Confucianesimo e Libro dei Mutamenti (I Ching)


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Esiste in Cina un libro che rappresenta sinteticamente tutto ciò che sta fra Cielo e Terra, si chiama I Ching, ovvero il Libro dei Mutamenti. Veramente questo libro è un compendio di indicazioni per la vita quotidiana, un prontuario di saggezza attiva. E, come spesso accade, esso affonda le sue radici nell’antichissima tradizione orale cinese.

Esso forse più di altri testi raffigura la filosofia di vita e la cultura della Cina partendo dal periodo matristico sino all’affermazione buddista, integrando Confucianesimo e Taoismo in una unità di pensiero e di tradizione. Trattandosi di un testo proteso a fornire consigli pratici e di comportamento nella vita quotidiana va da sé che Confucio lo ritenesse un libro altamente significativo, tant’è che a questo dedicò molte note e commenti sugli esagrammi.

Con la presa del potere da parte di Mao Tze Dong tale libro, assieme al Confucianesimo stesso, fu salvato e talvolta preso ad esempio di un "comunismo antico" tipicamente cinese. La morale confuciana, come pure quella taoista e buddista, non richiede per la sua affermazione la presenza od il concetto di un dio. La morale secondo Confucio è un metodo per stabilire il benessere sociale delle masse e per mantenere la struttura familiare. L’etica confuciana, in parte somigliante a quella di Francesco Guicciardini, è una esemplificazione ideale basata su norme atte a coagulare la società e renderla prospera, nei suoi vari livelli, mantenendo inoltre una costante sinergia d’intenti fra lo stato ed i sudditi.

Per questa ragione il Confucianesimo non è mai stato sconfessato dal comunismo maoista, anzi Mao ha forse tentato di porsi come un simbolo ininterrotto del buon governo auspicato da Confucio. Che ci sia riuscito e se il popolo lo abbia riconosciuto come tale è un altro discorso.. Sta di fatto che nel solco del pensiero confuciano si può intuire e riconoscere tutto il pragmatismo che contraddistingue anche la Cina moderna.

Se rivolgiamo l’occhio all’insegnamento di Confucio esso ci si presenta libero da ogni collegamento diretto con la divinità, essendo fondato unicamente sulla ragione e sul buon senso. Ed è per questa ragione che da oltre 25 secoli la ragione ed il buon senso sono onorati in Cina come una religione. A questo metodo concreto si son dovute adattare persino altre filosofie più metafisiche come il buddismo, che ha assunto fra le sue regole la pietà filiale ed altre simili norme. E persino le minoranze musulmane e cristiane si sono cinesizzate ad eccezione della componente cattolica romana che presume di dovere obbedienza solo ai dettami del papa di Roma… e questa è la vera causa della cosiddetta "persecuzione" nei suoi confronti, ovvero l’impossibilità da parte del governo cinese di accettare che tale religione sia estranea al contesto interno (si noti che i vescovi e cardinali cattolici vengono nominati dallo stato estero del vaticano)… ma lasciamo da parte queste diatribe che non ci interessano e torniamo al buon Confucio.


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La vita di Confucio mostra che egli ha sempre parlato da uomo ad altri uomini e mai come messaggero di una divinità che l’avesse eletto messia o profeta. Egli nacque nella città di Tsan, in Shantung, nel 551 (a.C.) allorché in occidente era da poco deceduto Solone il moralizzatore di Atene ed a Roma Servio Tullio sanciva la costituzione "Tulliana". Egli fu costretto da necessità pratiche a guadagnarsi la vita e non esitò a svolgere umili impieghi, non sentendo in sé la vocazione all’insegnamento come allora veniva praticata in modo formale. La Cina che già vantava una storia millenaria con tre solide dinastie imperiali stava allora attraversando un periodo di instabilità sociale. Perciò in Confucio predominò, oltre al senso di disciplina e di ordinamento sociale, il culto delle tradizioni familiari e della pietà. Egli si fece conseguentemente conservatore e raccoglitore delle memorie e dei testi sacri che trattavano quei temi. Ma nelle sua opera andò incontro ad avversioni e persecuzioni, come avvenne un secolo e mezzo più tardi in Europa al filosofo Platone. Solo all’età di cinquant’anni Confucio assunse una carica pubblica di un certo rilievo a Ciung-tu, ove divenne Ministro di Polizia, mentre la fama della sua saggezza e della sua eccellente amministrazione si diffondeva in altre province.

Confucio fu un riformatore severo ed energico, nel suo animo prevalevano i consigli della giustizia, perciò gli si formò contro una congiura di ignobili potenti, che talvolta attentarono anche alla sua vita e poi ottennero che egli venissi congedato dal suo incarico. I suoi ultimi anni furono tristi… sebbene gli venisse risparmiata la cicuta. Morì a settantre anni nel 479 a.C.

Dai suoi insegnamenti traspare che l’uomo fu creato per vivere secondo ragione, cioè lottando contro le forze avverse e basse dell’istinto, e vivendo in accordo con gli altri uomini, seguendo un codice di principi e doveri conformi alla nobiltà e dignità dell’essere umano. Le cinque virtù cardinali dell’uomo per Confucio sono: la bontà, l’equanimità, la convenienza (cioè il pronto adattamento al tempo e alle circostanze), la saggezza e la sincerità. Ed è soprattutto alla sincerità che egli dedicò le lodi più alte. Egli raccomandò energicamente i doveri verso i parenti, il rispetto e la cura per i più vecchi, la dedizione verso gli amici, la coscienziosità in ogni atto compiuto, l’autocontrollo e la moderazione. "Il bene supremo dell’uomo non è il piacere, né gli onori, né la ricchezza.. ma è la virtù, sorgente di ogni bontà".



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Del pensiero antimetafisico di Confucio abbiamo sicuri documenti: il Cielo e la Terra sono i genitori di tutte le creature e questa è anche la sostanza dell’I Ching, ove invece delle preghiere viene indicato il retto comportamento come "bene supremo per l’uomo". Ed al proposito dell’aldilà egli affermava: "Se non si conosce ancora la vita come si potrà conoscere la morte?". Personalmente Confucio preferiva l’attenzione rivolta ai fatti concreti dell’esistenza piuttosto che alle meditazioni trascendentali. Egli stabilì una dottrina puramente laica, come diremmo oggi, basata su principi logici, etici, estetici ed intellettivi. Egli a buona ragione può essere definito un precursore e degno rappresentante della Spiritualità Laica.

Confucio ed i suoi seguaci, ovvero la stragrande maggioranza del popolo cinese, disprezzano perciò quel che non è cogente, che non rappresenta un fondamento e non ha radici nella vita comunitaria. Lo "spirito" di Confucio è il risultato dell’analisi comportamentale, psicologica, archetipale dell’uomo. Egli soleva dire: "Io non voglio fare dell’uomo un mistico, quando ne ho fatto un perfetto onest’uomo ciò mi basta". Assai prima degli stoici greci egli insegnò l’amore per tutto il genere umano e "precorrendo" il cristianesimo disse: "Non fate agli altri ciò che non volete fatto a voi!".

Paolo D’Arpini



"Sulla percezione e sull'anima"... Un contributo alla conoscenza dell’opera di Giuseppe Calligaris


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Dagli studi anatomici sul sistema nervoso condotti dall’ing. Marco Todeschini, si evince attraverso quale modalità l’anima immateriale, per mezzo dei cinque sensi, percepisca l’universo fenomenico. Todeschini descrive appunto come i sensi, composti da recettori di varia fattura (fotocellula, martelletti, corpuscoli del derma, ecc.), siano investiti da stimoli, (luminosi, sonori, ecc.), e generino una corrente continua che circola attraverso una coppia di nervi fino a raggiungere il telencefalo.

Ogni recettore ha infatti la capacità e la funzione di trasformare in corrente, l’urto che riceve, provocato dall’accelerazione del fluido eterico che vibra, oscilla, ecc. a seconda dello stimolo.
Ogni recettore, dunque, invia un segnale elettrico sino al piano di simmetria del telencefalo, attraverso una coppia di fili (nervi), che là si interrompono, rilasciando nuovamente nell’etere la vibrazione (elettromagnetica) della corrente che in essi viaggia nei due versi. 

Nello stesso piano di simmetria, ove come è noto vi sono ghiandole non bilobate, l’epifisi (pineale) e altre, si realizza il contatto tra il corpo materiale e l’anima immateriale, per mezzo del corpo eterico, che è anch’esso immateriale e che permea, avvolge (aura) e sostiene il corpo fisico, trasferendo alla materia corporea le informazioni della coscienza individuale (anima), che altro non è che una porzione della Coscienza Universale (spirito).

L’anima, riduttivamente ed erroneamente chiamata psiche (termine che indica invece un ente materiale quale porzione del cervello), legge le informazioni dei sensi corporei nel piano celebrale di simmetria del telencefalo e rappresenta nel teatro della mente l’universo fenomenico.

Siccome i pensieri, e la stessa mente sembrano avere sede in un luogo fisico identificato con la testa, si è generato l’illusione che l’occhio interiore, o terzo occhio (l’anima insomma), risieda nel corpo, in realtà questa permea il corpo ma non ne è la sede, i pensieri, i sogni, le allucinazioni, ecc, si inscenano nella mente immateriale ma vengono percepiti come generati nella testa solo per via del corpo eterico, che è l’interfaccia tra l’anima duale e immateriale ed il corpo fisico. L’anima, che è colei che in ultima istanza percepisce, non ha dunque una sede materica finita, essa e diffusa al pari di quella Universale, e si interfaccia al corpo fisico tramite quello eterico, il sistema nervoso, ecc, fornendo attraverso la mente l’illusione di avere sede dove appaiono i pensieri.

Ma va aggiunto che l’anima per sentire non ha bisogno dei sensi e/o di un sistema nervoso, ad esempio le piante non hanno un sistema nervoso, ma sono ugualmente acutamente sensibili. L’anima quindi potenzialmente può vedere il Tutto nel quale è immersa eppure non accade, cos’è che la rende parzialmente cieca? La luce, ad esempio, non è fatta altro che di vibrazioni eteriche trasversali al pari delle onde radio e di quelle cosmiche, ma tutte queste vibrazioni sono buie, sono solo delle oscillazioni del fluido eterico, solo l’anima interpreta come luce una banda ristretta di queste onde. Se l’anima duale non ereditasse questa restrizione potrebbe vedere qualunque fenomeno dell’universo oggetto della sua attenzione. Questa restrizione è causata dal condizionamento acquisito dopo la nascita ed ereditato dalle vite precedenti, che relega la percezione dell’anima ai soli impulsi vibratori emanati dai sensi corporei lasciando al vivente una visione ridotta.

In realtà l’anima, essendo della stessa natura della Realtà, è immersa in essa e continuamente connessa ad essa, ossia al Tutto, quindi è potenzialmente capace di assistere a qualsiasi espressione fenomenica dell’universo, di fatto qualsiasi fenomeno che crea vibrazioni eteriche è individuabile dall’anima duale e rappresentabile nella mente.

Ogni corpo materiale dell’universo, essendo composto di materia vorticante e vibrante imprime all’etere oscillazioni che si diffondono al suo intorno, queste emanazioni prodotte da tutta la materia nell’universo fanno si che ogni sua parte sia investita dalle vibrazioni di un’altra e in questo modo ogni parte risulta collegata col Tutto e viceversa.

Come l’anima legge, vede e interpreta, secondo la propria esperienza conoscitiva, le vibrazioni eteriche emesse nel piano di simmetria del telencefalo dalla corrente fuoriuscente dai nervi che vi affluiscono provenienti dai recettori nervosi; così legge, vede e interpreta sempre attraverso il piano di simmetria cerebrale, tutte le vibrazioni che circolano nell’etere, vibrazioni provenienti da tutto l’universo fenomenico che là giungono attraverso la mediazione del corpo eterico.

L’anima riceve continuamente queste emanazioni, e qualora verrà indirizzata l’attenzione della coscienza individuale verso un oggetto specifico, sarà possibile figurarlo nella mente dell’osservatore. Nel caso del corpo umano queste vibrazioni provenienti da tutto lo spazio circostante si proiettano sull’epitelio del corpo fisico. Nel caso della superficie terrestre, la rappresentazione dell’universo, si ottiene attraverso linee e piani energetici che sono in collegamento con altri mondi, e così via.

L’anima è dunque l’osservatrice, mentre la mente solo il luogo ove si compone la scena. Il dott. Giuseppe Calligaris sfrutta a pieno questa dinamica già intuita dal Buddha. Ossia utilizza la visione interiore per osservare con la mente qualsiasi oggetto esterno al corpo, ma anche all’interno del corpo stesso.

Vediamo già come l’iridologo può ricostruire il riflesso del corpo umano sull’iride, mentre in riflessologia plantare il dottore utilizza il piede per curare un malanno, e poiché anche tutte le emanazioni vibratorie delle sostanze costituenti i visceri, si riflettono su di una porzione corporea, il dott. Calligaris utilizzerà la mano, rintracciando però una triplice associazione, quella tra la linea sulla mano, un corrispondente viscere ed un sentimento.
Questo vuol dire che anche solo su un mignolo si riflette l’intero universo, ovvio che però per rappresentare qualcosa di grande è meglio usare una superficie più ampia, Calligaris infatti sonderà l’intero epitelio del corpo.

Quindi riflettendosi sull’epitelio lo spazio circostante, si ha che per ogni punto, linea, placca (area circolare), banda (area rettangolare) e campo, passa una connessione con un oggetto dell’universo, questo sempre, in continuazione, per il passato, nel presente e per il probabile futuro. Come osservarlo, come separarlo dal resto per vedere solo l’oggetto di indagine? Amplificando quel percorso energetico (eterico) specifico che va dal punto preciso del derma fino al piano del telencefalo, quel punto specifico del derma sul quale si proietta la vibrazione dell’oggetto da indagare.


Per osservare l’oggetto va amplificata l’intensità della corrente eterica tra pelle e telencefalo, in modo che questa emerga tra le altre. Questo avviene per mezzo della stimolazione atta a iper sensibilizzare il derma attraverso un’azione meccanica (martelletto), termica (corpo freddo) o direttamente per mezzo di uno stimolo elettrico; infatti sappiamo che per mezzo di questi stimoli si crea nelle strutture molecolari (nel nostro caso della pelle), un disequilibrio momentaneo che va poi a ristabilirsi generando vari effetti tra cui anche una corrente, la stessa che non più attraverso i nervi dei 5 sensi, ma attraverso il corpo eterico raggiungerà il telencefalo e l’anima. Il dott. Calligaris, grazie a questa tecnica, indagherà per decenni utilizzando pazienti ignari e sensitivi, compilando una letteratura molto vasta e specialistica, dispiace che veramente pochi, soprattutto tra i suoi colleghi conoscano e apprezzino la sua opera.

Giuseppe Moscatello - pep65@tiscali.it

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Ermetismo rivisitato... - "Giordano Bruno e la Tradizione Ermetica" - Recensione


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Sull’Ermetismo se ne dicono e tante se ne son dette ed altrettante di più se ne diranno. La materia è certamente affascinante e poi, rappresentando l’Ermetismo il risultato di un coacervo di esperienze, ha finito con il dar luogo ad una molteplicità di interpretazioni. Uno dei testi che, in tal senso, ha fatto storia per la propria chiarezza ed è in grado di dare all’intero problema un’impostazione non priva di spunti, da cui far partire una più approfondita riflessione, è “Giordano Bruno e la Tradizione Ermetica”, della britannica Frances Yates. 
Nell’illustrare tutte le tematiche legate allo sviluppo ed alle fortune dell’Ermetismo nei secoli della Rinascenza, sino alle soglie della Modernità, la Yates sembra volerci silenziosamente condurre verso una riflessione sopra le righe, che abbraccia il tema della religiosità occidentale tutta e che, oggi, ancor più rispetto ai secoli passati, troverebbe una sua ragion d’essere rinforzata dalla spinosa tematica del rapporto di quest’ultima con la Modernità. Diciamo che, dall’analisi della Yates si possono identificare, all’interno dell’Ermetismo e di tutto l’ambito di pensiero esoterico che attraversa la Rinascenza, sino alle soglie della Modernità, tre filoni conduttori. 
Ma cerchiamo di procedere per ordine. Come abbiamo già avuto modo di illustrare precedentemente l’Ermetismo è frutto del contesto sincretico dell’Ellenismo. Esso è esattamente il risultato dell’incontro tra il culto ellenico di Hermes/Mercurio, divinità dal duplice aspetto di messaggero psicopompo e di portatore di salute/”salus” e sagacia e quello egizio di Toth, anch’egli portatore del ruolo di psicopompo e di divinità della scrittura, quale protettore dell’umana sagacia. 
L’Ermetismo quale forma di conoscenza sapienziale ed esoterica finirà con l’interagire, molto spesso in sinergia con l’Alchimia e l’Astrologia, fornendo a queste ultime, un ulteriore substrato teoretico. Il problema della percezione rinascimentale dell’Ermetismo è però legato alle vicende storiche che gli fanno da contorno e che vanno dalla caduta dell’antichità sino agli albori della Rinascenza. Con la caduta dell’Impero e la fine del mondo antico assistiamo all’occultamento, se non in molti casi alla scomparsa, di certe forme di sapere soppiantate dalla prepotente invadenza della nuova fede cristiana. Se l’Evo Medio, sotto questo profilo, sarà caratterizzato dalla lotta e dalla predominanza dei due massimi sistemi universali, Ecclesia ed Impero cristiani, dall’altro non potrà però dimenticare che, a dare il “la” alla sua nascita culturale, sarà proprio il dualismo di Gnosi e Manicheismo che con il proprio radicale disprezzo per la materia, rappresenteranno l’oscura tentazione ideologica di un intero periodo storico. Catari, Bogomili, Pauliciani e persino Templari saranno, in qualche modo, tutti legati a doppio filo a motivi gnostici. 
E, tanto per conferire un taglio più semplice e sintetico alla nostra esposizione, possiamo dire che l’Evo Medio fu Aristotelico e Gnostico, con qualche rara sopravvivenza di Ermetismo, rinvenibile negli scritti di Ruggero Bacone ed Ildegarda di Bingen, mentre la Rinascenza, con la sua riscoperta dell’antropocentrismo di matrice squisitamente greco-romana, è Neoplatonismo ed Ermetismo. Sono i manoscritti portati dal cardinal Bessarione, sono gli scritti di Gemisto Pletone, è l’Accademia Neoplatonica Fiorentina di Marsilio Ficino…è la riemersione di un sapere rimasto occultato nei secoli bui dell’Evo Medio, ma è anche un profondo fraintendimento storico sull’Ermetismo. Ermete Trismegisto (il tre volte grande…) è visto quale personaggio reale, vissuto negli immemorabili tempi dell’Antico Egitto, di cui sembra essere il primigenio Profeta, contemporaneo, se non addirittura precorritore di Mosè e dei Profeti biblici, con la sua pia ed occulta sapienza. 
L’Ermetismo è quindi inteso da Marsilio Ficino e dalla sua Accademia, quale precorrimento e completamento sapienziale dello stesso Cristianesimo. Quella ermetica costituirà, pertanto, una forma di magia “pia”, volta ad armonizzare l’uomo alla sfera del sovrannaturale, senza ricorrere ad alcuna magia “nera”, cioè demonica, senza cioè toccare le alte sfere dei vari spiriti angelici o demonici che dir si voglia, bensì rimanendo nell’ambito di una stretta interrelazione con le forze del “Kosmos” i cui elementi interagiscono con l’uomo nel nome di un principio di magica simpateticità. 
Guardando con quella prudenza e moderazione necessarie in un’epoca per cui, finire al rogo per eresia era un attimo, Marsilio Ficino si rifà alla teurgia egizia e alla sua capacità di dar vita a statue e simulacri divini, come anche di conferire poteri benefici ad amuleti, medaglioni e quant’altro, rappresentanti figure divine, simboli e quelle celesti costellazioni, la cui contemplazione finisce qui, in epoca rinascimentale, con il conferire piena dignità ed autorevolezza alla scienza astrologica. In Ficino è pertanto presente l’idea tutta neoplatonica di un universo visto quale ventre di un immenso animale, in cui ogni parte è legata all’altra nel nome di una legge di occulte simpatie e corrispondenze e di cui, l’Ermetismo rappresenta la “summa” teoretica ed operativa; pertanto, nel caso di Ficino e della sua Accademia, si parla di una vera e propria, innocua “magia naturalis”. Diverso, anche se rientrante nel medesimo ambito, è il caso di Pico della Mirandola e di tutta una serie di personaggi che lo seguiranno in una profusione di nomi e di varianti da cui potrebbe sembrar difficile districarsi, ma che, invece, sono accomunati da un medesimo sentire. Contrariamente a Marsilio Ficino, Pico della Mirandola non ha alcuna remora ad avventurarsi in terreni su cui il “maitre a penser” dell’Accademia Fiorentina, mai avrebbe pensato di spingersi. 
Sbaragliando paure e ritrosie, il grande studioso stabilisce connessioni operative tra l’uomo-iniziato e quelle sfere celesti, sedi elette di angeli e demoni che, tramite l’antica scienza cabalistica, possono esser evocati e piegati agli umani voleri. Pico sarà protagonista ed inauguratore di un filone di pensiero volto a sottolineare e dare rilievo alla cabalistica, in quanto scienza numerologica e simbolica “par excellence” in stretta simbiosi con l’antica numerologia pitagorica e, cosa ancor più importante, in quanto scienza esoterica promanante dalla prima delle religioni del Libro, perfettamente in linea e compatibile con il Cristianesimo; tant’è che, si potrà, in seguito, tranquillamente parlare di “cabalistica cristiana”, in ispecial modo, in riferimento ad autori come Jackob Bohme. 
Questa visione, fa dell’Ermetismo il punto d’innesto di tutti i saperi esoterici quali Alchimia ed Astrologia che, partendo da Gnosi e Neoplatonismo, non senza passare per il Pitagorismo, attraverso la stessa cabalistica ebraica, vanno a confluire e coincidere nel Cristianesimo, “summa” perfetta di tutte le fedi. Non fa, dunque, alcuna meraviglia che, un papa come Alessandro Borgia abbia, nell’apposito appartamento Borgia, all’interno del Palazzo Apostolico della Città del Vaticano, fatto tranquillamente dipingere senza alcun problema, l’enigmatico “Iside tra Ermete Trismegisto e Mosè”. Più o meno legati a questa impostazione, attraverso mille varianti e sfumature, saranno, tra le molte, figure come Cornelio Agrippa di Nettesheim, l’abate Tritemio, Comenius, Athanasius Kircher, Jackob Bohme, John Dee e Robert Fludd. In questo contesto, già di per sé problematico ed allora guardato con sospetto, se non addirittura con manifesta ostilità, il personaggio di Giordano Bruno costituisce un’eloquente eccezione. 
Ben lungi dall’essere il profeta di una qualsivoglia ideologia liberal progressista, con l’etichetta appiccicaticcia di hippy ante litteram, Giordano Bruno rappresenta un fondamentale punto di chiarimento nel mare magnum dell’Ermetismo e del pensiero esoterico (oltrechè filosofico) occidentale dell’epoca. Figlio di quell’Ordine Domenicano che tanti inquieti pensatori già aveva ed avrebbe successivamente prodotto, da Meister Eckhart sino allo stesso Tommaso Campanella, Bruno inizialmente attinge alle opere di Raimondo di Lullo, per quanto riguarda le opere sulla mnemotecnica, facendosi, però, portatore, ben presto, di una formazione di pensiero del tutto peculiare. Nel parlare di “pluralità dei mondi”, non si intende certo un’asserzione di tipo astrofisico. Bruno aveva recepito con ammirazione le elaborazioni di Keplero e Tycho Brae, rielaborandole, però, in un senso profondamente esoterico, ovvero quali emanazioni di un ordine magico e non meccanicistico, così come, invece, Keplero intendeva, in piena concordanza con lo spirito empirico che andava inaugurando la sorgente Modernità. 
La bruniana “pluralità dei mondi” va intesa, pertanto, in un senso profondamente gnostico e neoplatonico, quale immagine di un universo costituito da un’infinità di emanazioni, frutto dell’altrettanto infinita sorgente divina da cui esse provengono. Ma il vero “salto” Bruno lo fa rielaborando “more suo” l’impianto ermetico; nel creare nuovi diagrammi e simboli ma, soprattutto, nel non rifarsi alle radici ebraiche e veterotestamentarie a cui altri esponenti, invece, si erano rifatti. 
Senza pudori o timori di sorta, Bruno, invece, volge il suo sguardo direttamente a quegli antichi, a quegli Egizi la cui religiosità profondamente esoterica vorrebbe riportare in auge, assieme, naturalmente, a tutto il bagaglio sapienziale dell’Ellenismo e del mondo antico. Il grande nolano attraversa così, senza esitazioni, quel Rubicone ideologico che né Ficino, né Pico della Mirandola, né altri ermetisti avevano sino ad allora osato attraversare. Colto da un sacro “furor”, si sente investito della missione di convertire il mondo ad una nuova religiosità in grado di superare e contemperare quella cattolica, tanto bigotta quanto intransigente, proprio attraverso quel ritorno ad un paganesimo dal sapore neoplatonico, riadattato ai tempi attraverso il bagaglio sapienziale ermetico. Una sfida senza precedenti, accompagnata da una spudorata ed imprudente simpatia verso alcuni negromanti dell’Evo Medio, che, ancora imbrigliati nelle redini di una confusionaria cultura tardo-gnostica, si facevano fautori di una magia legata all’invocazione di forze naturali e demoni, senza ritrosia alcuna. 
In preda al suo “furor” mistico”, Bruno vaga in un’Europa sconvolta dal conflitto tra Cattolici e Protestanti. Parigi, Londra, Oxford, Wittemberg ed alfine, Venezia, sono le tappe di un disperato pellegrinaggio che porteranno Bruno diritto tra le grinfie dell’Inquisizione ed alla sua tragica fine. Strano a dirsi, ma Bruno al pari del suo quasi-contemporaneo Tommaso Campanella, non disprezza la dottrina cattolica, anzi. Ambedue, sotto prospettive diverse, si fanno latori di un ritorno ad una religiosità “egizia” ( che poi, a causa del disguido storico di cui abbiamo parlato in precedenza, altri non è che un modo di concepire e realizzare la “forma mentis” della religiosità ellenistica, sic!) veicolata però dal cattolicesimo, da quel medesimo cristianesimo che per ambedue rappresenta, pur sempre, la forma più compiuta e tangibile di religiosità “in terris”. 
Bruno ritorna in Italia, convinto che il papa gli avrebbe dato ascolto e lo avrebbe sostenuto nel suo sogno di riforma “ermetica”. Il sogno suo e di Tommaso Campanella è quello di una religiosità aperta al molteplice e, perciò stesso, spurgata da tutte le sue componenti dogmatiche ed intolleranti che avevano fatto dell’Europa, all’epoca, un vero e proprio campo di battaglia, creando un clima di irrespirabile intolleranza ideologica. Fatto questo, che avrebbe di lì a poco spalancato la strada alla nascita ufficiale della Massoneria ed all’inizio dell’incontrastato predominio dei ceti mercantili “urbi et orbi”. Se l’episodio della clandestina diffusione degli scritti Rosacrociani per tutta Europa, rappresenterà la premessa della nascita della vera e propria Massoneria, la vicenda di Giordano Bruno ci pone, invece, di fronte ad un’altra, più pregnante considerazione. Da Marsilio Ficino, per quanto riguardava il contesto ermetico, stava facendosi avanti, inizialmente in modo quasi sommesso, attraverso l’uso di un linguaggio carico di metafore artistiche e letterarie, l’esigenza di una religiosità “altra”, da affiancare a quella cattolico-cristiana, il cui impianto teologico, sin dalla sua prima codificazione con i Concili di Efeso e Nicea, andava mostrando tutta la propria inadeguatezza. 
Sin da allora, difatti, il cristianesimo andava palesando una natura di vera e propria religione “exoterica”, di massa, più protesa alla massiccia diffusione di messaggi schematici e semplicistici, nel nome di una visione sic et simpliciter uniformatrice della realtà, piuttosto che una più attenta riflessione sull’essenza ultima di una realtà, la cui complessità finiva giuocoforza con lo spalancare la porta a quell’idea di molteplicità, che la teologia ufficiale cercava di cacciare e mettere nell’angolo con ogni mezzo. Non per niente, delle tre fedi del Libro, il Cristianesimo e, nella fattispecie il Cattolicesimo, è l’unica di quelle a cui manca una vera e propria dottrina esoterica, parte questa, relegata nel regno del sottinteso se non, addirittura, ufficialmente e veementemente negata. Con il sorgere di modelli totalizzanti ed omologanti, che vanno dal Primigenio Monoteismo al Cristianesimo ed alla sua “Ecclesia Universalis”, arrivando all’attuale Globalismo di natura Tecno Economica, le cui radici ufficiali affondano nell’Illuminismo e nel Mercantilismo di matrice vetero testamentaria, il problema di una religione “altra” sorge spontaneo in Occidente. 
Di fronte alle prime avvisaglie di un fenomeno che tendeva a spodestare il primato del diritto pubblico sul momento religioso, in favore dell’elevazione del ceto sacerdotale cristiano ad un ruolo di preminenza sul momento politico e ad una situazione di conflitto tra le fedi politeista e cristiana, l’imperatore tardo-romano Aureliano al pari di Giuliano Imperatore, cercarono di ricorrere all’elaborazione di un “culto di mediazione”, rappresentato da quei culti solari, quale quello di Sol Invictus/ Helios Re, di Mitra e da quelli risultanti dalle elaborazioni del Neoplatonismo dei vari Plotino, Giamblico e Porfirio, che potessero, in qualche modo, rappresentare una via di contemperamento e mediazione tra le varie fedi, di cui avrebbero dovuto rappresentare il punto di incontro. 
Una necessità, mai rimasta completamente sopita, neanche nei bui secoli dell’Evo Medio, che dopo la tragica parabola della Gnosi Catara e dei Templari, dopo i Fedeli d’Amore di Dante Alighieri, nella Rinascenza e nel ritorno in auge dell’Umanesimo e degli studi classici, ritrovò linfa vitale nonché un inedito momento di spinta ed innovazione creativa. Rimane l’amara constatazione su come i tentativi di un Giordano Bruno o di un Campanella, andarono a finire. Oggi, di fronte al tentativo di omologazione planetaria da parte del Globalismo Occidentale, che del Monoteismo Vetero e Neo Testamentario, rappresenta solamente una variante in chiave prettamente economicistica, al centro della riflessione deve anche ritornare il problema religioso, quale momento-cardine per il ritorno ad un’idea etica dello Stato e della Comunità e non come espressione di una pseudo-spiritualità inerte e massificata. E di fronte all’incedere di un Globalismo alienante e livellatore che oggi sembra voler portare a compimento un processo iniziato più di duemila anni fa, ad oggi, l’unica vera e pregnante risposta sta nell’apertura al molteplice, alla multidimensionalità della sfera spirituale che, al pari di quanto facevano gli antichi, non può limitarsi ad una sola accezione, ad un solo e rassicurante (e troppo spesso, vuoto…sic!) volto dell’Essere, ma dovrà abituarsi a convivere con più e più dimensioni ed accezioni di esso. 
E pertanto, non ci si potrà più definire unicamente ed indissolubilmente cristiani o pagani o buddhisti o islamici, ma si potrà e si dovrà lasciare spalancata la porta alla dimensione dell’ “altra religiosità”, a quel doppio passaporto interiore che permetterà all’intera umanità di meglio comprendere e compenetrarsi con quell’Essere, con quella dimensione dell’Assoluto che impregna di sé l’intera realtà…Solo così il genere umano potrà salvarsi dalla catastrofe prossima ventura di un’alienazione ed un inaridimento a livello globale, che ne porterebbe a sicura conclusione l’esistenza. Ed allora dall’alba della Modernità, ecco riecheggiare in noi il messaggio di Giordano Bruno. 
Quella “Pluralità dei Mondi”, a cui furono impropriamente attribuiti significati astronomici, altro non è che un invito all’apertura alla pluralità dell’Essere, all’abbandono di logiche dogmatiche, oramai divenuti aridi canali di scolo della peggior congerie spirituale umana. Giordano Bruno, ma anche Tommaso Campanella e gli Ermetisti, attraverso il supporto di una religiosità esoterica egizio-ellenistica, che fa dell’uomo l’artefice della realtà, sembrano voler precorrere il nietzschiano superuomo/oltreuomo, sempre in bilico tra il proiettarsi nelle celesti sfere del platonico mondo delle idee, quale semidio redivivo e lo sguardo perduto e l’animo ammutolito davanti all’abissale ed incomprensibile dimensione dell’Essere….
Umberto Bianchi

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Templari e neotemplari - “I Templari, grandezza e caduta della Militia Christi”


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I Templari appartenevano all'Ordine Cavalleresco più famoso della Storia. Ordine che sarebbe più corretto definire “religioso militare”, ma ormai nell'uso linguistico comune è prevalso il riferimento all'aspetto cavalleresco, nonostante che dal punto di vista organizzativo e strutturale i cavalieri fossero solo una minoranza, essendo l'ordine composto soprattutto da fratelli laici (fratres o conversi, che si occupavano di tutte le necessità pratiche e della conduzione delle aziende agricole), sergenti (aiutanti di campo e scudieri) e cappellani sacerdoti.
E mi riferisco solo alle pubblicazioni di autori credibili, cultori autorevoli, accademici, ricercatori qualificati, come ad esempio la più recente sull'argomento, intitolata: “I Templari, grandezza e caduta della Militia Christi” Editore: Vita e Pensiero, scritto da una ventina di storici accademici, che non ho ancora avuto modo di consultare.
Premetto pertanto che non sono del tutto aggiornato, non avendo avuto il tempo ne il modo di acquisire e leggere tutto quanto sia stato pubblicato sull'argomento negli ultimi sette anni, ed i contributi credetemi sono stati tanti.
Sull'Ordine del Tempio (pauperes commilitones Christi salomonici Templi" - Poveri Compagni d'armi di Cristo e del Tempio di Salomone), meglio conosciuti con il più riduttivo “Templari” e che in seguito indicherò solo come “l'Ordine”, si è scritto, elaborato, speculato e mostrato anche troppo, una sovrapproduzione e sovraesposizione che ha quasi esasperato gli animi, anche dei più interessati ed appassionati, essendo divenuto da alcuni decenni argomento alla moda ed, in quanto tale, abusato, distorto ed adattato alle esigenze spettacolaristiche e di consumismo turistico culturale tendente ad appagare perlopiù velleità vanagloriose, emotività puerili ed istanze superficiali.

Lo scopo del presente articolo non è pertanto tecnico, cioè non miro a riferire i dati storici sull'Ordine che sono ormai reperibili ovunque, anche in rete, ma a definire i concetti e le teorie più accreditate, individuando alcune scorrettezze ed abusi e cercare di fare chiarezza sulle origini di certi fenomeni moderni di mistificazione, manipolazione e riproposizione della storia dell'Ordine, che non sempre avvengono in buona fede e per ingenuità, superficialità e sprovvedutezza, tipica di alcuni appassionati, ma a volte per opportunismo, vanità e lucro.
Quindi non ho alcuna pretesa di esaustività storiografica ma semplicemente desidero chiarire alcune circostanze, interpretazioni e convinzioni errate.
Inizio col collocare la datazione storica delle origini dell'Ordine tra il 1118-20 per iniziativa prevalente di un nobile della Champagne Ugo “de Paganis”, riportato anche “Payns” o “Payens”, che non era quindi italiano come sostenuto da alcuni recenti teorie modaiole e patriottarde che vorrebbero collocare nella nostra penisola le origini di molti personaggi ed eventi storici medievali.
Stessa incertezza la si possiede sul numero iniziale dei cavalieri al seguito di Ugo de Paganis, dai dieci ai venti, chi riporta il numero esatto o anche la data esatta di fondazione deve avere doti ESP o ha la facoltà di viaggiare nel tempo. Anche sulla denominazione, dobbiamo ricordare che sono gli storici e gli studiosi che attribuiscono le “etichette” a posteriori, un Homo di Cro-Magnon non sapeva di esserlo, così come un templare non sapeva di essere tale, almeno inizialmente, perché tra loro si chiamavano solo “pauperes milites Christi” e come tali pronunciavano i tre voti monastici di povertà, castità ed obbedienza.
Anche altre affermazioni date per certe da certa cultura modaiola approssimativa ed assertiva, andrebbero riviste con una maggiore dose di prudenza. Come il fatto che la Regola (regula) dell'Ordine l'abbia sicuramente scritta il cistercense Bernardo di Clairvaux, è un'ipotesi che non significa certezza assoluta, in quanto è assai più probabile che l'abbia semplicemente revisionata ed avallata. Mentre è certo che Bernardo abbia accettato di integrare la regula e sostenere l'Ordine scrivendo negli anni tra il 1129 ed il 1136 il trattato De laude novae militiae ad Milites Templi che lodava e legittimava l'Ordine introducendo molto abilmente il nuovo concetto di malicidio anziché omicidio, per giustificare il fatto che dei monaci fossero armati e potessero utilizzare le armi in battaglia contro gli infedeli. Questione che all'epoca destava parecchie perplessità, rimostranze ed opposizioni.
Altra asserzione che andrebbe rivista è il simbolo dell'Ordine, che è ormai convinzione popolare fosse la croce patente rossa, che lo fosse fin dalle origini e che fosse di loro esclusiva pertinenza. In realtà nessuno sa esattamente quante e quali fossero le croci utilizzate nei primi decenni dell'Ordine, che in ogni caso fu concessa loro solo con la bolla Omne datum optimum nel marzo del 1139, quasi vent'anni dopo la fondazione dell'Ordine. Probabilmente la croce dei Templari inizialmente era del tutto simile a quella di tutti i crociati, ma di color rosso vermiglio.
Sulla croce quindi non si hanno le stesse certezze che si possiedono sul beauceant obaussant, scritto anche in altri modi (potrebbe derivare dal termine provenzale balzan, cioé balzana), che era lo stendardo bipartito dei Templari, in due sezioni simmetriche, bianco sopra con croce rossa al centro e nero sotto, che potrebbe simboleggiare la divisione in due dei ranghi dell'organizzazione templare ma anche le due caratteristiche connotative dell'Ordine, monacale e guerriero.
Da rivedere con maggiore prudenza è la facile attribuzione all'Ordine del Tempio di molte strutture immobiliari, soprattutto chiese e cappelle e qualsiasi edificio che avesse pianta ottagonale o la forma in proporzione della basilica del Santo Sepolcro, o addirittura solo perché riporta su qualche superficie una croce patente, impostazione approssimativa frutto soprattutto delle influenze mitologico-esoteriche massoniche del settecento ed ottocento protrattesi fino ai giorni nostri.
In realtà le cose non stanno così, e sono veramente pochi gli edifici storicamente certamente attribuibili ai Templari come edificazione e possesso (considerando che ben pochi sono sopravvissuti fino ai giorni nostri), disponendo le chiese e cappelle templari perlopiù di una semplice pianta rettangolare a navata unica con volta a botte con abside semicircolare, a volte senza, perlopiù prive di qualsiasi orpello ma a volte affrescate (soprattutto negli ultimi decenni dell'Ordine quando il rispetto delle regole originarie stava scemando), come nella chiesa di Bevignate a Perugia.
Sulle numerosissime altre asserzioni e convinzioni diffuse sull'Ordine, soprattutto in chiave esoterica, sorvolo, perché la loro trattazione richiederebbe un prolungamento eccessivo del testo. Mi soffermo solo rapidamente sulla definizione di Gran Maestro attribuita abitualmente ai comandanti supremi dell'Ordine, come risulta da molta letteratura. In realtà erano definiti semplicemente Maestri fino alla fine del XIII secolo, solo negli ultimi anni si aggiunse l'aggettivo Gran al titolo di Maestro per distinguerli dai maestri provinciali, province templari che corrispondevano generalmente ad interi regni europei.
La sede iniziale dell'ordine rimase a Gerusalemme fino al 1187 quando i mussulmani la riconquistarono, venne quindi trasferita ad Acri finché nel 1291 subì la stessa sorte, ponendo in tal modo le basi della inevitabile decadenza e degrado dell'Ordine, avendo perso la sua motivazione e giustificazione originaria, di fronte ad un evidente fallimento della sua missione primaria, seppur non certo imputabile interamente al comportamento dell'Ordine, ma ad una sequenza complessa di eventi e scelte improvvide avvenute progressivamente nel corso dei due secoli di permanenza in Medio Oriente dei Regni Crociati.
Tra le cause primarie del fallimento annovererei l'esacerbata rivalità con gli Ospitalieri, le pessime scelte strategiche effettuate da alcuni sovrani del regno di Gerusalemme e soprattutto del Maestro (Magister) Gerardo di Ridefort, un avventuriero al servizio del conte Raimondo III di Tripoli e poi di Guido di Lusignano (che divenne re di Gerusalemme) e che venne eletto Maestro dell'Ordine del Tempio nel 1187, divenendo una vera e propria calamità per l'istituzione, una conduzione disastrosa costellata di gravi errori tattici e politici determinati dalla sua ambizione.
Sia eccedendo in provocazioni contro il Saladino, che inimicandosi la setta iniziatica sciito-ismailitica degli Assassini (il termine non indicava ancora il significato attuale da essi derivato, ma significava che erano dediti al consumo di hascish o che erano seguaci di Hasan), coi quali in precedenza i Templari avevano avuto ottimi rapporti, fino a giungere alla tragica battaglia di Hattin del 1187 in cui morirono tutti i Templari e gli Ospitalieri che vi avevano partecipato.
Battaglia alla quale sopravvisse solo Gerardo di Ridefort che in cambio della vita fece consegnare al Saladino alcuni presidi templari, rivelando pubblicamente la sua indegnità al ruolo, finché concluse la sua poco lodevole vita terrena nel 1189 durante l'assedio di San Giovanni d'Acri, altra pagina nera nella storia, l'evento più disastroso dell'epoca delle crociate.
Altre cause del fallimento della missione templare in Terrasanta sono imputabili all'incomprensione e disapprovazione da parte degli Ospitalieri e dei sovrani franchi (così erano definiti in Medio Oriente tutti gli europei) e crociati, delle strategie e tattiche diplomatiche, politico-culturali, adottate frequentemente dai Templari nei confronti dei governi, tribù e sette locali, tendenti a cogliere ogni opportunità di alleanza tra opposte fazioni, approfittando delle divisioni e rivalità interne al mondo mussulmano.
Modus operandi non apprezzato da tutto il resto del mondo crociato che avversava ogni rapporto con gli infedeli e desiderava solo combatterli (con l'eccezione solo di Federico II di Svevia, che per varie ragioni purtroppo avversava i Templari), anche se in condizioni di inferiorità, e considerava alla stregua di un tradimento e di connivenza il comportamento “diplomatico” dei Templari.
L'ultima opportunità di salvare quello che restava dei regni crociati in Terrasanta era rappresentato dalla proposta templare di allearsi coi mussulmani contro la comune minaccia dell'invasione mongola, proposta che venne appoggiata solo dalle repubbliche marinare italiane (Venezia, Genova e Pisa, che con una certa alternanza collaboravano con l'Ordine) con le quali i Templari intrattenevano intensi rapporti mercantili e non solo, e venne come al solito osteggiata dagli Ospitalieri e dagli altri crociati, con il risultato che i mongoli furono comunque fermati, ma subito dopo i mussulmani approfittarono delle ancor più indebolite guarnigioni crociate per sferrare l'offensiva definitiva perdendo le ultime piazzeforti di Acri e di Atlit nel 1291.
A quel punto la gloriosa storia militare dell'ordine era pressoché finita e non rimaneva loro che amministrare con la solita accortezza le loro immense ricchezze, soprattutto immobiliari e finanziarie, che derivarono loro dalle numerose donazioni, lasciti, decime, diritti funerari (i nobili pagavano per venire sepolti in chiese e cimiteri templari), donazioni pro-anima (in cambio di preghiere), esenzioni fiscali, proventi dalle ricche ed efficienti “aziende agricole” che gestivano con accuratezza, trasporti marittimi, ecc., ma soprattutto dall'esser stati in pratica i precursori delle moderne attività bancarie, con le loro lettere di cambio, l'attività creditizia ad interesse mascherato (per non contravvenire ai divieti ecclesiastici), il deposito oneroso dei beni forniti loro in custodia e protezione da parte di ricchi mercanti, nobili ed ecclesiastici d'alto rango e persino sovrani, oltre ad altri servizi finanziari innovativi per l'epoca. Erano praticamente divenuti un'antesignana potentissima multinazionale.
Dopo aver trasferito la sede da Acri a Cipro avrebbero dovuto rimanervi, arroccarsi sull'isola, come fecero più tardi gli Ospitalieri con Rodi e poi con Malta. In tal caso avrebbero avuto alte probabilità di sopravvivere come Ordine sottraendosi ai pericoli che si stavano delineando, governando un loro piccolo feudo geograficamente ben delimitato, all'interno del Regno di Cipro governato dai Lusignano, che essendo la dinastia sotto forte influenza genovese era piuttosto favorevole ai Templari. I Templari avrebbero potuto rendere inespugnabili i loro insediamenti insulari, attingendo alle fortune di cui disponevano all'epoca, fino a subentrare nel governo dell'intera isola proteggendola contro gli assalti dei mussulmani, come fecero i loro rivali Ospitalieri nelle altre isole sopracitate, giustificando in tal modo la loro stessa esistenza, che avrebbe potuto protrarsi fino ai giorni nostri (ma si sa che la storia non si fa con i se e con i ma, altrimenti ci esercitiamo nell'ucronia).
Ma Jacques de Molay non era all'altezza di Foulques de Villaret Gran Maestro degli Ospitalieri, che ne spostò saggiamente la sede a Rodi nel 1309, il quale, consapevole di quanto stava avvenendo ai Templari e dei rischi che si correvano a rimanere passivamente in attesa degli eventi, convertì l'attività dell'Ordine da prevalentemente militare a marinara e di assistenza ai poveri ed agli ammalati, continuando in tal modo a legittimare l'esistenza dell'istituzione … De Molay era certamente orgoglioso, fiero, integerrimo, e virtuoso quanto si vuole, ma non disponeva di quelle doti politico-diplomatiche, di lungimiranza e perspicacia, che sarebbero state provvide in quell'epoca tormentata e pericolosa, doti indispensabili per consentire di traghettare l'Ordine in una nuova fase, salvando almeno il salvabile.
Che l'ordine fosse sotto grave minaccia avrebbe dovuto essere evidente a chiunque ne fosse al comando. Erano infatti forti, durante il suo magistero, le pressioni per unificare l'Ordine del Tempio con quello dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (Ospitalieri), oppure a causa della loro sopraggiunta inutilità alcuni personaggi influenti ne auspicavano addirittura lo scioglimento. Sarebbe stato opportuno prevedere il peggio e prendere adeguate contromisure.
La fine dell'Ordine, come tutti sanno, avvenne nel 1307, ma non tutti sanno che iniziò un paio di anni prima, nel 1305 quando il priore templare di Montfaucon, Esquieu de Floyran, rivolgendosi al Re d'Aragona Giacomo II mosse gravi accuse di eresia, sodomia ed idolatria nei confronti dell'Ordine affermando di poterle provare. Non venne preso sul serio dal monarca iberico ed allora il priore si rivolse al re di Francia Filippo IV detto il Bello, che covava da tempo intenzioni non certamente favorevoli nei confronti dei Templari (i motivi erano molteplici e non è questa la sede per elencarli), il quale colse al volo l'occasione mobilitando due suoi fidati consiglieri, Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Plainsas, con l'incarico di indagare per raccogliere le prove per accusarli e processarli.
Quindi considerando che l'inizio della pianificazione contro i Templari, che potremmo considerarla con una certa legittimazione una “congiura” ordita dal re di Francia, iniziò fin dal 1305, e l'esecuzione finale del Maestro Jacques de Molay e del Gran Precettore di Normandia Geoffrey di Charnay, avvenne il 18 marzo 1314, che come sapete furono bruciati al rogo su un isolotto della Senna di fronte ai giardini del Louvre, significa pertanto che l'eliminazione completa dell'Ordine richiese circa nove anni. Fu quindi un procedimento assai difficoltoso e complesso con molte opposizioni ed esitazioni, sospensioni e diversificazioni secondo il contesto politico e geografico, in un continuo tergiversare e palleggio di responsabilità tra la chiesa ed il sovrano.
La persecuzione dei Templari avvenne con successo solo in Francia, dove venne imbastito un vero e proprio processo politico, il primo documentato della storia medievale, seguito da ben pochi altri paesi europei e solo dopo che si estorsero con la tortura le prime confessioni di alcuni alti dignitari e soprattutto dopo che una sessantina di “scellerati e traditori”, introdotti ed accettati da poco nell'Ordine e con precedenti non propriamente edificanti (oggi diremmo con la “fedina penale sporca”), furono disposti a confermare le infamanti accuse, recitando il copione ricevuto dagli accusatori. Erano tutti di basso profilo culturale e probabilmente erano stati anche vittime di burle tipiche del nonnismo, e paradossalmente possono aver scambiato per rituali dissacratori quelle che erano iniziazioni burlesche tipiche delle istituzioni gerarchiche autonome e comunitarie.
Alcuni paesi addirittura accolsero e protessero i Templari fuggitivi o già insediatisi, creando nuovi Ordini ad hoc o inserendoli in Ordini già esistenti, come il Portogallo e la Scozia. In altri come il regno d'Aragona o a Cipro i Templari si rinchiusero nei loro castelli e fortezze e nessuno si sognò minimamente di tentare di minacciarli, essendo in questi luoghi ben organizzati militarmente e logisticamente.
In ogni caso l'esito non fu propriamente quello che Filippo il Bello auspicava, anzi potremmo definirla quasi un'operazione fallimentare per lui, essendo in molti ad aver approfittato della caduta in disgrazia dell'Ordine per appropriarsi dei suoi numerosissimi beni materiali, in particolare immobiliari, fagocitati in particolare dall'ordine degli Ospitalieri (Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, poi divenuti Cavalieri di Rodi e di Malta), dalle varie istituzioni ecclesiastiche e dai numerosi regni europei, mentre di molti beni mobili non si seppe più nulla in quanto probabilmente i Templari fecero in tempo a spostarli mettendoli in salvo dall'avidità degli avversari e persecutori.
La data effettiva che diede inizio alla dissoluzione dell'ordine, ormai divenuta famosa è il 13 ottobre 1307 (da allora il numero 13 nella superstizione popolare venne considerato sfortunato) quando per ordine del re di Francia venne eseguito quello che si potrebbe definire il primo arresto collettivo, rastrellamento o blitz poliziesco della storia, quando i soldati francesi irruppero in tutte le Precettorie e Mansioni francesi per arrestare i Templari e confiscare i loro beni.
Dal punto di vista formale con la Bolla Papale "Vox in excelso" del 22 marzo 1312 l'Ordine venne sciolto per decisione apostolica ma senza specificare alcuna condanna, senza cioè che vi fosse un riconoscimento di colpevolezza. e con la successiva bolla "Ad providam Christi Vicarii" del 2 maggio dello stesso anno si trasferirono i beni dell'Ordine agli Ospitalieri, che li incamerarono solo in parte, per i motivi già sopra esposti.
Il fenomeno socioculturale ma soprattutto mediatico che ruota attorno ai “Templari” ha ormai assunto dimensioni e complessità tali da divenire persino difficile da delimitare e approcciare seriamente: dal neotemplarismo mistico, religioso, truffaldino e cialtronesco, alla cinematografia, ai romanzi, all'elucubrazione fantasiosa di molti autori improvvisati, ecc., è talmente degenerato che ha indotto molti storici seri e qualificati, non solo a prendere le distanze da questo fenomeno di costume e di business, ma addirittura li ha indotti a crisi di rigetto, li ha resi prevenuti e li ha allontanati dallo studio della materia stessa, cioè dei Templari, nonostante abbiano influito, in modi non ancora completamente chiariti e compresi con consapevolezza, come nessun altra organizzazione nella Storia del Medioevo e dell’umanità in generale.
Fortunatamente lo stesso fenomeno ha indotto anche molti studiosi qualificati ad approfondire gli studi sull'Ordine producendo testi di valore ed eloquenti, fondati su ricerche mirate, scavi archeologici locali, e su nuovi documenti storici emersi negli ultimi anni, chiarendo molti aspetti che in precedenza erano ignoti, sfumati, incongrui e contraddittori.
Tali studi hanno consentito ad esempio di dissolvere le numerose leggende e dicerie sorte sui favolosi tesori dei Templari, di cui storicamente non vi è traccia, ne dell'esistenza e meno che mai di dove sarebbero stati nascosti e custoditi, così come della famosa presunta maledizione lanciata dall'ultimo Maestro Jacques de Molay mentre moriva sul rogo, e che in effetti fu suffragata dalla morte nei mesi successivi dei due protagonisti principali della loro sorte, il re Francia Filippo il Bello ed il Papa Clemente V, ma del cui pronunciamento non si ha alcuna documentazione.
A differenza di quanto si riteneva fino a poco tempo fa, il templarismo non è sorto solo in epoca napoleonica e quindi ottocentesca, ma ha origini precedenti, risalendo addirittura allo stesso secolo della loro persecuzione ed in quelli appena successivi, ad opera soprattutto di Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, alchimista, esoterista, astrologo e filosofo, che fu uno degli autori ermetici di maggior influenza nel '500 ed in parte anche se involontariamente e sorprendentemente dallo stesso Giordano Bruno nella seconda metà dello stesso secolo. Entrambi gli autori in alcune loro opere diedero lo spunto per le successive elaborazioni ermetiche e cabalistiche che sfociarono nel successivo pensiero dei Rosacroce, dell'Illuminismo e nella Massoneria.
Alcune di queste elaborazioni furono sostenute all'inizio del '700 dal duca Filippo d'Orleans, che poi divenne reggente di Francia, che indisse addirittura un'assemblea dei Templari a Versailles ricostituendone l'Ordine in funzione di una rinascita valoriale dell'aristocrazia francese, in termini di prestigio e reputazione. Queste iniziative ispirarono la nascita delle prime logge massoniche, favorite dalla fervida fantasia manipolatoria di un certo Andrew Michael Ramsey, scrittore scozzese di lingua francese intendente del principe di Turenne, che nel 1736 inventò un collegamento culturale e pseudostorico tra la massoneria e l'antico Tempio di Gerusalemme i cui segreti sarebbero stati tramandati dai cavalieri Templari che si erano appunto insediati sui luoghi gerosolimitani custodi di tali “misteri e tesori”. Era così sorto il “templarismo” combinandosi con gli aspetti misterici ed iniziatici dell'Illuminismo creando un cristianesimo rinnovato ed esoterico, intimistico e sapienziale.
Napoleone Bonaparte si limitò ad incoraggiare alcune di queste istanze, sia templaristiche che massoniche, in alcuni casi fusesi in un templarismo massonico, in quanto l'Imperatore dei Francesi coglieva in esse l'opportunità di favorire la nascente aristocrazia da lui stesso blasonata, assoggettandola simbolicamente tramite suggestive cerimonie, rituali, scenografie, ecc., idonee a crescerne il prestigio e l'influenza sociale. Iniziarono anche a prodursi e circolare falsi documenti storici che avvallavano l'idea di una continuità storica dell'Ordine del Tempio, che si sarebbe protratta segretamente dopo la morte dell'ultimo Maestro Jacques de Molay.
Esattamente come è avvenuto più recentemente nella seconda metà del XX secolo e l'inizio del XXI con il “neotemplarismo”, anche nell'800 si assistette ad innumerevoli liti e scissioni, falsificazioni ed imposture nella costellazione templaristica, frantumandosi in molteplici organizzazioni rivali se non addirittura ostili tra loro. Col passare del tempo furono molti i personaggi che diedero il loro contributo al templarismo ed al neotemplarismo (definirei in tal modo solo il fenomeno socioculturale sorto nella seconda metà del XX secolo), tra i quali Aleister Crowley, esoterista ed astrologo considerato il padre fondatore del moderno occultismo ed ispiratore del satanismo.
Ai giorni nostri si assiste ad una proliferazione di associazioni autoreferenziali e dalle gerarchie altisonanti e fittizie, onorificenze ed autoinvestiture, celebrazioni e rituali neotemplari, rievocazioni storiche in costume, siti turistici riscoperti con vocazione templare, riproposizioni neotemplari fantasiose ma spesso anche patetiche, convegni e conferenze indetti da presunti moderni templari e pseudo-esperti, pubblicazione di libercoli dai contenuti più stravaganti con voli pindarici e correlazioni forzate, ecc.. Una moda che perdura ormai da alcuni decenni foraggiata da approcci superficiali all'argomento ed in alcuni casi indurrebbe a sospettare anche un abuso di allucinogeni, segno ineludibile dei nostri tempi in cui prevale il disimpegno sociale e l'improvvisazione entusiastica spacciata per professionalità.
Studiare è faticoso ed essere seri ed obiettivi lo è ancor di più, richiedendo un'intera vita di studi ininterrotti, una sorta di formazione permanente.
Concludo con una riflessione elaborata dall'esperienza personale, che mi ha indotto a domandarmi quali motivazioni sottintendono ad ogni iniziativa:
di solito chi sa tace o parla poco, rivolgendosi esclusivamente a coloro che si dimostrano interessati ...
chi ha ben poco o nulla da dire parla molto, con consumata affabulazione, alla ricerca di ammirazione ...
Claudio Martinotti Doria
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(Stralcio di un articolo apparso su: Italia Medievale)


"Morire in piedi" - La morte di Julius Evola


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L’11 giugno del 1974 moriva il filosofo Julius Evola. Riproponiamo di seguito l’articolo di Carlo Cerbone pubblicato il 13 giugno del 1974 e dedicato all’opera di un pensatore scomodo.

Ha voluto morire in piedi – come è vissuto – dinanzi al suo tavolo di lavoro al quale da molto tempo ormai non si accostava, costretto come era all’assoluta immobilità. Presentendo la fine,*Julius Evola ha chiesto di essere trasportato al suo scrittoio* e lì, pochi minuti dopo, si è spento.

Chi lo ha conosciuto, chi conosce la sua opera ed il Suo insegnamento, sa che quest’ultima sua volontà non è solo un “gesto”, sia pur bello, ma è molto di più poiché ha un significato preciso e chiude in perfetta coerenza la sua vita.

Julius Evola non è stato solo un filosofo rigoroso, uno studioso delle civiltà tra i maggiori del nostro tempo, un orientalista di fama internazionale, il maggiore esponente del dadaismo in Italia; non è stato cioè un “intellettuale” freddo e distaccato, impegnato solo a rincorrere le costruzioni della propria mente, ma un uomo che ha vissuto il proprio pensiero e le proprie scelte, che *ha tradotto ciò che pensava e sentiva in modo di essere ed in realtà esistenziale*con una coerenza rigorosissima che nulla ha mai potuto intaccare.

Nato a Roma il 19 maggio 1898 da famiglia palermitana, volontario di guerra, sentì precocemente come suo compito una critica radicale del mondo moderno, rifiutato nella sua totalità in quanto epoca di dissoluzione. Il nichilismo inevitabilmente lo affascinò spingendolo all’avanguardia dei “controcorrente”: seguì così dapprima il movimento di *Lacerba* (era il tempo in cui Papini faceva l’individualista anarchico, nichilista e antiborghese) ed il futurismo; poi, subito dopo la guerra, il dadaismo il quale, come egli stesso scrisse più tardi, “non soltanto nel campo dell’arte ma altresì con riferimento ad una visione generale della vita portò le istanze di un rovesciamento di tutto fino a limiti radicalistici finora non superati”. A questo periodo appartengono il poema in francese *La parole obscure du paysage intérieur* e la produzione pittorica (un suo quadro, precisamente *Paesaggio interiore ore 10,30*, è conservato nella Galleria nazionale di Arte moderna di Roma accanto alle opere di Umberto Boccioni).

Ma il nichilismo non poteva bastare ad una natura e ad una intelligenza come la sua. “Il primo problema per una natura simile – ha scritto *Adriano Romualdi* interpretando acutamente il passaggio di Evola al periodo filosofico – era pervenire a rendersi conto del motivo della propria presenza nel nostro tempo. La soluzione di questo problema è la condizione fondamentale per sfuggire al nichilismo che, in un’epoca di dissoluzione, non può non affascinare i migliori. Evola si è sbarazzato di questa difficoltà accettando la sua presenza in questa vita come una libera sfida, quasi la scelta di un volontario che chiede di essere mandato in un settore maldifeso del fronte”. 


Attraverso una grave crisi Evola sbocca così nel suo “periodo filosofico”. *L’ardita ricerca dell’assoluto*, che già lo aveva gettato allo sbaraglio nell’arte di avanguardia, lo spinge a trovare logicamente “la necessità dell’Io di trovare il principio e la legge in se stesso”. Escono così la*Teoria* e la *Fenomenologia dell’individuo assoluto*, dove la giovanile meditazione su Nietzsche, Weininger e Michaelstaedter dà vita ad una critica originalissima delle posizioni dell’idealismo che crea un vivo disagio tra i fedeli di questa corrente filosofica (benché non manchino i riconoscimenti, come quello di Croce).

Ben presto anche la parentesi filosofica sarà chiusa e la spiegazione di questo abbandono la diede direttamente Evola stesso premettendo ai *Saggi sull’idealismo magico* queste significative parole di Lagneau: “La filosofia è la riflessione che finisce col riconoscere la propria insufficienza e la necessità di un’azione assoluta partente dal di dentro”. Sarà appunto verso questo sforzo di realizzazione interiore tendente all’estensione della volontà cosciente fin dentro la sfera della morte, che Evola si indirizzerà successivamente. 

Escono così *L’uomo come potenza*, il primo studio italiano sui Tantra, *La dottrina del risveglio*, un saggio sull’ascesi buddista che ha avuto il crisma della Pali-Society di Londra e *Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo* in cui Evola distingue la sua posizione da quella dei volgari spiritualisti ed occultisti in una critica magistrale di tutti questi movimenti.

Con l’affermarsi ed il consolidarsi del fascismo ad Evola sembra che si apra per l’Occidente una prospettiva di rinascita. Se *da un lato respinge l’indiscriminata qualifica di fascista e rifiuta la tessera del partito, dall’altro Evola non può non solidarizzare con gli uomini della “rivoluzione nazionale”.* Da queste speranze nasce un libro come *Imperialismo pagano* e nel clima da esse suscitato esce l’opera principale di Evola, quella della maturità, in cui il suo pensiero è definitivamente fissato: *Rivolta contro il mondo moderno*, che è essenzialmente una morfologia della storia.* In essa Evola fissa organicamente la contrapposizione tra mondo tradizionale e mondo moderno, tra il mondo dell’essere, della trascendenza, dell’ordine e quello del divenire, dell’immanenza, del caos, caratterizzato dall’avvento delle masse e dal predominio dell’economia*. Benché sia giunta alla quarta edizione l’opera non ha avuto in Italia la risonanza che meritava e che invece ha conosciuto all’estero e in particolare in Germania. Gottfried Benn, uno dei maggiori poeti e saggisti tedeschi, ha scritto di essa: “E’ un’opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l’Europa con sguardo diverso”. 

Gli scritti successivi dipendono da “Rivolta”. Ad essa si riaggancia direttamente *Gli uomini e e le rovine*,  testo fondamentale di dottrina politica che costituì il contributo di Evola alla battaglia nazionale degli anni Cinquanta. Il suo ultimo contributo politico: il ristagno della situazione politica italiana all’alba degli anni Sessanta e l’accelerarsi del moto discendente della civiltà occidentale contribuirono infatti ad allontanarlo definitivamente dalla politica.* “Il suo interesse – ha scritto Adriano Romualdi – si sposta lentamente verso quei sentieri lungo i quali si può attraversare incolumi la foresta pietrificata del mondo moderno”.

In *Metafisica del sesso*, tradotta in francese e in tedesco, indaga i significati profondi dell’esser uomo e dell’esser donna; in *Cavalcare la tigre tratteggia la figura del tipo umano capace di attraversare il deserto del nichilismo contemporaneo.

*Cavalcare la tigre", apparso nel 1961, è l’ultimo libro importante di Evola, quello con cui si chiude il ciclo propriamente creativo. È significativo che la sua opera, scaturita da un’amara ma lucidissima meditazione sulla decadenza dell’uomo moderno, si sia chiusa con un libro che, nonostante rappresenti un ritorno al nichilismo (in verità però molto diverso da quello dei primi anni) ed esponga tesi estremamente radicali, sia ugualmente portatore di una parola di certezza nella dottrina del superamento e della vittoria.

A questo punto appare chiaro perché l’ultima volontà di Evola – morire “in piedi” – non costituisca solo e semplicemente un gesto. In piedi ha trascorso tutta la sua vita assumendosi fino in fondo, di fronte a se stesso e agli altri, la responsabilità del proprio pensiero. *E’ stato definito un maestro* (il che non gli piaceva, coerentemente col suo modo di pensare e sentire)*ed effettivamente lo è stato, nella pienezza dell’espressione, per l’insegnamento, cioè, e per l’esempio. 

Un insegnamento e un esempio che hanno lasciato una traccia profonda, che sono cioè valsi anche per quanti non hanno ritenuto di poter accettare tutto il suo pensiero e magari i presupposti stessi di esso.
Carlo Cerbone