15 agosto – Commemorazione del Divya Diksha di Baba Muktananda

 


Il 15 agosto ricorre la Divya Diksha del mio Maestro Baba Muktananda (iniziazione spirituale ricevuta da Nityananda il 15 agosto 1947). Ovviamente ricorderò l’evento con una canto dedicato al Guru, l’Arati, che terrò alle ore 12 a Treia.

Ed ora alcune parole sul significato del Divya Diksha (iniziazione spirituale) raccontando l’esperienza da me vissuta con il mio Maestro Baba Muktananda. 

Come potrei riportare l’incontro avuto con me stesso, come potrei descrivere l’io dinnanzi all’Io? Questo riconoscimento del Sé avviene come stabilito dal destino. Per me accadde allorché mi trovai dinnanzi al mio Guru Muktananda. Ma definire un “qualcuno” Guru è un’offesa alla verità, poiché Guru non è  una persona è semplicemente la Coscienza che anima e manifesta ogni persona. Quella stessa Coscienza che io sono.

Ma prima di giungere a questa “esperienza” dovrei fare molta strada indietro nel tempo, nel raccontare spezzoni e spezzoni del mio sogno, della mia identificazione con lo spurio “io” che ho creduto di essere per tanto tempo. Questo discorso metafisico è alquanto strano, non c’è altri che “Io” eppure quando si parla di “io” automaticamente la mente produce un soggetto che si prefigura come usufruitore di ogni esperienza vissuta, è un’identità riflessa nello specchio della coscienza, è un’immagine speculare che non potrà mai essere il vero “Io” eppure ne rappresenta le caratteristiche… come ogni immagine speculare…

Lascio da parte ogni tentativo goffo di descrivere l’indescrivibile e mi soffermo sull’aspetto riferibile di quell’incontro con il Sé, quel momento di realizzazione e di assoluta libertà e presenza che avvenne… presente ora come allora e come sempre sarà….. Ma quella meravigliosa “ri-unione” non poteva avvenire che nel momento stabilito dal fato, non poteva succedere ad esempio nel 1970 allorché Swami Muktananda visitò Roma e soggiornò in una semplice casa di Via Trionfale presso una semplice famiglia di italiani qualsiasi, la famiglia di Giacomo e Giovanna Pozzi.

In quel tempo vivevo a Verona e  stavo ancora godendo dell’assoluta creatività del mio piccolo io, l’immaginario Max Paolo D’Arpini. Dovevo spogliarmi di quelle vesti per mezzo di un viaggio a ritroso, nell’abbandono dell’identificazione, un viaggio che fisicamente mi portò ad attraversare tutta l’Africa, sino a perdere ogni voglia di essere qualcuno o qualcosa ed infine mi consegnò davanti a me stesso, ed allo stesso identico momento di fronte al  Swami Muktananda. Accadde –ma come può accadere una cosa che sempre è e sempre sarà?-  alla fine di  giugno del 1973.

Paolo D’Arpini




Gli stivali della guerra di Russia... e gli imbrogli della politica fascista (e poi democristiana)



Il prof. Antonio  Pantano in un  suo intervento  (*) a 19’ ca afferma: “...qualcuno ha messo su una pagina Facebook  la fotografia di un residuo di  uno scarpone italiano di perfetto cuoio,  usato  sul fronte russo ottant’anni fa. Io mi sono permesso di ricordare quello che aveva commentato  mio padre, che era andato in Russia equipaggiato, essendo ufficiale, per conto proprio… Quando arrivò al fronte si accorse  che le truppe germaniche avevano degli stivali  di feltro.  Vide che gli stivali erano stati tutti confezionati, perché c’erano le etichette, ad  Alessandria.  Facendo dei calcoli, siccome i militari tedeschi sul fronte russo sono stati più di un milione, significava che  due milioni di pezzi, non qualche scatola ma addirittura degli interi treni hanno portato da Alessandria in Germania e poi sul fronte russo i calzari per affrontare non solo il gelo ma soprattutto l’umidità, perché sappiamo tutti che la neve, la pioggia, al feltro non fanno nulla. Tutto scivola, mentre invece i calzari di cuoio perfetto col ghiaccio si spaccano, resistono un giorno, due, tre e poi si spaccano... Perché è successo questo?”


Scrissi al prof. Pantano per ringraziarlo e per precisargli  che mio padre si accorse del grande  inganno in atto.  Svolgeva servizio presso  una  Caserma di Biella che coordinava la partenza di militari per  la Russia.   Anche lui, nonostante alcune ferite riportate sul fronte francese, sarebbe dovuto partire ma,  dalla   lettura di svariata documentazione, si accorse che sarebbero partiti con abiti confezionati con stoffe non adatte al grande gelo russo.  D’accordo con il suo capitano avvisò tutti i militari del grande tradimento in atto e che avevano quindi, di fronte a prove inconfutabili,  la possibilità di ribellarsi a tali ordini.   Non furono perseguiti perché le prove del tradimento erano schiaccianti. A fine guerra  Giuseppe Pella, che divenne poi ministro del Tesoro, contattò mio padre, che era suo  parente,  per chiedergli di occuparsi di una sezione biellese della Democrazia Cristiana.  Accettò  al solo scopo di poter chiedere  agli industriali biellesi, -  molti di loro  sapevano dell’inganno -, di aiutare tutte le famiglie che avevano avuto figli morti al fronte o ritornati dopo anni di mancato lavoro, malati, feriti e in miseria. Gli industriali accolsero l’invito elargendo ricche donazioni  ma il Vescovo di allora  propose  che fosse la Chiesa ad occuparsi della loro distribuzione, che in realtà mai avvenne.  Pertanto mio  padre lasciò immediatamente l’incarico conferitogli da  Pella e da allora la sua vita sociale e lavorativa  non fu ovviamente facile. 


In questo video  https://www.youtube.com/watch?v=IXfphIuWwLQ – “I lanifici Rivetti,  un’azienda del grande 900 tessile biellese “ al    33,11 – un’operaia che lavorava in quel periodo  presso il  lanificio  dice, in dialetto  piemontese:  “allora si lavorava per la guerra, e ce n’era poco di lana.  Quelli là, quei poveri cristi che hanno mandato in Russia  il grigio-verde invece di essere spesso così era spesso colà che quando lo tiravi si apriva.  Io ho detto se   quelli che vanno in Russia mettono queste stoffe crepano tutti i di freddo. E difatti  sono crepati di freddo”.


E se l’avevano capito gli operai …

 

La storia si ripete. Cambiano le forme e gli effetti  ma non  le vere cause  http://www.teosofia-bernardino-del-boca.it/categorie/scienze-finanziarie-economiche/

 

Paola Botta Beltramo




(*) - Intervento menzionato: :https://www.youtube.com/watch?v=sPEFFzkUQNo



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Mio commentino: “Io sono nato da uno di quei reduci dalla guerra di Russia… uno che era rimasto invalido e che fece in tempo a tornare prima della disfatta finale. Ma questa storia merita un piccolo chiarimento. Mio padre durante la ritirata restò indietro con i piedi  congelati e non poteva più camminare, i suoi lo abbandonarono. Sarebbe stato fatto prigioniero o ucciso se alcuni civili  russi “benevoli” non l’avessero preso, caricato su un carro e -a loro rischio- riconsegnato entro le linee italiane. Poi fu rimandato in Italia dove essendo invalido non continuò a svolgere servizio militare. Io nacqui poco dopo la liberazione di Roma, il 23 giugno del 1944. Quindi debbo la vita ad un russo….” (Paolo D’Arpini)


Africa...



Mi sento come allora, quando stavo in Africa, niente davanti niente dietro, nessun luogo per andare, nessun luogo per tornare, nessun luogo per restare.

Vagare trasognato, viaggiare solo perchè lo spostarsi era l’unico modo di sopravvivere a me stesso. Ringraziando la fame, la sete, la fatica, la paura, la meraviglia che mi teneva in piedi, mi dava la forza e lo stimolo di andare… ma dove?  

Senza meta, pian piano, attaccato al respiro che mi accompagnava e mi consolava nella mia solitudine estrema.  

A volte amante della terra, sdraiato sui bordi di qualche sentiero nella foresta, nella brousse, la febbre alta per la malaria, senza vedere nessuno attorno senza preoccuparmi se ci fosse o non ci fosse qualcuno attorno. 

L’importante era  respirare, respirare e guardare il cielo… freddo caldo... chi li ha conosciuti in quel limbo materno che è l’Africa? Il freddo ed il caldo erano solo notte e giorno, alternarsi di pensieri, nuvole di passaggio, pioggia, sole, sole, pioggia. 

Africa, il cuore  si strugge e lo spirito  ride!
 

Paolo D’Arpini



Africa

I feel like I felt then, when I was in Africa, nothing before me and nothing behind me, nowhere to go, nowhere to go back to, no place to stay. Day dreaming, travelling just for the sake of moving, the only way to survive myself. Thankful for being hungry, thirsty, tired, fearful, the awe that kept me standing gave me strength and encouraged me to go….. but where? Without a goal, slowly, holding on to my breath that kept me company and comforted me in my deep loneliness.  Sometimes lover of the earth, laying down on the sidewalk of a path in the forest, in the “brousse“, with malaria and  high fever, no one around to be seen and without worrying whether there was or there wasn’t someone by me. As long as I could breathe, breathe and look at the sky… cold hot… who has ever met them in that maternal limbo called Africa? Cold and hot were just night and day,  alternate thoughts, clouds passing by, rain, sun, sun, rain. Africa the heart sighs and the spirit laughs!

Translated by Ilaria Gaddini

Rimembranze. Calcata: La Dimora di Kali

 


Nel 2008, quando ancora vivevo nella casarsa sulla fogna comunale di Calcata, per sbarcare il lunario ogni domenica mi recavo in un bugigattolo in un vicoletto nascosto del paese vecchio, lì aspettavo qualche rado “avventore” che volesse farsi leggere la mano da me. I “clienti” erano davvero rari e la tariffa era “ad offerta libera”, che molto spesso risultava irrisoria. 

Comunque con circa duecento euro al mese raggranellati e la raccolta di erbe selvatiche e pochi ortaggi ed alcune cibarie ricevute in omaggio da amici devoti, riuscivo a sopravvivvere. Pagando anche un modesto affitto di 50 euro al mese, le bombole del gas, le bollette della luce e del telefono (necessarie per il collegamento ad internet, precedentemente dal 2004 al 2007 andavo a candele), e le imposte comunali  per acqua e rifiuti (pur che di rifiuti  ne producessi quasi nulla, anzi alleggerivo il peso andando ai secchioni a raccogliere tutto l'organico gettato dai ristoranti per alimentare gli ultimi animali che avevo in custodia  ed anche materiale vario per piccole costruzioni e recinti  nel Tempio della Spiritualità della Natura, ecc.) 

Durante le ore di attesa dei clienti nella così detta  Stanzetta del Pastore (di cui sopra) solevo leggere e rileggere un libro di poesie dedicate alla Madre Universale, Kali. Purtroppo quando lasciai Calcata nel 2010 e non sapendo ancora quale sarebbe stato il mio destino a Treia, se vi sarei rimasto o meno, lasciai il libro nella Stanzetta ma quando vi tornai dopo un paio d'anni, per una visita, trovai che il piccolo rifugio, con le sue suppellettili e libri e oggetti vari, era stato completamente “svuotato”, ovvero riportato ad essere un buco senza identità. Mi dispiacque soprattutto per la perdita del libro di poesie sulla Madre. 

Per fortuna alcune le avevo ricopiate e pubblicate sul blog del Circolo Vegetariano, il 7 agosto 2008:

Calcutta / Calcata: La Dimora di Kali

Più volte ho equiparato Calcata a Calcutta, il significato ed il nome sono gli stessi, in India e nel resto del mondo per entrambe la pronuncia è “Calcata” che significa in sanscrito “Dimora di Kali”.Kali è la Dea Suprema, l’energia che crea ogni cosa, l’aspetto dinamico della Coscienza (che è Shiva).

In particolare nel Bengala, dove appunto si trova la città di Calcutta sulle rive del Gange, c’è un’antica tradizione devozionale sotto forma di inni dedicati alla Dea. La Madre è descritta come luce e tenebra, illusione e conoscenza, amore odio, bene male, nobiltà ed ignominia, insomma tutte le categorie degli opposti. Kali è maya, la grande incantatrice, ed è kundalini, colei che ci risveglia dal grande sonno. Tutto è nelle sue mani e nulla può manifestarsi all’infuori di lei. Kali viene raffigurata mentre danza, estatica e nuda, sul corpo dormiente di Shiva.

Solo lei è la Terribile e la Benefica.

L’adorazione di Kali assume tutte le forme del possibile rapporto con il femminile, ella è madre, sorella, figlia, amica ed amante. Solitamente i devoti preferiscono rivolgersi a lei come Madre Universale, ma esistono culti che la venerano con amore filiale, in forma di giovinetta vergine, e vi sono inoltre gli approcci devozionali tantrici che la vedono come amante divina.

Qui raccolgo alcuni inni sacri che la dipingono in questi 3 aspetti.

Dal Devi Mahatmya.

Quell’energia
che in tutti gli esseri è detto Coscienza
sia riverita, riverita, riverita.
Quell’energia
che in tutti gli esseri è noto come Ragione
sia riverita, riverita, riverita.
Quell’energia
che esiste in tutti gli esseri come Quiete
sia riverita, riverita, riverita.
Quell’energia
che esiste in tutti gli esseri come Compassione
sia riverita, riverita, ricevuta.
Quell’energia
che si manifesta in tutti gli esseri come Illusione
sia riverita, riverita, riverita.

Dal Mahanirvana Tantra

Misericordiosa,
vaso di misericordia,
la cui compassione è senza limiti,
che sei raggiungibile solo per la Tua compassione.
Tu che sei fuoco,
bronzea,
nera di colorito.
Notte oscura.
Tu sei nera come un cumulo di nubi,
tu che ti compiaci della devozione delle vergini
e sei il rifugio dei devoti delle vergini.
Tu che ti compiaci della celebrazione delle vergini
ed assumi la forma della vergine.
Oh Bella, oh strisciante,
che ispiri tutti i desideri
eppure liberatrice dalle catene del desiderio.
Oh gioiosa,
sollievo dalle sofferenze,
a te m’inchino….


Dal Karpuradi Stotra

Oh Madre,
tu partorisci il mondo e lo proteggi
ed al momento della dissoluzione
riassorbi in te la terra ed ogni cosa.
Possa Devi, la Madre,
che appare nella forma di tutte le cose
apportare benefici
a tutti coloro che cantano le sue lodi.

Ed ora alcune poesie di Ramprasad, santo poeta nato a Calcutta nel 1718.

Tara, mi ricordi ancora?
In un qualsiasi altro posto
Non avrei potuto implorarti.
Ma ora, Madre, mi hai dato speranza,
hai reciso le mie catene
Madre, Madre mia,
tutto ciò che è mio è finito.
Ho offerto il mio dono!

Nella piazza del mercato di questo mondo,
la Madre sta seduta e fa volare i suoi aquiloni.
Su centomila, di uno o due taglia la fune.
E quando l’aquilone s’innalza nell’infinito
oh! come ride e batte le mani.

Oggi o fra cento secoli,
non sai quando avverrà la confisca dei beni.
In mano hai solo il momento presente.
Mente, oh mente mia,
affrettati a produrre il raccolto!
Spargi ora il seme che i tuoi maestri ti hanno dato
ed innaffialo con l’acqua dell’amore.

Dalla terra in cui mai fa notte,
lei è venuta a me.
Ed il giorno e la notte non sono più nulla per me.
Dite quel che volete, io sono sveglio.
Sttt… ho restituito il sonno a colei cui apparteneva.
Ho mandato il sonno a dormire per sempre.

… Amo l’oscura bellezza di Syama,
il battito del cuore, i capelli arruffati, l’amo e l’adoro!

Ora una poesia che la rimprovera della sua “crudeltà”, scritta da un portoghese, Ferenghee, sposato ad una vedova indiana, che visse in Bengala verso la fine dell’800.

Oh Kali mia, vuoi esser buona ora con me?
Ma quando mai
hai manifestato il tuo favore a qualcuno?
Tu, Syama, con Shiva sei stata tanto crudele
da scacciarlo dalla dorata Kasi
ed indurlo a rifugiarsi in un crematorio
e vivere da mendicante.

Un brano del magico poema di Avadhut, dedicato al grande crematorio di Calcutta, il Kaligath.

..e qui presso l’antico crematorio si può udire l’eterno pianto:
oscuro, muto, grigio, orribile, incolore,
soffocato, inudibile, incomprensibile,
lo si sente nel cuore.
Non è come un pianto di tristezza.
Non ha alcuna sfumatura di dispiacere
né alcuno spasimo…
Nel mezzo di quel pianto sconosciuto s’innalza il canto di Kali!
Amo quell’Oscura Bellezza,
con i capelli arruffati, che seduce il mondo,
così io l’amo…
Quella nera amata risiede nel mio cuore!

Ecco la prima strofa d’una poesia di Swami Vivekananda, il famoso discepolo di Sri Ramakrhisna, nato e morto a Calcutta.

Vieni, Madre, vieni!
Le stelle sono coperte,
nubi sopra nubi,
l’oscurità è vibrante, sonante.
Il ruggente turbine del vento
è abitato dalle anime di un milione di pazzi
fuggiti dal manicomio,
che sradicano gli alberi,
spazzano via i pellegrini dal cammino.
Il mare si è unito alla furia
e onde alte come montagne s’innalzano
verso un cielo di pece.
Un lampo di fosca luce
rivela mille e mille ombre della morte,
sudicia e nera,
che diffonde piaghe e dolori,
ballando ebbra di gioia.
Vieni, Madre, vieni!

Ed ora una poesia dedicata alla nostra Calcata scritta da Antonella Pedicelli

Il tempio antico onora
la nuova gemma di primavera,
una danza di calici
innalza versi all’occhio umano,
divino nell’ebbrezza gaudente
di satiri e fate.
Giocano aliti di vento
e rincorrono re e regine
su spighe d’oro effigiati.
Tace la voce cupa
della Terra dura,
la Madre respira piano
e nutre la povera gente
di pietà eterna.
Una foglia piega
l’ala timida
e scrive “gioia”
sui nudi crostoni
cesellati a mano
da pietre vive:
respiro del Cielo
di mondi lontani.


Paolo D’Arpini





L'identità di “genere” nel pensiero non è ecologica...

 


L'accettazione anzi la suggestione (in senso albionico da "suggestion") di poter modificare la propria identità di genere partendo da un pensiero, tra l'altro molto spesso indotto dalla cultura corrente estremamente ideologica  e fuorviante, non aiuta la liberazione dagli schemi, anzi crea nuove gabbie e schiavitù. 

Se poi tale variazione ideologica viene "migliorata" attraverso interventi chirurgici (trangender) crea ulteriori danni psichici ed anche ecologici. Più si interviene con questo tipo di scienza chirurgica e più ci si allontana dall'ecologia umana. 

Secondo me, questa non è ecologia e nemmeno chiarezza di spirito è solo adesione ad un materialismo perverso che non nulla di "naturale". 

Tempo addietro  aderii alla teoria della pansessualità, di cui assieme a Peter Boom (un caro amico omosessuale) sono stato estensore, leggendola  si può meglio comprendere  la mia posizione riguardo alla libera espressione sessuale e si può intuire  come la pervicacia nel perseguire  una identità di genere ideologica, come espressa nell'inutile ddl Zan,  sia completamnete fuori da ogni ragionevole necessità di vita. E' solo una proposta politicamente utile che avvalora però l'alienazione dell'uomo dall'uomo e crea ulteriori separazioni  sociali e identitarie che non servono a pacificare la mente né la società...  ma forse qualche “libertario” non percepisce queste sottili  conseguenze collegate al testo di legge Zan, sulla "identità di genere, nel pensiero..."

Paolo D'Arpini 


P.S. Qui al link che segue un testo chiarificatore sulla teoria della pansessualità scritto diversi anni fa:   https://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2014/11/pansessualita-ecologica-e-spirituale.html

Osho: "Non tradire tuo figlio" (Stralcio dal libro)



Le nazioni hanno bisogno di idioti: altrimenti chi andrebbe a combattere? Il sistema ha bisogno di utili  idioti: altrimenti come farebbero alcune persone ad arricchirsi sempre di più con il lavoro e il sangue degli altri? Questa "civiltà" ha bisogno che esista un numero di persone prive di intelligenza, quanto più grande possibile, altrimenti chi diventerebbe cattolico, protestante, hindu o musulmano?


L’intera struttura della società è organizzata in modo che pochissime
persone possano sfruttarne milioni; e agli sfruttati sono state date delle consolazioni: «Tutto questo succede perché hai compiuto cattive azioni nelle vite passate». Voi non sapete nulla delle vostre vite passate, quindi questa consolazione vi sembra buona: «Cosa posso farci?».

Oppure vi viene detto: «E la prova del fuoco della tua fede in Dio: accetta il tuo destino e sarai ricompensato mille volte dopo la morte».

Le religioni si sono rifugiate nel passato, come il giainismo, il buddhismo e l’induismo - che sono tutte orientate verso il passato - oppure hanno trovato rifugio oltre la morte, come le altre tre religioni: cristianesimo, giudaismo e Islam. Non c’è molta differenza.

Tutto ciò che avviene, accade mentre si vive, e quelle religioni, invece, lo trasferiscono o prima della nascita o dopo la morte.

La strategia è la stessa.

L’intento è fare in modo che vi lasciate sfruttare, che arriviate a dare a chi vi sfrutta fino all’ultima goccia del vostro sangue, sentendovi però profondamente appagati dalle loro consolazioni, in quanto “così va il mondo”.

Voglio dirvi, con estrema chiarezza, che tutte queste religioni hanno fatto un gioco che è andato a tutto vantaggio degli interessi istituzionali. I vostri preti non sono altro che servi dei vostri politici. L’intera storia dell’umanità è stata una tragedia, e se non iniziamo a ribellarci in quanto individui, abbandonando tutte le nazionalità, tutte le religioni, tutte le divisioni razziali, e dichiarando che questo pianeta ci appartiene nella sua globalità, che le linee tracciate sulle carte geografiche sono false e inesistenti, se gli individui non cominciano a mutare l’intero sistema educativo...

Il sistema educativo dovrebbe insegnare l’arte della vita, dovrebbe insegnare l’arte di amare, l’arte della meditazione e infine l’arte di morire splendidamente.

Il vostro non è un sistema educativo: si limita a creare impiegati, capistazione, postini, soldati... e voi la chiamate istruzione!

Siete stati truffati.

E la truffa è durata così a lungo che lo avete completamente dimenticato, e continuate a ripercorrere lo stesso vecchio tracciato.

Io levo la mano contro tutto il passato dell’umanità. Non solo non è stato civile, ma neppure umano. Non ha in nessun modo aiutato le persone a fiorire; non è stato una sorgente di vita, ma una calamità, un crimine compiuto su vasta scala... qualcuno deve opporsi, qualcuno deve metterlo in chiaro: «Noi rinneghiamo il nostro passato. E cominceremo a vivere, fondandoci sul nostro essere interiore per creare il nostro futuro. Non permetteremo che sia il passato a dargli forma».

Io vorrei che voi accettaste una sola preghiera, la risata, perché quando ridete con totalità siete nel presente. Non potete ridere nel futuro e non potete ridere nel passato.

Tutti coloro che hanno creato questa umanità ritardata le hanno sottratto ogni vivacità, qualsiasi risata, tutti i sorrisi, e hanno trascinato tutti in un’esistenza priva di autenticità. E se non sarete autentici e sinceri, non potrete far sbocciare il seme che vi è stato dato dall’immensa compassione di questo universo.

La vita non dovrebbe essere una cosa seria... Dovrebbe essere profonda allegria, divertimento. E ogni individuo dovrebbe avere l’assoluta libertà di essere se stesso.

L’unica limitazione dovrebbe consistere nel non interferire nella sfera vitale di un altro individuo; anche se si tratta di tua moglie, di tuo marito, di tuo figlio, non importa.

Per me, l’essenza di una persona veramente religiosa consiste in un profondo rispetto per l’individuo.

Sii te stesso e lascia che ciascuno sia se stesso e questa vita, questo pianeta, possono diventare qui e ora un paradiso terrestre. Ma bisogna fare qualcosa e subito, perché tutti questi idioti si stanno preparando a un suicidio globale.

Se non vi rivoltate contro il passato e tutta la sua eredità, non potrete salvare l’umanità, e con essa questi alberi meravigliosi, gli uccelli che cantano, questo piccolo pianeta che da poco si è evoluto fino a essere consapevole.

Gli scienziati ipotizzano l’esistenza della vita su milioni di pianeti nell’universo, ma finora questa ipotesi non è stata confermata da nessuna prova... la sola prova che la vita si possa evolvere fino a questo livello di consapevolezza, di amore, di silenzio, di esperienza del cosmo, è qui, su questo piccolo pianeta.

Questa Terra e i suoi abitanti devono essere salvati a qualunque costo dalla calamità rappresentata da tutto il vostro passato. È necessaria una discontinuità assoluta: si dovrebbero bruciare tutti i libri di storia.

L’intero sistema educativo andrebbe impostato sulla gioia, sull’amore, sulla libertà, sulla consapevolezza e sul massimo rispetto per tutte le forme di vita.

Osho image.png







Tratto da "Non tradire tuo figlio“  

Meditare... per tornare bambini!



La luce divina non deve essere creata; è già presente, va solo scoperta, anzi riscoperta.

Ogni bambino che nasce lo sa, lo sente, lo vede. Ogni bambino nel grembo della madre rimane pieno di luce; è una luce interiore, un bagliore interiore. Ma quando il bambino nasce, apre gli occhi e vede il mondo, i colori, la luce e le persone, piano piano la sua gestalt cambia: dimentica di guardarsi dentro, comincia a provare interesse per il mondo esterno. E c’è una ragione, perché il mondo esterno ha tanta varietà.

Il mondo interno non ha varietà; è semplice, silenzioso, leggero. In un certo senso è monotono: non accade mai alcun cambiamento, nessun movimento, è sempre lo stesso. E naturalmente il bambino prova più interesse verso le cose che cambiano. Tutti sono attratti dal cambiamento, perché il cambiamento porta qualcosa di nuo­vo. Il bambino è curioso, attento e il mondo è davvero straordinario: tanti colori, alberi, uccelli, animali, persone; e tanto rumore. Ne è così assorbito che lentamente dimentica di guardarsi dentro; diventa ignaro.

Nella meditazione bisogna riconnettersi con quella sorgente interiore di luce. Bisogna dimenticare il mondo intero ed entrare, andare dentro e sintonizzarsi, come se il mondo fosse scomparso, come se non esistesse. Almeno per un’ora ogni giorno bisogna dimenticare il mondo totalmente ed essere semplicemente se stessi. Poi, lentamente, si recupera quella vecchia esperienza. E questa volta, quando arrivi a conoscerla, è straordinaria, perché ora hai visto il mondo e tutta la sua varietà, hai udito tutti i rumori. Ora vedere il silenzio interiore e la purezza della luce è un’esperienza completamente diversa. Ed è così nutriente, così vitalizzante; è la sorgente del nettare.

Quando la conosci consapevolmente... Il bambino la conosce inconsciamente; il meditatore la ritrova consciamente. Quando la conosci consciamente, la paura della morte scompare, perché sai, sai assolutamente, senza alcun dubbio, che questa luce è eterna, che il corpo può anche morire, ma questa luce continuerà. È così indubitabile che anche se vuoi dubitarne, non puoi; il dubbio semplicemente scompare. La certezza è assoluta e con quella certezza arriva una trasformazione nella vita. Cambiano tutti i valori: le cose che erano importanti fino ad allora diventano irrilevanti e le cose a cui non pensavi nemmeno diventano importanti. Passi attraverso una rivoluzione.

 

Quindi questa deve essere la tua meditazione: alla sera, o al mattino presto, o ogni volta che riesci a trovare il tempo. Quando è più facile dimenticare il mondo, alla sera tardi quando il traffico si ferma, le persone si addormentano e tutto il mondo scompare da solo e quindi è più facile scivolare fuori; o al mattino presto, quando le persone sono ancora profondamente addormentate. E quando inizi a vederla, può succedere in qualsiasi momento. Al mercato, a mezzogiorno, puoi chiudere gli occhi e vederla. E vederla anche solo per un momento è immensamente rilassante.

Ma inizia alla sera: per un’ora resta seduto in silenzio a osservare, a guardare, ad aspettare che la luce esploda. Un giorno esploderà. Non devi crearla, devi solo riscoprirla.
 

Osho


Tratto da Turn on, Tune in, and Drop the Lot 

“Ci sottovalutano”, messaggio di Alejandro Jodorowsky

 


Il loro errore più grande. Sapevano che il collettivo umano stava raggiungendo una vibrazione molto elevata. Ma non erano consapevoli della quantità di anime sveglie. Si sono accorti dell’errore di valutazione. E si sono spaventati. Ora non si nascondono più. Ora hanno fretta di lanciare ufficialmente un “nuovo ordine mondiale”. 

Ora i loro attacchi sono diretti e frontali. E gli attacchi aumenteranno. Cercheranno con tutti i mezzi di far sì che la gente non si svegli. Cercheranno con tutti i mezzi che gli “svegli” non possano comunicare per non svegliare gli altri. Cercheranno con tutti i mezzi che i risvegliati vengano visti come pazzi o delinquenti. 

Qualunque cosa facciano, non importa. Il salto quantico si è già verificato. È inarrestabile. L’umanità già contempla piante ed animali come anime che li animano. L’umanità già rispetta la madre terra. L’umanità già capisce che non c’è separazione. Le anime che ora si incarnano arrivano già come insegnanti.
 
Non più a sperimentare. Si incarnano solo per insegnare ad amare.

Potremmo essere testimoni del cambiamento totale o meno. La transizione potrebbe durare una settimana o 300 anni. Ma è inarrestabile. Qualunque cosa accada durante la transizione, ricordatevi una cosa: siete stati voi ad esservi offerti. Per stare qui e ora. Qualunque cosa accada. Qualunque cosa vediate. Siete voi i motori del cambiamento. Vi viene richiesta una sola cosa. Solo una.

Non siate “cibo”. È l’unica cosa che dovete fare. Una cosa semplice. Non siate cibo. L’essere umano è uno dei generatori più potenti che esistano. Siamo vortici. A seconda della polarità verso cui ti allinei, crei alte o basse frequenze. Queste entità scure si nutrono di basse frequenze, le abbiamo nutrite per millenni. Il risveglio dell’umanità ha inclinato il vortice collettivo verso le alte frequenze. Per questo loro stanno attaccando con tale ferocia. Stanno morendo di fame.

Connettiti con la tua anima. E osservati.

Se la tua anima risuona a queste parole, non dare più un secondo della tua esistenza per essere cibo. Elimina le basse passioni della tua vita. Odio, rancore, invidia, paura, vizi, alimenti spazzatura, bugie, ambizione. Egoismo, tristezza, sfiducia. Tutto questo genera energia densa. Cibo per gli oscuri. Sii consapevole delle tue emozioni. Mettiti in ascolto. Di te.

E se in qualche occasione ti senti in qualunque di queste basse vibrazioni, cambia ipso facto la tua energia. Metti una musica che ti sollevi. Canta. Balla. Respira. Accendi un incenso. Abbraccia i tuoi gatti. Abbraccia un amico. Abbraccia il tuo cane. Abbraccia tua mamma. Abbraccia la tua famiglia animale. Vai a passeggiare per la natura. Medita. Fai esercizio fisico. Fai tutto il necessario. Ma cambia immediatamente quell’energia. Perché stai servendo da cibo.

Sii sempre consapevole. E l’unica cosa che ti viene chiesta è di non nutrire le orde oscure. Nutri la tua anima con tutto ciò che ti aiuta ad alzarti. Se ti abitui a vivere nella frequenza dell’amore, la tua realtà cambierà alla tua volontà senza sforzo. Sei un essere potente. Sei inarrestabile. Non temere nulla. Libera la tua mente dalla “matrix”. Focalizza la tua attenzione su ciò che desideri. Ma soprattutto, divertiti, sii felice, sorridi, canta, balla. Ama. Noi siamo vivi amando il tutto. E tu ne fai parte. Insieme alle stelle e al sole. E a tutti le galassie dell’universo. Tu sei amore.

 Alejandro Jodorowsky



Anna Maria Pinnizzotto racconta il nostro vivere vegetariano e naturista. Una testimonianza preziosa dei primi anni a Calcata...



Ero giunto a Calcata da pochi anni, ma ero già vegetariano ed oltre ad occuparmi di teatro, canti sacri, yoga e mostre d’arte (la prima  galleria "ufficiale"  fu da me fondata nel 1978 e si chiamava Depend’Arp) organizzavo anche pranzi all’aperto, ovviamente vegetariani, e con ciò iniziai -di fatto-  quello che poi divenne il Circolo  Vegetariano di Calcata

Anche allora usavo il sistema  di  “ognuno porta qualcosa”  e talvolta, se non c’era spazio nella piazzetta di Porta Segreta, dove abitavo, andavamo nella piazzetta di San Giovanni, sui gradini altissimi della chiesa dove oggi c’è un piccolo museo d’arte contadina,  oppure fuori porta  dove c’era  un ristorantino  che ci accoglieva come ospiti a “mezzo-servizio”. Fausto Aphel, il proprietario, come noi un nuovo venuto in spirito pionieristico, ci preparava panini con insalata e formaggio prodotti da lui stesso. Il pomeriggio si andava a bere il tè in un altro localetto,  aperto da Giovanna Colacevich, la Latteria del Gatto Nero (ci ha lavorato pure  il giovane Vittorio Marinelli), che a volte ospitava i nostri incontri estemporanei….  E così capitò  che un bel giorno venne a trovarci Anna Maria Pinnizzotto, giornalista del Paese Sera, la quale aveva ricevuto l’invito, da un comune amico e suo collega, Roberto Sigismondi,  per venire conoscere la realtà alternativa di Calcata ed il nostro programma della Due Giorni Vegetariana.      Emozionato per l’importanza ricevuta  le fui al fianco per un’intera giornata (anche perché era una donna veramemente affascinante) e fra una chiacchiera e l’altra ne sortì fuori questo magico articolo che segue…      (Paolo D’Arpini)    




Domenica ‘vegetariana’ a Calcata, paese museo.

Un pugno di case rosate su una roccia di tufo. Un paese che attualmente non ospita più di cinquanta anime, e nel passato ne ospitava poche di più. Calcata (con l’accento sulla seconda) è un paesino medioevale rimasto miracolosamente intatto in uno spazio  naturale molto bello. E’ circondato da colline verdi, ai suoi piedi scorre un ruscello limpido e nelle viscere si aprono grotte ed antri. Da qualche anno è diventato meta di naturisti, vegetariani, amanti dello yoga che hanno deciso di trasformarlo in un’oasi di raccoglimento. Una oasi facilmente raggiungibile. Calcata è a circa sessanta chilometri da Roma, in provincia di Viterbo.  L’idea di fare del piccolo paesino arroccato su un picco di tufo un punto di riferimento stabile per chi ama la cucina alternativa e le passeggiate ecologiche è venuta ad un gruppo di romani che si è trasferito stabilmente a Calcata.

“L’idea era quella di fare una due giorni vegetariana -dice Giovanna Colacevich fondatrice della Latteria del Gatto Nero- Sabato e Domenica a Calcata per chi ama la natura e la pace. Nel programma è compresa la colazione, il pranzo ovviamente vegetariano, la merenda, una passeggiata guidata ed una conferenza su yoga e vegetarismo. Il costo è di lire cinquemila e -dimenticavo- comprende anche uno spettacolo in piazza dei Vecchi Tufi, un gruppo teatrale di Calcata”. Intanto Giuseppe, co-fondatore della Latteria, si muove con agilità tra i fornelli, tra una crepe e l’altra. Il loro locale è posto ai limiti della minuscola piazza del paese, dove si affaccia una chiesetta in cui si conserva il prepuzio di Cristo (così narra la leggenda).

All’ingresso del paese, invece, c’è la trattoria di Fausto Aphel esperto cuoco che a Roma aveva una trattoria alternativa  prima di trasferirsi a Calcata. Ma il personaggio più singolare, attorno al quale ruota tutta l’organizzazione, è Paolo D’Arpini. Anche lui, come la pittrice Simona Weller,  ha scelto Calcata come residenza definitiva. La pace del luogo non rovinata ancora da nessun prodotto del consumismo, gli ricorda le verdi valli dell’India dove ha soggiornato per molto tempo. E’ lui che guida la passeggiata ecologica, che parla di vegetarismo e di Siddha Yoga.

Alle ore 16 di Domenica, dopo un infuso di liquirizia offerto da Paolo, una piccola spedizione parte per fare il giro della rocca, quattro cinque chilometri di percorso. La discesa è impervia, sono circa trecento metri fra sassi, fango e rifiuti.

“La chiamo ecologica -spiega Paolo- perché voglio che la gente  rifletta sul consumismo. Lattine, buste di plastica, cartacce. Alcuni paesani usano questo dirupo per scaricare i loro rifiuti. Quanti rifiuti produce una città come Roma? Dove vanno a finire?”.  Una ragazza olandese si è portata dietro un coltello, “non si sa mai, è per le vipere”.  Paolo cammina avanti e con il bastone si fa largo. Il viottolo scavato nel bosco consente appena il passaggio di una persona magra. Si guada il ruscello su un antico ponte di legno che si è adagiato sul fondo. Le assi di legno, ricoperte di paglia, sono oblique e c’è chi teme di cadere nell’acqua, fredda, ma poco profonda. In una minuscola spiaggia si fa tappa. C’è chi tenta invano di trovare cocci etruschi nell’acqua. Nella zona sono state scoperte alcune necropoli.

“Io parlo soprattutto dell’aspetto fisiologico degli alimenti -dice Paolo- con i cibi correnti è difficile mantenere il corpo in buona salute. La carne è ricca di tossine. Gli animali sono ingrassati con mangimi chimici e durante l’agonia le ghiandole secernono tossine che si fissano nelle cellule. Se nel mondo si scegliesse il vegetarismo non ci sarebbe più la fame. Il cibo sarebbe sufficiente per tutti. Noi dobbiamo vivere in armonia con il mondo e lasciarlo integro ai nostri figli”.

La spedizione riprende il cammino tra cornioli e prugne selvatiche e alberi di nocciole. Ai margini del viottolo crescono già i ciclamini. Seconda tappa una sorgente di acqua ferruginosa dove ci si disseta. Si riattraversa il ruscello, questa volta sugli scogli, e si risale la scarpata dalla parte opposta dove esisteva il lavatoio. Stanchi e sudati arriviamo in piazza mentre un gruppo di giovani sta ascoltando un ragazzo che suona la chitarra. La spedizione si scioglie, chi corre alla latteria per rifocillarsi, chi segue Paolo e scende in una grotta per fare meditazione e cantare mantra.

Al calare del sole avrebbero dovuto apparire I Vecchi Tufi di Calcata con le stupende maschere create da Wilton Sciarretta. Ma Sciarretta, che è anche il regista del gruppo, è caduto da una rupe proprio mentre provava la commedia che doveva allietare i vegetariani. E’ ora ricoverato all’ospedale con una spalla rotta. E’ calato il buio. Nella piccola piazza siedono come in un salotto gli abitanti di Calcata e i turisti. I primi, subito dopo cena andranno a dormire. A Calcata non ci sono cinema e teatri e pochi hanno la televisione. I secondi, tutti romani, si immergeranno nel traffico caotico della via Flaminia e torneranno alla vita cittadina con il rimpianto di una domenica alternativa trascorsa in un paese-museo.

Anna Maria Pinnizzotto – 13 Settembre 1979,  Paese Sera.







La storia del blog "Altra Calcata... altro mondo" e quel che c'era scritto sul frontespizio


Non so perché, misteri telematici insindacabili, alla fine "Altra Calcata... altro mondo",  blog “alternativo” e neanche troppo “serio”,  è diventato il più seguito fra tutti quelli da me gestiti. Dalla sua apertura ad oggi (28.07.21) ci sono state  2.106.609   letture, ultimamente la media mensile è di  centomila visite... E chissà perché non è stato  bannato da FB come altri miei blog, che in fondo preferisco, come ad esempio: Il Giornaletto di Saul, Bioregionalismo Treia, La Rete delle Reti, Spirito Laico... ? Ma voglio comunque raccontarvi come nacque questo blog "fortunato"...


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Nella tarda primavera del  2009, un anno prima  di lasciare Calcata, ma non sapendo quel che sarebbe avvenuto di lì a poco, decisi di aprire un nuovo blog che chiamai  "Altra Calcata...  altro mondo"  per fare da tandem a quello già esistente del Circolo Vegetariano Calcata. La ragione? Pensavo che alcune notizie "diverse"  dovessero essere inserite in un contenitore più idoneo, che non fosse quello più "specifico" del Circolo. Ma poi -pian piano- come sempre succede nelle mie cose, in entrambi i blog cucinai la solita frikassea. Un melange di cose serie e meno serie, di Calcata e di fuori Calcata. Riporto qui di seguito la presentazione che inizialmente  era stata pubblicata nel frontespizio di quel blog (poi andata persa per un mio errore): 

 "Altra Calcata... altro mondo" - Questo blog nasce per l'esigenza di restituire identità al luogo ed a noi  stessi.

Negli anni passati avevo coniato il motto "Una, cento, mille Calcata.." per significare  come l'esperimento in corso nel vetusto borgo potesse essere esemplificativo di un nuovo  modo di rapportarsi con la natura e con se stessi. Non è certo Calcata, in quanto  comunità o località, che va riprodotta ma un modo di percepire la presenza umana nel  luogo. Una presenza inserita nel contesto della natura, nel consesso dei viventi, in condivisione olistica e  simbiotica.

Infatti - come disse Nisargadatta Maharaj - noi non possiamo essere altro che una parte  integrante della manifestazione totale e del totale funzionamento ed in nessuna maniera  possiamo esserne separati.

Molto spesso però ho notato che l´uomo tende a dare maggiore importanza al contesto  sociale in cui egli vive. E´ nella società umana, con le sue esigenze e movimenti, che si  fa la storia e si sancisce la caratteristica di un posto, molto spesso dimenticando  l'appartenenza al tutto, ignorando l´inscindibile co-presenza della natura e degli animali. Per tentare di riscoprire le  nostre radici naturali, continuando a prendere ad esempio un certo modo di vivere il  luogo e nel luogo, ho pensato di affidare le mie riflessioni a questo blog. In esso si  parla di Calcata ma anche di tutto il mondo, ma potremmo dire che è un'altra Calcata ed un altro mondo.

Programmi, storie, descrizioni dell´ambiente (sia naturale che umano), poesie, riflessioni... è ciò che troverete in questo blog. Non sarà quindi un sito di servizi, per promuovere il turismo o la speculazione commerciale, ma un luogo di incontro e di fusione delle anime.

Paolo D'Arpini  

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Paolo dubbioso, nella casarsa di Calcata, soprastante la fogna

Realtà copyright

 Il mondo pare ci sia davvero. Ma esso dipende dal binario identitario che siamo obbligati a seguire e non può fare altro che portarci dritti dritti nella galleria della realtà.





Mondo esterno

La Scienza è arrivata al punto ineludibile. Dopo essersi dedicata anima e corpo a scomporre la cosiddetta realtà, dopo aver preso coscienza che stimare la natura piccola e grande attraverso categorie autoreferenziali e arroganti misurazioni con pretesa di Verità, è cosa utile sono ai fini della tecnologia quando non fine a se stessa, si trova ora al cospetto dell’intero, delle connessioni di tutto, della realtà come rete dai nodi interdipendenti, dell’inseparabilità dell’osservatore dall’osservato. In una parola, della coscienza.

Gli uomini hanno da sempre riconosciuto le caratteristiche della realtà olistica, ora al vaglio dell’ultima ricerca scientifica. Dall’epoca dei lumi e soprattutto della sua successiva vulgata, dette caratteristiche sono state sistematicamente lasciate fuori dal novero di studi degni di serietà, di vera conoscenza, detti scientifici, autoreferenzialmente concepiti come i soli, validi scandagli della realtà. Sempre quelle caratteristiche olistiche, se non potevano essere dimostrate e ripetute non avevano valore se non per il sarcasmo e la denigrazione. Se ciò, nel territorio della Scienza meccanicistica, è più che legittimo – la Scienza si è fatta le regole del gioco e chi vuol giocare deve rispettarle – in quello extra-scientifico, ovvero nella vita tutta, la negazione della profondità e del legame di tutte le cose, è stato quantomeno disdicevole.

La Scienza, non quella pura e trasparente, consapevole dei propri limiti, aperta per definizione ad aggiornare se stessa, ma quella spuria, intorbidita dal bigottismo specifico, farcita di dogmi, corrotta da interessi, che avanza a petto in fuori, preceduta da vessilli di verità definitiva, quella che ha permeato la cultura ordinaria facendo di noi, volgo e scienziati, suoi devoti scientisti, ha sempre delegittimato la ricerca umanistica. Non ha mai considerato necessario accreditare quanto non era in grado di misurare e catalogare. Oppure, ha indagato con i suoi inidonei strumenti ciò che i ciarlatani di qualunque risma, dal Buddha a Cristo, da Bateson a Heisenberg, da Feyerabend a von Foerster, andassero dicendo.

Ma è opportuno evitare di percorrere la medesima strada della negazione del non gradito, della delegittimazione, della riduzione di dignità. Tutte le espressioni umane hanno una ragione storica che le legittima. Così, per la gestione della vita empirica – in particolare per le grandi comunità – è stato necessario separare, catalogare, ed è simbioticamente venuta da sé la creazione del linguaggio logico-razional-duale. Totalmente funzionale alla bisogna amministrativa della vita. E quale realtà è descrivibile da un linguaggio ontologicamente separativo se non quella detta oggettiva, che tutti conosciamo, o meglio, che tutti condiziona fino al punto da considerarla la sola, unica e insostituibile?

All’interno di una concezione del mondo-oggetto, da noi separato, osservabile e identico per tutti che ne deriva, disinteressata alla coscienza, si procedeva come se l’esperienza fosse trasmissibile. Da cui le classificazioni e le gerarchie come ordine nuovamente, definitivamente, assolutamente unico e solo referente di verità. Soltanto certa psicologia, certa pedagogia, certa biologia e certa sociologia hanno saputo riconoscere che la realtà non è una stanza nella quale ci muoviamo ma si costituisce man mano attraverso la relazione, a sua volta modulata dal nostro sentimento e dai nostri più o meno egoici interessi.



Mondo interno

Il mondo è determinato dalla narrazione che ne facciamo. Il minimo comun denominatore di ogni narrazione è il linguaggio. Se questo, come avviene, determina un noi separato dal mondo, impedisce a se stesso di assumere la prospettiva idonea per lo studio della coscienza, in quanto obbliga una ricerca con mezzi inidonei. Studiare come oggetto separato da noi, ciò che oggetto non è, né è separato da noi porta il discorso nella bocca fetente dell’ossimoro. Un’affermazione piuttosto vincolante. Che però rende impotenti le probabili scandalizzate reazioni quando per coscienza tutti intendiamo l’unità di tutte le cose. Anzi la matrice di tutte quelle cose che pensavamo tra loro indipendenti. La natura della coscienza è inaccessibile attraverso l’impiego del linguaggio dualista. L’unità di tutte le cose è riconoscibile individualmente, non è codificabile con passi didatticamente utili ad essere trasmessa a colui che non la vive.

Il magico intero della coscienza perde la sua dimensione quando l’approccio è analitico. Se così non fosse la tecnologia l’avrebbe già riprodotta. Forse si può avvertire la presenza della coscienza nell’atto creativo. Niente ci separa da esso. In esso siamo noi. Esso è noi. Essa è uno specchio nel quale ci riconosciamo, nel quale esperiamo il nucleo di noi stessi. Aspetti, questi sì, che si presterebbero ad essere proposti dalla politica e dall’educazione. Ma al momento sono castrati da moralità, ideologie, formalismi, culto dell’apparenza, intellettualismo (prevaricazione dei saperi cognitivi su quelli estetici).

Quando così non è, quando ci si emancipa dai campetti di gioco che la cultura meccanicista ci ha offerto per i nostri passatempi – viene da sé – che l’infinito, come il mistero sono in noi. Che è la coscienza che genera lo spazio-tempo sfondo di tutte le narrazioni, in particolare di quella che meglio conosciamo: la nostra biografia, in qualunque modo la si abbia costruita. Nessuno può farci gratuitamente dubitare di essa. In essa constatiamo l’oggettività del mondo nel quale serpeggia. Tutte le nostre considerazioni esprimono un’elaborazione del mondo, del prossimo, del cosmo, di noi stessi un istante dopo aver disteso sullo sfondo lo spazio-tempo da cui si genera proprio ciò vogliamo sostenere. Così a volte riconosciamo un percorso mentre avanziamo o ne perdiamo familiarità se separati dal tempo-spazio. In un caso sappiamo sempre dove ci troviamo e il mondo è davvero un oggetto frequentabile; nell’altro diviene ignoto e non capiamo perché ci troviamo lì. E la paura che deriva è nell’inacettazione di essere anche altro di ciò che credevamo di essere. Credere uccide la conoscenza.

L’inconsapevolezza di essere creatori di realtà, quella dei gioghi imposti dal linguaggio analitico e quelli di essere parte integrante di ciò che crediamo di poter descrivere attenendoci ai fatti, compongono una trinità che esprime la cosiddetta materia e la sua storia orgogliosamente oggettiva. Emancipati dal sortilegio che questa trinità ci impone, viene a mancare il terreno sotto i piedi alla storia, alle storie che consideriamo narrazione certa, ufficiale, al sapere cognitivo e al potere che attribuiamo. Ma, quando si riconosce che ciò che osserviamo è generato dal nostro personale spazio-tempo; che prima di crederlo fuori da noi, avviene dentro, tutto, da noi al cosmo è coinvolto da un cambio di paradigma che ribalta le più consolidate superstizioni scientifiche. L’oggettività dove va quando noi non la osserviamo, quando non la concepiamo?

La cultura è un grande fiume prevalentemente placido che scende all’oceano senza lasciarci il tempo di riconoscere la corrente che la muove. In essa, giocoforza, in tanti condividiamo la medesima narrazione, abbiamo la medesima formazione e costruiamo il medesimo tunnel di realtà. Improbabile basti farci presente che ciò che crediamo di osservare sia solo e soltanto nella nostra coscienza. Non basta farci presente che non c’è niente fuori da noi in attesa di essere esperito. E se qualcosa del genere avviene, si tratta evoluzioni individuali. Il fiume culturale in cui navighiamo lascia poco spazio a morte di ripensamento. Se – scimmiottando Freud – il principio di oggettività, ha valore per amministrare la storia, in campo umanistico è come un branco di elefanti nella cristalleria dove normalmente se ne metteva uno soltanto. C’è perciò tutta un’altra storia del mondo in attesa di essere raccontata. Anzi, di essere riconosciuta in noi stessi.



Dominio di realtà

È la storia del dominio di realtà. Se viviamo ogni oggetto, fisico o metafisico, con un senso, anche inconsapevole, di dominio, le intenzioni tendono a realizzarsi: nel tunnel troviamo la realtà che pre-sentivamo. Parimenti, qualunque oggetto, fisico e metafisico, con cui anche inconsapevole ci relazioniamo, con la convinzione sia per noi eccessivo, facilmente comporterà un insuccesso. In ambo i casi crediamo di avere a che fare con qualcosa di esterno a noi: una volta lo abbiamo vinto, un’altra ci ha vinto. In ambo i casi riteniamo di poter aggiungere un tassello di oggettiva verità alla narrazione della storia che facciamo. La responsabilità che abbiamo ci sfugge. Se così non fosse tutti noi avremmo buone opportunità per liberarci dal conosciuto e raggiungere noi stessi come matrice del mondo.

In funzione della linea di tunnel che abbiamo seguito nel labirinto di tutti gli eventi possibili, assistiamo alla realizzazione del solo mondo disponibile ai passi che l’hanno preceduto, alla concezione del mondo che istante per istante lo hanno preceduto. Tutta la conoscenza che vantiamo è definitivamente concernente gli strumenti che impieghiamo per indagare il campo di spazio-tempo che osserviamo, in cui costringiamo, senza sforzo alcuno, il mondo. Tra gli strumenti vanno annoverate le intenzioni che motivano l’indagine, la struttura delle personalità che li impiega, il contesto in avviene (in cui ogni momento è oracolo). In sostanza come dice Linde di Stanford, “L’universo [qualunque esso sia, nda] e l’osservatore esistono in coppia”(1). O, come dice Robert Lanza, “L’universo si accende grazie alla vita, non viceversa”(2).

L’identità che crediamo di essere implica campi di certezze e d’incertezza. Pochi i primi, innumerevoli i secondi. Come saggi piloti dirigiamo il convoglio di noi stessi su percorsi noti per condurci a destinazione. Strade percorribili in quanto le sole visibili ai sensi dell’identità, inetti a riconoscere la rete di vie alternative. Nelle prime incontriamo la realtà prevista. Questa ci appare così vera e concreta tanto da considerarla oggettiva e presente anche in nostra assenza, anche senza il nostro creativo presentimento di esse. Se qualcuno, con la sua semplice esistenza, ci segnala le vie che da soli non vediamo, concludiamo si tratti di fandonie. La nostra identità non contempla altro che il cibo che la nutre.

Il dominio come culmine di un’attestazione, genera certezza, genera materia oggettiva, sagoma la realtà. Con esso, autopoieticamente, produciamo continuità, permanenza, spazio e tempo. Elaboriamo parole, linguaggio e narrazione definitivamente adatte a fare quadrato. E uccidiamo la conoscenza. Ammazziamo la dimensione consapevolmente creatrice di cui siamo espressione.

“Facciamo finta che vi siete appena comprati una calcolatrice nuova di zecca e l’avete appena tirata fuori dalla sua scatola. Se premete sui tasti 4, x e 4 il numero 16 apparirà sul piccolo schermo, anche se i numeri non sono ancora mai stati digitati sul dispositivo specifico. La calcolatrice segue un insieme di regole, proprio come la vostra mente. Il 16 apparirà sempre su una calcolatrice funzionante quando verranno premute le sequenze di tasti 4x4, 10+6, o 25-9. Ogni volta che mettete piede fuori dalla vostra casa, è come se una nuova sequenza di tasti venisse digitata producendo quello che poi apparirà sul vostro «schermo» mentale […]”(3).

“Bernard d’Espagnat ha detto: «La non separabilità è ora uno dei principi generali più certi della fisica»”(4).

Le parti distinte del reale esistono solo con noi che, istante per istante, le generiamo, per interesse personale. Averne consapevolezza ci concede di seguire le vie della conoscenza che neppure vedevamo.


Lorenzo Merlo 









  1. Robert Lanza con Bob Berman, Biocentrismo – L’universo, la coscienza. La nuova teoria del tutto, Milano, Il Saggiatore, p.180

  2. Ibid, p.181

  3. ibid, p.183

  4. ibid, p.185