"Morire in piedi" - La morte di Julius Evola


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L’11 giugno del 1974 moriva il filosofo Julius Evola. Riproponiamo di seguito l’articolo di Carlo Cerbone pubblicato il 13 giugno del 1974 e dedicato all’opera di un pensatore scomodo.

Ha voluto morire in piedi – come è vissuto – dinanzi al suo tavolo di lavoro al quale da molto tempo ormai non si accostava, costretto come era all’assoluta immobilità. Presentendo la fine,*Julius Evola ha chiesto di essere trasportato al suo scrittoio* e lì, pochi minuti dopo, si è spento.

Chi lo ha conosciuto, chi conosce la sua opera ed il Suo insegnamento, sa che quest’ultima sua volontà non è solo un “gesto”, sia pur bello, ma è molto di più poiché ha un significato preciso e chiude in perfetta coerenza la sua vita.

Julius Evola non è stato solo un filosofo rigoroso, uno studioso delle civiltà tra i maggiori del nostro tempo, un orientalista di fama internazionale, il maggiore esponente del dadaismo in Italia; non è stato cioè un “intellettuale” freddo e distaccato, impegnato solo a rincorrere le costruzioni della propria mente, ma un uomo che ha vissuto il proprio pensiero e le proprie scelte, che *ha tradotto ciò che pensava e sentiva in modo di essere ed in realtà esistenziale*con una coerenza rigorosissima che nulla ha mai potuto intaccare.

Nato a Roma il 19 maggio 1898 da famiglia palermitana, volontario di guerra, sentì precocemente come suo compito una critica radicale del mondo moderno, rifiutato nella sua totalità in quanto epoca di dissoluzione. Il nichilismo inevitabilmente lo affascinò spingendolo all’avanguardia dei “controcorrente”: seguì così dapprima il movimento di *Lacerba* (era il tempo in cui Papini faceva l’individualista anarchico, nichilista e antiborghese) ed il futurismo; poi, subito dopo la guerra, il dadaismo il quale, come egli stesso scrisse più tardi, “non soltanto nel campo dell’arte ma altresì con riferimento ad una visione generale della vita portò le istanze di un rovesciamento di tutto fino a limiti radicalistici finora non superati”. A questo periodo appartengono il poema in francese *La parole obscure du paysage intérieur* e la produzione pittorica (un suo quadro, precisamente *Paesaggio interiore ore 10,30*, è conservato nella Galleria nazionale di Arte moderna di Roma accanto alle opere di Umberto Boccioni).

Ma il nichilismo non poteva bastare ad una natura e ad una intelligenza come la sua. “Il primo problema per una natura simile – ha scritto *Adriano Romualdi* interpretando acutamente il passaggio di Evola al periodo filosofico – era pervenire a rendersi conto del motivo della propria presenza nel nostro tempo. La soluzione di questo problema è la condizione fondamentale per sfuggire al nichilismo che, in un’epoca di dissoluzione, non può non affascinare i migliori. Evola si è sbarazzato di questa difficoltà accettando la sua presenza in questa vita come una libera sfida, quasi la scelta di un volontario che chiede di essere mandato in un settore maldifeso del fronte”. 


Attraverso una grave crisi Evola sbocca così nel suo “periodo filosofico”. *L’ardita ricerca dell’assoluto*, che già lo aveva gettato allo sbaraglio nell’arte di avanguardia, lo spinge a trovare logicamente “la necessità dell’Io di trovare il principio e la legge in se stesso”. Escono così la*Teoria* e la *Fenomenologia dell’individuo assoluto*, dove la giovanile meditazione su Nietzsche, Weininger e Michaelstaedter dà vita ad una critica originalissima delle posizioni dell’idealismo che crea un vivo disagio tra i fedeli di questa corrente filosofica (benché non manchino i riconoscimenti, come quello di Croce).

Ben presto anche la parentesi filosofica sarà chiusa e la spiegazione di questo abbandono la diede direttamente Evola stesso premettendo ai *Saggi sull’idealismo magico* queste significative parole di Lagneau: “La filosofia è la riflessione che finisce col riconoscere la propria insufficienza e la necessità di un’azione assoluta partente dal di dentro”. Sarà appunto verso questo sforzo di realizzazione interiore tendente all’estensione della volontà cosciente fin dentro la sfera della morte, che Evola si indirizzerà successivamente. 

Escono così *L’uomo come potenza*, il primo studio italiano sui Tantra, *La dottrina del risveglio*, un saggio sull’ascesi buddista che ha avuto il crisma della Pali-Society di Londra e *Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo* in cui Evola distingue la sua posizione da quella dei volgari spiritualisti ed occultisti in una critica magistrale di tutti questi movimenti.

Con l’affermarsi ed il consolidarsi del fascismo ad Evola sembra che si apra per l’Occidente una prospettiva di rinascita. Se *da un lato respinge l’indiscriminata qualifica di fascista e rifiuta la tessera del partito, dall’altro Evola non può non solidarizzare con gli uomini della “rivoluzione nazionale”.* Da queste speranze nasce un libro come *Imperialismo pagano* e nel clima da esse suscitato esce l’opera principale di Evola, quella della maturità, in cui il suo pensiero è definitivamente fissato: *Rivolta contro il mondo moderno*, che è essenzialmente una morfologia della storia.* In essa Evola fissa organicamente la contrapposizione tra mondo tradizionale e mondo moderno, tra il mondo dell’essere, della trascendenza, dell’ordine e quello del divenire, dell’immanenza, del caos, caratterizzato dall’avvento delle masse e dal predominio dell’economia*. Benché sia giunta alla quarta edizione l’opera non ha avuto in Italia la risonanza che meritava e che invece ha conosciuto all’estero e in particolare in Germania. Gottfried Benn, uno dei maggiori poeti e saggisti tedeschi, ha scritto di essa: “E’ un’opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l’Europa con sguardo diverso”. 

Gli scritti successivi dipendono da “Rivolta”. Ad essa si riaggancia direttamente *Gli uomini e e le rovine*,  testo fondamentale di dottrina politica che costituì il contributo di Evola alla battaglia nazionale degli anni Cinquanta. Il suo ultimo contributo politico: il ristagno della situazione politica italiana all’alba degli anni Sessanta e l’accelerarsi del moto discendente della civiltà occidentale contribuirono infatti ad allontanarlo definitivamente dalla politica.* “Il suo interesse – ha scritto Adriano Romualdi – si sposta lentamente verso quei sentieri lungo i quali si può attraversare incolumi la foresta pietrificata del mondo moderno”.

In *Metafisica del sesso*, tradotta in francese e in tedesco, indaga i significati profondi dell’esser uomo e dell’esser donna; in *Cavalcare la tigre tratteggia la figura del tipo umano capace di attraversare il deserto del nichilismo contemporaneo.

*Cavalcare la tigre", apparso nel 1961, è l’ultimo libro importante di Evola, quello con cui si chiude il ciclo propriamente creativo. È significativo che la sua opera, scaturita da un’amara ma lucidissima meditazione sulla decadenza dell’uomo moderno, si sia chiusa con un libro che, nonostante rappresenti un ritorno al nichilismo (in verità però molto diverso da quello dei primi anni) ed esponga tesi estremamente radicali, sia ugualmente portatore di una parola di certezza nella dottrina del superamento e della vittoria.

A questo punto appare chiaro perché l’ultima volontà di Evola – morire “in piedi” – non costituisca solo e semplicemente un gesto. In piedi ha trascorso tutta la sua vita assumendosi fino in fondo, di fronte a se stesso e agli altri, la responsabilità del proprio pensiero. *E’ stato definito un maestro* (il che non gli piaceva, coerentemente col suo modo di pensare e sentire)*ed effettivamente lo è stato, nella pienezza dell’espressione, per l’insegnamento, cioè, e per l’esempio. 

Un insegnamento e un esempio che hanno lasciato una traccia profonda, che sono cioè valsi anche per quanti non hanno ritenuto di poter accettare tutto il suo pensiero e magari i presupposti stessi di esso.
Carlo Cerbone

Una memoria sulla Rete Bioregionale Italiana... dal 2010 al 2017

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Calcata

Il mio ingresso nella Rete Bioregionale Italiana è avvenuto dopo aver incontrato Paolo D'Arpini, a Calcata, ed  ha pressappoco coinciso  con la  "scissione"  di alcuni dei fondatori avvenuta   nel 2010.  L'incontro bioregionale  avrebbe dovuto tenersi ad Acquapendente, nel parco di Monte Rufeno, verso la fine di ottobre del 2010. Acquapendente era stata scelta perché lì fu fondata la Rete nella primavera del 1996 e si voleva con questo incontro cercare di appianare le divergenze che si erano venute a creare  in merito al problema dell'alimentazione bioregionale. Malgrado la programmazione fosse già in fase avanzata, con contatti presi da parte di Jacqueline Fassero con la direzione del parco per fissare la data e prenotare l'uso delle strutture ricettive, improvvisamente -come un fulmine a ciel sereno- giunsero le dimissioni dell'allora coordinatore della Rete Giuseppe Moretti, immediatamente seguite da quelle di Etain Addey e di altri. La cosa avvenne ai primi di luglio 2010.

Essendo stato annullato l'incontro di Monte Rufeno, i membri "residui" della Rete Bioregionale  decisero di promuovere un convegno ri-organizzativo, che si tenne il 30 e 31 ottobre 2010 a San Severino Marche, presenti alcuni dei vecchi aderenti (come Felice del Seminasogni) e diversi nuovi, da quello la Rete assunse una nuova forma, ovvero i nodi non furono più definiti territoriali ma tematici, ed il nuovo coordinatore -di fatto- divenne Paolo, che era  stato uno dei fondatori della Rete nel 1996. 

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San Severino Marche

Questo piccola descrizione dell'antefatto, me l'ha suggerita  Paolo stesso. Come sapete, io ho poca memoria, in più, avendo vissuto quegli eventi solo di riflesso, non avrei potuto ricordarli bene... Certo che, a parte Paolo, gli altri aderenti, se così li possiamo chiamare, hanno contribuito unicamente alla presenza dando a mala pena un apporto "virtuale" e la carretta ha continuato a tirarla avanti lui, con me come aiutante (scarso, anche perché, secondo me, se non c'è un gruppo di persone coeso ed attivo, cosa si può ottenere? Sprazzi di idee, un modo di vivere che fa fatica a diffondersi).

Le persone che si avvicinano alla Rete  lo fanno perché trovano nella figura di Paolo un qualche "appeal", magari per la sua cultura, il suo modo di raccontare storie, la sua "santità" e saggezza...  (molte altre però scappano, non sopportando la sua franchezza e decisione).

Comunque gli incontri, dopo quello di San Severino Marche sono proseguiti ogni anno. Nel 2011 ad Ospitaletto di Marano, a casa di Marco e Valeria, in quell'occasione, in cui ricordo tra i partecipanti Manuel Olivares e Rosa Delgrano, abbiamo avviato il blog "La Rete delle Reti" e quello fu un bel risultato. Eravamo in pochi ma provenienti da varie parti d'Italia 

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Ospitaletto di Marano


Il 2012 fu l'anno in cui ho "bigiato" l'incontro  della Rete (mia figlia stava affrontando l'esame di maturità e non me la son sentita di lasciarla sola), che da quell'anno in poi si è chiamato "Incontro Collettivo Ecologista" e  si tenne ad Aprilia. Dai racconti e dalle foto viste deve essere stato un bell'evento, ricco di umanità,  proposte ed esperienze. C'erano Daniele Bricchi, Giorgio Vitali e Orazio Fergnani (la coppia più bella del mondo), Riccardo Oliva, Giulietta Blu,  Stefano Panzarasa e tanti altri. Insomma, le terre laziali davano nuovo ossigeno e nuove forze. 

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Aprilia

Nel 2013 a Vignola l'incontro fu bello anche se ci furono alcuni piccoli contrattempi. Vennero alcuni "fedelissimi" dal Lazio, come Vittorio Marinelli, più diversi "locali" che ruotano attorno alla "Bifolca", l'azienda agricola dell'amica Maria Miani che ci ha ospitato e qualche cane sciolto: Pierre Tosi, Linda Guerra, ecc... 

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Vignola

Nel 2014 a Montesilvano, dal caro amico Michele Meomartino, fu tutto perfetto. Lui è un ottimo cuoco ed il cibo, vegetariano e bioregionale, in questi incontri, è un aspetto niente affatto da sottovalutare. Antonio Onorati di Crocevia ed il biologo Giovanni Damiani ci hanno "onorato" della loro presenza. 

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Montesilvano

Nel 2015 eravamo a Montecorone di Zocca dall'amico Pietro Rossi. Bella atmosfera, parecchie persone, buon cibo, racconti di esperienze anche forti, ad esempio con Karl, americano ex detenuto in America.

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Nel 2016 siamo stati nel Lazio, a Ronciglione, dal 25 al 26 giugno. Lo scopo era  anche quello di far incontrare a Paolo i vecchi amici ed alcuni parenti.  Abbiamo trascorso un paio di giorni fra amici sinceri, stringendo nuovi rapporti e rinsaldando i vecchi, perché, per me, come dissi da uno dei primi incontri, l'importante è che venga fuori l'umanità, dimenticando i problemi contingenti di ognuno, ma focalizzandoci su quelli più grandi di noi e per i quali magari non possiamo fare tanto, ma mantenere viva l'attenzione, nostra e altrui, quello si. 

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Montecorone di Zocca

Nel 2017 abbiamo avuto parecchie indecisioni sul luogo in cui incontrarci, poteva essere in provincia di Verona, di Udine, di Arezzo, di Viterbo o di  Modena. Poi le opzioni si sono fatte più chiare e abbiamo deciso di tornare dall'amico Pietro a Montecorone. Pietro è una persona gentile ed accogliente, abita in una casa secolare, che si trova nel mezzo del Parco dei Sassi di Roccamalatina, con le sue proprie mani restaurata con pietre e legnami locali, dispone di una foresteria per gli ospiti e di varie capanne nel bosco, coltiva l'orto ed alleva api e galline, si interessa di ecologia profonda ed è un vero riabitante bioregionale, cuoce il suo pane nel forno a legna e conosce bene il territorio, le erbe e gli animali. Siamo perciò molto lieti di poter quest'anno essere suoi ospiti.  Intanto rinnoviamo l'invito a partecipare, l'appuntamento è per il 24 e 25 giugno 2017...

Caterina Regazzi

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I misteri dell'universo visibile - Buchi neri, particella di Dio, materia oscura.... e prana...



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Solo 50 anni fa accennare all’esistenza dei buchi neri nell’Universo  per molti era un’eresia scientifica, nonostante Einstein  ne avesse previsto l’esistenza, oggi  è una realtà acquisita scientificamente. Parlare poi di materia ed energia oscura fino al 1980 per molti accademici era roba da film di fantascienza. Oggi gli scettici di allora si pentono di non far parte di chi, invece, ha iniziato a riscrivere la storia dell’Universo.

Dal Cern di Ginevra è arrivata la conferma definitiva sull’esistenza della materia oscura e dell’energia oscura. L’anello di 27 Km che compone il super acceleratore di Ginevra è stato ulteriormente potenziato, ora riceve ben 13 mila miliardi di elettronvolt ( 13 TeV ), contro i precedenti 12 TeV che gli avevano consentito di scoprire nel 2012 l’esistenza del bosone di Higgs ( la “particella di Dio”). Questa estrema potenza ha permesso di dare le prime risposte sull’esistenza delle misteriose forze invisibili che governano l’universo.  Finalmente si è capito che la materia oscura e l'altrettanta misteriosa energia oscura sono due elementi base del nostro universo. Insieme occupano il 96% del cosmo e la loro influenza è immensa. Si è scoperto infatti che siamo immersi in qualcosa che fino a qualche decennio fa era impensabile: esiste (ma non sappiamo bene ancora cosa sia) una materia oscura, che tende a far restringere il cosmo per effetto della gravità e un’altra, l’energia oscura, che invece tende a farlo espandere. Quindi per gli scienziati la materia oscura serve a tenere insieme ammassi stellari e più propriamente le galassie, mentre l’energia oscura dal Big Bang  ad oggi non fa altro che allargare i confini dell’Universo.

Le galassie, gli ammassi stellari, le stelle e i pianeti che osserviamo con i nostri telescopi, sono solo una minima parte della massa stessa del cosmo, e questo  perché la materia oscura è invisibile all’occhio umano ed ai più sofisticati strumenti elettronici. E’ accertato che ogni galassia è “incapsulata” in una sorte di bolla invisibile o, meglio, in una nube che la NASA ha anche cercato di rappresentare graficamente ( vedi illustrazione ). Questa nube di materia oscura si estende per un raggio molto più grande della galassia stessa.

Uno dei metodi applicati per capire la presenza e la quantità di materia oscura che avvolge le galassie o gli ammassi delle stesse è quello della distorsione della luce proveniente da fonti di luce dietro la galassia che osserviamo. Si sa ( il grande Einstein lo aveva già scoperto ), che la luce non viaggia nell’universo solo in linea retta, ma può deviare e superare l’ostacolo che incontra per poi procedere nuovamente in linea retta. Questo fenomeno si osserva attraverso degli archi che si visualizzano intorno ad un corpo celeste in osservazione. Vediamo questi effetti da lente gravitazionale: queste distorsioni ci dicono, ancora, che gli ammassi sono avvolti da materia oscura.

Basandoci quindi sulla quantità di distorsione presente nelle immagini che catturiamo con i potenti telescopi orbitanti possiamo calcolare quanta massa ci deve essere in una galassia o ammasso di galassie. Alla fine risulta una  quantità enorme rispetto al visibile. La deviazione della luce quindi ci informa sulla consistenza della struttura che attraversa. Questa struttura è la materia oscura in cui le galassie sono immerse.

“La materia e l’energia oscure, oltre ad ampliare le conoscenze sulla composizione del cosmo, ha implicazioni sulla nostra vita quotidiane?”- Questa la domanda che una studentessa di una università olandese ha posto giorni fa agli scienziati della NASA.  Ed ecco la risposta: -“ Si!” -  

Questa materia oscura esiste intorno a noi, ci pervade  e, forse, condiziona la nostra esistenza senza che noi ce ne accorgiamo. Sappiamo da molti anni che gli stessi neutrini provenienti dallo spazio   (nascono all’interno delle stelle) penetrano senza che ce ne accorgiamo la materia, il pianeta e i nostri corpi. Ora dobbiamo aggiungere la materia oscura. Possiamo ben dire a questo punto che siamo immersi in un “ambiente alieno “ da cui dipendiamo forse anche come sopravvivenza. Ma tutto ciò migliaia di anni fa qualcuno l’aveva già intuito: le antiche culture dell’India da cui poi sono nati l’Induismo e il Buddismo questo lo sapevano. La materia oscura, nonché l’energia oscura, loro la chiamavano e la chiamano: Prana.

Per gli indù e i buddisti il Prana è l’essenza della vita  è la forza vitale che pervade ogni cosa dalle stelle ai pianeti fino agli esseri viventi. I maestri tibetani hanno sempre affermato che se l’essere umano sapesse compenetrare l’energia pura dell’universo, cioè il prana, e con essa e armonizzarsi, potrebbe vivere fino al termine della sua vita biologica, anche senza assumere cibo.  Questa affermazione, che per la scienza ufficiale è illogica, trova invece conferma nei centinaia di casi riportati dalle cronache indù, dal lontano passato ad oggi. Molti asceti infatti hanno vissuto, superando anche  i 100 anni di vita, in meditazione senza mai nutrirsi.  Anche ai giorni nostri c’è un caso simile studiato da decenni da medici e scienziati, è il caso dello yogi indiano Prahlad Jani che vive dall’età di 12 anni senza bere e mangiare all’interno di una grotta nella regione settentrionale indiana di Gujarat.

Il team di scienziati del Defence Institute of Physiology and Allied Sciences (Dipas) che lo ha studiato 24 ore su 24 per 15 giorni consecutivi, non sa spiegare il fenomeno. Nessun essere umano potrebbe resistere senza bere più di 5 giorni. In ogni caso i valori metabolici e comunque funzionali di un organismo che non si alimenta né assume acqua verrebbero sconvolti.  In Prahlad Jani invece gli esiti degli esami hanno dato valori positivi, riscontrabili in un giovane di 25/30 anni e non in un vecchio di oltre 80 anni. Per gli scienziati è un caso sconvolgente per la scienza, la quale non sa dare una risposta. Alla domanda del team scientifico all’asceta di come fa a nutrirsi, lui risponde :-“ in me entra l’energia del Sole e quella mi nutre e mi disseta”-. Ma come fa quest’energia ad entrarti dentro, hanno chiesto ancora gli scienziati, e lui: - “attraverso la meditazione consento all’energia vitale dell’universo di fluire dentro di me”-

E allora, a questo punto, possiamo dire che la risposta data da uno scienziato della NASA alla studentessa olandese calza a pennello: “Si, questa scoperta può cambiare il futuro dell’umanità.”-

In conclusione dobbiamo ancora volta considerare la sapienza e la conoscenza degli antichi e forse, con un po’ di umiltà, cercare attraverso antichi testi, miti e legende le risposte che oggi ci dà la scienza, ma che scopriamo ogni volta già scritte.

Ennio La Malfa


Autoanalisi - Pre-conoscenza o pre-giudizio?


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Vorrei mettere in chiaro alcuni concetti base della ricerca di "sé" (in chiave di spiritualità laica)  attraverso l'autoanalisi. Trattasi di una semplice ri-scoperta  di  qualcosa che c'era già, ma che aveva bisogno di essere "espressa", nella via personalizzata del ritorno a casa. Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire quegli aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono.

....dove le civiltà dei vivi e dei morti si incontrano!

Il nostro osservare il mondo, sia interiore (delle emozioni) che esteriore (degli oggetti), non è quasi mai “pulito”, privo cioè di interpretazione e concettualizzazione. 

Siamo avvezzi a giudicare quel che osserviamo attraverso il filtro della memoria e delle sensazioni collegate alle trascorse esperienze. Anche nel caso di eventi “nuovi” o di idee precedentemente non considerate non facciamo a meno di cercare di “comprendere” e misurare sulla base del nostro conosciuto. Ecco questa “preconoscenza” è la nostra “schiavitù” ma se potessimo lasciarci andare sino al punto di poterci osservare mentre si innesca il meccanismo del “pre-giudizio” e capire il suo funzionamento... potremmo già considerare questa “attenzione” come una prima forma di meditazione e distacco dal processo appropriativo in corso.

Facciamo un'analogia pratica, per esemplificare questo tentativo di spostare l'attenzione dall'io giudicante alla capacità testimoniale della pura coscienza, analizzando il funzionamento del sogno. Quando sogniamo tutto avviene in modo apparentemente costruito e definito mentre allo stesso tempo gli avvenimenti del sogno mantengono il senso dell'imponderabilità. Il personaggio specifico del nostro sogno, nel quale noi ci identifichiamo, è esso stesso una semplice componente inscindibile dalla complessità del sogno, in cui i vari attori, figure, oggetti ed eventi sono un tutt'uno. La “farsa” del sogno mostra un'apparente finalità e significato agli occhi del personaggio di sogno nel quale ci identifichiamo. Vediamo che egli infatti compie gesti deliberati e verosimili sforzi di volontà per raggiungere i suoi fini di sogno, rapportandosi inoltre con gli altri personaggi del sogno come “diversi” da sé. 

Può ciò corrispondere a verità?

Tutti gli aspetti del sogno sono prodotti dalla stessa mente e non sono in alcun modo controllabili e gestibili da alcun personaggio o situazione del sogno. Essendo ognuno di questi elementi semplici componenti “passive” immaginate nella mente del sognatore. Dal punto di vista dell'esperienza “empirica” nello stato di veglia si può dire che il processo di “creazione” sia praticamente il medesimo. Tutti gli oggetti ed i soggetti che reciprocamente si percepiscono (essendo ognuno contemporaneamente soggetto ed oggetto nella percezione altrui) scaturiscono dalla stessa “Mente”, o Coscienza, e si dipanano sullo schermo concettuale degli eventi spazio-temporali. In effetti, in questo funzionamento totale, non può esistere alcuna volizione o finalità personale, poiché (come nel sogno) ogni cosa si svolge indipendentemente dall'intenzione di qualsiasi dei personaggi sognati. Pur che apparentemente essi assumono su di sé il senso dell'affermazione o della negazione di una loro “volontà”, ma questo avviene solo conseguentemente alla considerazione effettiva degli eventi già vissuti. Ovvero dopo aver “giudicato” i fatti accaduti ed averli assunti come propri (attraverso il senso di identificazione) e quindi definiti come positivi o negativi (ai fini del personaggio). 

Da ciò, per estensione, arriviamo all'identità dello stato di veglia e scopriamo che -come nel sogno- a manifestare la vita e le sue componenti non sono i singoli esseri bensì la Coscienza stessa, impegnata com'è nell'opera di vivificazione delle sue emanazioni e manifestazioni, che sono possibili solo per suo tramite.

Per questa ragione è detto che “quando il me scompare l'Io si manifesta” (Ramakrishna Paramahansa), ovvero quando l'identificazione individuale cessa automaticamente la Coscienza impersonale emerge. Si dice che “emerge” in quanto tale pura Coscienza è già insita nell'individuo stesso (come la mente è presente nel personaggio sognato) che la “sostanza” non appartiene alla sembianza mutevole ma è l'essenza che la anima. Ovviamente in caso di “risveglio” al puro Io il senso di identità individuale “muore” ma questo non implica l'automatica scomparsa della sua “sembianza” apparente, che continuerà a restare nella percezione degli “altri” osservatori, ma svuotata al suo interno di ogni identificazione oggettiva, essendo il risvegliato pura e semplice “soggettività” 
(Consapevolezza priva di attributi).

La spontaneità è la caratteristica “comportamentale” del risvegliato, quando spontaneità significa semplice capacità di risposta, adeguata e consona, alle situazioni in cui egli si imbatte. In un tale essere non permane alcuna ombra di intenzionalità o di giudizio, di desiderio o repulsione, la sua “volontà” corrisponde esattamente agli eventi vissuti senza che lui lo ricerchi. Possiamo definire questo stato: Libertà.

Per significare la vera natura dell'essere ed il “ritorno” all'intrinseca consapevolezza che gli è propria, ammettendo che tale natura è la stessa per ognuno di noi, mi piace riportare una frase di Nisargadatta Maharaj, che disse: “Non importa ciò che fai o ciò che non fai se hai realmente percepito quello di cui sto parlando. Diversamente, non importa nemmeno se tu non hai capito quel di cui sto parlando..” Il che significa che in entrambi i casi la realtà intrinseca non cambia... e quel che è destinato ad avvenire avviene per conto suo.... 

Succede però che questo discorso, pur essendo a volte intellettualmente accettato, necessiti spesso una digestione ed assimilazione, deve insomma essere fatto “nostro”. Ciò può avvenire attraverso la riflessione, la rielaborazione e il riconoscimento al nostro interno di tale verità. Ora in qualche modo ci sembra di aver compreso ma dobbiamo disintossicarci dalla tendenza speculativa e dall'identificazione con il personaggio incarnato. A tal fine, non per ottenere la condizione che è già nella nostra natura ma allo scopo di scongiurare l'imbroglio della mente, consiglio la lettura ripetuta e la ponderazione sulle immagini contenute nel Libro dei Mutamenti (I Ching), un compendio di esempi archetipali psicosomatici, descrivente cioè i diversi modelli comportamentali, basati sulle variegate capacità espressive della mente nello svolgimento degli eventi spazio-temporali. Per mezzo dell'analisi sarà possibile riconoscere le multicolori forme che la mente può assumere in questo mondo di apparenze, essendo le sue trasformazioni semplici risultanze, risonanze e adattamenti alle condizioni che si trova ad affrontare. Questa è una risposta automatica allo svolgimento delle continue mutazioni e mescolamenti degli elementi basilari della vita.

Ovvio che tali mutazioni sono praticamente infinite ma nel Libro dei Mutamenti si esaminano 64 aspetti/madre, in forma di esagrammi in cui ogni linea è una componente costitutiva con propri significati. Essendo questo testo il risultato di un antichissimo e costante studio ed osservazione di fenomeni naturali e sociali, interpretati e visti sia con la ragione che con l'intuizione, esso si presenta come un complesso integrato dei diversi modi espressivi analitici ed analogici della mente.

“Conoscere la mente per non farsi imbrogliare dalla mente..” Affermava Ramana Maharshi.

E nel Libro dei Mutamenti si può dire che vengono fusi sia gli aspetti filosofici speculativi e metafici che quelli analitici ed empirici (Taoismo e Confucianesimo), perciò la prassi è quella di osservarne le immagini senza volerne assumere i concetti, un buon metodo per avvicinarsi alla corrispondente spontaneità comportamentale del saggio, basata sulla capacità di immediata risposta comportamentale nelle varie situazioni incontrate nella vita, anche in considerazione delle peculiari caratteristiche da ognuno incarnate e nella posizione e condizione in cui siamo. Insomma, conoscere il mezzo per affrontare adeguatamente il percorso. 

Siccome la lettura del testo non è immediatamente chiara e assimilabile è consigliabile una ripetizione continuata, ma senza sforzi interpretativi, in modo da sospingere pian piano la nostra mente verso quel necessario “distacco” da finalità precostituite, tralasciando quindi il tentativo di comprensione dei significati razionali e lasciando che le immagini evocate trovino corrispondenza nel nostro inconscio.

Paolo D'Arpini 

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L' Universo nasce nella penombra dell’aurora primordiale...


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Tutto ciò che esiste nel mondo sorge dall’incontro fra le tenebre e la luce, fra la terra ed il cielo, fra il femminile ed il maschile. Questa è una teoria espressa non soltanto in India od in Cina ma presente in ogni filosofia e religione e persino nella scienza empirica. Ma in Cina ed in India maggiormente il discorso binario delle forze creatrici è stato analizzato in profondità e portato alle sue estreme conclusioni. Tutti sanno –ad esempio- cosa sono lo Yin (femminile) e lo Yang (maschile) e molti conoscono il binomio Shakti (fenomeno) e Shiva (noumeno).
Nella penombra dell’aurora si dice che il mondo sia stato creato da Brahma. La descrizione di questa creazione è molto semplice. La mitologia cosmologica mistica descrive la nascita di tutti gli esseri attraverso l’opera creativa di Brahma. Il creatore dovendo svolgere il suo compito formulò in se stesso il principio femminile “Sandhia” che significa Aurora, assumendo egli il principio maschile. Una volta che questa sua “figlia” apparve davanti ai suoi occhi egli ne fu così affascinato che s’invaghì della sua stessa creazione. Sandhia cercò di sfuggire alla bramosia di Brahma ed assunse di volta in volta una forma diversa, sempre al femminile, mentre Brahma la rincorse nella forma maschile della stessa specie. E così tutti gli esseri senzienti furono alfine prodotti. Questa allegoria simbolica del “rincorrersi” è ripetuta anche nella teoria del Big Bang, in cui l’unità indistinta primordiale (Tao per i cinesi) si trasforma in grande esplosione creatrice (il desiderio del moltiplicarsi), resa possibile dall’espansione del tempo nello spazio, potremmo egualmente chiamarli luce e tenebra….
Ma voglio scendere nei particolari minuti, sulle intuizioni presenti in ognuno di noi, prendendo l’esempio della mia stessa vita. I ricordi più lontani che ho di me stesso risalgono al limbo del grembo materno ed al momento della nascita. Allora percepivo chiaramente il destino della forma che avrei assunto, con tutte le difficoltà conseguenti al necessario riequilibrio di un precedente karma. La volontà di uscire fuori dall’utero era molto debole, vedendo le umiliazioni, le paure, le fatiche, le trasformazioni che mi aspettavano… eppure ad un certo momento sentii che non potevo tirarmi indietro, che questa nascita era necessaria per la mia evoluzione, che vi sarebbero stati anche momenti santi e gloriosi, che questa mia vita avrebbe aiutato il compimento anche di altre esistenze. E così venni alla luce, tirato fuori da un forcipe…. Che la levatrice infine usò, vista la mia reticenza a nascere….
E poi i momenti cruciali legati all’insoddisfazione per la forma assunta. A circa 6 od 8 mesi, ricordo che mia madre descriveva ad una amica in visita il colore dei miei occhi “prima era azzurri ora stanno diventando verdi –forse castani..”. Ed infatti i miei occhi sono castani, con striature verdognole (”cacarella” dice mia figlia Caterina), l’azzurro tanto desiderato è rimasto solo un alone nella pupilla.
Ed il desiderio carnale, la paura e la gelosia edipica? A circa un anno e mezzo ricordo che una sera ero nel mio lettino, nella stanza dei miei genitori, che evidentemente volevano copulare, ma io non mi addormentavo e mi dissero “dormi se no dalla finestra viene il gatto mammone”. Neanche sapevo cosa fosse una tale bestia ma immediatamente percepii una figura nera che mi osservava dalla finestra e implorai mia madre di farmi andare nel suo letto. Ma non fui accettato e fui zittito con frasi tipo “ma no… ma no.. il gatto mammone non c’è.. resta nel tuo lettino..”. Eppure per me c’era anche perché sentivo rumori strani… Poi a circa due anni e mezzo, quando era nata da poco la mia sorellina Maria, assistevo alla sua poppata al seno e mi venne il desiderio di bere anch’io di quel latte ma presi la cosa alla larga “Mamma, mamma… come fa il latte ad uscire dalla sisa?” E mia madre scherzando sollevò la sisa la spremette nella mia direzione facendone uscire uno schizzo di latte che mi colpì in faccia.
Lascio da parte altri ricordi di questo genere e racconto solo quello che fu per me illuminante e mi diede la visione della realtà indivisa. Un giorno, avevo circa quattro anni, osservavo nel raggio di sole che entrava dalla finestra una moltitudine di piccoli esseri che si muovevano, un pulviscolo di particelle misteriose, e chiesi a mio padre “papà.. cosa sono tutte queste cose che si vedono nel raggio di luce?” e lui mi rispose (dopo aver osservato a sua volta) che si trattava di minuscole forme di vita. Immediatamente percepii la verità che la vita è una realtà indivisa, la stessa cosa che oggi affermano gli scienziati, che non c’è separazione e che veramente tutto è una manifestazione del gioco delle particelle quantiche primordiali. Ed lo dissi esclamando “ma allora non c’è divisione fra noi… siamo tutti la stessa cosa!”. Ovviamente mio padre, vittima della visione dissociata negò dicendo che ognuno ed ogni cosa era separata, e qui dovetti iniziare a fare i conti con l’accettazione della mia verità intuitiva rispetto a quella descritta dagli altri….
Ma insomma qual è il meccanismo concettuale dietro alla creazione del mondo?
A questa domanda Nisargadatta Maharaj rispose in modo lucido e chiaro: la creazione del mondo, come apparizione nella coscienza, ha un decuplo aspetto:
- Purusha (maschile o mente) e Prakriti (femminile o natura), il materiale psichico e fisico.
- L’essenza dei cinque elementi fondamentali (visti come stati energetici): etere, aria, fuoco, acqua e terra, in continua e mutua frizione.
- I tre attributi (o qualità): satva (armonia), rajas (attività), tamas (inerzia)
Un individuo può pensare di essere lui stesso ad agire in realtà il suo nome e forma non sono altro che l’espressione combinata dell’incontro fra questi fattori.
In verità ognuno di noi è null’altro che “coscienza” ovvero la capacità di osservazione e di vivificazione che rende possibile il gioco degli elementi e dei vari aspetti psichici. La forma incarnata è un po’ come la particolare immagine che si forma al caleidoscopio, od alla slot machine, alla quale noi osservandola diamo un valore e significato sulla base di certe convenzioni. Le forme differiscono così tanto in qualità e quantità, dati i possibili mescolamenti dei 10 aspetti coinvolti, che alla fine appaiono individui come Hitler o Gandhi….
Facendo un’analisi all’inverso, tornando cioè indietro nella formazione degli aspetti, notiamo che le tre qualità non sono altro che il movimento del “maschile” (rajas) e del “femminile” (tamas) nel gradiente formato dallo spazio-tempo ed osservato nella “coscienza” (satva). Mentre gli elementi son solo le posizioni assunte dalle qualità nel gradiente, cioè: satva = etere; satva e rajas = aria; rajas = fuoco; rajas e tamas = acqua; tamas = terra.
Ma apprendere il meccanismo concettuale “esteriore” serve a poco se manca la capacità di riconoscimento e radicamento della propria identità primordiale, la pura consapevolezza, alla luce della quale tutto avviene.
Il pensiero “io sono” vibra nell’esistenza e tutto appare!

Paolo D’Arpini


Il cibo di Osho


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L’uomo è l’unica specie animale la cui dieta non è fissa. La dieta di tutti gli altri animali è fissa: sono i loro bisogni fisici e la loro natura che decidono cosa devono mangiare e cosa no, quanto devono mangiare, quando devono mangiare e quando smettere. Ma l’uomo è assolutamente imprevedibile, incerto. La sua natura non gli dice cosa deve mangiare, né la sua consapevolezza gli dice quanto deve mangiare, né la sua comprensione gli dice quando deve smettere di mangiare.
Dato che nessuna di queste qualità dell’uomo è prevedibile, la vita umana ha preso direzioni molto incerte. Ma con un po’ di comprensione – se l’uomo inizia a vivere con intelligenza, con un po’ d'attenzione, con gli occhi almeno parzialmente aperti – non è affatto difficile passare a una dieta appropriata. Nulla potrebbe essere più facile. E per comprendere la dieta giusta possiamo dividerla in due parti.
La prima parte: cosa si deve mangiare e cosa non si deve mangiare?
Il corpo umano è fatto di elementi chimici. Il funzionamento del corpo è chimico. Se ingerisci dell’alcol, il corpo sarà influenzato dalle sostanze chimiche, diventando intossicato, inconscio. Per quanto la persona sia sana e pacifica, la chimica dell’intossicazione influenzerà il suo corpo. Per quanto sia santa la persona, se le dai del veleno, morirà.
Qualsiasi alimento che porti l’uomo in uno stato d’inconsapevolezza, di eccitazione, che lo disturbi in modo estremo, è nocivo. E il danno peggiore si verifica quando queste cose raggiungono l’ombelico.
Forse non sai che in tutto il mondo, in naturopatia, vengono usati per curare il corpo impacchi di argilla, alimenti vegetariani, strisce di tessuto imbevute d’acqua e bagni. Ma nessun naturopata ha ancora compreso che gli effetti sul corpo delle strisce di tessuto imbevute d’acqua, degli impacchi d’argilla o dei bagni non dipendono tanto da particolari caratteristiche di queste cose, ma dal fatto che esse influenzano il centro dell’ombelico. E il centro dell’ombelico poi influenza il resto del corpo. Tutte queste cose – l’argilla, l’acqua, i bagni – hanno un effetto sull’energia quiescente del centro dell’ombelico; quando quest’energia si sveglia, la salute appare nella vita della persona.
Ma la naturopatia non ne è ancora consapevole. La naturopatia pensa che gli effetti benefici derivino dagli impacchi d’argilla o dai bagni e dalle strisce bagnate messe sullo stomaco! Hanno sì un effetto, ma i veri benefici derivano dal risveglio dell’energia nei centri quiescenti dell’ombelico.
Se il centro dell’ombelico viene trattato male, se viene usata la dieta sbagliata, il cibo sbagliato, pian piano il centro dell’ombelico diventa quiescente e la sua energia s’indebolisce. Il centro inizia ad addormentarsi, finché cade completamente nel sonno. A quel punto non lo riconosciamo neppure più come centro.
Ci accorgiamo solo di due centri: uno è il cervello, in cui si muovono continuamente i pensieri, e l’altro è il cuore, in cui si muovono le emozioni. Al di là di questo, più in profondità, non abbiamo alcun contatto. Più il cibo è leggero e meno pesantezza creerà nel corpo, e quindi sarà più prezioso e significativo per dare inizio al nostro viaggio interiore.
La prima cosa da ricordare riguardo alla dieta è che non dovrebbe creare eccitazione, non dovrebbe intossicarti ed essere pesante. Dopo aver mangiato nel modo giusto non senti pesantezza e sonnolenza. Ma noi sentiamo quasi tutti pesantezza e sonnolenza dopo i pasti – ciò ci mostra che abbiamo mangiato nel modo sbagliato.
Alcune persone si ammalano perché non hanno cibo a sufficienza e altre perché mangiano troppo. Alcune persone muoiono di fame e altre per un eccesso di cibo. E il numero di persone che muoiono per eccesso di cibo è sempre stato maggiore di quello delle persone che muoiono di fame – pochissime persone muoiono di fame. Anche se rimani affamato, non muori prima di tre mesi. Chiunque può vivere senza mangiare per tre mesi. Ma se mangi troppo per tre mesi, non hai alcuna possibilità di sopravvivere.
I nostri atteggiamenti sbagliati riguardo al cibo stanno diventando pericolosi e comportano un prezzo molto alto da pagare. Ci hanno portato a un punto in cui siamo vivi per miracolo. Invece di salute, il cibo sembra creare in noi malattia. È una cosa sorprendente che il cibo ci faccia ammalare. È come se il sole sorgesse la mattina portando il buio. Questa sarebbe una cosa parimenti sorprendente e strana. Tutti i medici del mondo sono dell’opinione che la maggior parte delle malattie nell’uomo dipendano da una dieta sbagliata.
Quindi la prima cosa è che ognuno dev’essere estremamente consapevole di come mangia. E dico questo specialmente per il meditatore. Il meditatore deve rimanere consapevole di cosa mangia, di quanto mangia, e dell’effetto che il cibo ha sul suo corpo. Sperimentando per alcuni mesi con la consapevolezza, scoprirà sicuramente qual è il cibo giusto per lui, quello che gli dà tranquillità, pace e salute. Non ci sono vere difficoltà: è solo perché non diamo alcuna attenzione al cibo che non riusciamo mai a scoprire qual è quello giusto per noi”.
Osho, The Inner Journey

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Wu Wei - Ogni azione si svolge da sé in sincronicità con il Tutto


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Tutti  agiamo in modo spontaneo, sempre, ognuno mette in pratica quel che sente. C'è un'aura che lo dimostra, c'è un odore che lo annuncia. Tu non puoi comportarti diversamente da come i tuoi pensieri indicano.

In natura come nell'individuo l'agire si svolge da sé in sincronicità con il Tutto

Come e da dove sorgono i tuoi pensieri?
Chi li sceglie?
Chi decide una via di azione piuttosto che un'altra?
Forse il desiderio?
Forse la volontà di raggiungere un fine?
E dove si raggiunge qualcosa se non nel mondo delle apparenze, nel sogno dell'esistenza?
Da qui la teoria del karma che pone l'uomo all'interno di una ruota. La stessa ruota che vediamo nelle gabbiette dei criceti. Si muove perché il criceto che ci sta dentro la fa muovere. In se stessa la ruota è inerte. Perciò sia nel taoismo che nell'advaita si proclama "il non agire", nel senso di non compiere azioni con la finalità di un raggiungimento.
Però, in tutta sincerità con te stesso, agisci, non rifuggire dall'azione per paura. Lo stesso Krishna ad Arjuna disse: "Se rifuggi dall'agire la tua stessa natura ti spingerà a compiere le azioni che sono a te dovute". Perciò agisci conformemente al tuo "Dharma/Karma" e lascia i risultati al "Cielo"...
Ed ora un approfondimento: Il “vuoto” taoista - ... se il vero Tao al nostro percepire determinista appare come un nulla, che per noi corrisponde al vuoto del sé (della coscienza individuale), esso segna il ritorno beato nella matrice silenziosa, che attira e proietta l’esperienza del pensiero empirico e poi lo riassorbe nel nulla da cui proviene. Questa kenosi del Tao procede per sua propria natura e non presuppone alcuna volontà creatrice o distruttrice. E da qui si comprende la non valutazione taoista per un Dio personale.
Il manifesto è solo una apparenza, appare nella mente una propensione perché così è nella natura della mente. Accettala e passa oltre. Vivi momento per momento osservando tutto ciò che avviene. Pian piano ti accorgerai che non compirai le azioni sforzandoti o in reazione a quelle degli altri, ma saranno spontanee risposte, senza ricerca di un "esito" definito.
Secondo lo psicologo taoista Alessandro Mahony per i taoisti non esisterebbe quindi tanto una causa effetto ma piuttosto una sincronicità: "Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora".
«Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. I cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? La parola Tao è la risposta a questa domanda». (Alan Watts, Il significato della felicità [109])
Quindi un Taoista non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità.
Ed ancora: «quando un occidentale sente di pensare, crede che un tal fatto sia dovuto ad una specie di fatalismo o determinismo. [...] La prima illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo accada a lui e che quindi sia vittima delle circostanze. Ma se siamo immersi nell'ignoranza originaria non esiste un tu diverso dalla cosa che sta accadendo. Quindi la cosa non sta succedendo a noi, succede e basta. [...] La seconda illusione è quella di credere che ciò che sta accadendo ora è la conseguenza di un evento del passato. [...] Dobbiamo essere davvero ingenui per credere che il passato provochi quanto avviene oggi. Il passato è simile alla scia lasciata da una nave. Alla fine ogni traccia scompare. [...] È moto semplice: tutto comincia adesso, perciò è spontaneo: non è determinato [...], non è nemmeno casuale [...]. Il Tao è un certo tipo di ordine [...] che però non è precisamente ciò che noi definiamo ordine quando disponiamo un oggetto in un ordine geometrico, in scatole od in file. Se osserviamo un pianta di bambù ci è perfettamente chiaro che la pianta possiede un suo ordine. [...] I cinesi lo chiamano Li [...]. Tutti cercano di esprimere l'essenza del Li. Ma la cosa interessante è che nonostante si sappia cosa sia, non c'è modo di definirla». (Alan Watts, Il significato della felicità [111] pag. 17-18).
E' difficile conciliare i due concetti o no?
In verità Alan Watts è un grande estimatore del Tao ed è riuscito molto bene ad individuarne i punti salienti, egli affermò: "ogni forma di controllo ricade infine sul controllore". Infatti nella tradizione Taoista «L’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità».
La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico.
Ed allora che significato ha compiere azioni "virtuose" con l'intento di un raggiungimento?
Evidentemente non ha un senso per un taoista. Però ha un senso per "accreditare" un'ipotetica "volontà" personale ("Ichinen" si chiama in giapponese). Comunque il pensiero assume una forma, ogni qualvolta lo si desidera, con più o meno forza secondo l'intensità. Ma questo processo nel taoismo - come nell'advaita - è ritenuto una forma di "schiavitù", di immersione nell'illusione del "sogno" (Samsara).
Ciò non toglie che il il sogno esiste, finché si dorme, e pur non essendo "vero" è comunque "reale" per il tempo che dura... finché non giunge il momento del Risveglio.
Paolo D'Arpini

Una memoria storica sui miei primi anni a Calcata e sul "recente" trasferimento a Treia




Verso la fine di luglio del 2010 ho lasciato Calcata, "rapito" dalla mia amata Caterina Regazzi, e dal 3 agosto ho preso domicilio a Treia. Allora scrissi anche un articolo "Dal Treja a Treia" in cui annunciavo la partenza e lo spostamento dalle rive del Treja, il fiume che circonda Calcata, al monticello di Treia, in provincia di Macerata.

Con Macerata avevo già avuto a che fare in passato, nel dicembre del 1973 tornato dall'epico viaggio che mi aveva portato prima in Africa e poi in India, ove conobbi il mio Guru, Swami Muktananda, e convalescente, per via di un epatite che mi ero beccato mangiando troppi dolcetti a Bombay, non trovai di meglio che andare nell'albergo che mio padre gestiva in quella città e vi rimasi per una quindicina di giorni a riposo. Inutile qui raccontare i vari spostamenti successivi... fanno parte di un percorso lontano e misterioso, sta di fatto che il destino mi ha fatto tornare nella provincia di Macerata, forse per finirci i miei giorni come avvenne a mio padre, le cui spoglie riposano nel cimitero maceratese...

Ma non voglio "prevedere" alcunché, il passato è conosciuto ed il futuro è ignoto, per cui mi limito oggi a rivedere alcuni aspetti del mio trasferimento, e lo farò tirando fuori da un vecchio cassetto un articolo ed un paio di lettere che testimoniano il mio vivere vegetariano e naturista a Calcata. Una testimonianza preziosa dei primi anni, quando il Circolo era in gestazione… 


Ero giunto a Calcata verso la Pasqua del 1975 (credo), primo di un gruppetto di amici e parenti, ed ero già vegetariano e lì, oltre ad occuparmi di teatro, canti sacri, yoga e mostre d’arte (la prima galleria di Calcata fu da me fondata nel 1978 e si chiamava Depend’Arp), organizzavo anche pranzi all’aperto, ovviamente vegetariani, e con ciò iniziai -di fatto-quello che poi divenne il Circolo Vegetariano VV.TT.

All'inizio usavo il sistema di “ognuno porta qualcosa”, sistema poi ripreso dal 2004 a Calcata e sino ad oggi a Treia,  e talvolta, se non c’era spazio nella piazzetta di Porta Segreta, dove abitavo, andavamo nella piazzetta di San Giovanni, sui gradini altissimi della chiesa dove oggi c’è un piccolo museo d’arte contadina, oppure fuori porta dove c’era un ristorantino che ci accoglieva come ospiti a “mezzo-servizio”. Fausto Aphel, il proprietario, come noi un nuovo venuto in spirito pionieristico, ci preparava panini con insalata e formaggio prodotti da lui stesso. Il pomeriggio si andava a bere la cioccolata calda in un altro localetto, aperto da Giovanna Colacevich, la Latteria del Gatto Nero (ci lavorò pure il giovane Vittorio Marinelli), che a volte ospitava i nostri incontri estemporanei…. E così capitò che un bel giorno venne a trovarci Anna Maria Pinizzotto, giornalista del Paese Sera, la quale aveva ricevuto l’invito, da un comune amico e suo collega, Roberto Sigismondi, per “venire conoscere la realtà alternativa di Calcata ed il nostro programma de "La Due Giorni Vegetariana”. Emozionato per l’importanza ricevuta le fui al fianco per un’intera giornata (anche perché era una donna affascinante) e fra una chiacchiera e l’altra ne sortì fuori questo magico articolo che segue…

Domenica ‘vegetariana’ a Calcata, paese museo.

"Un pugno di case rosate su una roccia di tufo. Un paese che attualmente non ospita più di cinquanta anime, e nel passato ne ospitava poche di più. Calcata (con l’accento sulla seconda) è un paesino medioevale rimasto miracolosamente intatto in uno spazio naturale molto bello. E’ circondato da colline verdi, ai suoi piedi scorre un ruscello limpido e nelle viscere si aprono grotte ed antri. Da qualche anno è diventato meta di naturisti, vegetariani, amanti dello yoga che hanno deciso di trasformarlo in un’oasi di raccoglimento. Una oasi facilmente raggiungibile. Calcata è a circa sessanta chilometri da Roma, in provincia di Viterbo. L’idea di fare del piccolo paesino arroccato su un picco di tufo un punto di riferimento stabile per chi ama la cucina alternativa e le passeggiate ecologiche è venuta ad un gruppo di romani che si è trasferito stabilmente a Calcata.

“L’idea era quella di fare una due giorni vegetariana -dice Giovanna Colacevich fondatrice della Latteria del Gatto Nero- Sabato e Domenica a Calcata per chi ama la natura e la pace. Nel programma è compresa la colazione, il pranzo ovviamente vegetariano, la merenda, una passeggiata guidata ed una conferenza su yoga e vegetarismo. Il costo è di lire cinquemila e -dimenticavo- comprende anche uno spettacolo in piazza dei Vecchi Tufi, un gruppo teatrale di Calcata”. Intanto Giuseppe, co-fondatore della Latteria, si muove con agilità tra i fornelli, tra una crepe e l’altra. Il loro locale è posto ai limiti della minuscola piazza del paese, dove si affaccia una chiesetta in cui si conserva il prepuzio di Cristo (così narra la leggenda).

All’ingresso del paese, invece, c’è la trattoria di Fausto Aphel esperto cuoco che a Roma aveva una trattoria alternativa prima di trasferirsi a Calcata. Ma il personaggio più singolare, attorno al quale ruota tutta l’organizzazione, è Paolo D’Arpini. Anche lui, come la pittrice Simona Weller, ha scelto Calcata come residenza definitiva. La pace del luogo non rovinata ancora da nessun prodotto del consumismo, gli ricorda le verdi valli dell’India dove ha soggiornato per molto tempo. E’ lui che guida la passeggiata ecologica, che parla di vegetarismo e di Siddha Yoga.

Alle ore 16 di Domenica, dopo un infuso di liquirizia offerto da Paolo, una piccola spedizione parte per fare il giro della rocca, quattro cinque chilometri di percorso. La discesa è impervia, sono circa trecento metri fra sassi, fango e rifiuti.

“La chiamo ecologica -spiega Paolo- perché voglio che la gente rifletta sul consumismo. Lattine, buste di plastica, cartacce. Alcuni paesani usano questo dirupo per scaricare i loro rifiuti. Quanti rifiuti produce una città come Roma? Dove vanno a finire?”. Una ragazza olandese si è portata dietro un coltello, “non si sa mai, è per le vipere”. Paolo cammina avanti e con il bastone si fa largo. Il viottolo scavato nel bosco consente appena il passaggio di una persona magra. Si guada il ruscello su un antico ponte di legno che si è adagiato sul fondo. Le assi di legno, ricoperte di paglia, sono oblique e c’è chi teme di cadere nell’acqua, fredda, ma poco profonda. In una minuscola spiaggia si fa tappa. C’è chi tenta invano di trovare cocci etruschi nell’acqua. Nella zona sono state scoperte alcune necropoli.

“Io parlo soprattutto dell’aspetto fisiologico degli alimenti -dice Paolo- con i cibi correnti è difficile mantenere il corpo in buona salute. La carne è ricca di tossine. Gli animali sono ingrassati con mangimi chimici e durante l’agonia le ghiandole secernono tossine che si fissano nelle cellule. Se nel mondo si scegliesse il vegetarismo non ci sarebbe più la fame. Il cibo sarebbe sufficiente per tutti. Noi dobbiamo vivere in armonia con il mondo e lasciarlo integro ai nostri figli”.

La spedizione riprende il cammino tra cornioli e prugne selvatiche e alberi di nocciole. Ai margini del viottolo crescono già i ciclamini. Seconda tappa una sorgente di acqua ferruginosa dove ci si disseta. Si riattraversa il ruscello, questa volta sugli scogli, e si risale la scarpata dalla parte opposta dove esisteva il lavatoio. Stanchi e sudati arriviamo in piazza mentre un gruppo di giovani sta ascoltando un ragazzo che suona la chitarra. La spedizione si scioglie, chi corre alla latteria per rifocillarsi, chi segue Paolo che scende in una grotta per fare meditazione e cantare mantra.

Al calare del sole avrebbero dovuto apparire I Vecchi Tufi di Calcata con le stupende maschere create da Wilton Sciarretta. Ma Sciarretta, che è anche il regista del gruppo, è caduto da una rupe proprio mentre provava la commedia che doveva allietare i vegetariani. E’ ora ricoverato all’ospedale con una spalla rotta. E’ calato il buio. Nella piccola piazza siedono come in un salotto gli abitanti di Calcata e i turisti. I primi, subito dopo cena andranno a dormire. A Calcata non ci sono cinema e teatri e pochi hanno la televisione. I secondi, quasi tutti romani, si immergeranno nel traffico caotico della via Flaminia e torneranno alla vita cittadina con il rimpianto di una domenica alternativa trascorsa in un paese-museo."
(Anna Maria Pinizzotto – 13 Settembre 1979, Paese Sera)

A commento dell'articolo, nel frattempo pubblicato nel sito del Circolo Vegetariano VV.TT., il 4 ottobre del 2008 ricevetti una lettera di Nico Valerio:

Una permanenza mancata
"Quando i naturisti erano naturisti e io ero già vegetariano da anni. Insomma, prima dell’era Portoghesi e dei vip snob saccenti e con la erre moscia che da Campo de Fiori accorsero a colonizzare Calcata. Senza pensare che lì avrebbero poi dovuto viverci… Beh lì, proprio nella piazzetta del Prepuzio, dissi stoltamente o saggiamente no a chi mi voleva quasi regalare una casetta cadente nel borgo antico… Ma andiamo con ordine.

L’articolo della Pinizzotto mi ha riportato di colpo ai felici anni Settanta, un’età lontana, pensate: pre-Aids, pre-Asdl, pre-telefonini (eppure, al contrario di oggi, avevamo sempre tante cose da dirci), pre-immigrazione, pre-porte blindate. Nei paeselli di tutt’Italia le donne lasciavano la chiave nella toppa (spesso le porte dei paesi non avevano maniglia: troppo costosa). Tutti vivevano con finestre e porte aperte.

Dell’articolo di Paese Sera mi ha colpito l’uso corretto del termine “naturista”, come salutista, igienista, chi vive secondo sistemi di vita naturale. Uso che purtroppo si è perso. Oggi sarebbe impensabile: siamo tornati indietro come cultura nei e dei giornali (lo usano ipocritamente, sia i giornalisti sia gli stessi nudisti, che è grave, come eufemismo per non dire nudista). Ebbene, il mio amarcord è che la diffusione di quell’uso si doveva, in quegli anni che solo ora sappiamo che erano felici, soprattutto alla mia azione diuturna di propaganda: comunicati giornalieri, articoli, libri e divulgazione. Quattro anni prima avevo infatti fondato la Lega Naturista, primo club italiano a usare questo aggettivo per denotare tutti i rapporti uomo-natura. E la Lega, come un partito, faceva ogni giorno qualcosa (denunce, eventi, proteste, appelli: copiavo dai radicali, presso i quali avevo la sede). Perciò ero conosciuto nelle Redazioni, dove avevo molti proseliti (anche Paese Sera, che aveva recensito benissimo la mia Alimentazione Naturale). Erano tempi in cui i giornalisti avevano un’anima, avevano idee personali, come persone normali. E potevano scrivere tutto. Non come oggi. Lo so perché ero giornalista io stesso, e conoscevo i miei polli.

Già vegetariano da molti anni, dal 1 gennaio 1970, conobbi dopo poco Calcata. E li passavo tutti i fine anno. E come guida escursionistica, col mio gruppo esplorai tutti gli anfratti, fossi, roveti, boschi, ruscelli, all’intorno. Tante volte all’inizio dell’estate abbiamo fatto il bagno nelle anse più profonde del Treja, quando era pulito e non frequentato da nessuno. Là sotto ho fatto scorpacciata di crescione selvatico (credo che con l’inquinamento non ci sarà più: è molto sensibile).

Ero così avventuroso che una volta d’inverno ci trovammo totalmente accerchiati – com’è come non è – da rovi spinosissimi fittissimi e alti 2 metri. Invalicabili. Ne uscimmo 2 ore dopo con ferite, strappi e punture varie..:-). Altro ricordo, una speculazione mancata, anzi rifiutata con sdegno. Da buon idealista e razionalista mancai l’occasione della mia vita. Un amico mi propose di comprare una casetta malandata ma abitabile a picco sullo strapiombo. Costava così poco che pur non avendo soldi potevo permettermela.

Da buon razionalista, però, feci notare che la rupe era stata dichiarata pericolante e che nessuna licenza veniva più concessa, Il sindaco aveva minacciato di far sgomberare l’intera rupe. E io da naturista ed ecologista non volevo speculare su un degrado geologico con un furbo “fatto compiuto”. Ho sempre odiato i furbi all’italiana (o alla romana) che poi chiedono il condono. E poi perché “buttare” i miei soldi, anche se pochi? E ancora, da anticonformista non volevo fare il classico cittadino che si trasferisce al paesello per incontrarvi tutti i romani che aveva lasciato a Campo de Fiori.

E poi mi spaventavano da single le lunghe noiose serate. Ancor oggi, penso che, a meno che tanti giornalisti e scrittori non l’abbiano chiesto con una petizione, non ci sarà la Adsl. E infine ero e sono dell’idea naturista alla Thoreau che o si vive nella natura selvaggia (capanna nel bosco lontano almeno 2 km da un centro abitato, il mio ideale, oppure è meglio stressarsi in modo stimolante nel caos d’una città, dove come in una foresta non c’è controllo sociale, E paradossalmente sei libero. Ma la via di mezzo del villaggio, con il fiato sul collo dei vicini, che nei paesini sono davvero vicini, curiosi, criticoni, sarebbe stata per uno spirito libero come me davvero insopportabile. E alla lunga, se non opportunamente stimolati, i single intellettuali nei villaggi si rincoglioniscono. Per tutti questi motivi, proprio sulla piazzetta della chiesa del prepuzio, da stoltamente anti-furbo e onestamente razionale, dissi di no.

Non potevo immaginare che la gente è irrazionale, cioè furba, e che dopo l’arrivo di un famoso architetto e di tanti giornalisti, scrittori, artisti e intellettuali da Roma e dall’estero, la rupe prima cadente sarebbe stata miracolosamente sanata. I vip sono taumaturgici anche per l’equilibrio geologico… Ora con la sommetta che mi chiedevano per la proprietà d’una casetta di tufo di 2 piani, ci pagherei al massimo un mese di affitto d’una stalla fuori paese. Ciao e grazie del ricordo."
(Nico Valerio)

E per delucidare meglio la situazione ecco il mio commento al commento

Nico Valerio, un nome storico del vegetarismo in Italia ci ha raccontato con enfasi il suo “non esser diventato calcatese”…. Peccato, dico io, sarebbe stata una bella prova avere assieme Nico Valerio e Paolo D’Arpini in questo scricciolo di paese…. Magari sarebbe stato un po’ stretto per due calibri di tal fatta ma le scintille avrebbero sicuramente illuminato il mondo….
Ho conosciuto a Roma, credo nel 1974 o '75, Nico quando presentò il suo libro sulla dieta vegetariana in una libreria di Viale Manzoni, a quel tempo io abitavo in Via Emanuele Filiberto. Egli però non era segnato nell’akasha di Calcata e quindi capitò che ci vedessimo solo raramente da allora. Ma abbiamo sempre collaborato, ricordo ad esempio il grande meeting vegetariano all'Arancera di Roma su “Ecologia profonda, alimentazione naturale, spiritualità senza frontiere” del 2 e 4 ottobre 2009, a cui anch'egli intervenne.
http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=Ecologia+profonda%2C+alimentazione+naturale%2C+spiritualit%C3%A0+senza+frontiere

All'incontro parteciparono tutti gli altri vegetariani storici, in primis Edoardo Torricella (penso che sia il primo in assoluto in Italia avendo egli festeggiato il 50° anno di vegetarismo a Calcata nel 2008), Franco Libero Manco, Ciro Aurigemma, Massimo Andellini, Marinella Correggia e tanti altri.

Avendo ascoltato tutte queste mie storie  Mauro Garbuglia, un editore maceratese,  mi ha chiesto di scrivere un libro sul movimento vegetariano e  forse potrei farlo assieme a tutti quegli amici  che hanno condiviso con me l’esperienza del “rompighiaccio” in Italia!  Ma di vegetarismo ormai se ne parla a iosa e d'altronde io non mi considero un proselitista, essendo vegetariano "a mia insaputa", ovvero non considerando l'aspetto ideologico del vegetarismo (vedi ad esempio:   https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2017/05/27/ecologia-alimentare-e-laicita-di-pensiero/)  e credo perciò che lascerò perdere questo progetto... 


Però, a proposito di libri,  un sogno nel cassetto ancora mi resta, vorrei scrivere la memoria sulla mia ricerca  sugli archetipi psichici dell'I Ching e dello zodiaco cinese, una analisi originale corroborata dallo studio del sistema elementale indiano.   Recentemente un altro amico editore di Macerata, Antonello Andreani,  mi ha detto di essere interessato al progetto, vedremo se la cosa matura... 

Comunque tornando alla mia permanenza a Treia debbo dire che le attività culturali sono persino incrementate rispetto alla mia permanenza a Calcata, più che altro sono aumentate in importanza e verità. Certo non nel numero dei partecipanti poiché i vegetariani di Treia si contano su una mano ma le persone sensibili sono molte e durante le varie manifestazioni culturali organizzate in città e dintorni non mancano di accompagnarci nei nostri "voli pindarici". Questa attenzione mi fa sentire a "casa".

Paolo D'Arpini




Paolo e Caterina e la cagnetta Magò a Treia 


P.S. Dietro le quinte:

“L'ho letto, Amore, ma è un romanzo! So già cosa pensi e cosa, forse, mi risponderai, ma quando leggo di questo tuo Passato con la P maiuscola, tremo al pensiero. O forse no, forse per una persona che ha vissuto così anche la tua situazione attuale, essendo una sfida (?) può essere avvincente. E che te ne farai tu di una vita così semplice, con persone semplici : me, Dumì, Valeria, Crispiani, Lucilla, Tommaso, Claudio il muratore, Sonia, il Sindaco Gigetto, quando hai conosciuto donne belle e affascinanti, oltre che intelligenti, politici e precursori come te di filosofie di vita, ma sono tranquilla, non temere, ti amo per quello che sei ORA e per quello che sei CON ME, non per quello che sei stato (che poi sei sempre tu). Se il destino ha voluto che ci incontrassimo in quel momento, un motivo ci sarà. E se l'Amore ci accompagnerà, come io desidero, per tutto il resto delle nostre vite, vivremo quello che la vita ci riserva. Io e te. E chi ci vorrà essere” - Caterina

…...

“Infatti che differenza fa? Amore mio... siamo tutti la stessa persona diceva Luciano Laffi... ed affermava Nisargadatta sono uno che appare come molti.. Quindi Mio Tesoro Amoroso che bisogno c'è di sentirsi a disagio.. e poi in fondo è solo scenografia.. nulla di più, l'importante è l'esperienza che ognuno di noi è capace di portare a casa dagli eventi vissuti. Sii serena e sicura di te stessa, tu sei il Culmine! Ho comunque voluto fare una panoramica "veloce"  sulla storia del Circolo in modo che si percepisse il senso della continuità anche qui a Treia” - Paolo

(Treia. Scambio epistolare del 15 maggio 2011)


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Alcune pagine sulle attività svolte a Treia dal Circolo Vegetariano VV.TT.:
https://www.google.it/search?rls=aso&client=gmail&q=circolo+vegetariano+treia&authuser=0&gws_rd=cr&ei=zWUpWar0LZ2vgAansrSoCA

E qui la presentazione del mio libro "Treia. Storie di Vita Bioregionale":
 http://treiacomunitaideale.blogspot.it/2017/05/treia-racconti-di-vita-quotidiana-nel.html