Osho: "Lasciate che i pargoli vengano a me..."




Domanda:  Osho, è proprio necessario che l’innocenza dell’infanzia e l’idealismo dell’adolescenza debbano essere distrutti prima che un individuo trovi in se stesso la capacità di ricercare i veri valori della sua vita?

 

Osho: È assolutamente necessario, perché l’infanzia è stata condizionata – non consapevolmente, non intenzionalmente, ma attraverso delle forze inconsce – dai genitori, dai parenti, dagli insegnanti, da tutti.

La tua innocenza è stata ricoperta da così tanti strati di condizionamento che non puoi riuscire a trovarla facilmente. E la giovinezza ha ideali, utopie e grandi progetti rivoluzionari per trasformare l’intera umanità. Tu pensi che siano tuoi, ma hai torto: sono solo biologici.

La biologia umana ci dà una giovinezza molto romantica, perché quello è il momento ideale in cui mettere al mondo dei figli, cosa che di per sé è molto banale, se non sporca! E se non fosse ricoperta di romanticismo sarebbe molto difficile.

Hai mai visto degli animali fare l’amore? Tutti devono aver visto degli animali fare l’amore. Ma hai mai notato che mentre fanno l’amore sembrano tristi, infelici, come se fossero costretti a fare qualcosa che non vogliono?

E quella costrizione arriva dall’interno della loro biologia, non possono farci nulla. Ma in un certo senso sono in una buona posizione, perché almeno hanno solo delle stagioni in cui si accoppiano; due, tre mesi all’anno e poi per nove mesi sono liberi.

Per l’essere umano la difficoltà è enorme, perché è in grado di fare l’amore tutto l’anno. Quindi la biologia ha escogitato l’idealismo romantico che gli copre gli occhi: la donna diventa quasi una dea. E agli occhi della donna l’uomo diventa quasi un dio. E la loro storia d’amore diventa una cosa così poetica, una grande storia d’amore, come se nessuno avesse mai amato nel modo in cui amano loro: per la prima volta nella storia umana, sta accadendo qualcosa di grande!

Questa allucinazione è necessaria; altrimenti, gli esseri umani smetterebbero di fare figli. Gli animali continuerebbero a riprodursi comunque, perché non hanno intelligenza. Ma l’uomo è intelligente e potrebbe smettere di riprodursi, o trovare un altro modo – bambini in provetta generati nel laboratorio di qualche scienziato – un modo più clinico, più sofisticato, meno animalesco, meno barbaro.

Ma a causa di questa febbre romantica, continua a riprodursi! Ogni giorno, dopo aver fatto l’amore, la febbre scende. Ma dopo ventiquattr’ore è di nuovo pronto, dopo ventiquattr’ore si sente di nuovo romantico.

È semplicemente biologia, perché il corpo ha bisogno di tempo per creare nuova energia sessuale. E quando si inizia a invecchiare, ci vuole ancora più tempo. E non si può fare l’amore tutti i giorni: due volte a settimana, poi una volta a settimana, poi una volta al mese… Così si capisce che la morte si sta avvicinando. E quando ogni illusione è scomparsa, la morte è pronta per portarselo via!

In quegli anni illusori, ci sono anche altre dimensioni. Ogni giovane è romantico, è idealista e non sa che questa Terra è sempre stata popolata da giovani, per migliaia di anni, e ogni giovane ha sempre pensato all’idealismo, alle grandi rivoluzioni, alle grandi utopie. Ma sono semplicemente un sottoprodotto del romanticismo biologico. È una cosa chimica, una cosa ormonale.

Ed è stato dimostrato che se a un uomo o a una donna mancano gli ormoni, si verifica un totale cambiamento di personalità. O se a una persona si somministrano degli ormoni in eccesso diventa ancora più romantica, quasi folle, pronta a cambiare il mondo, pronta a salvare il mondo intero, pronta a diventare il salvatore, il messia...
 


da: Osho, The Transmission of the Lamp 



PPP (Progresso, Progressismo, Progressisti) o L’inutile appendice...?

 


Se il grande partito della sinistra, venato da correnti e attriti, elegge una persona senza le doti del comando, ma con quelle idonee all’europeismo costi quel che costi, una volta di più, non ci si può aspettare nient’altro che un adeguamento alle linee globaliste, una specie di cartografia disegnata dalle élite, dai meridiani e paralleli lontani da terra, da noi.

Ontologia della politica

Forse, più che il colore dei regimi – pensiero anarchico docet – è la politica stessa che non ha per sua ontologia la possibilità di occuparsi dei suoi elettori. A maggior ragione nei grandi numeri. Questi generano una mente che, crescendo, moltiplica le proprie contraddizioni, genera attriti, produce verità fittizie e alternative, consapevoli di potersi muovere senza più etica, senza più storia, tradizione, identità. Chi vedeva se lo aveva già detto, ma ora il web l’ha ulteriormente evidenziato e diffuso: la democrazia è costume di scena; il suffragio universale un oppiaceo.

Realtà unica

Ho sentito ieri in tv Andrea Romano, noto esponente del Partito Democratico, rispondere alla domanda che grossomodo chiedeva qual era la linea politica del suo partito? “Diritti civili, diritti sociali, crescita”. In nessuno dei tre progetti si sente neppure flebilmente l’odore stantio di ciò che una volta era stato il profumo del più grande partito della sinistra: lavoro, e gli ultimi. Per lui, per loro riempirsi la bocca di Europa è pronunciare la formula definitiva, oltre la quale nulla è da aggiungere, indipendentemente dalle scelte che essa implica e impone. Il messaggio reiterato è ormai (sic!) il solito: l’Italia non può più essere Italia; la via dell’uniformizzazione è la sola praticabile. Una volta ci si rammaricava di aver gettato il bambino con l’acqua sporca. Ora lo fa di proposito. Di progetto. E si badi, a favore di un’Europa sostanzialmente pronta a chinarsi nuovamente alla Nato e agli Usa, incredibilmente ancora portati a vessillo di libertà e democrazia. Sovranità militare, sovranità istituzionale, sovranità politica, sovranità nazionale, sovranità monetaria, sovranità territoriale, sovranità di pensiero addio. Forse anche creativa ed educativa.

Matrimoni in provetta

Nel frattempo il Pd tenta una politica che possa integrare il Movimento 5 Stelle con il solo scopo di contrastare la deriva a destra dell’uomo qualunque, quello che paga sempre la maggior percentuale di qualsiasi conto. Più che un matrimonio è un’architettura politica. Più simile alle opere di Thom Browne, uno stilista tra i molti che hanno sacrificato la funzione, in questo caso dell’abito, in nome di una linea via via più lontana dalla concretezza dei bisogni fondamentali. Non è solo e la tendenza non ha fagocitato soltanto la moda. Il Bosco verticale, opera a sfondo ambientalista dell’architetto Boeri, così tanto internazionalmente celebrato, e così tanto distante dalla consapevolezza di un ambiente, di una ecologia, di una Terra che non sia antropocentrica e solo formale, non è che un altro blasonato campione di una cultura fittizia, materialistica, disumana, prodromo di una via verso la grande alienazione dalla natura che siamo.

Cincishi e farfugli

Giustizia, carceri, infrastrutture, scuola, ambiente, demografia (in eccesso), occupazione sono in fondo alla pila di cartellette dei burocrati della vita. L’attenzione di tutti è presa da politiche più simili a cincischi, farfugli e quisquiglie: lgbt, sostenibilità, Europa, covid. Indispensabili diversivi per distrarre dalle grandi riforme (da decenni) necessarie, dalle linee geopolitiche.

Infatti…

… cambiando scala, guardando da più in alto, ci si avvede che tutto rispetta due ordini simbiotici: egemonia occidentale e controllo del pensiero. Giusto! I padroni del vapore come potrebbero gestire l’infiammabilità di una condizione di vita via via più alienata e una spirituale mortificata e sfiduciata? In contemporanea ad una più consapevole di come stanno le cosa fuori dalla platonica caverna? Praticamente nulla è come sembra. Più nulla ha a che vedere con la misura d’uomo, né con i suoi interessi elementari. Nulla della grande politica prevede uomini. Come in qualunque totalitarismo siamo numeri e servizi. Il conto umanistico della genuflessione al digitale e alla tecnologia è in crescente evidenza. Come altrimenti interpretare la cultura effimera a marcho marketing nella quale siamo immersi e le psicopatologie dalle quali siamo circondati, quando non soggetti. Le urla e i digiuni di chi protesta sono taciute con le buone (ultima notizia) o con le cattive (diversivo).

Strategia di comando

Tutto è strutturato per mantenere liquida la società (Bauman). Per darci l’opportuna motivazione a continuare a svuotare col secchiello l’acqua che sta portando a picco il barcone, un mezzo fallato che mai ci permetterà di raggiungere una terra adatta all’uomo. Per fare in modo che la guerra tra poveri mantenga alta la sua resa in termini di controllo sociale.

Pochi detengono la comunicazione. E quei pochi hanno più potere di interi Stati. Di certo la utilizzeranno per scopi che non sono i nostri. A suo modo è giusto: si solidarizza tra simili.

L’abbraccio della vergona

Non si scappa: la politica è gestione delle poltrone, è sussistenza delle élite, è separazione dagli elettori, è lontana da chi paga la maggior percentuale di tutti i conti che arrivano sul tavolo vuoto e bricioloso di un popolo crescente e senza la possibilità di vedere un futuro e continuare a credere nella democrazia. Come considerare sennò Politica l’abbraccio con il Movimento 5 Stelle, come accettarlo, se non attraverso una coscienza obnubilata, inibita dal rilevare la vergogna del Movimento 5 Stelle, sublime protagonista del più sfacciato tradimento politico e spirituale che si possa annoverare nella storia della politica italiana?

PPP e l’inutile appendice

Che queste righe non siano altro che energia buttata, che un piscio controvento, che un lamento, un’inutile appendice per un mondo sommerso dal progresso, dal progressismo, dai progressisti?

Lorenzo Merlo 



Apollonio di Tiana, il Gesù pagano...

Apollonio di Tiana è il Gesù pagano e vegetariano, è un taumaturgo–filosofo che come Gesù di Nazareth cura, resuscita, fa miracoli, scaccia demoni e combatte empuse, larve e lamie. Muore a Efeso nel 97 d.C. nell’arco  della sua vita si succedono dodici imperatori: da Augusto a Nerva che muore nel 98.d.C. 

La peculiarità di Apollonio è che si nutre solo di verdura, frutta secca e pane, è astemio, gira scalzo non indossa lana ma solo lino e mai abiti di pelle animale, evita il denaro come la peste e crede nella comunanza dei beni.

 Apollonio si batte strenuamente per abolire i sacrifici, per interrompere l’osceno fiume di sangue che gli uomini propinano agli dei e detesta la disciplina etrusca degli haruspices che esaminano le interiora di animali sventrati per interpretare il futuro. Si schiera contro i sacrifici egizi dei tori e la sofferenza dei cavalli, condannando gli ultras violenti del suo tempo – simili ai delinquenti che bazzicano i nostri stadi – che dominano l’ippodromo.

            "Non consumate alcun sacrificio per Dio, l'onnipotente, che sta al di sopra di ogni cosa. Se taluno si dice mio discepolo…non uccida alcun essere vivente, non mangi carne, sia esente da invidia... Contro i preti di Delfi che praticano i sacrifici cruenti io dico : Eraclito fu savio e giammai consigliò al popolo di Efeso di lavare il sudiciume con altro sudiciume. Se qualcuno vuol seguire la mia strada, egli deve rinunciare a mangiare qualsiasi cosa che abbia avuto vita animale...onde non sporcare la coppa della saggezza... Nulla di ciò che proviene dagli animali, lana o pellicceria, dovrà riscaldarlo. Io consegno ai miei discepoli delle calzature di corda ed essi dormiranno là dove potranno e come potranno... Gli dei benediranno essi più per le loro piccole offerte che non coloro che spargono sui loro altari il sangue dei vitelli . La terra produce ogni cosa e chi vuole essere in pace con gli esseri viventi non ha bisogno di nulla, perché i suoi frutti si possono cogliere, e altri coltivare secondo le stagioni, in quanto essa è la nutrice dei suoi figli: ma la gente, come se non udisse le sue grida, affina le spade contro gli animali per trarne vestimento e cibo. I Bramani dell'India invece non approvano tale condotta, e istruirono i Ginni dell'Egitto a respingerla: da costoro Pitagora, che fu il primo dei Greci a frequentare gli Egiziani, prese la sua dottrina, che lasciava alla terra agli esseri animati; e affermando che i suoi prodotti sono puri e adatti a nutrire il corpo e la mente, di questi si cibava. Sostenendo inoltre che gli abiti che si portano solitamente sono impuri, in quanto provengono da esseri mortali, si abbigliava di lino; e per la stessa ragione intrecciava il vimine per farsene calzature..."


(Notizie raccolte da Franco Libero Manco)




Fanta -archeologia. Gli antichi Egizi raggiunsero l'Australia e la Nuova Zelanda...?


...gli antichi Egizi sono stati in Australia...?

Q u e e n s l a n d ,  G y m p i e.  Vi  si trova una piramide a terrazze, alta circa 30 m., con un 'età stimata di 6.000 anni e segnalata nel 1850. Poi nel 1966, nei suoi pressi furono dissotterrate due statue di pietra, risalenti a 3.000 anni fa. Rappresentano il dio egiziano TOTH .

WIDGEE SHIRE . In questa località un operaio ha ritrovato una statuetta rappresentante una scimmia accovacciata.  SUNSHINE COAST, NOOSAVILLE.

N e w    S o u t h   W a l e s ,  P e n r i t.  In questa località è stata dissotterrata  un'antica  Croce Ansata  (A n k h). 

Nelle vicinanze del fiume    N e a p e a n    è stato ritrovato uno scarabeo d 'onice intagliato.

Sempre a    P e n r i t h    si trova anche una piramide a gradoni alt circa 15 m. 

BLUE MOUNTAINS . Ad ovest di queste montagne si trova un' altra piramide a gradoni, alta circa 30 m.. KIMBERLEY. In questa località fu ritrovato un simbolo identico a quello di    A ton, la divinità solare venerata nel 1000 a.C. in Egitto. 

Isola di DARNLEY. Nel 1875 una mummia ritrovata in quest' isola su esaminata da Sir RAPHAEL CILENTO, un famoso medico dell' epoca. Secondo il medico il metodo utilizzato per la mummificazione era lo stesso che veniva impiegato in Egitto. Isola di New Hannover .
Nel 1964 RAY SHERIDAN, un ufficiale sanitario, scoprì i resti di un antico tempio del sole costruito nello stile egiziano.   

Nel 1931 in una caverna della Nuova Zelanda furono ritrovati dei resti mummificati, che vennero esaminati dall'antropologo GRAFTON ELIOT- SMITH. Secondo lo scienziato il teschio apparteneva a un egiziano, e aveva almeno 2000 anni. 

Ora cerchiamo prove di contatti con l'Australia in Egitto.
Quando venne scoperta la tomba di TUTANKHAMON da CARTER, nel 1922, all' interno della camera della tomba fu ritrovata una collezione di    b o o m e r a n g, lunghi dai 26 ai 64 cm., costruiti in legno e in maiolica. Nel 1982, secondo quanto fu riportato sul "Cairo Times", gli archeologhi che lavoravano a    F a y u m, nei pressi dell'oasi di    S i w a, scoprirono i resti fossili di canguri e di altri marsupiali australiani. 

In  base ai dati raccolti, si potrebbe affermare che, in epoche remote, esisteva un collegamento marittimo tra l'Australia e l' antico Egitto, che avveniva mediante un porto sul Mar Rosso.

Gabriele Zaffiri



Nota del recensore,  Gianni Donaudi (nella foto): "Di solito gli antichi Egizi non costruivano piramidi a "terrazze" -Quest'ultime ci fanno più venire a mente le piramidi pre-colombiane del Centro e Sud America- Questo non toglie la possibilità di scambi tra l'Egitto e l'Australia e viceversa. Ma nemmeno  che la cosa è sicura. L'art. è tratto da "L' Attualità" diretto da un discendente di Gaetano SALVEMINI, che si stampa a Roma."




Integrazione di Alberto Rizzi: "Gli Egizi erano molto pignoli e tenevano nota di tutto: così sappiamo che il massimo delle loro esplorazioni marittime fu il periplo dell'Africa. Affermare che c'erano contatti regolari dal Mar Rosso con l'Australia è una sparata. Anche perché:

1) - Premesso che pure gli Egizi costruirono piramidi a gradoni (prima di costruire quelle "lisce" di Giza), il mondo è pieno di piramidi, sia a gradoni che senza. E' la prova che c'era una qualche forma di cultura e di religiosità diffusa, millenni fa, su tutto il Pianeta; anche se qualcuno poi fantastica su una precedente forma di "Vecchio Ordine Mondiale" (magari a guida ariana)...
2) - Stesso discorso per certi simboli, come l'ankh, e pratiche di mummificazione.
3) - Bisognerebbe capire se erano proprio boomerang, o "cose fatte a boomerang": anche perché un boomerang di ceramica fa ridere i polli: prova tu a stendere un canguro con un pezzo di ceramica o terracotta, e fammi sapere.
4) A proposito di canguri, i marsupiali erano diffusi in passato un po' dappertutto, specie in Africa.

Insomma, bella ipotesi, ma ci vuole altro..."




La retorica dei “diritti umani” come arma di guerra ibrida



Varie volte abbiamo già parlato come la retorica dei diritti umani, alimentata anche da migliaia di ONG formalmente indipendenti ma in realtà finanziate ed organizzate da governi occidentali, sia in genere servita per giustificare guerre di aggressione, interventi armati, sanzioni che affamano interi paesi, pressioni politiche ed economiche. Jugoslavia, Iraq, Siria, Libia ne sanno qualcosa.

Ma oggi vogliamo parlare della retorica diritto-umanista nei confronti di due grandi paesi, la cui crescita politica ed economica preoccupa molto gli USA ed altri paesi occidentali, abituati da secoli ad avere una preminenza politica ed economica nei confronti del resto del mondo: la Cina e la Russia.

Certamente i governanti di questi paesi non sono dei santi (ma i governanti di quali paesi lo sarebbero?). Tuttavia la retorica sulle violazioni dei diritti umani sembra più che altro orientata a scatenare una nuova guerra fredda nei loro confronti per frenare il loro slancio politico ed economico con sanzioni e minacce militari.

Ad esempio, una delle accuse più ricorrenti contro la Cina è quella secondo cui il Governo Cinese perseguiterebbe la minoranza di stirpe turca degli Uiguri, che abitano nella regione cinese del Sinkiang nell’Asia Centrale. Basterà ricordare che nell’ambito di questa popolazione musulmana, anche a causa di azioni sobillatrici provenienti dall’esterno, si sono formati gruppi di integralisti islamici radicali (del tipo Al Qaida o Stato Islamico), che si dedicano anche ad azioni terroriste, e non solo nel territorio cinese. Infatti frange di Uiguri fuoriusciti sono presenti nel nord della Siria protetti dal Presidente turco Erdogan, dove hanno formato un cosiddetto Partito Islamico del Turkestan, che ha tormentato con azioni terroristiche la popolazione siriana, agendo come truppa mercenaria per i Turchi. La maggior parte degli Uiguri cinesi, che in precedenza erano dediti in gran parte alla pastorizia, hanno potuto usufruire della ventata di modernizzazione e sviluppo economico e sociale promosso dal governo cinese, che però giustamente reprime le attività terroristiche, fondamentaliste e destabilizzanti.

Un’altra accusa ricorrente è quella della repressione del movimento “indipendentista” di Hong Kong. Ma qui ci soccorre innanzitutto la storia. Hong Kong che aveva sempre fatto parte della Cina fu strappata dalla Gran Bretagna alle madre patria grazie alla Prima Guerra dell’Oppio del 1840. Questa ignobile guerra a sfondo colonialista scoppiò quando le autorità cinesi vietarono l’importazione dell’oppio prodotto dagli Inglesi in India, che stava rovinando la vita di molti Cinesi. Le cannoniere inglesi bombardarono la Cina costringendola alla resa, all’apertura dei porti cinesi all’importazione di oppio e di altre merci inglesi, ed alla cessione di Hong Kong. Di questi vergognosi episodi (vi fu anche anni dopo una Seconda Guerra dell’Oppio) parlarono anche Marx ed Engels nei loro articoli, in cui presero posizione a favore dei Cinesi. Solo recentemente Hong Kong si è ricongiunta alla madre patria cinese.

Negli ultimi episodi di disordini ad Hong Kong, i manifestanti sobillati dalle ONG e dai governi occidentali (e non certo pacifici vista la devastazione sistematica di edifici pubblici, stazioni della metropolitana, ecc.) esponevano bandiere inglesi ed americane inneggiando al passato periodo coloniale. Il loro capo ha dichiarato che “la Cina avrebbe bisogno di un altro paio di secoli di colonialismo”, una dichiarazione che offende i sentimenti di tutti i cinesi, memori del passato coloniale in cui la Cina era schiacciata sotto il tallone dell’imperialismo occidentale e giapponese.

Passando alla Russia, anche qui gli Occidentali – per alimentare la guerra fredda ed attuare sanzioni - hanno tentato di esaltare la figura di un piccolo ex-criminale, Navalny, spacciato come “grande oppositore” di Putin. In realtà Navalny, che in passato era stato condannato per truffa ai danni di una società francese, si è poi riciclato fondando un piccolo partito razzista e xenofobo di estrema destra. Si ricordano alcune sue dichiarazioni in cui i membri delle minoranze etniche della Russia (Ceceni, Tatari, Baschiri, Gabardini, Calmucchi, ecc.) vengono definiti “scarafaggi” da schiacciare. Persino Amnesty International, organizzazione sempre ostile alla Russia, e finanziata dal Governo statunitense, è stata costretta a condannare le dichiarazioni di Navalny. Il personaggio si è però rilanciato facendo il martire con la storia, che presenta in realtà aspetti grotteschi, di un presunto avvelenamento. Pensate veramente che i Russi, se lo avessero realmente avvelenato (ma con scarsa efficacia visto che è rimasto vivo!) lo avrebbero poi mandato a curarsi in Germania dove potevano essere fatte analisi che li avrebbero incriminati? E come mai i Tedeschi si sono rifiutati di fornire al governo russo i risultati delle analisi effettuate su Navalny?

Purtroppo l’opera di denigrazione, alimentata anche da torme di giornalisti compiacenti, continua, alimentando una nuova guerra fredda che pone seri problemi al mantenimento della pace mondiale.

Vincenzo Brandi



Tra religione e psicologia



Una nuova ricerca rileva che le persone religiose, quando af­frontano le crisi della vita, si affidano a strategie di regolazione delle emozioni che sono utilizzate anche dagli psicologi. Cercano cioè dei modi alternativi e tendenzialmente positivi di pensare alle difficoltà, una pratica nota agli psicologi come “rivalutazione cognitiva”. Tendono anche ad avere fiducia nelle proprie capacità di far fronte alle difficoltà, un tratto definito in psicologia “autoefficacia nell’adattamento”. 

Studi precedenti hanno dimostrato che entrambi questi tratti riducono i sintomi dell’ansia e della depressione.

Le nuove scoperte sono riportate sul Journal of Religion and Health.

 

“Pare che le persone religiose facciano uso di alcuni degli strumenti che gli psicologi hanno sistematicamente identificato come efficaci nell’aumentare il benessere e nel proteggere dall’angoscia”, ha detto Florin Dolcos, professore di psicologia presso il Beckman Institute for Advanced Science and Technology presso l’Università dell’Illinois, che ha condotto lo studio insieme alla professoressa di psicologia Sanda Dolcos e alla ricercatrice Kelly Hohl. 

“Questo suggerisce che scienza e religione sono sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta di far fronte alle difficoltà”, ha detto.

La ricerca è stata in parte stimolata da studi precedenti che dimostrano che le persone religiose tendono a utilizzare una strategia di adattamento (o coping) che assomiglia molto alla rivalutazione cognitiva.

“Ad esempio, quando qualcuno muo­re, una persona religiosa potrebbe dire: ‘Oh, adesso è con Dio’, mentre una persona non religiosa direbbe: ‘Be’, almeno non soffre più’”, ha detto Florin Dolcos. In entrambi i casi, l’individuo trova conforto nell’inquadrare la situazione in una luce più positiva.

Per determinare se le persone religiose si affidano e traggono beneficio dalla rivalutazione in quanto strategia di regolazione delle emozioni, i ricercatori hanno reclutato 203 partecipanti senza diagnosi cliniche di depressione o ansia. 57 partecipanti hanno anche risposto a domande sul loro livello di religiosità o spiritualità.

I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di scegliere tra una serie di opzioni che descrivessero i loro atteggiamenti e le loro pratiche.

“Abbiamo chiesto di descrivere come reagiscono di fronte alle difficoltà. 

[…] Abbiamo chiesto se cercano di trovare conforto nelle loro convinzioni religiose o spirituali”, ha detto Hohl. “E quanto spesso rivalutano le situazioni negative per trovare un modo più positivo di inquadrarle o se invece reprimono le loro emozioni”.

I ricercatori hanno anche valutato la fiducia dei partecipanti nella loro capacità di far fronte alle difficoltà e hanno posto loro delle domande mirate a misurare i loro sintomi di depressione e ansia.

Hohl ha affermato di aver cercato correlazioni tra strategie di coping, atteggiamenti e pratiche religiose, o non religiose, e i livelli di ansia e depressione. Ha anche condotto un’analisi intermedia per determinare quali pratiche li influenzino in modo specifico.

“Se osserviamo soltanto la relazione tra coping religioso e diminuzione dell’ansia, non sappiamo esattamente quale strategia in particolare stia facilitando questo risultato positivo”, ha detto Sanda Dolcos. “L’analisi intermedia ci aiuta a determinare ad esempio se le persone religiose usano effettivamente la rivalutazione per ridurre l’ansia”.

L’analisi rivela anche se la fiducia di un individuo nella propria capacità di gestire le crisi – un altro fattore che secondo alcuni studi psicologici è associato a depressione e ansia minori – “facilita il ruolo di protezione del coping religioso contro questi sintomi di disagio emotivo”, ha detto Sanda Dolcos. “Abbiamo scoperto che se le persone usano il coping religioso, hanno anche una diminuzione dell’ansia o dei sintomi depressivi”. 

 


(Notizie tratte da neurosciencenews.com)

Evoluzione, per tentativi ed errori...

 


Secondo il codice evolutivo, che nulla ha a che vedere con quello di procedura penale e senza mancare di riguardo nei confronti del dolore delle persone coinvolte, c’è un Mottarone utile forse a tutti.


L’indice o l’accusa

Giornalisti, specialisti, esperti non hanno detto nulla in merito. Passato il lungo fatto di cronaca, dai media, nessuno (?) spunto che prendesse in esame la natura e il comportamento di noi tutti. Solo qualche fuggevole accenno relativo all’avidità, alla superficialità, all’improvvisazione. Cronaca, sdegno, demonizzazione e presa di distanza hanno comprensibilmente preso la scena di quei giorni.

Tutto legittimo. Ma anche bastante a mantenere inalterato l’humus necessario affinché pari eventi certamente si ripetano. E non mi riferisco al forchettone risparmiatore di denaro prima e sperperatore di vite poi. Piuttosto alla consolidata ignavia che alberga in noi, mai sufficientemente combattuta dalle consapevolezze che, quantomeno, ne ridurrebbero l’invasiva portata. Ed è su queste che vorrei portare l’attenzione.

Dopo la cabina precipitata, come in una fiera della competizione, non abbiamo perso l’occasione per superare chi è inciampato in uno dei buchi neri della sorte. (Voragini oscure che non rispettano le leggi umane per scegliere dove e come nascondersi davanti al nostro passo). Quale occasione migliore per espiare o anche solo dimenticare i nostri peccati? La curtuccera della nostra buona e giusta immagine di noi stessi si è svuotata. Con le pistole fumanti si siamo sentiti nel giusto. Ci siamo pienamente ritenuti in diritto di sparare sul sacro – nessuno sarebbe riuscito a sottrarre le vittime al loro destino – capro espiatorio. Ci siamo ritenuti in diritto di uccidere, seppur solo simbolicamente, perché circostanze culturali e occasionali ci hanno impedito il linciaggio sanguinante e truculento, dal quale, altrimenti, niente e nessuno ce lo avrebbe impedito.

Tutti noi, sull’altare di una falsa immunità dal commettere tanto orrore, ci siamo comportati da forcaioli, abbiamo pensato e agito come se mai e poi mai avremmo commesso tanto.

Il punto è se qualcuno si sia dato premura di riconoscere nella propria biografia pari comportamenti e scelte, altrettanta leggerezza e sottovalutazione del rischio? Se “nessuno di noi lo ha fatto”, ergendoci a inquisitori e boia, abbiamo dato il peggior esempio ai nostri figli, la peggiore educazione.

Ma, indicando il colpevole, non ci salveremo dall’orrore che nascondiamo a noi stessi, pronto a librarsi alla prima circostanza opportuna. Scagli la prima pietra non è solo un bel modo di dire che siamo identici davanti a equipollente contesto, ma è l’indicazione di una via evolutiva che ha come fine l’equilibrio, l’invulnerabilità, la forza, il benessere, la felicità individuale e quindi sociale.



Il pollice o la consapevolezza

Identificarsi con il mattatore che attribuisce colpa e definitiva sentenza comporta l’impossibilità di vedere l’altro in noi. Implica l’impossibilità di riconoscere il comportamento identico tra individui dominati, identificati nel proprio io. Implica l’arroganza di essere altro da altri.

È una superbia di cui non vediamo l’infernale costo: quello di mantenere noi stessi entro l’ottuso e cupo involucro dell’ego, maestro di vizi capitali in qualunque forma ci capiti di esserne devoti dipendenti.

Ma, anche in questa vicenda alpina, solidarietà ed educazione erano possibili. Anche in questa forchettonica e tragica circostanza non era improprio né offensivo osservare che, come loro, i responsabili dei fatti, facciamo noi; che ogni volta che ci capita, fosse anche per un sorpasso senza freccia, ci sentiamo dire – quando non fare – di tutto e che, di tutto diciamo all’altro per una sua infrazione, morale, legale, formale, sostanziale. Dalle strette feritoie dell’ego l’altro è sempre un nemico. E come tale, è sempre giusto dargli contro.

Nonostante il segreto che gli altri sono dei noi in altro tempo-spazio e modo, banalmente si sveli in corrispondenza dell’opportuna consapevolezza, prima di raggiungerla i nostri simili sono altro, tutt’altro da noi, che noi.

Sarebbe interessante, in quanto rivelatore, conoscere quante persone nel loro intimo si siano confrontate con l’identicità con l’altro, con il riconoscere che quanto fatto al Mottarone da alcuni uomini è identico a quanto abbiamo fatto e faremo noi in circostanze di pari valore. Non necessariamente in termini quantitativi ma certamente qualitativi. Chi di noi, consapevole di possibili eventualità sconvenienti, non si è preso qualche rischio adottando scelte che le implicavano? Nessun genitore ha mai portato in macchina il bimbo slegato? “Era solo fino lì” disse poi l’imputato per omicidio colposo. Nessuno ha mai passato un semaforo con la prima fazione di secondo del rosso? Chi ha mai impedito ai bimbi di prendere l’ascensore soli? L’elenco non solo è senza fine ma è utile ognuno lo annoti secondo esperienza e immaginazione. L’esercizio, se motivato da aneliti evolutivi, rischia di essere utile, rischia di migliorare le relazioni, la società. Rischia di realizzare tolleranza autentica, libera da manierismi moralistici e ideologici. Rischia di favorire la presa di coscienza delle identicità che sono in noi.

Consapevoli del comune comportamento tra gli uomini, insieme allo sconcerto per l’evento della funivia, avremmo anche sentito rinvenire le occasioni in cui le nostre scelte passate e future, rispettavano e rispetteranno la medesima logica: prendi il rischio tanto non capiterà proprio stavolta.

Nonostante i fatti e astraendoci da questi, non è logica ottusa. È invece creativa, della vita. Solo un certo bigottismo de gli altri sono altri, la vuole relegare tra le disdicevoli, la vuole chiamare follia e disinteresse per la vita. Si tratta di una posizione che deriva da una concezione del reale e della vita di tipo amministrativo, in costante ricerca di certezze. Ma la permanente ricerca di sicurezza, della société sécuritaire ci porta lontano dall’eros, dalla passione, dall’esplorazione, da noi, da una vita vissuta a sostituire quella ripetuta. Originale contro fotocopia. La paura ci estranea dalla capacità di stare al mondo, inteso come relazione con l’infinito, col mistero, con l’insospettato e non come un insieme di norme registrate e numerate.

La société sécuritaire è una rete a strascico che ci stringe in infrastutture umane via via più lontane dalle verità della natura, dalle nostre verità. Ci aliena da noi stessi fino a non riconoscere che gli errori dell’altro sono il modello ideale per riconoscere i nostri. Fino a sotterrare la testa piuttosto di vedere che le motivazioni che hanno condotto all’inconveniente altrui, sono identiche alle nostre per i nostri pari inconvenienti. La tendenza al regolamentarismo come religione alla quale fare appello per migliorare i comportamenti, è evolutivamente esiziale.

“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare...” Toro Seduto.

Anche stavolta, un’occasione perduta per una cultura che produca persone compiute, non più ignare di banali segreti.

Lorenzo Merloforce@victoryproject.net




Anabasi... il ritorno a casa dei Diecimila



Ai margini del mondo, in lunari altipiani arsi di polvere, fra rocce e inauditi nevai, dove i cavalli affondano fino al ventre, si consuma l’epopea remota di una colonna di opliti greci. Sono i Diecimila, avventurieri delle armi assunti in Ionia dal principe ribelle Ciro per scatenare l’attacco, nel cuore della Persia, al trono del fratello Artaserse, legittimo erede del Re Dario. La missione dei Diecimila s’era infranta sul terreno di Cunassa (settembre 401 a.C.), dove il condottiero Ciro era caduto nello scontro con la gigantesca armata imperiale di Artaserse. Da quel momento i reparti greci furono un corpo estraneo incuneato in un oceano di terre ostili. L’incubo delle aggressioni, le pene di ambienti impossibili, il senso lacerante delle fantastiche lontananze dalla patria non disarmarono i Diecimila. Neppure quando i loro capi perirono in un agguato e l’esercito rischiava di andare alla deriva, scafo senza pilota e senza timone. Come una scheggia di Grecia, spersa nei deserti asiatici, e istruita nei gesti della democrazia, l’armata discusse e liberamente elesse nuovi capi. Essi stabilirono la rotta: verso nord, al mare amico. 

L’anabasi è il racconto di questo viaggio. lo compose un cronista straordinario, l’ateniese senofonte, aggregatosi all’armata per desiderio di fortuna, per stanchezza della patria ostile, per l’insistenza di un amico. da ospite casuale senofonte, eletto stratega, divenne l’autore della marcia liberatrice. la sua prosa ordinata e severa, con l’energia degli eventi concreti, ne ha stilato un diario che è punto fermo nella storia letteraria dei greci.



Senofonte fu un uomo pubblico, la sua vita si annodò solidamente con i fatti della storia e fu vicino alle personalità decisive del suo tempo ed ebbe lo spirito del protagonista. nacque ad atene, all’inizio del conflitto con sparta o poco avanti. fu agiato, conobbe e frequentò socrate. il biografo Diogene laerzio lo cataloga tra i grandi maestri della verità. senofonte fu un curioso intelligente, con la grazia spontanea di saper tenere la penna in mano. visse epoche di gravi trasformazioni; certezze arcaiche si sfaldavano. i punti fermi della tradizione, miti, valori morali, cosmi religiosi, sbiadivano, disgregati da revisioni impazienti e spregiudicate, nel groviglio di tempi stravolti dalle guerre. la traccia dei tempi nuovi è nella varietà dei suoi temi: narrò se stesso e la sua epoca.

Durante gli anni della guerra con Sparta, sul finire del V sec ad Atene emergeva una cultura nuova. Uomini con le menti acute, i sofisti, insegnavano che non esistono verità uniche e assolute: ogni uomo ha dogmi propri, elastici, agili, come le prospettive visive, che ruotano e mutano in relazione allo spostarsi dell’occhio che osserva. conta l’individuo, lo stato è una convenzione storica, il minore dei mali. la dote umana più alta è un intelletto aperto, pronto alla ricerca, mai stanco di esplorare le angolature del mondo. senofonte udì gli uomini che diffondevano queste idee e forse fu questo l’invito: se infinite sono le facce del reale, infinite sono le forme e gli strumenti per descriverlo. su consiglio di socrate interrogò l’oracolo di delfi per avere rivelazioni illuminanti su un futuro così avventuroso e incerto, come la missione di guerra in asia. lo scrittore non chiese al dio se fosse opportuno andare: solo lo interrogò su quali riti occorreva celebrare per godere di un viaggio felice. l’ossequio alla tradizione religiosa è dunque formale: la decisione è già presa.



Anabasi, in greco significa marcia verso l’interno, il racconto di come Senofonte eletto stratega dell’armata greca, guidò i compagni in salvo attraverso l’Asia ostile a Trapezunte, citta costiera del Ponto Eusino. Il quarto libro ha il suo centro patetico nella commozione con cui l’armata scorge sulla cresta del monte teche, dopo mesi di sofferenza e agguati nemici, la distesa assolata del mare, con il famoso grido Thálassa!


Thálassa! (Θάλαττα! θάλαττα! Mare! Mare!). C’è nell anabasi il gusto narrativo dell’episodico, e un attenzione incuriosita all’esotico al diverso in senso etnografico. c’è l’eloquenza nuda dei fatti degli oggetti degli ambienti, il racconto è cristallino, sarebbe perfetto, senza un ritocco per la sceneggiatura di un film. 

Alla celebre opera di Senofonte si è ispirato Sol Yurick nella scrittura del romanzo i guerrieri della notte (1965), dal quale walter hill ha tratto il film i guerrieri della notte (The Warriors, 1979), che racconta come una piccola gang rimasta isolata e accusata di un omicidio dopo un raduno di bande cerchi, con un lungo e pericoloso viaggio, di tornare verso casa. Il cammino, tutto notturno, è segnato da scontri e inseguimenti, e la salvezza coincide con l'alba ed il raggiungimento del mare e del proprio quartiere (Coney Island, New York), così come i soldati di Senofonte raggiunsero Trebisonda sul Mar Nero.


Toni da commedia e da mimo hanno le scene della quotidianità lacera e affamata dei soldati umili, che s’ingegnano nel baratto con le genti locali, battono i denti nei bivacchi nevosi, si ubriacano, appena possibile di vino e di esotico miele. Il cronista registra le sofferenze degli uomini per deserti e nevai. I guadi d’innumerevoli acque, c’è sempre l’ossessione di un fiume, una palude, di un torrente da attraversare; i crinali scalati, i bivacchi febbrili e disperati, le razzie, le perdite e gli agguati. Voci e volti di armati semplici danno sapore rudi alla pagina.


L’esercito è una tavolozza di genti e di parlate: si affollano tessili spartani, peloponnesiaci, achei, arcadi, traci, isolani, un pugno di ateniesi, gruppi di greci dell’asia costiera. nei ritratti individuali e nei quadri d’insieme dell’armata spicca un tratto: l’impasto singolare di professionalità soldatesca e di disprezzo delle gerarchie, d’indisciplina, ora ironica, ora sbrigativa e violenta. il movente del semplice soldato, come dello stratego e dell’ufficiale, è uno: il denaro. 

Il racconto non lascia dubbi su questo punto: ogni volta che l’impresario condottiero vuole ottenere obbedienza può solo promettere l’aumento del soldo. non ci sono ideali di valore, sentimenti di patria, sete di gloria e avventure. eppure nella coscienza dei greci posteriori e dei moderni lettori dell’anabasi, la marcia dei Diecimila, assume lo splendore del gesto eroico, un modello di resistenza virile contro ambienti ostili. gran parte della vicenda narrata si snoda nelle terre persiane. La marcia dell’armata greca trafigge il cuore degli immensi domini del Re, estesi dall’asia egea all’indo, dal Golfo Persico alle montagne Armene e al Caspio.

Ferdinando Renzetti





Solstizio d'estate. San Giovanni, riti e tradizioni



Solstizio d'estate - Fuochi suoni visioni cosmiche cromatismi aromatici bioenergetici. Evoluzioni nello spazio profondo con leggerezza e consapevolezza.   Grande cerchio di saluto al sole del solstizio: parole poesie danze suoni gesti. Il sole fermo tre giorni, nella sua eclittica. 


All’alba del 24 giugno è usanza bagnarsi con acqua di mare rugiada ruscello sorgente o acqua di San Giovanni profumata con petali corolle foglie ed essenze di stagione.

Solideum giroscopio avvolta stella acceleratore karmico di terzo livello, propulsore psichico in contrada lunaria bioregione di seminaria. 

Notte di San Giovanni: theatrum mundi, motore di vita incentrato sul corpo che si muove nella danza del movimento e nella percezione di suoni e colori nelle meraviglie dello spazio. 

Mettiamo radici dove c’è musica nel silenzio di viaggiatori solitari inconsueti su rotte percorse e non percorse, anime a volte stanche spesso perplesse, vivide e creative, questo è il nostro silenzio, molti dubbi nessuna certezza se non la bellezza effimera e fugace. 

Il corpo ruota nella mistica del tempo. Teatro dell’anima proporzione divina: 140 modi di abbracciarsi: corpo uguale energia.

Ferdinando Renzetti



L'Aja. Se un tribunale internazionale è di parte...



Nei giorni scorsi il Tribunale dell’Aja ha confermato la condanna all’ergastolo per crimini di guerra e genocidio del generale Mladic, già capo delle milizie bosniache di etnia serba e fede cristiano-ortodossa durante la guerra civile in Bosnia degli anni ’90. Nessuno vuole affermare che Mladic fosse un santo. Era certamente un militare duro e determinato. Tuttavia, non si può nemmeno negare che il Tribunale dell’Aja sia stato un tribunale di parte, costituito tutto da giudici provenienti da paesi facenti parte della NATO e da altri paesi occidentali, istituito essenzialmente per screditare e punire la parte serba, al termine di una guerra civile feroce, in cui certamente sono stati compiuti crimini ed eccidi da tutte le parti.

Ricordiamo che la guerra iniziò quando il capo del principale partito musulmano della Bosnia, Izetbegovic, già autore del libro “la mia battaglia”, in cui esponeva il suo sogno di creare uno stato musulmano in Bosnia, dichiarò la secessione unilaterale dalla Jugoslavia. I cristiano-ortodossi di etnia serba (che rappresentavano il 37% della popolazione) ed i Bosniaci cattolici di etnia croata (17% della popolazione) non erano d’accordo di finire in uno stato dominato da leggi islamiche e da una popolazione musulmana (circa il 46% del totale, e quindi nemmeno la metà della popolazione). Ne seguì una guerra civile di tutti contro tutti.

La regola ufficiale fondamentale del tribunale speciale dell’Aja era quella secondo cui le testimonianze di presunte vittime erano da considerarsi prove a tutti gli effetti anche se in assenza di chiari riscontri. Lo scopo era quello di avvalorare, senza particolari indagini approfondite e neutrali, tutte le voci di presunti massacri di Musulmani che erano servite a giustificare gli interventi armati della NATO: il primo intervento fu quello del 1995 in Bosnia, cui seguì il successivo intervento del 1998-99 contro ciò che rimaneva della Federazione Jugoslava (cosiddetta guerra del Kosovo).

Come esempio di funzionamento di questo tribunale possiamo ricordare alcuni episodi: un gruppo di avvocati presentò al tribunale una denuncia per crimini di guerra contro la NATO per il deliberato bombardamento di un obiettivo civile come l’edificio della TV jugoslava in cui furono deliberatamente uccisi una ventina di giornalisti e tecnici. L’attacco deliberato contro un obiettivo civile è considerato crimine di guerra, ma il tribunale in quel caso se la cavò dichiarandosi “non competente”. Il tribunale fu anche costretto ad affrontare il caso del generale musulmano Oric, comandante delle milizie bosniache-musulmane di Srebrenica. Le milizie musulmane della Bosnia erano poi rinforzate da jihadisti provenienti da tutto il mondo musulmano. Vi erano testimonianze di massacri compiuti dagli uomini comandati da Oric nei confronti di civili serbi nei villaggi vicino Srebrenica (sarebbe attestata l’uccisione di circa 3500 civili). Il tribunale lo riconobbe colpevole e lo condannò solo ad un anno con la condizionale, mentre il suo avversario Mladic ha ricevuto l’ergastolo. Ancora più clamoroso il caso del presidente jugoslavo Milosevic, eletto in regolari elezioni, poi defenestrato da un colpo di stato, rapito a Belgrado e portato davanti al tribunale dell’Aja nelle cui prigioni morì in circostanze poco chiare. Pochi sanno che anni dopo lo stesso tribunale ha dovuto riconoscere, quasi in segreto, la sua innocenza.

L’episodio più famoso che ha portato all’intervento della Nato in Bosnia e alla condanna di Mladic è il “massacro di Srebrenica”, ma su questo tragico episodio esistono versioni molto contrastanti rispetto a quelle sostenute dai Musulmani e dalla NATO. Queste versioni sono contenute in vari libri - come quello edito nel 2007 dalla casa editrice La città del Sole “Il dossier nascosto del genocidio di Srebrenica”, basato su documenti ufficiali ed analisi di accurate di storici statunitensi ed jugoslavi - ed uno dall’editore Zambon: “Srebrenica, come sono andate veramente le cose”, a firma di A. Dorin e Z. Jovanovic. Interessanti per chiarire il contesto dell’epoca anche il libro di J. Schindler “Guerra in Bosnia: 1992-1995: il jihad nei Balcani” e quello del noto giornalista d’inchiesta tedesco Elsasser: “Menzogne di guerra”. Più recente è il libro di Jean Marazzani Toschi: “La porta d’ingresso dell’Islam: Bosnia-Erzegovina, un paese ingovernabile”, edito da Zambon. Nei primi due di questi libri si ricorda che a un certo punto i comandanti delle milizie serbo-bosniache decisero di attaccare Srebrenica per porre fine ai massacri nei villaggi serbi vicini. Quando fu chiaro che l’attacco era imminente, i Musulmani – benché molto numerosi - non tentarono minimamente di resistere (forse per creare “l’incidente” che avrebbe permesso l’intervento della NATO?). I comandanti, tra cui Oric, fuggirono in elicottero abbandonando i soldati semplici al loro destino. I soldati semplici fuggirono verso Tuzla per cercare di raggiungere le linee musulmane. Le milizie serbo-bosniache entrarono in città senza combattere. I rapporti dell’ONU riportano che i civili non furono toccati, anche perché si erano posti sotto la protezione dell’ONU che svolse il suo compito di protezione.

I miliziani musulmani fuggitivi, sbandati e disorganizzati, cercarono di aprirsi il passo combattendo ma subendo grandi perdite (tra 1000 e 2000 uomini), mentre anche i Serbo-bosniaci ebbero 350 morti. Questo spiega la presenza di fosse comuni di non grandi dimensioni di combattenti caduti in battaglia sparse in tutto quel territorio, anche se certamente non può escludersi che gruppi isolati di prigionieri siano stati passati per le armi in modo sommario. Molti miliziani musulmani riuscirono a raggiungere le loro linee, ed infatti molti dei nomi dei presunti “dispersi” compaiono poi negli elenchi dei votanti delle successive elezioni in Bosnia. Le famose “grandi fosse comuni” con migliaia di cadaveri di cui hanno parlato i nostri mezzi di comunicazione in realtà non sono mai state trovate. Ciò è attestato dai rapporti dell’ONU, i cui ispettori si recarono nei luoghi indicati dai Musulmani senza trovare nulla. Si è detto allora che i Serbo-bosniaci le avevano spostate! Come se fosse facile e possibile spostare migliaia di cadaveri in decomposizione senza essere notati dai satelliti e dagli abitanti del luogo!

Ricordiamo che anche la successiva guerra del Kosovo fu innescata da un presunto massacro a Racak. Un medico legale finlandese scoprì poi che le presunte vittime erano militanti kosovari caduti in combattimento in varie zone diverse e poi ammassati a Racak per simulare una fucilazione di massa. Lo stesso avvenne nel caso del famoso presunto massacro di Timisoara, che servì ad innescare il colpo di stato contro Ceausescu in Romania. Si è dimostrato che si trattava di cadaveri presi a caso negli obitori della città e delle città vicine.

Insomma, senza voler dire che la verità sta sempre tutta da una parte, ritengo che abbiamo tutti il dovere morale di investigare e ragionare sulle notizie che giornalisti spesso servili e compiacenti ci propinano senza prove per giustificare attacchi militari, in Jugoslavia, come in Libia, Iraq o Siria. Bisogna usare il cervello per non farsi travolgere dai luoghi comuni e dalle “bufale” preconfezionate.

Vincenzo Brandi