Secondo il
codice evolutivo, che nulla ha a che vedere con quello di
procedura penale e senza mancare di riguardo nei confronti del dolore
delle persone coinvolte, c’è un Mottarone utile forse a tutti.
L’indice o
l’accusa
Giornalisti,
specialisti, esperti non hanno detto nulla in merito. Passato il
lungo fatto di cronaca, dai media, nessuno (?) spunto che prendesse in
esame la natura e il comportamento di noi tutti. Solo qualche
fuggevole accenno relativo all’avidità, alla superficialità,
all’improvvisazione. Cronaca, sdegno, demonizzazione e presa di
distanza hanno comprensibilmente preso la scena di quei giorni.
Tutto legittimo. Ma
anche bastante a mantenere inalterato l’humus necessario affinché
pari eventi certamente si ripetano. E non mi riferisco al forchettone
risparmiatore di denaro prima e sperperatore di vite poi. Piuttosto
alla consolidata ignavia che alberga in noi, mai sufficientemente
combattuta dalle consapevolezze che, quantomeno, ne ridurrebbero
l’invasiva portata. Ed è su queste che vorrei portare
l’attenzione.
Dopo la cabina
precipitata, come in una fiera della competizione, non abbiamo perso
l’occasione per superare chi è inciampato in uno dei buchi neri
della sorte. (Voragini oscure che non rispettano le leggi umane per
scegliere dove e come nascondersi davanti al nostro passo). Quale
occasione migliore per espiare o anche solo dimenticare i nostri
peccati? La curtuccera della nostra buona e giusta immagine di noi
stessi si è svuotata. Con le pistole fumanti si siamo sentiti nel
giusto. Ci siamo pienamente ritenuti in diritto di sparare sul sacro
– nessuno sarebbe riuscito a sottrarre le vittime al loro destino –
capro espiatorio. Ci siamo ritenuti in diritto di uccidere, seppur
solo simbolicamente, perché circostanze culturali e occasionali ci
hanno impedito il linciaggio sanguinante e truculento, dal quale,
altrimenti, niente e nessuno ce lo avrebbe impedito.
Tutti noi,
sull’altare di una falsa immunità dal commettere tanto orrore, ci
siamo comportati da forcaioli, abbiamo pensato e agito come se mai e
poi mai avremmo commesso tanto.
Il punto è se
qualcuno si sia dato premura di riconoscere nella propria biografia
pari comportamenti e scelte, altrettanta leggerezza e
sottovalutazione del rischio? Se “nessuno di noi lo ha fatto”,
ergendoci a inquisitori e boia, abbiamo dato il peggior esempio ai
nostri figli, la peggiore educazione.
Ma, indicando il
colpevole, non ci salveremo dall’orrore che nascondiamo a noi
stessi, pronto a librarsi alla prima circostanza opportuna. Scagli
la prima pietra non è solo un bel modo di dire che siamo
identici davanti a equipollente contesto, ma è l’indicazione di
una via evolutiva che ha come fine l’equilibrio, l’invulnerabilità,
la forza, il benessere, la felicità individuale e quindi sociale.
Il pollice o la
consapevolezza
Identificarsi con
il mattatore che attribuisce colpa e definitiva sentenza comporta
l’impossibilità di vedere l’altro in noi. Implica
l’impossibilità di riconoscere il comportamento identico
tra individui dominati, identificati nel proprio io. Implica
l’arroganza di essere altro da altri.
È una superbia di
cui non vediamo l’infernale costo: quello di mantenere noi stessi
entro l’ottuso e cupo involucro dell’ego, maestro di vizi
capitali in qualunque forma ci capiti di esserne devoti dipendenti.
Ma, anche in questa
vicenda alpina, solidarietà ed educazione erano possibili. Anche in
questa forchettonica e tragica circostanza non era improprio né
offensivo osservare che, come loro, i responsabili dei fatti,
facciamo noi; che ogni volta che ci capita, fosse anche per un
sorpasso senza freccia, ci sentiamo dire – quando non fare – di
tutto e che, di tutto diciamo all’altro per una sua infrazione,
morale, legale, formale, sostanziale. Dalle strette feritoie dell’ego
l’altro è sempre un nemico. E come tale, è sempre giusto dargli
contro.
Nonostante il
segreto che gli altri sono dei noi in altro tempo-spazio e modo,
banalmente si sveli in corrispondenza dell’opportuna
consapevolezza, prima di raggiungerla i nostri simili sono altro,
tutt’altro da noi, che noi.
Sarebbe
interessante, in quanto rivelatore, conoscere quante persone nel loro
intimo si siano confrontate con l’identicità con l’altro, con il
riconoscere che quanto fatto al Mottarone da alcuni uomini è
identico a quanto abbiamo fatto e faremo noi in circostanze di pari
valore. Non necessariamente in termini quantitativi ma certamente
qualitativi. Chi di noi, consapevole di possibili eventualità
sconvenienti, non si è preso qualche rischio adottando scelte che le
implicavano? Nessun genitore ha mai portato in macchina il bimbo
slegato? “Era solo fino lì” disse poi l’imputato per omicidio
colposo. Nessuno ha mai passato un semaforo con la prima fazione di
secondo del rosso? Chi ha mai impedito ai bimbi di prendere
l’ascensore soli? L’elenco non solo è senza fine ma è utile
ognuno lo annoti secondo esperienza e immaginazione. L’esercizio,
se motivato da aneliti evolutivi, rischia di essere utile, rischia di
migliorare le relazioni, la società. Rischia di realizzare
tolleranza autentica, libera da manierismi moralistici e ideologici.
Rischia di favorire la presa di coscienza delle identicità che sono
in noi.
Consapevoli del
comune comportamento tra gli uomini, insieme allo sconcerto per
l’evento della funivia, avremmo anche sentito rinvenire le
occasioni in cui le nostre scelte passate e future, rispettavano e
rispetteranno la medesima logica: prendi il rischio tanto non
capiterà proprio stavolta.
Nonostante i fatti
e astraendoci da questi, non è logica ottusa. È invece creativa,
della vita. Solo un certo bigottismo de gli altri sono altri,
la vuole relegare tra le disdicevoli, la vuole chiamare follia e
disinteresse per la vita. Si tratta di una posizione che deriva da
una concezione del reale e della vita di tipo amministrativo, in
costante ricerca di certezze. Ma la permanente ricerca di sicurezza,
della société
sécuritaire
ci porta lontano dall’eros, dalla passione, dall’esplorazione, da
noi, da una vita vissuta a sostituire quella ripetuta. Originale
contro fotocopia. La paura ci estranea dalla capacità di
stare al mondo, inteso come relazione con l’infinito, col mistero,
con l’insospettato e non come un insieme di norme registrate e
numerate.
La société
sécuritaire
è una rete a strascico che ci stringe in infrastutture umane via via
più lontane dalle verità della natura, dalle nostre verità. Ci
aliena da noi stessi fino a non riconoscere che gli errori dell’altro
sono il modello ideale per riconoscere i nostri. Fino a sotterrare la
testa piuttosto di vedere che le motivazioni che hanno condotto
all’inconveniente altrui, sono identiche alle nostre per i nostri
pari inconvenienti. La tendenza al regolamentarismo come religione
alla quale fare appello per migliorare i comportamenti, è
evolutivamente esiziale.
“Quando l’ultimo
albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo
pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete che i
soldi non si possono mangiare...” Toro Seduto.
Anche stavolta,
un’occasione perduta per una cultura che produca persone compiute,
non più ignare di banali segreti.
Lorenzo Merlo - force@victoryproject.net