Meraviglia di Sé – Riflessioni sulla Spiritualità Laica


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Awe. Spirituality of a layman
I’m  reflecting on the meaning I give to “Lay Spirituality”, in fact from the viewpoint of etymology and glottology this definition has not got much to do with the old image of “awe”, but  its closer to the modern description  of  free-spirituality.
Once upon a time, before religions and philosophy,  this natural longing for Self was simply “natural”. An urge of the inner spirit of man. This clinging to the source is just a spontaneous response in our conscience.  Nowadays if we see the same process in this hard materialistic society we have to use a different definition for this “urge”.  Our society has different ways of describing spirituality -mostly in the religious field-  and to give a  more appropriate meaning for modern times I suggest  to call it : “Lay-Spirituality” – A form of spiritual research as a free expression of ourselves.
Riflessione sulla Spiritualità Laica.
Sto  riflettendo sul significato che do al termine Spiritualità Laica. In effetti dal punto di vista etimologico e glottologico questa espressione non ha molta attinenza con la “meraviglia di sè” la scoperta dell’autoconoscenza che è alla base di ogni spiritualità.
Prima delle religioni e delle filosofie l’uomo ha percepito l’anelito spontaneo della coscienza a scoprire la sua origine. Questa stessa ricerca immessa nel quotidiano dei nostri giorni può essere meglio definita (vivendo in un mondo fortemente ideologizzato) “Spiritualità Laica”.  Accolgo questo termine come un aggiustamento linguistico per descrivere la ricerca spirituale in termini di libera espressione individuale. Le filosofie son gabbie schematiche e l’anelito verso l’autoconoscenza non ha bisogno di alcun concetto od ideologia. Anzi direi che il fine della Spiritualità Laica è  quello di liberare l’uomo da tali ideologie.
Paolo D’Arpini

4 novembre - Giornata delle Forze Armate Italiane che non esistono più...


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…il 4 novembre ricorre il giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate….

Rinnegare il passato non ha senso… l’Unità d’Italia è stata raggiunta con fatica, lotta e sacrificio… Anche se  potrei obiettare che non serviva e che la prima guerra mondiale (ed ultima del risorgimento) poteva essere evitata poiché l'Austria si era impegnata a cedere Trento e Trieste in cambio della non belligeranza italiana. Altri addirittura affermano  che si stava meglio con il Regno delle Due Sicilie, con lo Stato del Vaticano (ma quello c’è ancora..), con la Repubblica di Venezia, etc. Può anche essere vero ma pure in quei regni esistevano eserciti ed un senso nazionale… 

Non sono d’accordo con il sistema corrente in cui il servizio militare sia riservato a forze prezzolate, semplici volontari (sia pure interni cittadini) credo che l'onere della difesa (dico “difesa”…)  della nostra terra o dei legittimi interessi dei suoi abitanti non possa essere delegata ai “volontari” di professione.  
Ne parlavo con Caterina il 31 ottobre 2013 mentre in macchina andavamo a San Severino Marche per celebrare la vigilia di Ognissanti. 

L'Italia oggi è alla mercé delle truppe "d'occupazione" della Nato e in caso di necessità non c'è più un esercito fedele al popolo. Solo "stipendiati" al servizio dei politici di turno. Tra l'altro leggevo l'altra mattina, facendo colazione al baretto di Treia, che esistono vari paesi in Italia completamente invasi da stranieri, immigrati clandestini, che ormai la fanno da padroni, molestano le persone per istrada, non pagano le consumazioni nei bar e nemmeno le cose comprate nei negozi... anche se per i loro bisogni essenziali sono nutriti ed albergati in vari centri di accoglienza.  I sindaci non sanno come fare per impedire questi soprusi. 

L'Italia è destinata ad essere invasa da una massa sempre più violenta di "profughi" che vivono a spese dello stato?  

E in caso di difesa non bastano quei tre carabinieri che dispongono di una sola camionetta per perlustrare un territorio vastissimo e popolato. Ogni sera, mi ha riferito una amica di Treia, ricevono decine di chiamate in tutta la provincia di Macerata ma cosa possono fare? La stragrande maggioranza dei furti e rapine va quindi a buon fine. Infatti coloro che negli anni passati si trasferivano in campagna per vivere meglio adesso, solo per vivere, sono costretti a tornare nei paesi dove almeno ci sono dei vicini...  Spesso però anche i vicini servono a poco... Alcuni giorni fa ho saputo che -sempre a Treia- c'è stata una rapina in una casa del borgo, due malviventi  sono stati sorpresi a rubare  da una anziana ed irritati l'hanno accoltellata e sono fuggiti... Ovviamente senza che le forza pubblica potesse far nulla, per fortuna almeno l'ambulanza è prontamente accorsa. 

Insomma se in Italia ci fosse bisogno di controllare il territorio un esercito di leva potrebbe aiutare mentre quello vigente dei mercenari serve solo a combattere le guerre della Nato in varie parti del mondo (sempre a spese dei cittadini) mentre il popolo può essere oppresso e vilipeso sia dai burocrati e tassatori che dai delinquenti comuni e mafiosi (in santa alleanza). 

Il Libro dei Mutamenti afferma: "Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’Esercito. Così il nobile magnanimo verso il popolo accresce le sue masse” - L’immagine dell’esagramma L’Esercito (Shih n. 7) del Libro dei Mutamenti, è molto chiara nell’indicarne il significato. Infatti nell’antichità, in virtù della coscrizione obbligatoria, i soldati erano presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Ed avendo cura della prosperità del popolo si ottiene un esercito valoroso. 
Ed ancora nella prima linea. “Un esercito deve servire in buon ordine ed armonia. Se ciò non avviene incombe sciagura”.

La coscrizione popolare può sembrare una sopraffazione, se serve ad una causa ingiusta, ma è l’unico modo per riconoscersi tutti figli dello stesso paese. Guardiamo ad esempio la Svizzera, mai in guerra mantenendo però efficiente l'esercito.


Vediamo che alla fine dell’Impero Romano, allorché i legionari erano solo professionisti perlopiù stranieri pagati, è stato sufficiente l’arrivo di una masnada di barbari per sconfiggere l’Impero… Le famose invasioni barbariche contavano a malapena poche migliaia di individui (comprese donne e bambini ed armenti) mentre Roma aveva oltre un milione e mezzo di abitanti ma quei pochi barbari determinati bastarono per annichilire e distruggere un sistema… forse marcio, forse indegno di essere mantenuto.. 
come probabilmente sta succedendo ai giorni nostri…!


Paolo D’Arpini
.... da lungo tempo congedato

Nepi. 28 febbraio 1993 - 'PARLI DI SESSO? VERGOGNATI' - Una memoria



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Lucrezia Borgia

NEPI - Lei, Eleonora, è una ragazza biondina, rossetto scarlatto, un
paio di fuseaux blu, un bambino con un ciuffo di capelli castani in
braccio e un marito dietro il bancone del bar di famiglia. Ha ventotto
anni, "Volevo i pantaloni" non l' ha mai letto, parla un italiano di
paese, è timida e adesso "si vergogna", ha paura, forse non lo
"rifarebbe più". Eppure è diventata la Lara Cardella di Nepi, un borgo
medievale alle porte di Roma, nell' antica terra dei Falisci, con il
duomo, la torre del vecchio castello Borgia e il palazzo Farnese,
maestoso, con l'orologio, nella piazza del Comune. In mezzo alla
quiete paesana, allo struscio, su e giù, perpetuo, su via Roma, è
caduta una lettera, pubblicata da un giornale locale, che ha fatto
rumore. L' ha scritta proprio Eleonora. Ha parlato di droga ("dovrebbe
essere liberalizzata" e ancora "un nostro sbaglio è considerato un
marchio di vita") di sesso, di preservativi, di rapporti omosessuali
("ci sono ragazzi che hanno anche rapporti omosessuali, ma lo
nascondono. Quelli che lo vogliono nascondere sono quelli che
strillano più forte degli altri ' brutti froci' e allora si capisce
che hanno qualcosa da nascondere"), di giovani senza futuro che vivono
in un paese dove "su quasi ottomila abitanti non c' è nemmeno un
cinema, una discoteca e poi manca il lavoro". E dopo la confessione,
che apre uno spiraglio nel muro d' ipocrisia di una tranquilla vita di
provincia, arrivano le minacce. Un gruppo di ragazzi l' aggredisce
verbalmente. "Le parole preservativo e sesso le usano soltanto le
puttane. Certe cose non si possono dire...perciò non permetterti più
di scrivere lettere ai giornali per parlare di omosessuali, Aids,
droga e sesso a Nepi, altrimenti...". Altri, invece, si limitano ad un
"ma chi te lo ha fatto fare"!

A pubblicare la lettera e a diffondere le reazioni con un fax è "Mondo
Falisco", un giornale della zona, un foglio di quattro pagine curato
da Paolo D' Arpini, quarantenne dai capelli candidi, gran patron di
un' associazione vegetariana a Calcata, il paesino che riunisce una
colonia d' artisti, benedetta da Paolo Portoghesi, che ha casa
sull'alto di una rupe.

E ieri a Nepi i giornali con la notizia passano di mano in mano, nei
bar, in piazza, sulla scrivania del sindaco democristiano Pietro
Soldatelli. "Siamo giovani di Nepi dai 17 ai 30 anni" scrive Eleonora
"non abbiamo un nostro vivere, la gente ci sovrasta con le sue idee, i
suoi pregiudizi". E ancora: "Qui esistono soltanto pochi bar che
devono essere chiusi a mezzanotte, ed è qui che noi giovani dopo il
lavoro passiamo le serate; non abbiamo una nostra identità e la gente
in alto sembra condannarci e non ci parlano".

Quindi racconta di "bar cosiddetti perbene" dove "si gioca a carte e
girano parecchi soldi". E di storie di sesso. "Di sesso" spiega "si
parla poco e troppo poco apertamente. Il sesso ancora lo facciamo
molto di nascosto, ma il preservativo lo usiamo, perché non vogliamo
beccarci l' Aids" Infine un desiderio. Vogliamo essere lontani da ogni
emarginazione. Speriamo tanto di poter avere un futuro migliore.
Dateci coraggio, tendeteci una mano per raggiungere la nostra
identità. Sarà per noi un futuro più limpido". Ma la mano tesa non
arriva e qui, in queste stradine medievali di Nepi, diventata il
modello di una vita di provincia ipocrita, perbenista e che lascia ai
giovani soltanto flipper e videogiochi nei retrobottega dei bar, si
respira un' aria da alzata di scudi.

Dentro al bar Borgia, un localetto vicino alle mura, la meta preferita
dello struscio degli adolescenti, ci sono capannelli. Ma è vero che
qui non rimane che il flipper? Un ragazzo grosso, basettoni, riccio,
ride. "E certo che è vero! Non lo vedi?". Ma altri non sono d'accordo.

"Chi vuole, prende la macchina e se ne va, nei paesi vicini,
in discoteca" dice Roberto, un venticinquenne biondo, occhiali neri,
tuta rossa "Il cinema non c' è, lo hanno chiuso dieci anni fa, ma non
ci andava nessuno". E in piazza? Un capannello di donne. "Sesso?
Omosessuali? Quella lì ha denigrato tutto il paese!" dice una
trentenne bruna "I preservativi? Magari li usiamo pure, ma bisogna
scriverlo ai giornali?". Il parroco, don Giuseppe, è un sacerdote
anziano, magro, il volto scavato. Dice: "Non è vero che qui non ci
sono iniziative. All'oratorio fanno conferenze sulla droga, si
riuniscono, organizzano sport". Ma dentro il bar, Eleonora ribatte:
"Qui basta mettere un paio di anfibi e dicono che sei un naziskin. Noi
giovani non abbiamo un' identità, non troviamo lavoro. Siamo immersi
nel nulla, lo struscio, il flipper, il videogioco e lo struscio. E
argomenti come sesso, droga, omosessualità sono tabù". E' la foto di
tanta provincia italiana, vista da dietro il bancone di un bar di
paese. "Nepi è bellissima, ma come tanti altri piccoli comuni dello
Stivale" dice Peter Boom, attore e scrittore olandese rifugiatosi qui
a scrivere gialli d' azione "sembra votata all' autodistruzione
culturale. La lettera di Eleonora è un modo per cominciare a
parlarne".


PAOLO BOCCACCI
Archivio  la Repubblica.it - 28 febbraio 1993

Conoscere se stessi partendo dalla "persona" - Viaggio nel limbo della memoria


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Ho tenuto lo scritto che segue per un po' di tempo  nel cassetto, come si dice, per farlo decantare e renderlo quindi più solido e comprensibile. Non che abbia cambiato qualche parola, no, è assolutamente lo stesso di quando l'ho lasciato lì a riposare ... ma credo che quella sosta nel limbo della memoria sia stata sufficiente per renderlo più intellegibile, soprattutto a me stesso. Dico così perché in verità non so bene nemmeno io quello che esce da questa tastiera, a volte i pensieri e le parole vengono trascritte ma mi sono sconosciute, le conosco solo nel momento in cui appaiono davanti sullo schermo.

Lo scopo dello scritto è quello di mettere in chiaro alcuni concetti base su ciò che io chiamo "Spiritualità Laica" che non è certo una nuova filosofia, assolutamente no! Semplicemente è un modo di esprimere qualcosa che c'era già, nella mia via personalizzata del ritorno a casa.

Per una sorta di simpatia che percepisco verso tutte le persone con le quali riesco a condividere emozioni e sentimenti ho pensato che potesse essere utile (per me e per loro) chiarire alcuni aspetti dell'auto conoscenza che ancora si rivolgono alla persona. Poiché (comunque) dalla persona dobbiamo partire in quanto depositaria della prima scintilla di Coscienza dalla quale tutto deriva. Non voglio perciò sminuire il valore di questa persona, e come "questa" anche tutte le altre che pazientemente seguono e precedono.

Conoscere le caratteristiche incarnate, saper individuare le pulsioni che contraddistinguono la nostra persona, è sicuramente utile per non farci imbrogliare dalla mente, per non cadere nella trappola della falsa identità. Infatti tutto ciò che può essere descritto non può essere “noi” ma solo la struttura funzionale del corpo/mente (nella quale ci riconosciamo). Questo apparato psico-fisico è il risultato della commistione di forze naturali (od elementi) e di qualità psichiche (che degli elementi sono espressione). Nella multiforme interconnessione di queste energie gli infiniti esseri prendono forma…. Anche se –in verità- non si tratta di “forze” né di “esseri” bensì di una singola forza e di un solo essere che assume vari aspetti durante il suo svolgersi nello spazio-tempo.

Ma qui occorre descrivere la “capacità separativa” (maya – yin e yang) che produce l’illusione della diversità. Essa è il primo concetto che si forma nella mente (in effetti è la mente stessa) contemporaneamente all’apparire del pensiero “io”. Attenzione non si tratta dell’Io Assoluto, l’Essere ed esserne coscienti aldilà di ogni identificazione, si tratta invece del primo riflesso cosciente (di tale Io) nella mente e che consente l’oggettivazione e la percezione dell’esteriorità attraverso i sensi. In tal modo si attua il meccanismo dissociativo di “io sono questo” e quel che viene osservato “è altro”.  


Così il dualismo assume una sembianza di realtà e viene corroborato dalla causalità consequenziale alle trasformazioni che si srotolano nello spazio/tempo. Il processo formativo duale è di facile individuazione da parte dell’accorto intelletto (nel  senso di attento) ma questa considerazione è ancora all’interno del riflesso speculare della mente, per cui dal punto di vista della Conoscenza Assoluta anche questa spiegazione (o comprensione) è futile, forse innecessaria e magari addirittura fuorviante… (a causa della tendenza appropriativa del pensiero speculare) e qui ritorno alla necessità di conoscere la propria mente per non rimanere ingannati dalle sue elucubrazioni empiriche, tese cioè a dimostrare una realtà oggettiva.

Qualcuno potrebbe chiedersi a questo punto: “…Allora perché scrivere tutto ciò? Perché leggerlo?” –  Ma la risposta è banale, talvolta prima di gettare l’immondizia sentiamo il bisogno di esaminarla in ogni particolare in modo da non aver poi rimpianti… Purtroppo in anni ed anni di volo basso abbiamo sviluppato un forte attaccamento alla zavorra…!

Paolo D’Arpini



Post Scriptum.

La coscienza individuale è in costante movimento ed evoluzione, seguendo i diversi modi di sviluppo della società od i periodi storici nei quali si manifestano le vicende umane. Ogni transizione assomiglia al superamento di un livello d’apprendimento, un po’ come succede nella spirale del DNA. La coscienza, in questo caso meglio definirla mente, si muove dalle espressioni più semplici a quelle più complesse. Una sorta di testimonianza-memoria dei vari processi sofisticati della vita.

Alcune parti dell’opera di Bertolt Brecht “Leben des Galilei”


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Nel tempo che ho libero – e ne ho, di tempo libero – mi è avvenuto di rimeditare il mio caso e di domandarmi come sarà giudicato da quel mondo della scienza al quale non credo più di appartenere. Anche un venditore di lana, per quanto abile sia ad acquistarla a buon prezzo per poi rivenderla cara, deve preoccuparsi che il commercio della lana possa svolgersi liberamente. Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un prodotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti. Ora, la gran parte della popolazione è tenuta dai suoi sovrani, dai suoi proprietari di terra, dai suoi preti, in una nebbia madreperlacea di superstizioni e di antiche sentenze, che occulta gli intrighi di costoro. Antica come le rocce è la condizione dei più, e dall’alto dei pulpiti e delle cattedre si suole dipingerla come altrettanto imperitura. Ma la nostra nuova arte del dubbio appassionò il gran pubblico, che corse a strapparci di mano il telescopio per puntarlo sui suoi aguzzini.
Cotesti uomini egoisti e prepotenti, avidi predatori a proprio vantaggio dei frutti della scienza, si avvidero subito che un freddo occhio scientifico si era posato su una miseria millenaria quanto artificiale, una miseria che chiaramente poteva essere eliminata con l’eliminare loro stessi; e allora sommersero noi sotto un profluvio di minacce e di corruzioni, tale da travolgere gli spiriti deboli. Ma possiamo noi ripu-diare la massa e conservarci ugualmente uomini di scienza? I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscrutabili ai popoli. E se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vinta dal dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta dalla credulità. 
Con tutt’e due queste battaglie, Andrea, ha a che fare la scienza. Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le tue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. 
Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale… Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare nelle pubbliche piazze.  In circostanze così straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. Mi sono anche convinto, Andrea, di non aver mai corso dei rischi gravi. Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini…
 Bertolt Brecht -  “Leben des Galilei” 
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"Il ritorno a casa" secondo Christa Efkemann


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‘Torniamo a casa’ è una frase talmente comune che a qualcuno viene a dire “…va bene – è con questo?” o magari un commento sarcastico, tipo “… felice chi ce l’ha.” – Tanto vero!Entrando però più profondamente nel pensiero, subito ci si scopre non solo il conflitto drammatico di quelli che vorrebbero tornare a casa, ma non possono, o quelli che non sono mai i benvenuti e sempre stranieri in un altro paese – l’aspetto più triste del tema – si scopre in oltre un’ampia varietà, del tutto soggettiva, al riguardo della domanda „cosa significa per te tornare a casa?”
Così è successo a me – e vorrei parlare delle mie esperienze – sicuramente meno drammatiche e meno dolorose – con il tentativo di avvicinarmi ad un tema che più che si pensa, va a toccare il fondo della nostra esistenza.
Ammetto che all’inizio delle mie indagini mi sono limitata a definire meglio cosa significa per me letteralmente la parola CASA insieme al suo senso figurato.
Ne so qualcosa, perché in vita mia ho cambiato tante volte casa – sebbene ho trascorso tutta la mia infanzia e fino a quasi venti anni in un piccolo paese, nel verde, ben protetta dai miei genitori.
Ma dopo mi piaceva questa vita un po’ da nomade – la diversità di case e luoghi mettevano le ali alla mia fantasia – la necessità di affrontarmi e integrarmi sempre di nuovo veniva incontro alla mia curiosità.
In questo senso ho vissuto questi anni come una esperienza positiva e senza grandi conflitti – se non siano quelli personali – ma non tutti questi posti mi sono rimasti nella mente e nel cuore come CASA – e in alcuni non ci vorrei più tornare proprio. Visto da ora li potrei definire passaggi – senza alcun rimpianto.
Solo due di questi posti nel mio passato (ed erano due città, non campagna) hanno creato dentro di me questa sensazione difficile da descrivere – un sentirsi bene, appagati e in un certo senso anche sereno e protetto – un’armonia fra le proprie ‘quattro mura’, l’ambiente, i contatti sociali ecc. nonostante le cose difficili di un quotidiano. In questi posto c’è stato qualcosa in più che mi attirava – un qualcosa come l’atmosfera o meglio l’Anima del luogo – la quale si percepisce spesso prima del rendersene conto. – Solo per questi posti sento ancora la nostalgia e delle volte la voglia di tornarci. E certamente per la casa della mia infanzia della quale sento ancora l’ intensità di profumi e calore, l’incanto dei posti segreti della bambina e tanto amore – emozioni che risvegliano ancora in me la parola Casa in tutta la sua dolcezza.
Sono convinta che è stato questo ricordo insieme all’ Anima del luogo che ad un punto della mia vita mi hanno chiamato e condotto qua – dove sette anni fa pensavo di aver trovato “L’isola che non c’è”. Un pezzo di terra quasi abbandonata in piena campagna nel verde della antica terra degli Etruschi. Una natura intatta, selvatica, con frutta di ogni tipo, florida e solare, e le notti di un silenzio profondo con un cielo avvolto sopra di me con un mare di stelle. Non conoscevo ancora nessuno, stavo solo con il mio cane e tre gatti, una immensità di lavoro, l’inverno freddo con un solo camino a legna, una vita abbastanza dura, ma io contenta e felice lo stesso, convinta di essere ritornata a casa.
(Oggi è cambiato – sono circondata da vicini che non hanno lo stesso rispetto e amore per la natura – l’incanto dell’isola di una volta non c’è più e con questo si è spaventata anche L’Anima del luogo)
Arrivata con le mie riflessioni a questo punto, l’eco di un diluvio di pensieri e emozioni sfiorò la mia mente.
Non avevo sentito un riverbero di questa sensazione, di questo ’sentirmi a casa’, anche in posti dove non ho mai vissuto? Posti conosciuti in un viaggio, certi posti o città dove sapevo con imperturbabile sicurezza le vie – o un dejà vu talmente forte da togliermi il fiato – lo spontaneo incontro con persone che mi sembravano subito famigliari – un effimero intrecciato che evocava in me gioia di vivere e energia -
O il grande deserto, il Sahara, con il suo maestoso silenzio che mi ha svegliato una mia identità fino ai più profondi sogni – un immensità trasformata in me come un riverbero di Antica memoria – un sorriso, un tocco leggero, il vento portatore di voci, di gioia e dolore – il tronco di un albero immenso nel suo splendore, un riflesso sull’acqua – il ritorno all’origine …
Il tocco dell’Antica memoria, conservatrice della storia della nostra terra e il suo posto nell’universo, che ci fa rammentare molto di più di quello che ci sembra così tanto apparente. Certo che Lei vive anche in noi come in ogni particella dell’esistenza.
Ed e Lei che ci fa percepire l’Anima del luogo (e anche l’Anima del prossimo) – e chi non crede in una rinascita potrebbe anche definirla come una memoria universale dove ogni particella, e certo anche quelle spirituali, riconoscono la loro origine e la loro ’stirpe’.
Il ritorno a casa come un percorso e una nostalgia che portiamo dentro di noi finché non abbiamo trovato gli ‘elementi’ che ci danno il segnale: Sei arrivato! Anche nel senso metaforico.
Pensare che L’Antica memoria si è nutrito da sempre di un oggi per un lontano futuro ci dovrebbe aprire la mente per la nostra esistenza. La parola “quello che hai fatto per il tuo prossimo hai fatto anche per te” non è un altruismo, anzi. Ci ricorda ai frutti del nostro fare nel bene e nel male – le tracce che lasciamo – ci ricorda la responsabilità dell’individuo verso la vita e quella Casa in comune che ci offre la nostra terra. La paura di perderla dovrebbe risvegliare l’amore per questa Madre Terra – maltrattata e sofferente.
Ma i suoi figli la sfruttano con arroganza e dispetto, calpestano e avvelenano i suoi frutti, odiano dove dovrebbero amare senza ricordarsi da dove vengono e dove vanno – ma La Madre ci offre ancora il suo abbraccio.
Ritorniamo allora a casa prima che si è fatto buio come ci dicevano le nostre madri quando siamo stati bambini – e lasciamo che la brutta parola “… vattene a casa tua!” ,tirata con odio come un sasso in testa, si trasformi in un senso positivo. Torniamo tutti quanti insieme, a piccoli passi, prendendoci per mano. Passi come quello di oggi dove L’anima del luogo ci sorride e ognuno di noi porta il suo dono: sia dolore, amore, affetto, speranza.
Il topo – simbolo del sempre trafficato Terrestre – vola sulle ali del drago – simbolo dell’ Antica memoria. Due simboli spesso mal capiti nella nostra cultura – cerchiamo di amarli di più e vediamo dove ci porterà il loro viaggio … E ricordiamoci: “Nell’ universo la fine è sempre ugualmente lontana o vicina dal principio”.

Christa Efkemann
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Reincarnazione ed ipnosi regressiva - Un'analisi storico scientifica


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A chiunque di noi sarà capitato qualche volta di vedere una persona sconosciuta o entrare in un posto mai visto e avere la sensazione di conoscerli già. Si tratta del così detto déjà vu. Chi crede nelle vite passate non può fare a meno di chiedersi se quella persona o quel luogo appartengano a una vita precedente.
Questa idea appare bizzarra a noi occidentali, che siamo tanto razionali e tanto legati a questa nostra vita terrena dopo la quale, al massimo, ci potrà essere ad aspettarci solo il Regno dei cieli. Nelle filosofie orientali, invece, la reincarnazione è comunemente accettata.  Ci si reincarna migliaia di volte, a seconda del karma, – cioè delle azioni compiute nelle vite precedenti, che determinano le vite successive-  fino all’illuminazione, stadio in cui non ci si reincarna più e ci si unisce al Tutto o ci si incarna per aiutare gli altri. 
L’ipnosi regressiva
L’ipnosi regressiva è uno strumento usato comunemente dalla psicoterapia per far riaffiorare dallinconscio ricordi, eventi o traumi dell’infanzia o del passato che influenzano la vita presente di un paziente e gli provocano dei problemi psicologici.
Tuttavia la normale ipnosi regressiva ha cominciato ad assumere connotati inquietanti quando sotto ipnosi alcuni pazienti hanno cominciato a descrivere situazioni collocabili in epoche e luoghi del tutto slegati dalla loro vita presente. Il caso più frequente è quello di pazienti che cominciano inaspettatamente a parlare lingue che in realtà non conoscono o che descrivono nei dettagli luoghi in cui non sono mai stati. A volte i pazienti rivivono sotto ipnosi la propria morte e spesso è a causa di una morte particolarmente violenta (soffocamento, annegamento, sepoltura da vivi, etc) che le persone si portano dietro fobie o dolori fisici altrimenti inspiegabili e fino al momento dell’ipnosi inguaribili.  
Brian Weiss, il più famoso sostenitore dell’ ipnosi regressiva a livello mondiale, nel suo libro Molte vite molti maestri racconta ad esempio la storia di Cathrine, una sua paziente affetta da depressione e attacchi di panico, che durante le sue regressioni ha raccontato i particolari di incredibili vite come quella nei panni di una sacerdotessa nell’antico Egitto, quella nell’identità di Aronda, morta durante un’immane inondazione circa 2000 anni prima di Cristo o quella nelle spoglie di un giovane guerriero trafitto alla gola da un nemico nel 1400.
Il dottor Weiss ha assistito alla completa guarigione di Cathrine proprio grazie al riaffiorare di questi ricordi. Le sue fobie, ad esempio, derivavano dai traumi legati alle morti violente.
Da allora, cioè dal lontano 1980, di ipnosi regressive nelle vite passate il dottor Weiss ne ha condotte molte e ha scritto tanti libri sull’argomento. Uno di questi, dal titolo Lo specchio del tempo ha allegato un cd che guida verso l’autoipnosi. Weiss sostiene infatti che ciascuno di noi dovrebbe imparare ad esplorare le vite passate per andare a cercare le cause dei conflitti attuali  e risolvere molti dei propri disturbi fisici ed emozionali (chi scrive questo articolo, invece, sconsiglia vivamente l’ipnosi regressiva “fai da te”).
In Italia la regressione nelle vite passate si pratica da pochi anni. E’ nata solo nel 2005 l’AIIRE, cioè l’Associazione Italiana Ipnosi Regressiva, il cui presidente è il dottor Angelo Bona, una sorta di Brian Weiss italiano.    
I messaggi
Nel corso delle sedute di ipnosi regressiva spesso gli psicoterapeuti si imbattono nei cosiddetti “messaggi dei maestri”, cioè in anime altamente evolute che attraverso i pazienti si mettono in contatto con loro per dare delle piccole lezioni sulla vita. I maestri ci dicono ad esempio che la Terra è un pianeta-scuola in cui si reincarnano le anime che si devono purificare. E’ proprio la legge del karma di cui da millenni ci parlano le filosofie orientali a regolare le reincarnazioni: in ogni vita noi mettiamo delle cause di cui raccoglieremo inevitabilmente gli effetti, in parte nella vita stessa e in parte nelle vite successive. La responsabilità dei nostri problemi è dunque solamente nostra e in noi risiede anche la possibilità di capire dove sbagliamo e cambiare il nostro comportamento. Acquisendo coscienza di questo ordinamento causale, dice Brian Weiss, si smette di sentirci vittime degli altri o incapaci di cambiare le cose e “si comprende che la vita non ha un senso punitivo ma educativo”.
I maestri ci dicono anche che vita dopo vita possiamo incontrare nuovamente sia le persone a cui siamo più legati che quelle con le quali abbiamo delle difficoltà di relazione: ciascuno di noi farebbe parte infatti di una famiglia di anime, e incontrerebbe le stesse anime (anche se cambierebbero continuamente i sessi e i rispettivi ruoli) finché non riuscirà a sciogliere i relativi nodi karmici.    
Le teorie
Ma cosa ne pensa la comunità  scientifica? Esistono veramente le vite passate o no?
Le teorie finora elaborate per spiegare ciò che può accadere durante una seduta di ipnosi regressiva sono sette e meritano di essere ricordate tutte (fonte: dottor Chisotti Marco):  
1) Teoria della fabulazione cosciente: ritiene che il racconto del soggetto ipnotizzato corrisponda a un sogno guidato. Quando costui racconta all’ipnotista una storia di vita, non serve indagare se è vera o falsa, ma usarla con buona fede per aiutarlo; essa deve solo essere coerente.
2) Teoria delle personalità multiple: spiega che le visioni in regressiva non sono altro che prodotti di atteggiamenti schizofrenici o quasi, cioè appartenenti a parti scisse dell’Io.
3) Teoria della giustificazione e motivazione, valore simbolico o soluzione di un problema di vita attuale: ritiene che gli episodi emersi in regressiva servono per soddisfare il bisogno del soggetto di trovare una giustificazione per il suo problema, che se non è già stata individuata nel presente viene pertanto estrapolata dal passato.. Questa teoria spiegherebbe perché certe persone che conducono una vita amena e spiacevole, in regressione si vedono come persone ricche e importanti; semplicemente per compensazione psicologica.
4) Teoria della gelificazione dei ricordi di chi si è stati: si basa sulla teoria dei memi e spiega che durante la regressione si otterrebbero elementi ereditari di natura mnemonica riguardo esperienze passate. Quest’ottica serve per creare connessioni logiche tra la storia del cliente e quella di altri suoi familiari (se non coi genitori magari con nonni o bisnonni, coi quali riconoscersi), che venga supportata scientificamente.
5) Teoria degli universi paralleli: ritiene che in regressiva possano emergere ricordi che appartengano al proprio doppio esistente in un universo parallelo (che non è un altro universo esterno a questo). Questa teoria può essere utile per disidentificare il soggetto con ciò che ha “ricordato”, però per fargliela accettare ci vuole un po’ di tempo.
6) Teoria della reincarnazione: ritiene che in regressiva possano emergere ricordi di una propria vita passata, e che quindi tramite essi si possano sbloccare traumi “karmici” che hanno riversato il loro influsso negativo sulla vita attuale.
7) Teoria del ricordo collettivo: spiega che in regressiva possono emergere memorie provenienti dall’inconscio collettivo. Se provengono da una collettività diversa dalla propria, la spiegazione può rimanere plausibile in base alla teoria dei campi morfogenetici.  
L’ipnosi progressiva
La più  moderna tecnica di ipnosi non si sposta più indietro sulla linea del tempo, ma va in avanti. Si chiama, appunto ipnosi progressiva. Non si tratta tuttavia di andare a vedere veramente ciò che sarà, quanto piuttosto di un viaggio che la nostra parte creativa fa per fissare degli obiettivi o per provare a risolvere problemi che nel presente risultano ingestibili. Di questo viaggio creativo e “costruttivista” al risveglio rimane nella mente del paziente un ricordo che lo arricchisce e lo rende più forte: se infatti è riuscito a cambiare il presente sotto ipnosi, grazie alla guida dello psicoterapeuta, ha fiducia di avere le risorse per cambiarlo anche nella realtà..  
Così  si esprime a riguardo il dottor Marco Chisotti, uno dei migliori ipnologi a livello europeo, e pioniere dell’ipnosi progressiva: “il principio su cui si basa l’ipnosi è la costruzione nell’individuo di una stato mentale funzionale all’obbiettivo che si desidera raggiungere. La vera portata del lavoro con la trance ipnotica è proprio questo, utilizzare lo stato mentale permettendo alla persona di cambiare le proprie abitudini, credenze, convinzioni, apprendendo con facilità un nuovo modo di comportarsi, pensare, vivere le proprie emozioni, e questo è reso accessibile con
l’uso dell’ipnosi e degli stati mentali connessi.”
Con le parole del dottor Chisotti ci tornano i dubbi: i pazienti ricordano veramente le vite passate o se le inventano?
E’ difficile dare una risposta definitiva a questo quesito.  E’ plausibile che sia il nostro emisfero destro del cervello, la nostra parte creativa, a inventare e creare connessioni tra una presunta vita passata e la nostra vita presente.
Tuttavia cosa dobbiamo pensare quando a raccontare le proprie vite passate sono dei bambini di due o tre anni? Che dire ad esempio del piccolo Cameron Macaulay che fin da quando ha cominciato a parlare diceva di aver già vissuto una vita nella lontana isola di Barra e che quando ci è stato portato ha ritrovato tutti i particolari che aveva descritto?  
Giovanna Lombardi
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Spiritualità laica - La ricerca spirituale non è un "lavoro" ma una amorevole cura per la vita


Risultati immagini per la ricerca spirituale non è un lavoro

Taluni ritengono che la pratica spirituale sia una sorta di "occupazione" come quella di uno studente o di un lavoratore che deve espletare specifici compiti per "ottenere" l'illuminazione o perlomeno il risveglio. Questo atteggiamento "volontaristico" crea spesso aspettative e dal punto di vista spirituale addirittura allontana dalla vera conoscenza, poiché ci si fissa sul mezzo senza guardare il soggetto che vuole raggiungere la conoscenza. 

Il soggetto in verità  è il nostro stesso Sé ma noi lo ignoriamo e lo rendiamo un "oggetto" da perseguire. E quell' "oggetto" è il nostro ego -come diceva Ramana Maharshi-  che si traveste da poliziotto per cercare il ladro che egli stesso è.  

A proposito di questo "gioco" ricordo la frase pronunciata dal re Janaka che, dopo aver ascoltato e compreso l'insegnamento nondualistico impartitogli dal suo guru Vasishta, esclamò: "Ora ho compreso chi è il ladro  e lo sistemerò immediatamente" (riferendosi  alla tendenza identificatrice con il corpo mente che ritiene di compiere l'azione).  

Insomma la foga nello svolgere il cosiddetto "dovere" religioso  e la compulsione a praticare per ottenere risultati attraverso la volontà e la penitenza, può procurare forme di dipendenza e di illusione "spirituale"  ed è una devianza rispetto alla sincera ricerca interiore.  

Questo avviene quando ci si lega ad una setta, quando si aderisce ad una religione e ci si affida alle indicazioni  di un ipotetico "salvatore".  Sembra che alcune persone abbiano bisogno di sentirsi "radicate" e affratellate in un gruppo compatto (spesso succede con i cristiani ed i maomettani, e simili fedi), soprattutto se stanno vivendo momenti di vuoto affettivo o di altro genere (preoccupazioni mondane, senso di mancanza o inadeguatezza, etc.). 

Però mettersi contro apertamente o denigrare le scelte compiute da tali persone non le aiuta a comprendere la causa  del loro bisogno di riempire un buco, che risiede nella loro incapacità di accettare se stessi  per quel che sono senza pensare di voler forzatamente modificare lo stato di cose o la propria condizione in funzione di un ipotetico ottenimento "altro". 

L'accettarsi soltanto può interrompere il meccanismo del desiderio e della paura, perché accettando si comprende la situazione vissuta nella sua interezza e l'azione confacente sorge spontanea. Ma l'accettazione talvolta è anche dolorosa. Questo riguarda ognuno di noi che vive nel mondo. Ma vivendo consapevolmente  nel mondo si può comprendere la natura del mondo e della coscienza.  

Comunque non si può definire od impartire una "cura" universale per le diverse anomalie di interpretazione della propria realtà, dicendo "fai questo o fai quello". A volte abbiamo anche bisogno di perderci per poi ritrovarci.  Ognuno deve poter crescere a modo suo.

Per sviluppare la chiarezza interiore ci vuole discriminazione e distacco. L'autoindagine consigliata da Ramana Maharshi o da Nisargadatta Maharaj è la via più diretta per individuare il "ladro" che ci deruba della Consapevolezza (trascinandoci nel mondo del pensiero e della speculazione). 

Anche il fissare l'attenzione su una formula, come i koan nel sentiero zen (in cui si chiede al neofita di rispondere a domande che ragionevolmente non possono avere risposta)   può decisamente aiutare, come  pure l'attenta ripetizione di un mantra. Ma il mantra  non va considerato un modo per sviluppare la volontà o la capacità di ottenere poteri mentali o benessere, serve al contrario a sciogliere ogni supposizione di potere e di identificazione con gli stati mentali. Il mantra per svolgere la sua funzione deve essere vivo,  impartito da chi ha realizzato la sua natura, che è il Sé. La ripetizione del mantra è un fatto personale e andrebbe praticata durante l'arco della giornata, mentalmente, per centrarsi sul Sé (sulla Consapevolezza). Io stesso uso questo metodo semplice che non richiede altri aiuti se non la rimembranza e l'attenzione rivolta al Sé.  in questo abbandono ed in questo arrendersi al proprio Sé sorge l'amore, e la comprensione di ciò che realmente noi siamo, aldilà della forma e del pensiero.  

Paolo D'Arpini


"Buone notizie dal vaticano" - Verso la fusione della triade e nascita della nuova fanta-religione sincretica "sion-muslim-cristica"

"Buone notizie dal vaticano", è il titolo di un racconto breve di fantascienza in cui si immagina l’elezione del primo papa “bionico”, anzi un vero e proprio robot.  Questo nuovo papa, secondo l'autore,  sarebbe stato il garante di una nuova dottrina sincretica, un vero papa "giusto", poiché essendo una “macchina” poteva assicurare la necessaria equanimità religiosa.

Verso la fusione della triade e nascita della nuova fanta-religione sincretica "sion-muslim-cristica"
Certo che alla fantascienza religiosa ci stiamo sempre più avvicinando, in questi ultimi anni la storia dei papi si è arricchita di un papa dimissionario, che peccava di credibilità, e di un papa bis che invece rafforza la “fede” con messaggi eclatanti. Tanto eclatanti che i “fedeli” spesso restano a bocca aperta come pesci fuor d’acqua.
L’ultimo annuncio è quello  relativo alla ritrovata fratellanza con i padri israeliti  nonché  all'accettazione teologica della dottrina del cugino Maometto.
Ma forse non è fuori luogo l'amore di Bergoglio per i "mori", infatti lo stesso Bergoglio, viene definito “papa nero”  in quanto appartenente all’ordine dei gesuiti,  il  cui  superiore generale, per il colore della tonaca che indossa e in quanto eletto a vita, è proprio come il pontefice di Roma.
Altri osservatori ritengono invece che le  "aperture" dottrinali  di Francesco sottintendano  la formazione di una nuova forma di religiosità... che molto si discosta dalla tradizionale fede cattolica, fino al punto di spingersi verso quella fantascientifica  "chiesa sincretica" che unisca i fratelli  musulmani, cristiani e giudei.
Ma  se ciò dovesse avvenire sarebbe  necessario che papa Francesco si spogliasse delle vesti di papa…. adattandosi ad una posizione secondaria, se non terziaria….
Questo significa che la chiesa cattolica dovrebbe rinunciare ad ogni supremazia gerarchica,  ad ogni struttura organizzata in veste economica e statale, ad ogni imposizione teologica e dottrinale, lasciando tale gestione ai "fratelli maggiori", i veri eredi del credo biblico, insediati saldamente a Gerusalemme.
Ebbene forse è esattamente quello che avrebbe voluto fare Gesù se non fosse stato mal'interpretato da un certo Saulo di Tarso...
Ed i laici, in tale marasma, che fine faranno?
 Paolo D’Arpini
Comitato per la Spiritualità Laica
Via  Mazzini, 27 – Treia (Mc)
tel. 0733 216293 - email: spiritolaico@gmail.com



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Memoria storica sulla ricerca di erbe selvatiche al Circolo vegetariano VV.TT.

Calcata. Vecchia sede del Circolo vegetariano VV.TT.


Per campi e boschi cercando un po' d'erba

I poco conosciuti ma importanti benefici di uno «sport» che non costa nulla e neppure nuoce all'ambiente. Una grande quantità di erbe e piante selvatiche sono utilizzabili per l'alimentazione e per altri scopi utili - come si è fatto per secoli e come si ricomincia a fare in molte località.

Paolo D'Arpini nella valle del Treja

E' facile, nei climi clementi, praticare il lavoro più antico del mondo: la raccolta di vegetali selvatici, venuti su da soli, senza cure né padroni. Ecologico e pacifico. Basta inoltrarsi in un bosco o anche solo imboccare una strada di campagna, posare l'attenzione sui suoi bordi verdi e staccare delicatamente foglie e bacche. Un centinaio di metri e il cesto si riempirà; almeno una quindicina di specie. In piena estate, se gli alberi danno refrigerio al terreno in certe ore della giornata, si possono trovare ortica, finocchiella, menta, melissa, malva, piantaggine, diversi tipi di cicoria, lattuga e carota selvatiche, gramigna, vitalba, tarassaco, e more e sambuco. C'è anche il gigantesco tasso barbasso (verbascum thapsus) ma serve a poco, perché è giusto un sostituto del tabacco. In primavera è un rigoglio di germogli da cura disintossicante, mangiando.

Res nullius, bene di tutti
Nei boschi che resistono, nei campi non avvelenati e intorno alle stradine sterrate, le piante spontanee che gli anglosassoni chiamano «volontarie» sono res nullius, cosa di nessuno e di tutti, bene comune gratuito e abbondante da quando le donne della preistoria portavano a «casa» molto più cibo dei maschi cacciatori, raccogliendo erbe, semi, frutti spontanei.
Si dice fitoalimurgia l'alimentazione con piante selvatiche; diversa dalla fitoterapia perché per prevenire o alleviare piccoli disturbi, disintossicarsi e fare il pieno di sali minerali e vitamine ricorre non a tisane o infusi ma a risotti, minestre arricchite di erbe, insalate e macedonie (crudo è meglio). L'antica pratica è stata ampiamente messa in pratica in Europa durante le guerre del Novecento ed è in uso tuttora in molte parti del pianeta, là dove sopravvivono foreste e aree verdi; integra l'alimentazione dei poveri sia in condizioni di normale miseria sia nelle emergenze; quante volte si è letto distrattamente dei coreani del Nord o dei sudanesi o degli afgani ridotti a «mangiare erbe selvatiche»? Da noi non è in gioco la sopravvivenza, ma avvicinarsi alle pratiche del Sud del mondo imparando a riconoscere, raccogliere e conservare le erbe e i frutti spontanei, ricollega alle radici (diremmo anzi alle foglie), fa bene alla salute e alle tasche e diventa in fretta una passione leggera, più rinfrescante che bruciante. Fra le informazioni che si scambiano i Bilanci di giustizia, seicento famiglie italiane impegnate a riformare il budget domestico secondo criteri eco-sociali, ci sono le modalità di raccolta e trasformazione delle erbe e dei frutti selvatici.

Il Circolo Vegetariano VV.TT. di Calcata e le sue erbe
L'unico ferro del mestiere è un buon manuale con le foto e indicazione delle parti commestibili. Ma le prime uscite sul campo vanno fatte con un insegnante: per imparare a conoscere e raccogliere senza danni - alla salute e alla vegetazione - almeno alcune decine di «erbe base nostrane» fra le 20.000 commestibili che spuntano sul pianeta, anzi che fioriscono... molti non sanno che si possono mangiare in insalata la primula, il fiore della malva, il nasturzio, la speronella, l'acacia.

In un pomeriggio di agosto, Paolo D'Arpini di Calcata (Viterbo), impedisce agli «allievi» di raccogliere le infiorescenze bianche al sapore di carota, perché gli sembra che ce ne siano poche; e raccomanda di prendere poche foglie per ogni piantina. Pastori, contadini e capre sono stati i maestri di botanica di Paolo, che dal 1984 anima il Circolo vegetariano Vv.Tt in quel particolarissimo villaggio laziale su uno sperone altissimo di tufo. Nessuno ha mai saputo bene cosa significhino quelle quattro lettere nel nome del Circolo ma la sua storia è densa: sensibilizzazione vegetariana ed ecologica; difesa dei luoghi e delle tradizioni locali; petizioni sugli olocausti preventivi di vacche presunte pazze; pensionato di galline montoni conigli e capre sottratti al destino di finire inforchettati e colà invece mantenuti a mais ed erba con alcune «adozioni a distanza», insufficienti a inserire fra gli ospiti anche maiali e buoi.

Si mettono a memoria molte erbe in un minicorso pomeridiano con Paolo, anche se di molte non conosce i nomi latini: lezioni gratuite per chi ha faccia tosta, di una decina di euro cena compresa per chi pensa che la trasmissione della conoscenza vada ricompensata, anche quando l'insegnante è troppo timido. L'imbrunire conclude il corso; si sale un sentierino fra gli alberi (da uno pende da anni un bambolotto nudo e scolorito) per andare cucinare l'acquacotta nel «tempio della spiritualità laica», un boschetto con grotte un tempo rifugio di animali e forse uomini, ora gestito dal VvTt.

Paolo spiega: «Tornando dai campi, uomini e donne si attardavano ancora un po' strada facendo, per raccogliere le diverse erbe che non di rado, insieme a un po' di pane e a un filo d'olio, erano il pasto serale. Finché c'era un po' di luce c'era da fare anche intorno a casa; intanto le erbe cuocevano. Bisogna aver pazienza...

22 agosto 2004 - Marinella Correggia