La retorica dei “diritti umani” come arma di guerra ibrida



Varie volte abbiamo già parlato come la retorica dei diritti umani, alimentata anche da migliaia di ONG formalmente indipendenti ma in realtà finanziate ed organizzate da governi occidentali, sia in genere servita per giustificare guerre di aggressione, interventi armati, sanzioni che affamano interi paesi, pressioni politiche ed economiche. Jugoslavia, Iraq, Siria, Libia ne sanno qualcosa.

Ma oggi vogliamo parlare della retorica diritto-umanista nei confronti di due grandi paesi, la cui crescita politica ed economica preoccupa molto gli USA ed altri paesi occidentali, abituati da secoli ad avere una preminenza politica ed economica nei confronti del resto del mondo: la Cina e la Russia.

Certamente i governanti di questi paesi non sono dei santi (ma i governanti di quali paesi lo sarebbero?). Tuttavia la retorica sulle violazioni dei diritti umani sembra più che altro orientata a scatenare una nuova guerra fredda nei loro confronti per frenare il loro slancio politico ed economico con sanzioni e minacce militari.

Ad esempio, una delle accuse più ricorrenti contro la Cina è quella secondo cui il Governo Cinese perseguiterebbe la minoranza di stirpe turca degli Uiguri, che abitano nella regione cinese del Sinkiang nell’Asia Centrale. Basterà ricordare che nell’ambito di questa popolazione musulmana, anche a causa di azioni sobillatrici provenienti dall’esterno, si sono formati gruppi di integralisti islamici radicali (del tipo Al Qaida o Stato Islamico), che si dedicano anche ad azioni terroriste, e non solo nel territorio cinese. Infatti frange di Uiguri fuoriusciti sono presenti nel nord della Siria protetti dal Presidente turco Erdogan, dove hanno formato un cosiddetto Partito Islamico del Turkestan, che ha tormentato con azioni terroristiche la popolazione siriana, agendo come truppa mercenaria per i Turchi. La maggior parte degli Uiguri cinesi, che in precedenza erano dediti in gran parte alla pastorizia, hanno potuto usufruire della ventata di modernizzazione e sviluppo economico e sociale promosso dal governo cinese, che però giustamente reprime le attività terroristiche, fondamentaliste e destabilizzanti.

Un’altra accusa ricorrente è quella della repressione del movimento “indipendentista” di Hong Kong. Ma qui ci soccorre innanzitutto la storia. Hong Kong che aveva sempre fatto parte della Cina fu strappata dalla Gran Bretagna alle madre patria grazie alla Prima Guerra dell’Oppio del 1840. Questa ignobile guerra a sfondo colonialista scoppiò quando le autorità cinesi vietarono l’importazione dell’oppio prodotto dagli Inglesi in India, che stava rovinando la vita di molti Cinesi. Le cannoniere inglesi bombardarono la Cina costringendola alla resa, all’apertura dei porti cinesi all’importazione di oppio e di altre merci inglesi, ed alla cessione di Hong Kong. Di questi vergognosi episodi (vi fu anche anni dopo una Seconda Guerra dell’Oppio) parlarono anche Marx ed Engels nei loro articoli, in cui presero posizione a favore dei Cinesi. Solo recentemente Hong Kong si è ricongiunta alla madre patria cinese.

Negli ultimi episodi di disordini ad Hong Kong, i manifestanti sobillati dalle ONG e dai governi occidentali (e non certo pacifici vista la devastazione sistematica di edifici pubblici, stazioni della metropolitana, ecc.) esponevano bandiere inglesi ed americane inneggiando al passato periodo coloniale. Il loro capo ha dichiarato che “la Cina avrebbe bisogno di un altro paio di secoli di colonialismo”, una dichiarazione che offende i sentimenti di tutti i cinesi, memori del passato coloniale in cui la Cina era schiacciata sotto il tallone dell’imperialismo occidentale e giapponese.

Passando alla Russia, anche qui gli Occidentali – per alimentare la guerra fredda ed attuare sanzioni - hanno tentato di esaltare la figura di un piccolo ex-criminale, Navalny, spacciato come “grande oppositore” di Putin. In realtà Navalny, che in passato era stato condannato per truffa ai danni di una società francese, si è poi riciclato fondando un piccolo partito razzista e xenofobo di estrema destra. Si ricordano alcune sue dichiarazioni in cui i membri delle minoranze etniche della Russia (Ceceni, Tatari, Baschiri, Gabardini, Calmucchi, ecc.) vengono definiti “scarafaggi” da schiacciare. Persino Amnesty International, organizzazione sempre ostile alla Russia, e finanziata dal Governo statunitense, è stata costretta a condannare le dichiarazioni di Navalny. Il personaggio si è però rilanciato facendo il martire con la storia, che presenta in realtà aspetti grotteschi, di un presunto avvelenamento. Pensate veramente che i Russi, se lo avessero realmente avvelenato (ma con scarsa efficacia visto che è rimasto vivo!) lo avrebbero poi mandato a curarsi in Germania dove potevano essere fatte analisi che li avrebbero incriminati? E come mai i Tedeschi si sono rifiutati di fornire al governo russo i risultati delle analisi effettuate su Navalny?

Purtroppo l’opera di denigrazione, alimentata anche da torme di giornalisti compiacenti, continua, alimentando una nuova guerra fredda che pone seri problemi al mantenimento della pace mondiale.

Vincenzo Brandi



Tra religione e psicologia



Una nuova ricerca rileva che le persone religiose, quando af­frontano le crisi della vita, si affidano a strategie di regolazione delle emozioni che sono utilizzate anche dagli psicologi. Cercano cioè dei modi alternativi e tendenzialmente positivi di pensare alle difficoltà, una pratica nota agli psicologi come “rivalutazione cognitiva”. Tendono anche ad avere fiducia nelle proprie capacità di far fronte alle difficoltà, un tratto definito in psicologia “autoefficacia nell’adattamento”. 

Studi precedenti hanno dimostrato che entrambi questi tratti riducono i sintomi dell’ansia e della depressione.

Le nuove scoperte sono riportate sul Journal of Religion and Health.

 

“Pare che le persone religiose facciano uso di alcuni degli strumenti che gli psicologi hanno sistematicamente identificato come efficaci nell’aumentare il benessere e nel proteggere dall’angoscia”, ha detto Florin Dolcos, professore di psicologia presso il Beckman Institute for Advanced Science and Technology presso l’Università dell’Illinois, che ha condotto lo studio insieme alla professoressa di psicologia Sanda Dolcos e alla ricercatrice Kelly Hohl. 

“Questo suggerisce che scienza e religione sono sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta di far fronte alle difficoltà”, ha detto.

La ricerca è stata in parte stimolata da studi precedenti che dimostrano che le persone religiose tendono a utilizzare una strategia di adattamento (o coping) che assomiglia molto alla rivalutazione cognitiva.

“Ad esempio, quando qualcuno muo­re, una persona religiosa potrebbe dire: ‘Oh, adesso è con Dio’, mentre una persona non religiosa direbbe: ‘Be’, almeno non soffre più’”, ha detto Florin Dolcos. In entrambi i casi, l’individuo trova conforto nell’inquadrare la situazione in una luce più positiva.

Per determinare se le persone religiose si affidano e traggono beneficio dalla rivalutazione in quanto strategia di regolazione delle emozioni, i ricercatori hanno reclutato 203 partecipanti senza diagnosi cliniche di depressione o ansia. 57 partecipanti hanno anche risposto a domande sul loro livello di religiosità o spiritualità.

I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di scegliere tra una serie di opzioni che descrivessero i loro atteggiamenti e le loro pratiche.

“Abbiamo chiesto di descrivere come reagiscono di fronte alle difficoltà. 

[…] Abbiamo chiesto se cercano di trovare conforto nelle loro convinzioni religiose o spirituali”, ha detto Hohl. “E quanto spesso rivalutano le situazioni negative per trovare un modo più positivo di inquadrarle o se invece reprimono le loro emozioni”.

I ricercatori hanno anche valutato la fiducia dei partecipanti nella loro capacità di far fronte alle difficoltà e hanno posto loro delle domande mirate a misurare i loro sintomi di depressione e ansia.

Hohl ha affermato di aver cercato correlazioni tra strategie di coping, atteggiamenti e pratiche religiose, o non religiose, e i livelli di ansia e depressione. Ha anche condotto un’analisi intermedia per determinare quali pratiche li influenzino in modo specifico.

“Se osserviamo soltanto la relazione tra coping religioso e diminuzione dell’ansia, non sappiamo esattamente quale strategia in particolare stia facilitando questo risultato positivo”, ha detto Sanda Dolcos. “L’analisi intermedia ci aiuta a determinare ad esempio se le persone religiose usano effettivamente la rivalutazione per ridurre l’ansia”.

L’analisi rivela anche se la fiducia di un individuo nella propria capacità di gestire le crisi – un altro fattore che secondo alcuni studi psicologici è associato a depressione e ansia minori – “facilita il ruolo di protezione del coping religioso contro questi sintomi di disagio emotivo”, ha detto Sanda Dolcos. “Abbiamo scoperto che se le persone usano il coping religioso, hanno anche una diminuzione dell’ansia o dei sintomi depressivi”. 

 


(Notizie tratte da neurosciencenews.com)

Evoluzione, per tentativi ed errori...

 


Secondo il codice evolutivo, che nulla ha a che vedere con quello di procedura penale e senza mancare di riguardo nei confronti del dolore delle persone coinvolte, c’è un Mottarone utile forse a tutti.


L’indice o l’accusa

Giornalisti, specialisti, esperti non hanno detto nulla in merito. Passato il lungo fatto di cronaca, dai media, nessuno (?) spunto che prendesse in esame la natura e il comportamento di noi tutti. Solo qualche fuggevole accenno relativo all’avidità, alla superficialità, all’improvvisazione. Cronaca, sdegno, demonizzazione e presa di distanza hanno comprensibilmente preso la scena di quei giorni.

Tutto legittimo. Ma anche bastante a mantenere inalterato l’humus necessario affinché pari eventi certamente si ripetano. E non mi riferisco al forchettone risparmiatore di denaro prima e sperperatore di vite poi. Piuttosto alla consolidata ignavia che alberga in noi, mai sufficientemente combattuta dalle consapevolezze che, quantomeno, ne ridurrebbero l’invasiva portata. Ed è su queste che vorrei portare l’attenzione.

Dopo la cabina precipitata, come in una fiera della competizione, non abbiamo perso l’occasione per superare chi è inciampato in uno dei buchi neri della sorte. (Voragini oscure che non rispettano le leggi umane per scegliere dove e come nascondersi davanti al nostro passo). Quale occasione migliore per espiare o anche solo dimenticare i nostri peccati? La curtuccera della nostra buona e giusta immagine di noi stessi si è svuotata. Con le pistole fumanti si siamo sentiti nel giusto. Ci siamo pienamente ritenuti in diritto di sparare sul sacro – nessuno sarebbe riuscito a sottrarre le vittime al loro destino – capro espiatorio. Ci siamo ritenuti in diritto di uccidere, seppur solo simbolicamente, perché circostanze culturali e occasionali ci hanno impedito il linciaggio sanguinante e truculento, dal quale, altrimenti, niente e nessuno ce lo avrebbe impedito.

Tutti noi, sull’altare di una falsa immunità dal commettere tanto orrore, ci siamo comportati da forcaioli, abbiamo pensato e agito come se mai e poi mai avremmo commesso tanto.

Il punto è se qualcuno si sia dato premura di riconoscere nella propria biografia pari comportamenti e scelte, altrettanta leggerezza e sottovalutazione del rischio? Se “nessuno di noi lo ha fatto”, ergendoci a inquisitori e boia, abbiamo dato il peggior esempio ai nostri figli, la peggiore educazione.

Ma, indicando il colpevole, non ci salveremo dall’orrore che nascondiamo a noi stessi, pronto a librarsi alla prima circostanza opportuna. Scagli la prima pietra non è solo un bel modo di dire che siamo identici davanti a equipollente contesto, ma è l’indicazione di una via evolutiva che ha come fine l’equilibrio, l’invulnerabilità, la forza, il benessere, la felicità individuale e quindi sociale.



Il pollice o la consapevolezza

Identificarsi con il mattatore che attribuisce colpa e definitiva sentenza comporta l’impossibilità di vedere l’altro in noi. Implica l’impossibilità di riconoscere il comportamento identico tra individui dominati, identificati nel proprio io. Implica l’arroganza di essere altro da altri.

È una superbia di cui non vediamo l’infernale costo: quello di mantenere noi stessi entro l’ottuso e cupo involucro dell’ego, maestro di vizi capitali in qualunque forma ci capiti di esserne devoti dipendenti.

Ma, anche in questa vicenda alpina, solidarietà ed educazione erano possibili. Anche in questa forchettonica e tragica circostanza non era improprio né offensivo osservare che, come loro, i responsabili dei fatti, facciamo noi; che ogni volta che ci capita, fosse anche per un sorpasso senza freccia, ci sentiamo dire – quando non fare – di tutto e che, di tutto diciamo all’altro per una sua infrazione, morale, legale, formale, sostanziale. Dalle strette feritoie dell’ego l’altro è sempre un nemico. E come tale, è sempre giusto dargli contro.

Nonostante il segreto che gli altri sono dei noi in altro tempo-spazio e modo, banalmente si sveli in corrispondenza dell’opportuna consapevolezza, prima di raggiungerla i nostri simili sono altro, tutt’altro da noi, che noi.

Sarebbe interessante, in quanto rivelatore, conoscere quante persone nel loro intimo si siano confrontate con l’identicità con l’altro, con il riconoscere che quanto fatto al Mottarone da alcuni uomini è identico a quanto abbiamo fatto e faremo noi in circostanze di pari valore. Non necessariamente in termini quantitativi ma certamente qualitativi. Chi di noi, consapevole di possibili eventualità sconvenienti, non si è preso qualche rischio adottando scelte che le implicavano? Nessun genitore ha mai portato in macchina il bimbo slegato? “Era solo fino lì” disse poi l’imputato per omicidio colposo. Nessuno ha mai passato un semaforo con la prima fazione di secondo del rosso? Chi ha mai impedito ai bimbi di prendere l’ascensore soli? L’elenco non solo è senza fine ma è utile ognuno lo annoti secondo esperienza e immaginazione. L’esercizio, se motivato da aneliti evolutivi, rischia di essere utile, rischia di migliorare le relazioni, la società. Rischia di realizzare tolleranza autentica, libera da manierismi moralistici e ideologici. Rischia di favorire la presa di coscienza delle identicità che sono in noi.

Consapevoli del comune comportamento tra gli uomini, insieme allo sconcerto per l’evento della funivia, avremmo anche sentito rinvenire le occasioni in cui le nostre scelte passate e future, rispettavano e rispetteranno la medesima logica: prendi il rischio tanto non capiterà proprio stavolta.

Nonostante i fatti e astraendoci da questi, non è logica ottusa. È invece creativa, della vita. Solo un certo bigottismo de gli altri sono altri, la vuole relegare tra le disdicevoli, la vuole chiamare follia e disinteresse per la vita. Si tratta di una posizione che deriva da una concezione del reale e della vita di tipo amministrativo, in costante ricerca di certezze. Ma la permanente ricerca di sicurezza, della société sécuritaire ci porta lontano dall’eros, dalla passione, dall’esplorazione, da noi, da una vita vissuta a sostituire quella ripetuta. Originale contro fotocopia. La paura ci estranea dalla capacità di stare al mondo, inteso come relazione con l’infinito, col mistero, con l’insospettato e non come un insieme di norme registrate e numerate.

La société sécuritaire è una rete a strascico che ci stringe in infrastutture umane via via più lontane dalle verità della natura, dalle nostre verità. Ci aliena da noi stessi fino a non riconoscere che gli errori dell’altro sono il modello ideale per riconoscere i nostri. Fino a sotterrare la testa piuttosto di vedere che le motivazioni che hanno condotto all’inconveniente altrui, sono identiche alle nostre per i nostri pari inconvenienti. La tendenza al regolamentarismo come religione alla quale fare appello per migliorare i comportamenti, è evolutivamente esiziale.

“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare...” Toro Seduto.

Anche stavolta, un’occasione perduta per una cultura che produca persone compiute, non più ignare di banali segreti.

Lorenzo Merloforce@victoryproject.net




Anabasi... il ritorno a casa dei Diecimila



Ai margini del mondo, in lunari altipiani arsi di polvere, fra rocce e inauditi nevai, dove i cavalli affondano fino al ventre, si consuma l’epopea remota di una colonna di opliti greci. Sono i Diecimila, avventurieri delle armi assunti in Ionia dal principe ribelle Ciro per scatenare l’attacco, nel cuore della Persia, al trono del fratello Artaserse, legittimo erede del Re Dario. La missione dei Diecimila s’era infranta sul terreno di Cunassa (settembre 401 a.C.), dove il condottiero Ciro era caduto nello scontro con la gigantesca armata imperiale di Artaserse. Da quel momento i reparti greci furono un corpo estraneo incuneato in un oceano di terre ostili. L’incubo delle aggressioni, le pene di ambienti impossibili, il senso lacerante delle fantastiche lontananze dalla patria non disarmarono i Diecimila. Neppure quando i loro capi perirono in un agguato e l’esercito rischiava di andare alla deriva, scafo senza pilota e senza timone. Come una scheggia di Grecia, spersa nei deserti asiatici, e istruita nei gesti della democrazia, l’armata discusse e liberamente elesse nuovi capi. Essi stabilirono la rotta: verso nord, al mare amico. 

L’anabasi è il racconto di questo viaggio. lo compose un cronista straordinario, l’ateniese senofonte, aggregatosi all’armata per desiderio di fortuna, per stanchezza della patria ostile, per l’insistenza di un amico. da ospite casuale senofonte, eletto stratega, divenne l’autore della marcia liberatrice. la sua prosa ordinata e severa, con l’energia degli eventi concreti, ne ha stilato un diario che è punto fermo nella storia letteraria dei greci.



Senofonte fu un uomo pubblico, la sua vita si annodò solidamente con i fatti della storia e fu vicino alle personalità decisive del suo tempo ed ebbe lo spirito del protagonista. nacque ad atene, all’inizio del conflitto con sparta o poco avanti. fu agiato, conobbe e frequentò socrate. il biografo Diogene laerzio lo cataloga tra i grandi maestri della verità. senofonte fu un curioso intelligente, con la grazia spontanea di saper tenere la penna in mano. visse epoche di gravi trasformazioni; certezze arcaiche si sfaldavano. i punti fermi della tradizione, miti, valori morali, cosmi religiosi, sbiadivano, disgregati da revisioni impazienti e spregiudicate, nel groviglio di tempi stravolti dalle guerre. la traccia dei tempi nuovi è nella varietà dei suoi temi: narrò se stesso e la sua epoca.

Durante gli anni della guerra con Sparta, sul finire del V sec ad Atene emergeva una cultura nuova. Uomini con le menti acute, i sofisti, insegnavano che non esistono verità uniche e assolute: ogni uomo ha dogmi propri, elastici, agili, come le prospettive visive, che ruotano e mutano in relazione allo spostarsi dell’occhio che osserva. conta l’individuo, lo stato è una convenzione storica, il minore dei mali. la dote umana più alta è un intelletto aperto, pronto alla ricerca, mai stanco di esplorare le angolature del mondo. senofonte udì gli uomini che diffondevano queste idee e forse fu questo l’invito: se infinite sono le facce del reale, infinite sono le forme e gli strumenti per descriverlo. su consiglio di socrate interrogò l’oracolo di delfi per avere rivelazioni illuminanti su un futuro così avventuroso e incerto, come la missione di guerra in asia. lo scrittore non chiese al dio se fosse opportuno andare: solo lo interrogò su quali riti occorreva celebrare per godere di un viaggio felice. l’ossequio alla tradizione religiosa è dunque formale: la decisione è già presa.



Anabasi, in greco significa marcia verso l’interno, il racconto di come Senofonte eletto stratega dell’armata greca, guidò i compagni in salvo attraverso l’Asia ostile a Trapezunte, citta costiera del Ponto Eusino. Il quarto libro ha il suo centro patetico nella commozione con cui l’armata scorge sulla cresta del monte teche, dopo mesi di sofferenza e agguati nemici, la distesa assolata del mare, con il famoso grido Thálassa!


Thálassa! (Θάλαττα! θάλαττα! Mare! Mare!). C’è nell anabasi il gusto narrativo dell’episodico, e un attenzione incuriosita all’esotico al diverso in senso etnografico. c’è l’eloquenza nuda dei fatti degli oggetti degli ambienti, il racconto è cristallino, sarebbe perfetto, senza un ritocco per la sceneggiatura di un film. 

Alla celebre opera di Senofonte si è ispirato Sol Yurick nella scrittura del romanzo i guerrieri della notte (1965), dal quale walter hill ha tratto il film i guerrieri della notte (The Warriors, 1979), che racconta come una piccola gang rimasta isolata e accusata di un omicidio dopo un raduno di bande cerchi, con un lungo e pericoloso viaggio, di tornare verso casa. Il cammino, tutto notturno, è segnato da scontri e inseguimenti, e la salvezza coincide con l'alba ed il raggiungimento del mare e del proprio quartiere (Coney Island, New York), così come i soldati di Senofonte raggiunsero Trebisonda sul Mar Nero.


Toni da commedia e da mimo hanno le scene della quotidianità lacera e affamata dei soldati umili, che s’ingegnano nel baratto con le genti locali, battono i denti nei bivacchi nevosi, si ubriacano, appena possibile di vino e di esotico miele. Il cronista registra le sofferenze degli uomini per deserti e nevai. I guadi d’innumerevoli acque, c’è sempre l’ossessione di un fiume, una palude, di un torrente da attraversare; i crinali scalati, i bivacchi febbrili e disperati, le razzie, le perdite e gli agguati. Voci e volti di armati semplici danno sapore rudi alla pagina.


L’esercito è una tavolozza di genti e di parlate: si affollano tessili spartani, peloponnesiaci, achei, arcadi, traci, isolani, un pugno di ateniesi, gruppi di greci dell’asia costiera. nei ritratti individuali e nei quadri d’insieme dell’armata spicca un tratto: l’impasto singolare di professionalità soldatesca e di disprezzo delle gerarchie, d’indisciplina, ora ironica, ora sbrigativa e violenta. il movente del semplice soldato, come dello stratego e dell’ufficiale, è uno: il denaro. 

Il racconto non lascia dubbi su questo punto: ogni volta che l’impresario condottiero vuole ottenere obbedienza può solo promettere l’aumento del soldo. non ci sono ideali di valore, sentimenti di patria, sete di gloria e avventure. eppure nella coscienza dei greci posteriori e dei moderni lettori dell’anabasi, la marcia dei Diecimila, assume lo splendore del gesto eroico, un modello di resistenza virile contro ambienti ostili. gran parte della vicenda narrata si snoda nelle terre persiane. La marcia dell’armata greca trafigge il cuore degli immensi domini del Re, estesi dall’asia egea all’indo, dal Golfo Persico alle montagne Armene e al Caspio.

Ferdinando Renzetti





Solstizio d'estate. San Giovanni, riti e tradizioni



Solstizio d'estate - Fuochi suoni visioni cosmiche cromatismi aromatici bioenergetici. Evoluzioni nello spazio profondo con leggerezza e consapevolezza.   Grande cerchio di saluto al sole del solstizio: parole poesie danze suoni gesti. Il sole fermo tre giorni, nella sua eclittica. 


All’alba del 24 giugno è usanza bagnarsi con acqua di mare rugiada ruscello sorgente o acqua di San Giovanni profumata con petali corolle foglie ed essenze di stagione.

Solideum giroscopio avvolta stella acceleratore karmico di terzo livello, propulsore psichico in contrada lunaria bioregione di seminaria. 

Notte di San Giovanni: theatrum mundi, motore di vita incentrato sul corpo che si muove nella danza del movimento e nella percezione di suoni e colori nelle meraviglie dello spazio. 

Mettiamo radici dove c’è musica nel silenzio di viaggiatori solitari inconsueti su rotte percorse e non percorse, anime a volte stanche spesso perplesse, vivide e creative, questo è il nostro silenzio, molti dubbi nessuna certezza se non la bellezza effimera e fugace. 

Il corpo ruota nella mistica del tempo. Teatro dell’anima proporzione divina: 140 modi di abbracciarsi: corpo uguale energia.

Ferdinando Renzetti



L'Aja. Se un tribunale internazionale è di parte...



Nei giorni scorsi il Tribunale dell’Aja ha confermato la condanna all’ergastolo per crimini di guerra e genocidio del generale Mladic, già capo delle milizie bosniache di etnia serba e fede cristiano-ortodossa durante la guerra civile in Bosnia degli anni ’90. Nessuno vuole affermare che Mladic fosse un santo. Era certamente un militare duro e determinato. Tuttavia, non si può nemmeno negare che il Tribunale dell’Aja sia stato un tribunale di parte, costituito tutto da giudici provenienti da paesi facenti parte della NATO e da altri paesi occidentali, istituito essenzialmente per screditare e punire la parte serba, al termine di una guerra civile feroce, in cui certamente sono stati compiuti crimini ed eccidi da tutte le parti.

Ricordiamo che la guerra iniziò quando il capo del principale partito musulmano della Bosnia, Izetbegovic, già autore del libro “la mia battaglia”, in cui esponeva il suo sogno di creare uno stato musulmano in Bosnia, dichiarò la secessione unilaterale dalla Jugoslavia. I cristiano-ortodossi di etnia serba (che rappresentavano il 37% della popolazione) ed i Bosniaci cattolici di etnia croata (17% della popolazione) non erano d’accordo di finire in uno stato dominato da leggi islamiche e da una popolazione musulmana (circa il 46% del totale, e quindi nemmeno la metà della popolazione). Ne seguì una guerra civile di tutti contro tutti.

La regola ufficiale fondamentale del tribunale speciale dell’Aja era quella secondo cui le testimonianze di presunte vittime erano da considerarsi prove a tutti gli effetti anche se in assenza di chiari riscontri. Lo scopo era quello di avvalorare, senza particolari indagini approfondite e neutrali, tutte le voci di presunti massacri di Musulmani che erano servite a giustificare gli interventi armati della NATO: il primo intervento fu quello del 1995 in Bosnia, cui seguì il successivo intervento del 1998-99 contro ciò che rimaneva della Federazione Jugoslava (cosiddetta guerra del Kosovo).

Come esempio di funzionamento di questo tribunale possiamo ricordare alcuni episodi: un gruppo di avvocati presentò al tribunale una denuncia per crimini di guerra contro la NATO per il deliberato bombardamento di un obiettivo civile come l’edificio della TV jugoslava in cui furono deliberatamente uccisi una ventina di giornalisti e tecnici. L’attacco deliberato contro un obiettivo civile è considerato crimine di guerra, ma il tribunale in quel caso se la cavò dichiarandosi “non competente”. Il tribunale fu anche costretto ad affrontare il caso del generale musulmano Oric, comandante delle milizie bosniache-musulmane di Srebrenica. Le milizie musulmane della Bosnia erano poi rinforzate da jihadisti provenienti da tutto il mondo musulmano. Vi erano testimonianze di massacri compiuti dagli uomini comandati da Oric nei confronti di civili serbi nei villaggi vicino Srebrenica (sarebbe attestata l’uccisione di circa 3500 civili). Il tribunale lo riconobbe colpevole e lo condannò solo ad un anno con la condizionale, mentre il suo avversario Mladic ha ricevuto l’ergastolo. Ancora più clamoroso il caso del presidente jugoslavo Milosevic, eletto in regolari elezioni, poi defenestrato da un colpo di stato, rapito a Belgrado e portato davanti al tribunale dell’Aja nelle cui prigioni morì in circostanze poco chiare. Pochi sanno che anni dopo lo stesso tribunale ha dovuto riconoscere, quasi in segreto, la sua innocenza.

L’episodio più famoso che ha portato all’intervento della Nato in Bosnia e alla condanna di Mladic è il “massacro di Srebrenica”, ma su questo tragico episodio esistono versioni molto contrastanti rispetto a quelle sostenute dai Musulmani e dalla NATO. Queste versioni sono contenute in vari libri - come quello edito nel 2007 dalla casa editrice La città del Sole “Il dossier nascosto del genocidio di Srebrenica”, basato su documenti ufficiali ed analisi di accurate di storici statunitensi ed jugoslavi - ed uno dall’editore Zambon: “Srebrenica, come sono andate veramente le cose”, a firma di A. Dorin e Z. Jovanovic. Interessanti per chiarire il contesto dell’epoca anche il libro di J. Schindler “Guerra in Bosnia: 1992-1995: il jihad nei Balcani” e quello del noto giornalista d’inchiesta tedesco Elsasser: “Menzogne di guerra”. Più recente è il libro di Jean Marazzani Toschi: “La porta d’ingresso dell’Islam: Bosnia-Erzegovina, un paese ingovernabile”, edito da Zambon. Nei primi due di questi libri si ricorda che a un certo punto i comandanti delle milizie serbo-bosniache decisero di attaccare Srebrenica per porre fine ai massacri nei villaggi serbi vicini. Quando fu chiaro che l’attacco era imminente, i Musulmani – benché molto numerosi - non tentarono minimamente di resistere (forse per creare “l’incidente” che avrebbe permesso l’intervento della NATO?). I comandanti, tra cui Oric, fuggirono in elicottero abbandonando i soldati semplici al loro destino. I soldati semplici fuggirono verso Tuzla per cercare di raggiungere le linee musulmane. Le milizie serbo-bosniache entrarono in città senza combattere. I rapporti dell’ONU riportano che i civili non furono toccati, anche perché si erano posti sotto la protezione dell’ONU che svolse il suo compito di protezione.

I miliziani musulmani fuggitivi, sbandati e disorganizzati, cercarono di aprirsi il passo combattendo ma subendo grandi perdite (tra 1000 e 2000 uomini), mentre anche i Serbo-bosniaci ebbero 350 morti. Questo spiega la presenza di fosse comuni di non grandi dimensioni di combattenti caduti in battaglia sparse in tutto quel territorio, anche se certamente non può escludersi che gruppi isolati di prigionieri siano stati passati per le armi in modo sommario. Molti miliziani musulmani riuscirono a raggiungere le loro linee, ed infatti molti dei nomi dei presunti “dispersi” compaiono poi negli elenchi dei votanti delle successive elezioni in Bosnia. Le famose “grandi fosse comuni” con migliaia di cadaveri di cui hanno parlato i nostri mezzi di comunicazione in realtà non sono mai state trovate. Ciò è attestato dai rapporti dell’ONU, i cui ispettori si recarono nei luoghi indicati dai Musulmani senza trovare nulla. Si è detto allora che i Serbo-bosniaci le avevano spostate! Come se fosse facile e possibile spostare migliaia di cadaveri in decomposizione senza essere notati dai satelliti e dagli abitanti del luogo!

Ricordiamo che anche la successiva guerra del Kosovo fu innescata da un presunto massacro a Racak. Un medico legale finlandese scoprì poi che le presunte vittime erano militanti kosovari caduti in combattimento in varie zone diverse e poi ammassati a Racak per simulare una fucilazione di massa. Lo stesso avvenne nel caso del famoso presunto massacro di Timisoara, che servì ad innescare il colpo di stato contro Ceausescu in Romania. Si è dimostrato che si trattava di cadaveri presi a caso negli obitori della città e delle città vicine.

Insomma, senza voler dire che la verità sta sempre tutta da una parte, ritengo che abbiamo tutti il dovere morale di investigare e ragionare sulle notizie che giornalisti spesso servili e compiacenti ci propinano senza prove per giustificare attacchi militari, in Jugoslavia, come in Libia, Iraq o Siria. Bisogna usare il cervello per non farsi travolgere dai luoghi comuni e dalle “bufale” preconfezionate.

Vincenzo Brandi




L'iniziazione del rifiuto all'iniziazione



In un monastero Zen in Cina, un maestro celebrava il giorno dell’illuminazione del suo maestro, che era morto. In Cina, un discepolo celebra il giorno dell’illuminazione del suo maestro solo se è un discepolo iniziato, altrimenti non può. 

La gente dei villaggi vicini si riunì e gli chiese: “Perché festeggi? Non abbiamo mai sentito che tu sia stato accettato, o iniziato, dal maestro. Piuttosto, al contrario, si dice che quando hai chiesto di essere iniziato lui ti abbia rifiutato: sei stato buttato fuori. Dunque, perché festeggi?”.

Il maestro rise e disse: “Perché mi ha rifiutato, ecco perché. Il suo rifiuto è stata la mia iniziazione, ma in quel momento non riuscivo a capirlo. Se mi avesse accettato, non mi sarei illuminato così presto. Mi ha respinto per profonda compassione. E il suo rifiuto è stata la mia iniziazione; rifiutandomi, mi ha accettato. Mi ha detto: ‘Non ne hai bisogno. Vattene! Il più lontano possibile da me, altrimenti mi trasformerai in una prigione’.

E quando mi ha rifiutato, mi sono sentito molto ferito. Ho portato la ferita per anni. E la ferita era così dolorosa che non ci ho mai riprovato con nessun altro maestro. Avevo troppa paura! Mi sono semplicemente immerso nella foresta e ho iniziato a sedermi da solo, perché se quest’uomo compassionevole mi aveva rifiutato, chi altri mi avrebbe accettato? Quello era l’ultimo rifugio e le sue porte si erano chiuse. Non c’era più nessun riparo per me.

Sentendomi indegno, ferito, umiliato, me ne sono andato. Non ci ho mai riprovato, non ho mai più bussato alla porta di nessun altro maestro. Ero troppo spaventato. Ma seduto in silenzio, senza fare nulla… Perché non sapevo cosa fare: il maestro mi aveva rifiutato, non mi aveva dato nessun metodo, nessuna tecnica, niente.

All’inizio mi sentivo solo, è stato triste; all’inizio ero negativo, sentivo continuamente il rifiuto. Ma, a poco a poco, seduto in silenzio, il rifiuto è scomparso, la tristezza è scomparsa, perché per quanto tempo puoi essere triste? Va, viene. A poco a poco, il senso di rifiuto è scomparso: sono diventato solo. E, a poco a poco, ho iniziato a sentire che forse il maestro mi aveva rifiutato solo per gettarmi nella mia solitudine, lì in quella foresta. Forse aveva detto che non era necessario alcun metodo – stai semplicemente seduto in silenzio – e mi aveva rifiutato, in modo che non iniziassi ad aggrapparmi a lui.

A poco a poco, la ferita non c’era più. È guarita. E ho iniziato a provare un profondo amore per il maestro. E, a poco a poco, l’amore è diventato fiducia. E un giorno, all’improvviso, ho compreso e ho riso forte, una risata di pancia, perché questo maestro era qualcosa di insolito: mi aveva iniziato attraverso il suo rifiuto! Ecco perché sto celebrando il giorno della sua illuminazione. Sono suo discepolo: mi ha iniziato attraverso il rifiuto, così sono stato iniziato. Sono suo discepolo. Mi sono illuminato grazie a lui. E sarebbe stato crudele se mi avesse accettato”.

Sottili sono i modi. E tu non puoi giudicare con i tuoi criteri rozzi. I tuoi criteri sono solo sulla superficie.

Osho



























Tratto da: Osho, Until You Die

Pensiero animalista e dottrina avventista

 




Ellen G. White, i cui scritti ricordiamo sono per gli Avventisti ‘una continua ed autorevole fonte di verità e provvedono al conforto della chiesa, alla sua guida, alla sua istruzione e alla sua correzione’, ha affermato le seguenti cose sulla carne:  ‘L’al­imentazione carnea è dannosa alla salute, e tutto ciò che agisce sul corpo ha un effetto corrispondente sulla mente e sull’anima (…) la carne si deve sostituire con cibi sani e non molto costosi (…) Come possono coloro che cercano di diventare puri, gentili e santi, per poter godere la compagnia degli angeli celesti, continuare ad usare come cibo delle cose che hanno un influsso così dannoso sull’anima e sul corpo?…’ Ed ancora: ‘Mi è stato mostrato che la carne ingerita tende a sollecitare gli istinti più bassi della natura umana.  Questo alimento priva uomini e donne dell’amore e della simpatia che dovrebbero caratterizzare i loro rapporti e permette che gli istinti più bassi dominino le facoltà più elevate dell’animo (…) 

Non vogliamo noi dare una decisa testimonianza contro il soddisfacimento di appetiti pervertiti? I ministri del Vangelo proclamano le più solenni verità che mai siano state date ai mortali. Essi vorranno forse dare il cattivo esempio di ritor­nare alle pignatte di carne dell’Egitto? (…) Quanto all’alimenta­zione carnea, noi dovremmo educare la gente a eliminarla. L’uso della carne è contraria al migliore sviluppo delle facoltà fisi­che, mentali e morali’.

Franco Libero Manco



SCHOPENHAUER, KIERKEGAARD, NIETZSCHE. Il “CONTINGENTISMO” ED IL PRAGMATISMO

 


In questo articolo accenneremo brevemente ad una serie di filosofi, e di scuole filosofiche dell’800 di stampo irrazionalista, sorte come reazione, sia all’idealismo di Hegel (che manteneva comunque un impianto razionalista derivato da influenze illuministe), sia alla fiducia assoluta nella scienza e nella tecnica dimostrata dalle correnti positiviste, da molti governi sostenitori del capitalismo, ed anche da molti scienziati e da ambienti politicamente socialisti(1)(2)(3).




Contemporaneo ed avversario dichiarato di Hegel (considerato un ciarlatano) fu il tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1860), che nell’opera più importante: “Il Mondo come Volontà e come Rappresentazione” del 1819, ripubblicata ed ampliata nel 1844, pur dichiarandosi seguace di Kant ed ammettendo l’esistenza dei fenomeni, ha poi precisato che la rappresentazione della realtà esterna sarebbe illusoria ed i concetti derivati da essa solo costruzioni sterili della mente. L’unica realtà sarebbe la “volontà infelice” dell’uomo, che prova dolore per i limiti che sono imposti alla sua stessa volontà. Solo la creazione artistica (in cui la musica ha un ruolo privilegiato) può darci delle idee. La limitazione della volontà individuale, causata dalla compassione o da idee di giustizia, ci porta alla fine a contemplare il “nulla” (fatto che però può darci pace).

Il danese Soren  Kierkegaard (1813-1855), che frequentò a Berlino le lezioni di Schelling, nelle opere “Aut, aut” e “ Timore e Tremore” del 1843, “Il Concetto dell’Angoscia” (1844), “ La Malattia mortale” (1849), si pone essenzialmente il problema dell’esistenza individuale, così come faranno gli Esistenzialisti del ‘900. L’esistenza traversa una fase “estetica” di ricerca del piacere, che però ricade nell’angoscia; una fase “etica” in cui si dà delle regole; ed infine una fase “religiosa” in cui fronteggia l’assurdo del rapporto con Dio, la trasgressione del peccato e la contemplazione – in questo caso angosciosa - del “nulla”. L’opera di  Kierkegaard ebbe larga diffusione, come quella di Schopenhauer, nella seconda metà del secolo.

Il tedesco Friedrich  Nietzsche (1844-1900), nelle sue opere: “Così parlò Zarathustra” (1883-85) ed “Al di là del Bene e del Male    ” (1886), denunciò l’abbandono da parte dell’umanità di un presunto stato primitivo di ebbrezza “dionisiaca” per abbracciare una razionalità “nichilista” di cui l’autore ritiene responsabili la filosofia di Platone ed il Cristianesimo. Bisognerebbe invece andare al di là della morale comune per liberare la propria “volontà di potenza”, utilizzando tutte le proprie potenzialità e raggiungere lo stadio di “Super-Uomo”. La filosofia di  Nietzsche – finito comunque in manicomio – ha influenzato varie correnti irrazionaliste posteriori, ed anche il pensiero di movimenti politici totalitari, come il Nazismo.

Bertrand Russell, e sostanzialmente anche Ludovico Geymonat, stroncano (giustamente, a parere di chi scrive) il pensiero di questi filosofi ritenuti irrazionalisti romantici. Nella seconda metà del secolo si deve segnalare anche il francese Émile Boutroux (1845-1921), la cui filosofia (che ebbe grande successo) fu definita “Contingentismo” in quanto egli riteneva che ogni branca del sapere fosse “contingente” (cioè irriducibile) rispetto ad altre. Essa contiene una polemica esplicita con il positivismo, lo scientismo, e la fisica meccanicistica in auge. Boutreaux si batte a favore dello spiritualismo e ritiene che la religione – basata sulla fede – sia incompatibile con la scienza, basata su verifiche sperimentali. Ritiene che la conoscenza sia un adattamento della realtà alla nostra mente mediante costruzioni “simboliche”. Su posizioni analoghe troviamo Félix Ravaisson-Mollien (1813-1900), sostenitore di uno spiritualismo religioso, e Charles Renouvier (1815-1903), secondo cui è la volontà che ci indica le verità da accettare.

Dubbi irrazionalisti sulla validità della scienza coinvolsero anche noti scienziati come il tedesco Emil Du Bois-Reymond (1818-1896) – che parlò di enigmi insolubili con i metodi della scienza – e come il francese Claude Bernard (1813-1878), che parlò della necessità di conoscenze più alte, di tipo metafisico. Già ne facemmo cenno nel numero dedicato ad Helmholtz (N. 82). Abbiamo anche ricordato (N. 80) la posizione assunta dal filosofo Spencer di valorizzazione della religione per affrontare il problema di un presunto “inconoscibile”.

Chiari aspetti irrazionalisti si trovano anche nell’ambito del “Pragmatismo” americano, corrente filosofica il cui “manifesto” è considerato lo scritto del 1878 di Charles Sanders Pierce (1839-1914): “Come rendere chiare le idee”. L’autore, che già abbiamo segnalato (N. 91) come valente filosofo logico, afferma che la verifica di un’idea è data, non dal fatto se sia vera, cioè se corrisponda alla realtà, ma dai risultati pratici a cui porta, ovvero se ci porta al successo. Per lui infatti conta solo la “razionalità dell’azione” ed il pensiero deve servire solo a realizzare azioni più efficaci. Per Pierce la verità è solo “l’opinione destinata ad essere accettata dall’ultimo di coloro che hanno investigato”.

Su una linea analoga si pose il pensiero di William James (1842-1910), medico e professore ad Harvard (come Pierce), autore dei “Principi di Psicologia” del 1890. Anche per lui è determinante, non la conoscenza (in cui non vi è differenza tra soggetto ed oggetto in un’ottica che ricorda il pensiero di Berkeley), ma l’azione. In un Universo, da considerarsi aperto ed indeterministico, dove nessuna realtà oggettiva sarebbe stabilita, siamo liberi di avere fiducia nei nostri mezzi personali e di poterci migliorare (“Migliorismo”), e dobbiamo scegliere le “credenze” più utili. Tra queste al primo posto James non pone le conoscenze scientifiche ma i postulati etico-religiosi, che sarebbero i più utili ad orientarsi correttamente nella vita.

Impostazioni analoghe, anche se più articolate, si possono trovare nel pensiero di John Dewey (1859-1952), professore all’Università del Michigan, a Chicago ed alla Columbia di New York, considerato il massimo filosofo statunitense di tendenze pragmatiste. Anche Dewey sostiene che – nell’ambito di una realtà articolata ed aperta, di cui bisogna considerare tutti i livelli, fisico, psicologico e spirituale – l’intelligenza deve servire, non tanto alla scoperta della verità, quanto alla vita pratica (“Strumentalismo”). Il pensiero ha un’origine ed un fine pragmatico. La conoscenza è data da un processo (chiamato “indagine”) di adattamento reciproco tra soggetto e fatti esterni, il cui scopo è l’autoconservazione. Anche la logica ha un fine pratico e deve servire solo a riorganizzare i fatti. Le convinzioni che ne scaturiscono sono buone solo se portano a risultati positivi (indipendentemente dal loro contenuto di verità). La morale è solo un mezzo per risolvere problemi. L’educazione è importante in quanto ci deve dare gli strumenti per affrontare la realtà della vita. Essa deve curare sia gli aspetti materiali della vita, sia quelli spirituali.

Bertrand Russell criticò duramente il pensiero del suo contemporaneo Dewey, accusato di voler manipolare i fatti – quasi preso da una volontà di potenza - invece di analizzarli razionalmente e studiarne le cause. Ne seguì una vivace polemica, in cui chi scrive prende chiaramente posizione a favore di Russell.

Vincenzo Brandi





(1) L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti ed. 1972
(2) W. Adorno e altri, “Storia della Filosofia”, Laterza 1987
(3) B. Russell, “Storia della Filosofia Occidentale”, TEA 1995, originale 1945


(*) L'articolo è tratto dal libro "Conoscenza, Scienza e Filosofia", di cui si può chiedere copia all'autore scrivendo a brandienzo1940@libero.it

Osserva te stesso, osserva il tuo essere...



Visitatore: Quale è il metodo  per ottenere il distacco?

Maharaj: Non c'è niente da ottenere. Abbandona le immaginazioni e conosciti per ciò che sei. La conoscenza di sé è distacco. Ogni desiderio è dovuto a un senso di carenza. Quando sai che non ti manca niente, che tutto ciò che esiste è te ed è tuo, il desiderio cessa.

Visitatore: Per conoscere me stesso, devo praticare la consapevolezza?

Maharaj: Non c'è niente da praticare. Per conoscere te stesso, sii te stesso. Per esserlo, smetti di immaginarti come 'questo' o 'quello'. Sii e basta. Lascia emergere la tua natura. Non disturbare la mente con la ricerca.

Visitatore: Ci vorrà molto tempo, se mi limito ad aspettare la realizzazione.

Maharaji: Cosa devi aspettare, se è già qui e ora? Devi solo osservare e guardare. Osserva te stesso, osserva il tuo essere. Tu sai di essere e ne sei contento. Abbandona ogni immaginazione, è tutto qui. Non fare affidamento sul tempo. Il tempo è morte. Chi aspetta, muore. La vita è solo nel momento presente. Non parlarmi di passato il futuro, perché esistono solo nella tua mente.

Visitatore: Anche tu morirai.

Maharaji: Io sono già morto. Nel mio caso, la morte fisica non farà differenza. Io sono l'essere senza tempo. Sono libero dal desiderio e dalla paura, perché non ricordo il passato e non immagino il futuro. Se non ci sono nomi e forme, come possono esserci desideri e paure? La mancanza di desideri porta l'assenza di tempo. Io sono sicuro perché ciò che non è non può toccare ciò che è. Tu ti senti insicuro perché immagini il pericolo. Naturalmente il tuo corpo è complesso e vulnerabile, e va protetto. Ma non è te. Se realizzi che il tuo essere è inattaccabile, sei in pace.

Nisargadatta Maharaj












P.S.  La gente teme di morire perché non sa che cos'è la morte. La morte dà libertà e potere. Per essere nel mondo, devi morire al mondo. Allora l'universo è tuo, diventa il tuo corpo, un'espressione e uno strumento. La felicità di essere assolutamente libero è indescrivibile. Il saggio è già morto, e ha visto che non c'era da aver paura...” (Nisargadatta Maharaj)