Memorie, storie e sentimenti...

Perché la storia si ripete da sempre secondo un cliché conflittuale che, nonostante le belle intenzioni pubbliche e private, non riusciamo mai a superare? È una contraddizione alla quale non potremo mai fuggire, o quei propositi hanno la possibilità di realizzarsi?


Senza alternativa

Se ad un campione di umani si chiedesse di disegnare l’albero fuori dalla finestra, a consegna ultimata constateremmo un varietà di alberi. Nonostante l’evidenza delle molteplici diversità, l’esperimento – che si può ripetere con qualunque altro oggetto – potrebbe non bastare a generare in noi nuove domande, a rivedere vecchie convinzioni. Non basterebbe a farci prendere per mano noi stessi per avviarci a rivisitare il giro del palazzo della vita, per scoprire dove e perché avevamo imboccato il bivio che ci ha condotti a certe convinzioni, alla fabbrica della storia. Cioè, dove abbiamo deciso di prendere la via per ego e cosa ci ha distratto al punto da non vedere che c’erano strade alternative.


Il grande solco

Durante il giro del palazzo scopriremmo che già allora c’erano solchi dai quali era impossibile – così dicevamo – uscire, passare ad altri. Erano i solchi dei luoghi comuni. In essi procedere era più facile, tutto era più semplice. C’era compagnia, c’era sicurezza.

Gli altri camminamenti erano semivuoti e impervi. Le persone che dicevano di saperne qualcosa, non avevano incertezze: “non ne valgono la pena”. Era una formula che si sentiva spesso. Un’altra era “buon senso”. Pareva che con il buon senso tutto andasse a posto. Ed effettivamente avevano ragione, purché il processo che lo richiedeva si svolgesse nel solco del luogo comune. A dire il vero c’erano anche altri aspetti, di maggior spessore, che imperavano in quel solco affollato. Ricordo la morale impiegata e condivisa – e che fosse sempre contraddetta, nessuno ne parlava mai – il dogma della democrazia, come sola possibile forma di comunità; quello della scienza, come sola possibile descrizione del mondo; quello del razionalismo, come il solo idoneo a discriminare le scelte; quello della tecnologia, come rappresentazione del progresso; quello dell’opulenza, come dimostrazione di ricchezza; quello del sapere e del ricordare, forse il più divertente: dicevano infatti che solo in quel modo la storia non si sarebbe ripetuta, che solo studiando avremmo eletto a virtuosa la nostra vita. L’elenco era lungo a sufficienza affinché ognuno potesse sguazzare da un luogo comune all’altro credendo però di nuotare liberamente.


Uomini di Serie B

A fianco a noi qualcuno percorreva altri solchi. Si vedeva l’impegno che ci mettevano. Noi ci chiedevamo cosa li avesse spinti a tanto. Ma era retorica. La verità era che li consideravamo dei cialtroni, dei ciarlatani, gente che non aveva capito nulla e soprattutto che non contava nulla. Erano spesso soli. Facevano gesti di richiamo che qualcuno di noi ogni tanto considerava. Ma si trattava di tentativi d’ascolto che regolarmente abortivano. Stravaganze inammissibili. In poco e con poco sforzo l’incauto soggetto veniva riportato sulla retta via della consuetudine. “Non ci vuole tanto” – gli veniva ribadito – “basta il buon senso per capire che stavi solo perdendo tempo”. Avventurarsi a considerare il richiamo di gente estranea e non di rado diversa, non era cosa compatibile con il grande solco della maggioranza.


La scoperta dell’io

Raramente si accetta di prendersi per mano per andare a ripercorrere il giro del palazzo, per scoprire se nella costruzione delle nostre convinzioni eravamo davvero noi gli autori o subivamo gli occulti solleciti delle consuetudini. Tendenzialmente accade a chi, davanti all’insolito, invece di scartarlo a favore del più rassicurante status quo, invece di giudicarlo e di identificarsi nel proprio giudizio, si chiede da dove arrivino voci tanto diverse dalla sua e da quelle che aveva sentito. Sono queste persone le più disponibili a rivedere il percorso, a riconoscere che l’io è una struttura che scambiamo per noi stessi e che genera l’altro.

A volte, questa presa di coscienza è una delle prime che si incontrano lungo le tracce alternative intorno al palazzo. All’epoca neppure viste. Non di rado, è seguita da quella che gli altri sono altri soltanto se la nostra concezione di questi è limitata al loro io.

È facile infatti parlare quando si parla degli altri. Come fossero davvero come li vediamo; come stessero realmente entro la nostra descrizione e come se noi non c’entrassimo nulla con la verità che ne estraiamo. Come non sospettassimo che non c’è alcuna realtà ferma davanti a noi, come non sapessimo che ogni realtà si genera nella relazione tra noi e qualcosa, fosse anche un pensiero; come se altre descrizioni non esistessero.

È una sorte che, in forma coatta, tocca anche al narciso. Parla di sé immaginando che gli altri parlino così di lui. Diviene intollerante quando si trova al cospetto di descrizioni differenti dalla propria. Oltre la cornice del suo specchio il mondo scompare. Narcisi lo siamo tutti.



Una questione sentimentale

Quando tutto ciò ci appare lapalissiano, i luoghi comuni svelano la loro biografia, la loro necessarietà diviene chiara, e così la loro superficialità. Il registro cambia. Gli altri diventano dei noi; fanno esattamente quello che facciamo noi; ciò che facciamo è già stato fatto da altri e altri lo faranno ancora. E come potrebbe essere diversamente? Come potremmo interrompere la frattalica generazione di noi stessi? Hanno i nostri stessi sentimenti ed emozioni, nonché esigenze psicologiche, fisiologie, biochimiche; esprimono e subiscono attrazioni e repulsioni come noi.

Non vedere che il nostro agire è dominato dai pochi sentimenti che tutti conosciamo è il necessario per edificare differenze, per generare il dualismo e con esso la storia. Che è storia di conflitti in nome del sentimento che ci muove. I sentimenti creano dunque il mondo che, per l’inconsapevolezza del solco in cui siamo, lo crediamo esterno, pronto per essere attraversato, occupato, terreno dei nostri intenti, delle nostre stragi. Dentro la penombra del solco non possiamo immaginare altri mondi. Non ci siamo accorti che l’immaginazione crea la realtà.


Magia del luogo comune

Se ci prenderemo per mano per accompagnare noi stessi a rifare il giro del palazzo, avremo modo di ricordare il maestro di scuola che ci diceva com’era il mondo, come per noi il mondo fosse proprio come diceva lui. Ricorderemo come ugualmente agirono su noi i suoi colleghi di ruolo incontrati nel nostro vivere. Lo vedremo chiaramente, e ci farà un po’ piangere e un po’ ridere. Ce lo raccontavano seriamente, non volevano prenderci in giro. E così abbiamo perpetuato a nostra volta. Abbiamo perpetuato quella poca quisquilia di verità che credevamo contenesse il mondo. Ci abbiamo campato. C’abbiamo costruito categorie e graduatorie. In sostanza, siamo arrivati a credere che la pipa fosse davvero una pipa, abbiamo scambiato la mappa per il territorio. Lo abbiamo fatto con orgoglio, sebbene tracimante di inconsapevole insolenza. Ora, nel nuovo giro del palazzo, ci è evidente. Mentre ci chiediamo come sia stato possibile arrivare a tanto, la risposta è semplice quanto potente: è la magia del luogo comune.


Capire non conta nulla

Il solco dal quale il nostro maestro declamava la verità era profondo, non c’è da biasimarlo. Come poteva vedere il mare, raccontando il mondo dal fondo della valle. Non c’è da dargli contro, per averci costretto a un ordine artificioso e povero, né da farci attraversare dal rancore o dall’ira, dal sentimento di vendetta. Perché nella consapevolezza che l’altro è un noi solo formalmente differente, è incluso il principio di reciprocità di legittimazione, di pari dignità. Ma non nell’accezione comune, quella che il grande solco di oggi ci indurrebbe a pensare. Non in senso giuridico-amministrativo, politico, etico, e neppure morale. Non si tratta di valori limitati alla dimensione intellettuale, superficiali. Con certe fattezze esistono già, sbandierate e altisonanti quanto poco incisive, per niente in grado di cambiare il mondo, come è invece scritto nei proclami che ne accompagnano la nascita e negli slogan, che li spalleggiano. Non sono in grado perché non generano da consapevolezze incarnate. Sono solo stati capiti, e capire non conta, saremmo saggi da millenni.


Noi e non altri

Per evolvere è necessario sentire la portata e ricreare il significato della reciprocità di legittimazione e della pari dignità. Ma meglio non dirlo a nessun maestro, gli potrebbe venire a mancare il solco sotto i piedi.

Non sono dunque elementi amministrativi, superficiali. Possono cambiare la storia. Sono rivoluzioni in potenza che non generano dalla massa ma da noi. Senza sangue, né violenza. Partendo da noi stessi, individualmente, possiamo esperire come dare dignità, legittimare e ascoltare istantaneamente modifichino la relazione, istantaneamente permettano un dialogo alla pari e di rivisitare noi stessi; di abbassare la lancia in resta della nascosta arroganza di quanto candidamente affermiamo. Noi e non altri possiamo modificare il modo di vivere i sentimenti. Noi e non altro possiamo modificare la storia.

Lorenzo Merlo  - xex@victoryproject.net



Dall'I Ching agli archetipi alla conoscenza di Sé



Come accennato in precedenza il calendario cinese è un calendario lunare in cui l'inizio dell'anno è sancito dal passaggio di tredici lune (si considera il passaggio delle lune nuove o nere).

Il Libro dei Mutamenti (I Ching), come tradizione orale, addirittura precede la formazione del calendario cinese: si trattava inizialmente di un sistema di conoscenza basato sulle coordinate spazio-temporali e su di un responso oracolare affermativo o negativo in cui la linea spezzata rappresentava il no e la linea intera rappresentava il si, in modo del tutto analogo al sistema divinatorio degli sciamani mongoli e tibetani (a cui è collegato) e a quello della Pizia o delle Sibille nel mondo mediterraneo.
I cicli di base del calendario cinese sono costituiti da sessanta anni.
I Cinesi erano pragmatici ed il sistema lunare si rifà alla condizione spazio-temporale sulla terra, ai cicli stagionali che riguardano tutti gli esseri viventi; i movimenti dei pianeti non vengono tenuti in gran conto perché si privilegia l'aspetto del "qui ed ora", delle condizioni presenti  in cui ci troviamo immersi.

Commentari del Libro dei Mutamenti:

I commentari sono ad opera di Lao Tze con il Taoismo e di Confucio e/o dei suoi discepoli, circa nel 600 a.c. Nell'I Ching si possono riconoscere anche alcune influenze di tipo buddista.
Secondo la filosofia cinese gli aspetti negativi non vanno scartati ma per dare la giusta risposta è necessario tenere un atteggiamento discriminante. Questo comportamento è rappresentativo dell'evoluzione. Secondo il criterio cinese ed indiano (soprattutto nel sistema Taoista ed Advaita) è necessario vivere la propria natura liberandosi dalle sovrastrutture come le influenze culturali e sociali.
Lo Zen stesso ci esorta a perseguire l'autenticità piuttosto che la perfettibilità.
A questo proposito rammento un antico proverbio popolare: “Il meglio è nemico del Bene”.

Come leggere il Libro dei Mutamenti:

Il Libro dei Mutamenti è un libro di conoscenza e andrebbe letto come un “romanzo” in cui i personaggi sono costituiti dagli esagrammi stessi.
Lasciarsi pervadere dalle immagini evocate senza tentare un'analisi è il modo migliore per avvicinarsi ad esso; il testo va compreso sia per mezzo della razionalità che per mezzo dell'intuizione, usando cioè la mente con la sua parte sia logica che analogica ovvero Yang e Yin.
Il nostro studio ci porta ad analizzare tutti i modi espressivi della mente fino ad arrivare a comprendere che colui che osserva non è diverso da quello che è osservato (e questo viene corroborato persino dalle recenti scoperte della fisica quantistica).

Ambito di formazione del Libro dei Mutamenti:

Nel periodo iniziale della formazione del Libro dei Mutamenti vigeva ancora il matriarcato ed in esso se ne trovano delle tracce, per esempio nell'esagramma “Il Farsi Incontro” in cui vediamo la donna prendere l'iniziativa nell'avvicinarsi ad un gruppo di uomini.

Nella cultura greca assistiamo alla lotta tra Venere, rappresentante del fascino femminile, e Minerva che rappresenta l'intelligenza nelle sue qualità femminili.  Al tempo della fondazione dell'impero cinese c'era già il patriarcato che arriverà in Europa con gli Indo-Europei scalzando il matriarcato (vedi studi dell'archeologa lituana Marija Ginbutas), le cui ultime vestigia sono ravvisabili a Creta ed in Sardegna, luoghi abitati delle ultime enclavi di stampo matriarcale. Le divinità tipiche del periodo matriarcale sono le divinità ctonie (della terra e sotterranee) mentre quelle relative al periodo patriarcale sono le divinità “celesti” che “virtualizzano” il concetto stesso di divinità, per esempio il dio dei Giudei (che è poi lo stesso Arconte del Cristianesimo e dell'Islam).

Nel sistema zodiacale indiano e nel Libro dei Mutamenti il principio maschile e quello femminile sono considerati paritari salvo che per un lieve accento a favore della cultura patriarcale; come esempio portiamo il concetto, presente nel Libro dei Mutamenti, secondo il quale la Terra senza la fecondazione del Cielo non potrebbe produrre i suoi frutti. E' da notare comunque che la Devozione è la qualità principale della Terra e la Conoscenza è la qualità del Cielo. I due aspetti vanno integrati in quanto costituiscono una realtà unica.

Ricordiamo qui che il greco ed il latino sono lingue di derivazione sanscrita; parimenti la filosofia greca rappresenta un aspetto speculativo simile a quello della filosofia indiana (vedi Socrate e Plotino). Infatti i Greci sono di origine indoeuropea (tale civiltà trovò la sua affermazione più evoluta nella Valle dell'Indo e del  Sarasvati (quest'ultimo fiume ora prosciugato) e si estese fino alla Persia). Altra popolazione indoeuropea furono gli Ittiti, che invasero la Mesopotamia e zone limitrofe.

Alcune considerazioni filosofiche

Possiamo dire che la perfezione nella forma è una convenzione e come tale “perfettibile”; la perfezione per i Cinesi e gli Indiani risiede piuttosto nell'Assoluto, nella coscienza interiore, nella fase che precede ogni attributo o identificazione. Da qui il concetto di verità indefinibile ed ineffabile che può essere solo evocata e vissuta nello scioglimento del soggetto individuale nel soggetto universale.
L'esistenza è una espressione dell'Assoluto,  che non si comprende né si descrive, ma all'interno del dualismo appare in forma di conoscenza empirica di un soggetto che conosce l'oggetto.
La nostra ricerca presente è basata sulla conoscenza degli aspetti pratici di questa manifestazione duale, salvo il negarlo di tanto in tanto per ricordarci che non è la verità ultima, questo percorso non è di apprendimento per conoscere quello che intimamente siamo, Coscienza Assoluta, ma ci serve soprattutto per “disintossicarci” dalla tendenza esternalizzante e da tutto ciò che essa produce (il senso di identificazione con la forma ed il nome) perché vogliamo dare meno valore a questo aspetto specifico. In realtà analizziamo l'esterno (ovvero gli aspetti riconoscibili della mente) solo allo scopo di poterne riconoscere la non-sostanzialità.

Reincarnazione e Buddismo

La reincarnazione secondo il concetto buddista non è di tipo personale. L'incontro dello Yin con lo Yang porta alla manifestazione fisica e psichica senza che questo percorso formativo sia legato all'Esistenza di un io individuale; si tratta piuttosto di un modo espressivo della coscienza che assume una determinata sembianza ed identità sulla base delle caratteristiche psicofisiche in cui si imbatte.

In altre parole l'io individuale è solo una tendenza mentale, un pensiero, una capacità identificativa, che non ha sostanza, insomma è un riflesso che si forma nella coscienza. Perciò secondo il criterio buddista non c'è alcun io individuale che si reincarna ma solo una sequenza di pensieri e tendenze mentali che trovano espressione  in una sorta di prosieguo evolutivo.

Per questa ragione si indica la realizzazione di Sé come un “ritrovare” la vera natura originaria,  ciò che si è sempre stati,  e non il raggiungimento di un qualcosa che si ottiene ex novo, questa conoscenza di Sé e allo stesso tempo imponderabile, indefinibile ed onnicomprensiva. L'insieme di tutto ciò che è e non è. Mentre il  credere in uno stato duale (dio e anima, creatore e creatura, io e l'altro, etc.) significa fissazione su un fotogramma mentale e quindi corrisponde alla "morte" od oblio del Sé. Qui si pone l'esempio dell'esame di un organismo, non tenendo conto (in senso olistico) dell'insieme vitale, che è come il sezionare un cadavere per capirne il funzionamento. Ma la comprensione di quel che è vita può venire solo dalla diretta esperienza e non da una sterile analisi sul cadavere.

La coscienza "è", non è coscienza "di", e noi siamo quella pura ed assoluta  Coscienza.

Paolo D'Arpini



Libero di non essere libero



Sei totalmente libero di scegliere, la libertà non può avere gradi. Come potrebbe? O come potresti definire libertà qualcosa che ha gradi? 

Se sei libero solo dentro casa, ma non quando esci, allora non sei libero. Una libertà limitata non è libertà, è schiavitù con un bel nome. Libertà significa ciò che è illimitato e non può significare nient’altro. Schiavitù significa limitazione. 

Questo deve essere compreso in profondità. 

La schiavitù non può mai essere illimitata, non puoi rendere qualcuno schiavo senza limitazioni, perché la schiavitù è una cosa limitata. 

Ci sono gradi di schiavitù: puoi essere più schiavo o meno schiavo. Posso fare di te uno schiavo fino a un certo punto, posso dire: “Per quanto riguarda questo, o quello, sei libero”. Ma non ci sono gradi di libertà, la libertà è totale. 

È un fenomeno così infinito che ne abbiamo paura...

Osho - (Fonte Osho Times)




Le leggi del tubo

 


Nel tubo delle nostre certezze veniamo spinti avanti dalla nostra biografia. Come avanguardia di noi stessi lottiamo spavaldi per la verità senza avvederci dei tubi altrui. Senza dare loro la dignità che pretendiamo per la nostra.


  1. Le nostre espressioni rispettano sempre la legge del tubo. È la prima legge del tubo.

  2. La seconda legge ci obbliga alla parzialità. E quindi al conflitto. Questo è di due tipi: endogeno ed esogeno.

  3. Conflitto endogeno. Ha a che fare con la coerenza, quindi con la nostra struttura morale. Questa colpirà tanto più severamente (senso di colpa) quanto più accreditiamo noi stessi alla candidatura di persona che vive nel Giusto.

  4. Conflitto esogeno. Tende a non generarsi tra parzialità comunemente orientate e tra quelle complementari, in cui il conflitto non ha terreno per essere. In tutte le altre relazioni è ordinario.

  5. Tanto per C e D, come in tutte le circostanze, le ragioni del conflitto vengono meno in occasione della presa di coscienza dell’io, della sua struttura tubolare, della sua forza vergante, del suo dominio avvolgente su di noi.

  6. La terza legge dice che nel tubo constatiamo – e quindi esiste – il mondo che inconsapevolmente concepiamo come esterno a noi. La nostra virginea ma egoica concezione lo racconta a noi stessi come oggettivo, là, di fronte, pronto per essere frequentato e utilizzato.

  7. Dentro al tubo, come espressione di un esercito, siamo in testa, sospinti in avanti dall’orda della nostra biografia. È la quarta, brutale, legge del tubo.

  8. La quinta dice che in ogni istante la spinta ci impone scelte, ruoli e posizioni.

  9. Nel tubo non vediamo altro che quelli, ovvero, null’altro è visto e quindi null’altro conta. Tuttavia, non abbiamo tentennamenti nel patrocinarli di libero arbitrio, razionalità, buon senso. Ovvero dei migliori titoli suggeriti dal tubo.

  10. Scelte, ruoli e posizioni costituiscono la sensazione del presente e dei suoi obblighi; così li percepiamo e rispettiamo. Ovvero a quanto nel momento siamo in grado di coniugare tra gli elementi riconosciuti e/o disponibili nel tubo.

  11. Detti elementi soddisfano e rinforzano l’io. E corrispondono sempre alla selezione di matrice biografica del nostro criterio di avanzamento, la cui logica è mantenere in equilibrio la struttura di noi stessi, seguitare a riconoscerne il senso e quindi la verità. [Praticamente un antidepressivo, fatto salvo che a sua volta, anche per la depressione, di tubo si tratta]. I dati sbilancianti vengono scartati, quelli complementari o di pari orientamento vengono accettati e integrati. La biografia resta così sui binari dentro il suo autoreferenziale tubo.

  12. La sesta legge non fa sconti. Per quanto la dinamica del tubo sia gioco comune agli uomini tutti, ognuno rifiuta – dov’è finito il buon senso e la razionalità non si sa; cioè si sa: è finita nella garrota dell’interesse personale – di riconoscere le verità delle altre biografie. Proprio quelle dalle quali estrarrebbe filoni di conoscenza.

  13. Se la sesta non fa sconti, la settima le sta davanti. Più la nostra determinazione è alta, più il tubo si fa stretto.

  14. Il tubo può stringersi fino a permetterci di considerare un solo aspetto tra gli infiniti.

  15. È il caso delle emozioni quali causa della perdita del controllo. Sono vortici acceleratori di definitiva affermazione di cecità e sordità. Sono anche la punta di diamante dell’ego e del suo tubo, impediscono di riconoscere il mondo in forma differente da quella che ci fanno vivere. Lo cancellano proprio. In caso di dominio dell’emozione la nostra forza distruttrice è massima. Come pure la distanza dal nostro centro creativo e di benessere.

  16. L’ottava imprime una svolta, allude ad una liberazione. Non è come dirlo, ma resta un’evoluzione disponibile a tutti*. Vedere il tubo e la vita al suo interno, quella che ognuno di noi esprime, rappresenta ed afferma, permette di emanciparsi dal suo ristretto campo e forte vincolo. Il destino ritorna a noi. [*Si tratta di un tutti potenziale. Anche in questo caso le eccezioni confermano la regola. Si tratta di coloro che per modestia spirituale, per ideologia, nonché per timore di rivisitare se stessi, seguitano a sostenere il proprio io, fornendo risibili – non per loro – ragioni autoreferenziali].

  17. Progressivamente le zone in ombra di noi stessi prendono luce e dichiarano come, quanto e quando agivano su di noi a nostra insaputa, imponendoci obblighi che assolvevamo, senza percepirne il diversivo che erano nei confronti della vita piena, della vita nostra.

  18. Contemporaneamente, al diffondersi del chiarore si rivela l’inconsistenza del tubo. È il disvelamento della sua autoreferenzialità, che fino ad allora ci aveva imposto come vera la realtà che preferiva mostrarci. Quello che ordinariamente impiegavamo come arma, spranga o bacchetta. Per delucidazioni, osservare i bacchettoni, i maestrini, gli esperti.

  19. Bacchettoni, baroni e chi crede di essere altro dagli altri sono vividi e qualificanti esempi di cosa sia e di come si impieghi il tubo, di come si esprima, di cosa permetta, obblighi e impedisca.

  20. La nona si allinea alla precedente. Uno degli impedimenti generati dal tubo è l’ascolto. Ma non in assoluto. Non quello di carattere e scopo egoistico, d’interesse, dettato dal valore e dall’importanza personale. Bensì quello idoneo ad andare oltre la propria parzialità, a riconoscere, legittimare, investire di pari dignità l’altrui. La liberazione dall’io, dal suo conosciuto, coincide con il momento in cui il tubo viene meno, lasciandoci al cospetto di un’altra realtà seppur di forma identica alla precedente. È il momento in cui le proiezioni di pregiudizi e preconcetti, ovvero di noi stessi, come cera al calore, si sciolgono liberando la realtà da noi stessi. Rivelandoci quanto e come la in-vestivamo di attributi scambiandole poi per doti sue proprie.

  21. A quel punto, il poco che vedevamo entro la condotta non è più rinchiuso, costretto dalle nostre idee e dai nostri saperi. Quel poco ritorna a far parte del tutto. Liberi dal conosciuto vediamo ora la contiguità delle cosiddette parti; riconosciamo che la realtà è nella relazione; che essa, oppostamente all’idea oggettiva, dipende da noi; che senza di noi svanisce; che non la osserviamo, che non possiamo osservarla; che ne facciamo parte; che la costituiamo.

  22. L’infinito che siamo ci riprende a sé. È la decima legge del tubo.

  23. In assenza di egocentrismo, possiamo osservare ancora più distintamente l’azione dei tubi, degli io. Di come si muovono, pensano e parlano. È la chiaroveggenza. Ed è l’undicesima legge del tubo. La chiaroveggenza non è che la visione energetica delle forze in campo, di come agiscono, di come e da chi sono dominate, di come e chi dominano. È un registro dove leggere forze e vulnerabilità nostre e altrui, in tutti i contesti. Energie di cui osserviamo tanto la forza, anche lacerante, il transito fluido o impedito, le strozzature, l’arrovellarsi in matasse, il comprimersi in cancri, quanto, quindi, la loro ambivalente dote, patologica o santa in funzione di come ci attraversano e scorrono, di come si inceppano e stridono. Nella visione energetica si constata la partecipazione o la negazione al flusso cosmico dell’energia e con essa la conseguente condizione di vita. I cui opposti sono i gradi della pena da un lato e quelli dell’armonia dall’altro.

  24. A tubo svanito vediamo anche come le tensioni d’energia ci portino alla sopraffazione dell’altro e di noi stessi, alla riduzione di creatività, alla lotta per vincere le gare di importanza personale. Quantomeno a non sfigurare, e a mentire pur di galleggiare; a vedere che solo entro il tubo avevamo creduto di trovare la ragione dei nostri comportamenti.

  25. La dodicesima è un memo. Il tubo, come l’infinito, è a sua volta immortale. Nel senso che l’eventualità del suo riapparire ci accompagna sempre. La legge infatti dice che, anche se si è conosciuto il diametro infinito e il centro di noi stessi, il tubo può ripristinarsi. Circostanze opportune fanno decadere il nostro dominio sulle energie in campo, da dominanti diveniamo dominati. Dunque, le ricadute nel dominio dell’ego sono sempre un’eventualità latente. Una qualunque nostra azione di attacco o difesa dettata dall’importanza personale ne dimostra la presenza, la ricostituzione. Evidenzia il ritorno nel dominio del tubo. Non solo, il tubo si ripristina in tutte le circostanze della vita amministrativa, nella quale, effettivamente, ogni ambito esprime una verità alla quale attenersi per frequentarlo, per dialogare. La briscola, il calcio, la democrazia ne sono campioni. Se è Picche non si può prendere con Cuori; se è Picche e tutti lo rispettano, l’ordine si afferma, la libertà è massima, l’evoluzione garantita quanto la tradizione. Ma la consapevolezza della vacuità e dell’arbitrarietà del tubo fa ora la differenza. Lo potremo utilizzare come strumento, alla bisogna. Per poi posarlo. Restando così noi stessi, restando capaci di realizzare il nostro miglior destino, il nostro miglior benessere.

  26. Tredicesima. E l’altrui. Capaci ora di gratitudine incondizionata e di atti di deliberata bellezza.

Lorenzo Merlo 



Oroscopo cinese. Entriamo nell'anno del Bufalo di Metallo - Inizia il 12 febbraio 2021 e termina il 31 gennaio 2022


Il maestro Lao Tzu che cavalca un bufalo

Il 12 febbraio 2021 entriamo nell'anno del Bufalo di Metallo (oro) che terminerà il 31  gennaio 2022. Abbiamo un anno intero per sperare che la ponderatezza e la pervicacia del Bufalo ci porti a superare le contingenze difficili in cui ci troviamo. Già possiamo intravvederlo, dal posizionamento  di questo archetipo (che segue il Topo situato nell'estremo nord - inverno)  che è collegato all'esagramma dell'I Ching  Fu (Il Ritorno), ovvero l'apparire di una prima linea chiara sotto le linee scure precedenti.  Inoltre  dobbiamo considerare l'elemento abbinato a questo anno, ovvero il Metallo, che secondo la tradizione cinese è l'Oro, puro e prezioso.


“Esagramma 24, Fu – Il Ritorno” – Archetipo del Bufalo. Il segno è caratterizzato da una linea chiara (cioè intera) alla base che sale verso l’alto spingendo le 5 linee spezzate soprastanti. Per I Ching è “La Terra Sopra il Tuono”

Esso significa radice e tronco del carattere. Il bene, la luce che compare in basso è all’inizio, quasi insignificante, ma è abbastanza forte per affermarsi durevolmente, nella sua peculiarità (come gli è congeniale), di fronte a ogni tentazione dell’ambiente. La parola “ritorno” suggerisce anche l’idea di una continua inversione di rotta dopo gli errori, nonché l’idea della conoscenza di sé e dell’autocritica occorrente per correggersi. In riferimento alla formazione del carattere si intende che il principio chiaro si dirige di nuovo verso la luce interiore voltando le spalle alla confusione dell’esteriorità.

Nel fondo dell’anima, allora, si scorge il divino (l’Uno). Questa coscienza è ancora allo stato germinale, appena un inizio, ma come tale chiaramente distinto da tutti gli oggetti esterni. Riconoscere questo Uno significa riconoscere la propria natura nella forza ascendente della vita. “Nel segno Il Ritorno si vede il senso del Cielo e della Terra”. Qui si esprime l’idea che la forza luminosa è il principio creativo del Cielo e della Terra. È un ciclo eterno, dal quale, l’esistenza scaturisce sempre di nuovo, proprio nel momento in cui può sembrare completamente sconfitta. Questo esagramma è coordinato al solstizio invernale ovvero il momento in cui la luce, dopo un continuo abbassamento,  riprende la sua crescita. La Luce in questo caso corrisponde anche alla Coscienza, la capacità di vedere le cose con  chiarezza e quindi essere in grado di rispondere alle situazioni con maggiore responsabilità (dal latino responsibility, ovvero capacità di dare risposte adeguate).

Nell’antica Cina, in questo periodo, “I mercanti non viaggiavano e il sovrano non visitava le contrade”. Il Bufalo approfitta di questo momento per riposare e ponderare con cautela la situazione, con metodicità, disciplina, senso dell’ordine (anche gerarchico), giusto tempo e giusto luogo, in modo da redigere un quadro di valori in cui le cose procedono al loro posto. Ovvio che queste caratteristiche non tengono conto dell’emozionalità. “La mia è la forza stabilizzatrice che perpetua il ciclo della vita. Io resto immobile nelle prove delle avversità, risoluto e irreprensibile. Mi sforzo di seguire l’integrità, di portare il fardello della rettitudine. Obbedisco alle leggi della Natura, spingendo con pazienza la ruota del Fato. Così io intesso il mio destino”.

Alcune caratteristiche del Bufalo: è dotato di straordinario autocontrollo e capacità di dedizione; scarseggia in senso dell’humor e immaginazione; impacciato nei sentimenti ma fedele. Si carica di lavoro, a volte è burbero e brontolone. Non ama ricevere consigli, ha un discreto senso degli interessi. Solitamente prende le cose molto sul serio, è diligente e analitico. Severo, tende al pregiudizio ed è conservatore.




Secondo la teoria dei Cinque Elementi, ogni segno dello zodiaco è associato ciclicamente a uno dei 5 elementi: Oro (Metallo), Legno, Acqua, Fuoco o Terra. Questo significa che, per esempio, un anno del Bufalo di Metallo  si verifica una volta ogni 60 anni. Infatti i nati  tra il 15 febbraio 1961 al 4 febbraio 1962 avranno quest'anno l'occasione di una vera e propria "rinascita", diciamo una seconda opportunità di crescita, partendo dall'esperienza già vissuta ed avendo ora la possibilità di emendarsi e trovare nuove soluzioni per la propria esistenza.  

Secondo l'astrologia cinese, le caratteristiche di una persona derivano dal segno zodiacale e dall'elemento associato all’anno di nascita. Il Metallo di quest'anno porterà un po' tutti noi, ma in particolare i nati dell'anno 1961, ad avere scontri di volontà con gli altri, anche con i suoi superiori che non sono d'accordo con i suoi punti di vista. La contrapposizione porterà comunque chiarezza, intensità e decisione e -se perseveranti nell'onestà e nel coraggio-  tali Bufali saranno in grado di far valere le proprie ragioni, infatti quando è necessario il Bufalo sa essere eloquente e sa ben usare le sue qualità per affermarsi nella società. Il Bufalo di Metallo non è un sentimentale ma ha un forte senso di responsabilità e sa mantenere la parola data.

Gli aspetti negativi di questo Bufalo di Metallo è che a volte tende a forzare le situazioni, può diventare addirittura fanatico.  Non risparmia fatiche per ottenere i risultati da lui desiderati. Se non ci riesce può diventare meschino e vendicativo, soprattutto se ritiene di essere stato "imbrogliato". Comunque il Bufalo è rappresentativo dell'energia femminile  "minervina" quindi non sarà aggressivo se non in risposta all'aggressività altrui. Vedasi in tal senso il comportamento classico della Dea Minerva.  Ed ognuno di noi, in parte, assorbirà le qualità "bufaline" che contraddistinguono quest'anno! 
E tu che Bufalo sei?

Buon anno del Bufalo di Metallo a tutti!

Paolo D'Arpini



Origini della fisica quantistica. L’Empirio-Criticismo e l’Energetismo...

 


Il fisico e filosofo viennese Ernst Mach (1838-1916) è stato uno dei più influenti personaggi della cultura scientifica della seconda metà dell’800. L’eco delle sue idee in materia di conoscenza e di ricerca scientifica ha percorso tutto il secolo successivo, attraverso l’opera del Circolo scientifico-filosofico di Vienna, che alle sue concezioni – in parte - si ispirò, e attraverso le impostazioni date alla Fisica Quantistica dalla corrente maggioritaria dei fisici quantistici, facente capo a Bohr, Heisenberg, Born, Pauli, Dirac, Feynman, ed alla cosiddetta “Scuola di Copenaghen”. 

Le concezioni di Mach si scontrarono con quelle più “realiste” dell’amico e collega Boltzmann, convinto dell’esistenza di un mondo materiale esterno a noi, fatto di atomi e particelle, interpretabile con analisi meccaniciste e metodi matematici probabilistici rigorosi(1)(2)(3).

La filosofia di Mach, che prese il nome di “Empirio-Criticismo”, metteva in primo piano le percezioni (considerate come entità “ontologiche”, cioè come essenze reali). La descrizione dei fenomeni percepiti prevedeva l’uso di equazioni matematiche che portassero a risultati esatti riscontrabili con esperimenti. L’analisi della realtà sottostante, e delle cause dei fenomeni, veniva considerata irrilevante, ed anzi metafisica ed “anti-economica”. Una posizione simile sarà presa anche da Bohr con il suo Principio di Complementarità (che esamineremo in un prossimo numero) ed esplicitamente anche da Dirac e Feynman. Mach riteneva che la differenza tra mondo psichico interno e realtà esterna fosse artificioso; che la conoscenza fosse basata su una serie di “elementi” a metà strada tra fisico e psichico; e che la scienza accertasse solo le variazioni delle sensazioni, scegliendo alcuni dati sensibili che si prestassero maggiormente ad essere trasformate in simboli. Di qui ne derivava il carattere essenzialmente convenzionalistico della Scienza, di cui comunque Mach non ha mai negato la validità. L’esasperato “fenomenismo” empirista di Mach faceva somigliare la sua filosofia a quella di Berkeley (N. 55) che nel ‘700 aveva supposto un mondo immateriale fatto solo di percezioni. Non può essere esclusa una certa influenza esercitata sul pensiero di Mach da parte di contemporanee filosofie “fenomenologiche” (e sostanzialmente irrazionaliste) come quelle dei contemporanei Husserl e James, anche se la filosofia di Mach si è mantenuta in realtà sempre entro un ambito razionalista e scientista.

Tra coloro che si schierarono con Mach, va ricordato il valente chimico-fisico tedesco Wilhelm Ostwald (1853-1932), premio Nobel per la Chimica nel 1909 per i suoi studi sui catalizzatori che favoriscono ed accelerano le reazioni chimiche. Egli era sostenitore della teoria detta “Energetismo” – secondo cui la realtà era costituita solo da scambi energetici - ma finì con il compromettersi con strane affermazioni secondo cui ormai il bipolarismo materia-spirito era superato. Sostenitore della teoria energetista fu anche il filosofo – anch’egli tedesco - Georg Helm (1851-1923), che al numero precedente abbiamo visto impegnato a fianco di Ostwald in un famoso dibattito a Lubecca nel 1895 in cui entrambi contestarono le tesi atomiste di Boltzmann. Anche Mach aveva aderito all’energetismo in polemica con le teorie atomiche. Sulle stesse posizioni fu il fisico francese e storico della scienza Pierre Duhem, grande critico di Galilei (cui preferiva i fisici medioevali francesi Oresme e Buridano) e sostenitore dell’Olismo (dal greco antico “olùs”, cioè “tutto”), teoria che afferma che ogni teoria è la somma di tante diverse teorie. Di lui ci interesseremo in prossimi numeri. Su posizioni simili a quelle di Mach, anche se con alcune significative differenze, fu il filosofo tedesco Richard Avenarius (1843-1896), docente a Zurigo, che utilizzò, come Mach, il concetto di “relazione funzionale” al posto di quello di “causa”, accusato di essere metafisico.

A Mach ed alla sua posizione empirista, ed al suo notevole acume, va comunque attribuito il grande merito di aver svolto una critica serrata verso i concetti di “Spazio Assoluto” e “Tempo Assoluto” attribuiti a Newton. Mach fece notare che il concetto di tempo scaturisce solo dall’osservazione di una sequenza di avvenimenti reali. Non esiste un’entità reale come il “Tempo” (come pensava Sant’Agostino che concepiva un Tempo creato da Dio). Analogamente l’idea di spazio nasce solo da una relazione tra vari oggetti diversi tra cui uno può essere preso come riferimento. Quindi, ad esempio, possiamo considerare i moti con riferimento alle stelle fisse e non rispetto ad un fantomatico spazio, o etere, immobile. Anche la gravità e le forze d’inerzia devono essere riferite non ad un’inesistente e metafisico “Spazio” o “Etere” fisso, ma al complesso di tutte le masse reali dell’Universo. Anche il concetto di “Massa”, come definito da Newton, era criticato come essenzialmente “convenzionale”, e derivabile dal principio di azione e reazione, così come sarebbero convenzionali tutte le grandezze della Fisica, sostanzialmente prive di un significato “reale”. Queste conclusioni estreme rischiano – però - di oscurare il fondamentale lavoro fatto dal meccanicismo materialista dei secoli precedenti rappresentato da Galilei e Newton. Il grande contributo di Mach nella creazione di una nuova fisica del ‘900 (in particolare la teoria della “Relatività Ristretta”) fu comunque riconosciuto dallo stesso Einstein, che pure era vicino a posizioni più “realiste”, e fu in polemica con Bohr ed Heisenberg, sotto vari aspetti vicini alle posizioni di Mach, come vedremo a proposito della Fisica Quantistica.

Mach fu anche un ottimo fisico teorico e sperimentale, interessandosi in particolare al problema degli oggetti che si spostano più velocemente delle onde sonore, superando la cosiddetta “barriera del suono”. Ancora oggi il “Numero di Mach” indica il rapporto tra la velocità di un oggetto e quella delle onde sonore

Viceversa, l’ostinata posizione di Mach e degli “energetisti” ed “empirio-criticisti” contraria al riconoscimento della teoria atomica e del carattere materiale e “particellare” della realtà fisica, mostrò i suoi limiti quando – come già abbiamo riferito a numero precedente – J.J. Thomson, Einstein e Perrin dimostrarono l’esistenza reale di atomi e particelle. Nel 1900 il grande fisico Max Planck mostrò che persino l’energia non è continua, ma è particellare, e si presenta sotto forma di quantità discrete (Quanti), che nel caso delle onde elettromagnetiche prendono il nome di “Fotoni”, come ipotizzato da Einstein nel 1905. Una parziale rivincita degli energetisti si ebbe solo quando Einstein stabilì l’equivalenza massa-energia, come vedremo quando parleremo della “Relatività ristretta”.

Negli ultimi anni di vita anche Mach dovette affrontare una serie di polemiche, oltre a quelle avute con Boltzmann. Vivaci furono le polemiche con Max Planck, divenuto sostenitore dell’atomismo e di una visione “realista” del mondo esterno, e durate fino al 1908-1910 (3). Nel 1909 fu pubblicata l’opera filosofica di Lenin: “Materialismo ed Empirio-Criticismo”, nella quale il grande rivoluzionario russo – nella sua polemica contro un gruppo di socialisti russi che aveva abbracciato le teorie di Mach ed Avenarius – difese energicamente (e – a parere di chi scrive – giustamente) le ragioni di una visione realista e materialista dell’esistente.

Vincenzo Brandi



  1. L. Geymonat, “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico”, Garzanti, 1970 e seg.

  2. RBA, “Grandi Idee della Scienza – Boltzmann”

  3. W. Adorno, “Storia della Filosofia”


Socrate secondo Nietzsche...

 


Nietzsche vede Socrate il nemico dell'istinto, del dionisiaco, colui che si oppone alla natura stessa dell'uomo greco.

Un odio così profondo, violento e programmatico da non ammettere riserva alcuna. Ma cosa può nascondere il giudizio lapidario di Nietzsche all'indirizzo di Socrate? Insiste nel chiamarlo genio della decadenza e nell'attribuirgli la responsabilità di gran parte dei mali dell'occidente, in primo luogo l'elaborazione di quella metafisica che porta alla distinzione di due mondi - l'uno sensibile e l'altro trascendente - e, quindi, alla perdita dell'originaria unità dello spirito dionisiaco. 

Lo accusa di "pessimismo", di negatività, addirittura punta il dito sulla sua bruttezza fisica, che considera - alla maniera lombrosiana - indice di una abnormità intellettuale: draconi quì est in mente, et draconi quì est in frontibus suis, letteralmente: mostro in fronte e mostro in animo. 

Tuttavia Nietzsche ha avuto con Socrate un rapporto conflittuale problematico e contraddittorio, per esempio, il filosofo tedesco afferma: "Socrate mi è così vicino, che quasi sempre sono in lotta con lui". A mio parere questa strana empatia va rintracciata in un "aspetto segreto", cioè una sorta di premeditazione della morte (Socrate volle la morte; egli in verità volle bere il veleno), e va anche messo in relazione col senso tragico, teorizzato nella "Nascita della tragedia" e nell'ottica del quale il pensatore ateniese diventa artefice di un "rovesciamento della verità cui si era vicini nel mondo", afferma Nietzsche. 

Socrate è descritto come il tipo dell'uomo teoretico, ma non con un valore auspicabile, come si potrebbe aspettare. 
L'abilità discorsiva, la vocazione alla dialettica e la tendenza al dialogo tradiscono una natura antimusicale, "una influenza nefasta sull'arte e gli istinti fondamentali dell'esistenza", dice ancora di lui Nietzsche. 

Lo accusa di uno sviluppo eccessivo della logica che ha invertito i ruoli dell'istinto e della coscienza, facendo morire la felice intuizione della "unità degli opposti", propria della sensibilità presocratica. 

"Vincitore di Dionisio", secondo Nietzsche è la grande colpa di Socrate. Socrate non si limiterebbe ad un'opera di degenerazione, perfezionata in seguito dall'allievo Platone, ma utilizzerebbe il metodo ironico per sorreggere, alla fine, un nuovo ideale etico (ed ascetico), nonché religioso. 

Sempre a mio parere, la chiave di volta per la comprensione del "caso Socrate", come lo chiama Nietzsche, risiede nella visione del Socrate prossimo alla fine, mentre si accinge ad ingerire la letale dose di cicuta, cui è costretto dal verdetto dei giudici ateniesi. Quì il filosofo testimonia di non essere soggetto alla legge della "Physis", della "natura" - cioè la realtà prima e fondamentale, principio e causa di tutte le cose -, ma che la sua anima appartiene ad un'altra natura ed è già pronta a trasferirsi in un altro luogo. Le sue frasi sono rivelatrici: "solo la morte è il "medico" che può liberarci dalla terribile malattia di vivere". In questo snodo massimo e paradossale Socrate e Nietzsche tornano a tenersi per mano: entrambi accusati di empietà. 

Educatori tacciati di essere corruttori e nichilisti; mi viene da dire, parafrasando Nietzsche: per non far trasparire un profondo attaccamento ad alcuni valori.

Giovanni Provvidenti



Amma Anasuya Devi di Jillellamudi – “La madre di tutti…”

 


Durante il periodo della crescita spirituale, a causa della mia particolare natura, sentii il bisogno di essere nutrito, curato e seguito  e ciò avvenne allorché  incontrai la più nobile, la più bella e sapiente e dolce delle madri, la mia adorata madre spirituale Anasuya Devi. L’incontro avvenne in modo periglioso ed emozionante nell'autunno del  1975,   da allora continuai  a frequentarla assiduamente per alcuni anni, stando alla sua presenza, in un continuo andirivieni fra Calcata e  Jillellamudi, sino alla sua “dipartita” che avvenne il 12 giugno del 1985.

Fino a pochi giorni prima del suo "addio alla forma" ero stato lì con lei a Jillellamudi, dove si erano svolti dei grandi festeggiamenti  per l'anniversario della sua nascita (avvenuta il 28 marzo 1923) durati parecchi giorni con performaces religiose teatrali, pujas, bandharas, musiche, darshan pubblici e  recitazione  continue di mantra, giorno e notte. Quello fu un periodo magico in cui ci sentivamo tutti  trasportati in un'altra dimensione,  immersi in un  fuori tempo,  tra centinaia e centinaia di devoti, alloggiati alla bene meglio in ripari improvvisati come ad una  riunione di una grande famiglia che si ritrova dopo tanti anni di lontananza. 

Quella celebrazione, quasi un anticipo-premonizione del suo Maha Samadhi, durò un intero mese. Quelli furono momenti veramente pieni di Grazia. Ricordo che mi trovavo a galleggiare senza nemmeno avere più la cognizione del giorno o della notte. Forse sognavo, non so… Tutte le sere con Upahar, James, Terry, Susan ed altri compagni cantavamo per ore, alcuni suonavano l’harmonium o la chitarra, io i tamburelli od i cembali. Certe notti stavamo a cantare senza accorgercene per ore… Poi improvvisamente tutto finì. Mi resi conto che qualcosa stava per succedere ma non ebbi il coraggio di assistere all’atto finale. Mi congedai da Amma e tornai in Italia. Dopo pochi giorni ricevetti un telegramma di James, un inglese residente stabilmente a Jillellamudi, in cui mi diceva che….

Con l’uscita  dal mondo fisico della mia amatissima Amma, rimasi  completamente orfano… ma no… scoprii in verità la sua  costante presenza dentro di me… Come avviene per la madre fisica, che è presente in noi come patrimonio genetico, Anasuya è presente in me come Spirito e Consapevolezza. Il sublime miracolo del suo insistere  in me è  qualcosa che non si può narrare né descrivere...  posso solo piangere di gioia  nel percepirne la costante ed amorevole presenza. In tal modo la  sua promessa è stata mantenuta e la continuità stabilita.

Ed in verità chiunque di noi potrebbe dire la stessa identica cosa, poiché noi siamo tutte forme del divino, siamo la beata Esistenza Coscienza Beatitudine e null’altro.



A più riprese cercai di mantenere una memoria della mia frequentazione con Amma,  narrando di situazioni e momenti con lei vissuti. Provai anche  a trascrivere alcune alcune sue frasi significative. Non che le parole in se stesse  siano state  importanti… ma le indicazioni  implicite, il modo in cui vennero trasmesse,   la sensazione vissuta nell’ascoltarle, la meraviglia e il riconoscimento della verità in esse manifesta, sì! 

Consentitemi di  riportare  qui  alcuni dialoghi di Anasuya Devi, su temi che molto spesso lasciano perplesse le menti dei cercatori,  toccando corde segrete del loro cuore.

Domanda: “Cosa pensi della rinascita delle anime, la catena di vite  in successione..?”

Amma: “Beh.. se pensi ci possa essere una catena di vite successive per la stessa anima, in tal caso devi ammettere che la prima esistenza di questa catena deve avere una specifica causa. Può essere solo la causa della prima vita quella che ha causato tutte le successive… Quindi di chi è la causa originaria e da dove sorge? Non voglio dire con ciò che la rinascita è impossibile dico solo che non è una cosa  da noi creata. In fondo, pensandoci bene,   colui che non crede nella rinascita vede la morte attraverso la vita, chi invece crede nella rinascita vede la vita attraverso la morte… (risate..)” 

Domanda: “Qualcuno dei tuoi discepoli è andato in paesi stranieri come missionario, come fece Vivekananda (il famoso discepolo di Ramakrishna di Calcutta)?”

Amma: “Io non ho discepoli (sishya) ho solo figli (sishu). Ciò che  essi compiono è determinato dalla stessa Shakti (Energia Divina) che porta avanti l’intera creazione. Questa Shakti fa scrivere ad uno una storia  o  fa fare altre cose ad un altro…. Una sola è la forza che  abilita ogni agente a compiere le azioni. Non esiste altro potere che quello.”

Domanda. “Perché esistono piacere e dolore e tutte le altre qualità incompatibili fra loro?”

Amma: “Giorno e notte sono ovviamente entrambi necessari. In assenza della relatività non potrebbe affatto esserci  creazione. Tutte le qualità che noi incarniamo sono già lì.. tutte derivano da quel  Potere Originario. Non potrebbero esistere in noi se non esistessero già in Quello.  Come succede per un commediografo che crea diversi personaggi dotando ognuno delle  caratteristiche necessarie .. (risate..)”

Ecco, miei fratelli di recitazione, ognuno di noi incarna quelle caratteristiche necessarie a svolgere la specifica parte che  gli è stata concessa… ma è lo stesso commediografo che recita, che dirige, che passa le luci, che assiste come pubblico, che applaude e piange e ride… 

Paolo  D’Arpini


P.S. - Ieri, 3 febbraio 2021,  ho ricevuto un bel dono dall'amico  Sergio De Prophetis di Udine, che stette a Jillelamudi per qualche tempo nel 1983, una foto che ci ritrae assieme seduti all'ingresso del cottage in cui risiedevamo.  Avevo allora 39 anni  e questa foto è la seconda testimonianza della mia permanenza a Jillelamudi, dove  mi recavo anno dopo anno dal 1975  sino al 1995, anche assieme al mio figlio Felix. Poi  il corso della mia vita cambiò e interruppi ogni viaggio, non solo in India ma in qualsiasi altro luogo e perlopiù mi limitai a restare a "casa",  prima a Calcata e poi a Treia.    


Alcune mie brevi poesie dedicate ad Anasuya Devi

 

Madre, tu sei femmina ed io son maschio

Come mai quel seme d’amore,

Che tu hai posto nel mio cuore,

Sta germogliando?

Mi hai reso fecondo

Ed io ho perso la mascolinità..

…..

Madre, volevo tradirti

Ed ho cercato un’altra.

Ma ovunque guardassi tu eri lì.

Chiunque avvicinassi tu eri quella.

Com’è  intensa la tua seduzione

che non posso più trovare chi tu non sia!

………

Madre, mi dicono infedele

Poiché ti amo in tutte le tue forme.

Come potrebbe essere altrimenti?

Ti vedo e ti riconosco, sorniona,

dietro ogni sorriso tentatore.

Eppure tu non sei quelle forme,

tu sei quella che sta dietro le forme,

ed io  ti amo..  e ti adoro 

…………..

Madre, cosa posseggo io

Che possa chiamare mio?

Il mio corpo sei tu.

La mia mente sei tu.

La mia anima sei tu.

Perché dunque ti prendi gioco di me

Illudendomi che siamo separati?




Ricerca su alcuni miei scritti su Anasuya Devi: https://www.google.com/search?q=Amma+Anasuya+Devi+di+Jillellamudi+paolo+d%27arpini&source=lmns&bih=657&biw=1366&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwivsNCv6s_uAhVGgaQKHeNkA1YQ_AUoAHoECAEQAA