciti a rimediare a questo errore, ad esempio nel XVIII secolo diversi vescovi anglicani raccomandarono di eliminare tutti i simboli a forma di croce, ma non furono ascoltati.
Nell’iconografia cristiana non appaiono croci sino al tardo settimo secolo, sino ad allora Gesù era simboleggiato in forma di pesce, o rappresentato come un pastore, e mai raffigurato su una croce. La presunta visione della croce avuta da Costantino nel cielo, il momento della sua battaglia contro Massenzio, avvenuta nel quarto secolo, non si riferisce ad uno strumento di esecuzione capitale, si trattava bensì della lettera greca “X”, proveniente dall’iniziale della parola Xpicrtoa. E a dirla tutta l’idea della morte di Gesù sulla croce, in quanto vittima sacrificale per salvare l’umanità, è ripresa para para dalla simbologia Mitraica, e fu cooptata dal cristianesimo primitivo, come metodo di integrazione culturale, allo stesso modo in cui furono cooptate altre simbologie ed immagini del mondo pagano, ivi compreso il giorno di natale, che era il “natalis sol invictus” dei Romani….
Ma non voglio qui affrontare un discorso troppo ampio sulle origini, miti e furbizie del cristianesimo. Mi limito a constatare ed a evidenziare che il simbolo della croce non può essere collegato alla figura di Gesù.. al massimo potrebbe essere collegato all’uso improprio di questo strumento utilizzato dai cristiani stessi per tormentare i loro nemici…
Per cui consentire il crocifisso nelle scuole equivale a trasmettere un’immagine di morte e persecuzione praticata in nome del “salvatore”…. ed i cristiani che ostentano la croce stanno facendo pubblicità alla religione dell’inquisizione e della tortura.
Paolo D’Arpini













